venerdì 31 luglio 2009

LETTERA APERTA A PADRE AUGE'


Carissimo Padre,

le scrivo da un internet point di un'isola greca, un po' frastornato dal polverone levatosi per un'intervista di don Nicola Bux da lei fortemente e vivacemente contestata sul suo blog.
Sono consapevole infatti di essere indirettamente una delle cause della sua poco caritatevole indignazione. Alcuni miei articoli su questo blog le saranno infatti parsi degli attacchi scomodi al Novus Ordo ed ai suoi artefici, ma piu' in generale ad un modello "pneumatico" di Chiesa che lei probabilmente condivide ed ama. Cosi' lei ha pensato bene di sfogare l'indignazione per i miei articoli su Bugnini ed altre questioni sull'intervista di don Bux.
Sta bene, pero' ammettera' che questo atteggiamento e' poco cristiano e soprattutto poco diretto. Quanto affermato dal teologo e liturgista (mi perdoni ma le virgolette non servono a mettere in discussione dei dati di fatto!) Bux, per quanto trasmesso in maniera poco consona dal giornalista Volpe, non ha alcunche' di scandaloso. Perche' infatti ci si dovrebbe scandalizzare di prassi eucaristiche condivise e riproposte con grande enfasi dal Santo Padre, come appunto la Comunione in bocca, il velo per le donne, il segno della croce, e soprattutto la proskynesis dinanzi al Corpo del Signore?
Cosa c'e' di assurdo nell'affermare che oggi in un contesto ecclesiale sempre piu' pervaso dal pressapochismo e dall'assoluta indifferenza per i gesti ed i segni del rispetto per il Sacro, e' opportuno ripristinare pratiche che mettono in evidenza non solo l'atto spontaneo e positivo del fedele che incontra Cristo, ma anche l'atto di sottomissione e di rispetto sacrale per il Corpo di Cristo che entra in noi?
Anche la recente disposizione del Card. Caffarra che vieta in alcune chiese di Bologna la comunione in mano, va nel senso del ripristino di una fondamentale prassi eucaristica. E soprattutto vale la pena citare quanto affermato qualche mese fa dal Card. Canizares in una intervista al quotidiano La Razon:

La Razón: Comunque, Benedetto XVI has ripristinato in alcuni casi il decoro di ricevere la comunione in bocca e in ginocchio. E’ qualcosa di importante o è solo questionedi forma?

Cañizares: No, non è solo questione di forma. Che cosa vuol dire ricevere la comunione in bocca? Che cosa vuol dire inginocchiarsi davanti al Santissimo Sacramento? Che cosa significa inginocchiarsi durante la consacrazione, nella Messa? Significa adorazione, significa riconoscere la presenza reale di Gesù Cristo nell’Eucaristia; significa rispetto e atteggiamento di fede di chi si prostra davanti a Dio perché sa che ogni cosa viene da Lui, e resta senza parole, stupito, di fronte alla meraviglia, alla sua bontà e alla sua pietà. Ecco perché non è la stessa cosa porgere la mano e ricevere la comunione in un modo qualunque e farlo in modo rispettoso; non è lo stesso ricevere la comunione in piedi o in ginocchio, perché questi segni hanno un forte significato. Quello che dobbiamo comprendere è l’atteggiamento profondo dell’uomo che si prostra davanti a Dio, ed è ciò che vuole il Papa.

Riguardo poi ai casi prospettati di fedeli che personalmente intingono l'Ostia nel calice e si comunicano da soli, mi vengono in mente le pratiche "creative" dei neocatecumeni, gia' vituperate dal famoso decreto Arinze e recentemente da quello di Mons. Benigno Papa a Taranto. E comunque questa difesa "aggressiva" di un metodo di comunicarsi contro un altro e' francamente un po' patetica. Questa accusa onomasti' (ad personam), colpendo il Reverendo Professor Bux e' anche sotto un certo profilo ipocrita. Perche' se lei vuol esprimere il suo personale rammarico per la reintroduzione di pratiche di comunicarsi "riesumate" dal passato, dovrebbe farlo lamentandosene direttamente con il Santo Padre e gli Eminenti Cardinali che tali pratiche reintroducono e caldeggiano, e non attaccando un noto teologo e liturgista che non avendo alcun ruolo gerarchico e' semplicemente piu' facile da bersagliare rispetto ad altri.

E poi, mi consenta di aggiungerle una nota di colore. Qui in Grecia ed in tutta l'Ortodossia la comunione viene data in bocca secondo un metodo tutto particolare che a lei sara' sicuramente noto. Ebbene qual e' la sensazione di chi si comunica qui in Grecia? Avanzare verso l'iconostasi dove il sacerdote impartisce la comuione in entrambe le specie con un unico cucchiaino, puo' sembrare a noi devoti cattolici adulti igienisti un metodo "primitivo". Donne, uomini, vecchi e bambini, malati e sani, ricchi e poveri, si nutrono del Signore dallo stesso cucchiaino. Tutti si avvicinano al sacerdote, prendono il fazzoletto rosso e lo pongono vicino alle loro labbra, perche' neppure una goccia vada persa (sarebbe un sacrilegio!), e tutti chiudono gli occhi, prendono quel lembo di salvezza e si fanno cospicui segni di croce (almeno tre secondo tradizione). Cosa significa tutto cio'? Credo che chiunque lo comprenda perfettamente ed intuitivamente: l'Eucaristia e' salvezza per tutti gli uomini e tutti gli uomini si avvicinano a Cristo resi uguali ed indistinti dal desiderio di salvezza e dall'amore per il Signore.
Chiaramente questo amore e questo desiderio implicano la piccolezza dell'uomo dinanzi alla grandezza di Dio, implicano una distanza evidente tra Creatore e creatura. Se questa distanza non esistesse la salvezza non avrebbe senso. Dunque tutti si umiliano dinanzi a Dio che si e' sacrificato per la salvezza degli uomini.

Il resto credo siano dispute causidiche e filologiche di scarsa importanza e fa specie che un sacerdote possa concentrarsi soltanto sugli archeologismi liturgici invece che sul senso della fede.

Tornando tuttavia all'incipit di questa mia lettera aperta mi permetto di chiarirle che quanto espresso in questo blog e' esplicita espressione del mio autonomo pensiero, allorche' appare il mio nome a firma degli articoli. Nasce dalla mia testa e dal mio cuore, e se suscita la sua indignazione o il sospetto di trame occulte non esiti a contattarmi cosi' potro' chiarirle direttamente che i miei articoli sono espressione della mia spesso polemica, ma sicuramente sincera attivita' noetica. Cosi' mi auguro non solo di averla tranquillizzata riguardo alla sicuramente da lei paventata "avanzata restauratrice" organizzata. Ma soprattutto spero che i suoi toni (essendo almeno lei un sacerdote) possano placarsi in futuro, senza tributare evidenti "complimenti" a suoi fratelli nel sacerdozio.
Quanto a me, perdoni l'impudenza, ma vista la decadenza evidente della fede cattolica, gli abusi ed i soprusi continui, e l'insolenza evidente e reiterata di laici e chierici che si credono ministri di una "nuova religione cattolica", mi concedera' se i miei toni potranno restare ancora un po' savonaroliani ed inquisitori. D'altra parte pur essendo giovane sono consapevole che la causa primaria della crisi onnipervasiva del cattolicesimo e' da imputarsi a chi ha preceduto la nostra generazione, e l'ha condannata a pensare e vivere la fede in un modo nuovo rispetto ai nostri padri ed i nostri nonni. E questa e' forse la principale ragione dei miei toni spesso forti ed incisivi. E' come se qualcuno avesse voluto rompere definitivamente il legame con il passato di chi ci ha preceduto. E per passato non va inteso l'archeologismo filologico e raffinato, ma il passato vivo nel quale si estende il Corpo Mistico di Cristo. E questa rottura sebbene sopportabile e' in qualche modo ancora imperdonabile.

Francesco Colafemmina

sabato 25 luglio 2009

IL RELATIVISMO ESTETICO DELLA CEI E LA DISTRUZIONE PROGRAMMATICA DELLE CHIESE


di Francesco Colafemmina


"Sotto il profilo del metodo, è ormai acquisito che l'architetto debba opportunamente costituire una vera e propria équipe di progettazione, da lui guidata e coordinata, composta anche da un artista e da un liturgista. Architettura e arte devono integrarsi sin dall'inizio, secondo l'idea e l'ispirazione originaria. L'architetto sceglie, anche sentita la committenza, l'artista o gli artisti che maggiormente condividono con lui una comune sensibilità e le cui capacità e tecniche espressive possono meglio entrare in tensione armonica con l'architettura proposta. II liturgista è fondamentale, giacché è un dato fortunatamente irrinunciabile la consapevolezza che una chiesa si progetti non a partire dall'architettura stessa, ma dalla liturgia, cioè dallo spazio sacro, inteso quale spazio non solo "funzionale" al culto, ma addirittura capace di incarnarlo e rappresentarlo "visibilmente" sempre, in ogni momento; anche fuori dalla celebrazione; uno spazio che trova la sua "naturale" configurazione modellata sulla bipolarità essenziale tra luoghi liturgici principali, da un lato, e assemblea, dall'altro. È da questo spazio, ogni volta sempre "uguale" e sempre inevitabilmente e vitalmente "creato" nella sua originalità, che nasce il progetto di una chiesa, la sua architettura, la sua forma, la sua linea e trae forza la sua capacità espressiva. Questa "sconvolgente" verità non è, purtroppo, ancora accolta diffusamente da tutti gli architetti, anche quelli più noti, dotati di una singolare capacità creativa e che hanno prodotto negli ultimi anni non poche realizzazioni nell'edilizia di culto."
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Quindi secondo la CEI il vero ed unico dominus della realizzazione architettonica di una chiesa deve essere l'architetto. Sotto di lui dev'essere approntata una equipe di cui fanno parte un artista ed un liturgista. Wow! Che progresso! E' sicuro che così continueranno a realizzare chiese squallide ed abominevoli.
Oltretutto, dice coerentemente don Russo, l'architetto sceglie gli artisti che "condividono con lui una comune sensibilità". Quindi l'estro dell'architetto è esso stesso misura di tutte le cose. E il liturgista? Egli ha solo il ruolo di ricordare i presupposti sui quali deve reggersi l'architettura: centralità dell'altare e fondamentale importanza dell'ambone... tutto il resto è niente! Ma, badate, l'attenzione deve andare alla "bipolarità" fra "luoghi liturgici principali" e "assemblea". E inoltre: da questo spazio "sempre uguale" e sempre "creato" nasce il progetto di una chiesa. Mah! Forse sarò duro di testa ma voi avete forse capito cosa voglia dire una simile affermazione?
Comunque andiamo oltre:

"È il caso di ribadire con forza che l'iniziativa CEI dei progetti pilota non pretende né intende individuare o costruire dei nuovi modelli architettonici di chiese. Ciò non sarebbe possibile né sarebbe ammissibile! Un tale atteggiamento, qualora si verificasse, potrebbe essere tacciato, e giustamente, di presunzione e di ristrettezza di vedute. Così come, al contrario, valutiamo impropria la posizione di chi continua a sostenere, forse nostalgicamente, che le chiese di una volta erano più belle o, addirittura, più chiese! Non ha senso e non è metodologicamente corretto giudicare la bellezza di un'opera contemporanea stabilendo un confronto con l'architettura del passato; se mai, tale confronto serve a riconoscere i differenti canoni estetici e culturali delle epoche diverse. Ciò vale anche per l'arte. Sarebbe come accostare un dipinto di un autore del Cinquecento e uno di un artista di oggi e concludere che il primo gode di una maggiore bellezza. Sono due "prodotti" culturali diversi e infinitamente distanti. Il linguaggio espressivo ha conosciuto e conosce una evoluzione (per qualcuno "involuzione"!) enorme."

