martedì 24 novembre 2009

UN'ALLEANZA NUOVA. PELLEGRINI NEL MONDO VERSO LA BELLEZZA INFINITA

di Pietro De Marco

1. In pagine essenziali dedicate alla croce e alla nuova “estetica” della fede l’allora card. Ratzinger (Ferito dal dardo della bellezza, in Il cammino verso Gesù Cristo, 2004, ted. 2003) rifletteva sul contrasto tra Ps. 44 (“Tu sei il più bello tra i figli dell’uomo…”), e Is. 53, 2 (“Non ha bellezza né apparenza…”), nel percorso della liturgia delle ore della settimana santa. La manifestazione del Figlio è nella bellezza o nella iniquità? La bruttezza del volto irriconoscibile conduce alla Verità? D’altronde: la realtà non è forse iniqua ?
Rispondeva Joseph Ratzinger che nella dialettica dei due volti è la Rivelazione. Infatti, senza la Bellezza, l’irriconoscibile uomo dei dolori non è trasceso nel Risorto. La sola iniquità della Croce, come la sola bruttezza del Mondo, sarebbero dunque menzogna; ma “la verità e non la menzogna è l’estrema ‘affermazione’ del mondo”. Proseguiva: “E’ un trucco astuto della menzogna quello di presentarsi come l’unica verità, quasi che fuori e al di là di essa non ne esista alcun’altra. Soltanto l’icona del Crocifisso, in sé aperta alla resurrezione, è capace di liberarci da quest’inganno, oggi così prepotente”.
Nel discorso della Sistina agli artisti Benedetto ha come ripreso ed esteso quelle note precedenti il pontificato. L’arte scuote, ferisce (“come un dardo”), fa soffrire, risveglia l’uomo “aprendogli nuovamente gli occhi del cuore e della mente, mettendogli le ali, sospingendolo verso l’alto” e, richiamandolo al suo destino ultimo, “lo riempie di nuova speranza”. In questo orizzonte il Papa può evocare il dictum di Georges Braque: “L’arte è fatta per turbare” (troubler , in Le jour et la nuit, Cahiers, 1917-1952, Paris, Gallimard, 1952). Solo in questo orizzonte, sottolineo, poiché la formula più frequentemente suggerisce ai nostri contemporanei che “l’arte deve scomporre e rompere la forma, mostrificare per far vedere, per evitare la ‘distrazione’ dell’attenzione” (Jonathan Crary, Suspensions of Perception: Attention, Spectacle and Modern Culture, citato da Judit Török). Così trovo detto in apertura di un ciclo di mostre-provocazioni di pochi anni fa, che pretendono astutamente di far danzare la ricerca di verità, contro le ‘convenzioni’, sul confine della pornografia, dell’autoerotismo, dei travestimenti/mutazioni di identità, dell’estetica del nulla.
Per Benedetto invece, in questa pratica senza trascendenza del perturbante, coltivata ancora dalla critica militante sull’onda di rivolte filosofiche esauste, l’arte si vuole “abbagliante fino allo stordimento”, “imprigiona [gli uomini] in se stessi, e li rende ancora più schiavi, privi di speranza e di gioia”. Facilmente si potrebbe riconoscere il senso e il fallimento dell’installazione di Mark Wallinger, nella cripta del Duomo di Milano, a partire dalla presunzione-illusione dell’artista e dei suoi committenti di educare con una estetica del nulla la nostra attenzione all’Incarnazione.

