sabato 25 luglio 2009

IL RELATIVISMO ESTETICO DELLA CEI E LA DISTRUZIONE PROGRAMMATICA DELLE CHIESE


di Francesco Colafemmina


"Sotto il profilo del metodo, è ormai acquisito che l'architetto debba opportunamente costituire una vera e propria équipe di progettazione, da lui guidata e coordinata, composta anche da un artista e da un liturgista. Architettura e arte devono integrarsi sin dall'inizio, secondo l'idea e l'ispirazione originaria. L'architetto sceglie, anche sentita la committenza, l'artista o gli artisti che maggiormente condividono con lui una comune sensibilità e le cui capacità e tecniche espressive possono meglio entrare in tensione armonica con l'architettura proposta. II liturgista è fondamentale, giacché è un dato fortunatamente irrinunciabile la consapevolezza che una chiesa si progetti non a partire dall'architettura stessa, ma dalla liturgia, cioè dallo spazio sacro, inteso quale spazio non solo "funzionale" al culto, ma addirittura capace di incarnarlo e rappresentarlo "visibilmente" sempre, in ogni momento; anche fuori dalla celebrazione; uno spazio che trova la sua "naturale" configurazione modellata sulla bipolarità essenziale tra luoghi liturgici principali, da un lato, e assemblea, dall'altro. È da questo spazio, ogni volta sempre "uguale" e sempre inevitabilmente e vitalmente "creato" nella sua originalità, che nasce il progetto di una chiesa, la sua architettura, la sua forma, la sua linea e trae forza la sua capacità espressiva. Questa "sconvolgente" verità non è, purtroppo, ancora accolta diffusamente da tutti gli architetti, anche quelli più noti, dotati di una singolare capacità creativa e che hanno prodotto negli ultimi anni non poche realizzazioni nell'edilizia di culto."
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Quindi secondo la CEI il vero ed unico dominus della realizzazione architettonica di una chiesa deve essere l'architetto. Sotto di lui dev'essere approntata una equipe di cui fanno parte un artista ed un liturgista. Wow! Che progresso! E' sicuro che così continueranno a realizzare chiese squallide ed abominevoli.
Oltretutto, dice coerentemente don Russo, l'architetto sceglie gli artisti che "condividono con lui una comune sensibilità". Quindi l'estro dell'architetto è esso stesso misura di tutte le cose. E il liturgista? Egli ha solo il ruolo di ricordare i presupposti sui quali deve reggersi l'architettura: centralità dell'altare e fondamentale importanza dell'ambone... tutto il resto è niente! Ma, badate, l'attenzione deve andare alla "bipolarità" fra "luoghi liturgici principali" e "assemblea". E inoltre: da questo spazio "sempre uguale" e sempre "creato" nasce il progetto di una chiesa. Mah! Forse sarò duro di testa ma voi avete forse capito cosa voglia dire una simile affermazione?
Comunque andiamo oltre:

"È il caso di ribadire con forza che l'iniziativa CEI dei progetti pilota non pretende né intende individuare o costruire dei nuovi modelli architettonici di chiese. Ciò non sarebbe possibile né sarebbe ammissibile! Un tale atteggiamento, qualora si verificasse, potrebbe essere tacciato, e giustamente, di presunzione e di ristrettezza di vedute. Così come, al contrario, valutiamo impropria la posizione di chi continua a sostenere, forse nostalgicamente, che le chiese di una volta erano più belle o, addirittura, più chiese! Non ha senso e non è metodologicamente corretto giudicare la bellezza di un'opera contemporanea stabilendo un confronto con l'architettura del passato; se mai, tale confronto serve a riconoscere i differenti canoni estetici e culturali delle epoche diverse. Ciò vale anche per l'arte. Sarebbe come accostare un dipinto di un autore del Cinquecento e uno di un artista di oggi e concludere che il primo gode di una maggiore bellezza. Sono due "prodotti" culturali diversi e infinitamente distanti. Il linguaggio espressivo ha conosciuto e conosce una evoluzione (per qualcuno "involuzione"!) enorme."