Ecco dunque smascherato il pensiero debole di chi ha ridotto le chiese a vuoti magazzini o a informi capannoni. Potremmo definirlo "evoluzionismo estetico". Un concetto che prima hanno applicato alla liturgia e poi anche all'arte ed alla architettura. Modelli? Canoni? Cosa sono queste cianfrusaglie da ancien regime! Noi vogliamo il "progresso" estetico! Via questi sciocchi nostalgici ed ottusi amanti dell'architettura classica... avanti Meier, avanti Fuksas, avanti Piano, avanti Botta! Il bello è relativo, la bellezza non è un elemento trascendente, ma è un dato sociale, immantente, da rapportare alle epoche che l'umanità vive o crea. Hegelismo puro! E sebbene Shopenhauer affermasse che Hegel con la sua cretinizzante filosofia era un mero "sciupatore di tempo, di carta e di cervelli", noi oggi vogliamo pervadere la Chiesa Cattolica di Spirito Hegeliano, vogliamo saziarcene e bearcene a più non posso. Possiamo forse dire che Caravaggio è più "bello" delle "cacate carte" di un Picasso o di un Kandinsky? Non sia mai. Il bello è relativo e storico. Ciò che proviene dal passato può stare in un museo, ma guai a valutarlo come opera viva, appartiene allo spirito di quel tempo: è opera morta! Ecco perchè anche le preziosissime chiese antiche vanno adeguate, le balaustre distrutte, gli altari antichi rimossi, le opere d'arte sostituite, i tabernacoli abbattuti: tutto deve essere conforme "all'evoluzione dello spirito del tempo".
Ma andiamo ancora oltre:

"Occorre prenderne atto e cercare di entrare in dialogo con gli artisti e gli architetti di oggi, chiedendo loro di mettersi in ascolto per rappresentare al meglio i nostri sentimenti, valori, ideali di vita e di fede. D'altra parte, anche sul piano liturgico vi è costantemente l'esigenza di un confronto. I liturgisti stessi sono impegnati nella continua ricerca di come lo spazio sacro possa efficacemente essere "organizzato", raggiungendo una performance adatta alla sua natura. Si tratta di proporre "schemi" liturgici che siano nel contempo rispettosi della Tradizione, della prassi celebrativa e delle indicazioni normative della Chiesa e anche innovativi, capaci, cioè, di esprimere meglio il contenuto, la dinamicità intrinseca dell'atto celebrativo. Questo lavoro di approfondimento e di ricerca non è semplice né scevro da possibili errori o eccessi. C'è da rendere visibile la centralità del Mistero che si celebra e c'è da rendere concretamente possibile che l'assemblea esprima facilmente la propria vocazione di popolo radunato per celebrare attivamente e dinamicamente la liturgia; occorre far sì che l'altare sia il vero punto focale dello spazio celebrativo, ma anche dare tutta la dovuta importanza (in sé e in relazione all'altare) all'ambone, quale luogo della Parola; e si potrebbe proseguire nell'indicare altre numerose questioni da approfondire, fra loro correlate, ma appartenenti a livelli gerarchici diversi, quanto a funzione e significato liturgici. Pensare e proporre una soluzione che renda "viva" la liturgia celebrata e faccia chiaramente percepire la natura tragica e gloriosa dell'evento che si celebra è la sfida, ardua e affascinante, che non bisogna smettere di cogliere nella progettazione di una nuova chiesa, che è liturgia permanentemente in atto ed è per l'uomo. Frédéric Debuyst, in un suo saggio dedicato a Romano Guardini, scrive di lui e della liturgia così: «Guardini non si stanca di ripetere che la liturgia riguarda l'uomo concreto, tutto quanto l'uomo, e che essa va oltre le considerazioni nozionali, o puramente storiche oppure "cerimoniali", per condurci a realtà che sono sempre in atto e riguardano simultaneamente le persone, le cose e i luoghi: il Mistero pasquale, il Mistero della Chiesa, il Mistero della Creazione. L'economia sacramentale dei segni si dispiega tutta intera lungo questa vasta gamma».

Apprendiamo così che l'organizzazione dello spazio sacro al centro della ricerca liturgica deve assicurarne una coerente "performance". Si, perchè siamo a teatro! Che modo estroso di esprimersi! Ma si sa, noi siamo "ottusi nostalgici", forse, però, un tale metodo espressivo, una simile onnipervasiva ideologia è coerente con questa specie di liturgia intesa quale "teatro", "rappresentazione scenica", da realizzare all'interno di chiese costruite da persone che Cristo non lo conoscono affatto. E' dunque quanto mai opportuno il richiamo conclusivo alle parole di Debuyst: "la liturgia riguarda l'uomo concreto, tutto quanto uomo". Cristo infatti nella liturgia e nelle chiese i (mon)signori della CEI sembra che non lo vogliano affatto.
E forse sarebbe anche meglio così: dinanzi a tanta arroganza umana infatti, anche Nostro Signore potrebbe perder la pazienza e salutati tutti quanti andarsene ad abitare in una piccola chiesetta di campagna semplice umile e polverosa, ma forse ancora "cattolica"!

venerdì 24 luglio 2009

SUL "MASSONE" BUGNINI


di Francesco Colafemmina

La notizia della certa affiliazione di Bugnini alla Massoneria, emersa da Inside the Vatican, sta suscitando nella rete diffidenze e interrogativi. Anzitutto quelli di persone esperte che non hanno mancato di evidenziare la "debolezza" della "tesi della valigetta". Sono in molti infatti a domandarsi come fosse possibile che dei monsignori affermati se ne andassero in giro per il Vaticano con delle lettere firmate dal Gran Maestro della Massoneria Italiana.
Ebbene qui si rendono necessarie due precisazioni.
Anzitutto sul caso Bugnini ed il suo esilio in Iran. La tesi di "Via col vento in Vaticano" pare sia la più probabile e documentata:

"All'epoca postconciliare del Vaticano II, molti indagarono a fondo per appurare da dove potesse provenire l'ordine di sconquassare le antichissime tradizioni liturgiche, patrimonio intoccabile della Chiesa, le cui radici secolari prendevano origine fin dai tempi apostolici e questi dall'Antico Testamento del popolo eletto. Seguirono le mosse dell'artefice principale di gran parte delle rimanipolazioni liturgiche, l'arcivescovo Annibale Bugnini, segretario del Dipartimento pontificio per il culto divino.
Dopo lunghi pedinamenti e appostamenti, le tracce portavano nei pressi del Gianicolo verso la sede massonica del Grande Oriente d'Italia a palazzo Il Vascello. Risultò che l'Annibale s'era messo a disposizione del gran maestro, che gli passava un assegno mensile molto sostanzioso; uno di questi assegni fu fotografato e pubblicato su una nota rivista nell'estate del 1975. Nell'ottobre seguente, trafiletti di stampa avverticano che Bugnini era scomparso dalla scena di curia e nessuno sapeva dove s'era andato a rintanare. La speditezza con cui monsignor Bugnini era stato dalla sera alla mattina defenestrato dal suo incarico, voleva essere una lezione di cinismo diplomatico e anche un esempio di nevrosi politica.
I prelati massoni della curia tenevano i due congregati Bugnini e Baggio (quest'ultimo allora prefetto del dicastero dei vescovi) al riparo dall'ira di Paolo VI, informato dai servizi segreti di massima sicurezza al comando del generale dell'Arma Enrico Mino, circa un complotto ai suoi danni. Sbollita l'ira montiniana, il 4 gennaio dell'anno appresso Bugnini si ritrovò spedito nunzio in Iran, dove rimase fino a luglio 1982, quando morì di morte naturale procurata.
Monsignor Bugnini aveva espletato alla perfezione il compito affidatogli dal grande architetto dell'universo massonico, satana, sulla deflorazione della sacra liturgia. Uscito ormai allo scoperto, il prolungamento della sua esistenza sarebbe stato d'impiccio e d'impaccio a sè e all'ordine, che in circostanze del genere ha facoltà di decidere al riguardo, stando al giuramento che ogni apprendista massone fa quando entra nel primo grado della 'luce' iniziatica."(pp.210-211).

Ecco spiegata la storia! Nell'estate 1975 la rivista dell'affiliato alla P2, Mino Pecorelli, OP (Osservatorio Politico), pubblica la foto di un assegno del gran maestro Salvini a Bugnini, con tanto di matrice. Non è così difficile riscontrarne l'autenticità. D'altra parte per "convertire" un arcivescovo alla massoneria servono delle buone ragioni e il denaro è un'ottima ragione!
Così la questione delle lettere potremmo definirla un corollario, delle prove suppletive a conferma di un fatto ormai assodato. D'altra parte che quelle lettere siano in fotocopia non vuol dir nulla. Stando a chi le ha viste in quelle occasioni esse provenivano direttamente da una "Loggia Massonica", erano più probabilmente lettere d'archivio del GOI. Perchè scrivere delle lettere del genere? La ragione è logica.
Se voi foste il gran maestro del GOI e riusciste a far affiliare un importante vescovo, vorreste prima di tutto renderlo vostro complice. Avreste la necessità di legarlo a voi in maniera esplicita e palese. Quelle lettere servivano a ciò. Ed infatti sono state la concausa della naturale "epurazione" di Bugnini. Ma per restare ai nostri giorni anche nel caso Wielgus è emersa una simile attitudine della Polizia Segreta che dopo aver adescato il sacerdote mantenne un canale di scambio di informazioni scritte e firmate da lui, all'origine delle sue dimissioni. Notate poi quanto afferma Mons. Marinelli (il ghost writer di Via col vento...): Bugnini sarebbe morto di "morte naturale procurata", ovvero sarebbe stato assassinato dai suoi "fratelli" per evitare che una sua "conversione" o un suo "pentimento" lo rendessero in grado di spiattellare l'incredibile architettura della riforma liturgica.

