domenica 22 marzo 2009

A PROPOSITO DEI FATTI DI NAPOLI

di Francesco Colafemmina

Ormai non ci spaventa più nulla, non ci stupisce nè tantomeno scandalizza alcunchè. Sono in tanti a credere che i cristiani possano ancora scandalizzarsi dinanzi allo squallore che la mente umana può talvolta escogitare. Tuttavia questi signori vanno rassicurati: noi non ci scandalizziamo e non ci indignamo. Le nostre reazioni non sono quelle violente dell'Islam, e neppure quelle moralistiche da ipocriti borghesi ottocenteschi.

No, dinanzi agli aborti nauseabondi della creatività atrofizzata, tipica di alcuni uomini talmente ironici da definirsi artisti, noi non abbiamo che una sola reazione: la preghiera. Preghiamo per loro affinchè si convertano. Preghiamo per loro affinchè un giorno possano inginocchiarsi dinanzi ai simboli che oggi dissacrano e implorare il perdono divino. In fondo sono dei poveri diavoli... cercano di sfruttare lo "scandalo" che pensano di creare soltanto per farsi un nome, per salire agli onori delle cronache e automaticamente attrarre i loro numerosi simpatizzanti che non mancano mai.

Queste persone però vanno anche comprese. Esse vivono una evidente e profonda ossessione per il Sacro e soprattutto non riescono ad accettare non dico l'esistenza della religione cristiana, ma quanto meno quella degli uomini che credono in questa religione. Chi odia il Cristianesimo ci ritiene tutti quanti dei perfetti imbecilli, e lo fa confidando in cosa? Sicuramente nel profondo odio per un'identità culturale vissuta come un peso. Perchè questi pseudo-artisti le cui mostre vengono promosse da compiacenti membri della pubblica amministrazione (nel caso di Napoli scusabili perchè l'Amministrazione comunale abituata com'è alla "monnezza" può finire per identificarsi con essa), non se la prendono con Buddha o con Brahma, e neanche con Abramo o Davide (automaticamente sarebbero condannati alla damnatio memoriae), bensì solo con Cristo ed il Cristianesimo.

Perchè questa scelta peraltro comoda e a portata di mano? Sicuramente perchè queste avanguardie anarcoidi hanno in odio non tanto la religione (di cui comprendono ben poco che vada oltre la pamphlettistica massonizzante dell'ex "cretino" Odifreddi), quanto la "cultura" cristiana ovvero tutti quei secoli di storia e di valori che in un intreccio formidabile hanno costruito la nostra "civiltà dell'occidente cristiano". Ma ancor più odiano l'idea stessa di essere nati cristiani, di aver ricevuto il battesimo, di essere stati educati cristianamente fino a quando le loro vite hanno preso una via lontana dal cristianesimo. Il presente e il passato delle loro esistenze è il conflitto che cercano di superare facendosi artefici di dissacrazioni che vogliono essere sprezzanti ed oltraggiose, ma in fondo riescono terribilmente tristi e penose.

Inoltre l'aspetto inquietante di queste manifestazioni anticristiane è l'altra ossessione, quella per il sesso e dintorni. Chi ha in odio il cristianesimo lo accusa di essere una religione castigata, che ha ripugnanza per una sessualità libera e matura. E quindi per dissacrare mescola sesso e religione (si pensi anche al caso di Bologna, o più recentemente a quello di Israele). In realtà l'uso della sessualità come argomento di scandalo, significa non averne chiara l'idea stessa, implica un profondo disprezzo per la sessualità, una visione conflittuale fra uomo, sesso e cultura. Questa gente non sa che il sesso non va nè avvilito nè mercificato ma santificato attraverso l'amore generatore come il Santo Padre ha ben illustrato in Deus Caritas Est. Questa sessualità naturale implica rispetto per l'essere umano in quanto creatura di Dio. Altrimenti l'uomo perde la sua innata dignità e si trasforma in altro da sè.

Questi accenni servono a dimostrare che il discorso deve andare sempre oltre la patina di chiasso mediatico che questa gente tenta di inbastire per poter comprendere meglio la diffusione di certi fenomeni. Dobbiamo scavare le ragioni di queste ferite che costoro cercano di aprire sul corpo morente di una "civiltà", della loro stessa civiltà, guidati dalle mani sapienti dei grandi maestri del libero pensiero (così libero da non sapere più cosa sia la libertà). Queste ragioni culturali ci ispirano in ultima istanza soltanto una immensa compassione.

E comunque aggiungerei che se proprio di scandalo dobbiamo parlare, ecco che sarebbe opportuno richiamare San Paolo. E' lui a insegnarci che il vero scandalo è Cristo morto e risorto! Il resto è niente.

mercoledì 18 marzo 2009

martedì 17 marzo 2009

Un nuovo amico...

A testimonianza dell'apprezzamento per questo blog postiamo una splendida immagine del Volto Santo di Mannoppello, regalataci dall'amico Paul Badde, giornalista del Die Welt e scrittore molto apprezzato. Ci auguriamo di leggere a breve un suo contributo sul tema a noi caro dell'arte sacra fra modernità e tradizione.



Tibi dixit cor meum, quaesivi vultum tuum. Vultum tuum, domine, requiram.

Un commento di Ciro Lomonte


di Ciro Lomonte


Non entro nel merito dell'attribuzione a Michelangelo del crocifisso "ritrovato", come non lo ha fatto il grande studioso del Rinascimento Timothy Verdon nel corso della sua conferenza tenuta a Trapani sul crocifisso nell'arte.
"Accross the cross" non è l'evento più interessante fra le numerose mostre allestite in questi giorni a Trapani in preparazione della Pasqua, ma di sicuro produce un po' di scalpore, ingrediente necessario per attirare l'attenzione sulla pochezza dell'arte contemporanea.

Le avanguardie del Novecento hanno fatto piombare l'arte nel buio. I modernisti, benché smascherati da S. Pio X, hanno continuato a proliferare. E hanno considerato funzionale ai loro scopi ammantare queste tenebre della presunta luce degli iniziati, favorendo lo sviluppo di un arte "sacra" che sgomenta i fedeli. Non sono molti infatti che apprezzano questi vuoti esercizi intellettuali. La gente percepisce di star vivendo una notte lunga e oscura.

Perché alcuni vescovi e sacerdoti continuano allora a "dialogare" con gli artisti contemporanei? Complesso di inferiorità? Gnosticismo? Sfiducia nelle possibilità di rinascita dell'arte?

Forse c'è un po' dell'uno e un po' dell'altro. In ogni caso è giunto il momento di dire forte e chiaro che il re è nudo. Non per favorire i pruriti di alcuni critici avventati di Michelangelo, quanto piuttosto per segnalare che la riscoperta della metafisica ci avvierà alle luci dell'alba. Avrà un effetto benefico anche per l'arte, quella autentica.

domenica 15 marzo 2009

"GUAI A VOI SCRIBI FARISEI E IPOCRITI" (Mt. 23,15)


di Francesco Colafemmina

Mi permetto di introdurre un tema forse non molto concorde con la Forma, ma di sicuro attinente dalla Fides. Mi riferisco alla trasmissione "In mezz'ora" condotta da Lucia Annunziata andata in onda domenica 15 Marzo. Ospite della trasmissione è stato il gesuita Thomas J. Reese. Non oso giudicare quanto detto da Reese, è evidente tuttavia che si tratta di un oppositore del Santo Padre e prima ancora del Cardinal Ratzinger, chiamato in trasmissione quasi per continuare una sorta di inchiesta sulle fribillazioni anti papali all'interno della Chiesa, iniziata con l'intervista allo scomunicato (e per la verità un po' elleborosus -per dirla con Plauto) Hans Kung.

