mercoledì 13 maggio 2009

L’ARTE: PEDAGOGA NELL'INIZIAZIONE ALLA FEDE E ALLA LITURGIA


di Gaetano Schiraldi

La recente e graduale rivalutazione dei beni culturali di varie istituzioni che si và affermando a partire dagli anni Novanta è alla base di rinnovate riflessioni, frutto dell’osservazione e dell’approfondimento storico, artistico ed antropologico.
La proliferazione di musei, sia civili che ecclesiastici, di biblioteche, di pubblicazioni scientifiche su argomenti storici, artistici, archivistici e biblioteconomici è conseguenza felice di tali approfondimenti ed un elemento fondamentali per suscitano la riflessione e aprire al dialogo e al confronto.
Oggi visitare un museo vuol dire mettersi alla scuola di una cultura, di una tradizione, di un modo di pensare, di vivere. Entrare in un museo dovrebbe essere non un semplice guardare o vedere, bensì immergersi in una realtà, apparentemente estranea a noi, ma che ci appartiene in modo profondo, quasi in modo ontologico. Il museo non è un deposito, cioè un luogo in cui si sistemano più o meno finemente opere di un certo valore artistico, ma è un depositum, inteso nel senso cristiano, cioè come testimone avente in se contenuti di una certa importanza: testimone dei tempi passati, testimone nella corsa culturale della vita intellettuale dell’uomo.
I musei, le chiese, le biblioteche, gli archivi custodiscono testimonianze di tempi passati, ma costituiscono il mezzo con cui si trasmette il depositum, il testimone di una determinata tipologia di cultura. E negli ultimi anni la fioritura di musei, archivi e biblioteche di carattere ecclesiastico o religioso è stato l’input per nuove riflessioni ed approfondimenti sull’arte nelle sue diverse espressioni e in primo luogo quale pedagogia dell’iniziazione dei cristiani alla fede e alla liturgia. In effetti, le realtà cui abbiamo fatto cenno, senza nulla togliere ai monumenti in quanto tali di carattere religioso, costituiscono i mezzi con cui la chiesa si è fatta mater et magistra sapiente per la catechizzazione dei suoi figli. Si pensi, ad esempio, alla bellezza con cui si presentava la vita del Cristo ai fedeli per mezzo degli elementi scultorei del portale della cattedrale di Altamura: una vera catechesi impressa nella pietra. O si tengano presenti gli splendidi rotoli pergamenacei di Exultet delle cattedrali di Troia e Bari, per rimanere in ambito pugliese. Oppure i vari codici liturgici che sono stati prodotti lungo la storia per la decorosa celebrazione liturgica. È evidente che non si devono trascurare le varie opere d’arte presenti nelle chiese. Si pensi ai mosaici absidali di Sant’Apollinare in Classe di Ravenna. Gli esempi possono essere davvero infiniti.
Un dato è chiaro: l’arte è pedagoga per il cristiano e l’accompagna mano nella mano nella comprensione dei misteri della fede e l’introduce nell’azione di Cristo e della Chiesa, che è la liturgia, realtà antica e sempre nuova, che è storia, cultura e tradizione, ma soprattutto vita. La liturgia nella trasmissione della fede si serve dell’arte; è tramite questa dimensione della cultura dell’uomo che la liturgia continua ad esprimere la sua antica vitalità.
La liturgia è portatrice di cultura; essa trasmette tradizioni culturali di antica origine che fanno parte dell’identità stessa dell’uomo. Questo se si guarda alla liturgia da un punto di vista prettamente storico e sociologico. Ma la liturgia è introduzione alla fede, accompagnata e sostenuta dall’arte; essa rende visibile e concreta l’immagine del Divino. La liturgia si serve dell’arte per l’opera catechizzatrice e con il suo ausilio rende, per dirla con Schelling, finito ciò che è Infinito.
L’arte accompagna il cristiano alla comprensione dei misteri di Cristo offrendone plastici esempi. Nell’opera d’arte il fedele può leggere ciò che Gesù ha fatto e detto, ciò che i Santi hanno operato, mossi dall’amore per Cristo e la Chiesa. Nelle varie realizzazioni artistiche splende la bellezza del mistero di Cristo. L’opera d’arte comunica all’osservatore non solo il contesto storico-culturale in cui è stata realizzata, la tecnica adottata dall’autore, la sua formazione culturale e religiosa, ma traspare l’insegnamento che Gesù, per mezzo della Chiesa, ha dato per un itinerario di fede verso la santità.
La bellezza artistica risalta nelle statue, negli altari, nei libri e codici liturgici, nei paramenti, nei vasi liturgici, e soprattutto nella forma dell’edificio-chiesa. La struttura della chiesa un tempo esprimeva un preciso messaggio catechetico. Si pensi, in ambito pugliese, alla cattedrale romanica di Trani, alla iconologia della facciata della cattedrale di Troia, a quella presente nella zona absidale esterna del duomo di Bari.
La Chiesa ha fatto suo il mezzo dell’arte per far cogliere al credente nell’arte stessa il Bello, un concetto che riunisce in sé nello stesso tempo la persona e la cosa, cioè il contenente e il contenuto. E questa operazione è stata sempre viva nei secoli e carica di significato teologico e liturgico. Questo modus agendi della Chiesa per la cura animarum ha assunto sempre più un valore pedagogico date le varie situazioni storiche in cui la Chiesa è venuta formandosi ed arricchendosi. Una strategia pastorale e mistagogica diretta al cristiano in cammino; una tipologia che si è andata consolidando ed istituzionalizzando sempre più fino ad inculturarsi nella vita di fede della comunità. L’uso dell’arte nella liturgia per la maggiore comprensione dei fedeli è divenuta tradizione, ossia una realtà viva che si trasmette (tradere) con tutte le sue caratteristiche e proprietà. Molti vanno affermando la positività di un’innovazione della tradizione o delle tradizioni. A questi rispondiamo con sincera convinzione che l’innovazione non costituisce un fattore estrinseco alla tradizione. La tradizione non và giudicata per i caratteri esterni che, nonostante le numerose critiche, costituiscono una testimonianza di un determinato periodo storico, di una certa cultura. La tradizione va innovata, ma dall’interno. È lo spirito che sta nella tradizione a dover essere mutato e ricaricato di nuove significazioni. Una riflessione terminologica circa questo argomento può chiarire meglio l’idea: in-novare, ossia far nuovo (novare) dal di dentro o dentro (in). In questo sta il senso dell’innovazione. Se si guarda all’arte con tale ottica vediamo che le innovazioni proposte nei tempi antichi aiutavano il fedele ad entrare nello spirito della liturgia. Ai nostri giorni invece l’innovazione attuata nelle nuove chiese introduce il fedele nel mistero? Quale la motivazione di questa mancanza di cui il fedele del terzo millennio sente terribilmente il peso? Evidentemente si è erroneamente confuso il concetto di tradizione con quello di innovazione o creatività. Ciò sta alla base di questa totale confusione che oggi si vede qua e la.
La nascita di nuove congregazioni di stampo “tradizionale”, di associazioni di fedeli che hanno fatto scelte di vita radicali, di un “ritorno” al canto e alla liturgia gregoriani sono indice di una reazione a questa confusione che si è sollevata e diffusa tra tradizione e innovazione. Il fedele si è reso conto che l’arte per la liturgia, finalizzata alla comunità, non invita più alla contemplazione del Bello, alla rivelazione seppure minima del Divino.
Per tale motivazione ci sembra necessario un certo metodo di “conservazione” (cum-servare), che non è certamente “conservatorismo”, dell’arte per la liturgia. In questo senso “conservare” viene letto in un’altra accezione: «conservare è il verbo che salva il passato, che preserva la gratitudine, che fa della memoria un albero ricco di frutti, del cuore un archivio di grazia». Lo spirito della liturgia ci spinge a “conservare” e tutelare la bellezza dell’azione del popolo «per lasciarsi inserire in qualcosa più grande dell’istante».

