lunedì 24 agosto 2009

REPORTAGE DALLA GRECIA - PRIMA PARTE

Cari amici, di ritorno dalla Grecia, proporrò una serie di articoli dedicati ad importanti chiese e monasteri delle Cicladi, accompagnati da alcune riflessioni attuali sulla situazione della nostra Chiesa Cattolica. Cominciamo oggi con la chiesetta del "Theologàki" di Naxos. Buona lettura.


di Francesco Colafemmina

E' arroccata lì sulla collina che domina l'isola più grande delle Cicladi, Naxos. La chiesetta detta del "Theologàki" è in realtà ricavata in una grotta naturale, scavata dal lavorio costante del Meltemi, il vento del nord che a Naxos spira con fresca violenza soprattutto d'estate. Il suo nome deriva dalla tradizione secondo la quale vi avrebbe sostato per alcuni mesi San Giovanni Apostolo, dopo l'esilio a Patmos durante il quale scrisse l'Apocalisse.
Infatti in Grecia San Giovanni Apostolo si distingue dal Battista per il suo titolo: il primo è definito "o Theològos" (il teologo appunto ovvero colui che ha parlato di Dio), il secondo invece è "o Pròdromos" (l'apripista). Date le piccolissime dimensioni della chiesa le si è trovato un titolo adatto: Theologàki, ovvero "il piccolo Teologo".
La strada che conduce alla chiesa è la medesima che porta all'unico monastero greco dedicato a San Giovanni Crisostomo, incastonato fra due costoni di roccia, in cima alla collina che sovrasta la Chora di Naxos.
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Giunti sulla bianca scalinata del Theologàki la visione mozzafiato dell'Egeo è indimenticabile. Lì davanti c'è la mondana Mykonos, a sinistra Paros e a destra semplicemente una enorme distesa blu. Entrando nella chiesetta non si troveranno icone di particolare pregio, anzi, tutto appare un po' disordinato e semplice. Anche gli stili non sono affatto omogenei: Cristo e la Madonna sono rappresentati da due antiche icone rinascimentali (ovvero non bizantine). San Giovanni è in stile bizantino classico.
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Sulla porta d'accesso all'abside è dipinto un San Michele sgraziato, evidentemente moderno. E' importante distinguere fra icone "rinascimentali" ed icone bizantine classiche. Le prime infatti sono espressione delle contaminazioni fra Ortodossia e Cattolicesimo avvenute in quei luoghi invasi e soggiogati da alcune potenze cattoliche: nel nostro caso quella veneziana.
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I Veneziani giunsero a Naxos nel 1207 guidati da Marco Sanudo. Questi impose sulle isole dell'arcipelago un Arcivescovado Cattolico che guadagnò sempre maggiore influenza negli anni a seguire e non scomparve sotto la dominazione ottomana. La divisione religiosa imposta dai dominatori si trasformò anche in vera e propria discriminazione, con il divieto per gli Ortodossi di avere nomine pubbliche e la loro relegazione alle attività campestri dell'entroterra. Così per trovare opere agiografiche ed architettoniche in stile bizantino bisogna risalire a prima del 1200 o ad epoche più recenti.
La spiegazione "teologica" del solco che separa le icone tridimensionali e realisiche rinascimentali da quelle bizantine classiche la rimandiamo al momento in cui parleremo del Monastero della Faneromèni. Ad ogni modo in queste due icone di Cristo e della Vergine è evidente il tentativo di rendere secondo una tecnica figurativa "occidentale" gli stilemi propri dell'agiografia orientale, secondo un processo di "contaminazione" cultuale i cui fautori erano proprio cattolici. A tal riguardo apro una parentesi sul dilagare odierno delle icone orientali nelle chiese cattoliche. Se, infatti, per molti secoli il figurativismo realista, tridimensionale e prospettico è stato stigma inconfondibile di cattolicità, tanto che appunto veniva imposto anche ai fedeli ortodossi; oggi l'assenza di forme, o meglio la distruzione delle forme e in primo grado del figurativismo da parte dell'Occidente cattolico, sta comportando la necessità - qualora non si voglia cadere nell'insignificante ed eretico astrattismo - di ricorrere all'icona bizantina quale compromesso fra astratto e tentativo di figurativismo. Questo reflusso artistico non nasce quindi da una reale e coerente comprensione dell'arte bizantina classica e della teologia dell'icona, bensì dal tabù del figurativismo ossessivamente contrastato dagli "artisti" occidentali. Il risultato evidente è quello di decontestualizzare l'icona (che in molti casi viene esposta in riproduzione cartacea e non in originale chiropìito), introdurre stilemi figurativi spesso ignoti ai cattolici, disorientare i fedeli, porli dinanzi ad opere che non sono fatte per essere contemplate od osservate, ma per essere "baciate", dunque per essere una porta "fisica" e diretta verso il divino.
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Concludo questa piccola riflessione facendo notare che molto spesso tanti parroci che si scoprono amanti delle icone e le propinano in ogni salsa ai propri fedeli spesso sono gli stessi che fanno sparire antiche pale d'altare con la scusa che si trattava di croste (e spesso certe icone sono peggio delle più scadenti croste ottocentesche), spogliano i muri delle proprie chiese e discettano intellettualisticamente di un falso ecumenismo alla Enzo Bianchi.
Tornando alla nostra caverna-chiesetta colpisce l'immagine a grandezza naturale di San Michele sulla porta dell'Iconostasi da cui si accede all'altare. La spada sguainata e il volto severo indicano che egli è il celeste protettore del luogo sacro, del naos vero e proprio nel quale si compie il sacrificio di Cristo ed invita così i curiosi e gli impuri ad allontanarsi dal luogo in cui si compie la Divina Eucaristia. Al di là dell'iconostasi possono accedervi infatti solo i chierici. Ai tempi dell'Impero bizantino (che tuttavia i greci di allora chiamavano "Impero Romano" romaikì aftokratorìa) poteva accedervi anche l'Imperatore.
Quanta differenza dal nostro presbiterio! Ormai vi accedono tutti e il limes che divide il luogo sacro da quello in cui sta l'assemblea è totalmente distrutto!
In questa piccola chiesetta invece la Sacra Mensa (Aghìa Tràpeza) è costituita - mi sono permesso di sbirciare infatti da una fessura della porta di San Michele - da una sorta di letto di pietra sul quale si distendono i kalìmmata (coperture di stoffa che ricordano il sudario e le bende del sepolcro di Cristo). Con tutta probabilità si sarà trattato del giaciglio naturale sul quale riposò San Giovanni durante il suo romitaggio in quella grotta. Secondo l'usanza classica infatti gli altari delle chiese sono spesso tombe di santi o martiri o luoghi di tradizione apostolica. Sull'altare vi sono il Crocifisso ed i portacandele. Più avanti impareremo a conoscere nel dettaglio gli oggetti utilizzati nella divina liturgia ortodossa, basti per ora sapere che il rito della preparazione dell'Eucaristia è davvero complesso e lungo, ma denso non solo di aderenza agli eventi della passione di Nostro Signore, bensì anche di profondi contenuti teologici nettamente diluiti se non scomparsi nel novus ordo cattolico.

