venerdì 24 aprile 2009

LA POTENZA DELLA MORTE SACRIFICALE DI CRISTO


Per dimenticare il disgusto provocato dalle ambigue e oltraggiose parole del monsignore teutonico di cui abbiamo ampiamente parlato vogliamo riportare il testo della catechesi tenuta da Giovanni Paolo II l'11 Gennaio del 1989 sull'argomento negato dal monsignore di cui sopra, ovvero la natura salvifica della morte sacrificale di Cristo. Il testo è splendido e cristallino. Andrebbe tradotto in tedesco e inviato assieme ad una copia del Catechismo della Chiesa Cattolica all'Arcidiocesi di Friburgo:

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Udienza Generale del Santo Padre Giovanni Paolo II

11 Gennaio 1989

"Discese agli Inferi": La potenza della morte sacrificale di Cristo

1. Nelle catechesi più recenti abbiamo spiegato, con l’aiuto di testi biblici, l’articolo del Simbolo degli apostoli che dice di Gesù: “Patì sotto Ponzio Pilato, fu crocifisso . . . e fu sepolto”. Non si trattava solo di narrare la storia della passione, ma di penetrare la verità di fede che vi è racchiusa e che il Simbolo ci fa professare: la Redenzione umana operata da Cristo col suo sacrificio. Ci siamo particolarmente soffermati nella considerazione della sua morte e delle parole da lui pronunciate durante l’agonia sulla Croce, secondo la relazione che ce ne hanno tramandato gli evangelisti. Tali parole ci aiutano a scoprire e a capire maggiormente in profondità lo spirito con cui Gesù si è immolato per noi.
Quell’articolo di fede si conclude, come abbiamo appena ripetuto, con le parole: “. . . e fu sepolto”. Sembrerebbe una pura annotazione di cronaca: è invece un dato il cui significato rientra nell’orizzonte più ampio di tutta la cristologia. Gesù Cristo è il Verbo che si è fatto carne per assumere la condizione umana e farsi simile a noi in tutto, eccetto che nel peccato (cf. Eb 4, 15). È diventato veramente “uno di noi” (cf. Gaudium et Spes, 22), per potere operare la nostra redenzione, grazie alla profonda solidarietà instaurata con ogni membro della famiglia umana. In quella condizione di uomo vero, ha subìto interamente la sorte dell’uomo, fino alla morte, alla quale consegue abitualmente la sepoltura, almeno nel mondo culturale e religioso nel quale egli si è inserito ed è vissuto. La sepoltura di Cristo è dunque oggetto della nostra fede in quanto ci ripropone il suo mistero di Figlio di Dio che si è fatto uomo e s’è spinto fino all’estremo della vicenda umana.
2. A queste parole conclusive dell’articolo sulla Passione e morte di Cristo, si ricollega in certo modo l’articolo successivo che dice: “Discese agli inferi”. In tale articolo si riflettono alcuni testi del nuovo testamento che vedremo subito. È bene però premettere che, se nel periodo delle controversie con gli ariani la formula suddetta si trovava nei testi di quegli eretici, essa però era stata introdotta anche nel cosiddetto “Simbolo di Aquileia”, che era una delle professioni della fede cattolica allora vigenti, redatta alla fine del IV secolo (cf. Denz-Schönm 16). Essa entrò definitivamente nell’insegnamento dei Concili col Lateranense IV (1215) e col II Concilio di Lione nella professione di fede di Michele Paleologo (1274).
Va inoltre chiarito in partenza che l’espressione “inferi” non significa l’inferno, lo stato di dannazione, ma il soggiorno dei morti, ciò che in ebraico era detto “sheol” e in greco “hades” (cf. At 2, 31).
3. I testi del nuovo testamento, dai quali è derivata quella formula, sono numerosi. Il primo si trova nel discorso di Pentecoste dell’apostolo Pietro, il quale, richiamandosi al Salmo 16 per confermare l’annunzio della Risurrezione di Cristo, ivi contenuto, afferma che il profeta Davide “previde la risurrezione di Cristo e ne parlò: questi non fu abbandonato negli inferi né la sua carne vide corruzione” (At 2, 31). Un significato simile ha la domanda che pone l’apostolo Paolo nella lettera ai Romani: “Chi discenderà nell’abisso? Questo significa far risalire Cristo dai morti” (Rm 10, 7).
Anche nella lettera agli Efesini, vi è un testo che, sempre in relazione a un versetto dal Salmo 69: “Ascendendo in cielo ha portato con sé prigionieri, ha distribuito doni agli uomini” (Sal 69, 19), pone una domanda significativa: “Ma che significa la Parola “ascese” se non che prima era disceso nelle parti inferiori della terra? Colui che discese è lo stesso che anche ascese al di sopra di tutti i cieli per riempire tutte le cose” (Ef 4, 8-10). In questo modo l’autore sembra collegare la “discesa” di Cristo nell’abisso (in mezzo ai morti), di cui parla la lettera ai Romani, con la sua ascensione al Padre, che dà inizio al “compimento” escatologico di ogni cosa in Dio.
A questo concetto corrispondono anche le parole messe in bocca a Cristo: “Io sono il Primo e l’Ultimo e il Vivente. Io ero morto, ma ora vivo per sempre e ho potere sopra la morte e sopra gli inferi” (Ap 1, 17-18).
4. Come si vede dai testi riportati, l’articolo del Simbolo degli apostoli “discese agli inferi”, trova il suo fondamento nelle affermazioni del nuovo testamento sulla discesa di Cristo, dopo la morte sulla Croce, nel “paese della morte”, nel “luogo dei morti”, che nel linguaggio dell’antico testamento era chiamato l’“abisso”. Se nella lettera agli Efesini si dice “nelle parti inferiori della terra”, è perché la terra accoglie il corpo umano dopo la morte, e così accolse anche il corpo di Cristo spirato sul Golgota, come descrivono gli evangelisti (cf. Mt 27, 59 s. et par; Gv 19, 40-42). Cristo è passato attraverso un’autentica esperienza della morte, compreso il momento finale che generalmente fa parte della sua economia globale: è stato deposto nel sepolcro.