A margine di questa vicenda francamente mi stupisce come ancora oggi fatti di una tale evidenza possano esser messi in discussione o accantonati con sarcastico scetticismo. Nè d'altra parte è accettabile pensare che le infiltrazioni allogene di questo stampo non possano mai intaccare la Chiesa - tanto c'è il buon Gesù! -. Gesù non ci ha fatti incapaci di discernere il grano da loglio, non ha parlato a dei minus habentes, ma a uomini di retta coscienza e retta distinzione del bene dal male, quindi ha parlato a uomini che hanno responsabilità. E la rinuncia dell'uomo alla responsabilità di creare chiese che in realtà sono templi massonici o riti impastati con materiale allogeno, comporta una colpa nei confronti di Cristo, una colpa collettiva!
Credo inoltre che dopo 40 anni i danni ci siano eccome e sono danni materiali e spirituali sotto gli occhi di tutti. Chiudersi nel pietismo caritatevole e monotono del "tutto va bene, madama la marchesa" lo reputo un modo un po' cinico di allontanare dalla propria considerazione episodi che meriterebbero la massima attenzione e che rischiano ancora - se esaminati correttamente - di assumere proporzioni colossali in ambito liturgico, dottrinale ed ecclesiale.

giovedì 23 luglio 2009

REGALO PER LE VACANZE: IL RACCONTO DELL'ANTICRISTO DI SOLOVEV


Cari lettori,
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il blog andrà in vacanza da domenica per alcuni giorni. In occasione delle ferie estive non mancherò di fornire ai lettori delle letture interessanti da approfondire e meditare. Cominciamo con il celeberrimo "Racconto dell'Anticristo" di Vladimir Solovev. Potete scaricarlo qui.

Il racconto è estremamente attuale e mi permetto di suggerire al lettore una possibile chiave interpretativa. Riassumendone i contenuti esso parla dell'ascesa di un "Presidente degli Stati Uniti d'Europa" verso gli inizi del 2000. Una storia che ha il tono di una profezia: infatti con l'approvazione del trattato di Lisbona con ogni probabilità sarà nominato primo presidente dell'Unione Europea l'ex premier britannico Tony Blair. Tornando al racconto, esso prosegue nella descrizione del nuovo presidente: sarà un ecologista, filantropo, umanitario, interessato alla pace, alla soluzione del problema della fame del mondo, e sarà anche interessato... alla comunione fra le religioni mondiali.
Stupirà sapere che Tony Blair, dopo la sua discutibile conversione al cattolicesimo, ha fondato la Tony Blair Faith Foundation, che in un solo anno ha raccolto 27 milioni di Euro di contribuzioni? Questa fondazione si occupa specificamente di filantropia e di riunire tutte le religioni in un unico crogiuolo, con l'obiettivo di una pace universale di stampo mondialista. Inoltre la fondazione vorrebbe sconfiggere la fame nel mondo e le malattie del terzo mondo... Coincidenze casuali? Chissà! Di certo approfondendo le politiche di questa fondazione e leggendo accuratamente il suo sito non si può non restare stupiti della perfetta consonanza fra le istanze "anticristiche" del racconto di Solovev e quelle della Tony Blair Faith Foundation.
Oltre al racconto di Solovev vi segnalo anche questo noto estratto dal volume del Card. Biffi "Pinocchio Peppone e l'Anticristo".

A presto e buone vacanze a tutti, sempre uniti nella preghiera per questa nostra amata Chiesa... "caotica"!
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Francesco Colafemmina

martedì 21 luglio 2009

BUGNINI ERA MASSONE! LO CONFERMA UN MONSIGNORE A INSIDE THE VATICAN

Sull'ultimo numero della principale rivista cattolica in lingua inglese "Inside the Vatican", il giornalista Robert Moynihan racconta della sua intervista con un "monsignore" anonimo indicatogli dal Cardinal Gagnon poco prima che quest'ultimo morisse. Il "monsignore" è il depositario del mistero relativo all'affiliazione massonica di Bugnini (noto anche agli addetti ai lavori come nome in codice "BUAN").
Ma non solo! Sappiamo infatti anche dal libro di Mons. Marinelli (Via col vento in Vaticano) che Gagnon fu redattore di un dettagliatissimo dossier sui Massoni in Vaticano (vedi pagg.57-59). Commentano "i Millenari": "Il materiale raccolto fu interessante e rivoluzionario. Il presidente della commissione monsignor Gagnon stette per tre mesi impegnato a stendere una voluminosa relazione che alla massoneria vaticana apparve subito scottante e pericolosa: si facevano i nomi e le attività occulte di certi personaggi di curia."
Questo dossier fu rubato fra il 31 maggio ed il 1 giugno del 1974 dalla scrivania di Mons. Mester (collaboratore di Gagnon). Il Cardinale così rifece il dossier di suo pugno e chiese udienza. Non gli fu accordata, capì l'antifona e dopo qualche anno se ne tornò in Canada.
Ma la questione di Bugnini è fondamentale. Le lettere qui citate e indirizzate a Bugnini dal Gran Maestro furono pubblicate da "30 Giorni" nel 1991 in un articolo a firma di Andrea Tornielli. Non riuscendo a recuperare l'edizione italiana vi segnalo un articolo in cui sono tradotte in inglese ed un altro in cui sono leggibili in portoghese (entrambi provengono da autori un po' estremi e molto duri riguardo alla riforma, ma sono le uniche fonti sulla rete riguardo alla pubblicazione di 30Giorni).
Il reportage-intervista di Inside the Vatican (che trovate qui) preannuncia ulteriori sviluppi e comunque afferma con ulteriore certezza che Bugnini, l'autore della Riforma Liturgica, era stipendiato dalla Massoneria Italiana. Libertè, Egalitè, Fraternitè!


di Dr. Robert Moynihan

Ho cominciato la mia conversazione con il monsignore indicatomi dal Cardinal Gagnon dopo la sua morte nell'agosto del 2007. Questa conversazione ebbe luogo sul finire del 2007.

"Sono rimasto molto rattristato dalla morte del Cardinal Gagnon" dissi.

"Si, anch'io" disse il monsignore. "E' stato un valido servo della Chiesa. Ha sofferto molto."

"Lo conoscevo", dissi. "Mi ha sempre aiutato, specialmente agli inizi".

"Era un uomo gentile".

E quindi abbiamo cominciato la nostra solita conversazione sullo stato della Chiesa, le ultime notizie dal Vaticano e così via. La nostra conversazione si è così concentrata naturalmente sulla pubblicazione del Motu Proprio Summorum Pontificum del 7 luglio 2007, che promuoveva un più ampio uso del rito antico della Messa.

"Sono confuso" dissi.

"Perchè?" fece lui.

"L'intera questione. Ciò che è accaduto nel Concilio Vaticano II, la Costituzione sulla Liturgia, la Commissione stabilita per rivedere la Messa, Monsignor Bugnini... ed ora, 40 anni dopo, sembriamo ancora in uno stato di confusione. Sembra come se tutte le cose che consideravamo sacre - tutte le cose che amavamo - fossero state calpestate."

"Tu sei troppo cupo" disse, facendo ondeggiare le mani come a voler respingere le mie conclusioni. "Si, molte cose sono state calpestate, ma l'essenziale rimane. Non si è perso il cuore."

"L'essenziale rimane? Si guardi intorno. Abbiamo alcuni che non si interessano affatto ad alcuna tradizione, guardano la 'Chiesa Antica' con senso di colpa e farebbero di tutto per non tornare indietro. E abbiamo molti tradizionalisti che sembrano focalizzarsi soltanto sulle cose esteriori - e ciò talvolta somiglia ad una idolatria del rituale..."

"Non la vedo così in bianco e nero. Stai tralasciando del tutto gli individui, tutti i loro atti di sacrificio, il loro buon umore, le loro preghiere. Sei caduto nella trappola. Nella battaglia per la verità, non dimenticare la grazia. Ricorda c'è Dio, lo Spirito Santo, la Vergine..."

"Ma perchè così tanti sembrano indifferenti?".

"Alcuni non hanno un'opinione, alcuni sono persuasi che la Chiesa doveva essere cambiata. Alcuni semplicemente hanno seguito la marea. Alcuni sono motivati dal denaro. E poi ci sono quelli che servono altri padroni. Questo era il caso di Bugnini..."

Così cominciammo. Non per ciò che disse, visto che si tratta di una antica accusa, ma per il modo in cui lo disse, come se fosse una cosa fuori discussione e ormai assodata.

"Naturalmente, ho udito di ciò" dissi, "ma perchè lei lo dice così schiettamente, come se ne fosse certo? Pensavo fosse solo un'accusa?"

"E' certo" mi disse "almeno certo come lo sono le cose di questo mondo. Lui si recò ad un incontro dal Segretario di Stato con la sua valigetta. Era il 1975. Più tardi quella sera, quando tutti erano andati a casa, un monsignore trovò la valigetta che Bugnini aveva lasciato. Il monsignore decise di aprirla per vedere chi ne fosse il proprietario. E quando la aprì, trovò lettere indirizzate a Bugnini definito 'fratello', da parte del Gran Maestro della Massoneria Italiana..."

"Ma è possibile che queste lettere fossero dei falsi?" domandai. "Qualcuno poteva aver aperto la valigetta, visto che era di Bugnini, e quindi infilatoci le lettere false, per diffamarlo?"

"Beh, teoricamente, suppongo che sia possibile. Ma Paolo VI, almeno, non lo pensava. Quando gli fu portata questa prova, giunse alla conclusione che Bugnini dovesse essere rimosso immediatamente dal suo posto. Così Bugnini fu nominato nunzio apostolico in Iran. Dopo più di 25 anni alla guida della riforma liturgica fu licenziato bruscamente e inviato in una nazione in cui non ci sono affatto cattolici. Era una forma di esilio."