2. Contro l’abitudine dell’artista e del pubblico a subire, assieme ai proclami di disalienazione, l’ideologia della cancellazione e la quotidianizzazione dell’abietto, e magari presso i teologi ad autenticarle evangelicamente, Benedetto XVI ripropone la via pulchritudinis, “una via della bellezza che costituisce al tempo stesso un percorso artistico, estetico, e un itinerario di fede, di ricerca teologica”. Una proposta anzitutto per gli artisti, che capiscono perfettamente cosa sia pulchritudo, anche se la rinnegano. La sua idea e la sua identificazione restano possibili, nonostante la rivoluzione concettualista, i suoi pervasivi depistaggi.
Il Papa fa perno su Gloria di Hans Urs von Balthasar: “[La Bellezza] ha preso congedo dal moderno mondo degli interessi, per abbandonarlo alla sua cupidità e alla sua tristezza. Essa è la Bellezza che non è più amata e custodita nemmeno dalla religione”. Nell’annunciare agli artisti ricchezza non surrogabile, e la necessità, del dialogo con la Rivelazione, troviamo dunque un invito a non avere paura. E la “paura” da superare non è quella per l’abisso della perdita, della delocazione, che anzi l’artista ama (dire di) mettere in scena; è, al contrario, la paura della Bellezza. “Non abbiate paura di confrontarvi con la sorgente prima e ultima della bellezza, di dialogare (...) con chi, come voi, si sente pellegrino nel mondo e nella storia verso la Bellezza infinita!”.
Mi sia permesso di dire così: questa realtà pellegrinante verso la Bellezza è la Città di Dio, che ha convocato molto presto gli artisti a sé, e che gli artisti hanno servito ed esaltato. La distanza, la marginalità, la lotta contro la Città di Dio, a servizio di altre Città o del solo artista, ha portato l’arte occidentale, oggi non ieri, a subire “la legge della formazione degli idoli”, secondo la formula di Hans Sedlmayr nel suo La rivoluzione dell’arte moderna (1955), in apparenza annientato dalle neo e post-avanguardie, tornato ad essere strumento necessario. L’arte si è piegata a più Idolbindungen prima deificandosi, poi, consapevole della impossibile autodeificazione, perdendosi, abolendosi. Ma finzione di onnipotenza, estetismo e “disperazione” (nel celebrare, anche solo manieristicamente, l’assenza di speranza, il negativo, la polvere, come teorizzano alcuni) restano visibili nel tentativo di uscire da sé. Anche quando l’arte si fa azione-lezione, opera-comportamento: tanto è evidente la sua inanità pratica e, ad un tempo, la sua condanna all’impermanenza come ‘opera’.
Il gioco disordinante e maligno del trickster (studiato da Arpad Szakolczai, in Sociology, Religion and Grace, e da Agnes Horvath) si nega alla grazia. L’artista “libero” dalla Bellezza è irretito da se stesso (il Gehlen di Quadri d’epoca). Il dis-ordine ferisce l’anthropos con un dardo mortale (Christopher Alexander, Nikos Salingaros).
La funzione perturbante apre illusoriamente al sacro; lo falsifica e infine lo allontana. Capitava di leggere in questi giorni un improbabile confronto tra Cormac Mc Carthy e la rock star Nick Cave narratori. “La scommessa mirabilmente vinta da Cave [nella Morte di Bunny Munro] consiste nello scavare a fondo dentro l’umanità degradata e terminale del protagonista, senza cercare facili riscatti [come quelli della Strada di Mc Carthy !] (...), sullo sfondo di un mondo marcato a fuoco dalle catastrofi quotidiane, popolato di assassini ecc.” (Il Manifesto, 19 novembre 2009). Tale compiaciuta stilizzazione della condizione umana secondo l’abiezione, il “quadro attualissimo dell’umana degenerazione” (come scrive un altro critico nella stessa pagina), che si opporrebbe ai “facili effetti” di un vero scrittore tragico come il Mc Carthy, è il prodotto onirico di un rifiuto della speranza e, anzitutto, della verità del mondo. Col supporto corruttore dell’intelligencija, che non sopporta alcuna presenza del retto Oltre, dei trascendentali (il Vero, il Bello, il Bene); essa gioca con piena coscienza, sguazza nella partita anticristiana dell’umano degrado e della sua paradossale assolutizzazione; e illude l’artista.

3. Si discute in queste settimane nella Roma cattolica sulla differenza tra arte convocata al dialogo e arte guidata ad edificare il tempio cristiano e decorarne le pareti. Fasi diverse, certo, ma una sola realtà; e sono lieto di concordare col Lucetta Scaraffia (Osservatore Romano, 22 novembre). La intercomunicazione tra arti e Città di Dio è certamente preliminare alla urgente ricerca di nuova e migliore arte sacra. Se le chiese hanno bisogno della visibile Bellezza, è altrettanto evidente – anche se non è stato così negli ultimi anni - che l’artista non può veicolare negli spazi sacri surrogati del divino, idoli del non-senso o simboli di “decostruzione” umana e cosmica, ossia il Brutto che si oppone alla pulchritudo.
Ma vi è un momento che precede, e che è più vasto delle ragioni immediate del dialogo e della collaborazione, fosse pure il grande progetto del padiglione del Vaticano alla Biennale: in Benedetto la convocazione degli artisti è anzitutto l’annuncio all’arte di una salvazione delle sue grandezze e miserie e dei suoi stessi dèmoni, nella loro ricomposizione sotto la volta (la “Bellezza infinita”) dell’ordine cristiano di senso. La oggettiva presenza della Santa Sede a Venezia prenderà significato, a mio avviso, se eviterà di confermare il rapporto chiesa-artisti a criterio variabile o senza criterio del passato recente, accogliendo invece artisti che non siano sacerdoti, fosse solo per allineamento alla maniera, e ai mercati artistici, del trash oggettuale e della cieca performance, senza trascendenza.
Le “contrade dell’a-significante, dell’a-soggettivo e del senza-viso” (Deleuze e Guattari) sono ancora le utopie giustificative, gli approdi promessi di molte arti. Non debbono più contare su una confusa indulgenza. Mancare di capacità critica non è conforme all’intelletto cristiano; al “noi abbiamo bisogno di voi” del messaggio del Concilio Vaticano agli artisti, ricordato dall’Osservatore Romano, sempre del 22 u.s) va articolato un coraggioso, certamente non meno vero, messaggio della Chiesa cattolica: “voi avete bisogno di noi” - portatori della fedele trasmissione della Rivelazione cristiana che i tagli di Fontana da soli, e per il solo fatto di essere spiragli, non lasceranno mai intravedere.

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