Ecco dunque smascherato il pensiero debole di chi ha ridotto le chiese a vuoti magazzini o a informi capannoni. Potremmo definirlo "evoluzionismo estetico". Un concetto che prima hanno applicato alla liturgia e poi anche all'arte ed alla architettura. Modelli? Canoni? Cosa sono queste cianfrusaglie da ancien regime! Noi vogliamo il "progresso" estetico! Via questi sciocchi nostalgici ed ottusi amanti dell'architettura classica... avanti Meier, avanti Fuksas, avanti Piano, avanti Botta! Il bello è relativo, la bellezza non è un elemento trascendente, ma è un dato sociale, immantente, da rapportare alle epoche che l'umanità vive o crea. Hegelismo puro! E sebbene Shopenhauer affermasse che Hegel con la sua cretinizzante filosofia era un mero "sciupatore di tempo, di carta e di cervelli", noi oggi vogliamo pervadere la Chiesa Cattolica di Spirito Hegeliano, vogliamo saziarcene e bearcene a più non posso. Possiamo forse dire che Caravaggio è più "bello" delle "cacate carte" di un Picasso o di un Kandinsky? Non sia mai. Il bello è relativo e storico. Ciò che proviene dal passato può stare in un museo, ma guai a valutarlo come opera viva, appartiene allo spirito di quel tempo: è opera morta! Ecco perchè anche le preziosissime chiese antiche vanno adeguate, le balaustre distrutte, gli altari antichi rimossi, le opere d'arte sostituite, i tabernacoli abbattuti: tutto deve essere conforme "all'evoluzione dello spirito del tempo".
Ma andiamo ancora oltre:

"Occorre prenderne atto e cercare di entrare in dialogo con gli artisti e gli architetti di oggi, chiedendo loro di mettersi in ascolto per rappresentare al meglio i nostri sentimenti, valori, ideali di vita e di fede. D'altra parte, anche sul piano liturgico vi è costantemente l'esigenza di un confronto. I liturgisti stessi sono impegnati nella continua ricerca di come lo spazio sacro possa efficacemente essere "organizzato", raggiungendo una performance adatta alla sua natura. Si tratta di proporre "schemi" liturgici che siano nel contempo rispettosi della Tradizione, della prassi celebrativa e delle indicazioni normative della Chiesa e anche innovativi, capaci, cioè, di esprimere meglio il contenuto, la dinamicità intrinseca dell'atto celebrativo. Questo lavoro di approfondimento e di ricerca non è semplice né scevro da possibili errori o eccessi. C'è da rendere visibile la centralità del Mistero che si celebra e c'è da rendere concretamente possibile che l'assemblea esprima facilmente la propria vocazione di popolo radunato per celebrare attivamente e dinamicamente la liturgia; occorre far sì che l'altare sia il vero punto focale dello spazio celebrativo, ma anche dare tutta la dovuta importanza (in sé e in relazione all'altare) all'ambone, quale luogo della Parola; e si potrebbe proseguire nell'indicare altre numerose questioni da approfondire, fra loro correlate, ma appartenenti a livelli gerarchici diversi, quanto a funzione e significato liturgici. Pensare e proporre una soluzione che renda "viva" la liturgia celebrata e faccia chiaramente percepire la natura tragica e gloriosa dell'evento che si celebra è la sfida, ardua e affascinante, che non bisogna smettere di cogliere nella progettazione di una nuova chiesa, che è liturgia permanentemente in atto ed è per l'uomo. Frédéric Debuyst, in un suo saggio dedicato a Romano Guardini, scrive di lui e della liturgia così: «Guardini non si stanca di ripetere che la liturgia riguarda l'uomo concreto, tutto quanto l'uomo, e che essa va oltre le considerazioni nozionali, o puramente storiche oppure "cerimoniali", per condurci a realtà che sono sempre in atto e riguardano simultaneamente le persone, le cose e i luoghi: il Mistero pasquale, il Mistero della Chiesa, il Mistero della Creazione. L'economia sacramentale dei segni si dispiega tutta intera lungo questa vasta gamma».