"Ciò è davvero triste".

"No," disse, "è davvero umano... E oggi, 35 anni dopo, appartiene al passato. E' qualcosa per cui non possiamo fare nulla."

"Ma se è realmente vero," dissi "allora Paolo VI avrebbe potuto approvare la Nuova Messa sotto false pretese, così com'era? Ciò non avrebbe dobuto sollevare domande sull'intera riforma liturgica? E perchè allora Paolo VI non risalì all'intera commissione preparatoria, se credeva che quanto lei mi sta dicendo fosse vero?"

"Guardi, " disse il monsignore "non è importante quante sconfitte subisca la Chiesa, non è importante quanti tradimenti, ma che ci sia sempre la speranza..."

"Ma le perdite sono immani" dissi, "è come se il nostro legame col passato fosse stato interrotto..."

"No!". Mi guardò con fierezza: "Tu stesso sei la prova che questo legame non è stato rotto. E lo sono anch'io. E ti dico che anche se dovessi cadere e tradire la fede, e anche se dovessi farlo io, ed anche se tutti nel mondo dovessero cadere, la Chiesa non sarebbe sconfitta. Essa prevarrà! Non praevalebunt!"

E lo guardai meravigliato per la sua fede. Ma non gli domandai ancora del dossier Gagnon. (continua).
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Traduzione: Francesco Colafemmina - Tratto da Inside the Vatican 19.07.2009

lunedì 20 luglio 2009

QUESTA SERA NON PERDETE "LA VALIGIA CON LO SPAGO"

Questa sera in seconda serata non perdete l'ultima puntata de La Valigia con lo Spago, la trasmissione di Luca de Mata dedicata alle problematiche legate ai flussi migratori, in onda su RAI UNO in seconda serata:

Quarta ed ultima parte

"In questa nostra inchiesta sull’immigrazione siamo stati ai confini dei territori da dove uomini valigia, donne ombra fanno l’ultimo salto per venire a vivere tra noi. In questo sconfinato anonimato Solo negli Stati Uniti si stimano 9milioni di ombre. Si stimano, perché in realtà nessuno ha dati certi anche perché secondo molte organizzazioni umanitarie sono 20 milioni. Contare le ombre? Questo software per computer ancora non esiste. Certo è che le società ricche ed emergenti, hanno bisogno per crescere, di chi produce e di chi consuma. Il mercato è complesso. La concorrenza è produrre a costi più bassi. Non ci siamo fermati davanti agli angoli più bui dei continenti perché ormai il problema è planetario, la questione non riguarda più i singoli Stati ma l’intero equilibrio mondiale."

IL PAPA E IL COMPLOTTO ANTIEBRAICO: IL MANUALE DELL'ISRAELI DEFENCE FORCES


Traduciamo uno scioccante articolo pubblicato ieri da Haaretz

Il Papa e i cardinali del Vaticano aiutano ad organizzare dei tours ad Auschwitz per i membri di Hezbollah per insegnargli a sterminare gli Ebrei: è questo che afferma un pamphlet distribuito alle Forze Armate Israeliane. Fra gli ufficiali che incoraggiano la distribuzione del libretto c'è anche il senior officier Lt. Col. Tamir Shalom, comandante del Battaglione Nahshon della Brigata Kfir. Il libretto è stato pubblicato dall'Unione delle Congregazioni americane degli Ebrei Ortodossi, in cooperazione con il rabbino capo di Safed, Shmuel Eliahu, ed è stato distribuito durante i mesi scorsi. Il libriccino intitolato "Su entrambi i lati del Confine", vuol essere la testimonianza di un "ufficiale di Hezbolla che spiava per conto di Israele". "Il libro è distribuito regolarmente e chiunque lo legge e ci crede", ha affermato un soldato. "E' pieno di dettagli costruiti ad arte ma è presentato come una storia vera. Un'intera compagnia di soldati, adulti, mi ha detto 'Leggilo e capirai chi sono gli arabi'." La copia ottenuta da Haaretz include un augurio di Pasqua da Shalom, "nel nome della Brigata Nashon". La storia è narrata da un uomo chiamato Avi, che dice di aver cambiato nome da Ibrahim, dopo aver lasciato Hezbollah ed essersi convertito al giudaismo.
Avi afferma che un tempo era molto vicino al leader di Hezbollah Sheikh Hassan Nasrallah, e descrive i presunti legami tra Hezbollah, il Vaticano e alcuni leaders europei. Il portavoce dell'IDF (Esercito Israeliano) ha affermato in una dichiarazione: "il libro è stato ricevuto come una donazione e distribuito in buona fede ai soldati. Dopo aver avvertito la sensibilità dei suoi contenuti, abbiamo fermato immediatamente la distribuzione."

Secondo il libro, Nasrallah fu invitato ad unirsi ad una delegazione per visitare Francia Polonia ed Italia, Vaticano incluso. Nasrallah non potè rifiutare un invito dal Vaticano, spiega Avi: "Noi sapevamo che il Papa si identificava nella lotta di Hezbollah". Il libro descrive quindi la presunta visita dei rappresentanti di Hezbollah ad Auschwitz, guidata dal Vaticano: "siamo arrivati ai campi. Abbiamo visto i treni, le piattaforme, le pile di occhiali e di indumenti... Siamo venuti per capire.... Il nostro accompagnatore ha parlato come gli era stato insegnato a fare. Gli abbiamo così rapidamente spiegato: Ogni vero Arabo, profondamente, è come un fan dei Nazisti."

Il libretto descrive anche come i politici europei ed i giornalisti lavorino apertamente contro Israele. "La nostra guida ci ha introdotti ad importanti figura che si identificavano con la nostra causa. Gente facoltosa, gente con autorità... Hanno predisposto notevoli budget per ogni sorta di organizzazioni israeliane per erodere la posizione dell'IDF... Noi abbiamo un budget speciale per incoraggiare politici e giornalisti che servono ai nostri scopi. Ogni articolo di opinione che si conforma alla nostra posizione è ricompensato generosamente". Il rabbino Shmuel Eliahu, figlio dell'ex rabbino capo sefardita Mordechai Eliahu, è noto per le sue visioni estremiste, ed è stato una volta accusato di incitamento al razzismo per aver invitato all'espulsione di tutti gli studenti arabi dal Safed College, dopo un attacco terroristico nell'area del College.

Il giovane Eliahu è stato anche autore di un video nel quale descriveva il "miracolo della nostra matriarca Rachele", che egli sosteneva fosse apparsa prima che i soldati israeliani entrassero a Gaza, per allertarli sugli edifici minati durante l'operazione Piombo Fuso. "In alcuni dei luoghi in cui siamo stati a Gaza c'era una donna che li avvertiva... 'Vi hanno detto chi sono' diceva 'sono la matriarca Rachele'" dice Eliahu nel video. E afferma che suo padre avrebbe confermato la veridicità della storia e che gli abbia detto che aveva pregato Rachele: "Io le ho detto: Rachele, c'è una guerra... Vai da Dio, che sia lodato, pregalo per i soldati che si sacrificano per Israele, perchè essi possano colpire e non essere colpiti."
David Menahemov, un aiutante di Eliahu, afferma che il libro non è una finzione. "Avi è una persona reale e tutto ciò che è affermato nel libro è assolutamente vero" insiste Menahemov. "E' una storia completamente vera, conosco personalmente il ragazzo. E' un Arabo, che sebbene si sia convertito agisce ancora da arabo. Lo abbiamo aiutato a scrivere e a tradurre il libro. Abbiamo cambiato pochi dettagli per proteggere lui e la sua famiglia."
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NO COMMENT!