5 commenti:

Bombadillo ha detto...

..ba, io terrei alcune discussioni aperte per più tempo, Francesco sei uno stacanovista!

Bombadillo ha detto...

..vabbé, visto che ci siamo "bloccati" sulla presente questione artistica - che per me è marginale, ma tant'è: Fides e Forma -, commento su questo, in attesa che si torni sui temi più centrali.

L'arte sacra è solo uno degli strumenti, dei possibili punti di appoggio, per la realizzazione spirituale. Quindi ha una sua importanza, ma non un'importanza centrale. Se si conserva la tradizione - meglio: se si trasmette la tradizione -, si trasmette anche la possibilità di produrre arte sacra autentica (e dunque tradizionale) sempre nuova.
Viceversa, se - come nei tempi ultimi - è il nucleo stesso della tradizione ad essere compromesso - meglio: è la trasmissione del nucleo stesso della tradizione ad essere compromessa - pure le diverse applicazioni, tra cui, appunto, quella dell'arte sacra, non potranno che patirne le conseguenze.

Tom bombadillo
Il primo nato
Signore della Vecchia Foresta
(avevo dimenticato di presentarmi per intero)

Francesco Colafemmina ha detto...

Caro Tom,

postare un nuovo articolo non vuol dire bloccare una discussione.

La questione artistica è il fondamento di questo blog visto che il nostro obiettivo è quello di creare un movimento culturale aggregato intorno alla promozione e valorizzazione di un'arte sacra in linea con la tradizione ed ortodossa sotto il profilo teologico.