Apprendiamo così che l'organizzazione dello spazio sacro al centro della ricerca liturgica deve assicurarne una coerente "performance". Si, perchè siamo a teatro! Che modo estroso di esprimersi! Ma si sa, noi siamo "ottusi nostalgici", forse, però, un tale metodo espressivo, una simile onnipervasiva ideologia è coerente con questa specie di liturgia intesa quale "teatro", "rappresentazione scenica", da realizzare all'interno di chiese costruite da persone che Cristo non lo conoscono affatto. E' dunque quanto mai opportuno il richiamo conclusivo alle parole di Debuyst: "la liturgia riguarda l'uomo concreto, tutto quanto uomo". Cristo infatti nella liturgia e nelle chiese i (mon)signori della CEI sembra che non lo vogliano affatto.
E forse sarebbe anche meglio così: dinanzi a tanta arroganza umana infatti, anche Nostro Signore potrebbe perder la pazienza e salutati tutti quanti andarsene ad abitare in una piccola chiesetta di campagna semplice umile e polverosa, ma forse ancora "cattolica"!

4 commenti:

Fabrizio ha detto...

"l'iniziativa CEI dei progetti pilota non pretende né intende individuare o costruire dei nuovi modelli architettonici di chiese. Ciò non sarebbe possibile né sarebbe ammissibile! Un tale atteggiamento, qualora si verificasse, potrebbe essere tacciato, e GIUSTAMENTE, di presunzione e di ristrettezza di vedute."
La cosa bella di questo intervento di Don Russo è che la CEI comincia a giocare a carte scoperte. Con questa ammissione ufficiale di volersi calare le braghe davanti alla CREATIVITA' dell'architetto ha dichiarato che la Chiesa non vuole e non può dire nulla sulla configurazione dei suoi edifici di culto. Sia mai che qualcuno pensi che sia troppo reazionaria....quindi bisogna dimostrare di essere avanti, avantissimo...che tristezza. Quale presunzione poi nel richiedere, doverosamente, agli architetti il rispetto di CANONI costruttivi per luoghi di culto? Non mi sembra che gli ortodossi si sentano così presuntuosi nell'edificare le loro chiese.
Giustissimo il concetto che le opere d'arte vanno valutate in base alle idee che le hanno generate, e che non c'è nulla che sia "più bello" di un'altra cosa. Ma direi anche di analizzare il fine di un'opera d'arte, il suo uso e il messaggio che trasmette. Non si può paragonare la lattina Campbell di Wharol col Giudizio di Michelangelo. Però paragonerei il Crocifisso di Cimabue con quello di Pomodoro. In tal caso vedo continuità di committenza e di destinazione dell'opera. La costruzione e l'arredo di una chiesa dovrebbe, secondo me, rispondere a dei principi base immutabili nel tempo, seppur nella cangianza delle sue "performance". Mi chiedo allora a quali conclusioni devo giungere se, alla presenza di una stessa committenza (la Chiesa) e di una stessa serie di commissioni (chiesa e arredi) si possa arrivare ad aborti come quelli di Fuksas o Pomodoro. E la conclusione è sì, che le chiese moderne sono sia più brutte che meno chiese; e che, a tutta evidenza, la religione per cui si costruisce non è più la stessa.

mic ha detto...

e che, a tutta evidenza, la religione per cui si costruisce non è più la stessa.

ovviamente sta perlando della religione (o meglio della Fede) di certi vescovi e (mon)signori e sacerdoti ideologizzati o modernizzati tout court, non di quella di tanti fedeli che con fatica ma con determinazione e nonostante tutto - e soprattuto con l'aiuto del Signore - si sforzano di custodire "quello che hanno ricevuto" e di rimanere come "pietre vive" nella Chiesa si sempre.

Francesco ha ben centrato il 'pensiero debole' chiaramente deducibile dal documento della CEI che rispecchia ed è anche frutto della grave crisi che stiamo attraversando.
Quel che mi sconcerta è che continuano a essere nominati vescovi progressisti!
E non è un discorso di 'fazioni' o di contrapposte ideologie; è un discorso realistico e di sofferta consapevolezza.
Ma le voci come quella di Francesco e le altre che si stanno moltiplicando, possono dare un contributo grande alla re-azione a tutto questo!

Gabriella ha detto...

:( Che tristezza!!!
E' incredibile come si continua a pensare che noi moderni siamo più intelligenti, più artistici, più tutto, insomma, che non i nostri avi ... oh no, quelli non capivano niente!!!

Ethos ha detto...

Vero: moltissime chiese contemporanee sono aborti architettonici e prive di alcuna cognizione di cosa sia lo spazio del sacro. Nessuna relazione ascendente e men che mai intima nella ricerca contemplativa del dialogo spirituale. Ci sono eccezioni, ma la regola è quella che rileva il post.