C'è da attendersi la futura presenza del professor Melloni (con tanto di grembiulino) e di molti altri... tanto di intellettuali ostili a Papa Benedetto XVI, ma più in generale ad una Chiesa che non si faccia condizionare e rielaborare dalle loro teorie ce ne sono moltissimi.

Ad ogni modo colpisce in tutto ciò il contrasto evidente con quanto affermato da Lucia Annunziata in una sua intervista del 2007. Colpisce perchè è incredibile come il mondo del giornalismo sia ipocrita e spudorato, riesca a mutare opinione a seconda delle convenienze e delle opportunità. Ma non voglio infierire. L'intervista si commenta da sola se rapportata all'attuale campagna di critica militante nei riguardi del Papa condotta (a nostre spese) sulla tv pubblica.




CITTA’ DEL VATICANO - Un’atea devota come Lucia Annunziata, ex Presidente della Rai e giornalista di punta della Tv di Stato, promuove a pieni voti, sottoponendosi alle nostre domande, il Magistero di Benedetto XVI.
Dottoressa Annunziata: Lei, atea, esprime un’eccellente valutazione del Papa...
"E’ vero. Ma essere non credenti non implica affatto scarsa serenità di giudizio e di valutazione. Benedetto XVI è un eccellente teologo e un ottimo Pastore. Lo stile forse è più asciuto rispetto a quello di Giovanni Paolo II, ma occorre anche capire che si tratta di due personaggi diamentralmente opposti nel carattere e nella formazione culturale. Wojtyla affermava esattamente le stesse cose di Ratzinger, probabilmente con un modo di esporre più suadente; Benedetto XVI risulta più fermo sui principi, ma il suo Pontificato segue con fedeltà il Magistero del suo predecessore".
Lei ha partecipato al Family Day, fatto insolito per una non credente di sinistra...
"Non ci vedo nulla di strano. Guardi, essere di sinistra non comporta il rinnegare a priori quanto di buono, ed è tanto, esiste dall'altra parte. Io ho profonda stima della cultura cattolica, e la rispetto. In quanto al Family Day, vi ho preso parte perchè reputo la famiglia un patrimonio dell’umanità che merita tutela: la famiglia non è nè di destra nè di sinistra, appartiene ai valori universali".
Ci ha confidato, a taccuini chiusi, di avere molti amici tra sacerdoti e Vescovi...
"Vero. Pensi, forse ho più amici nel clero che dalla mia parte. Curioso? Forse. Ma ho conosciuto Santi sacerdoti, persone perbene che svolgono la loro opera con onestà".
Dottoressa Annunziata, Lei appartiene al mondo dell’informazione, quello stesso mondo che non perde occasione per attaccare la Chiesa...
"Guardi, dei giornali e dei giornalisti non vorrei parlare: difendo la ‘casta’. Ma nel suo giudizio globale ritengo che lei abbia ragione: una certa esagerazione vi è stata e vi è tuttora nell’attaccare la Chiesa".
Che opinione ha Lucia Annunziata della cultura cattolica?
"Diciamo che la giudico con la stessa stima e amicizia con la quale analizzo quella marxista. Non mi reputo persona che erige barriere. Cerco di rintracciare il buono laddove esiste".
Non crede di cadere nel relativismo?
"No, perchè io non mi proclamo cattolica, anche se una delle mie letture preferite è il Vangelo, che contiene tante verità e che consiglierei a molti critici della Chiesa che magari non lo hanno mai aperto".
Dottoressa Annunziata, sembra vicina alla conversione...
"No, io rimango atea e marxista, ma esprimo ogni apprezzamnto verso la cultura cattolica".
In conclusione, da atea ma da persona di cultura, si reputa favorevole alla Messa tridentina?
"Io sono cresciuta e sono andata in Chiesa da bambina con il rito tridentino, apprezzo il canto gregoriano, la lingua latina rappresenta una ricchezza: perchè scandalizzarsi? Certo, il Concilio Vaticano II ha operato dei cambiamenti utili, ma rinnegare la tradizione, che poi è cultura, mi sembra a dir poco imbarazzante".

sabato 14 marzo 2009

IL SERVIZIO DEL PRIMATO ALL'UNITA' DELLA CHIESA


a cura di don Nicola Bux e don Salvatore Vitiello


Città del Vaticano (Agenzia Fides) - Settant’anni fa il Cardinale Eugenio Pacelli, romano, veniva eletto Papa con il nome di Pio XII. Allora, nessuno poteva concepire che il Collegio cardinalizio e quello episcopale non dovessero essere “ tutti unanimi del parlare – secondo le parole dell’Apostolo – perché non vi siano divisioni tra voi, ma siate in perfetta unione di pensiero e d’intenti” (1 Cor 1,10). Anche Giovanni XXIII, nel discorso di apertura del Concilio, poteva parlare di “rinnovata, serena e tranquilla adesione a tutto l’insegnamento della Chiesa nella sua interezza e precisione, quale ancora splende negli atti conciliari da Trento al Vaticano I ”. Si potrebbe infatti immaginare che la Chiesa, Corpo mistico di Cristo, si esprima in modo disorganico? Si potrebbe concepire l’ecclesiologia di comunione, dimenticando quel che il Concilio ha detto sul Primato (cfr Lumen gentium 13, 22 e 23) ?Allora bisogna che tutti nella Chiesa, Vescovi, sacerdoti e fedeli, riflettano sulle parole miti e argomentate del Santo Padre Benedetto XVI al Seminario Romano Maggiore e all'Angelus di domenica 22 febbraio e facciano cessare le polemiche che “nascono dove la fede degenera in intellettualismo e l’umiltà viene sostituita dall’arroganza di esser migliori dell’altro…questa è una caricatura della Chiesa che dovrebbe essere un cuor solo e un’anima sola”. Tali parole manifestano l’esercizio del Primato nella pazienza e ad esso deve corrispondere la docilità umile di tutti i cattolici. Il Santo Padre sa che il Primato ha una “struttura martirologica” perché “la parola di Dio non è incatenata”(2 Tm 2,9) e questo vale per ogni Papa. Il Primato petrino sta ed opera perché la comunione ecclesiale non può essere distruttiva, anzi il Credo la chiama “cattolica”. Conviene andare, in proposito, a quanto ha scritto da teologo, nel testo “Introduzione al Cristianesimo”: “un’idea fondamentale è documentabile, sin dal principio, come determinante: con questa parola si allude all’unità di luogo: solamente la comunità unita al Vescovo è ‘Chiesa cattolica’, non i gruppi parziali che, per qualsiasi motivo, se ne sono staccati. In secondo luogo, è qui richiamata l’unità delle Chiese locali fra loro, le quali non possono chiudersi in se stesse, ma possono rimanere Chiesa solo mantenendosi aperte l’una verso l’altra, formando un’unica Chiesa […] nell’aggettivo ‘cattolica’ si esprime la struttura episcopale della Chiesa e la necessità dell’unità di tutti i Vescovi fra loro […]” (ed. Queriniana-Vaticana, 2005, p 335).Dopo aver osservato che questo non costituisce l’elemento primario, ricorda: “Elementi fondamentali della Chiesa appaiono piuttosto il perdono, la conversione, la penitenza, la comunione eucaristica e, a partire da questa, la pluralità e l’unità: pluralità delle Chiese locali, che però restano Chiesa unicamente tramite il loro inserimento nell’organismo dell’unica Chiesa […]. La costituzione episcopale compare sullo sfondo come un mezzo di questa unità […]. Un ulteriore stadio, sempre nell’ordine dei mezzi, sarà poi costituito dal servizio del Vescovo di Roma. Una cosa è chiara: la Chiesa non va pensata partendo dalla sua organizzazione, ma è l’organizzazione che va compresa partendo dalla Chiesa. Tuttavia è al contempo chiaro che, per la Chiesa visibile, l’unità visibile è qualcosa di più della semplice ‘organizzazione’. […] Solo in quanto ‘cattolica’, ossia visibilmente una pur nella molteplicità, essa corrisponde a quanto richiede il Simbolo. Nel mondo dilaniato e diviso la Chiesa deve esser segno e strumento di unità, deve superare barriere e riunire nazioni, razze e classi. Sino a che punto anche in questo compito essa sia venuta meno, lo sappiamo assai bene […] nonostante tutto…invece di limitarci a denigrare il passato, dovremmo soprattutto mostrarci pronti ad accogliere l’appello del presente, cercando di non limitarci a confessare la cattolicità del Credo, ma di realizzarla nella vita del nostro mondo dilaniato” (Ivi, p 336-337)
Copyright Fides.org

venerdì 13 marzo 2009

SE QUESTO E' UN CROCIFISSO!