venerdì 17 luglio 2009

TRADITION AND RESPECT OF THE FATHERS


by Francesco Colafemmina

The reflections of Martin Mosebach in his last book “Heresy of the Formeless" introduce ourselves into a completely forgotten aspect of the postconciliar liturgical reform. I refer to the idea that the interruption of the tradition or its betrayal, if we consider as “tradition” the transmitted heritage of a good, have to be considered as tyrannical acts.
The transmission from generation to generation lands on the recognition of a supreme value to the “respect for the father”. From this respect automatically descends the sacredness of the transmission. To transmit the heritage of the fathers does not imply however not to enrich it or increase it, but certainly this passage from hand to hand imply the reverential fear of the transformation and the denial of what is transmitted. The break with the fathers, the denial of their action, the refusal of their “world”, the damnatio memoriae of their expressions: these are all synonyms of the rebellion to the fathers and of the hybris of the sons!
The ancient Greeks measured the maturity and the healthy of a society on the basis of the respect to the fathers, the ancestors and the old people in general. If, in fact, a society was healthy and solid, formed through the values (aretai), heroic and prospected towards the glory, this was to be due to the respect (sebasmos) that the sons (the living generation) had to had in relationship with the fathers (those that posed the premises of the actual splendor). If a son denies, refuses or destroys his father’s heritage, he denies in such a way himself and he makes it with disdain and arrogance.
This “hybris” was for the ancients a synonym of sacrilege, of violation of the pact between gods and men and a clear diversion from cosmos to chaos. The classical example is that of Oedipus epi Kolonos of Sophocles, where the respect for the fathers is exalted and is represented as primary value of the society.
In the same way the liturgical reform and the conciliar innovations were developed as attempts to not “increase” the heritage of the past, but to “depurate” it, to undermine it, to cancel it, to destroy it. And this is what happened spiritually in the sacred liturgy and materially in sacred art and architecture. The postconciliar iconoclasty of which Mosebach speaks, represent a unicum in the western history (since this iconoclasty arise in western civilization), exactly for its role of clear “rebellion” to the heritage of the fathers, not as an imposition of a new expression of the worship (as it was at byzantine times).
Mosebach say that “in the antiquity the interruption of a tradition decided by the King was defined as an act of tyranny. In this way we may affirm that also the modernizer and progressive Paul VI was a tyrant of the Church.” This evaluation simple and really strong doesn’t born only from the consciousness that the liturgical reform was proposed as a denial of the past. It comes also from the analysis of the effects that that reform had and continue to have on the “smalls”, on the faithful, on the Christian generations that of it were imbued.
Man has always naturally tried to adhere to his past, to the generations of the fathers, to the grandfathers, to the ancestors, since they represent his actuality. Without the ancestry our human nature will be without an important meaning. That’s because also those men that for the most sad cases of life grow up without parents or in the absolute ignorance of their birth, one day discover the febrile need to recover their past. We all know in fact that in the womb of who generated us is also enclosed the meaning of our life. And if this actual life is for us grave or light, anyway in the relationship with the past – not as the place of nothing , but as the place from which we come from – we can discover the meaning both of this grave or light existence.
Traditionalism considered as passatism, as ambition to come back to the past, is a simple logic game invented by the detractors of the “sebasmos” (respect) for the fathers and their heritage. In an ecclesiastic reality that fight against its past or try to work out it in a coward way on the light of the present, is really obvious that the people that respect the fathers should enclose themselves in this univocal veneration. But are they so contemptible, those lovers of the tradition? Which is their fundamental sin? Is an ecclesial sin? Or maybe is a human or humanistic sin? I personally tend to this second explanation. The sin of the defenders and of the lovers of the tradition, of those who are “venerators of the fathers” is that they didn’t yet agree on the idea of a man that is autonomous maker of his destiny and his proper reality.
They are still linked to an authentic ecclesial dimension, where for “Church” we don’t mean only the “actual” Mystic Body of Christ, but also Its extension in the past from which It comes, in the past starting from which He preceded us in Galilee…
And the Church beloved and defended by the traditionalists is the Church composed by “simple peoples”, not ever decided or pull by the autonomous intellectuals, but transmitted, extended in time and space by all the faithful driven by the quest of Our Lord. The gestures iterated by the simples were banned one day, prohibited, opposed for ever and anywhere in the world. And still today, also if they try to reconnect the tradition to the innovation of the Council and the Novus Ordo, it remains that hybris that is sharp and inexhaustible cut in the history. How the man of today can reconnect himself with a jump two generation back, to the innumerable generations that preceded him? We need to skip this act of independent vanity of mankind that trampled the roman rite, that jumped on the altars and destroyed their beauty, that climbed on the church and reduced them to empty yards, that introduce himself in the hearth of people and ousted from them the Real Presence of Christ? How and what we need to come back? Do we need also to deny the two generations that preceded ourselves, and unmask their inconsistent utopia, and so to condemn ourselves to the orphanage of a betrayed humanity?
Is difficult to answer to this question, but is however appropriate to ask this question. I believe in fact that here there is the center of both the “traditional” flowering of the last years and the diffused hostility of the progressives, that is mainly mechanical and unconscious.
The postconciliar reform need also to establish a “neotradition” in order to live, and the ignorance of what preceded it or the simple habituation to the new consuetude is the real basin of crop of the reactionary progressivism (the progressives are in fact the real modern reactionaries). But if the conformist progressivism is promoted by the veterans of the postonciliar uthopies and their zealous disciples, the tradition is today defended by relatively young people. They are the heirs of generations that lived in the utopia and that today, after the fall of that fantasies of freedom and progress, have to face the quest of their identity. So these young people, and I am between them, discover in that denied past, in the forgotten gestures of their grandparents, the meaning of that “tradere” that give sense and truth to this plastic and opaque present.

VERITATEM FACIENTES: L'ESCLUSIVO COMMENTO ALL'ENCICLICA DEL PROFESSOR DE MARCO

Giotto: Allegoria della Carità - 1306 ca.

Su gentile concessione del prof. De Marco pubblichiamo questo suo splendido saggio che affronta alcuni elementi sostanziali della nuova enciclica "Caritas in Veritate" di Benedetto XVI.

di Pietro De Marco*

1. Semplificando, la dottrina sociale della chiesa prende forma nel corso del XIX secolo dal duplice confronto con gli ordinamenti liberale e la scienza economica (e morale) a matrice utilitaristica, e la potente formazione ideologica e militante del socialismo “religioso” e scientifico. Elabora senza dubbio una "terza via", su un terreno occupato dalle scienze sociali e dal dominio organizzativo dei movimenti socialisti sulle masse. Si è detto che la componente antisocialista prevale nei dottrinari cattolici, almeno nel corso del XIX secolo, ma il terreno e i termini della sfida socialista influiscono emulativamente nella critica sociale cattolica alle dottrine liberali e liberistiche.
Nel radicale conflitto novecentesco tra organicismi e socialismi (anche di destra), da un lato, e istituzioni liberal-democratiche, dall'altro, questa terza via, pure apprezzata, sembra destinata alla marginalità. Forte tra le due guerre, almeno, della forza del magistero romano e di un movimento cattolico prevalentemente romanocentrico, e comunicante sia con le economie democratiche (e il primo welfare) sia con gli ambiziosi modelli neocorporativi, la dottrina sociale subisce nel dopoguerra le estreme sfide marxiste e rivoluzionarie.
Queste sfide, dopo un paio di decenni di resistenza, permeano clero e laicato e si sommano alla crisi interna, cattolica, della teologia morale razionale e del diritto naturale; la dottrina sociale quasi scompare dalla cultura cattolica “qualificata”.
Nel capitolo su les hommes du seuil (coloro che si affiancano senza appartenere, i simpatizzanti e i complici) del suo grande saggio Sociologie du Communisme (1963), Jules Monnerot affermava: “A partire dall’intervento del comunismo nella storia, la domanda [cui una retta coscienza cristiana deve rispondere] cambia; e diviene: La fede che non agisce è una fede sincera?” (p.131). È la domanda che, indotta dalla rivoluzione bolscevica e dall’azione dei partiti comunisti, nuovi protagonisti della storia mondiale, tormenta presto la coscienza cristiana. Il problema sarà: chi guida il cristiano nel definire questa nuova fede che “agisce” ? Non aveva la dottrina sociale già operato in questo senso da quasi un secolo, e se no, dove trovare il suo Modello se non altrove, nelle rivoluzioni?
Il p. Chenu, il cui candore intellettuale fu largamente corresponsabile della secolarizzazione progressista della Weltaschauung cristiana (come un geniale gesuita, il p. Gaston Fessard, diagnosticò fino dagli anni della guerra), dichiarerà: la dottrina sociale della chiesa, ça n’éxiste pas! Essa resta, come fermo patrimonio dottrinale di Roma, e come cultura sociale di sfondo dei ceti politici democratico-cristiani europei. Non a caso sarà un vescovo polacco (Karol Wojtyła), nella sua irriducibile autonomia dalle mode progressiste delle cattolicità d’Occidente, a coltivare la dottrina anche dopo il Concilio, e riproporla poi nel corso del suo pontificato. Il prezioso strumento che si intitola Compendio della dottrina sociale della chiesa, pubblicato dal Pontificio Consiglio della giustizia e della pace nel 2005, è doverosamente dedicato a Giovanni Paolo II, oltre a riempirsi del suo magistero.

Di fronte le oltre trecento fitte pagine della compilazione del 2005, corredate da oltre 150 pagine di indice analitico, si può affermare che la base, che pur rende oggi la dottrina sociale cattolica non un residuato (come si è pensato a lungo) ma una piattaforma di consenso internazionale, fu già nell'Ottocento e resta il patrimonio rigoroso della teologia morale classica. Leggiamo nel celebre manuale di Teologia morale del Vermeersch (II, 1928, p. 59), all’inizio del trattato de caritate: “Alla nuova e ineffabile comunità nella quale, in virtù della nostra vocazione soprannaturale, diveniamo una cosa sola con Dio e col prossimo nell’immediato possesso beatifico di Dio, [a tale nuova comunità] corrisponde una nuova virtù, ad un tempo operativa e unitiva, nella quale amiamo Dio e in Dio ogni nostro prossimo come è opportuno amare, tenuto conto dell’ordine delle cose presenti. E come crediamo Dio per fede e crediamo nel Dio rivelante, così è opportuno che amiamo”. [1]
L’amor caritatis, verso Dio e verso il prossimo, rimanda naturalmente all’agostiniano: “Caritatem voco motum animi ad fruendum Deo propter ipsum, et se atque proximo propter Deum” (De doctr. christ. 3, 10). Per Agostino si fruisce del bene cui si attinge come un fine a sé: la caritas muove a fruire di Dio per se stesso, e di sé e del prossimo avendo Dio come fine.
Questa via duplice e una esige, però, che si conosca il Dio della rivelazione; non è attuabile diversamente. Vuole dunque una caritas guidata dalla Verità. E nel Compendio, nonostante i rinvii a “Verità” occupino tre colonne e mezza dell’Indice, questo criterio (data per scontata la duplice caritas) non risulta mai così esplicitamente.

2. Nella Caritas in veritate (in seguito VC; rinvierò alle versioni in altre lingue, tutte accessibili, come anche le fonti magisteriali citate dalla VC, sul sito www.vatican.va) l'apporto peculiare di Benedetto XVI è appunto il tema, ed il criterio, del in veritate, nella verità.
La lettura dell’introduzione è indispensabile per intendere la qualità innovativa dell’Enciclica, e sarebbe un errore intenderla come un “prologo in cielo”. “La carità nella verità (…) - esordisce Benedetto - è la principale forza propulsiva [Antrieb, force dynamique] per il vero sviluppo di ogni persona e dell’umanità intera (…). È una forza che ha la sua origine in Dio, Amore eterno e Verità assoluta (…). Difendere la Verità, proporla con umiltà e convinzione, e testimoniarla nella vita, sono pertanto forme esigenti e insostituibili di carità. Questa infatti ‘si compiace della verità’ (1Cor. 13,6)”. Si tenga conto che carità/caritas corrisponde nel sostrato greco del linguaggio cristiano a agàpe, amor divinus, e il testo tedesco dell’Enciclica ha sempre Liebe, amore.
Se, dunque, “la carità [la caritas/agape] è la via maestra della dottrina sociale della chiesa”, quest’ultima si sa originata nel Dio-Verità, si comprende come martyria, e si ordina al vero “sviluppo” dell’umano. La formulazione di Benedetto è coraggiosa quanto esplicita: poiché la carità-amore (Liebe) è andata incontro a “svuotamenti” (fraintendimenti, quindi estromissioni dall’orizzonte delle responsabilità morali), essa richiede di essere di nuovo esplicitamente coniugata con la verità.
Non solo, dunque, va tematizzata la veritas in caritate di san Paolo (Ef. 4, 15) ma va affermato un complementare caritas in veritate. “In questo modo non avremo solo reso un servizio alla carità, ma avremo anche contribuito ad accreditare la verità (…), in un contesto [quello delle culture occidentali] che relativizza la verità”. In effetti “solo nella verità la carità risplende e può essere autenticamente vissuta” (par. 3), poiché “senza la verità (…) l’amore [sempre Liebe] diventa un guscio vuoto”, che può essere riempito, e si riempie, arbitrariamente. Insomma la carità-amore senza verità, Agape senza Aletheia, non basta a sé.
Questa ultima affermazione di VC non è di routine, ma una formulazione esplicitamente critica che concerne il passato recente della pratica della carità nelle chiese cristiane: un sentimento pro-sociale, come si dice, viene spesso riempito “arbitrariamente”, ovvero senza consapevolezza, ma solo con un generico e non impegnativo sentimento, della sua Fonte cristiana, dunque senza martyria, conseguentemente senza pieno ordinamento alla Persona e alla Famiglia umana. Per questo, ad esempio, il generoso esercizio solidaristico dei cristiani e molto moralismo sociale ignora, quasi non fosse di propria competenza e responsabilità, la rilevanza delle frontiere bioetiche; responsabilità, e attinenza alla dottrina sociale, esplicite invece nell’Enciclica.

