mercoledì 25 novembre 2009

DODECAFONIA IN CHIESA? NO, GRAZIE!

di Francesco Colafemmina

Divertente articolo di Pierluigi Magnaschi su Italia Oggi. Divertente perchè offre una descrizione sintetica ma autentica di quanto è accaduto negli ultimi 30 anni nella committenza ecclesiastica. Divertente perchè cita un'opera oscena di Anish Kapoor. Meno divertente perchè definisce SER Mons. Ravasi "cardinale": un presagio? Un'auspicio?

Certo a proposito di Mons. Ravasi credo che a nessuno saranno sembrate di poco conto talune sue affermazioni riguardo alla dodecafonia e al "Mozart" del futuro. Affermazioni che vorrei qui riprendere ed analizzare:

Il Papa ha finito con quella famosa espressione, quell’appello che Paolo VI aveva pronunciato 45 anni fa: “Arrivederci”. Naturalmente sarà compito mio, adesso, ricostruire la continuità. Penso in particolare ad una continuità in due dimensioni: far recuperare ancora la ricchezza della tradizione culturale, della tradizione artistica alle giovani generazioni che tante volte hanno l’occhio e l’orecchio sporcato da immagini brutte e da suoni devastanti. Ritrovare ancora questo glorioso passato e dall’altra parte riuscire a ricordare che dal Novecento in avanti si è avuta una nuova grammatica, sia dell’arte, sia della poesia stessa sia della musica. Questa nuova grammatica chissà, forse tra un secolo, potrebbe creare un nuovo Mozart - com’è accaduto - o un Palestrina, com’è accaduto quando Palestrina ha abbandonato il gregoriano e ha cominciato a fare la polifonia, un nuovo genere sconcertante che ha prodotto dei capolavori.
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In queste ultime affermazioni sono contenuti notevoli errori storici e musicologici ed è bene che i fedeli cristiani e gli amanti del canto liturgico lo sappiano.
La polifonia non nasce infatti con Giovanni Pierluigi da Palestrina, nè tantomeno nasce in antitesi al cosiddetto canto gregoriano. Già forme antiche di monodia gregoriana erano accompagnate da un "bordone", ovvero da una voce di sostegno alla melodia principale. E che dire dell'Ars Antiqua e dell'Ars Nova? Processi lunghissimi, durati secoli interi che hanno condotto ad un canto polifonico nato dal gregoriano ma da esso distanziatosi attraverso una progressiva decadenza ed obliterazione del "canto tradizionale della Chiesa Cattolica Romana" (secondo la definizione dell'Apel).
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Sconvolge che un grande uomo di cultura possa affermare così apoditticamente che Palestrina abbia un giorno abbandonato il grgoriano e si sia applicato ad un "nuovo genere sconcertante". La polifonia non è affatto sconcertante! Anzi il suo riconoscimento in sede conciliare a Trento è da considerarsi fondamentale riprova del contrario. Ciò che era sconcertante (e che per certi versi lo è ancora in certa produzione di musica sacra contemporanea) era la commistione e sovrapposizione al canto fermo ed al canto figurato di temi, usi, allusioni, modificazioni e revisioni provenienti dal canto profano e mondano. E Palestrina è un grande esempio di aderenza ai canoni del Concilio Tridentino, adoperando egli nella composizione polifonica l'ispirazione e l'aderenza alla sorgente sacra per eccellenza: il gregoriano.
D'altro canto un nuovo "genere" musicale (la polifonia) non corrisponde ad una "nuova grammatica", per passare così - analogicamente - alla giustificazione e magari introduzione in ambito liturgico della decostruzione musicale dodecafonica.
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Questa visione dell'arte quale "superamento di se stessa", quale creazione costante dello "spirito" è una deviazione tutta hegeliana, fondata sullo scontro dialettico, sulle opposizioni generanti novità e sul perpetuo divenire condizionato dalla società, dai tempi, dall'evoluzione dello spirito o dalla sua fenomenologia. Ma lo spirito hegeliano è pura fandonia, è - come argutamente diceva Shopenhauer - mero "spreco di carta, di tempo e di cervelli".
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Quindi, per tornare agli argomenti musicali, appurato che la Polifonia non è una creazione nuova, dirompente, intellettualistica, passiamo alla dodecafonia.
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La dodecafonia è frutto di un intellettualismo culturale tipico dei circoli viennesi di inizio novecento. E' infatti una creazione propria di Arnold Schoenberg. Schoenberg è esponente di una tipica rottura col passato, anzi di un "superamento" del passato, che connota le arti in genere agli inizi del secolo. Questa esperienza di rottura lo porterà a concepire un nuovo metodo di composizione, quello dodecafonico appunto.
Eppure credo che il massimo limite di Schoenberg e dei suoi seguaci sia quello di non essere riusciti ad intendere che le "grammatiche" artistiche non si creano attraverso un atto intellettuale personale. Se infatti parlassimo un italiano basato su una grammatica non comune, la nostra lingua finirebbe per divenire incomprensibile. Resterebbe puro atto intellettualistico, limitato dall'egoismo arrogante dell'autoreferenzialità.
E questo non solo contrasta con il concetto stesso di grammatica, ovvero di "insieme di regole" proprie di una lingua in grado di armonizzarne la comprensione e l'apprendimento, ma contrasta vieppiù con il cristianesimo, dunque con una musica "sacra".
La musica sacra deve avere infatti una lingua cattolica ed una grammatica che garantisca e favorisca la cattolicità della religione, non che la limiti o la riduca a pochi intellettuali arroccati sulle proprie sperimentazioni saccenti e narcisistiche.
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Giustamente quindi il grande Maestro Riccardo Muti rispondeva per le rime a Mons. Ravasi nel lontano 2000 durante un loro colloquio sulla musica e il sacro:
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Ravasi: «La caratteristica del Novecento, dal mio punto di vista, sta nel tentativo di costruire un linguaggio di comunicazione nuovo, che nel suo essere asciutto e spoglio riesca a cogliere ed esprimere un'essenzialità profonda. E questo proprio a partire dalle esperienze della Scuola di Vienna. Il Mosè e Aronne di Schönberg, per esempio, rappresenta un'interpretazione geniale del testo biblico, con la contrapposizione tra il recitativo di Mosè (la parola del deserto, essenziale, che salva) e il canto disteso di Aronne (l'armonia che rischia di restare fine a se stessa)».
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Muti: «Certo, anche il Novecento ha i suoi capolavori musicali, che nascono quando un compositore riesce a spezzare le catene imposte dalle nuove scuole, pur senza rinnegarne il significato più autentico. Ma si tratta, purtroppo, di capolavori ormai lontani del tempo. Il Wozzeck di Alban Berg, per esempio, risale agli anni Venti, Mosè e Aronne al decennio successivo. Per il resto il Novecento è un secolo gremito sì di musica e di compositori, che però il pubblico dimentica la sera stessa in cui li ascolta. Questo ai tempi di Verdi non capitava: si andava a sentire Il Trovatore, oppure il Nabucco, e già il mattino dopo se ne fischiettavano le arie.».
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Purtroppo già dal 2000 Mons. Ravasi coltiva l'idea di introdurre nelle chiese una musica intellettualoide ma assolutamente ignorata e disprezzata dagli ascoltatori comuni. Quel dialogo proseguiva infatti così:
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Ravasi: «Da un lato, infatti, è indubbio che anche l'ascolto (e l'ascolto della grande musica in particolare) sia già un gesto di tipo liturgico. Oggi però si preferisce insistere su un altro aspetto della liturgia, vale a dire sulla partecipazione diretta dei fedeli. Ed è in questa dimensione che l'ascolto non basta più...».
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Muti: «Sono d'accordo a mia volta, ma vorrei aggiungere che bisogna avere più fiducia nei fedeli. Per portare in chiesa composizioni adeguate alla dignità del luogo, non occorre proporre musica "difficile". Mozart, Pergolesi, Scarlatti e molti altri hanno scritto arie sacre di estrema semplicità, che attendono soltanto di essere recuperate. In Italia, tra l'altro, esiste un tessuto ricchissimo di piccoli cori che tengono viva, per esempio, la tradizione del gregoriano. Ed è proprio per merito loro che nel nostro Paese la musica riesce a sopravvivere. Riusciamo a riempire pagine e pagine di giornale su una nota, come il famoso do di petto alla prima del Trovatore, ma non muoviamo un dito a favore della musica. La situazione dei licei musicali, l'inutile proliferare dei conservatori, lo stesso insegnamento della musica nelle scuole sono temi che non interessano a nessuno. Qualche tempo fa ho lanciato un appello in difesa delle bande che, tra l'altro, rappresentano un formidabile luogo di memoria musicale: io stesso, girando tra i paesi del Sud, mi imbatto spesso in strumenti di cui ignoravo l'esistenza e mi trovo a chiedere spiegazioni a qualche vecchio musicante... Bene, io ho lanciato l'appello, le bande mi hanno ringraziato e poi non è successo niente.»
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Diceva bene Muti: i grandi compositori hanno composto una musica sacra comprensibile, autentica, semplice, viva! Non astrattismi e contorsionismi che sembrano gratificare soltanto la perversione degli stessi compositori. Ma nemmeno sciatterie e banalità mutuate dalla musica da film...
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Ora, nell'intervista a La Croix del 13 Novembre Mons. Ravasi ha affermato "non possiamo più ascoltare Stockhausen come si ascolta Mozart. Ciò ci richiede un lavoro."
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Io, umilmente, domando: cosa diamine c'è da ascoltare in Stockhausen? E chi l'ha detto che se mi impippo il cervello e l'udito nell'udire le scempiaggini di Stockhausen la mia "partecipazione" ed il mio "intelletto" si adattano meglio al mondo contemporaneo di quanto possa accadere ascoltando Mozart? Ma soprattutto perchè mai dovrei essere così masochista da sottopormi all'ascolto di Stockhausen, Schoenberg e compagni? Che la Chiesa di Mons. Ravasi voglia trasformarsi in strumento di tortura auditiva dei fedeli? Mi auguro che "il compito di ricucire l'unità" fra arte e Chiesa, Mons. Ravasi voglia adempierlo cum grano salis, e almeno con un po' di pietà per noi indotti amanti della musica semplice e banale dei vari Mozart, Pergolesi, Palestrina, Beethoven, Vivaldi...
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E poi, sapete che vi dico in tutta confidenza? Che Mozart vale milioni di inutilissimi Stockhausen e Schoenberg messi insieme, perchè Mozart è l'unico in grado di donare felicità, gioia e bellezza alle orecchie ed al cuore... e credo che il Santo Padre condivida questo giudizio, data la sua predilezione per il Salisburghese! Sono in buona compagnia, no?

martedì 24 novembre 2009

UN MANDIR PER L'ARCIVESCOVO NICHOLS!


L'Arcivescovo di Westminster Vincent Nichols, futuro Cardinale, ha dato una magnifica prova di adattamento all'Induismo in una sua recente visita ad un Mandir indù (un tempio induista). L'episodio segnalato da Damian Thompson sul suo blog del Telegraph, è stato coronato dall'offerta di fiori su un'altare indù effettuata dallo stesso Mons. Nichols. La notizia è riferita dallo stesso sito web della Diocesi di Westminster ed è accompagnata dal discorso di Mons. Nichols pronunciato nel Mandir. Qui ne propongo la mia traduzione evidenziando i passaggi più soavi di questa splendida esperienza interreligiosa...
Viene da domandare a Mons. Nichols di quale "pace", "verità", "comunione" stia parlando. Comunque è assai divertente sentire un Arcivescovo apprezzare l'architettura di un tempio indù ed affermare che essa è esempio di comunione e integrazione. Forse ciò svela quale sia la recondita idea di architettura chiesastica che ha contagiato moltissimi committenti cattolici...

Cari fratelli e sorelle, Vi ringrazio innanzitutto per l'invito generoso e per il caloroso benvenuto che ho ricevuto nel vostro unico e bel Mandir. Ringrazio il vostro leader spirituale, Sadhu Yogvivek Swami e gli amministratori del Mandir per il loro invito, soprattutto perché oggi cade la celebrazione del compleanno del vostro leader spirituale di tutto il mondo, Sua Santità Pramukswamiji Maharaj.

La storia della costruzione di questo Mandir è ben nota. Anzi sono contento di averlo visitato già non molto tempo dopo la sua apertura nel 1995. E 'commovente vedere che anche l'architettura di questo luogo è un simbolo speciale cooperazione e pace tra le culture. La struttura del Haveli, costruita da teak birmano e quercia inglese, è un segno evidente di come le culture e le religioni possono unirsi per costruire qualcosa di bello e duraturo. E 'sempre un bene venirsi incontro in questo modo, rafforzarci l'un l'altro, per imparare dalla fede di ciascuno di noi e gioire in uno spirito di dialogo e di amore. Infatti da lungo tempo ormai, la Chiesa cattolica ha fatto del dialogo con le altre fedi una priorità nella sua azione, giacchè la Chiesa ci invita a comprendere che l'intero genere umano condivide un'origine comune e un comune destino. Questa unità umana e spirituale nelle nostre origini e nei nostri destini ci sospinge a cercare elementi comuni nel nostro percorso attraverso la vita dal momento se noi facciamo la nostra parte in quella ricerca di valori fondamentali che è così importante nel nostro tempo. Questo è, in parte, la ragione per cui la Chiesa cattolica, e molte altre, insisteono sul fatto che ogni persona umana ha diritto alla libertà religiosa. Tale libertà significa che tutti devono essere immuni dalla coercizione, che nessuno deve essere forzato ad agire contro la sua coscienza in materia religiosa, né essere impedito nell'agire secondo la propria coscienza, sia in privato che in pubblico, da solo o in associazione con altri , entro i dovuti limiti.

Ci sono alcuni che oggi cercano di mettere da parte il diritto di agire sulla base della fede religiosa in modo ragionevole, in pubblico. Eppure sappiamo che la fede religiosa non può essere lasciata sola a casa e ancora mantenere la sua integrità. Richiede espressione pubblica in parole e fatti. Questa è una parte essenziale del diritto alla libertà religiosa. Questo è qualcosa a cui tutti dobbiamo essere attenti oggi.

Noi, come Chiesa, crediamo fermamente che il sentimento religioso e le convinzioni della maggioranza dei cittadini di questa nazione siano fattori importanti che possono contribuire in modo significativo alla costruzione di una vera cultura di pace e di armonia.

Non è questione di una convinzione privata che debba essere esclusa dalla vita pubblica, ma si tratta degli elementi cruciali di una vera e generosa cittadinanza in questa terra. Siamo, per esempio, tutti convinti del valore unico della preghiera nella ricerca della pace. In realtà è impossibile avere la pace senza la preghiera, la preghiera di tutti, ognuno nella propria identità e alla ricerca della verità. L'esperienza della preghiera è una manifestazione di unità che ci unisce, al di là delle nostre differenze e peculiarità.

Ogni autentica preghiera, noi crediamo, è sotto l'influsso dello Spirito "che intercede con insistenza per noi ... perché non sappiamo pregare come si deve."

Eppure, ogni persona, tutti noi qui presenti, è in grado di pregare, cioè di sottomettersi totalmente a Dio e di riconoscere la propria povertà di fronte a Dio. La preghiera è uno dei mezzi per realizzare il piano di Dio in mezzo a noi. Essa ci mostra che il mondo non può dare la pace, ma che la pace è un dono di Dio e che è necessario pregare come un dono per mezzo delle preghiere di tutti.

Entrambe le nostre religioni ci insegnano che non raggiungiamo la pienezza dell'essere a cui siamo chiamati. Noi condividiamo il senso che dobbiamo sempre cercare di essere più autentici, più generosi in particolare ad aiutare chi è nel bisogno. Infatti la ricerca della pace nella preghiera va di pari passo con la responsabilità forte per aiutare coloro che sono ai margini della società, e hanno un disperato bisogno di assistenza e sostegno. Siamo consapevoli che molte persone vivono nella paura e insicurezza, e riteniamo nostro dovere e privilegio stendere una mano dove possiamo. Soprattutto in un momento di difficoltà economiche, la mano diventa importante e preziosa.

E 'quindi con grande piacere che vedo i continui sforzi intorno a questo Mandir per servire la comunità nelle sue molteplici progetti validi, fornendo supporto ad una gamma mirabilmente vasta di persone, e offrendo diversi servizi che riflettono le esigenze di tutta la comunità, sia essa istruzione per i bambini, opportunità per i giovani e il supporto per i genitori nell'educazione dei figli. Le esigenze delle persone anziane sono particolarmente vicine al mio cuore. Sappiamo che la situazione degli anziani nella nostra società. Ci troviamo di fronte al pericolo reale di vedere gli anziani non come il dono della sapienza e l'esperienza che incarnano, ma come un peso. Invece, abbiamo bisogno di riconoscere il contributo che portano la società. Il Mandir sta dando un contributo molto importante a questo nell'organizzazione di eventi come il recente Health Fair che consentono agli anziani di vivere la vita in pienezza. Così, siamo uniti nella nostra preoccupazione per gli anziani e il loro benessere, in quanto siamo uniti nella nostra preoccupazione per tutti coloro che sono vulnerabili e bisognosi di attenzione nella nostra società. E 'anche molto bello vedere che i giovani sono al centro della vostra comunità e che gli sono offerte possibilità di sviluppare sia la loro salute fisica che spirituale.

Fornire ai giovani opportunità di esercizio può dar loro un approccio positivo, per la loro energia straripante, e quelli che "vengono a giocare possono imparare a pregare" per usare le vostre parole. Ancora una volta, è emerso chiaramente durante la settimana interreligiosa che la nostra speranza e la nostra fiducia deve essere posta nelle giovani generazioni di oggi, in modo che nel loro entusiasmo ammirevole, possano tentare di raggiungere per le generazioni future ciò che questa società non è stata sempre in grado di offrire: la pace, la comprensione e la comunione.

E 'con ammirazione che vedo i tanti eventi e le opportunità offerte in questo complesso per la comunità più ampia, e saluto il prezioso contributo che si sta realizzando per il mondo di pace che tutti noi cerchiamo di creare.

La preoccupazione e la cura che viene qui mostrato per il nostro ambiente naturale è solo un esempio delle molte cause su cui possiamo lavorare insieme. In questi e altri modi spero che potremo lavorare insieme per il bene comune di tutti i membri della società. Così, ancora una volta, vorrei ringraziare voi per questa meravigliosa opportunità di dialogo e di incontro per pregare, e per il vostro caloroso benvenuto a tutti i vostri ospiti di questa sera. E 'veramente emozionante vedere la bellezza di questo luogo, e non meno emozionante vedere l'impegno di aiutare la comunità che lo accompagna. La mia speranza e la mia preghiera è che la semplice candela semplici, che sono lieto di portare a voi questa sera, possa essere un segno dell'amata luce di Dio nella nostra vita e un segno della preghiera che, in cambio, offriamo a Dio. Possano la pace e la verità essere i doni che Dio concede a tutti noi.
Arch. Vincent Nichols
21 Novembre 2009

UN'ALLEANZA NUOVA. PELLEGRINI NEL MONDO VERSO LA BELLEZZA INFINITA

di Pietro De Marco

1. In pagine essenziali dedicate alla croce e alla nuova “estetica” della fede l’allora card. Ratzinger (Ferito dal dardo della bellezza, in Il cammino verso Gesù Cristo, 2004, ted. 2003) rifletteva sul contrasto tra Ps. 44 (“Tu sei il più bello tra i figli dell’uomo…”), e Is. 53, 2 (“Non ha bellezza né apparenza…”), nel percorso della liturgia delle ore della settimana santa. La manifestazione del Figlio è nella bellezza o nella iniquità? La bruttezza del volto irriconoscibile conduce alla Verità? D’altronde: la realtà non è forse iniqua ?
Rispondeva Joseph Ratzinger che nella dialettica dei due volti è la Rivelazione. Infatti, senza la Bellezza, l’irriconoscibile uomo dei dolori non è trasceso nel Risorto. La sola iniquità della Croce, come la sola bruttezza del Mondo, sarebbero dunque menzogna; ma “la verità e non la menzogna è l’estrema ‘affermazione’ del mondo”. Proseguiva: “E’ un trucco astuto della menzogna quello di presentarsi come l’unica verità, quasi che fuori e al di là di essa non ne esista alcun’altra. Soltanto l’icona del Crocifisso, in sé aperta alla resurrezione, è capace di liberarci da quest’inganno, oggi così prepotente”.
Nel discorso della Sistina agli artisti Benedetto ha come ripreso ed esteso quelle note precedenti il pontificato. L’arte scuote, ferisce (“come un dardo”), fa soffrire, risveglia l’uomo “aprendogli nuovamente gli occhi del cuore e della mente, mettendogli le ali, sospingendolo verso l’alto” e, richiamandolo al suo destino ultimo, “lo riempie di nuova speranza”. In questo orizzonte il Papa può evocare il dictum di Georges Braque: “L’arte è fatta per turbare” (troubler , in Le jour et la nuit, Cahiers, 1917-1952, Paris, Gallimard, 1952). Solo in questo orizzonte, sottolineo, poiché la formula più frequentemente suggerisce ai nostri contemporanei che “l’arte deve scomporre e rompere la forma, mostrificare per far vedere, per evitare la ‘distrazione’ dell’attenzione” (Jonathan Crary, Suspensions of Perception: Attention, Spectacle and Modern Culture, citato da Judit Török). Così trovo detto in apertura di un ciclo di mostre-provocazioni di pochi anni fa, che pretendono astutamente di far danzare la ricerca di verità, contro le ‘convenzioni’, sul confine della pornografia, dell’autoerotismo, dei travestimenti/mutazioni di identità, dell’estetica del nulla.
Per Benedetto invece, in questa pratica senza trascendenza del perturbante, coltivata ancora dalla critica militante sull’onda di rivolte filosofiche esauste, l’arte si vuole “abbagliante fino allo stordimento”, “imprigiona [gli uomini] in se stessi, e li rende ancora più schiavi, privi di speranza e di gioia”. Facilmente si potrebbe riconoscere il senso e il fallimento dell’installazione di Mark Wallinger, nella cripta del Duomo di Milano, a partire dalla presunzione-illusione dell’artista e dei suoi committenti di educare con una estetica del nulla la nostra attenzione all’Incarnazione.

