giovedì 18 giugno 2009

NO MARTINI? NO PARTY!

di Francesco Colafemmina

Sulla prima pagina di Repubblica appare oggi una notevole intervista al Cardinal Martini. Tralasciando il patetismo delle descrizioni scalfariane, il dialogo con il Cardinale è estremamente interessante sotto molti punti di vista. Anzitutto perchè come sempre nella dimensione ecclesiale dell'anziano biblista si scorgono gli elementi condivisibili di una viva critica all'autoreferenzialità clericale. E in secondo luogo perchè la sua critica è permeata di un tentativo "nuovo" e seducente di dare vita ad una inedita leadership cattolica nell'avvicinamento alla sensibilità decadente della contemporaneità.

Partiremo proprio da quest'ultimo punto. Martini nell'intervista spiega che i problemi della Chiesa di oggi sarebbero: "anzitutto l'atteggiamento della Chiesa verso i divorziati, poi la nomina dei Vescovi, il celibato dei preti, il ruolo del laicato cattolico, i rapporti tra la gerarchia ecclesiastica e la politica."

Escludendo l'ultimo aspetto, si può facilmente riconoscere in questa sequela di tematiche "calde", l'agenda dei principali gruppi di pressione in continua rotta di collisione con il Vaticano e più in generale con la Chiesa Cattolica. Lo scopo di questi gruppi? Lo descrisse egregiamente Papa Leone XIII nell'enciclica "Inimica Vis". Citerò un passo di quell'enciclica estremamente emblematico:
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4. Dalle rovine religiose alle sociali brevissima è la via. Non più sollevato alle speranze e agli amori celesti il cuore dell'uomo, capace e bisognoso dell'infinito, gittasi con ardore insaziabile sui beni della terra: ed ecco necessariamente, inevitabilmente una lotta perpetua di passioni avide di godere, di arricchire, di salire e quindi una larga ed inesausta sorgente di rancori, di scissure, di corruttele, di delitti. Nella nostra Italia morali e sociali disordini non mancavano certo anche prima delle presenti vicende; ma che doloroso spettacolo non ci porge essa i nostri dì. Nelle famiglie è assai menomato quell'amoroso rispetto che forma le domestiche armonie; l'autorità paterna è troppo sovente sconosciuta e dai figli e dai genitori; i dissidi sono frequenti, i divorzi non rari. Nelle città crescono ogni dì le discordie civili, le ire astiose tra i vari ordini della cittadinanza, lo sfrenamento delle generazioni novelle che cresciute all'aura di malintesa libertà non rispettano più nulla né in alto né in basso, gl'incitamenti al vizio, i delitti precoci, i pubblici scandali. Lo Stato invece di star pago all'alto e nobilissimo ufficio di riconoscere, tutelare, aiutare nella loro armoniosa universalità i divini e gli umani diritti, si crede quasi arbitro di essi, e li disconosce o li restringe a capriccio. L'ordine sociale infine è generalmente scalzato nelle sue fondamenta. Libri e giornali, scuole e cattedre, circoli e teatri, monumenti e discorsi politici, fotografie e arti belle, tutto cospira a pervertire le menti e corrompere i cuori. Intanto i popoli oppressi e ammiseriti fremono; le sette anarchiche si agitano; le classi operaie levano il capo e vanno ad ingrossar le file del socialismo, dell'anarchia; i caratteri si fiaccano, e tante anime non sapendo più nè degnamente patire, nè virilmente redimersi dai patimenti, abbandonano da se stesse, col suicidio, codardamente la vita.
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Papa Leone aveva individuato un nemico o meglio una "forza nemica" il cui operato è lento, profondo, ambiguo. Che è capace di rivoluzionare i costumi e le credenze, di modificare radicalmente le menti umane. Il suo prodotto è l'attuale condizione della nostra società. Così, a voler banalizzare il discorso di Martini, ci si rende conto che il problema che gli sta a cuore sembra essere principalmente quello del matrimonio e del rapporto uomo/donna. Celibato e divorzio sono tematiche care ai riformatori, perchè rappresentano ancora l'"incoerenza" cristiana con le modalità espressive della contemporaneità e dei suoi valori.
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Prendiamo ad esempio il divorzio. Questo tema molto caro a milioni di italiani è stato - è vero - drammaticamente dimenticato e superficialmente trattato dalla Chiesa. Quante volte coppie sull'orlo della separazione si sono sentite sole anche dinanzi alle moralistiche e vacue esortazioni di quei sacerdoti che le unirono in matrimonio? Quante volte i preti sono incapaci di rispondere alle difficoltà delle coppie? E questa loro incapacità, ottusità, ignoranza è spesso valutata dalle coppie sposate come logica conseguenza del celibato. Così i sacerdoti inesperti della vita di coppia non sarebbero in grado di offrire soluzioni o soltanto di comprendere un marito ed una moglie in crisi.
Ed è proprio così: la Chiesa non sa più dare risposte vere, autentiche, credibili! Eppure questo problema non nasce dal celibato, anzi, nella considerazione della vita di rinuncia e della castità potrebbero esserci numerose risorse per rendere specularmente raggiante la vita matrimoniale. La questione nasce invece dalla malintesa socializzazione del sacerdozio, dalla scomparsa del ministero sacerdotale integro e sereno e dalla sua sostituzione con un agitato attivismo sociale il più delle volte moralistico e vacuo. Il Santo Padre Benedetto lo sa bene e perciò ha indetto l'anno sacerdotale. Come non rendersene conto e continuare a blaterare le solite rivendicazioni moderniste?