di Francesco Colafemmina

Lungi dal voler aprire una sterile polemica, vorrei concentrare l'attenzione dei lettori su di un evento mirabile di questi giorni. Mi riferisco alla mostra allestita presso la chiesa di Sant'Alberto a Trapani dall'esuberante quanto puerile titolo di "Accross the cross".

Questa mostra si inserisce in un evento più grande, ovvero l'arrivo a Trapani nella mostra parallela "Fulget Mysterium Crucis" del crocifisso attribuito a Michelangelo e recentemente acquistato dallo Stato per una cifra assurda di 3,2 Milioni di Euro.

Visto che abbiamo accennato al crocifisso michelangiolesco vale la pena spendere una parola in più su questo "manufatto seriale" come è stato autorevolmente definito dalla professoressa Paola Barocchi della Normale di Pisa. L'attribuzione a Michelangelo di questo oggetto d'antiquariato è oltremodo dubbia e contestata da numerosi accademici. Ma a volte più del parere degli accademici, conta riempirsi la bocca con il nome di un artista immortale e di una certa ideologia che gli si vuole attribuire. Mi riferisco incidentalmente all'ideologia del nudo michelangiolesco. Sarà un dato ormai assodato, certo è che l'esaltazione della nudità è un tratto di Michelangelo particolarmente apprezzato dalla critica, quasi un tratto di vivida modernità e ribellione dell'artista. Sarà forse per questa ragione che il tanto amato crocifisso viene attribuito a lui, infatti quest'opera mostra un Cristo completamente nudo. (Per chi volesse approfondire la diatriba sull'autenticità dell'opera può leggere i seguenti articoli: 1. e 2.)

Ma non vorrei sembrare un moralista ipocrita e puritano. La riflessione è piuttosto incentrata sul modo in cui la sensibilità contemporanea si sente attratta da ipotetici richiami naturistici nell'arte sacra. Un fatto facilmente riscontrabile ed esecrabile allo stesso tempo.

Torniamo però all'altisonante "Accross the cross". La mostra espone opere contemporanee di vari artisti. Dal sito della diocesi di Trapani leggiamo: "alla mostra partecipano artisti italiani e stranieri, cristiani e non cristiani, atei e agnostici che si misurano sul tema della croce ognuno dal proprio punto di vista. Tra essi: Marco Papa, Alberto De Braud, Franco Mazzucchelli, Yuko Tzukamoto, Mario Cassisa, Niki Takeiko, Mauro Lovi, Peter Fitze, Antonio Sammartano, Kazumi Kurihara, Roberto D’Alìa, Franco Nocera, Jung Uei Jung, Giampiero Assumma, Rita Siragusa, Elena Habicher, Simone Barbieri, Barbara Crimella, Elena Strada, Roberta lozzi, Sue Kennigton, Min Jung Kim, Vincenzo Lipari, Gaspare Occhipinti, Adrian Paci (ospite), e altri ancora."

Dunque questa mostra ospita opere di artisti cristiani e non cristiani, atei e agnostici, favorendo e pubblicizzando l'indifferentismo religioso rispetto ad un tema cristiano come la croce. La domanda è: questo genere di manifestazioni provinciali che vorrebbero assurgere a sperimentazioni culturali di alto livello sono compatibili con una cultura cattolica viva e seria?

Personalmente ritengo di no. E aggiungo che queste manifestazioni in cui espongono artisti di vario livello ma tutti accomunati dall'adesione all'arte contemporanea, sono palesamente in contrasto con la concezione cristiana dell'arte.

L'arte contemporanea è infatti arte soggettiva e potentemente informale. Essa rinuncia alla forma o la rielabora sino a renderla irriconoscibile in un evidente gioco in cui l'artista creatore antepone il proprio linguaggio comunicativo a quello interpretativo del pubblico. Non vi è la capacità tipica dell'arte figurativa classica di innestare la propria personalità artistica su di un linguaggio formale comune e a tutti comprensibile (sebbene nei vari gradi di lettura di un'opera). Piuttosto l'artista contemporaneo è unico e prescelto creatore, lettore ed interprete della propria opera. Inoltre il particolarismo dell'arte contemporanea (l'assenza cioè di un linguaggio formale comune) è in evidente contrapposizione con l'oggettività comunicativa e l'universalità del linguaggio cristiano. Per questa e per altre ragioni credo che l'incompatibilità dell'arte contemporanea con il cattolicesimo sia evidente e persino preoccupante.

Ciò che mi stupisce, però, è che queste mie riflessioni - se vogliamo anche un po' banali-, non vengano mai anteposte dai pastori della Chiesa, all'intrapresa di iniziative culturali sui generis tipo quella di Trapani. Anzi, al contrario, vescovi e parroci si fanno attivi propalatori di questo inserimento osceno dell'arte contemporanea nella sacralità "cattolica" (universale) della Chiesa. Perchè lo fanno? Forse (è la risposta meno dura) perchè l'arte contemporanea va di moda e consente anche agli ignoranti di farsi belli, azzardando fantasiose e bizzarre interpretazioni di sgorbi e oscenità. E ciò è considerato da qualche pastore un fatto positivo che "aggrega", che rende più simpatica e moderna la Chiesa. Come dire che invece di "aggregare" con il messaggio di Cristo preferiscono "aggregare" con altre corbellerie.

Ma la risposta più inquietante è che molti pastori e parroci nell'arte contemporanea ci credono per davvero. Perchè hanno abbandonato e rifiutato il "formalismo" per passare ad un inquietante ed esoterizzante "spiritualismo" con cui meglio si rapportano alle opere d'arte contemporanea. Inoltre, come ben afferma il comunicato della diocesi di Trapani, gli artisti contemporanei "si misurano ognuno dal proprio punto di vista" sul tema della croce. Il relativismo artistico non è più dunque sfumatura interpretativa e figurativa di un fatto oggettivo come la croce di Cristo, bensì interpretazione della stessa croce. Una vera e propria eresia di cui già San Pio X ci avvertiva:

"Con ciò, nella dottrina dei modernisti, ci troviamo giunti ad uno dei capi di maggior rilievo, all'origine cioè e alla natura stessa del dogma. Imperocché l'origine del dogma la ripongon essi in quelle primitive formole semplici; le quali, sotto un certo aspetto, devono ritenersi come essenziali alla fede, giacché la rivelazione, perché sia veramente tale, richiede la chiara apparizione di Dio nella coscienza. Il dogma stesso poi, secondo che paiono dire, è costituito propriamente dalle formole secondarie. A conoscere però bene la natura del dogma, è uopo ricercare anzi qual relazione passi fra le formole religiose ed il sentimento religioso. Nel che non troverà punto difficoltà, chi tenga fermo, che il fine di cotali formole altro non è, se non di dar modo al credente di rendersi ragione della propria fede. Per la qual cosa stanno esse formole come di mezzo fra il credente e la fede di lui; per rapporto alla fede, sono espressioni inadeguate del suo oggetto e sono dai modernisti chiamate simboli; per rapporto al credente, si riducono a meri istrumenti. Non è lecito pertanto in niun modo sostenere che esse esprimano una verità assoluta: essendoché, come simboli, sono semplici immagini di verità, e perciò da doversi adattare al sentimento religioso in ordine all'uomo; come istrumenti, sono veicoli di verità, e perciò da acconciarsi a lor volta all'uomo in ordine al sentimento religioso. E poiché questo sentimento, siccome quello che ha per obbietto l'assoluto, porge infiniti aspetti, dei quali oggi l'uno domani l'altro può apparire; e similmente colui che crede può passare per altre ed altre condizioni, ne segue che le formole altresì che noi chiamiamo dogmi devono sottostare ad uguali vicende ed essere perciò variabili. Così si ha aperto il varco alla intima evoluzione dei dogmi. Infinito cumulo di sofismi che abbatte e distrugge ogni religione!" (Pascendi Dominici Gregis)

San Pio X ci avvertiva sotto un profilo teologico che il tentativo di ridurre il dogma o il manifestarsi oggettivo della fede cristiana in simboli è un mezzo pericolosissimo per distruggere dal suo interno la religione cristiana. Applicando questa modalità all'arte, la sostituzione dell'oggettività del segno in un simbolo passibile di molteplici interpretazioni è una analoga prassi distruttiva della religione cristiana.

Questo tentativo cominciato più di un secolo fa è dunque oggi una matura realtà che, a quanto pare, miete vittime non più solo nel gregge di Cristo ma soprattutto fra i suoi pastori.



IL SACRO NELLA LITURGIA CIOE' IL SANTISSIMO

di Don Nicola Bux

Non è infrequente incontrare cristiani che dicono: vado in chiesa per poter percepire, entrare nel mistero, nel sacro e, invece, mi trovo immerso nella caricatura del profano: dal tipo di musica e di canto, alle vesti stravaganti dei ministri, a preti che per il loro protagonismo sembrano degli showmen.
Un sintomo grave: il sacro non c'è più, forse molti non sanno che cosa sia, mentre il mondano, termine più comprensibile di profano, la fa da padrone anche in un luogo come la chiesa. Ci accorgiamo di colpo del sacro quando per entrare in una moschea o in un tempio buddista o in una sinagoga ebraica ci viene chiesto di toglierci le scarpe o di inchinarci a mani giunte o di coprirci il capo. Un po' spaesati lo facciamo, forse ritorniamo ad avvertire quel senso innato di timore misto a stupore che affiora di fronte a qualcosa di insolito, di arcano, di più grande di noi: il sacro. Poi, ci interroghiamo: come mai nelle chiese le suore e i preti per primi non osservano il silenzio, anzi parlano ad alta voce, esigono che non ci si debba inginocchiare e inchinare perché gesti servili indegni dell'uomo? Qualcosa non va.Nel frattempo, nuove liturgie sono sorte che consacrano il profano come una volta; certo, non si tratta delle adunate oceaniche del periodo nazista a Berlino in cui si inneggiava a! mito del sole roteante, né delle sfilate sulla piazza Rossa di Mosca per rendere culto alle personalità di turno del regime; oggi ci sono le fiaccolate, le marce e i cortei, novelle processioni secolari; non sono più le immagini sacre o il Santissimo Sacramento a essere ostentati, ma bandiere, cartelli e nuovi simboli teosofici. Un tempo le fiaccole accompagnavano le immagini sacre, oggi affiancano le nuove religioni. A questo è giunta la secolarizzazione del sacro, che non si è fermala all'esterno del tempio ma vi è entrata, tentando di rendere la liturgia una imitazione del profano, carica di tutto il chiasso, di tutta la materialità, di tutta la distrazione di cui è carico il profano. Profano da pro-fanum, davanti o fuori del tempio. Profanità vuoi dire spazio di lontananza da Dio che, invece, vive nel "sacro" e nel "santo", che è necessario perché sia rispettata l'autonomia della creatura. L'essere umano deve poter vivere fuori del fanum, perché possa decidere liberamente di entrare nel tempio una volta capita la differenza e avvertita l'esigenza di incontrare colui che è all'origine di sé. Se il profano fosse anche sacro, avrebbero ragione i cultori del diavolo che invertono i segni sacri del culto cristiano per consacrare quanto è male e peccato.Il peccato rovina la creatura, deturpa il profano e profana il sacro, ferisce la realtà creata nella sua autonomia oltre che nella sua dipendenza. Ecco perché deve intervenire il Salvatore a restaurare l'autonomia della realtà creata estirpando, guarendo il peccato. La salvezza non viene a consacrare la profanità, che è già in se stessa lo spazio dentro cui si gioca il valore sacro della libertà dell'essere umano, ma viene a restaurare e ad elevare il naturale, la realtà creata. Si dovrebbe gioire e gustare il mondo, non solamente usarlo. La guarigione dal peccato permette di gioire del mondo, di saper godere della realtà eliminando ciò che può guastarla. La liturgia è lo spazio in cui tutto questo entra continuamente in gioco. Nella liturgia l'uomo disorientato dal peccato riceve la salvezza e uscendone redento è capace di incidere sulla realtà del mondo con l'energia che ha ricevuto. Così il profano viene orientato al sacro. Proprio perché il visibile è presupposto della liturgia, la realtà profana è davanti al sacro, la natura alla sopranatura che a sua volta tende continuamente a ridare significato e a trasformare la natura. Questo ha donato l'incarnazione del Verbo. È questa, dice Mircea Eliade, la ierofania suprema, per un cristiano (Cfr Le sacre et le profane, Paris 1965, p5). Con l'ingresso del Verbo nella storia, la storia diventa una teofania. Ancora Eliade sottolinea la novità assoluta dell'incarnazione quando dice che: "è stata una grande rivoluzione religiosa; troppo grande perché possa essere assimilata in duemila anni di vita cristiana» (Mythes, réves et mysféres, Paris 1957, p 254). Il profano desacralizzato col peccato riceve la sacralizzazione con l'esperienza salvifica. La liturgia risacralizza, risignifica, appunto consacra. Nei sacramenti si prende una realtà profana, naturale: il pane, il vino, l'olio, l'acqua, l'amore, la sofferenza e la si consacra attraverso la speciale preghiera. Si rende sacra la realtà profana, la quale già è orientata. è davanti al fanum, semplicemente si destina questa realtà - come per l'offerta o anafora della Messa - al fine per cui è stata creata. Il rapporto tra sacro e profano, prima dialettico, diventa dialogico, ma tra loro restano distinti. Il profano è il sacro in potenza, che attende di attuarsi. La realtà del mondo è profana, attende la salvezza di Cristo. Ai tempi del Concilio Vaticano II c'era chi proponeva l'eliminazione del sacro sostenendo che tutto è sacro; così si è causata la polarizzazione ormai evidente: da un lato, un eccessivo impegno nel mondo, l'attivismo e il secolarismo che hanno portato alla riduzione del sacro a profano e, all'opposto, lo spiritualismo, con la fuga dal profano nel sacro. Invece, come è diventato evidente ai nostri tempi, la distinzione tra sacra e profano è irrinunciabile. Il teologo ortodosso Pavel Evdokimov ha osservato: «Dall'unica sorgente divina: "siate santi come io sono santo", discende tutta una graduatoria di consacrazione o di cose sacre per partecipazione. Esse operano una deprofanizzazione una rivolgarizzazione nell'essere stesso di questo mondo. Tale azione di penetrare nel mondo è propria dei sacramenti e degli atti sacramentali, i quali insegnano che, nella vita cristiana, tutto è sacramento o sacro in potenza, poiché tutto è destinato al suo compimento liturgico, alla sua partecipazione al Mistero» (L'Ortodossia, Bologna 1965, p. 291). Al centro di questo movimento c'è l'Eucaristia. Perciò la Chiesa, in Oriente e in Occidente, ha posto sempre al centro l'altare con l'artoforio o ciborio o tabernacolo del SS. Sacramento. Chi ai nostri giorni lo ha rimosso per mettere al suo posto la sede del sacerdote, e lo ha relegato in ambiente separato dalla chiesa sino a renderlo introvabile, dovrebbe confrontarsi con quanto ha scritto il primo documento esecutivo della riforma liturgica del Vaticano II: «La SS Eucaristia si custodisca in un tabernacolo solido e inviolabile posto in mezzo all'altare maggiore o ad uno minore, ma che sia davvero nobile, oppure, secondo le legittime consuetudini e in casi particolari da approvarsi dall'Ordinario del luogo, anche in altra parte della Chiesa davvero molto nobile e debitamente ornata. È lecito celebrare la messa rivolti verso il popolo anche in un altare sul quale ci sia il tabernacolo, di piccole dimensioni, ma conveniente»' (Istruzione per l'esatta applicazione della Sacra liturgia Inter Oecumenici, 26 settembre 1964 n.95)Paolo VI tornava a ribadirlo nell'Enciclica Mysterium Fidei: «Durante il giorno i fedeli non omettano di far la visita al santissimo Sacramento, che deve essere custodito in luogo distintissimo, col massimo onore nelle chiese, secondo le leggi liturgiche, perché la visita è prova di gratitudine, segno d'amore e debito di riconoscenza a Cristo Signore là presente» (3 settembre 1965). Benedetto XVI ha riaffermato la centralità del tabernacolo nell'Esortazione apostolica post-sinodale Sacramentum caritatis: «La sua corretta posizione, infatti, aiuta a riconoscere la presenza reale di Cristo nel Santissimo Sacramento» (n. 69). La sua tenda o tabernacolo custodisce il mistero del suo corpo e del suo sangue, la sua Presenza. È coscienza raggiunta dalla Chiesa che il Mistero è sempre presente perché viene prima di ogni altra cosa: sono io che devo farmi presente a lui con l'adorazione; è la sua presenza permanente a ridestare continuamente la mia fede. Cristo è venuto nel mondo per stare con noi tutti giorni. E il Sacro, anzi il Santissimo permane tra noi.
Ricorda«La liturgia è sacra perché scende dall'alto, da Dio che è nei cieli, perciò è "II cielo sulla terra"». (Nicola Bux, La riforma di Benedetto XVI. La liturgia tra innovazione e tradizione, Piemme, 2008)