3. Una verità che guida la caritas; e una carità che, del tutto antipragmatisticamente, “fa la verità”. Il passo paolino che ha ispirato la formula e l’intitolazione dell’Enciclica è Efesini 4,15. Nella lettera ai cristiani di Efeso san Paolo, dopo aver scritto (4,14) che, ordinati a raggiungere la misura della pienezza di Cristo, “non saremo più fanciulli in balia delle onde, trasportati qua e là da qualsiasi vento di dottrina”, afferma (4,15): “Al contrario agendo secondo verità nella carità, cerchiamo di crescere in ogni cosa tendendo a Lui, che è il capo, Cristo”. E poco dopo scongiura gli efesini: “Non comportatevi come i pagani, con i loro vani pensieri”. Il verbo aletheuo significa prevalentemente, anche nel greco cristiano, ‘dico la verità’, cioè sono vero (detto di enunciati o dottrine) o sono verace, veritiero (detto di persone). Ma già il latino della Vulgata rendeva Ef. 4,14: veritatem facientes in caritate, e similmente la bella, e impegnativa, traduzione recente della CEI che ho citato.
Cos’è in gioco? Lo chiarisce l’oscillazione delle interpretazioni del passo di Paolo. Nel suo magnifico commento (Lettera agli efesini, Brescia, Paideia, 1965, ted. 1962, III ed.) Heinrich Schlier, un maestro, sosteneva che il significato fondamentale di “dire la verità” era usato da Paolo nel senso di “annunciare la verità”. In caritate significa allora che “l’annuncio della verità si compie nella forma dell’amore [agàpe] (…). La verità ha la sua rappresentanza in quell’amore che è basato sull’esperienza dell’amore di Cristo, ed è quindi emanazione dell’amore di Dio in Cristo (…)”. Poiché la caritas è nelle opere ed è ad un tempo la rappresentazione della Verità, il “dire/annunciare la verità” cristiano è inteso profondamente, già in antico, come un facere veritatem.
Una quindicina di anni dopo, il p. Ignace de la Potterie, un altro maestro di quella esegesi portentosamente dotta quanto teologicamente densa (che sembra oggi quasi scomparsa), assimilava il luogo paolino al “fare la verità” proprio del vocabolario del Vangelo di Giovanni (ad es. 3,21, 6,28-30). Ma per il grande esegeta gesuita fare la verità è maturare la risposta di fede, essenzialmente nel homo interior. “Fare la verità”, come anche l’espressione “le opere fatte in Dio” non indicherebbe opere “esteriori” ispirate dalla fede, ma “una attività più interiore”. Fare la verità descrive, per il De la Potterie, un’opera “fatta in Dio”, ovvero l’attività dell’uomo che accede progressivamente alla fede e così “viene alla luce” di Gesù (La vérité dans saint Jean, 1977, II, p.510).
La geometria delle intenzioni e preoccupazioni teologiche univa i due teologi per un tratto, ma li faceva divaricare subito dopo. Li riuniva in una lettura non attivistico-pragmatistica, non ortoprassico-rivoluzionaria, del “fare la verità”, quindi della “verità nella carità”. La Verità non diventa un pragma sociale-politico.
Esplicita pare la preoccupazione per la deriva politica nello specialista di Giovanni, che lavora alla sua grande monografia negli anni Settanta i più corrotti in questa direzione pragmatico-ortoprassica della storia cristiana recente. Ma, diversamente da Schlier, egli eccede nella internalizzazione del “fare la verità”, in cui colgo anche un anacronismo: quello di concepire l’interior homo degli antichi cristiani nei termini della dilatazione moderna del Sé. Nel loro schiacciamento sulla Fede anche gli erga, le opere, divengono per il De la Potterie momenti della fede in sé, mai presso l’altro.
In Schlier invece il “dire/annunciare la verità” della sua lettura di Ef. 4,15 ha due punti di forza: la verità attiva significa conoscenza e linguaggio, significa poi comunicazione e testimonianza. Quindi la Fede sotto la Verità, e oltre se stessa. Da ciò l’essere della Verità nella Carità, poiché l’oltre sé è duplice, verticale e orizzontale, nel duplice amore di Dio e del Prossimo.

4. L’Enciclica prosegue (paragr. 4) affermando che il logos è in Cristo dià-logos, è la verità che “apre e unisce le intelligenze nel logos dell’amore”. Gli uomini si incontrano nella retta qualificazione [Beurteilung] “del valore e della sostanza delle cose”; avverso la diffusa sindrome contemporanea delle relativizzazioni. La chance e la norma, l’orizzonte e la dottrina peculiarmente cristiani, del vivere la carità “nella verità” sono tali da far concludere all’intelligenza, secondo Benedetto, che “l’adesione ai valori cristiani” è guida indispensabile allo sviluppo umano integrale.
Ma questa conclusione deve valere anzitutto, non sembri un paradosso, per la stessa cultura cristiana, se si vuole offrire come chance e come modello. La cultura cristiana appare invece timida, reticente, nel dichiarare se stessa. Afferma la VC: “un cristianesimo di carità senza verità” sarà scambiato (e lo viene effettivamente, aggiungo) come una “riserva” di sentimenti e forze generose, utili ma marginali. Su questa strada non vi è più “un vero e proprio posto per Dio [tema ratzingeriano costante] nel mondo. Senza la verità, la carità [che si presenti e operi così sprovveduta pdm] viene relegata in un ambito ristretto”, irrelato, settoriale”. Un ámbito de relaciones reducido y privado, dice icasticamente il testo spagnolo. Di conseguenza “è esclusa dai progetti e dai processi di costruzione di uno sviluppo umano di portata universale”, progetti e processi che si affermano nell’incontro di saperi e pratiche. (4).
La carità cristiana, come prassi, è in effetti ritenuta “utile” ovunque, a risarcire il quotidiano, ma irrilevante nella decisione razionale, politica ed economica.

Diversi anni fa (1993) in un notevole libretto prodotto dalla facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale (La carità e la chiesa, Milano, Glossa), critico delle derive socio-assistenziali della prassi cattolica e delle loro implicazioni dottrinali, Giuseppe Angelini, una delle nostre intelligenze teologiche più autorevoli quanto autonome dalle mode, poneva la domanda: ‘La Chiesa a servizio della società?’ Osservava Angelini: “sarebbe sconveniente (…) una secolarizzazione dell’opera di misericordia [nel mentre sarebbe ambigua, sul fronte opposto, una sua designazione come ministero ecclesiale], la quale concludesse nella sua assimilazione pratica alla figura del volontariato sociale. (…) L’obiettivo della carità cristiana non è il bisogno stesso, ma l’altro prossimo (…). In ogni caso [tale obiettivo] suppone un discernimento cristiano del bisogno, che si sottragga ad un’indistinta e pregiudiziale soggezione nei confronti della codificazione sociale dei bisogni stessi”. E più avanti: “La giustizia più grande (…) è irriducibile ad una qualsiasi mediazione sociale; addirittura, essa è alla fine ignota al soggetto stesso che pure la pratica. Il senso della sua opera infatti rimane al presente nascosto”, poiché, “lungi dall’essere una supplenza nei confronti dei difetti del servizio sociale”, è intrinsecamente profezia della Città di Dio.

5. Esplicitando Angelini, non solo un vero e proprio ministero ecclesiale delle opere di misericordia è ambiguo se non è in veritate; ma anche l’ordinario, e universalmente razionale, agire cristiano in caritate lo è se rischia che i suoi contenuti siano analogati e diretti da ideologie, leggi e pratiche definite per (o contro) gli attori e i decisori dei sistemi di welfare. La caritas salva l’universalità umana cui è destinata se non si occulta, anzitutto a se stessa, come Verità.
La VC conferma, a mio avviso, questo genere di cautele critiche che hanno respiro teorico e teologico; cautele di cui, per la verità, il mondo cattolico-sociale è a tratti consapevole, mentre in altre chiese e comunità cristiane la secolarizzazione delle attività caritative appare deliberata e completa. La VC le conferma, dunque, ma ci fa decisamente procedere oltre, poiché propone un orizzonte razionale e criteriologico che va al di là della distinzione tra codificazione sociale e senso evangelico. Attraverso il canone del in veritate Benedetto salda la qualità delle opere alla consapevolezza e alla rappresentanza della Verità.
Heinrich Schlier scriveva, altrove: “Conoscenza [l’autentica gnosis cristiana] e fede consolidano e custodiscono la verità con il fare, ossia con le ‘opere’. È questo un fare in cui la verità stessa entra in azione, azione resa possibile dalla decisione personale in suo favore che ne permette la conoscenza. La conoscenza è preminente. Nella conoscenza la verità e l’essere-vero si rivelano. Anche il fare della verità però ha una sua preminenza, in quanto in esso l’esperienza della verità raggiunge il suo compimento efficace. Il fare della verità è un lasciarsi istruire nella verità dalla verità sino all’azione”. Più avanti: “Così l’amore si realizza nella verità e la verità nell’amore” (Riflessioni sul Nuovo Testamento, Paideia, 1969, ted. 1964, p.358). Come il logos-dialogos ha in sé “portata universale”; così ha portata universale la “conoscenza” che custodisce la verità con le opere. La caritas in veritate può, quindi deve, farsi sapere responsabile nel dialogo di saperi e pratiche che guidano la modernità economica e riflettono rigorosamente su di essa.