2. Contro l’abitudine dell’artista e del pubblico a subire, assieme ai proclami di disalienazione, l’ideologia della cancellazione e la quotidianizzazione dell’abietto, e magari presso i teologi ad autenticarle evangelicamente, Benedetto XVI ripropone la via pulchritudinis, “una via della bellezza che costituisce al tempo stesso un percorso artistico, estetico, e un itinerario di fede, di ricerca teologica”. Una proposta anzitutto per gli artisti, che capiscono perfettamente cosa sia pulchritudo, anche se la rinnegano. La sua idea e la sua identificazione restano possibili, nonostante la rivoluzione concettualista, i suoi pervasivi depistaggi.
Il Papa fa perno su Gloria di Hans Urs von Balthasar: “[La Bellezza] ha preso congedo dal moderno mondo degli interessi, per abbandonarlo alla sua cupidità e alla sua tristezza. Essa è la Bellezza che non è più amata e custodita nemmeno dalla religione”. Nell’annunciare agli artisti ricchezza non surrogabile, e la necessità, del dialogo con la Rivelazione, troviamo dunque un invito a non avere paura. E la “paura” da superare non è quella per l’abisso della perdita, della delocazione, che anzi l’artista ama (dire di) mettere in scena; è, al contrario, la paura della Bellezza. “Non abbiate paura di confrontarvi con la sorgente prima e ultima della bellezza, di dialogare (...) con chi, come voi, si sente pellegrino nel mondo e nella storia verso la Bellezza infinita!”.
Mi sia permesso di dire così: questa realtà pellegrinante verso la Bellezza è la Città di Dio, che ha convocato molto presto gli artisti a sé, e che gli artisti hanno servito ed esaltato. La distanza, la marginalità, la lotta contro la Città di Dio, a servizio di altre Città o del solo artista, ha portato l’arte occidentale, oggi non ieri, a subire “la legge della formazione degli idoli”, secondo la formula di Hans Sedlmayr nel suo La rivoluzione dell’arte moderna (1955), in apparenza annientato dalle neo e post-avanguardie, tornato ad essere strumento necessario. L’arte si è piegata a più Idolbindungen prima deificandosi, poi, consapevole della impossibile autodeificazione, perdendosi, abolendosi. Ma finzione di onnipotenza, estetismo e “disperazione” (nel celebrare, anche solo manieristicamente, l’assenza di speranza, il negativo, la polvere, come teorizzano alcuni) restano visibili nel tentativo di uscire da sé. Anche quando l’arte si fa azione-lezione, opera-comportamento: tanto è evidente la sua inanità pratica e, ad un tempo, la sua condanna all’impermanenza come ‘opera’.
Il gioco disordinante e maligno del trickster (studiato da Arpad Szakolczai, in Sociology, Religion and Grace, e da Agnes Horvath) si nega alla grazia. L’artista “libero” dalla Bellezza è irretito da se stesso (il Gehlen di Quadri d’epoca). Il dis-ordine ferisce l’anthropos con un dardo mortale (Christopher Alexander, Nikos Salingaros).
La funzione perturbante apre illusoriamente al sacro; lo falsifica e infine lo allontana. Capitava di leggere in questi giorni un improbabile confronto tra Cormac Mc Carthy e la rock star Nick Cave narratori. “La scommessa mirabilmente vinta da Cave [nella Morte di Bunny Munro] consiste nello scavare a fondo dentro l’umanità degradata e terminale del protagonista, senza cercare facili riscatti [come quelli della Strada di Mc Carthy !] (...), sullo sfondo di un mondo marcato a fuoco dalle catastrofi quotidiane, popolato di assassini ecc.” (Il Manifesto, 19 novembre 2009). Tale compiaciuta stilizzazione della condizione umana secondo l’abiezione, il “quadro attualissimo dell’umana degenerazione” (come scrive un altro critico nella stessa pagina), che si opporrebbe ai “facili effetti” di un vero scrittore tragico come il Mc Carthy, è il prodotto onirico di un rifiuto della speranza e, anzitutto, della verità del mondo. Col supporto corruttore dell’intelligencija, che non sopporta alcuna presenza del retto Oltre, dei trascendentali (il Vero, il Bello, il Bene); essa gioca con piena coscienza, sguazza nella partita anticristiana dell’umano degrado e della sua paradossale assolutizzazione; e illude l’artista.

3. Si discute in queste settimane nella Roma cattolica sulla differenza tra arte convocata al dialogo e arte guidata ad edificare il tempio cristiano e decorarne le pareti. Fasi diverse, certo, ma una sola realtà; e sono lieto di concordare col Lucetta Scaraffia (Osservatore Romano, 22 novembre). La intercomunicazione tra arti e Città di Dio è certamente preliminare alla urgente ricerca di nuova e migliore arte sacra. Se le chiese hanno bisogno della visibile Bellezza, è altrettanto evidente – anche se non è stato così negli ultimi anni - che l’artista non può veicolare negli spazi sacri surrogati del divino, idoli del non-senso o simboli di “decostruzione” umana e cosmica, ossia il Brutto che si oppone alla pulchritudo.
Ma vi è un momento che precede, e che è più vasto delle ragioni immediate del dialogo e della collaborazione, fosse pure il grande progetto del padiglione del Vaticano alla Biennale: in Benedetto la convocazione degli artisti è anzitutto l’annuncio all’arte di una salvazione delle sue grandezze e miserie e dei suoi stessi dèmoni, nella loro ricomposizione sotto la volta (la “Bellezza infinita”) dell’ordine cristiano di senso. La oggettiva presenza della Santa Sede a Venezia prenderà significato, a mio avviso, se eviterà di confermare il rapporto chiesa-artisti a criterio variabile o senza criterio del passato recente, accogliendo invece artisti che non siano sacerdoti, fosse solo per allineamento alla maniera, e ai mercati artistici, del trash oggettuale e della cieca performance, senza trascendenza.
Le “contrade dell’a-significante, dell’a-soggettivo e del senza-viso” (Deleuze e Guattari) sono ancora le utopie giustificative, gli approdi promessi di molte arti. Non debbono più contare su una confusa indulgenza. Mancare di capacità critica non è conforme all’intelletto cristiano; al “noi abbiamo bisogno di voi” del messaggio del Concilio Vaticano agli artisti, ricordato dall’Osservatore Romano, sempre del 22 u.s) va articolato un coraggioso, certamente non meno vero, messaggio della Chiesa cattolica: “voi avete bisogno di noi” - portatori della fedele trasmissione della Rivelazione cristiana che i tagli di Fontana da soli, e per il solo fatto di essere spiragli, non lasceranno mai intravedere.

lunedì 23 novembre 2009

INTERVISTA A MIZAR E UN BREVE COMMENTO ALL'INCONTRO DI SABATO

Cari lettori,

qui sotto potete trovare una mia breve intervista rilasciata a TG2 Mizar. Certo non mi attendevo tanto onore, ma devo pubblicamente ringraziare Tommaso Ricci per aver voluto rivolgermi 10 domande sul perchè oggi si costruiscano così tante "chiese dell'orrore".


Poi una piccola postilla sull'incontro con gli artisti di sabato scorso. Il Santo Padre ha ritenuto opportuno circoscrivere l'incontro nell'ambito di una discussione fra arte "laica" e "mondana" e Chiesa. Insomma la prospettiva adottata è quella di un confronto con arte intesa come "comunicazione". D'altra parte il Pontefice ha sapientemente seguito l'impostazione data all'incontro da Mons. Ravasi cui probabilmente è sfuggita un'ottima occasione per il rilancio dell'arte sacra vera e propria. Ha fatto un po' tristezza vedere fra gli artisti in prima fila ad esempio un Raul Bova e l'iraniano con la sciarpetta verde in segno di protesta contro Ahmadinejad, ma c'est la vie... Per qualcuno andare dal Papa significa mettere in mostra se stesso.

D'altra parte non si poteva non notare l'assenza di due grandi compositori di musica sacra come Monsignor Bartolucci (già direttore grandioso del coro della Cappella Sistina) e Monsignor Miserachs Grau. Probabilmente la loro assenza è molto più significativa della presenza di tanti altri personaggi. Come è significativa l'assenza di Ennio Morricone e consorte e quella di Franco Zeffirelli. Per non parlare di Amii Stewart e di Patrizia Valduga. Davide Rondoni, critico nei confronti dell'incontro è stato retrocesso negli ultimi posti, quelli al di là del recinto della Sistina. Assente anche Laura Morante e Marco Bellocchio. Insomma giudicate voi.

Bene avrebbe fatto il Pontificio Consiglio per la Cultura a non coinvolgere il Santo Padre in questo "evento". Sarebbe stato straordinario ascoltare le sue autentiche parole in ben'altro contesto, un contesto più consono alla sensibilità di Benedetto XVI che, non a caso, al termine dell'incontro è andato via di corsa, verso impegni più importanti per la Chiesa, ovvero verso l'incontro con il primate anglicano per trattare la questione della Traditional Anglican Communion...

giovedì 19 novembre 2009

PROFEZIA

La significativa opera di uno dei partecipanti all'Incontro: Caspar Berger

di Francesco Colafemmina

Scorro la lista dei 250 invitati sabato prossimo all'incontro con il Papa, tra un cocktail a base di Martini e l'altro. La rileggo e resto sempre più convinto che dietro questo incontro si celi un'insidia molto pericolosa.
Buona parte degli invitati proviene da un mondo che è estraneo al Cattolicesimo. Sono personaggi mondani e perifierici, arroganti ed umili, noti e sconosciuti, confusi in una mischia piuttosto eterogenea. Il Papa, si dice, li catechizzerà. Ma non è così semplice. Lì infatti ci sono artisti cattolici mescolati ad artisti anticattolici e meramente atei. Il mix non potrebbe essere più esplosivo.

Allora veniamo alla mia profezia. Il Papa farà uno dei suoi discorsi magistrali. Lo scrive di suo pugno, dunque non potrà essere implicitamente gradito a molti dei presenti. Benedetto XVI ha espresso in più occasioni la sua "estetica cattolica". Una estetica tutta incentrata sull'evento cardine della nostra fede, l'Incarnazione, ed illuminata da passione, morte e resurrezione di Cristo. Senza tenere al centro queste Verità della fede, l'estetica crolla nel baratro del suo annullamento antropocentrico e si contorce in vane esibizioni narcisistiche di materia mortifera.
Così, a incontro terminato inizieremo a sentire le voci dei critici, dei dissidenti, degli insoddisfatti. E i media ci imbastiranno su la loro indignazione per l'arretratezza di un Pontefice che esalta la bellezza di Dio attraverso la bellezza dell'Arte (che concetti arretrati, no?).

Chissà cosa penseranno di ciò i vari Citto Maselli e Nanni Moretti, il primo dichiaratamente marxista, il secondo regista di un film che si chiamerà "Habemus Papam", storia di uno psicanalista (Nanni Moretti) che psicanalizzerà un Papa che non vuole accettare la sua elezione?

E cosa penseranno delle parole del Papa una Patrizia Valduga o una radical chic come Margaret Mazzantini (accompagnata dal marito Sergio Castellitto)? E ancora, cosa penseranno gli architetti atei o agnostici come i vari Chipperfield, Liebskind e la "cafonal" Zaha Hadid (guardare Dagospia per credere)? E che dire dell'architetto Gregotti? Il vergognoso artefice dello Zen 2 di Palermo? In questa intervista alle Iene ha avuto il coraggio di affermare che lo Zen è il miglior quartiere che si potesse realizzare a Palermo e all'intervistatore che gli chiede perchè non sia andato ad abitarci lui in mezzo a quei casermoni orrendi, risponde: "mica io sono un proletario!".

Questo genere di VIPs è francamente insopportabile! E' insopportabile l'arroganza elitaria e pseudo aristocratica, l'arroganza mondana e conformista che si insinuerà in Vaticano in occasione di questo incontro di sabato. Non sarà il tentativo di aprire la Chiesa ad un nuovo mecenatismo affaristico legato alla "bolla" dell'arte e dell'architettura contemporanea? Ne parlava il critico d'arte Philippe Daverio nella puntata di Passpartout che trovate linkata qui. Secondo Daverio la finanza mondiale è completamente saltata a causa di una enorme bolla speculativa partita dai mutui immobiliari, e ciò è da ricondursi anche alla volatilità e virtualità di una certa architettura contemporanea.

Forse, dietro questa connessione evidente tra arte e architettura contemporanea e speculazione finanziaria, ci sarà un progetto ambizioso. D'altronde, aggregare artisti come Kounellis e Pomodoro, quotatissimi e già piuttosto anziani, significa assicurarsi le rendite delle loro quotazioni post mortem. Idem dicasi per artisti italiani meno noti come Amodei e Alviani. O per lo stesso Anish Kapoor. Dispiace che non sia stato invitato Damien Hirst, quello che mette i buoi in formalina: le sue quotazioni quest'anno sono un po' calate, ma restano sempre altissime. Altro grande assente è Cattelan, quello che appendeva i manichini di bambini impiccati agli alberi e che espose qualche tempo fa un Giovanni Paolo II abbattuto da un meteorite...

Ad ogni modo consoliamoci guardando questa meravigliosa ultima puntata di Passepartout, nella quale Daverio sberleffa la noiosa stanchezza dell'arte contemporanea misoneista e passatista perchè ostinata a restare fissa sulle stesse eccentriche aberrazioni di trenta-quaranta anni fa.

Ma il Santo Padre non si farà certo strumentalizzare, allorchè egli ricorderà che la vera arte e la vera bellezza è quella che si sforza di entrare in contatto con Dio. L'arte che è esaltata da questi dotti ed autoreferenziali intellettualoidi è infatti misconosciuta dalla gente comune, ha un linguaggio esoterico ed incomprensibile ai più, dunque è statutariamente opposta al Cattolicesimo ed al senso comune.

Invece dunque di darsi al mecenatismo non sarebbe meglio che taluni personaggi di Chiesa pregassero per il Papa e si operassero per salvare le anime degli uomini, difendere gli oppressi, aiutare gli emarginati, venire incontro ai poveri, abbracciare i migranti che hanno perso tutto? Era proprio necessario organizzare gli happenings della Martini e Rossi?

Preghiamo intanto per il Papa, affinchè nessuno dei mondani partecipanti all'incontro del 21 Novembre, possa affermare alcunchè contro di lui, ma anzi, convertito possa davvero scoprire il senso di quell'arte che non è elitaria ma comunitaria, perchè di Cristo abbiamo tutti bisogno e perchè alla fin fine le opere d'arte sacra e le Chiese le paghiamo noi semplici fedeli.

P.S.: Una breve postilla a coloro che credono che questo incontro serva a convertire gli artisti contemporanei atei ed anticristiani. Dunque, all'incontro partecipano grandi artisti cattolici che fanno arte sacra nascosti in mezzo ad artisti noti ma non cattolici e che non sanno cosa sia l'arte sacra. Pertanto non lo si può connotare semplicemente come un incontro con gli "artisti". Mettere Mons. Bartolucci vicino ad Amii Stewart o Mons. Miserachs Grau affianco a Mite Balduzzi, significa fare soltanto un bel minestrone. Ad ogni modo Dio vede e provvede in ogni occasione. L'importante è che anche noi con la preghiera Gli diamo una mano!

martedì 17 novembre 2009

GHEDDAFI E LE 300 RAGAZZE BEDUINE: MALEDETTI GENITORI!


di Francesco Colafemmina


Ce lo dice lui sprofondato sui miliardi di gas e petrolio che noi iloti italiani paghiamo profumatamente per arricchire una misera congrega di gente affamata di potere. Gheddafi è un beduino, vive in tenda, magari mangia anche con le mani, oltre ad avere un nutritissimo harem.
E' la reincarnazione di quei volgari e rozzi sultani ottomani che nei loro serragli si dilettavano in mille passatempi opulenti e satrapici, per evitare che il tempo gli venisse a noia.

E' un esponente della subcultura petrolifera, di una cultura evidentemente inferiore e sgradevole, anzi di una non cultura, della cultura del nulla, della materialità santificata attraverso il potere. Una subcultura che nulla ha a che vedere con quella del suo popolo, con quella dei tanti semplici afflitti dalla sua tirannide plutocratica.

Ma questo genere di subcultura arabo islamica è vincente. Non va accusato di anticristianesimo il povero Gheddafi, se ci viene a raccontare che Cristo aveva un sosia crocifisso in Sua vece. Non va accusato di proselitismo islamico se raduna 300 sgualdrinelle per indrottinarle sull'Islam.

No, la colpa è nostra, è colpa della subcultura occidentale dominata da sesso, soldi e potere che ha già segnato la nostra fine. Se 300 ragazze italiane si vestono di tutto punto con tanto di tacchi a spillo ed abitini provocanti e si beano di partecipare ad un incontro con un tiranno depravato che le induce a convertirsi all'Islam, con chi dovremmo prendercela?
Mi domando come sia stato possibile che neppure una di queste papere di periferia abbia avuto il coraggio di gridare la propria indignazione dinanzi alla volgare offesa alla nostra fede ed alla nostra cultura, pronunciata dal proktostomo Gheddafi!
E al solo pensiero che neppure una di queste signorine si è indignata per una simile avventura a pagamento, mi vengono i brividi. Penso infatti alla depravazione morale, sociale, culturale che ormai imperversa.

Penso a questi maledetti genitori che non hanno lasciato proprio nulla ai propri figli se non la deregulation del libertinismo, l'ambizione al controllo del denaro e del potere. Forse finiremo per diventare simili agli abitanti di quei paesi dell'Est distrutti dal comunismo, prostrati al più rapace materialismo, dove ciascuno venderebbe la propria madre oltre al proprio pudore ed alla dignità, pur di raggranellare quattro denari.
E in questo caso la propria dignità queste 300 ragazze l'hanno scambiata per quanto? Per 50 euro! Cinquanta euro: tanto vale la propria fede, la propria cultura, la propria dignità di donne. Vale 50 euro sentirsi dire che l'Islam rispetta le donne quando è a tutti evidente che accade l'esatto contrario laddove le donne sono infibulate e impacchettate con i burqa.
Vale 50 euro sentire un pagliaccio vestito come un sosia degenere del Mago Otelma discettare di Cristo e del Cristianesimo!
Vale 50 euro farsi invitare a cambiare fede e convertisti all'Islam.
Vale 50 euro un'occasione per apparire, per poter raccontare "io c'ero", per farsi fotografare con il "glorioso corano" in bella mostra.

Questa Italietta mignottocratica (per usare la splendida espressione di Paolo Guzzanti) è ormai al capolinea. Ma è inutile indignarsi, prendersela con tizio e caio. Il problema è essenzialmente educativo ed identitario. Non sappiamo più chi siamo, non sappiamo da dove veniamo, sappiamo soltanto che per esistere dobbiamo apparire. E per apparire ogni occasione è buona, anzi sacrosanta! I genitori stessi hanno inculcato nelle proprie figlie che questo è il metodo più indolore e agevole per fare carriera. Magari gongolano perchè le proprie figlie hanno partecipato al raduno del cammelliere di Tripoli. E magari dicono alle proprie figlie: "convertiti, che te ne frega, tanto quello è miliardario, non ti far scappare un'occasione simile!".

A questo punto un consiglio alle 300 signorine e alle loro famiglie: convertitevi in massa all'Islam! Gente vigliacca, indegna ed impudica, incapace di difendere le proprie radici e di rispettare se stessa merita proprio di stare nel serraglio di qualche beduino sessuomane!

COSA E' MAI QUESTO VENTO DI PAZZIA...?


di Don Matteo De Meo

In una cultura come la nostra, dove incombe sempre più la convinzione che tutto è relativo; dove le certezze sono ritenute come pericolose intolleranze; dove il sentimento, l’istinto e l’assurdo sono preferiti alla ragione, la fede è vissuta come una convinzione personale da cui dipende o meno il fatto cristiano, e comunque rilegata nella sfera del privato e del soggettivo!
Si può ancora scendere in piazza, magari anche a difendere quei valori che appartengono alla storia e alla cultura cristiana ma senza che tutto questo sia generato da un’esperienza e da un giudizio; gli stessi valori “cristiani” diventano un fatto soggettivo, negoziabili e manipolabili! Ci si strappa le vesti per la rimozione del Crocifisso dai luoghi pubblici, e nello stesso tempo si è propensi per l’eutanasia, o per l’aborto... Si va a messa ma “..questo papa ci sta portando al fallimento...”....ecc...!
Un cristianesimo così è insufficiente a sostenere la vita!