Se un sacerdote e conseguentemente anche i fedeli, sanno essere immersi nel mistero e vivere con piena serenità, con gioia, la propria fede, sapranno anche trovare risposte vere, solide, nei momenti di crisi delle coppie. E sapranno assicurare ai divorziati anche una dimensione non di ghetto, non di esclusione, ma di accoglienza e comprensione. La vita di molte persone separate o divorziate è infatti una non vita, una vita recisa. Spesso persone che hanno vissuto dall'adolescenza in simbiosi affettiva, sono costrette a separarsi dopo molti anni di matrimonio perchè un virus malefico sembra essere entrato in loro ed averli divisi. E questo virus è o non è il pensiero debole della nostra autosufficienza e della continua esibizione di modelli umani tutti ricalcati sulla materialità ed in costante sete di spirito e verità affettiva?

D'altra parte questo virus non emerge soltanto dopo il matrimonio, ma frequentemente anche prima. Così il progetto di famiglia diventa oggi un terno a lotto, una scommessa sulla capacità di resistenza dei due attori che si incamminano sulla strada di una vita unita. E, a voler risalire ancora più indietro, la verità è che la deregulation sessuale, le istanze più dirompenti del femminismo manovrato dagli uomini creatori del nuovo ordine sociale, ha creato una dimensione della coppia fondata sull'instabilità e la libertà. Questa condizione sebbene sia difficilmente modificabile è vissuta con profonda difficoltà dai giovani e con preoccupazione o fatalistica ed ipocrita rassegnazione dai non più giovani. Pure, nessuno cerca di individuare le radici di una tale disfatta sociale, le radici della crisi dell'istituto matrimoniale e della famiglia stessa.
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E fa specie che anche il Cardinal Martini, si accodi alla massa che invece di comprendere le ragioni del disagio si sforza di traghettare la Chiesa nel marasma irrazionale del materialismo spiritualizzato. Così non esita ad affermare la necessità di convocare un "concilio" per discutere ad esempio il tema del divorzio!
Eppure il Cardinale si richiama alla "carità" cristiana, quindi bisognerebbe pensare che la sua opinione sul tema sia molto meno preoccupante e non allineata all'ortodossia cattolica di quanto Repubblica voglia farci pensare. Certo però seduce moltissimo l'immagine del Cardinale vegliardo dall'occhio azzurro intenso che parla di un rivoluzionario concilio perchè la Chiesa non subisca gli attacchi esterni della società, ma addirittura si faccia promotrice di un avvicinamento, di una rivoluzione culturale ecclesiale in merito a temi come il divorzio o il celibato!
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Geniale, no? Beh, almeno lo è per Scalfari e La Repubblica che, assieme al Corriere, sono gli organi principali della formazione del consenso in Italia. E sono anche i giornali laicisti e di quella classe illuminata di intellettuali in grado di stabilire le giuste opinioni sulle più avvincenti questioni ecclesiali. E che Martini si presti ancora a queste "operazioni" di anarchismo dottrinale ed opposizione dialettica all'impegno magisteriale di Papa Benedetto, lascia un po' interdetti.