Non sembri paradosso, ma questa corresponsabilità anche conoscitiva (e vorrei dire scientifica, e non solo etica) non è “secolarizzazione” della riflessione cristiana, come non erano “secolarizzate” la teologia morale e la riflessione canonistica che hanno accompagnato la “modernità” economica dell’Europa, almeno dal XIII secolo. La secolarizzazione, non vi sarebbe necessità di dirlo, non è la regolazione religiosa del saeculum, il coinvolgimento teologico attivo e magistrale nel dialogo dei saperi. Tutt’altro: secolarizzazione è il saeculum che sottratto alla verità si impone come valore all’intelletto cristiano, quindi alla fede e alle opere.

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[1] Novae et ineffabili communitati qua, ex nostra supernaturali vocazione, unum cum Deo et proximo efficiemur in immediata Dei possessione beatifica, respondet nova virtus, operativa simul et unitiva, qua Deum et, in Deo, omnem proximum nobiscum diligimus sicut, attento praesenti ordine, diligere oportet; quemadmodum, per fidem, Deum credimus et in Deum revelantem credimus, sicut oportet.

* Professore di sociologia della religione presso l'Università degli Studi di Firenze e la Facoltà Teologica dell'Italia Centrale

TRADIZIONE E RISPETTO DEI PADRI


di Francesco Colafemmina

Le riflessioni di Martin Mosebach nel suo prezioso volume "L'eresia dell'informe" ci introducono ad un aspetto completamente obliterato della riforma liturgica seguita al Concilio.
Mi riferisco all'idea che l'interruzione della tradizione o il suo tradimento, allorchè per "tradizione" intendiamo la trasmissione ereditaria di un "bene", siano da considerarsi atti "tirannici".
La "trasmissione" di generazione in generazione riposa infatti sul riconoscimento di un valore supremo al "rispetto per il padre". Da questo rispetto discende automaticamente la sacralità della trasmissione. Trasmettere l'eredità dei padri non significa comunque non arricchirla o incrementarla, ma di certo questo passaggio di mano in mano implica il reverenziale timore della trasformazione e della negazione di quanto è trasmesso. Rottura con i padri, negazione del loro operato, rifiuto del loro "mondo", damnatio memoriae delle loro espressioni: sono tutti sinonimi della ribellione ai padri e della hybris dei figli!
Gli antichi Greci misuravano la maturità e la sanità di una società in base al rispetto che veniva tributato ai padri, agli antenati ed agli anziani in genere. Se infatti una società era sana e solida, formata attraverso le virtù (aretai), valorosa e prospettata verso la gloria, ciò era certamente da addebitarsi al rispetto (sebasmos) che i figli (la generazione vivente) aveva avuto nei riguardi dei padri (coloro che avevano posto le premesse per lo splendore attuale). Se un figlio nega, rifiuta o distrugge l'eredità del padre egli nega in qualche modo se stesso, nega la sua formazione, nega il suo status, calpesta ciò che ha ricevuto e lo fa con disprezzo ed alterigia.
Questa "tracotanza" era per gli antichi sinonimo di sacrilegio, di violazione dei patti fra gli dei e gli uomini, una palese deviazione dal cosmos per entrare nel caos. L'esempio classico del ritorno del cosmos nel caos aperto dal destino ereditario dell'uomo è quello dell'Edipo a Colono di Sofocle, dove il rispetto dei padri è esaltato e rappresentato come valore primario della società.
Allo stesso modo la riforma liturgica e le innovazioni conciliari si sono sviluppate quali tentativi non di "accrescere" l'eredità del passato, bensì di "depurarla", svilirla, cancellarla, distruggerla. E ciò è accaduto spiritualmente nella liturgia e materialmente nell'arte e nell'architettura sacra. L'iconoclastia postconciliare di cui parla Mosebach, rappresenta un unicum nella storia dell'occidente (perchè tale iconoclastia è nata in occidente), proprio per il suo configurarsi non come l'imposizione di una nuova espressione del culto (come fu in epoca bizantina), bensì quale palese ed espressa "ribellione" nei riguardi dell'eredità dei "padri".
Mosebach afferma che "nell'antichità l'interruzione di una tradizione da parte del sovrano era definita come un atto di tirannia. In questo senso potremmo dire che anche il modernizzatore e progressista Paolo VI sia stato un tiranno della Chiesa". Questa valutazione scabra e durissima su Paolo VI non nasce soltanto dalla consapevolezza che la riforma liturgica fu proposta come una negazione del passato. Essa scaturisce dall'analisi degli effetti che quella riforma ebbe e continua ad avere sui "piccoli", sui fedeli, sulle generazioni cristiane che di essa sono state imbevute.

L'uomo ha sempre cercato naturalmente di aderire al suo passato, alle generazioni, ai padri, ai nonni, agli antenati, perchè essi rappresentano la sua attualità. Senza la discendenza il nostro essere uomini sarebbe privo di un significato importante. Ecco perchè anche quegli uomini che per i più tristi casi della vita crescono privi di genitori o nella assoluta ignoranza della loro stirpe, un giorno scoprono di avere il febbrile bisogno di recuperare il proprio passato. Sappiamo tutti infatti che nelle viscere di chi ci generò è racchiuso anche il senso della nostra vita. E se questa nostra esistenza odierna è per noi un peso o una ricchezza, in ogni caso nel rapporto con il passato inteso non come il luogo del nulla, ma il luogo da cui proveniamo, possiamo trovare il senso sia del peso che della ricchezza del presente.
Il Tradizionalismo inteso come passatismo, come ambizione ad un ritorno al passato, è un semplice gioco logico inventato dai detrattori del "sebasmos" (rispetto) per i padri e la loro eredità. In una realtà ecclesiale che combatte il suo passato o tenta di rielaborarlo proditoriamente alla luce del presente, è ben scontato che i rispettosi dei padri possano arroccarsi nella loro univoca venerazione. Ma sono poi davvero così disprezzabili questi amanti della tradizione? Qual è il loro peccato di fondo? E' un peccato ecclesiale? O è forse un peccato umano o umanistico? Propendo per questa seconda spiegazione. Il peccato dei difensori e degli innamorati della tradizione, di coloro che sono "veneratori dei padri" è che non hanno ancora sposato l'idea di un uomo artefice autonomo (autolegislatore) del proprio destino e della propria realtà. Essi sono ancora legati ad una dimensione ecclesiale autentica, dove per Chiesa non si intende solo l'attuale Corpo Mistico di Cristo, ma l'estensione di questo Corpo nel passato da cui procede, nel passato a partire dal quale ha preceduto gli uomini in Galilea...
E la Chiesa amata e difesa dagli amanti della tradizione è Chiesa composta di "semplici", non mai decisa o strattonata dagli intellettuali autonomi, bensì trasmessa, estesa nel tempo e nello spazio dai tanti fedeli guidati dalla ricerca del Signore. I gesti iterati dei semplici sono stati un giorno vietati, proibiti, osteggiati per sempre e ovunque nel mondo. Ed ancor oggi, nonostante si cerchi di legare la tradizione all'innovazione del Concilio e della nuova liturgia, resta quell'hybris che è netta ed inestinta cesura. Come possono gli uomini d'oggi con un salto di due generazioni raccordarsi a tutte le innumerevoli generazioni precedenti? Dovremmo scavalcare quest'atto di indipendente vanità dell'uomo che ha calpestato il rito romano, che è saltato sugli altari e ne ha distrutto la bellezza, che si è arrampicato sulle chiese e le ha ridotte a vuoti cantieri, che si è introdotto nel cuore dell'uomo e vi ha scacciato la presenza Reale del Signore? Come e quanto dovremmo tornare indietro? Dovremmo anche noi rinnegare le due generazioni che ci hanno preceduto, smascherarne le inconsistenti utopie e condannarci all'orphanage di una umanità tradita?
E' difficile rispondere a questo quesito, ma nondimeno è opportuno porselo. Credo, infatti, che sia questo il centro sia della fioritura "tradizionale" di questi ultimi anni, sia dell'ostilità diffusa e progressista, ma più spesso inconsapevole e meccanica. Quest'ultima è diffusa eredità di chi non esita ad accettare supinamente la "neotradizione" degli iconoclasti. La riforma postconciliare ha anch'essa bisogno di instaurare una "neotradizione" per vivere, e l'ignoranza di ciò che la precede o la semplice assuefazione alle nuove consuetudini è il vero bacino di coltura del progressivismo reazionario (con un palmare capovolgimento di ruoli i veri "rivoluzionari" sono oggi i tradizionalisti). Ma mentre il progressivismo realmente bigotto e conformista è promosso da reduci delle utopie postocnciliari e dai loro zelanti discepoli, la tradizione invece è oggi difesa e promossa da uomini relativamente giovani, spesso semplicemente da ragazzi. Sono loro gli eredi di generazioni che hanno vissuto nell'utopia e che oggi, dopo il crollo di quelle fantasie di libertà e progresso, si confrontano con la ricerca di una appartenenza. Così questi giovani, tra i quali ci sono miseramente anch'io, scoprono in quel passato negato, nei gesti ormai dimenticati dei nonni, il senso di quel "tradere" che dà sostanza e verità a questo presente plastificato ed opaco.

Concludo citando, a mò di riassunto di quanto finora espresso, un illuminante passaggio del volume di Mosebach: "La mancanza di riguardo con cui qualcosa che è venerato, è che ora non lo deve essere più, è profanato, eliminato, soppresso, gettato via, liquefatto, svenduto, è volgare. Alle numerose ondate di distruzione che nella storia del nostro Paese si sono abbattute sui nostri santuari - la riforma, la secolarizzazione con le sue centinaia di migliaia di profanazioni - ne è seguita una più recente assolutamente degna dei suoi predecessori per forza distruttiva: si dovrebbe un giorno compilare una lista di quanti altari in Germania a partire dal Concilio sono stati distrutti. Le nostre chiese dispendiosamente restaurate e costosamente sistemate secondo l'architettura d'interni, di volta in volta alla moda, assomigliano spesso a scheletri preparati con accuratezza, che vengono predisposti in modo eccellente per un futuro da museo. Nessuno, che creda realmente alla forza della grazia e della preghiera, oserebbe disprezzare e distruggere ciò che è stato consacrato attraverso l'uso della preghiera, e ciò che risulta per così dire caricato elettricamente da molte grazie."(pag.59).
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Martin Mosebach, Eresia dell'Informe, Cantagalli, 2009.

giovedì 16 luglio 2009

ON LE CORBUSIER'S "OBSERVATORY" CHURCH

by Francesco Colafemmina

During the past few days the famous so called “church” of Le Corbusier in Firminy-Vert – France - risked to be burned into the scuffles that took place in the banlieu of Saint Etienne.
The riots were provoked by the suspect death of a young algerian man: a similar event to many others in the past, when the death of a young black guy was just the fuse that put fire on the surrounding of Paris. The event of these days come after the refusal of UNESCO to insert a set of building conceived by Le Corbusier in the human cultural heritage program.