Da Il Timone - Febbraio 2009

mercoledì 11 marzo 2009

UNA NOTA SU ORIENTAMENTO ED ERMENEUTICA DELLA CONTINUITA'

A seguito dell'interessante articolo di Gagliardi pubblicato sull'Osservatore Romano, e al fine di approfondire la questione sull'orientamento e l'ordo visivo nella celebrazione liturgica - elemento da cui necessariamente deriva la necessità di una architettura sacra consequenziale e rispettosa della liturgia - pubblichiamo un esemplare articolo di Padre Lang di due anni fa.


L'articolo pone l'accento sulla falsa attribuzione al Concilio Vaticano II di istruzioni decisive in merito all'orientamento versus populum. Credo sia fondamentale rileggerlo proprio oggi che il Santo Padre ci sta per far dono di una splendida lettera riguardante a prima vista la sola "questione lefebvriana", ma, a ben vedere, centrata sull'ermeneutica della continuità tra Tradizione e Concilio Vaticano II. Citiamo a tal riguardo uno dei passi di questa lettera papale, anticipato da Andrea Tornielli sul suo blog: "Non si può congelare l’autorità magisteriale della Chiesa all’anno 1962 - ciò deve essere ben chiaro alla Fraternità. Ma ad alcuni di coloro che si segnalano come difensori del Concilio deve essere pure richiamato alla memoria che il Vaticano II porta con sé l’intera storia dottrinale della Chiesa. Chi vuole essere obbediente al Concilio, deve accettare la fede professata nel corso dei secoli e non può tagliare le radici di cui l’albero vive".

di Padre Uwe Michael Lang

Accolgo con piacere l’invito di Rinaldo Falsini a riaprire un dibattito sulla posizione dell’altare e l’orientamento nella preghiera liturgica (Vita Pastorale 10/2006, pp. 54-55). Questo è un dibattito che, nonostante le apparenze contrarie, non si è mai spento. Già negli anni ‘60 teologi di fama internazionale criticarono l’accoglienza rapida della celebrazione “verso il popolo”: tra di essi Josef Andreas Jungmann, uno degli artefici della costituzione del concilio Vaticano Il sulla sacra liturgia, l’oratoriano Louis Bouyer, uno dei grandi teologi del Concilio, e Joseph Ratzinger, allora professore di teologia a Tübingen e peritus del Concilio. Le osservazioni del giovane Ratzinger non hanno perso nulla della loro rilevanza: «Non possiamo negare più a lungo che, a poco a poco, si sono fatte strada esagerazioni e aberrazioni che sono fastidiose e disdicevoli. Ad esempio tutte le messe vanno celebrate di fronte ai popolo? E di assoluta importanza poter guardare il sacerdote in viso, o non potrebbe spesso essere benefico riflettere che anche lui è un cristiano e che ha ogni ragione per volgersi verso Dio con tutti gli altri confratelli cristiani della congregazione e recitare con loro il Padre Nostro?» (traduzione da J. Ratzinger, “Der Katholizismus nach dem Konzil” in Auf dein Wort hin. 81. Deutscher Katholikentag vom 13. Juli’ bis 17. Juli 1966 in Bamberg, Paderborn 1966,p. 253).