Cosa sta avvenendo?

La fede non si fonda più su un “evento” ma su un “valore”. Il Vangelo stesso diventa un deposito “valoriale” delle parole di Gesù, per cui il rapporto con Lui è vissuto ultimamente come un rapporto “morale” e non reale. Questo sta ingenerando l’idea che l’essere cristiano si fondi su “un’etica o una morale (tra l’altro interpretabile e da adattare) e non su una Persona, su un avvenimento che da alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva” (cf. Benedetto XVI, Deus Caritas est, 1). Così la fede non è più il fondamento della vita ma un’aggiunta ad essa.

Si va ancora in chiesa, e magari ci si attiene ancora a delle regole, ma poi nella realtà ci si riferisce ad altri criteri che comunque non sorgono dall’esperienza di fede; l’evento cristiano non è vissuto come un metodo di conoscenza per cui si dubita che la fede possa essere una ipotesi esplicativa della realtà, ossia, non la si riconosce come una conoscenza vera, capace di dare una risposta ai tanti interrogativi che sorgono, in maniera più o meno drammatica, dal vissuto quotidiano (la vita e la morte, ma anche la salute e la malattia, il lavoro, l’amore, i figli, l’educazione, la politica, l’economia ecc...).

Si finisce per pensare-in maniera più o meno consapevole- che è la fede (la propria convinzione e il proprio ragionamento) che genera il fatto cristiano, il che equivale ad affermare che ultimamente il cristianesimo è un’opera umana; la sua efficacia o meno, dipende unicamente dall’agire dell’uomo, dal suo pensiero, dalla sua riflessione, dalla sua intelligenza ecc...
Per cui non è raro imbattersi con persone (cristiani impegnati, preti, vescovi e teologi di una certa fama) che continuano a sostenere che la Chiesa ha bisogno di un dolce rinnovamento, capace di trovare il favore del mondo; una sorta di metodologia dell’annuncio cristiano che miri ad una “pastorale” sempre più efficace per raggiungere il cuore dell’uomo. La verità che il mondo vuole sentirsi dire deve essere liberata da quella cerchia “dogmatica” in cui la Chiesa l’aveva rinchiusa e diventare “accessibile a tutti”, se si vuole essere ascoltati ed accolti in una “moderna” visione della realtà.

Qualche giorno fa mi è stato segnalato un libro che da mesi viene promosso ed esposto in bella vista dalla casa editrice “cattolica” delle Paoline. L’autore è Ignazio Marino, “Nelle tue mani. Medicina, fede, etica, diritti”, ed. Einaudi, con la prefazione “doc” di Carlo Maria Martini. Il noto e illuminato prelato introduce il lettore al contenuto del libro affermando: “...Dal libro traspare una umanità, una onestà nel considerare i singoli casi che spinge alla fiducia nel mettersi «nelle mani» di tanti servitori della vita...”.

Tutto lascia presagire un contenuto edificante e chiarificatore su alcune questioni che ci stanno particolarmente a cuore: “la vita, la morte, il dolore, la malattia...”. Ma chi sarà mai questo dott. Marino, così osannato ed elogiato da S. Eminenza ...? Il dott. Ignazio Marino, cattolico scout, si è formato presso la Facoltà di Medicina dell’Università Cattolica. Bene- diremmo- ha tutte le carte in regola per essere un buon cattolico, adulto e impegnato! Ma forse sfugge che l’Autore in questione è proprio quel senatore Marino che si schierò fra i più accaniti sostenitori dell’uccisione per fame, per sete e per legge della povera Eluana Englaro! Eh sì è proprio lui! Il senatore Marino, infatti, sta lottando strenuamente perchè si affermi un rispetto assoluto per la libertà e i diritti umani. I suoi principali obbiettivi per la campagna elettorale durante le primarie del partito democratico sono stati la cosiddetta “laicità dello Stato” e l’autodeterminazione nella sua proposta di legge sul testamento biologico. Le sue posizioni vennero ritenute estremiste addirittura per la sua coalizione di sinistra.

Una sorta di grottesco ottimismo continua ad essere annunciato negli areopaghi di questi cristiani “impegnati” e “adulti” che hanno smesso da tempo di guardare la verità dei fatti: ottimismo rispetto ai tempi, all’umanità in generale, al mondo dei non credenti e delle altre religioni, alla condizione interna della stessa Chiesa. Un cristianesimo “gaio” per cui l’essenziale è ottenere una verità condivisa, il dialogo a tutti i costi, una liturgia accessibile a tutti, una chiesa sempre più “umana”; anche se questo richiede subdoli compromessi tra la verità di Cristo e il sentire del mondo.

Un cristianesimo capito e accolto dal mondo, come annunciarlo? Come renderlo assimilabile e interessante di fronte alle sfide sempre più attraenti e interessanti della modernità? Domande che risuonano in continuazione dai pulpiti di molti cattolici, e dalle quali prende vita un cattolicesimo secolarizzato che trova plausi e consensi dappertutto, mentre la “sana dottrina non è più sopportata”:«non sopportando più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole» (II Tim. IV, 3, 4.)
Si è convinti della necessità di un cambiamento, o meglio di “adattamento” o “riconciliazione” con i tempi in tutto, nel parlare, nello scrivere e nel predicare una carità senza fede; il tutto con uno stile buonista, pacifista e ottimista, come ingredienti fondamentali per una fede adulta e aperta. Tutto questo dovrebbe portare una sorta di “primavera nella Chiesa e nel mondo”; un’era di pace e di fraternità degna di quei scenari romanzeschi, e in un certo qual modo sorprendentemente profetici, (sempre poco letti e conosciuti), che ritroviamo nel trionfo dell’umanitarismo del “padrone del mondo” di Benson, o nel verde e pacifista “anticristo” di Soloviev[1].
Dove ci ha portato questo fiume in piena del “cambiamento a tutti i costi”, di un certo “progressismo cattolico”, che da più di un trentennio irrompe all’interno della Chiesa stessa? Al risultato opposto: cattolici sempre più divisi, diffusione di dottrine eterodosse sostenute con forza e convinzione da tanti teologi, la divisione nel seno stesso della Chiesa, un indebolimento della fede cristiana.
E noi cosa possiamo fare?

Mi vengono in mente le parole di un grande scrittore e umorista, che molto fece discutere di sè, Giovannino Guareschi il quale fa dire al suo “Don Camillo”: “Signore, cos’è mai questo vento di pazzia? Cosa possiamo fare noi?”- e il Signore gli risponde: “...ciò che fa il contadino quando il fiume travolge gli argini e invade i campi...Bisogna salvare il seme: la fede”.
In un momento in cui una gran confusione, cioè l'incapacità di giudizio, sembra dilagare dappertutto urge tenere fisso lo sguardo su colui che unicamente può segnarci la strada e confermarci nella fede: “Tu es Petrus...Portae inferi non prevalebunt.”.

Don Matteo De Meo

[1] Cf. R. Benson, Il Padrone del mondo, Jaca Book, Milano 1987; V. Soloviev, I tre dialoghi e il racconto dell’Anticristo, Marietti, Milano 1975.

sabato 14 novembre 2009

INSIEME AL PAPA PER L'ARTE SACRA


di Francesco Colafemmina

E' stato reso noto lo scorso 4 Novembre, in occasione della festività di San Carlo Borromeo, un Appello al Santo Padre "per il ritorno a un'arte sacra autenticamente cattolica". L'appello lo si può scaricare dal sito appositamente creato http://appelloalpapa.blogspot.com/ dove è presente in varie lingue (italiano, inglese, francese, spagnolo, svedese). Per sottoscriverlo basta inviare una email all'indirizzo appelloalpapa@gmail.com. Attualmente più di mille fra illustri accademici, artisti, architetti, compositori, musicisti, sociologi e tanti semplici fedeli e religiosi lo hanno sottoscritto condividendone immediatamente i contenuti.

Dunque, un appello al Papa per l'arte sacra. Scandalo, meraviglia, sospetto, entusiasmo, indifferenza... quanti sentimenti contrastanti può suscitare un appello al Santo Padre!

Eppure è necessario fare dei distinguo e chiarire sin dall'inizio le ragioni di questo appello partendo da una considerazione: cui prodest? Si sarebbe tentati di rispondere: "nemini". Nessuno dei sottoscrittori ha infatti scopi occulti o manifesti per innalzare questa richiesta di ausilio a Sua Santità. Uomini e donne uniti da un'unica fede e dalla comune devozione a Papa Benedetto, hanno voluto radunare in questo appello alcuni principi più volte ribaditi da Pontefice, al fine di indirizzare anche il consenso di personalità laiche e cattoliche impegnate nella promozione di arte e architettura davvero sacre. Senza escludere, peraltro, tutti i fedeli, indipendentemente dai loro titoli e dalle loro professioni. Anzi, è proprio questa perfetta comunione fra laici e fedeli inseriti negli ambiti più disparati della nostra società a dare senso a questa iniziativa, ad identificarla realmente con una diffusa "cattolicità", universalità di uomini e donne di buona volontà riuniti da un unico e sincero interesse: difendere e diffondere l'arte e la bellezza che a Dio conduce.

L'Appello per l'arte sacra rappresenta inoltre una esperienza di profonda devozione a Sua Santità, al suo Magistero, all'insegnamento perenne che a noi cattolici, ma anche ai non credenti, egli impartisce sin da quando era Cardinale. In quasi ogni pagina si respira un'aria pienamente "benedettiana". Come dunque riassumere questa natura positiva e condivisibile dell'appello?

Personalmente la ridurrei ad alcuni elementi fondamentali tutti espressamente ratzingeriani.
Anzitutto si parte dall'Ermeneutica della Continuità. L'Appello si apre con una lunga citazione del "discorso agli artisti" di Papa Paolo VI. Questa citazione, nonostante permangano perplessità e spesso pregiudizi su Papa Montini, non solo assicura invece la precisa lungimiranza di quel Pontefice che già cinquant'anni fa aveva individuato le reali premesse per un'arte sacra cattolica; ma aggiunge un valore profondo all'Appello: lo identifica come un testo che non muove da premesse critiche o ostili all'operato della Chiesa Cattolica del Postconcilio.
Piuttosto, l'Appello è un inno alla comunione nel seno di quella Bellezza certa che è la Veritas di Cristo. Attorno alla Verità del Signore si delinea l'immagine bella del Suo volto. Perchè Egli è Veritas ma anche tomisticamente sintesi di Verbum et Imago. Dunque la Ragione creatrice che prende la forma, l'imago, dell'uomo, unica creatura fatta a immagine e somiglianza del Creatore.
Oggi la crisi silenziosa che sembra voler trascinare la Chiesa in uno scontro fra fazioni potrebbe invece risolversi anche a partire dal comune anelito dei Cristiani verso la Bellezza che è Dio - secondo San Dionigi Areopagita - e verso la Sua adorazione nello spazio sacro deputato alla liturgia.

Volendo, però, ritornare ai punti salienti dell'Appello, è fondamentale notare che in esso non si fa mai un riferimento univoco e sterile ad un "ritorno al passato". Come infatti l'età rinascimentale, ma prima ancora quella altomedievale, non studiavano la classicità con un intento passatista, ma con la specifica volontà di sintesi, di unione creativa di nuove forme espressive inserite nei canoni della tradizione, così anche oggi si può fare un'arte sacra che sia "tradizionale" senza essere "tradizionalista". Che guardi al passato non con la volontà di abitare in esso e trovarvi l'unica ispirazione, bensì con l'intento esplicito di riagganciarvi la storia del fare, del poiein, del creare attraverso l'arte (techne) e non semplicemente "per l'arte".
Se c'è uno strappo che bisogna ricucire non è infatti quello fra Chiesa e Mondo. Questo è perenne e permanente e guai se così non fosse. Bisogna invece ricucire lo strappo fra Chiesa e sua manifestazione concreta e materiale attraverso le sue forme di espressione e narrazione terrena.
Un tale strappo non è poi responsabilità della Chiesa tutta, bensì della disattenzione dei singoli, preti, vescovi o laici che siano. L'indifferenza di questi ultimi e troppo spesso la solitudine e l'improvvisazione degli altri hanno condotto alle terribili condizioni attuali: chiese che non sembrano più tali, canti liturgici che non si distinguono da canzonette di dubbio valore, Crocifissi deformi e sagome di Madonne semplicemente abbozzate.
Queste condizioni necessitano dell'accorata preoccupazione di tutti i fedeli cattolici ed appellarsi al Santo Padre non è quindi gesto di superba indicazione o di pessimistica critica. Al contrario: è un atto di grande amore per la Chiesa e per il Papa.

Se noi laici dimostriamo il nostro interesse comune per quei luoghi sacri che frequentiamo ed aiutiamo a realizzare per poter pregare il Signore e glorificarlo costantemente; e se lo facciamo unendoci, superando le divisioni e le barriere, ritrovandoci al cospetto di Sua Santità con filiale sottomissione, ma anche con le idee chiare e sincere, a chi avremo reso l'omaggio più bello dell'amore e della preghiera se non al Signore e al Suo Vicario sulla terra?
Ecco perchè al di là delle legittime personali perplessità o dei timori e tentennamenti tutti dobbiamo sentirci uniti in questo appello se ne condividiamo i contenuti. Se riteniamo che essi siano utili al bene della Chiesa tutta ed alla glorificazione del Signore.
Uniamoci così nella preghiera comune a Sua Santità e preghiamo la Vergine con i nostri rosari affinché la nostra comunione possa essere il più bel dono da rivolgere al Papa. Uniti nell'amore e nella sottomissione al nostro amorevole Pastore.

LA CROIX INTERVISTA MONS. RAVASI


di Francesco Colafemmina

Qui sotto troverete una intervista a Mons. Ravasi pubblicata ieri da La Croix sull'incontro del 21 Novembre. L'intervista è interessante perchè Ravasi, uomo di grande onestà intellettuale, esprime candidamente la sua idea di arte e di arte sacra.

Le premesse

Premessa fondamentale del discorso ravasiano sull'arte è l'assoluta "storicizzazione" dell'espressione artistica, secondo un processo tipicamente hegeliano. L'arte del passato appartiene al passato e così con l'arte di ogni epoca. Tutto è condizionato e limitato alle condizioni storiche e sociali che hanno partorito ogni specifica tipologia artistica. Ognuno di noi sa bene che così non è. Che un'arte vissuta a compartimenti stagni è pura creazione accademica. E inoltre ciascuno comprende perfettamente che questa visione "evoluzionistica" dell'arte parte dalla premessa della caducità e della morte di ogni espressione artistica proveniente dal passato o ispirata all'arte del passato (per passato intendendo anche gli albori del XX secolo).

Ulteriore premessa è questa fiducia totale nell'intellettualismo spiritualista degli artisti. Ovvero in quella opinione fallace in base alla quale tutti gli artisti sarebbero fruitori dello "spirito" (in senso chiaramente hegeliano) e quindi avrebbero la possibilità di accedere a brandelli di verità e di bellezza, insomma a brandelli di "senso". Perciò l'arte non ha bisogno di essere cristiana per essere "vera". E soprattutto non ha bisogno di esprimersi con un linguaggio che sia universalmente comprensibile.

Quindi, finale premessa, i linguaggi possono comunicare "spiritualità" indipendentemente dalla loro universalità. Ovvero l'arte contemporanea che non crea semplicemente un "messaggio" ma crea un nuovo linguaggio che finisce per predominare sul "messaggio" stesso, è per il fatto stesso di essere in grado di creare linguaggi nuovi un'arte dialettica. E dalla dialettica evolve lo spirito.

Gnosi anticristiana

Tutte queste premesse costituiscono il fulcro di un nuovo "manifesto artistico" della Chiesa, del quale Ravasi vorrebbe farsi promotore. Manifesto che dovrebbe escludere nominalmente "l'artigianato" e il "recupero di stili del passato". Su questo aspetto degli stili ci si potrebbe dilungare. Gli stili infatti sono caduchi, ma il linguaggio artistico, la sua sintassi e la sua grammatica precedono gli stili ed è proprio questa lingua con la sua sintassi e la sua grammatica che la Chiesa dovrebbe incentivare e difendere.
Tornando dunque a questo fulcro modernista possiamo leggere nell'intervista a Ravasi che gli artisti non hanno bisogno - per essere in armonia con la Chiesa - di farsi "catechisti". Come dire che la loro capacità di assorbire "lo spirito" li rende già per questo in armonia con la Chiesa.

Questa grave concezione spiritualista dell'arte, tra l'altro sempre in bilico sul baratro del nulla, della provocazione anticristiana, del riversamento in positivo di ciò che è sempre stato negativo per la Chiesa, è oltremodo esaltata da Mons. Ravasi.

C'è da dire, in conclusione, che chiunque lo leggerà non potrà notare con un certo "fastidio" il continuo ricorso al "borderline", insomma l'evocazione di temi, autori, posizioni, concezioni che sono in bilico fra gnosticismo ed esistenzialismo sartriano.

Il culturalismo radical-chic

Come riassumere questa intervista. Bene, io la definirei una intervista intrisa di culturalismo radical chic, di chi per essere contemporaneo ha bisogno di citare non il Vangelo e neppure i Padri della Chiesa, nè tantomeno autori o artisti cristiani, ma Chagall ed Henry Miller. Una intervista di chi vorrebbe "svecchiare" la Chiesa, farle superare l'ottusità retriva che sembra contraddistinguerla agli occhi del mondo, e trasformarla in una sorta di fucina di sperimentalismo artistico in grado di creare un "nuovo corso". Il tutto fa un po' tristezza, soprattutto al pensiero che questo "nuovo corso" potrebbe avere in Milano il suo centro fra qualche mese. Allora sì che Renzo Piano potrà trasformare piazza Duomo in un boschetto, magari pieno di installazioni di Jannis Kounellis, mentre nel futuristico arcivescovado si proietterà il nuovo film di Nanni Moretti che psicanalizza un Papa stanco di fare il Papa... Peccato però che lo stesso Mons. Ravasi ritenga opportuno farsi riprendere ogni domenica dalle telecamere di Canale 5, mentre seduto al centro di qualche chiesa settecentesca o davanti ad una pala d'altare del '500 tiene le sue lezioni sui testi sacri. Non sappiamo cosa penserebbero i telespettatori nel vederlo parlare davanti un'opera rigorosamente senza titolo di Kounellis o dentro un cubo di Botta... Ora però, godetevi l'intervista!


La Croix : Benedetto XVI ha dichiarato recentemente: « La bellezza deve essere in armonia con la verità e la bontà». Va forse contro corrente rispetto alla creazione artistica contemporanea?

Mgr Gianfranco Ravasi : Un grande artista americano mi diceva recentemente: « gli artisti contemporanei escludono due cose: la bellezza e il messaggio». E' questo orizzonte contemporaneo che vogliamo considerare, tale quale esso è. Su questo punto si può davvero parlare di divorzio con la Chiesa. Perchè l'arte contemporanea sembra per gran parte aver esplorato tutte le vie della decostruzione, del nichilismo, per portarci a constatare l'inconsistenza dell'essere, dimostrando che ormai più nulla vale qualcosa, giocando con la provocazione sull'assenza di senso nella nostra realtà. Ma di fronte a questo itinerario questa stessa arte si trova automaticamente sul punto di distruggersi, perchè l'obiettivo ultimo non può essere che il silenzio della morte, del suicidio.

Il quadro è così nero?

Dinanzi a questa situazione ci siamo interrogati. Constatiamo che il cinema per parte sua persiste a interrogarsi liberando un messaggio. Stanley Kubrick,anche se le sue ultime opere sembrano essere molto disperate, continua a raccontare a voler dire qualcosa. O ancora un Giuseppe Tornatore (Nuovo Cinema Paradiso) – senza dimenticare Buñuel, Bresson e altri. Allo stesso modo, il cineasta americano Bill Viola, che sarà presente nella Sistina, lavora sull'acqua come simbolo di purificazione, sulla luce come simbolo di trascendenza; si interessa alla morte, alla vita dopo la morte. Ognuno può esservi sensibile. Ci è dunque sembrato che fosse giunto il momento per una nuova proposta: impegnare gli artisti a riappropriarsi dei granti simboli, delle grandi narrazioni, dei grandi temi, delle grandi figure. Claudel vedeva nella Bibbia un "grande lessico" e Chagall ne parlava come di "un alfabeto tinto nella speranza nella quale gli artisti di tutti i tempi hanno intinto i loro pennelli". Così la Santa Sede inviterà degli artisti alla Biennale de Venise, proponendogli di lavorare sugli undici primi capitoli della Genesi, che portano in sè tutta la vita dell'umanità.

Inciterete gli artisti a farsi catechisti?