Comprendo ad ogni modo l'esigenza di discutere su argomenti più strettamente relativi alla tradizione ed all'ortodossia della fede. Non mancheranno le occasioni!

Un abbraccio

Caterina63 ha detto...

Bombadillo ha detto...


L'arte sacra è solo uno degli strumenti, dei possibili punti di appoggio, per la realizzazione spirituale. Quindi ha una sua importanza, ma non un'importanza centrale.

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Concordo che l'arte Sacra sia uno degli strumenti, ma non concordo sul toglierla dall'importanza della sua centralità^__^
In qualità di strumento essa è di importanza centrale e senza la quale non avremo la "visione beatifica" di ciò che pronunciamo nel Credo: "la Comunione dei Santi"...

L'arte sacra correttamente intesa è il cuore pulsante di questa Comunione quando appunto ce la rende in qualche modo visibile e poichè essa è solo un assaggio dal momento che è impossibile rendere visibile il cuore mistico della Chiesa, quest'arte ce ne da un assaggio che diventa indispensabile proprio all'interno delle grandi Città materialistiche, convulse dalla frenesia di oggi, dalla scristianizzazione di ciò che ci circonda..^__^

Le faccio un esempio:
quando vado a Roma, pur conoscendola come le mie tasche, vado alla ricerca proprio di queste Chiese "artistiche" nelle quali avverto proprio il senso di mistico di cui ho bisogno dopo aver camminato per ore nella frenesia e in mezzo a tanta ostentazione materiale (negozi pur necessari per le nostre necessità materiali)...

Entrando in queste Chiese non riposo solo il corpo, ma principalmente lo spirito...nutro il tatto, la vista, perfino l'odorato ^__^ e il silenzio che che le spesse mura e la ricchezza dei lavori artistici appunti, sono riusciti a creare...è il BELLO che nutre lo spirito...

Qui le ginocchia si piegano da sole, non c'è neppure bisogno di ordinare al mio corpo di farlo, al contrario, entrando in una chiesa di costruzione moderna l'istinto è SEDERSI, come mai? ^__^

Naturalmente parlo di una centralità importante non portata a vedere quest'arte come se stessi in un Museo eh! ma al contrario, una centralità che possa portarmi a pensare immediatamente ai Santi, a cercare il Santo dei Santi...ad esprimere in cuore la gratitudine a Dio per ciò che gli uomini hanno saputo tirare fuori dal proprio cuore e renderlo, per oggi, strumento DI PREGHIERA E CONTEMPLAZIONE...
^__^

le faccio un altro esempio:
quando entro con i miei figli (18 anni e 16 anni) in una chiesa antica, ho notato che si inginocchiano senza che debba dire nulla...anche se non c'è il Tabernacolo di fronte...e stanno in silenzio, si lasciano coinvolgere da ciò che vedono...restiamo in piedi, se ci sono gli inginocchiatoi istintivamente si mettono in ginocchio...
se entriamo in una chiesa moderna la prima azione che fanno è sedersi, se c'è il Tabernacolo di fronte si inginocchiano e si vanno a sedere...se il Tabernacolo è nascosto non vanno neppure a cercarlo...
Sono catechista da 21 anni e mi creda ho notato questo non solo sui miei figli, perfino preti e suore hanno assunto questi atteggiamenti! ^__^

Fraternamente CaterinaLD

Fabrizio ha detto...

L'arte non è affatto marginale nell'espressione della fede. Lo è diventata, certo, con il clima secolarizzato e filo-protestante, ovvero da quando la ragione e l'utile hanno preso il sopravvento diventando cose "più importanti" per il loro iummediato effetto pratico rispetto a questi "accessori" decorativi. L'arte aduca silenziosamente, parla, insegna, ammonisce, ricorda, esorta, èleva, non con la forza delle parole e degli argomenti, ma con lo stimolo dei sensi. La dimostrazione pratica è la sete di Bello che anima legioni di turisti che si riversano nelle città d'arte, e in particolare nelle nostre antiche chiese. Non si può ridurre la fede a argomenti logici. E la Messa gregoriana, come quella bizantina, ne è la prova: lo spendore delle vesti, degli arredi, delle suppellettili, delle pale d'altare (che sull'altare vanno viste, non nei musei!) ma anche dei gesti, dei canti....dicono tutto, ma senza discorsi. L'uomo si ritrova immerso totalmente, corpo e anima, sensi e spirito, nella Realtà divina, pregusta già nella carne la vita del Cielo. L'arte al servizio della liturgia deve mirare a far intuire il Paradiso in terra, e non è un compito proprio di poco conto! Florenski la chima la "gruccia della spiritualità", per noi che zoppichiamo sempre nella fede......