«Malgrado la loro grande reputazione», questi teologi «in principio non riuscirono a far sentire la loro voce: era troppo forte la tendenza a sottolineare il fattore comunitario della celebrazione liturgica, quindi a considerare assolutamente necessario il fatto che sacerdote e fedeli fossero rivolti l’uno verso gli altri»: sono le parole del cardinale Ratzinger, ora papa Benedetto XVI, nella sua prefazione al mio libro Rivolti al Signore. L’orientamento nella preghiera liturgica (ed. Cantagalli 2006, Siena, p. 9). Oggi, il clima intellettuale e spirituale è meno polarizzato ed è stato possibile riprendere la discussione sulla posizione dell’altare e l’orientamento della preghiera; lo dimostrano le recenti opere al riguardo che sono state accolte con notevole attenzione fra gli studiosi di liturgia. Come dice Ratzinger, «la ricerca storica ha reso la controversia meno faziosa, e fra i fedeli cresce sempre più la sensazione dei problemi che riguardano una disposizione che difficilmente mostra come la liturgia sia aperta a ciò che sta sopra di noi e al mondo che verrà» (ibid.).
Purtroppo, non posso essere d’accordo con la tesi di padre Falsini che «l’altare verso il popolo è scelta conciliare». E’ ben conosciuto che i decreti del Concilio non prevedono nulla di tutto questo. La Sacrosanctum concilium non parla di celebrazione «verso il popolo». Padre Falsini rimanda all’articolo 128 del cap. VII della costituzione: «Si rivedano (…) i canoni e le disposizioni ecclesiastiche che riguardano il complesso delle cose esterne attinenti al culto sacro, specialmente per la costruzione degna e appropriata degli edifici sacri, la forma e la erezione degli altari». Ma la sua interpretazione di questo articolo mi sembra forzata.
L’istruzione Inter oecumenici, preparata dal Concilium per l’applicazione della costituzione sulla sacra liturgia ed emanata il 26 settembre 1964, contiene un capitolo sulla progettazione di nuove (!) chiese e altari che comprende il paragrafo che segue: «Praestat ut altare maius extruatur a parete seiunctum, ut facile circumiri et in eo celebratio versus populum peragi possit (Nella chiesa vi sia di norma l’altare fisso e dedicato, costruito ad una certa distanza dalla parete, per potervi facilmente girare intorno e celebrare rivolti verso il popolo)» (Inter oecumenici, n. 91: AAS 56, 1964, p. 898).
Vi si afferma che sarebbe desiderabile erigere l’altare separato dalla parete di fondo in modo che il sacerdote possa girarvi intorno facilmente e sia così possibile celebrare rivolti verso il popolo. Jungmann ci chiede di considerare quanto segue: «Viene sottolineata solamente la possibilità. E questa [separazione dell’altare dalla parete] non è neppure prescritta, ma solo consigliata, come si può notare osservando il testo latino della direttiva [...]. Nella nuova istruzione la premessa generale di una simile disposizione dell’altare viene sottolineata soltanto in funzione di possibili ostacoli o restrizioni locali» (J. A. Jungmann, “Der neue Altar” ii Der Seelsorger, 37, 1967, p. 375).
In una lettera indirizzata ai capi delle Conferenze episcopali, datata 25 gennaio 1966, il cardinale Giacomo Lercaro, presidente del Concilium, dichiara che, riguardo al rinnovamento degli altari, «la prudenza deve essere la nostra guida». E prosegue spiegando: «Soprattutto perché, per una liturgia vera e partecipe, non è indispensabile che l’altare sia rivolto versus populum: nella messa, l’intera liturgia della parola viene celebrata dal seggio, dall’ambone o dal leggio, quindi rivolti verso l’assemblea; per quanto riguarda la liturgia eucaristica, i sistemi di altoparlanti rendono la partecipazione abbastanza possibile.
In secondo luogo si dovrebbe pensare seriamente ai problemi artistici e architettonici essendo questi elementi protetti in molti Paesi da rigorose leggi civili» (traduzione da G. Lercaro, “L’heureux développement” in Notitiae 2, 1966, p 160). Si deve ricordare in quel contesto anche una proposizione fondamentale delle norme generali sulla riforma della sacra liturgia della Sacrosanctum concilium: «Infine non si introducano innovazioni se non quando lo richieda una vera e accertata utilità della Chiesa, e con l’avvertenza che le nuove forme scaturiscano organicamente, in qualche maniera, da quelle già esistenti» (cap. III. art. 23). In ogni caso, non ci si può appellare al concilio Vaticano Il per giustificare le radicali alterazioni cui sono state sottoposte le chiese storiche in tempi recenti.
Per quanto riguarda l’esortazione alla prudenza del cardinale Lercaro, Jungmann ci ammonisce a non dare per scontata l’opzione concessa dall’istruzione rendendola una «richiesta assoluta, ed eventualmente una moda, alla quale soccombere senza pensare» (Der neue Alltar, p. 380). L’Inter oecumenici consente quindi di celebrare la messa di fronte al popolo, ma non lo prescrive. Quel documento non suggerisce affatto che la messa celebrata volgendosi verso i fedeli sia sempre la forma preferibile di celebrazione eucaristica. Le rubriche del rinnovato Missale Romanum di papa Paolo VI presuppongono un orientamento comune del sacerdote e del popolo per il momento culminante della liturgia eucaristica.
L’istruzione indica che, al momento dell’orafe fratres, della Pax Domini, dell’Ecce, Agnus Dei e del Ritus conclusionis, il prete debba volgersi verso i fedeli: questo parrebbe implicare che in precedenza sacerdote e popolo fossero rivolti nella stessa direzione, ovvero verso l’altare. Alla comunione del celebrante la rubrica dice ad altare versus, istruzione che sarebbe ridondante se il celebrante fosse già dietro l’altare e di fronte al popolo. Tale lettura viene confermata dalle direttive della Institutio generalis, anche se queste, di tanto in tanto, sono diverse da quelle dell’Ordo Missae. La terza Editio typica del rinnovato Missale Romanum, approvata da papa Giovanni Paolo II il 10 aprile 2000, e pubblicata nella primavera del 2002, mantiene queste rubriche.

Tale interpretazione dei documenti ufficiali è confermata dalla Congregazione per il culto divino. In un editoriale di Notitiae, il bollettino ufficiale della Congregazione, si chiarisce che la disposizione di un altare che permetta la celebrazione verso il popolo non sia questione sulla quale la liturgia stia in piedi o cada. L’articolo suggerisce inoltre che, in questo problema come in molti altri, il richiamo alla prudenza del cardinale Lercaro è più o meno caduto nel vuoto sull’onda dell’euforia postconciliare. L’editoriale osserva che il cambiamento di orientamento dell’altare e l’uso della lingua corrente sono cose molto più facili che l’entrare nella dimensione teologica e spirituale, della liturgia, studiarne la storia e tener conto delle conseguenze pastorali della riforma (“Editoriale: Pregare ‘ad orientem versus’” in Notitiae 29, 1993, p. 247).
Nell’edizione riveduta dell’Ordinamento generale del Messale romano, pubblicata a scopo di studio nella primavera del 2000, si trova un paragrafo che riguarda la questione dell’altare: «Altare exstruatur a parete seiunctum, ut facile circumiri et in eo celebratio versus populum peragi possit, quod expedit ubicumque possibile sit [L’altare sia costruito separato dalla parete in modo che si possa girare facilmente intorno e celebrare di fronte al popolo - il che è desiderabile ovunque sia possibile]» (n. 299). La sottile formulazione di questo paragrafo (possit - possibile) indica con chiarezza come la posizione del sacerdote celebrante di fronte al popolo non sia resa obbligatoria: l’istruzione consente semplicemente entrambe le forme di celebrazione.
In ogni modo la frase aggiunta «che è desiderabile ovunque (o comunque) sia possibile (quod expedit ubicumque possibile sit)», si riferisce alla previsione di un altare a sé stante e non al fatto che sia desiderabile una celebrazione versus populum. Eppure diverse recensioni dell’Ordinamento generale riveduto sembrano suggerire che la posizione del celebrante versus orientem o versus absidem sia stata dichiarata indesiderabile o persino proibita. Tale interpretazione è stata tuttavia respinta dalla Congregazione per il culto divino rispondendo a una domanda del cardinale Christoph Schönborn, arcivescovo di Vienna (sorprende che sia stata pubblicata non su Notitiae, ma sulla pubblicazione ufficiale del Pontificio consiglio per i testi legislativi, Communicationes 32, 2000, pp. 171-172). Naturalmente il paragrafo in questione dell’Ordinamento generale va letto alla luce di questo chiarimento.
Una breve digressione storica sulle riflessioni del padre Pierre Jounel: il concilio Vaticano I si tenne nel transetto destro di San Pietro e perciò si celebrava la messa all’altare nell’abside del medesimo transetto volgendo “le spalle ai padri” (espressione inadeguata). Invece, le sessioni del concilio Vaticano II furono tenute nella navata centrale. La messa si celebrava “verso l’aula conciliare”, perché San Pietro è una basilica con l’ingresso orientato a est, verso cui il celebrante che stava dietro l’altare si volgeva durante la liturgia eucaristica (vedere cap. Il del mio libro Rivolti al Signore).
In realtà, la questione soggiacente al dibattito liturgico è la ricezione del Concilio. Come Benedetto XVI ha detto nel suo fondamentale discorso alla Curia romana del 22 dicembre 2005, ci sono due ermeneutiche opposte: l’ermeneutica della discontinuità e della rottura e l’ermeneutica della riforma: «L’ermeneutica della discontinuità rischia di finire in una rottura tra Chiesa preconciliare e Chiesa postconciliare». Al contrario, l’ermeneutica della riforma, «del rinnovamento nella continuità dell’unico soggetto-Chiesa, che il Signore ci ha donato», ci guida a una rilettura dei testi conciliari nel contesto della tradizione ecclesiale. Perciò non possiamo lasciare in disparte la riflessione sulla storia e sulla teologia dell’orientamento liturgico, neanche interpretando il Concilio, come propone Falsini nel suo articolo. Come ho provato a mostrare in Rivolti al Signore, la direzione comune del sacerdote e dei fedeli nella preghiera liturgica appartiene a tutta la tradizione cristiana, d’Oriente e d’Occidente, e ha un significato ancora più attuale per la vita della Chiesa odierna.