Niente affatto. L'artista non deve fare un'opera direttamente catechetica. L'estetica autentica, allorchè tocca i grandi temi, può interrogarsi ed interrogarci sul senso della vita, anche se non prende in conto il messaggio evangelico. Un'autentica estetica artistica, per sua natura, tocca l'etica. Henry Miller diceva: "L'arte non serve a niente, se non a spiegare il senso della vita". Forse successivamente raggiungeremo dei risultati nell'arte sacra, propriamente religiosa o liturgica, ma non è questo il nostro obiettivo primario. Sarà una tappa ulteriore che darà ragione a questo pensiero di Herman Hesse: "l'arte è mostrare Dio in tutte le cose".

Giovanni Paolo II evocava una "nuova alleanza" con la Chiesa? E' il vostro progetto?

Si. Noi crediamo alla possibilità di un incontro fra fede e arte, premesso che l'arte esca dalla sua impotenza provocatrice. Allo stesso modo la Chiesa non deve più tenere ad un recupero azzardato degli stili antichi e a produzioni artigianali prive di ambizione. Deve accettare il contronto con queste nuove grammatiche, con queste nuove modalità d'espressione. Questo dialogo sarà fecondo per la Chiesa.

Sarà una novità?

Niente affatto. Nel corso dei secoli la Chiesa ha sempre cercato di esprimersi attraverso nuovi linguaggi. Ai suoi tempi il canto polifonico è stata una vera rivoluzione. Allo stesso tempo la teologia cristiana si è sviluppata tenendo conto delle grandi tradizioni filosofiche pagane dei suoi tempi. Le nuove espressioni artistiche contemporanee devono così essere prese in considerazione per una nuova espressione del messaggio evangelico. Prendiamo ad esempo la musica contemporanea a partire dalla dodecafonia. Ella propone una nuova grammatica, una stilistica ardua che necessita di un autentico lavoro. Noi dobbiamo prenderla in considerazione.

Quale disciplina artistica le sembra oggi più adatta ad entrare in dialogo con la Chiesa?

Penso specialmente all'architettura. La maggiorparte dei grandi architetti ha già costruito una chiesa. Si può citare Renzo Piano (chiesa di Padre Pio a San Giovanni Rotondo), Richard Meyer (chiesa a Tor Tre Teste, vicino Roma), Massimiliano Fuksas (Foligno), Tadao Ando (che ha realizzato diverse chiese in Giappone), etc. E non dimentichiamo Le Corbusier con Ronchamp. Tutti si sono impegnati a modellare lo spazio nella sua nutidtà, giocando sulla sua luce, sull'intimità... Ma con una carenza: l'allontanamento delle altre espressioni artistiche. Perchè se una chiesa contemporanea presenta spesso un interno magnifico, si constata che l'architetto non è sempre preoccupato dell'oggetto del culto. E' così che si vedono altari, statue e mobilio molto disparati, isnufficentemente pensati per questo spazio che pure è magnifico. Mentre al contrario un Francesco Borromini, il rivale del Bernin qui a Roma, proponeva con le sue chiese un insieme coerente ed armonico. Ecco una sfida per l'oggi.

La Chiesa può accettare una parte di provocazione?

Si. Buñuel provoca pur senza essere blasfemo. Il limite è la provocazione del vuoto che ci blocca in un cerchio mortifero. Una tale provocazione è votata alla propria fine. Un'altra cosa è un grido o una protesta che possono essere stimolanti, fecondi. Rilegga Nietzsche!

Il vostro sentimento è condiviso dal Papa?

Quando gli ho proposto il principio di un tale incontro con gli artisti Benedetto XVI ha immediatamente accettato. Egli auspica un autentico dialogo. Sa che non siamo più i bambini dell'antichità classica, del classicismo. Noi non possiamo più ascoltare Stockhausen come si ascolta Mozart. Ciò ci richiede un lavoro. Il Papa è fondamentalmente curioso di tutti i tentativi per comprendere questo nuovo mondo. E' pronto ad essere sorpreso. Noi siamo all'inizio di un nuovo dialogo.

Perchè organizzare questo incontro in Cappella Sistina?

Anzitutto perché è lì che ebbe luogo, quarant'anni fa, il primo incontro fra Paolo VI e gli artisti: il suo discorso in quell'occasione è rimasto memorabile. In secondo luogo, la Sistina è forse il simbolo più forte dell'incontro fra arte e fede. Infine è il luogo per eccellenza nel quale la Chiesa si rigenera, perchè è lì che viene eletto il Santo Padre.

Frédéric MOUNIER, Roma

Se l'intervista non vi è piaciuta firmate l'appello a Sua Santità: www.appelloalpapa.blogspot.com

mercoledì 11 novembre 2009

DIFENDERE IL RICCO PATRIMONIO CULTURALE E RELIGIOSO DELL'EUROPA


Dalla catechesi odierna del Santo Padre:

"La riforma cluniacense ebbe effetti positivi non solo nella purificazione e nel risveglio della vita monastica, bensì anche nella vita della Chiesa universale. Infatti, l’aspirazione alla perfezione evangelica rappresentò uno stimolo a combattere due gravi mali che affliggevano la Chiesa di quel periodo: la simonia, cioè l’acquisizione di cariche pastorali dietro compenso, e l’immoralità del clero secolare. Gli abati di Cluny con la loro autorevolezza spirituale, i monaci cluniacensi che divennero Vescovi, alcuni di loro persino Papi, furono protagonisti di tale imponente azione di rinnovamento spirituale.

E i frutti non mancarono: il celibato dei sacerdoti tornò a essere stimato e vissuto, e nell’assunzione degli uffici ecclesiastici vennero introdotte procedure più trasparenti. Significativi pure i benefici apportati alla società dai monasteri ispirati alla riforma cluniacense. In un’epoca in cui solo le istituzioni ecclesiastiche provvedevano agli indigenti fu praticata con impegno la carità. In tutte le case, l’elemosiniere era tenuto a ospitare i viandanti e i pellegrini bisognosi, i preti e i religiosi in viaggio, e soprattutto i poveri che venivano a chiedere cibo e tetto per qualche giorno. Non meno importanti furono altre due istituzioni, tipiche della civiltà medioevale, promosse da Cluny: le cosiddette “tregue di Dio” e la “pace di Dio”.

In un’epoca fortemente segnata dalla violenza e dallo spirito di vendetta, con le “tregue di Dio” venivano assicurati lunghi periodi di non belligeranza, in occasione di determinate feste religiose e di alcuni giorni della settimana. Con “la pace di Dio” si chiedeva, sotto la pena di una censura canonica, di rispettare le persone inermi e i luoghi sacri.

Nella coscienza dei popoli dell’Europa si incrementava così quel processo di lunga gestazione, che avrebbe portato a riconoscere, in modo sempre più chiaro, due elementi fondamentali per la costruzione della società, e cioè il valore della persona umana e il bene primario della pace. Inoltre, come accadeva per le altre fondazioni monastiche, i monasteri cluniacensi disponevano di ampie proprietà che, messe diligentemente a frutto, contribuirono allo sviluppo dell’economia. Accanto al lavoro manuale, non mancarono neppure alcune tipiche attività culturali del monachesimo medioevale come le scuole per i bambini, l’allestimento delle biblioteche, gli scriptoria per la trascrizione dei libri.

In tal modo, mille anni fa, quando era in pieno svolgimento il processo di formazione dell’identità europea, l’esperienza cluniacense, diffusa in vaste regioni del continente europeo, ha apportato il suo contributo importante e prezioso. Ha richiamato il primato dei beni dello spirito; ha tenuto desta la tensione verso le cose di Dio, il primato di Dio; ha ispirato e favorito iniziative e istituzioni per la promozione dei valori umani; ha educato ad uno spirito di pace.

Cari fratelli e sorelle, preghiamo perché tutti coloro che hanno a cuore un autentico umanesimo e il futuro dell’Europa sappiano riscoprire, apprezzare e difendere il ricco patrimonio culturale e religioso di questi secoli. "


Anche per quest'ultima ragione è opportuno firmare l'Appello a Sua Santità, per far sentire la nostra umile vicinanza al Papa nella sua costante opera di richiamo alla difesa del "ricco patrimonio culturale e religioso" dell'Europa.

L'Appello nasce per questo, perchè i laici, cattolici e non, si uniscano al Papa, si stringano a lui come figli devoti. I figli chiedono umilmente protezione ai propri padri, e lo fanno perchè sanno già che il Padre li ama più di se stesso. Restiamo uniti, senza divisioni e distinguo, perchè è bello essere uniti a Pietro per glorificare il Signore ed esaltare la Bellezza che da Egli discende.

Inviate le vostre sottoscrizioni a appelloalpapa@gmail.com

venerdì 6 novembre 2009

L'ARTISTA CATTOLICO

El taller de San José - Opera del geniale artista spagnolo Arìstides Artal

di Francesco Colafemmina

C'era una volta un artista cattolico che viveva in una sperduta località della Spagna. In quel paesello sulla collina Miguel Encantado dipingeva continuamente opere sincere e splendide che rilucevano di una propria luce ed abbagliavano i fedeli della piccola chiesetta dedicata alla Madonna del Pilar, da lui affrescata nel corso di venti lunghi anni.

In una brumosa località della Renania viveva invece un mite organista cattolico, Hans Ritter. Smunto ed ossuto, il signor Hans si recava ogni sabato a provare la messa mattutina della domenica successiva. Suonava Frescobaldi e Bach, senza disdegnare Buxtheude ed Haendel.

L'artista romagnolo Cesare Michelotti invece, trascorreva le sue notti insonni a scolpire statue eteree e massicce, piene di linee schizzanti verso l'eterno e di forme che le ancoravano al sensibile. Amante di Canova e del Bernini i suoi angeli erano opere maestose, incarnazioni del sublime.

Nel centro storico di Licata abitava invece un anziano intagliatore, Calogero Cambiano. Le sue mani ruvide e nodose erano in grado di creare dei trionfi lingnei ineguagliabili. Sembrava un autentico ricamatore del legno, e mentre creava le sue opere per la cattedrale dei Santi Antonio e Vincenzo, pareva che le geometrie floreali, le superfici dorate dai riflessi cangianti, fossero già lì nel legno pronte ad esultare per la gloria di Dio.

Fra i campi di lavanda della Borgogna anche Philippe de Saint Michel lavorava nella sua bottega. Preparava le nuove vetrate policrome per l'abbazia di Saint Germain di Auxerre. In quella fumosa bottega avevano preso forma meravigliosi ricettacoli di luce, schermi capaci di trasferire la luce solare in un raggio di divina maestà.

Sono solo alcuni dei tanti, numerosissimi artisti cristiani sparsi per il mondo. Artisti umili, senza grandi nomi, capaci di vivere nell'ombra, lontani dalle cerimonie pompose e dagli happenings che sembrano andare tanto di moda negli ultimi anni.
Faticano a sbarcare il lunario, contrattano le proprie commesse risicate con parroci e vescovi che di arte non ci capiscono nulla e sono disposti a pagare di più un orrenda serie di stufe a funghetto da piazzare fra i banchi della loro fredda cattedrale, che l'opera del genio artistico da loro stessi commissionata.
Faticano a trovare un posto al sole, forse perchè non lo cercano. Sono artisti pronti a "servire" la loro Chiesa talvolta ingrata e sprezzante, senza attendersi un particolare riconoscimento che non sia quello di Dio.
Quando realizzano una loro opera e vanno dal parroco del paese a chiedergli di acquistarla, il parroco li maltratta, dice di non avere soldi, mentre in realtà ha appena sottoscritto un contratto per un nuovo auditorium nel quale ospitare il cineforum organizzato da un gruppo di arzille catechiste.
Altre volte fanno un dono al proprio Vescovo e dopo anni scoprono che è rimasto in uno scantinato, abbandonato. Mentre il vescovado trabocca delle luride opere di qualche artista contemporaneo strapagato ma incapace di esprimere alcun anelito artistico o spirituale.

Fermiamoci per un attimo e guardiamoli in volto questi artisti. Contempliamo i loro volti che molto spesso avremo visto nei nostri paesi e nelle nostre città, magari sbirciando in una oscura bottega, in un sottano polveroso, pensando che da quegli ambienti fosse impossibile trarre dei capolavori.
Guardiamoli e vedremo un riverbero di San Giuseppe, che non era certo il proprietario di un grande atelier, ma l'emblema dell'artigiano puro e semplice. Oggi l'artista è modaiolo, spesso è illetterato sotto il profilo della tecnica, ma il suo nome viene immediatamente legato all' "arte" perchè è a metà strada fra il fancazzismo e il libertinismo spirituale e materiale. Oppure soltanto perchè aderisce alle congreghe dei famosi, delle star... Ecco come si diventa artisti. Manovrati dai manager, dagli agenti, sponsorizzati qua e là pur di avere un ruolo importante indipendentemente da ciò che si va a realizzare.
Oggi che ci si appresta a celebrare in Vaticano l'Happening offerto dalla Martini e Rossi, happening nel quale l'udienza dal Papa sembra essere svilita ad un momento della gita culturale di questa scolaresca di nomi a la page, tutti gli artisti cattolici del mondo si sentono un po' rinnegati ed offesi. Trascurati in nome di coloro che fanno un'arte diversa e per nulla cristiana.
Trascurati in nome della moda e della notorietà.
Ma loro, i veri artisti che annaspano in mezzo alle difficoltà, continueranno a creare capolavori e meraviglie per la Gloria del Signore. Chi è se non proprio Lui che soffia in loro la forza di andare avanti, di dar vita a quell'armonia e quella perfezione che nel creato si sviluppano grazie all'opera creatrice di Dio?
Continueranno a farlo perchè forse, anche a differenza di taluni prelati, hanno ancora chiaro che l'arte non è mai alla moda, perchè essa non si rapporta alla caducità dell'uomo ma soltanto all'eternità del Signore.

giovedì 5 novembre 2009

NANI E BALLERINE AL COSPETTO DEL PAPA? COME SIAMO CADUTI IN BASSO!




Comunicato Asca - in rosso i miei commenti:



Da Antonello Venditti a Nanni Moretti (celebre per il suo rapporto anale con Isabella Ferrari nel film "Caos Calmo"), da Terence Hill (l'unico prete che porta la tonaca, anche se soltanto in una fiction) a Claudio Baglioni, da Andrea Bocelli a Angelo Branduardi, dai Pooh (cosa canteranno al Santo Padre? "Uomini soli"?) a Riccardo Cocciante (già sta approntando una edizione di Notre Dame de Paris da allestire in Cappella Sistina), da Susanna Tamaro (alla ricerca del suo pappagallo Luisito) Matteo Garrone e Paolo Sorrentino (manca però Saviano! Ditelo a Ravasi, non bastano il regista e l'attore principale, serve anche l'autore di Gomorra); e poi, dall'estero, Igor Mitoraj (che si è portato un pezzo di cuore di Padre Pio in una sua splendida teca argentata), Jannis Kounellis (che ha già ideato una installazione in Cappella Sistina: 300 cappotti rosso cardinalizio stesi per terra. Titolo dell'opera: senza titolo), Daniel Libeskind (esemplare pioniere della Deconstructivist Architecture), Santiago Calatrava (costruttore di ponti, stazioni ed hangar), Ami Stewart (già membro onorario dell'Anonima Alcolisti), Peter Greenaway (regista di film altamente cattolici ed educativi come 8 donne e 1/2). Sono solo alcuni nomi della lunga ed eclettica lista - che vede comunque una marcata prevalenza italiana - di artisti di ogni disciplina che incontreranno papa Benedetto XVI il prossimo 21 novembre nella Cappella Sistina. Un appuntamento fortemente voluto dal presidente del Pontificio consiglio della cultura, mons. Gianfranco Ravasi - che ha presentato oggi in Vaticano l'iniziativa - per riallacciare il dialogo tra la Chiesa cattolica e le personalita' piu' significative della musica, del cinema, della letteratura, della poesia, dell'architettura, della danza e della pittura e di ogni altra arte contemporanea. Tra i nomi che hanno raccolto l'invito del Vaticano ci sono anche Enrico Rava, Ennio Morricone, Pupi Avati, Laura Morante, Lino Banfi, Sergio Castellitto, Claudia Kohl, Valeria Golino, Liliana Cavani, Vincenzo Cerami, Monica Guerritore, Luca Ronconi, Franco Zeffirelli, Alfredo Chiappori, Arnaldo Pomodoro, Paolo Portoghesi, Alberto Arbasino, Alberto Bevilacqua, Ferdinando Camon, Piero Citati, Claudio Magris, Margaret Mazzantini, Susanna Tamaro e Alessandro Zaccuri...



Mi sono stancato di commentarli. Ad ogni modo è evidente che in Vaticano qualcuno ha gravi problemi di miopia. Ma mi trattengo. Mentre infatti l'arte e l'architettura sacra degenerano piombando nel baratro qui ci si intrattiene fra nani e ballerine... Complimenti! Tutto ciò è altamente cattolico!



Per favore, cari amici, sottoscriviamo l'Appello al Santo Padre, forse saremo meno famosi e luccicanti di questi signori, ma di sicuro non saremo meno cattolici di loro, se non altro perchè la maggiorparte di essa del Cristianesimo non sa neanche l'ABC. Forse Mons. Ravasi dovrebbe insegnarglielo... prima di organizzare questi happenings con tanto di udienza papale in Cappella Sistina e successivo rinfresco a base di Martini.



Sottoscrivete accedendo al sito http://www.appelloalpapa.blogspot.com/

COLLETTIVISMO LAICISTA E CACCIATA DEL CROCIFISSO


di Francesco Colafemmina

Il vero problema è la tolleranza. Mi accorgo in queste ore di discussioni e campagne pro e contro il crocifisso nelle scuole che tutte le argomentazioni partono dal presupposto della tolleranza e ad esso giungono quale esito naturale del confronto.

Il punto è: quale tolleranza?

Diciamo che c'è una casa, una grande casa nella quale abitano nove persone. Per tradizione familiare sono tutti cattolici in questa casa, dunque nella sala da pranzo, quella usata da tutti durante i pasti, è presente un bel crocifisso sulla parete. Un giorno arriva un ospite turco. Si trasferisce a vivere in quella casa. Che fanno allora gli altri? Eliminano il crocifisso per "rispetto" del turco? Meglio, la religione che essi professano è ridotta talmente ad accidente, a sovrastruttura della loro esistenza, da poter rinunciare alla sua espressione attraverso i segni esteriori?

Ecco il centro del problema: cosa muove degli uomini cristiani ad obliterare la propria fede per rispetto verso le altre? Li muove l'idea che la propria appartenenza religiosa manifesta possa "urtare" la sensibilità dell'altro e ghettizzarlo automaticamente.

Ma se eliminiamo i segni esteriori dell'appartenenza, perchè lo Stato è superiore a tutti gli umani accidenti, lo Stato che cos'è? E' un mero contenitore amorfo, neutra scatola nella quale vengono organizzate le nostre esistenze? Su cosa si fonda la comunione di una Nazione, prima del "senso dello Stato" in cui essa è irregimentata?

Si fonda su questi eterei concetti di tolleranza e rispetto reciproco, ovvero si fonda sul vuoto tra una persona e l'altra, non sui loro contenuti spirituali e culturali. Questo vuoto eretto a norma distintiva di uno "Stato" ci rimanda ad una visione "socialista" ad un progetto di popperiana "società chiusa" che tanto ricorda le elucubrazioni della Politeia platonica...

Perchè tutto ciò? Semplicemente perchè, si ritiene, l'affermazione identitaria è causa di scontro e di "intolleranza", dunque essa va evitata e cassata continuamente. Eppure per il tipico paradosso degli integralismi razionalisti, non ci si rende conto dell'impossibilità di cassare l'affermazione identitaria dell'uomo. Così si passa da una affermazione di tipo religioso ad un'altra di tipo laicista. E paradossalmente proprio laddove il laicismo vuole diffondere i suoi sani principi esercita una autentica coercizione, un atto di sincera intolleranza, una prepotenza ideologica pari a quella degli ottomani appena dopo il loro ingresso in Costantinopoli. Dunque lo scontro permane ma cambia forma, apparentemente in nome del "male minore".

Dunque ad un sistema vivente fondato su appartenenza e identità in relazione di mutuo rispetto, si sostituisce con la violenza un regime privo di vita fondato su indistinzione, neutralità e malintesa tolleranza. Che l'uomo sin dalla prima infanzia conosca la propria identità come elemento fondante della realtà è innegabile. L' "io" del bambino è espressione della sua stessa esistenza. Lo esprime bene anche Nostro Signore che non a caso dice "ama il prossimo tuo come te stesso", dando per certo che l'io e l'amore che lo circonfonde sono priorità in ogni uomo. Anche la poesia lirica lo dimostra: l' "egò eimi" di Archiloco è universalmente individuato come l'incipit della poesia intesa quale espressione creativa dell'individuo: "Io sono lo scudiero del signore Enialio e partecipe dell'amabile dono delle Muse"(fr.1 West). E la cultura occidentale si fonda su quella greco romana ed ha come impareggiabile capolavoro e tesoro di umanità i due poemi omerici, poemi che non parlano di smidollate tolleranze ed equilibrismi castratori, ma parlano di eroici furori, del clangore delle armi e degli agoni bellici fra individui alla ricerca dell'aristeia, del valore!