Il Cardinale infatti vorrebbe apparire come la voce fuori dal coro, l'immacolato uomo di fede, che ha rinunciato al potere ed ai lustrini della sua carica gerarchica e che è impegnato nella caritatevole opera di riavvicinamento della Chiesa all'uomo...
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Sarà, ma questa immagine non sembra corrispondere alla reale esperienza del Cardinal Martini. E fa anche molto pensare il silenzio assordante di tutti gli altri Cardinali italiani sulle parole di Martini o piuttosto sull'uso delle parole di Martini fatto da Repubblica e dal Corriere. Timor sacro o latente condivisione della sua personale battaglia? Perchè se in prima pagina ci finiscono alternativamente o Martini o il Santo Padre, vuol dire che bisognerebbe riequilibrare qualcosa: d'altra parte - fino a prova contraria - non siamo più nel medioevo ed il nostro Papa non ha bisogno di essere contrapposto ad un improbabile quanto posticcio Antipapa.

3 commenti:

Caterina63 ha detto...

Sabato 13 giugno padre Giovanni Scalese del blog "senza peli sulla lingua", aveva scritto una riflessione proprio sul caso "anomalo" del card. Martini...

posto un passo della sua risposta perchè è davvero da riflettere con quanto scritto da Francesco che ringrazio ^__^

http://querculanus.blogspot.com/2009/06/ciascuno-ha-il-proprio-dono-da-dio-1.html

Ho già ricordato in uno dei miei precedenti post che, quando uscí il libro di Benedetto XVI Gesú di Nazaret, il Card. Martini fece maliziosamente notare che il Papa non era un biblista, ma un teologo dogmatico.

Non si rendeva conto che un rilievo simile si potrebbe fare nei suoi confronti: lui è un biblista (o, a voler essere pignoli, uno studioso di critica testuale); non mi risulta che alcuna delle questioni su riportate abbiano una qualche attinenza con il testo biblico; esse sono semmai questioni o dogmatiche o morali o disciplinari.

Finché era titolare di una sede episcopale, si potevano ancora ancora giustificare i suoi interventi; ma ora a quale titolo li fa? Non è un esperto di quei settori; quel che lui dice ha lo stesso valore di quel che dico io; con la differenza che lui è un Cardinale, e i Cardinali hanno uno speciale vincolo di sottomissione al Papa.

Personalmente ritengo che essi, specialmente una volta superati gli ottanta anni, farebbero meglio a ritirarsi in silenzio (e queste sembravano in un primo momento le sue intenzioni). I Gesuiti usano una bellissima espressione per indicare il ruolo di coloro che sono in pensione: "Prega per la Compagnia".

A maggior ragione, un Cardinale gesuita dovrebbe, secondo me, fare proprio questo: pregare per la Chiesa e per il suo Ordine religioso, anziché andare a cercare nuovi pulpiti mediatici da cui pontificare
.

Anonimo ha detto...

Chi vuole leggere l'articolo lo trova qui:
http://newrassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/pdf/radB4FF0.tmp.pdf

Davide

Francesco Colafemmina ha detto...

Grazie, ho corretto il link. Avevo linkato erroneamente il nuovo sito dell'Anno Sacerdotale! ;)