(da Vita Pastorale, gennaio 2007)

LA CENTRALITA' DEL CROCIFISSO NELLA CELEBRAZIONE LITURGICA


di Mauro Gagliardi


In questo tempo di quaresima, non si può non pensare al grande mistero del triduo santo che, al termine di questi quaranta giorni, ci farà rimeditare e rivivere nell'oggi della liturgia la passione, morte e risurrezione di Gesù.
Un aiuto a questo percorso di conversione proviene dalla meditazione sulla centralità della Croce nel culto e, di conseguenza, nella vita del cristiano. Le letture bibliche della messa dell'Esaltazione della santa croce (14 settembre) presentano, tra gli altri, il tema del guardare a. Gli israeliti devono guardare al serpente di bronzo innalzato sull'asta, per essere guariti dal veleno dei serpenti (cfr. Numeri, 21, 4b-9). Gesù, nella pagina evangelica di quella festa liturgica, dice che egli deve essere innalzato da terra come il serpente mosaico, perché chi crede in lui non vada perduto, ma ottenga la vita eterna (cfr. Giovanni, 3, 13-17). Gli israeliti guardavano al serpente di bronzo, ma dovevano compiere un atto di fede nel Dio che guarisce; per i discepoli di Gesù, invece, vi è perfetta convergenza tra "guardare a" e credere: per ottenere salvezza, si deve credere a colui al quale si guarda: il crocifisso risorto, e vivere in maniera coerente a questo sguardo fondamentale.
Questa è l'intuizione fondamentale dell'uso liturgico tradizionale, in accordo al quale ministro e fedeli sono insieme rivolti verso il crocifisso.
Al tempo in cui la prassi di celebrare verso il popolo entrò in uso, sorse il problema della posizione del sacerdote all'altare, perché ora egli dava le spalle al tabernacolo e al crocifisso.
Inizialmente, fu in diversi luoghi ripristinato il tabernacolo a cassetta, posto sopra l'altare separato dalla parete: il tabernacolo veniva così a trovarsi tra il sacerdote e i fedeli, in modo che, pur trovandosi l'uno di fronte agli altri, ministro e fedeli potevano tutti guardare verso il Signore durante la liturgia eucaristica. Questo espediente fu però presto superato, soprattutto in base alla convinzione che simile sistemazione del tabernacolo generasse un conflitto di presenze: non si potrebbe custodire il Santissimo Sacramento sull'altare della celebrazione, perché ciò metterebbe in contrasto le diverse forme di presenza di Cristo nella liturgia.
Alla fine, si risolse per lo spostamento del tabernacolo in una cappella laterale.
Restava ancora il crocifisso, cui il celebrante continuava a dare le spalle, dato che di norma esso rimaneva ancora al centro.
Si risolse ancor più agevolmente, stabilendo che esso poteva ora essere collocato anche al lato dell'altare.
In questo modo, certo, il ministro non gli dava più le spalle, ma la raffigurazione del Signore crocifisso perdeva la sua centralità e, comunque, non si risolveva il problema consistente nel fatto che il sacerdote continuava a non poter "guardare al Crocifisso" durante la liturgia.
Le norme liturgiche, stabilite per l'attuale forma ordinaria del rito romano, permettono di collocare crocifisso e tabernacolo in posizioni defilate, tuttavia ciò non impedisce che si continui a discutere sulla maggiore opportunità che essi siano collocati al centro, come dev'essere per l'altare. Questo vale soprattutto per la raffigurazione del crocifisso.
L'Istruzione
Eucharisticum mysterium, infatti, afferma che "in ragione del segno" (ratione signi, n. 55), conviene maggiormente che sull'altare su cui si celebra la Messa non venga collocato il tabernacolo perché la presenza reale del Signore è il frutto della consacrazione e come tale deve apparire. Questo non esclude che il tabernacolo possa di norma rimanere al centro dell'edificio liturgico, soprattutto dove vi sia la presenza di un altare più antico, che si trova ora dietro il nuovo altare (si veda il n. 54, che tra l'altro afferma essere lecita la collocazione del tabernacolo sull'altare rivolto al popolo). Sebbene si tratti di questione complessa e che richiederebbe approfondimenti, si può probabilmente riconoscere che lo spostamento del tabernacolo dall'altare della celebrazione versus populum (o nuovo altare) ha qualche argomento in più in suo favore, visto che si basa non solo sull'argomento del conflitto di presenze, ma anche su quello della verità dei segni liturgici. Però non si può dire lo stesso a riguardo del crocifisso. Eliminata la centralità del crocifisso, la comprensione comune del senso della liturgia rischia di risultarne stravolta.
È ovvio che il guardare a non può essere ridotto a puro gesto esteriore, operato con il semplice orientamento degli occhi. Si tratta invece principalmente di un atteggiamento del cuore, che può e deve essere mantenuto qualunque sia l'orientamento assunto dal corpo dell'orante e la direzione data allo sguardo durante la preghiera. Tuttavia, nel Canone romano, anche nel messale di Paolo VI, vi è la rubrica che prescrive al sacerdote di elevare gli occhi al cielo poco prima di pronunciare le parole consacratorie sul pane. L'orientamento dello spirito è più importante, ma l'espressione corporea accompagna e sostiene il movimento interiore. Se è vero, dunque, che guardare al crocifisso è un atto dello spirito, un atto di fede e di adorazione, resta pur vero che guardare all'immagine del crocifisso durante la liturgia aiuta e sostiene moltissimo il movimento del cuore. Abbiamo bisogno di segni e gesti sacri, che, senza sostituirsi a esso, sorreggano il movimento del cuore che anela alla santificazione: anche questo significa agire liturgicamente ratione signi. Sacralità del gesto e santificazione dell'orante non sono elementi contrari, ma aspetti di un'unica realtà.
Se, dunque, l'uso di celebrare versus populum ha degli aspetti positivi, bisogna nondimeno riconoscere anche i suoi limiti: in particolare il rischio che si crei un circolo chiuso tra ministro e fedeli, che metta in secondo piano proprio colui al quale tutti devono guardare con fede durante il culto liturgico.
È possibile ovviare a simili rischi restituendo alla preghiera liturgica il suo orientamento, in particolare per quello che riguarda la liturgia eucaristica. Mentre la liturgia della Parola ha il suo svolgimento più adeguato se il sacerdote è rivolto verso il popolo, sembra teologicamente e pastoralmente più opportuno applicare la possibilità - riconosciuta dal messale di Paolo VI nelle sue varie edizioni - di continuare a celebrare l'Eucaristia verso il crocifisso; il che può realizzarsi concretamente in diversi modi, anche collocando la raffigurazione del crocifisso al centro dell'altare della celebrazione versus populum, in modo tale che tutti, sacerdote e fedeli, possano guardare al Signore durante la celebrazione del suo santo sacrificio. Nella prefazione al primo volume delle sue Gesammelte Schriften, Benedetto XVI si è detto felice del fatto che si stia facendo sempre più strada una proposta che egli aveva avanzato nella sua Introduzione allo spirito della liturgia. Questa, come ha scritto il Papa, consisteva nel suggerimento di "non procedere a nuove trasformazioni, ma porre semplicemente la croce al centro dell'altare, verso la quale possano guardare insieme sacerdote e fedeli, per lasciarsi guidare in tal modo verso il Signore, che tutti insieme preghiamo".