Insomma, tornando alle nostre miserie contemporanee, alla base di questa dimensione laicista vi è un profondo disprezzo per l'uomo, per la sua individualità, per la sua appartenenza culturale, per la sua storia, per la sua natura. C'è una visione dell'uomo quale pedina sociale, pecora nel gregge, formica nel formicaio, particella di una enorme massa indistinta.

Io preferisco non esser succube di questa cultura deforme e disumana. E pertanto mi domando ancora con indignazione come sia possibile che i crocifissi dalle nostre scuole siano cacciati da un giudice laicista di origini russe (Zagrebelsky), da un giudice turco (Karakas), da un'altro lituano (Jocenè) e da un serbo (Popovic), dato che gli ultimi tre non sanno cosa sia l'Europa ed il primo risulta difficile che sia super partes? E ancora mi domando come sia possibile che una tale sentenza sia emessa da un presidente di corte come la Tulkens, che è già a capo della massonica Lega dei Diritti Umani ?

So già che le mie domande resteranno senza risposta. Funziona così nella società socialistizzata della nuova Europa orwelliana, no?

mercoledì 4 novembre 2009

MA DI COSA CI LAMENTIAMO?


di Francesco Colafemmina

Può sembrare una provocazione anticristiana, una vergognosa offensiva del più becero laicismo europeo e massonico, eppure la sentenza della Corte Europea dei diritti umani di Strasburgo non è nient'altro che l'esito scontato di un vuoto legislativo italiano e dell'arrendevole silenzio che connota i governi delle ex nazioni cattoliche.

Come si può pensare che la presenza dei crocifissi nelle aule scolastiche possa essere legata a due Regi Decreti del 1924 e del 1928? Come è possibile far leva su queste norme che partivano dal presupposto che la religione cattolica fosse "religione di Stato"?

Chiunque dovrebbe concordare con i paludati giudici di Strasburgo che effettivamente e anche legalmente il cattolicesimo non è più la nostra "religione di Stato" e che lo stato è laico.

Detto ciò, pur nella profonda consapevolezza della potente iconoclastia di stampo massonico che si nasconde dietro la sentenza, bisognerebbe aiutare gli italiani ad aprire gli occhi e ad evitare di impegnarsi in crociate discutibili contro la Corte di Strasburgo. Piuttosto guardiamoci dentro e confessiamoci il nostro profondo e diffuso secolarismo, l'abbandono dirompente da parte della stessa Chiesa cattolica del segno della croce. Andiamo a San Giovanni Rotondo a trovare l'ammasso di ferraglia di Arnaldo Pomodoro, andiamo a Medjugorie a trovare un Cristo crocifisso ma senza la croce alle sue spalle (secondo una discutibile moda degli ultimi anni). Oppure vogliamo ricordare l'osceno crocifisso con le gambe aperte e l'anatomia sfigurata della croce astile di Papa Paolo VI (usata dai papi sino a due anni fa e finalmente abbandonata da Papa Benedetto)?
Domandiamoci quanto nelle nostre case trovino spazio i crocifissi, quanto nelle nostre coscienze...
E forse ci renderemo conto che il più delle volte i crocifissi ondeggiano fra i seni di qualche velina o sugli oleati pettorali di qualche idiota televisivo che sfoggia la sua effemminata abbronzatura.

Ecco a cosa abbiamo ridotto i crocifissi: ad oggetto d'arredamento corporeo, a ninnolo d'oro o d'argento non importa, ma sicuramente ormai senza alcun legame con quell'uomo Dio che sulla croce salva il mondo.

Da una tale sciatteria, da un tale disinteresse e da una simile insensibile indifferenza nasce la sentenza della Corte Europea. E nasce anche dal giusto rigetto delle astruse teorie del Governo Italiano, in base alle quali il crocifisso avrebbe anche "une signification éthique, compréhensible et appréciable indépendamment de l'adhésion à la tradition religieuse ou historique car elle évoque des principes pouvant être partagés en dehors de la foi chrétienne (non-violence, égale dignité de tous les être humains, justice et partage, primauté de l'individu sur le groupe et importance de sa liberté de choix, séparation du politique du religieux, amour du prochain allant jusqu'au pardon des ennemis)."

Ma da quando la croce è semplicemente "simbolo" di "non violenza, uguale dignità dell'uomo" o addirittura della "premazia dell'individuo sul gruppo e dell'importanza della sua libertà di scelta"? Cosa sono queste astruse giustificazioni di uno Stato che - indipendentemente dal colore di chi lo governa - vive sempre con un senso di disagio la propria identità religiosa ed ha bisogno di giustificazioni di quart'ordine per far permanere i crocifissi nei luoghi pubblici?

Il teorema del Governo Italiano era semplice: dimostrare che il Crocifisso ha un valore "storico" ed "etico" che lo rende compatibile con il laicismo e le altre religioni, senza impegnarsi nella proclamazione di una sorta di "supremazia" culturale del Cattolicesimo nel nostro Paese.

Purtroppo così non è. E non ci vuole molto per comprenderlo. O il crocifisso è segno vivente di Colui che per noi è morto e risorto oppure è un semplice pezzo di legno privo di significato. Cristo non era nè un grande iniziato nè un benefattore mondano, nè tantomeno un Gandhi palestinese di duemila anni fa. No, egli è il Figlio di Dio e come tale va adorato ed onorato. Il resto sono semplici chiacchiere di chi intende trasformarlo in simbologia mondana, emblema di un'umanità che non sa più guardare al divino.

Le stesse argomentazioni, peraltro, del debole e sconfitto senatore romano Simmaco allorchè si opponeva alla rimozione dell'Altare della Vittoria dalla Curia di Roma. Solo che almeno all'epoca i cristiani erano coerenti e non si riconoscevano in simboli umanitari e versatili di rappresentazione del divino, bensì credevano solo in Cristo, come lo stesso Sant'Ambrogio testimoniò nelle sue lettere all'imperatore Valentiniano II. Ciononostante oggi il Cristianesimo sembra essere vittima della medesima "intolleranza" che abbattè le vestigia del paganesimo. E come allora le statue pagane uscirono dai luoghi simbolo dell'Impero Romano perchè sopraffatte dalla luce raggiante del Cristianesimo, così oggi i crocifissi sono cacciati dai luoghi pubblici della nostra misera Italia in nome di un oscurantismo razionalista e posticciamente umanitario.
Un umanitarismo che è simile a quell' "ortodossia" di orwelliana memoria capace di riscrivere la storia dell'umanità in nome dell'interesse di un establishment svuotato della propria storica appartenenza e socialistizzato in nome della statolatria. Un socialismo reale applicato alla cultura ed alla religione, una iconoclastia drammaticamente miope ed insensata che rischia di sovvertire l'intero ordine culturale europeo in nome di una costante castrazione e negazione delle proprie radici e della propria appartenenza.

Purtroppo la Chiesa stessa è in parte complice di ciò. Non ha infatti concesso a tutti la salvezza che è "pro multis" e non ha accettato la "sussistenza" della Chiesa nel Cattolicesimo? Ma soprattutto non ha forse accettato la relativizzazione delle religioni nell'ambito del molteplice contesto umano e statuale della sua azione?

E allora di cosa ci lamentiamo?

SANCTE CAROLE BORROMEO ORA PRO NOBIS!


L'appello al Santo Padre per il ritorno a un'Arte sacra autenticamente cattolica è finalmente disponibile su http://www.appelloalpapa.blogspot.com/

Personalità di grande rilievo hanno dato vita ad un appello che costituisce un fondamentale punto di svolta nell'approccio ad arte e architettura sacre.

Preghiamo San Carlo Borromeo perchè questo splendido momento possa costituire una feconda aurora per il bene della Chiesa e per la Gloria del Signore.
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Gloriosissimo San Carlo,
modello a tutti preclaro di fede, di umiltà, di purità,
di costanza nel patire, di ogni più eletta virtù,
Voi che arricchito dall'Altissimo dei doni più eccelsi,
tutti li impiegaste nel promuovere la gloria di Dio e la salvezza delle anime
fino a restar vittima del vostro zelo, impetrateci dal Signore, vi supplichiamo,
la grazia di essere vostri imitatori, come voi lo foste di Gesù Cristo.
Otteneteci ancora, vi preghiamo, lo spirito di sacrificio,
lo zelo indefesso per il bene dei nostri fratelli,
la fedeltà a Dio, l'amore alla Chiesa,
la rassegnazione nelle avversità e la perseveranza nel bene.
E voi, Dio delle misericordie, e Padre di ogni consolazione,
che vedete i mali onde è afflitta la cristiana famiglia,
deh ! muovetevi a pietà di noi, soccorreteci e salvateci.
Non guardate, no, ai nostri meriti,
ma a quelli del vostro servo e nostro protettore San Carlo.
Esaudite le sue preghiere a favor nostro, ora che trionfa nei Cieli,
come esaudite quelle che vi innalzava pel suo popolo quaggiù sulla terra.
Così sia.

domenica 1 novembre 2009

IL PAPA CI SALVI DALLE BRUTTE CHIESE

Tratto da "Libero" del 1 Novembre 2009 - Consultabile anche qui

di Francesco Borgonovo

Quando a Foligno è stata inaugurata la chiesa a forma di cubo progettata da Massimiliano Fuksas, i cittadini umbri hanno tempestato il web di messaggi per protestare contro l’opera, da alcuni considerata tra gli edifici più brutti d’Italia.
Quel caso ha permesso che fra critici e architetti si aprisse un dibattito, di cui ha dato conto su queste pagine Caterina Maniaci qualche tempo fa. Ora la questione viene sollevata nientemeno che di fronte a Papa Benedetto XVI, tramite un appello che sarà reso pubblico il prossimo 4 novembre, in previsione dell’incontro con gli artisti provenienti da tutto il mondo che si terrà il 21 del mese.
Il documento sta ancora circolando fra gli esperti, ma finora pare abbia raccolto adesioni importanti. Per esempio quella dello scrittore Martin Mosebach, autore di Eresia dell’informe, del giornalista Sandro Magister, dell’architetto Ciro Lomonte, del filosofo Enrico Maria Redaelli. E ancora compaiono lo storico Paul Badde (corrispondente del giornale Die Welt), il filologo Francesco Colafemmina, il teologo Michele Loconsole e l’editore Manuel Grillo.
Strutture poco amate dai fedeli
Il fatto è che molte delle nuove chiese - come quella di Dio Padre Misericordioso nel quartiere di Tor Tre Teste a Roma, quella di San Giovanni Rotondo progettata da Renzo Piano o quella di Gesù Redentore a Modena ideata da Mauro Galantino - non spiccano per bellezza e, soprattutto, non sono amate dai fedeli.
«Vediamo crescere di giorno in giorno edifici sacri spogliati del sacro e costruiti senza alcuna cognizione della liturgia, ma modellati sul funzionalismo o sull’estro inconsulto e arbitrario dell’architetto creatore», recita l’appello. «Vediamo le nostre chiese pullulare di immagini e simbolismi più genericamente “religiosi”, ma che non illustrano alcuna realtà genuinamente cattolica». Secondo gli estensori, «l’arte e l’architettura sacre oggi non sembrano favorire l’incontro dolce e vivificante» con Dio, ma piuttosto «ostacolano e pervertono costantemente».
Di chi è la responsabilità se i credenti si devono raccogliere in edifici orrendi? Non solo degli architetti che li progettano, ma anche di chi commissiona le opere.
Ecco che, su questo punto, l’appello fa riferimento al Discorso intorno alle immagini sacre e profane del cardinal Gabriele Paleotti, risalente al 1582, secondo il quale «gli abusi non sono tanto da ascrivere agli errori che gli artisti commettono nel dar forma alle immagini, quanto piuttosto agli errori dei signori che le commissionano e che trascurano di commissionarle come si dovrebbe: essi sono le vere cause degli abusi, in quanto gli artisti non fanno che seguire le loro indicazioni».
Insomma, anche i committenti si fanno spesso incantare dalle sirene della moda, motivo per cui si affidano ad archistar come Massimiliano Fuksas o Renzo Piano, forse senza pensare che i trend passano, ma gli edifici restano.
«L’opera artistica e architettonica», scrivono Lomonte e gli altri, «a differenza della liturgia, permane anche dopo la conclusione della liturgia stessa. Essa ha perciò il compito aggiuntivo di essere eco della liturgia, una volta che questa sia terminata. Pertanto la decorazione della chiesa e la sua struttura architettonica debbono rivendicare una inalienabile funzione pedagogica e protrettica verso la fedeltà al messaggio evangelico e liturgico».
Il sito internet per le adesioni
Dunque basta con le chiese che assomigliano a capannoni o cubi di cemento, meglio qualcosa di più semplice, che però si adatti al ruolo che gli edifici sacri devono svolgere.
Il documento, come dicevamo, sarà disponibile online dal prossimo 4 novembre sul sito internet www.appelloalpapa.blogspot.com.
Per aderire, invece, basta scrivere una email all’indirizzo appelloalpapa@gmail.com. Chissà che Benedetto XVI non decida di prendere personalmente in mano la questione.


ARRIVA IL 4 NOVEMBRE!


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"L’arte è un tesoro di catechesi inesauribile, incredibile. Per noi è anche un dovere conoscerla e capirla bene. Non come fanno qualche volta gli storici dell’arte, che la interpretano solo formalmente, secondo la tecnica artistica. Dobbiamo piuttosto entrare nel contenuto e far rivivere il contenuto che ha ispirato questa grande arte. Mi sembra realmente un dovere — anche nella formazione dei futuri sacerdoti — conoscere questi tesori ed essere capaci di trasformare in catechesi viva quanto è presente in essi e parla oggi a noi."



(Benedetto XVI - Incontro del Santo Padre con i parroci e il clero della Diocesi di Roma - 22 Febbraio 2007)

giovedì 29 ottobre 2009

IPOCRISIA ARCHITETTONICA?

di Francesco Colafemmina

Ieri gli amici di Messainlatino.it hanno ripreso un articolo dell'architetto Paolo Portoghesi, tra i prescelti sommi artisti, architetti, musicanti e ballerini, che parteciperanno all'incontro con Sua Santità il prossimo 21 Novembre.

Vorremmo sommessamente far notare che quanto scritto da Portoghesi non si inquadra affatto nell'ambito dell' "autocritica" quanto piuttosto in quello dell'onnipresente ambiguità concettuale e pressappochismo teologico e spirituale.

In particolare mi riferisco al seguente passaggio che è profondamente "eretico" nella sua costituzione di una identità fra spazio esterno, profano e spazio sacro propriamente detto:

Accanto agli eccessi non sono certo mancati, negli ultimi cinquanta anni, esempi di notevole valore artistico e religioso, ma non è facile, nella pluralità e diversità delle esperienze, individuare una convergenza di indirizzi che possa preparare un rinnovamento non contraddittorio ma sostanziale, inaugurando nuove tipologie condivise, tali da poter finalmente realizzare l'indicazione conciliare che, a proposito del rinnovamento liturgico auspicava "nuove forme che scaturiscano organicamente, in qualche maniera, da quelle preesistenti". Alla opportunità di un bilancio che renda possibile una riflessione profonda e un orientamento condiviso spinge oggi l'alta approfondita riflessione che Benedetto XVI ha dedicato a questi temi in una serie di libri, a partire da il Popolo e casa di Dio in sant'Agostino (Milano, Jaca Book, 1978), a La festa delle fede (Milano, Jaca Book, 1984), dalle Cantate al Signore un canto nuovo (Milano, Jaca Book, 1996), all'Introduzione allo spirito della liturgia (Cinisello Balsamo, San Paolo, 2001).

Fondamentale l'apporto al confronto tra Chiesa spirituale e chiesa costruita e di conseguenza il chiarimento della differenza tra tempio pagano e chiesa cristiana. "Per la religione pagana - scrive il Papa - il rito visibile costituisce l'intero culto e anche la divinità cui è rivolto non vien concepita come una grandezza dell'al di là, la quale venga effigiata e rappresentata in forme visibili solo come indicazione. Questi dati visibili sono invece proprio il numen cui è diretta la venerazione e il quale si mostra così immediatamente raggiungibile. Con una parola, nel culto pagano (così come Agostino ha imparato a conoscerlo e lo ha inteso) non ci sono simboli, bensì solo realtà. In contrapposto, il culto cristiano, in quanto rito, è un espresso culto simbolico" (Popolo e casa di Dio in sant'Agostino, p. 249). La Chiesa è costruzione spirituale fatta, come scrive san Pietro, di pietre viventi che sono gli stessi fedeli, connessi alla pietra angolare rigettata che "è l'immagine di Colui che ha preso su di sé la sofferenza mortale dell'amore radicale e così è diventato spazio per noi tutti, pietra angolare, che dell'umanità dilacerata fa una dimora vivente, una nuova famiglia" (Cantate al Signore un canto nuovo, p. 199). Riconosciuta l'incolmabile distanza tra Chiesa e chiesa sarebbe giusto, si chiede Benedetto XVI, svalutare la chiesa come un involucro insignificante. "Non dobbiamo forse - scrive in occasione della celebrazione del primo millennio del Duomo di Magonza - anziché festeggiare ancora un edificio in pietra, avviarci audacemente e decisamente fuori dal passato impietrito e costruire la nuova comunità che venera Dio prendendosi cura radicalmente degli uomini? Non ha indicato giustamente la via da prendere quell'autore che ha volutamente intitolato un testo scolastico per l'insegnamento della religione La casa degli uomini, con l'intento di allontanare dalle case di Dio e condurre alla casa degli uomini, costruire la quale sarebbe l'autentico modo di seguire Gesù?" (Cantate al Signore un canto nuovo, p. 106). La risposta a questo interrogativo pone fine all'intento di svalutare l'involucro contrapponendo insensatamente la Chiesa vivente alla chiesa costruita. "Attraverso la passione dei suoi, Dio si costruisce la sua casa vivente e proprio così prende a suo servizio anche la pietra" (ivi, p. 109). La carne di Gesù è il tempio, la tenda, la Shekinah: la carne di Gesù è per Giovanni paradossalmente la verità e lo Spirito che subentrano al posto delle antiche costruzioni. Ma ora nella cristianità diventa viva l'idea che proprio l'incarnazione di Dio è la sua entrata nella materia, l'inizio del grande movimento per cui tutta la materia deve diventare vaso contenitore del Verbo. Ma anche la Parola deve conseguentemente dirsi nella materia, consegnarsi a essa, per poterla trasformare. Per questo sorge ora il piacere di rendere visibile la fede, di innalzare i suoi segni nel mondo della materia. A questo si collega il secondo motivo: l'idea della glorificazione; il tentativo di fare della terra una lode, fin nei suoi sassi, e così anticipare la venuta del mondo futuro. "Le costruzioni in cui la fede si esprime sono per così dire speranza resa presente e affermazione fiduciosa di ciò che essa può divenire già ora nel presente" (ivi, p. 110). Alla luce di questi insegnamenti è ancora possibile attribuire alla chiesa costruita il solo valore di un involucro neutrale? Agostino definisce l'edificio ecclesialemater ecclesia in quanto rappresenta il popolo di Dio, ne esprime l'identità e come luogo dell'azione liturgica è un appello ai cristiani a far accadere anche nella loro coscienza ciò che vedono e ascoltano nello spazio sacro. "Il tempio è innanzitutto il luogo dove abita Dio, lo spazio della sua presenza nel mondo. È perciò il luogo dell'adunanza, lo spazio in cui il patto di alleanza ha luogo sempre di nuovo. È il luogo dell'incontro di Dio con il suo popolo, il quale così ritrova se stesso. È il luogo da cui promana la parola di Dio, la sede visibile cui è orientato il modello della sua istruzione" (ivi, p. 200). Se le considerazioni qui riportate incoraggiano chi deve progettare una chiesa a impegnarsi in profondità a dar forma allo spazio ecclesiale che può e forse deve rispecchiare il senso e la vita della Chiesa spirituale e rafforzare nei fedeli la coesione e la speranza, "giacché la costruzione degli uomini mira alla durata, alla tranquillità, alla familiarità, alla libertà. È una dichiarazione di guerra contro la morte, contro la solitudine, contro la paura. Per questo la volontà di costruire degli uomini si adempie nella costruzione del tempio, in quella costruzione in cui si invita Dio a entrare" (ivi, p. 100). Altre considerazioni ancora più specifiche del Papa possono chiarire quanto di insoddisfacente è avvenuto negli ultimi decenni segnalando come obbiettive carenze alcuni orientamenti prevalsi sia nelle indicazioni dei liturgisti che nelle concrete operazioni progettuali degli architetti.