Finita la visita non resta che accendere una candelina e segnarsi prima di ritornare sotto il vento che ulula ed un sole accecante. Mentre la luce della candela cresce rapidamente e sembra animare quello spazio silente e mistico, ripenso a quante volte sono stato costretto ad accendere ceri elettrici nelle nostre chiese e mi viene un piccolo moto di indignazione che, a dire il vero, passa subito appena guardo negli occhi l'icona di San Giovanni. E chissà se anche il Santo Evangelista non preferisca aspettare in quel luogo isolato ed aspro gli sporadici viandanti che vanno a cercarlo e nel rivolgergli una preghiera, una supplica, accendono una sottile candela, invece che in qualche chiesa somigliante ad un capannone industriale dove i suoi devoti numerosi, ma magari distratti e superficiali, sono costretti ad accendegli candele... elettriche!
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Fine prima parte

3 commenti:

Gabriella ha detto...

INTERESSANTISSIMO!
Grazie :)

Fabrizio ha detto...

Non vedo l'ora di leggere i seguenti articoli! Soprattutto per quanto riguarda le osservazioni sulle icone nel cattolicesimo!

Anonimo ha detto...

E' comprensibile la stima che può avere un cattolico di sensibilità tradizionale verso chi ha conservato - come cosa normale e non come benevola concessione - la tradizione liturgica. Bisogna però sottolineare che l'opera di spoliazione della liturgia cattolica, per quanto molto accentuata dopo il Vanticano II, è iniziata molto prima. C'è stato così un progressivo cambio di mentalità rispecchiato nel modo in cui veniva progettato e gestito il tempio. E' certamente molto facile spogliare e degradare un luogo sacro che ricostituirlo come tale perché l'opera di ricostituzione comporta parallelamente la ricostituzione dell'interiorità di chi ne usufruisce.
Pietro C.