(©L'Osservatore Romano - 9-10 marzo 2009)

martedì 10 marzo 2009

I documenti di Fides et Forma: saggio di Angela Monachese


Ringraziamo l'amico Manuel Grillo per questa preziosa anteprima degli atti del convegno sull'Arte Sacra tenutosi lo scorso novembre presso l'Università della Calabria.


Il saggio della professoressa Monachese è scaricabile qui.



Il convegno, patrocinato tra l'altro dalla Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa, ha evidenziato la profonda necessità di discutere di Arte Sacra in una nuova dimensione, avulsa dalla discettazione sterile su esigenze pastorali o strutturalismi estetici. Una dimensione che nel solco della tradizione tenda a ripristinare il profondo legame tra arte, bellezza e Verità.



Gli atti saranno pubblicati a breve dalla Casa Editrice Settecolori, arricchiti da un prezioso saggio sulla Musica Sacra ad opera dell'illustre musicologo Paolo Isotta.




lunedì 9 marzo 2009

Santa Messa secondo il rito straordinario a Bari


Ogni sabato alle ore 19.00 Santa Messa secondo il Rito Straordinario a Bari presso la chiesa di San Giuseppe nella città vecchia. Qui trovate la mappa per raggiungerla.

I documenti di Fides et Forma: articolo di Giorgio Fedalto


Inauguriamo la sezione dei contributi scaricabili di Fides et Forma con uno studio del Professor Fedalto sulla datazione della nascita di Cristo e della sua passione. Potete scaricare il file qui.

domenica 1 marzo 2009

QUALE ARTE SACRA PER L'UOMO CONTEMPORANEO?

di Francesco Colafemmina
__


“Volgere lo sguardo alle vie degli astri
come se cogliendo tutto intorno con la vista
anche le reciproche trasformazioni degli elementi
continuamente le si volesse comprendere:
purificano infatti queste immagini la sporcizia della vita di quaggiù.”
Marco Aurelio, Apomnemoneumata, VII,47

Questo pensiero dell’imperatore Marco Aurelio nel suo semplice desiderio di purezza e libertà, ma anche di razionale discernimento del cosmo perduto nel caos dell’esistenza umana mi ha fatto riflettere profondamente sul senso dell’arte religiosa oggi.
Non è forse lo stesso desiderio di silenziosa contemplazione, di stupefacente mistero, di razionale elevazione, ad impossessarsi di noi dinanzi alle creazioni più maestose dell’arte sacra del cristianesimo occidentale? E non è questa un’esigenza ancor più radicata nell’uomo contemporaneo, immerso nel disordine e nell’irrazionalità. Forme allo sbando, rumori, contrasti e divisioni non albergano soltanto nella sua anima, ma si manifestano nella concreta realtà dell’arte.
Un’arte che negli ultimi decenni è stata intesa non come espressione del bello in senso assoluto ma del relativissimo concetto estetico connesso ad una società, ad un momento della storia umana, alla visione che l’uomo ha avuto di se stesso. Da questa ideologia dell’arte è nato il paradosso di un’arte deforme, scabra, fredda e malata. Ma la sua malattia non è forse malattia dell’uomo? Non è forse perdita finale del senso e del valore, perdita di orientamento e di virtù, perdita della solidità di una certezza finale ed abbandono ad una moira irrazionale ed inconcepibile?
Quale arte sacra per l’uomo contemporaneo? Come dovremo immaginare i luoghi in cui l’uomo incontra Dio, in cui supera l’ombra del suo cammino introducendosi alla luce dei nuovi passi che il Signore gli insegna tenendolo per mano? Ma soprattutto come dovremo immaginare l’uomo redento dal cosmos, innalzato nella perfezione della vita eterna e fortificato dall’incontro con Cristo? E come immagineremo il popolo di Dio - questo gruppo di individui sempre più soli e diversi, sempre alla ricerca di qualcosa che li renda unici, in un mondo che li comprime nell’omologazione e nella banalità dei consumi e del benessere materiale- ? Il popolo di Dio non deve forse mirare al suo Redentore? Non entra forse in chiesa per spogliarsi delle ipocrisie quotidiane, dell’onkos, della posticcia superiorità sociale, per riscoprirsi umile e fragile assetato di perdono e misericordia? Tanti singoli afflitti, tanto più afflitti quanto più soddisfatti, si spogliano e vengono investiti dal soffio del Signore che li rende tutti uguali e bisognosi del Suo amore.
Ecco la chiesa diviene luogo del rifugio e dell’intima contemplazione di ciò che l’uomo non può osservare nella quotidianità. La chiesa non può essere oggi museo delle vanesie correnti artistiche e delle barocche esibizioni della nostra contemporaneità decadente. Essa deve essere luogo universale e puro. Deve ricondurre ciascuno a sentirla come la sua più intima e vera casa, ma una casa che appartiene ad un Ospite pieno d’amore e di paterno affetto. Ecco che dunque non può essere fredda vetrina di marmi imbiancati o di gelido cemento. I materiali di cui sarà composta la casa del Signore saranno semplici ma caldi. Autentici e preziosi. E le sue forme saranno conseguentemente piene di valore e purezza.
Non tondeggianti e curvilinee, ma rette e squadrate perché l’uomo in cerca del Signore è in cerca della Sua direzione e della Sua misura. La misura del Signore è quella della verità, dell’immagine e non del simbolo. E l’immagine di Cristo è la croce. La croce che apparirà nel cielo nebuloso del giorno del giudizio. E’ questa l’immagine, il Segno, che i fedeli devono contemplare, come quegli astri di cui parla Marco Aurelio, per elevarsi a comprendere il significato della redenzione e della vita eterna.
Il compito dell’artista è quindi oggi più impegnativo e drammatico che mai. Egli deve sentire in sé la forza della rettitudine, l’anelito della purezza, il valore delle virtù, il sogno di un’umanità umile e pulita, in grado di camminare senza piegarsi lungo il cammino della storia, seguendo la luce della Croce. E’ questa vocazione dell’artista che bisognerebbe coltivare e saldare raccogliendo le migliori eredità del passato per forgiarle nella novità del nostro presente.
Sarà in grado l’artista contemporaneo a partire dalla “sporcizia di quaggiù”, dalla disperazione di un uomo senza orizzonti, di realizzare quel luogo in cui ogni uomo potrà ritrovare la speranza, la consolazione, l’amore del Signore e guadagnare la contemplazione del mistero dell’Incarnazione e della Redenzione?