Tre in particolare queste carenze: la perdita della dimensione cosmica della liturgia, la perdita del suo carattere dinamico, la mancata accettazione della sfida imposta dalla dimensione epocale. La dimensione cosmica era la ragione profonda che suggeriva la preghiera rivolta verso Oriente, luogo di origine della Luce e simbolo del Cristo veniente. L'orientamento dei fedeli verso il sacerdote, non prescritto dal concilio, ma adottato poi come regola, se ha favorito l'auspicata actuosa partecipatio e la comprensione dell'evento liturgico ha però involontariamente messo in ombra che "Il vero spazio e la vera cornice della celebrazione eucaristica è tutto il cosmo" (La festa della fede, p. 112). Il rapporto di avvolgimento da parte dei fedeli nei confronti dell'altare e dell'ambone mettono sacerdote e comunità in un rapporto dialogico che esalta la dimensione comunitaria riferendosi all'interpretazione dell'Eucarestia come rievocazione dell'ultima cena. Una conseguenza negativa è stata però l'aver messo in ombra l'aspetto sacrificale del sacramento. "È troppo poco - scrive il Papa in La festa della fede (p. 120) - definire l'Eucarestia come banchetto della comunità. Essa ha costato la morte del Signore e solo perciò può essere il dono della Resurrezione". Saggiamente il rimedio a queste carenze non viene indicato in una ulteriore rivoluzione liturgica ma in una più consapevole interpretazione dei dettami del concilio al quale il Papa riconosce il merito di aver liberato la liturgia "dai veli in cui l'aveva avvolta la storia" così che "ci si è nuovamente presentata nella sua semplicità e grandezza".

A parte dunque l'evidente uso pro domo sua delle espressioni papali (sembrerebbe che Ratzinger voglia svalutare l'importanza degli edifici chiesastici perché semplici "involucri insignificanti") il punto è proprio quest'idea della liturgia cosmica intesa quale liturgia che deve rapportarsi con una nuova idea di spazio e dunque di spazio presumibilmente sacro. Ecco perché le chiese di Portoghesi hanno questa forma a stella conica, quasi un fascio di luce che dal fulcro centrale della terra si slancia verso l'alto. La casa del Signore è per lui un punto, un "simbolo", non una "realtà". Dove il rapporto fra simbolo e realtà non è più quello cristiano dove il simbolo è ciò che contiene il riverbero dello Spirito e lo conduce nella materia, ma un ritorno pagano alla gnosi nella quale il rapporto fra simbolo e realtà è tutto intramondano.

Il centro dello spazio chiesastico, ciò che lo rende spazio sacro per eccellenza è la presenza reale di Cristo nell'eucaristia. Questo aspetto è completamente obliterato da Portoghesi.

Diciamo piuttosto che spaventa sapere che l'architetto autore di obbrobri quale quello di Calcata, di cui già parlammo, ed autore della medaglia commemorativa dei 200 anni della Massoneria italiana, adesso sembri essersi convertito a posizioni più "tradizionali". I lupi che si travestono da agnelli mi hanno sempre fatto molta impressione, ma anche molta umana compassione...

mercoledì 28 ottobre 2009

IL DOSSIER GAGNON - SECONDA PUNTATA

Edouard Card. Gagnon 1918-2007

di Francesco Colafemmina

Ebbene, avevo chiaramente sospettato che Robert Moynihan, direttore di Inside the Vatican, fosse sulle tracce del famoso "dossier Gagnon", un vero e proprio resoconto dettagliato dei Massoni in Vaticano redatto nel da Mons. Gagnon, un uomo di grande virtù che sarebbe stato innalzato al cardinalato da Papa Wojtyla.

Ecco di seguito la seconda puntata del report di Moynihan, fresca di pubblicazione su The Moynihan Report:

"Guardi," dissi al Monsignore, "c'è un'altra cosa che vorrei domandarle..."

"Si?" disse.

Feci una pausa. "E' una questione delicata".

Il Monsignore mi guardò, in attesa che io parlassi.

"Bene, prima dovrei raccontarle riguardo a qualcosa che ho già fatto. Sono andato infatti a trovare il Cardinal Gagnon poche settimane prima della sua morte. Sono partito per Montreal e gli ho fatto visita..."

Il Monsignore era silenzioso. Mi sembrava di avere tutta la sua attenzione.

"Ed abbiamo avuto una breve conversazione, nonostante fosse molto indebolito. Durante la conversazione, gli ho posto una domanda riguardo alla sua delicata missione compiuta per Paolo VI in merito alla Curia..."

Il Monsignore mi interruppe. "E per Giovanni Paolo II, quando andò a visitare le comunità di Monsignor Lefebvre in Svizzera, Francia e altrove. So delle sue visite..."

"Bene," dissi, "non ero interessato a queste visite. Volevo piuttosto saperne di più riguardo alle sue investigazioni sulla Curia Romana negli anni '70, per Paolo VI."

"Si," disse guardingo il Monsignore. "Lui si occupò di queste indagini."

"Bene, ecco la questione," dissi, "quando domandai al Cardinal Gagnon riguardo queste investigazioni, mi disse che gli era stato ordinato di distruggere ogni copia del suo Report, e che lui aveva obbedito..." Il Monsignore restò in silenzio.

"Così lui distrusse tutte le copie," aggiunsi, "e non rimase neppure una copia."

"Ma poi gli chiesi se ci soffe ancora qualcun altro in vita che conoscesse il contenuto di quel report, qualcun altro con cui avrei potuto parlare, qualcuno che avesse lavorato al suo fianca... E lui annuì e mi fece un nome. All'inizio non riuscii ad udirlo, e lui disse il nome un'altra volta, ed era il suo nome, Monsignore." Il Monsignore si irrigidì e stava per dire qualcosa, ma non disse nulla. "Lui mi disse che lei lavorò con lui, e conosceva il contenuto del suo report. Perciò ho voluto chiederle, se non è legato dal segreto pontificio, se ci fosse qualcosa che lei mi possa dire su quel report."

"No," rispose. "Nulla. Riguardo al Report nulla. Io so che lui effettuò l'indagine, e scrisse il Report, ma non conosco il suo contenuto. Più tardi so che visitò le comunità di Lefebvre nel 1987. Conosco il report che scrisse in quell'occasione ma non l'altro". Fui sorpreso.

"Ma..." dissi "la prego di perdonarmi, ma non capisco. Sua Eminenza mi ha detto che lei ha lavorato con lui quando preparò il primo Report per Paolo VI negli anni '70".

"No," disse fermamente il Monsignore. "No, lei non ha udito correttamente il nome."

"Ma ne sono certo" insistetti. "Lui parlava del suo nome. Non mi sbaglio."

"No," disse il Monsignore. "Lei si è sbagliato o forse Sua Eminenza si sbagliò o commise un errore e confuse i due report. Io non ho lavorato con lui sulla prima indagine... Solo molti anni dopo..."

"Così lei non sa nulla sul contenuto di quel report?" Domandai.

Nell'estate del 2009, ho telefonato un'altra volta al Monsignore che mi aveva indicato il Cardinal Gagnon.
Durante una conversazione a vasto raggio, mi ripetè che non aveva nessuna conoscenza specifica del report perduto, e non aveva fornito alcun aiuto nella sua realizzazione, ma ora diceva di conoscere in generale il suo contenuto.

"Contenteva proposte per una riforma generale della Curia Romana. Le proposte ambivano a modernizzare, semplificare e razionalizzare le operazioni della Curia. Uno dei suggerimenti di Gagnon penso fosse che l'Osservatore Romano, che stava avendo cospicue perdite economiche, dovesse essere riorganizzato o chiuso. Un'altra era che anche la Radio Vaticana dovesse essere riorganizzata o chiusa. E inoltre proponeva una riforma generale dello IOR. Si trattava di una valutazione amministrativa."

"Ma si trattava, come molti hanno affermato, di una indagine sui possibili massoni in Vaticano?" domandai.

"No," rispose. "Potevano esserci dei massoni, naturalmente. Tutto è possibile. Ma non fu compilata alcuna lista. Il suo obiettivo era un altro. Suppongo che lei stia pensando a queste liste di "massoni in Vaticano" che furono pubblicate...

Lo interruppi. "Si, ricordo una lista con circa 120 nomi..."

"Si," disse. "Ebbene quelle liste sono certamente poco credibili. Anzi per nulla. Furono redatte per creare confusione nella Chiesa. Mescolano nomi di ogni genere. Dovremmo essere poco saggi per prenderle seriamente... e finiremmo per fare il gioco dei nemici della Chiesa. Dopo tutto, i nostri stessi peccati e debolezze sono i più grandi pericoli cui andiamo incontro: noi siamo a noi stssi i peggiori nemici! Questa è l'amara verità, ma conforta in un certo senso. Significa che la continua esistenza della Chiesa è il reale lavoro del Signore e dello Spirito Santo."

Così in questa conversazione appresi un po' di più sul contenuto del report Gagnon e compresi che ambiva ad una grande trasformazione dell'amministrazione della Banca Vaticana e ad una revisione della Curia Romana ed in particolare della Segreteria di Stato - fatti che non accaddero.

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A questo punto personalmente credo che la storia non sia finita qui e questo ritornello "curiale" in base al quale i "massoni in Vaticano" sarebbero una pura invenzione e prendere sul serio la cosa significherebbe "fare il gioco del nemico" siamo un po' stanchi di sentircelo ripetere.

Ecco di seguito la fonte più dettagliata sul dossier Gagnon. Si tratta del volume "scandalistico" di Mons. Marinelli di cui tempo fa si diceva in Vaticano che il 30% "può essere vero", ma il 70% "è verissimo". Mons. Marinelli dice sì che il dossier parlava di riorganizzazione della Curia, ma aggiunge che si trattava di una copertura. D'altronde quale ragione ci sarebbe stata non solo di distruggere tutte le copie del dossier, ma persino di rubarlo dal cassetto di una scrivania vaticana?

Pagg.57-59 Il dossier e il furto mirato

"Paolo VI, che non fece misteri sull'asfissia del fumo satanico al centro della Chiesa, ai primi del 1974 si vide costretto a formare una ristretta commissione con incarico di facciata volta a studiare la riorganizzazione amministrativa della Curia Romana; invece le affidava il mandato segreto di appurare che cosa di marcio bollisse in pentola.

A presidente di essa fu scelto un prelato canadese tanto genuino quanto retto e sincero, l'arcivescovo Edouard Gagnon, che a suo segretario scelse, o meglio gli affibbiarono, l'ungherese monsignor Istvan Mester, capo ufficio della Congregazione per il clero. Passarono per quasi tutti i dipartimenti di curia invitando gli impiegati ad esprimere liberamente il proprio punto di vista sui superiori e sull'andamento dell'ufficio.

Posti a loro agio, furono moti quelli che si aprirono a denunziare fatti e misfatti dell'ambiente. Il materiale raccolto fu interessante e rivoluzionario. Il presidente della commissione monsignor Gagnon stette per tre mesi impegnato a stendere la voluminosa relazione, che alla massoneria vaticana apparve subito scottante e pericolosa: si facevano i nomi e le attività occulte di certi personaggi di Curia. Occorreva inventarsi qualcosa perchè la relazione inquisitoria non arrivasse a Papa Montini, già non tanto bene in salute. Il tutto doveva essere eseguito nel più stretto riserbo. Si escogitò il piano e lo si pose in atto: "Nessun Dorma!"

Monsignor Gagnon, terminato in tutti i vari aspetti il duro lavoro d'insieme sul risultato conclusivo dell'inchiesta, domandò tramite la Segreteria di Stato d'essere ricevuto da Paolo VI per esporgli di persona e a voce le sue riflessioni in merito a certe devianze all'interno del Vaticano. I giorni passavano e la risposta non veniva. Finalmente gli comunicarono che, data l'estrema riservatezza della materia, era bene che lui, Gagnon, consegnasse l'intero dossier della relazione alla Congregazione per il clero, dove il segretario, monsignor Istvan Mester, avrebbe pensato a custodire il tutto in un robusto cassettone a doppia serratura nella stanza d'ufficio. Il bravo arcivescovo non seppe darsene una spiegazione, ma ubbidì agli ordini.

La mattina di lunedì 2 giugno 1974, Monsignor Mester, aperta la porta, s'accorge subito che nella sua stanza qualcosa non va: qualche foglio sparso per terra, ei libri fuori posto, dei fascicoli spostati. Poi constata che il grosso cassettone accanto alla scrivania ha le serrature scardinate: dal ripiano manca la serie dei dossier relativi all'inchiesta fatta da Gagnon. Due giorni a disposizione degli asportatori, pomeriggio di sabato 31 maggio e domenica 1 giugno, sufficienti per lavorare con calma e riservatezza sul trafugamento del dossier.

Tanto per cominciare, s'impone a tutti il segreto pontificio sull'accaduto: nessuno deve parlare. Poi, vengono doverosamente informati la Segreteria di Stato e il presidente Gagnon che, per niente sorpreso, promette d'essere in grado di stendere in breve tempo copia della relazione già redatta. Per tutta risposta intanto lo dispensano dal rifarla,se del caso gliela avrebbero chiesta in seguito. Lo stesso capi dell'ufficio di vigilanza, Camillo Cibin, viene incaricato di eseguire il sopralluogo, mettendo a verbale quanto rilevato nell'ispezione, inviandolo in Segreteria di Stato. Al Papa viene riferito del grave furto e che il dossier non è più reperibile. Sull'episodio, intanto, si sarebbe fatto scendere il silenzio più assoluto.

Ma la notizia sul furto comincia a circolare già nel primo pomeriggio di martedì 3 giugno: dei ladri avrebbero forzato una cassaforte, si accenna alla scomparsa di documenti su commissione. I giornalisti prendono atto con poca convinzione della smentita del portavoce della sala stampa vaticana, dottor Felice Alessandrini. Gli addetti al mestiere sanno che là, quando ci si affretta a dire di non essere a conoscenza di ciò che si asserisce, allora c'è sempre qualcosa sotto, di cui si è al corrente, allorquando la si smentisce. La si definisce restrizione mentale sulla verità che è diversa. Non essendo bugia, non è neanche peccatuccio.

La notizia si allarga a macchia d'olio, tanto che l'"Osservatore Romano", organo di stampa quasi ufficiale della Santa Sede, è invitato a dare informazione accomodante: "Si è trattato di un vero e proprio furto per sfregio. Ignoti ladri sono penetrati nell'ufficio di un prelato e hanno asportati alcuni dossier custoditi in un robusto cassettone a doppia serratura. Il furto è clamoroso". La loggia massonica conosce i mandati e i mandanti, che risultavano non del tutto ignoti a molti.

La situazione della Curia Romana all'epoca era molto tesa e la Commissione di Monsignor Gagnon non contribuì a rasserenare l'ambiente. Un capodicastero straniero mise con garbo alla porta i cinque membri di detta Commissione, mentre un altro Cardinale dichiarò la propria indisponibilità a permettere un'indagine del genere sul personale del suo dicastero. Dunque quel dossier doveva contenere evidentemente giudizi e apprezzamenti sul personale, i superiori e l'andamento di tutta la curia. Il furto, pertanto, era mirato.

Anche se non gli fu più richiesto, il prelato Gagnon approntò ugualmente un dossier simile al precedente; chiese di essere ricevuto in udienza privata dal Papa, che ancora una volta non gli fu accordata. Allora, pregò la Segreteria di Stato di inoltrare il dossier in tutta segretezza a Paolo VI, ma neanche quest'altro malloppo fu recapitato, perchè al Pontefice era stato riferito che i documenti asportati erano ormai irreperibili. La congiura di corte aveva deciso di lasciare il Papa all'oscuro degli intrallazzi di curia.

Monsignor Gagnon, vistosi così raggirato, considerò ormai terminata la sua missione di permanenza a Roma, si consigliò con persone sagge e rette e prese la radicale decisione di ritirarsi in Canada, dove aveva già maturata la sua pensione. Tornò in patria, consiederandosi un pensionato a tutti gli effetti. Ma Papa Wojtyla, venuto a conoscenza della rettitudine del personaggio, lo richiamò a Roma, facendolo cardinale, per avvalersi del suo consiglio sul dissodamento dell'ambiente vaticano, intriso - ahinoi - nel profondo di diossina satanica.

martedì 27 ottobre 2009

PRESENTAZIONE DEI VOLUMI DI AMERIO A ROMA


Le Edizioni Lindau presentano Iota unum Studio delle variazioni della Chiesa cattolica nel secolo XX (Iota unum) e Stat Veritas Seguito a « Iota unum » (Stat Veritas) di Romano Amerio

VENERDÌ 30 OTTOBRE

ORE 16,30PRESSO LA BIBLIOTECA ANGELICA

Roma, Piazza di Sant’Agostino, 8.

Lindau presenta i primi due volumi dell’Opera omnia di Romano Amerio pubblicati con la curatela e le postfazioni di Enrico Maria Radaelli

Interverranno

mons. prof. Antonio Livi
don Curzio Nitoglia

prof. Enrico Maria Radaelli

dott. Francesco Colafemmina

Moderatrice la dott.ssa Maria Guarini

ALLARME SCIENTOLOGY A MANOPPELLO


di Francesco Colafemmina

La pseudo chiesa di Scientology a Manoppello? Una nuova sede della setta di psicopatici vicino al Santuario del Volto Santo?
Non è la trama del nuovo romanzo di Dan Brown, ma quanto potrebbe accadere nella piccola località abruzzese nota per il velo miracoloso lì custodito, quel velo che il giornalista tedesco Paul Badde ha dimostrato essere l'autentico "velo della Veronica", originariamente custodito in San Pietro prima della realizzazione della nuova Basilica agli inizi del cinquecento.

Il Santo Padre Benedetto XVI è stato il primo Papa a recarsi in pellegrinaggio proprio a Manoppello nel settembre del 2006. Affermò il Papa in quella occasione: " 'Chi ha visto me ha visto il Padre'. Sì, cari fratelli e sorelle, per “vedere Dio” bisogna conoscere Cristo e lasciarsi plasmare dal suo Spirito che guida i credenti “alla verità tutta intera” (cfr Gv 16, 13). Chi incontra Gesù, chi si lascia da Lui attrarre ed è disposto a seguirlo sino al sacrificio della vita, sperimenta personalmente, come Egli ha fatto sulla croce, che solo il “chicco di grano” che cade nella terra e muore porta “molto frutto” (cfrGv 12,24). Questa è la via di Cristo, la via dell’amore totale che vince la morte: chi la percorre e “odia la sua vita in questo mondo, la conserva per la vita eterna” (Gv 12, 25)".

Ma ora cosa sta accadendo? A quanto pare qualcuno ha promesso di spendere forti somme di denaro per la realizzazione di un "ostello" nei pressi del Santuario. Con tutta probabilità si tratta di uno degli ostelli costruiti in giro per il mondo dalla cosiddetta Sea Org. La Sea Organization è una società fondata dal pazzoide creatore di Scientology, Ron Hubbard, con lo scopo di formare i ranghi più elevati di questa organizzazione. Infatti gli aderenti alla Sea Org. firmano un contratto con Scientology per la durata di 1 miliardo di anni... credono pertanto nella reincarnazione ed in un'altra serie di incredibili corbellerie galattiche.

Questi adepti della Sea Org. ricevono vitto ed alloggio in "ostelli" (hostels) e sono indotti a non fare figli, giacché la loro vita deve essere dedicata alla diffusione di Scientology, attraverso questa loro azione "laica". Le donne appartenenti alla Sea Org. vengono addirittura invogliate ad abortire: i figli costituiscono infatti un impedimento alla causa demenziale e diabolica della pseudo chiesa di Hubbard.

Ora chissà per quale diabolica ragione gli adepti di Scientology sarebbero approdati dinanzi al Santuario del Volto Santo, con le loro valigette piene di denari. Recentemente l'Espresso ha dedicato una illuminante inchiesta alle tecniche di infiltrazione dei membri di Scientology. Da quell'inchiesta emerge chiaramente che tali tecniche sono ben oleate dalla forza finanziaria della setta. Da notizie pervenuteci sembrerebbe che gli affiliati a Scientology delle Marche a causa di ostilità maturate in quella regione abbiano deciso di trasferirsi in Abruzzo, proprio a Manoppello, dove anticamente sorgeva un Santuario a San Michele. Preghiamo dunque il grande combattente di Satana affinché non si verifichi una tale sciagura. E ad ogni modo per scongiurare questa terribile eventualità anche con le nostre umane forze è opportuno inviare e-mails e messaggi di protesta al Comune di Manoppello. Qui sotto trovate i recapiti del Sindaco.


Dott . Gennaro Matarazzo
Sindaco
Comune di Manoppello
Via S. D'Acquisto, 1
65024 Manoppello (Pe)
Telefono 0039 - 85-8590003
Fax 0039 - 85-8590895
e-mail: comunemanoppello@tin.it

La notizia pubblicata in anteprima stamane sul sito Kath.net

lunedì 26 ottobre 2009

BASTA CON LE BANDIERE DELLA PACE IN CHIESA!


di Francesco Colafemmina

La potenza evocativa dei simboli è tale da renderne difficile la cancellazione dopo la loro introduzione nella quotidianità. Un esempio su tutti possiamo riscontrarlo nel caso della cosiddetta bandiera della "pace". Ancora ieri mi è capitato di vederla esposta in una splendida cattedrale del cinquecento.

Questa mefitica bandiera introdotta in Italia in occasione dello scoppio della guerra in Irak, dopo esser stata ritirata dalla maggior parte dei balconi italiani continua ad attecchire all'interno delle chiese cattoliche.