È una conferma che la sua fu una morte reale, e non solo apparente. La sua anima, separata dal corpo, era glorificata in Dio, ma il corpo giaceva nel sepolcro allo stato di cadavere.
Durante i tre giorni (non completi) passati tra il momento in cui “spirò” (cf. Mc 15, 37) e la Risurrezione, Gesù ha sperimentato lo “stato di morte”, cioè la separazione dell’anima dal corpo, nello stato e condizione di tutti gli uomini. Questo è il primo significato delle parole “discese agli inferi”, legate a ciò che lo stesso Gesù aveva preannunziato quando, riferendosi alla storia di Giona, aveva detto: “Come infatti Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il Figlio dell’uomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra” (Mt 12, 40).
5. Proprio di questo si trattava: il cuore, o il seno della terra. Morendo sulla Croce, Gesù ha rimesso il suo spirito nelle mani del Padre: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito” (Lc 23, 46). Se la morte comporta la separazione dell’anima dal corpo, ne consegue che anche per Gesù si è avuto da una parte lo stato di cadavere del corpo, e dall’altra la piena glorificazione celeste della sua anima sin dal momento della morte. La prima lettera di Pietro parla di questa dualità, quando, riferendosi alla morte subita da Cristo per i peccati, dice di lui: “Messo a morte nella carne, ma reso vivo nello spirito” (1 Pt 3, 18). Anima e corpo si trovano dunque nella condizione terminale rispondente alla loro natura, anche se sul piano ontologico l’anima tende a ricomporre l’unità col proprio corpo. L’Apostolo però aggiunge: “In spirito (Cristo) andò ad annunziare la salvezza anche agli spiriti che attendevano in prigione” (1 Pt 3, 19). Questa sembra essere una rappresentazione metaforica dell’estensione della presenza del Cristo crocifisso anche a coloro che erano morti prima di lui.
6. Pur nella sua oscurità, il testo petrino conferma gli altri quanto alla concezione della “discesa agli inferi” come adempimento, fino alla pienezza, del messaggio evangelico della salvezza. È Cristo che, deposto nel sepolcro quanto al corpo, ma glorificato nella sua anima ammessa alla pienezza della visione beatifica di Dio, comunica il suo stato di beatitudine a tutti i giusti di cui, quanto al corpo, condivide lo stato di morte.
Nella lettera agli Ebrei si trova descritta l’opera di liberazione dei giusti da lui compiuta: “Poiché . . . i figli hanno in comune il sangue e la carne, anch’egli ne è divenuto partecipe, per ridurre all’impotenza mediante la morte colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo, e liberare così quelli che per timore della morte erano soggetti a schiavitù per tutta la vita” (Eb 2, 14-15). Come morto - e nello stesso tempo come vivo “per sempre” - Cristo ha “potere sopra la morte e sopra gli inferi” (cf. Ap 1, 17-18). In questo si manifesta e realizza la potenza salvifica della morte sacrificale di Cristo, operatrice di Redenzione nei riguardi di tutti gli uomini: anche di coloro che erano morti prima della sua venuta e della sua “discesa agli inferi”, ma che furono raggiunti dalla sua grazia giustificatrice.
7. Nella prima lettera di san Pietro leggiamo ancora: “. . . è stata annunziata la buona Novella anche ai morti, perché pur avendo subìto, perdendo la vita del corpo, la condanna comune a tutti gli uomini, vivano secondo Dio nello spirito” (1 Pt 4, 6). Anche questo versetto, pur non essendo di facile interpretazione, ribadisce il concetto della “discesa agli inferi” come l’ultima fase della missione del Messia: fase “condensata” in pochi giorni dai testi che tentano di farne una presentazione accessibile a chi è abituato a ragionare e a parlare in metafore temporali e spaziali, ma immensamente vasto nel suo significato reale di estensione dell’opera redentrice a tutti gli uomini di tutti i tempi e di tutti i luoghi, anche di coloro che nei giorni della morte e della sepoltura di Cristo giacevano già nel “regno dei morti”. La Parola del Vangelo e della Croce tutti raggiunge, anche quelli appartenenti alle generazioni passate più lontane, perché tutti coloro che si sono salvati sono stati resi partecipi della Redenzione, anche prima che avvenisse l’evento storico del sacrificio di Cristo sul Golgota. La concentrazione della loro evangelizzazione e Redenzione nei giorni della sepoltura vuole sottolineare che nel fatto storico della morte di Cristo s’innesta il mistero super-storico della causalità redentiva dell’umanità di Cristo, “strumento” della divinità onnipossente. Con l’ingresso dell’anima di Cristo nella visione beatifica in seno alla Trinità, trova il suo punto di riferimento e di spiegazione la “liberazione dalla prigione” dei giusti, che prima di Cristo erano discesi nel regno della morte. Per Cristo e in Cristo si apre davanti ad essi la libertà definitiva della vita dello Spirito, come partecipazione alla vita di Dio (cf. S. Thomae, Summa Theologiae III, q. 52, a. 6). Questa è la “verità” che si può trarre dai testi biblici citati e che è espressa nell’articolo del Credo che parla di “discesa agli inferi”.
8. Possiamo dunque dire che la verità espressa dal Simbolo degli apostoli con le parole “discese agli inferi”, mentre contiene una riconferma della realtà della morte di Cristo, nello stesso tempo proclama l’inizio della sua glorificazione. E non solo di lui, ma di tutti coloro che per mezzo del suo sacrificio redentore sono maturati alla partecipazione della sua gloria nella felicità del Regno di Dio.
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2 commenti:

fabio d. ha detto...

Non le sembra un pò disonesto intellettualmente mettere in grassetto solo le frasi che le interessano? Ecco alcune altre parole del Papa, all'inizio della stessa udienza il cui testo lei pubblica: "Gesù Cristo è il Verbo che si è fatto carne per assumere la condizione umana e farsi simile a noi in tutto, eccetto che nel peccato (cf. Eb 4, 15). È diventato veramente “uno di noi” (cf. Gaudium et Spes, 22), per potere operare la nostra redenzione, grazie alla profonda solidarietà instaurata con ogni membro della famiglia umana. In quella condizione di uomo vero, ha subìto interamente la sorte dell’uomo, fino alla morte...". Come vede, quella della solidarietà è un'ermeneutica teologica della morte di Gesù ben sostenibile...

Francesco Colafemmina ha detto...

Ma Cristo non è solidale all'uomo semplicemente. Questo aspetto è scontato giacchè Cristo si è fatto uomo. Ciò che sconvolge è la negazione della ragione per cui Cristo si è fatto uomo ovvero quella di redimere i peccati dell'uomo e di sostituire la Sua vita e la Sua carne all'agnello sacrificale di biblica memoria, introducendo il nuovo olocausto del Figlio di Dio che per amore salva l'uomo e nello stesso tempo gli indica la sua profonda dignità venendo ad abitare in mezzo a lui.
Non si nega quindi la "solidarietà" ma essa non è l'unica ermeneutica. Da sola non regge il mistero dell'incarnazione e della morte e risurrezione.