Cominciamo col dire che questa fantomatica bandiera è stata ufficialmente smascherata da un articolo molto dettagliato pubblicato nell'estate 2008 dall'Agenzia Fides (che - sia detto per inciso - ha subito dei devastanti cambi al vertice qualche settimana fa). Cosa si dice in quell'articolo? Anzitutto che la bandiera cosiddetta "della pace" è la bandiera ufficiale dell'orgoglio gay. Fu disegnata dall'artista gay Gilbert Baker nel 1978. Come ha recentemente affermato lo stesso Baker, la bandiera fu disegnata come simbolo di "liberazione" da "coloro che fanno i legislatori della morale". Questa bandiera fu realizzata in occasione dell'assassinio dell'attivista gay Harvey Milk il 27 novembre 1978. Da allora cominciò ad andare a ruba tanto da diventare un vero e proprio vessillo della lotta gay alla conquista della libertà dalla morale "omofobica".

Lo stesso Baker spiegò che i colori della bandiera andavano letti in questo modo: il rosa indica la sessualità, l'indaco l'armonia, il rosso indica la vita, l'arancio è la salute, il giallo ricorda il sole, il verde rappresenta la natura, il blu è l'arte e il viola lo spirito.

Ciò detto è altresì evidente che il tentativo di ricondurre la creazione di questa bandiera al fondatore gandhiano della marcia "per la fratellanza dei popoli" Perugia-Assisi, Aldo Capitini, è piuttosto fallimentare. Sia perché questa è una evidente manipolazione storica, sia perché il rainbow flag è una specifica "proprietà" della comunità gay internazionale.

Chi l'ha dunque introdotta in chiesa? Lo ha fatto padre Alex Zanotelli, l'attivista comboniano che nel 2002, alla vigilia della guerra in Irak, si fece promotore della diffusione di questa pseudo bandiera della pace. Dico pseudo perché non si tratta della bandiera della pace di Capitini, bensì molto più chiaramente della bandiera dell'orgoglio homosex.

Senza paura di essere definiti omofobi, ma nutrendo il più profondo rispetto per chi vive anche con difficoltà la condizione omosessuale, non possiamo negare che proprio a partire dal 2002-2003 in Italia la lobby omosessuale ha cominciato a bombardarci mediaticamente. Non c'era fiction o serial televisivo che non vedesse la partecipazione di un personaggio "diverso", la pressione sul governo perché fossero adottati provvedimenti in materia di "matrimonio gay" cresceva sempre più, fino a giungere nel 2004 alla redazione della proposta di legge sui cosiddetti PACS (un acronimo contenente un riferimento anche troppo esplicito alla "pace" delle fantomatiche bandiere). Proprio come fino a qualche settimana fa, quando per autorizzare "moralmente" la legge sull'omofobia, i giornali e soprattutto le televisioni ci bombardavano con notizie di agguati anti gay ed atti omofobici di varia natura (tutti fatti spiacevoli ed infami, ma sui quali mai si era vista una tale concentrazione di attenzione mediatica - dato che purtroppo non si tratta di casi sporadici). E' altamente probabile che la diffusione di quelle bandiere facesse parte di un preciso atto di indottrinamento simbolico. Rendere certi vessilli accettabili e positivi agli occhi del "popolo" significa disinnescare potenziali opposizioni e scavalcare i pregiudizi morali.

Quel progetto dei "PACS" naufragò nei "DICO". Da allora molte bandiere sono scomparse dai balconi italiani, ma i Comboniani non hanno arretrato di un passo. Le bandiere dell'orgoglio gay in chiave pacifista continuano ad insidiare le nostre chiese e a costituire un vero e proprio "arredo sacro" della Casa del Signore. Quousque tandem?

In conclusione vorrei parlarvi di un film. Un film che molto probabilmente è costato caro al suo creatore, Stanley Kubrick. Parlo del famosissimo "Eyes Wide Shut" (occhi spalancati chiusi).
Kubrick morì (pare per attacco cardiaco) guardacaso pochi giorni prima di terminare il montaggio dell'opera.
Ad ogni modo, credo che quel film rappresenti la summa poetica ma anche ideale di un uomo dotato di una intelligenza fuori dal comune. Non è un film interessato al sesso o alla sessualità, come hanno spesso voluto farci credere. Si tratta invece di una acuta lezione sull'esistenza e l'attività di talune sette. Nel film ricorre la parola "rainbow" (arcobaleno) per designare l'ingresso in un'altra dimensione "over the rainbow"...
A questa accezione profondamente esoterica ed anticristiana accennava anche l'articolo dettagliatissimo di Fides, legando la nascita della bandiera alle dottrine teosofiche di Mme Blavatsky.

Alla luce di tutto ciò non sarà dunque opportuno eliminare ogni residua bandiera della pace dalle nostre chiese, magari spiegando ai propri parroci le ragioni evidenti dell'incompatibilità di questo simbolo con il Segno di Cristo che è la Croce?

venerdì 23 ottobre 2009

UN SOLO GREGGE UN SOLO PASTORE

Riemenschneider Tilman - Altare dell'Ultima Cena - Rothenburg, Sankt Jakob (1499-1505)

Articolo pubblicato su Petrus - www.papaweb.it

di Francesco Colafemmina

La decisione del Santo Padre di accogliere nel seno della Chiesa Cattolica alcuni gruppi di anglicani dissidenti rispetto a talune scelte della comunione anglicana (sacerdozio femminile e omosessuale), può essere letta seguendo un duplice registro.

Il giorno seguente la comunicazione ai media di questo storico evento, i giornali si dividono fra una lettura "ecumenica" ed un'altra più "tradizionale" o addirittura "tradizionalista". Da un lato, si dice, il Papa ha voluto accogliere questi anglicani "senza patria", ormai orfani della loro Comunione ed in aperto contrasto con essa a causa delle sue terribili aperture mondane. E lo avrebbe fatto non solo dando ascolto alle richieste del suddetto gruppo di anglicani (vescovi, ministri e fedeli), ma anche facendo seguito ai dialoghi ecumenici con la Comunione Anglicana per un progressivo riavvicinamento.

Dall'altro lato, invece, questo atto benevolo e paterno di Sua Santità è interpretato come un mezzo per unire la Chiesa Cattolica attorno alla "tradizione", integrando così "selettivamente" gruppi quali la FSSPX o la TAC (Traditional Anglican Communion), soltanto mirando al loro rispetto per la tradizione.

A questo punto bisognerebbe guardare ad una terza via: il Papa riconduce alla comunione con Roma quei gruppi di cristiani che riconoscono il primato petrino e credono fermamente nei dogmi e nel magistero della Chiesa Cattolica. Cosa c'è di più semplice?

Nonostante la retorica ecumenicistica e le vacue panzane dialogiche, è infatti evidente che il Santo Padre persegue quanto già espresso chiaramente durante la sua meravigliosa Omelia del 24 Aprile 2005, quando iniziava il ministero petrino:

"Vorrei qui rilevare ancora una cosa: sia nell’immagine del pastore che in quella del pescatore emerge in modo molto esplicito la chiamata all’unità. “Ho ancora altre pecore, che non sono di questo ovile; anch’esse io devo condurre ed ascolteranno la mia voce e diverranno un solo gregge e un solo pastore” (Gv 10, 16), dice Gesù al termine del discorso del buon pastore. E il racconto dei 153 grossi pesci termina con la gioiosa constatazione: “sebbene fossero così tanti, la rete non si strappò” (Gv 21, 11). Ahimè, amato Signore, essa ora si è strappata! vorremmo dire addolorati. Ma no – non dobbiamo essere tristi! Rallegriamoci per la tua promessa, che non delude, e facciamo tutto il possibile per percorrere la via verso l’unità, che tu hai promesso. Facciamo memoria di essa nella preghiera al Signore, come mendicanti: sì, Signore, ricordati di quanto hai promesso. Fa’ che siamo un solo pastore ed un solo gregge! Non permettere che la tua rete si strappi ed aiutaci ad essere servitori dell’unità!".

L'unità è però evidentemente intesa in un senso che sfugge ai commentatori e spesso agli stessi fedeli. Rileggiamo quanto affermava il Card. Ratzinger nel lontano 1986:

"Subito dopo l'attenuarsi del primo slancio conciliare, era affiorato il contromodello dell'ecumenismo «di base», il quale mirava a far sorgere l'unità «dal basso» se non era possibile farla discendere dall' alto. In questa concezione è giusto che l' «autorità» nella Chiesa non può realizzare nulla che non sia prima maturato nella vita della Chiesa, quanto a intelligenza ed esperienza di fede. Dove, però, non si faceva riferimento a questa maturazione, ma si andava affermando una divisione della Chiesa in «chiesa di base» e in «chiesa ministeriale», non poteva certo emergere una nuova unità di qualche rilievo. Un ecumenismo di base di questo genere crea alla fine soltanto dei gruppuscoli, i quali dividono le comunità, e tra loro stessi non realizzano un'unità più profonda, nonostante una propaganda comune di ampiezza mondiale. Per un certo lasso di tempo parve che le tradizionali divisioni delle chiese sarebbero state superate mediante una divisione nuova e che si sarebbero in futuro trovati contrapposti, da una parte dei cristiani «impegnati» in senso progressista e, dall'altra, dei cristiani «tradizionalisti», che avrebbero ambedue fatto adepti nelle diverse chiese finora esistenti. In tale ottica nacque allora il proposito di omettere del tutto dall'ecumenismo le «autorità», perché un eventuale accostamento o perfino unione su questo piano non avrebbe che rafforzato l'ala tradizionalista della cristianità e si sarebbe impedita la formazione di un cristianesimo nuovo e progressista.
Simili idee oggi non sono ancora del tutto spente, ma sembra tuttavia che il tempo della fioritura sia ormai alle spalle. Un'esistenza cristiana, che si definisce quanto all'essenza secondo i criteri dell' «engagement», è troppo labile nei suoi confini per poter alla lunga creare unità e generare solidità in una vita cristiana comune. Le persone perseverano nella chiesa non perché vi trovano feste comunitarie e gruppi di azione, bensì perché sperano di trovarvi le risposte a domande vitali indispensabili.Tali risposte non sono state escogitate dai parroci o da altre autorità, ma vengono da un'autorità più grande e sono fedelmente mediate e amministrate, semmai, dai parroci. Gli uomini soffrono anche oggi, forse ancora più di prima; non basta ad essi la risposta che viene dalla testa del parroco o da qualche «gruppo attivistico». La religione penetra oggi come sempre in profondità nella vita degli uomini per attingervi un punto di assoluto e, a tanto, serve solo una risposta che viene dall' assoluto. Là dove i parroci o i vescovi non appaiono più come i mediatori di quanto è assoluto anche per essi, ma hanno solamente da offrire le loro proprie azioni, è allora che diventano una «chiesa ministeriale» e, come tali, superflui."

E aggiungeva:

"Ma, stando così le cose, che cosa dobbiamo fare? In vista di una risposta mi è assai di aiuto la formula che Oscar Cullmann ha coniato per tutta la discussione: unità attraverso pluralità, attraverso diversità. Certamente la spaccatura è dal male, specie quando porta all'inimicizia e all'impoverimento della testimonianza cristiana. Ma se a questa spaccatura viene a poco a poco sottratto il veleno dell'ostilità e se, nell'accoglimento reciproco della diversità, non c'è più riduzionismo, bensì ricchezza nuova di ascolto e di comprensione, allora la spaccatura può diventare nel trapasso una felix culpa, anche prima che sia del tutto guarita. "

Questa "diversità nell'unità" affermata dal Cardinal Ratzinger non è tuttavia una sorta di "relativismo" interno all'unità ecclesiale, perchè si rapporta al contrario con l'unica Verità che è Cristo. Il Santo Padre allo stesso modo intende dimostrarci che il reintegro della comunità lefebvriana, come quello della comunione anglicana tradizionale sono evidenti gesti che tendono ad armonizzare ed arricchire la Chiesa alla luce della Verità di Cristo. Riunire le membra del Corpo Mistico, significa glorificare Cristo e procedere in armonia verso di Lui.
D'altra parte questa idea di ecumenismo cattolico, inteso quale ritorno alla Verità, quale accoglienza positiva e gioiosa (ricordate le parole dell'Omelia succitata!) delle pecorelle smarrite, non può non accadere grazie al Vicario di Cristo ed alla sua amorevole azione riconciliatrice, al suo ministero di unione paterna del popolo di Dio.

Svaniscono dunque decenni di tronfia ed insulsa retorica ecumenicistica, fatta di parole, abbracci, concelebrazioni, fondata sulle buone intenzioni ma raramente su saldi ed autentici principi. Svaniscono semplicemente perchè costantemente vissuti quali tentativi di minimizzazione e negazione delle differenze e delle divisioni che tuttora sussistono, come se snaturando la propria identità fosse più semplice il dialogo e la ricerca di unità.
No. L'unita è appunto frutto di una ricerca, di un percorso comunitario di necessario e volontario ritorno all'unità. E quell'unità non può che consistere nella stessa Chiesa Cattolica e Pietro. Non è la Chiesa Cattolica ad aver negato l'unità di Anglicani, Lefebvriani e Protestanti. La Chiesa Cattolica è stato il seno da cui sono emerse realtà scismatiche o più semplicemente nel caso della Fraternità San Pio X, realtà fedeli a Pietro che hanno però leso l'unità ponendo in essere l'atto scismatico dell'ordinazione episcopale senza mandato pontificio.

Come dichiarava nel 2006 l'Arcivescovo John Hepworth della Traditional Anglican Communion, a proposito dell'ordinazione di donne sacerdoti: "nello stesso momento le grandi dottrine della Creazione, Incarnazione e Redenzione sono negate. La vita sacramentale della Chiesa, attraverso la quale Gesù porta la grazia salvatrice della redenzione di ciascuno di noi, diventa oggetto di sospetto ed incertezza. Mettere una donna sacerdote in una diocesi è sempre una "rottura della comunione", perchè rende l'atto autentico della comunione impossibile". Se dunque sono queste le ragioni "essenziali" del ritorno al Cattolicesimo della comunione anglicana tradizionale, come si può continuare a parlare di un vago "ecumenismo" decontestualizzato ed imcomprensibile? Come si può affermare che i fedeli della TAC sarebbero semplicemente dei "fuori posto" nell'anglicanesimo e pertanto li si stipa oggi nelle fila dei cattolici, quasi come accadeva alle popolazioni balcaniche quando agli inizi del secolo scorso gruppi etnici venivano scambiati fra una nazione e l'altra di quella tormentata regione?

La realtà è invece un'altra. La Traditional Anglican Communion ha serenamente e coerentemente basato il suo avvicinamento a Pietro ed alla Chiesa Cattolica sui fondamenti della Dichiarazione di Saint Louis del 1977: fedeltà ai dogmi, fedeltà alla morale, fedeltà alla tradizione. Principi che già furono ribaditi quali cardini di un percorso ecumenico da Papa Paolo VI e dal Primate Anglicano Ramsey nel 1966: "Quam mutuam necessitudinem fovere ac provehere volentes, proponunt, ut inter Ecclesiam Catholicam Romanam et Communionem Anglicanam sedulo instituantur colloquia, quorum veluti fundamenta sint Evangelium et antiquae Traditiones utrisque communes, quaeque ad illam unitatem pro qua Christus oravit, in veritate perducant."

Diceva quindi la loro dichiarazione congiunta: "siano considerati quali fondamenti dei colloqui fra Chiesa Cattolica Romana e Comunione Anglicana il Vangelo e le antiche Tradizioni (con la T maiuscola) ad entrambe comuni, perchè conducano nella verità a quella unità per la quale Cristo pregava".

Oggi però si adempie non solo la preghiera del Signore, ma anche il paterno e benevolo auspicio del grande Papa Leone XIII! Infatti fu egli nella Bolla Apostolicae Curae nell'anno 1896 ad affermare, dopo aver dichiarato invalide le ordinazioni compiute con il rito anglicano, quanto segue:

"Rimane questo: con lo stesso nome e con lo stesso animo del "grande pastore" con cui ci siamo adoperati per dimostrare la verità assoluta di una realtà così importante, vogliamo dare coraggio a coloro che con volontà sincera desiderano e ricercano i benefici degli ordini e della gerarchia. Forse fino ad ora, pur ricercando l'ardore della cristiana virtù, riflettendo più devotamente sulle divine Scritture, raddoppiando le pie preghiere, si sono tuttavia arrestati, incerti e inquieti, di fronte alla voce di Cristo che già da tempo esorta interiormente. Vedono già esattamente che Colui che è buono li invita e li vuole. Se ritornano al suo unico ovile conseguiranno veramente sia i benefici richiesti, sia i rimedi della salvezza che ne conseguono, e di cui egli stesso ha fatto ministra la chiesa, quasi custode perpetua e amministratrice della sua redenzione fra le genti. Allora veramente "attingeranno l'acqua con gioia dalle fonti del Salvatore", i suoi meravigliosi sacramenti; da questi le anime fedeli, rimessi veramente i peccati, sono restituite all'amicizia di Dio, sono nutrite e rafforzate con il pane celeste, e con gli aiuti più grandi pervengono al raggiungimento della vita eterna. Assetati realmente di tali beni, "il Dio della pace, il Dio di ogni consolazione", voglia benigno con questi ricolmarli e appagarli. Vogliamo poi che la Nostra esortazione e i Nostri desideri riguardino soprattutto coloro che sono considerati ministri della religione nelle loro comunità. Gli uomini che per l'ufficio stesso sono superiori in dottrina e autorità, e ai quali senza dubbio sta a cuore la gloria divina e la salvezza delle anime, vogliano mostrarsi particolarmente alacri e obbedire a Dio che chiama, e dare di sé un chiarissimo esempio.
Certamente la madre chiesa li accoglierà con gioia specialissima e li abbraccerà con ogni bontà e con ogni cura, perché una più generosa forza d'animo li ha ricondotti al suo seno attraverso ardue difficoltà. Per tale forza, è impossibile dire quale lode sia loro riservata nelle assemblee dei fratelli per l'orbe cattolico, quale speranza e fiducia davanti a Cristo giudice, quali premi da lui nel regno celeste! Noi poi, per quanto sarà possibile, con ogni mezzo, non cesseremo di favorire la loro riconciliazione con la chiesa; dalla quale e i singoli e gli ordini, cosa che desideriamo con forza, possono prendere molto per imitarla. Frattanto preghiamo tutti e supplichiamo per le viscere di misericordia del nostro Dio affinchè cerchino fedelmente di assecondare l'abbondante flusso della verità e della grazia divina."

Grazie dunque a Sua Santità Benedetto XVI per questo grande dono che ci ha elargito accogliendo nella Chiesa tanti nuovi fratelli e sorelle nel Signore che con gioia abbracciamo e cui va il nostro amorevole benvenuto!

giovedì 22 ottobre 2009

LE ALLEGRE TRADUZIONI DELLA NUOVA BIBBIA CEI



di Francesco Colafemmina

La nuova traduzione della Bibbia operata dalla CEI è un esempio lampante di elevata attitudine ermeneutica, crassa asinità o piuttosto di maliziosa imperfezione?
Già quell'immagine in copertina mi aveva fatto sospettare che ci fosse del "marcio in Danimarca", è stata tuttavia la segnalazione di un'attenta lettrice a fornirmi la prova lampante.

Andiamo a Luca 1,38: il testo latino suona così "Ecce ancilla Domini, fiat mihi secundum verbum tuum". Nella nuova versione CEI è tradotto in questo modo: "Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola".
Avvenga "per me"? Cosa implica questa traduzione erronea? Implica una trasformazione evidente del dogma dell'Incarnazione. L'Incarnazione avviene grazie all'obbedienza supina di Maria al Signore, alla sua accettazione di quanto l'Arcangelo Gabriele le aveva detto. Trasformare l'accettazione "avvenga di me, mi accada" in una dimensione di strumentalità di Maria (avvenga per mio mezzo, grazie a me, tramite me), significa privare la Vergine della sua compartecipazione alla Salvezza. Maria è Corredentrice! Il titolo discusso (perchè ecumenicamente inconcepibile da parte del mondo protestante) di Maria Corredentrice è stato ampiamente analizzato da Padre Stefano Maria Manelli, fondatore dei Francescani dell'Immacolata, in questo scritto qui linkato.

Veniamo però all'attività dei traduttori asinini della CEI. Partiamo dal testo greco originario. Qui le parole di Maria Santissima sono : "ιδού η δούλη Κυρίου, γένοιτό μοι κατά το ρήμά σου" cioè "ecco la serva del Signore, avvenga di me secondo il tuo verbo." Verbo non nel senso di "logos", quindi inteso come "concetto, pensiero esprimibile con segni verbali", ma nel senso di "parlato", "detto", conseguenza dell'azione verbale. Quindi "mi succeda quello che tu hai detto", oppure: "avvenga di me secondo quanto hai affermato".
D'altra parte i caproni traduttori dovrebbero (dopo essersi nascosti col cappello d'asino dietro la lavagna) ricordare che in Gen. 44.17 Giuseppe afferma: "μή μοι γένοιτο ποιῆσαι τὸ ρῆμα τοῦτο" ovvero "che non mi accada di fare una simile azione". Il contesto di Genesi 44.17 gioca attorno alle medesime parole e i medesimi concetti... "il servo del Signore" è presente anche lì come espressione tipica. I settanta usavano la stessa espressione "genoito moi" legata a "rhma sou".

Non basta, però! Andando un po' a ritroso, si può anche notare che Gabriele direbbe a Maria "Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio." Questa traduzione è erronea, quella autentica è "e perciò il santo nascituro sarà chiamato Figlio di Dio." La santità e l'identità con il Figlio di Dio sono elementi connaturati e non accezioni separate, ma soprattutto il nascituro è già santo, non lo diverra!!! Evidentemente gli asini hanno spostato il futuro di "nascerà" al concetto della santità. Invece è vero che il Signore nascerà ma la Sua essenza è già santa "quod sanctum", prima ancora di nascere!
A questo punto non stupirà l'esito di una analisi iconografica della copertina della nuova edizione CEI. Cosa rappresenta? Un ramoscello che emerge dalla terra e sottoterra vi sarebbe una stella ad otto punte...il tutto assume la forma di una croce rovesciata... Molto interessante! Ma cosa c'entra questa simbologia col Cristianesimo?
Per chi come me ha affrontato lo studio delle opere d'arte esoteriche della chiesa di Renzo Piano a San Giovanni Rotondo, non sarà difficile riconoscere nel ramoscello il ramo dell'acacia massonica e nella stella ad otto punte la rappresentazione simbolica del pianeta Venere nella sua accezione di Lucifero (apportatore di luce). L'identità del ramoscello con le spillette diffusissime fra i Massoni non lascia spazio a dubbi. D'altra parte per chi volesse approfondire basta leggere qui.

Prima sulle Bibbie si stampava una grossa croce, oggi invece preferiscono apporre simboli massonici ed una bella copertina blu muratorio... Segni dei tempi?
Non vorrei sembrare un passatista, tuttavia ricordo ancora un articolo dello storico Sergio Luzzatto (quello che ce l'aveva con Padre Pio) il quale in occasione della pubblicazione della nuova Bibbia Cei ricordava che dopo la Controriforma le Bibbie in lingua volgare venivano messe al rogo. Paradossalmente a distanza di qualche secolo quell'ingiunzione tridentina sembrerebbe ancora attuale. D'altra alla luce delle loro eresie le traduzioni CEI non sarebbero forse più adatte a ravvivare i nostri caminetti che a traviare la nostra fede?

mercoledì 21 ottobre 2009

SUL SONDAGGIO DI MESSAINLATINO

di Francesco Colafemmina

Quando il 7 Luglio del 2007 fu pubblicato il Motu Proprio Summorum Pontificum, furono in molti a stracciarsi le vesti, novelli Caifa cattolici. A dire il vero strapparono quei cenci che tuttora indossano, abitini senza infamia e senza lode, segni di una diffusa sciatteria esteriore divenuta ormai sinonimo di presunta ricchezza interiore.

In quei giorni si levava un po' stridula e lagnosa la voce di fratel Enzo Bianchi, priore stereofonico di Bose che si atteggia a prete ma prete non è. Stereofonico anzitutto perchè Bose è nota casa produttrice di casse acustiche, e in secondo luogo perchè la sua voce riecheggia praticamente in tutti i mezzi di comunicazione cattolica e non.
Ebbene il fratel Enzo, l'onnipresente e onnipredicante priore stereofonico (e cacofonico), dalle colonne di Repubblica si stracciava le vesti immacolate del suo monastero ecumenico accusando il Papa di aver introdotto con la liberalizzazione del Rito Antico, un periodo di grande conflitto in seno alla Chiesa.
Ecco come iniziava il suo saccente lamento: "Molto atteso dai pochissimi cattolici "tradizionalisti" e molto temuto dai vescovi e dalle chiese locali, è stato promulgato, dopo molte dilazioni indicatrici di incertezze, il "motu proprio" Summorum Pontificum che "liberalizza" il rito della messa vigente prima della riforma liturgica."

Sin dall'incipit il priore indicava che i cattolici in attesa della "messa in latino" erano pochissimi e per giunta tradizionalisti. Per proseguire accennando ad una ipotetica indecisione del Papa nella sua scelta di liberalizzare il rito antico.
In queste poche righe di fra' Enzo c'è la summa ideologica dei detrattori della tradizione liturgica della Messa di San Gregorio Magno:

a. E' una messa che interessa a pochissimi cattolici;
b. Interessa per giunta solo ai tradizionalisti identitari (dunque dei deprecabili pasdaran)
c. E' frutto di una "politica" ecclesiale erronea promossa dall'attuale Pontefice.
d. Instaura un conflitto fra i pochissimi cattolici e i loro Vescovi e rispettive Conferenze Episcopali.

Il sondaggio realizzato dagli amici di Messainlatino.it ha definitivamente smentito il principio, il primum movens di questa summa ideologica. I cattolici ai quali interessa il Rito nella sua forma straordinaria non sono nè pochi nè tantomeno pochissimi: sono al contrario numerosi!
Da ciò ne discende l'automatica inconsistenza del secondo punto: se il Rito Antico interessa a numerosi cattolici italiani è logica conseguenza che essi non possano essere esclusivamente dei "tradizionalisti". Quanto al punto c. è una inferenza erronea ed una grave mancanza di rispetto nei confronti del Santo Padre. Il punto d. è invece vero ma andrebbe letta in un altro modo: non sono i cattolici ad essere in contrasto con i propri Vescovi, ma proprio questi ultimi a disobbedire al Papa.

Povero fratel Stereofonico! Gli si saranno rizzati i peli del barbone alla frate Indovino nel leggere i risultati del sondaggio Doxa! E sarà stato in buona compagnia assieme a Vescovi e pseudoteologi d'accatto tanto in voga in questi tempi di contestazione ecclesiale neosessantottina.
Sembra infatti di vivere oggi tutti i conflitti irrisolti di quarant'anni fa. Tutto ciò che fu occultato, nascosto, messo a tacere dalla predominante voce dei dissidenti e dei "neoterici" oggi riemerge poderosamente e riacquista un senso. Oggi la Chiesa vive un sotterraneo conflitto "ideologico" assai simile a quello dell'era pre e postconciliare. Con una differenza fondamentale: le forze in campo sembrano invertite. Non è più il mondo progressista, hegeliano ed imbevuto di ideologia umanitaria a dettar legge. Ma non lo è neppure l'estremismo "tradizionalista", ove con questo termine si voglia intendere quella fazione ancorata ad un becero passatismo revanscista.

E' il popolo di Dio, invece, è la gente semplice a reclamare una Chiesa che ritorni alla sua missione, a reclamare preti che siano dediti al sacerdozio, chiese che abbiano l'aspetto di case del Signore, messe che non si trasformino in nauseabondi teatrini o spettacoli di deprimente umanità, bensì in grado di introdurre l'uomo al Mistero!

Troppi esponenti di una certa gerarchia autoreferenziale o personaggi che si nutrono dell'eco dei propri fumosi discorsi, come appunto fratel Stereofonia hanno perso di vista il rapporto essenziale e fondamentale della Chiesa gerarchica con i fedeli, accusando sempre più spesso questi ultimi di ignoranza ed impreparazione alla vera fede. Il popolo di Dio è al loro cospetto di cattolici adulti un semplice popolo di bambini nella fede. Ma è proprio questa fanciullezza, questa autenticità intesa quale identità e ritorno all'autentico ovvero al Signore, a rendere il popolo di Dio nella sua connaturata attitudine alla devozione ed all'adorazione del Signore, detentore di una verità naturale che ai tanti Caifa paludati sfugge completamente.

Personalmente in questi ultimi anni ho cercato di sondare molti fedeli semplici riguardo al loro interesse per il Rito Tridentino. E preciso di averlo fatto non perchè sia un talebano della Messa in Latino, nè tantomeno un tradizionalista di ferro, bensì perchè credo che ciò che ci giunge dal passato abbia in sè maggiori verità di ciò che nasce nel presente. Le risposte sono sempre state le stesse: la Messa di San Gregorio Magno è amata perchè è solenne, composta, severa, converte nei gesti alla grandezza del Signore. Il fedele è indotto a comprendere che in quel luogo sta per avvenire un fatto straordinario, un vero e proprio miracolo che ogni giorno accade in tutte le chiese del mondo!
E poi per molti il Rito Antico rappresenta una opportunità di crescita spirituale perchè favorisce il raccoglimento, evita le distrazioni, induce a dedicare quel tempo solo al Signore.

Se ci sono delle remore da parte dei fedeli esse sono insite in due aspetti: uno legato alla comodità che ormai sembra aver pervaso ogni aspetto della nostra esistenza e l'altro legato alla comprensibilità. Si dice: "la messa è troppo lunga!" oppure "però dobbiamo inginocchiarci per tutta la sua durata!". Ma anche: "peccato che non si capisca molto!".
A questo punto interviene però la necessaria capacità dei sacerdoti di aiutare il popolo di Dio a riscoprire le buone abitudini. Il tempo che magari si dedicava a tante inutili chiacchiere paraecclesiastiche oggi lo si può dedicare al Rito Tridentino, così come è il sacerdote che deve spiegare la necessità dell'ascolto in ginocchio, quale segno visibile del rispetto per il Signore: forse non usa più inginocchiarsi dinanzi all'amata... ma che almeno possiamo dimostrare al Signore il segno della nostra piccolezza e della servitù che gli dobbiamo!
Quanto poi alla comprensione sta sempre ai sacerdoti evitare che Vangelo ed Epistola siano letti in fretta e furia, ed agevolare la comprensione del rito fornendo adeguati libretti bilingue ed eventuali volantini con Antifone, Epistola e Vangelo in lingua volgare.
Su questo aspetto le principali carenze sono dunque da imputare massime al clero che non solo ha ostacolato e continua ad ostacolare la diffusione del rito nella sua forma straordinaria, ma continua a violare la corretta applicazione del Motu Proprio. Se infatti non è il clero per primo a convincersi della bontà del dono di Sua Santità, i vari Caifa Bianchi potranno apertamente continuare a sostenere che il rito antico è un affare "privato": chiesto da gruppi di fedeli e non oggettivamente inserito nella vita liturgica della Chiesa Universale. Ed è altresì vero che spesso il Rito Antico finisce per diventare davvero appannaggio di gruppetti che non sono alla ricerca di una autentica crescita spirituale e dell'esclusiva adorazione del Sigore, bensì più spesso mossi - dobbiamo pur confessarlo - da una sorta di "moda" integralista o da mera adulazione nei riguardi di Sua Santità. Viene così da chiedersi infatti dove fossero i tanti promotori ecclesiali della Messa di San Gregorio Magno solo pochi anni fa e come mai il grande coraggio di cui vorrebbero dar segni oggi, non l'abbiano dimostrato in passato. Ma tant'è. Meglio l'amore per la tradizione che per il vacuo e roboante abusivismo liturgico.

Purtroppo al fondo la realtà è che i tanti Enzo Bianchi sparsi nell'Episcopato italiano e non, hanno una precisa strategia che consiste nell'adulare il Papa a parole per poi esprimere la propria ribellione negli atti. Camaleontici ed ipocriti sono in molti i membri del clero cattolico che invece di raccogliere l'invito mite e paterno del Santo Padre, il quale ha liberalizzato il Rito Antico anche per le messe private, lo ignorano o remano contro. Di questo ne daranno conto dinanzi ad un Giudice meno mite del Santo Padre!

Come si concludeva, d'altra parte, l'articolo di fratel Cacofonia? Lo ricordo a chi non l'avesse letto:
" La stragrande maggioranza dei vescovi e intere conferenze episcopali nazionali e regionali, anche italiane, hanno manifestato la loro opposizione a questo provvedimento, ma ora nell' obbedienza e per amore della chiesa dovranno discernere come compaginare la comunione che è sempre innanzitutto comunione liturgica. I vescovi non smettano di chiedere a quanti vogliono praticare la messa di Pio V un' accettazione del concilio e della sua riforma liturgica come legittima e conforme alla verità e alla tradizione cattolica: le espressioni possono essere diverse, ma uno è il vescovo e il presbiterio attorno a lui. L'unità non può essere realizzata a qualsiasi prezzo, né a prescindere dall' autorità del vescovo in comunione con il papa. "

In questa conclusione c'è il disvelamento dell'inganno che prosegue ormai da due anni: fratel Enzo unisce pertanto l'opposizione al Motu Proprio alla legittimazione della comunione al Papa dei Vescovi. Inferisce arbitrariamente che i fedeli partecipanti al Rito nella sua forma straordinaria debbano essere quasi per necessità dei detrattori del Concilio e pur salvando il Papa gli nega obbedienza, esortando i vescovi ad un intervento espressamente vietato dallo stesso Motu Proprio. In questa esemplare esposizione di maldestro bifidume è contenuto il manifesto degli oppositori al Motu Proprio, di coloro che lo hanno boicottato sin dall'inizio. Una intellighentzia organizzata di reduci ideologizzati. Una casta intellettualoide che accresce giorno dopo giorno la propria distanza dal cuore del popolo dei fedeli, manipolando i fatti di fede e la stessa liturgia con i tipici argomenti della faziosità ideologica.

Per fortuna il sensus communis dei fedeli cattolici ha smentito ancora una volta questa decadente classe di intellettualoidi stereofonici. Il sondaggio di Messainlatino non rappresenta, come nel caso di Bose e affini, una voce che ha bisogno di amplificazione per affermarsi. E' invece specchio di una realtà naturale composta da tantissimi e semplici fedeli! Una realtà che nella sua verità sembra aver già ridotto al silenzio la tronfia stereofonia progressista e neoterica.

martedì 20 ottobre 2009

SULL'ANTROPOCENTRISMO DELLA CHIESA CATTOLICA


di Francesco Colafemmina

Ormai lo sappiamo da tempo: la nostra Chiesa sembra aver rinunciato non solo all'affermazione della propria identità e verità che in essa necessariamente coincidono, bensì semplicemente al rispetto per se stessa, al rispetto per la propria storia, al rispetto per il Signore.

Una Chiesa che invece di evangelizzare consente ed agevola i culti non cristiani o i culti cristiani ma scismatici è l'adunanza (ekklèsia) di chi non crede più all'assoluta e logica Verità della propria fede, ma è pronto a relativizzarla costantemente in rapporto all'allòthriscos (colui che crede in un'altra religione). Questo genere di Chiesa a cosa è destinata se non alla completa scomparsa, alla morte per inedia, alla lenta ma progressiva inanizione, per far posto ad altre religioni più affermative e certe delle proprie verità di fede?

Purtroppo la Chiesa Cattolica è in parte vittima di se stessa e in parte vittima del "mondo". Essa vive infatti in un Occidente che di una malintesa "tolleranza" ha fatto l'esclusiva bandiera ideologica della modernità. Tolleranza nutrita da un massonico spirito laicista che come alle soglie del novecento, così ancor oggi riverbera nelle teste vuote di taluni politici nostrani. Su cosa si fonda la tolleranza? Da Locke in poi essa è intesa quale metodo di reciproco rispetto di fedi tra di esse discordanti, e netta separazione fra il potere dello Stato e quello religioso. Nelle sue evoluzioni il concetto di tolleranza è finito per diventare un'arma micidiale nei padri rivoluzionari francesi: tolleranza è infatti anche l'intolleranza di tutto ciò che viene tacciato di intolleranza! Il gioco di parole è un peccato veniale, ma la sostanza è chiara: il tollerante può esser tale fino a quando non incontra ciò che egli stesso definisce "intolleranza". A questo punto il tollerante dismette la propria veste di superiore equanimità e si arma per distruggere l'intolleranza. Nel mondo attuale il criterio con cui viene identificata l'intolleranza è banale e furbesco, se non proprio vile ed indegno. Tutto ciò che si proclama vero ed assoluto è inteso come una "minaccia" alla convivenza pacifica fra gli uomini - secondo un adagio prettamente massonico. Eradicare tali minacce è dunque scopo specifico dell'autorità politica, garante della "convivenza pacifica" fra gli uomini.
Ne risulta l'evidenza immediata di una identità fra religione e intolleranza. Dunque la religione, così come lo "spirito della tradizione" ovvero tutti gli atti e le credenze, ma anche i semplici comportamenti che l'uomo ha assunto grazie ad una tradizione culturale necessariamente identitaria (ovvero costitutrice di una chiara identità umana), sono da considerarsi focolai di intolleranza e minaccia sociale. Vanno pertanto debellati senza pietà!

Peccato però che tale miope e strumentale tolleranza (è servita negli ultimi due secoli a talune elites per accaparrare il proprio potere economico e sociale sui popoli che progressivamente sottomettevano al democraticismo oclocratico occidentale) finisca per essere vittima della sua medesima miopia. Abbiamo così la necessità di tollerare anche tutte le minacce che giungono dall'esterno della nostra cultura. Dobbiamo pertanto tollerare e proteggere culture e tradizioni che negano radicalmente non dico solo il concetto del rispetto reciproco ma la possibilità dell'amorevole convivenza fra popoli di diversa fede.

Il potere laicista occidentale deve oggi sottostare ad esempio alla convivenza forzata con l'invadente e crescente ondata islamica, ma pare non preoccuparsene. Ha già infatti la consapevolezza (magari un po' utopica) che l'Islam ed il mondo islamico saranno definitivamente corrotti e distrutti dal sistema consumistico e materialista occidentale. Nello stesso tempo tuttavia persegue la necessaria apertura "tollerante" all'Islam quale grimaldello per scalzare, ammorbidire, piegare ed eludere la presenza cristiana cattolica in Europa. Così recentemente la lobby massonico laicista finiana si è unita alla lobby "socialista" (nel senso di fautrice della dottrina sociale della Chiesa) vaticana per proclamare la necessità di un'ora di religione islamica nelle scuole italiane.

La Chiesa partecipa ormai con grave, ma apparentemente serena, dedizione a tale progetto di demolizione della propria presenza in Occidente, e di pressante indebolimento culturale e fideistico. Una Chiesa totalmente votata al mondo non comprende più il senso della propria missione e si trasforma in mera onlus, o agenzia umanitaria. O addiritttura in complice del progetto laicizzatore e deculturalizzante delle elites al potere in Occidente, magari con la scusa di un vacuo quanto esangue ecumenismo d'annata.
D'altra parte anche la propria "missione sociale" la Chiesa la ha abbandonata da tempo... E' totalmente incapace di svolgerla se non attraverso i canoni tipici delle onlus e delle Ong. Andate in giro per Roma, ad esempio, e guardate quanti senza tetto, quanti "barboni" (italiani), giacciono abbandonati lungo le strade che conducono alla Stazione Termini. Guardate tutta quell'umanità disperata ed abbandonata a se stessa. Nonostante i grandi sforzi della Caritas e di tanti sacerdoti dediti all'aiuto dei più sfortunati, nelle strade delle nostre città permangono ed aumentano le presenze di nostri fratelli abbandonati. Il tutto mentre la Chiesa gestisce con disinvoltura miliardi di euro in immobili ed altre ricchezze, senza neppure pagare l'ICI allo Stato Italiano che la foraggia con l'8 per mille...

In questo desolante e riprovevole contesto non stupirà la lettura dell'articolo in fotografia. A Ravenna una ex chiesa cattolica viene ceduta agli Ortodossi Russi. Costoro nel giorno della "benedizione" della chiesa divenuta "ortodossa" non hanno neppure invitato l'Arcivescovo Cattolico Verrucchi. Anzi, si sono divertiti ad attaccarlo perchè colpevole di non aver gli consegnato per tempo un luogo da adibire al culto. Come se fosse esclusivo compito della Chiesa Cattolica quello di rifornire sempre e comunque protestanti, ordotossi, ebrei e islamici di luoghi di culto! A dire il vero dalla lettura dell'articolo risulta che quella chiesa era già stata venduta dalla Curia ad un privato (roba da brivido!), e poi la Chiesa Ortodossa Russa l'avrebbe acquistata da questo privato. In questa compravendita di chiese la Chiesa Cattolica emerge quale attore indifferente e desacralizzato, capace di vendere addirittura i propri luoghi sacri dopo averli opportunamente sconsacrati. Ma non finisce qui!
L'Archimandrita Padre Marco Davitti si è divertito ad accusare variamente la Chiesa Cattolica, colpevole di evangelizzare i Russi, ma anche di aver ormai acquisito una dimensione "antropocentrica". Ed ha aggiunto: "la messa attuale cattolica è la Deutsche Messe dei Luterani. Con la comunione nelle mani. Tutti applaudono al papa, però nessuno gli obbedisce, nemmeno i vescovi. Il culto dei cattolici è ridotto a tre chitarrine e a canzoncine protestanti, il culto cattolico è ormai antropocentrico."

Come dargli torto? Anche a Bari da anni una delle più belle chiese del centro storico è stata sconsacrata ed adibita ad auditorium per piccoli concerti... mentre nella Basilica Pontificia di San Nicola è consentito agli Ortodossi Russi di celebrare in cripta ma è severamente vietata la celebrazione secondo la Forma Straordinaria del Rito Romano. Ma gli esempi ormai sono innumerevoli in tutta Italia. Se non è antropocentrismo questo...