Coming back to the church of Saint Pierre, we know that it was commissioned to Le Corbusier on 1961. The first project was cause of a singular trial of strength between the well known architect and the bishop. The last one infact was trying to realize a less expansive and less “magnifique” project that that one of mr. Le Corbusier. But the big swiss architect died in 1965, leaving only some drafts of the work that was so completed by his student José Oubrerie. The first stone was positioned on the 28th of May 1970, but the construction itself started only during the 1973. After a slow progress of the works the construction was stopped several times, up to 1978, when the Church was abandoned and defined as unaccomplished.
Slowly slowly, after obtaining – despite its incompleteness – the avowal of National Monument on 1983 by president Mitterand, and after being revalued on 1993, the works will start one more time only on 2004, under the control of the Le Corbusier Foundation and the supervision of the old Josè Oubrerie. So the church was open on November 2006. While the upper part of the church is in fact a temple after the dedication that took place on June 29th 2007 , the lower ambient is used as research center on Le Corbusier with an annexed museum.
So far the history of this famous architectural work. Let’s follow now deeply the real structure of this church. I believe that there are still few scholars that have been interested on the “astronomic” nature of this complex. The church, in fact, with a pyramidal shape is oriented on the solar rise of the constellation of Orion on June 29th, St. Peter and Paul holiday (the church is in fact dedicated to St. Peter).
So it happen that on the morning of June 29th through the holes in the eastern wall of the church the constellation of Orion is designed over the altar, together with the constellation of Taurus.

If we look at the structure from outside, we will notice however some channels or conducts that are similar to astronomical pointers (like those in the Cheope pyramid in Giza). One of them is oriented on west side, one more on south and another on south-east. So, is necessary not only to be concentrated on the east side (the wall with the holes), but also on west and south. So, let’s see the astronomical events on the latitude of Firminy that I personally enquired.
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On June 29th, on the sunrise, the sun is rising in the constellation of Orion. In the same time the western pointer indicates the constellation of Aquila, and the southern one is oriented on the constellation of Pisces. Starting from this coincidence we cannot hesitate to notice what happen in two more important dates: December 25th and March 25th (traditional date of Christ’s death). On December 25th at midnight on east is rising the Leo, the southern pointer indicates Orion and the western one the Pisces. At the zenith is the star Capella (lamb) of the constellation Auriga. So on March 25th between 12.00 and 13.00 (the ora sexta of the Gospels), on the south the sun is in the Pisces, on east is rising Orion, and on the west side is coming the Aquila. On March 27th (the Resurrection), at the sunrise, the sun will rise in the Pisces.
Those astronomical references are really clear and express the intention of the architect to transform the church of Saint Pierre into an astronomical observatory, capable to indicates in the stars the most important facts of Christianity. With a symbolic meaning the Pisces indicates Christ resurrected “Ichtus” (Iesus Christos Theou Uios Soter), the Leo is the “lion of the tribe of Jude”. The Capella indicates the lamb. The Aquila is the eagle of St. John. But Orion? What does it mean Orion?

Although St. Gregory in the Commentary to Job says that Orion is symbol of the martyrs, anyway the constellation of Orion has a more significant meaning in the Mithraic religion. Orion is infact the representation into the stars of Mithras killing the bull. Is so a casuality that Orion-Mithras is the God of a Manichean teaching that was recovered by the Catharism? We will not be surprised to know that mr. Le Corbusier was a strong admirer of the Cathars. His real name - Charles Edouard Jeanneret -, was changed in Le Corbusier that means “the man that clean the excrements of the crows” from a suggestion of a cathar ancestor of him. In the same way he was thinking of himself as the “cleaner” of the modern architecture in a deeply Gnostic meaning. Furthermore In the gnosis the constellation of Orion Mithras was considered as the star gate of the souls in order to introduce man into his deification. That this is the correct reading of the work is also showed by the study of J. K. Birksted "Le Corbusier and the Occult". According to the author, also if the wall of the church with the holes that design Orion and Taurus was not completely conceived as it is now by Le Corbusier, anyway he took for sure this idea from the starry roof of the Masonic Loge de l'Amitié in La Chaux-de-Fonds, near Neuchatel. One of the oldest swiss lodge of which Birksted suppose Le Corbusier was member.

On the light of what highlighted through my research is clear that the typical question of how the sacred architecture today is influenced by the Archistars, big and well known names, now as in the ’60 is still on the ground. And too often the priests and bishops commissioning a new church have renounced to control and check the “catholicity” of the House of Our Lord. If is true, in fact, that to every architect must be given a copy of the catechism, is also true that those people that should know the catechism (priests and bishops), must always supervise the realization of a church avoiding the interpolation of symbolic or semantic flaws, and saving the liturgical and theological correctness of the temple of God. Also because if in an unlucky case such an ambiguous and not so catholic church like this of Le Corbusier were to be built, we cannot think that there will always be some young anarchists ready to destroy it!

MASSONI A SAN GALGANO

di Francesco Colafemmina

A proposito di arte e architettura sacra. Vorrei parlarvi oggi della magnifica abbazia di San Galgano, nei pressi di Siena. La chiesa dell'abbazia, a croce latina, fu costruita tra il 1224 e il 1288 dai monaci cisterciensi in uno stile tardo gotico. Purtroppo nel corso dei secoli l'abazzia fu abbandonata e la chiesa cominciò a rovinare. Attualmente il complesso monumentale, di proprietà del demanio, è in uno stato di discreto abbandono.

L'interno di San Galgano è un luogo estremamente suggestivo. Lo spazio è suddiviso in tre navate da sedici pilastri cruciformi composti da quattro semicolonne. Le arcate sono a sesto acuto con doppio archivolto. Il transetto è a tre navate, ma la navata orientale appare trasformata in quattro cappelle, due a due laterali alla cappella maggiore, con abside rettangolare. Sulla destra della chiesa si trova il Monastero, di cui rimangono la Sala capitolare, la Sala dei monaci, e un piccolo tratto del chiostro ad arcate su colonnine binate.
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A qualche decina di metri dal complesso sorge la chiesa edificata da Galgano Guidotti verso il 1180: il cosiddetto "eremo" di Monte Siepi. La chiesa ha una struttura piuttosto rara: è a pianta perfettamente circolare con al centro la famosa "roccia" in cui la leggenda vuole che il santo abbia conficcato la spada per adorarne l’elsa in forma di croce. L’annessa cappella, dei primi del Trecento, è impreziosita da alcuni affreschi piuttosto malandati di Ambrogio Lorenzetti.
Fin qui l'arte e l'architettura. Aggiungo però che, come al solito, quando la Chiesa abbandona i propri tesori e spende i suoi milioni di euro per costruire obbrobri, invece di reimpossessarsi delle testimonianze della sua tradizione, molto spesso questi tesori vengono usurpati o trasformati da altri.
In questo caso dagli ubiqui Massoni, i quali proprio in occasione dello scorso solstizio d'estate hanno organizzato una "tornata" all'interno del complesso monumentale di San Galgano. Anzitutto sarebbe interessante comprendere come sia possibile che lo Stato abbia autorizzato un simile raduno in un complesso monumentale di proprietà demaniale, in secondo luogo ci sarebbe da domandarsi il perchè dell'interesse massonico per una ex abbazia ed una ex chiesa. In terzo luogo ci si dovrebbe domandare perchè la Chiesa Cattolica sborsi numerosi milioni per costruire nuove chiese e nuovi adeguamenti liturgici in chiese antiche e invece lasci nell'abbandono il patrimonio artistico del passato. Basta guardare - lo dico per chi è a Roma - lo stato di totale abbandono della chiesa di Santa Maria della Consolazione o di quella di San Silvestro in Capite (dove la venerazione della reliquia di San Giovanni Battista è praticamente impossibile visto che mancano gli inginocchiatoi). Forse che per dar lustro e valore alle chiese antiche dobbiamo attendere l'arrivo dei volitivi figli della vedova?

mercoledì 15 luglio 2009

MA PERCHE' GLI ARCHITETTI ODIANO SAN PIO?


di Francesco Colafemmina

Questo ennesimo abominio architettonico, questo blob strutturale che vagamente imita la conchiglia (o forse sarebbe meglio definirla "mitile") di Renzo Piano a San Giovanni Rotondo è la futura chiesa dedicata a San Pio che sorgerà presso il quartiere di Malafede (nomina sunt consequentia rerum) a Roma.

L'opera è progettata dallo Studio Anselmi. Leggiamo da una descrizione del progetto:
"Diverso invece il carattere espressivo dell'Aula, la quale, pur costruendosi in rapporto con il resto dell'edificato, presenta un’immagine dal forte carattere identitario dovuto soprattutto alla morfologia della grande superficie di copertura. Essa si disegna nello spazio come raccordo tra un unico arco parabolico ed una sommatoria di tre curve poste a circa trenta metri di distanza. Si crea così una superficie complessa, ricca di variazioni spaziali ed adatta a molteplici modellazioni della luce intesa come materiale principale nella configurazione dell'interno.
Un grande cielo o, se si vuole, un manto, dalla geometria che ricorda l'antico schema basilicale, (sic) ricoprono e proteggono tutti gli spazi della liturgia ed i loro accessi.
In questo modo la sala dell’assemblea sviluppa liberamente tutte le sue articolazioni convogliando senza forzature la dinamica dello spazio e la sua simbologia verso il centro dell’azione liturgica costituito dal presbiterio. Esso é progettato ad un livello superiore rispetto alla quota della sale ed accoglie al suo interno sia l'altare, vero punto focale di tutta l'Aula, sia l'ambone con accanto il grande candelabro per il cero pasquale, nonché la sede del presidente ed alcuni posti per i concelebranti.
Accanto al presbiterio, in una posizione distinta ma comunicante ed adiacente al cuore dello spazio ecclesiale, la cappella feriale costruisce un luogo intimo adatto alla preghiera personale e alla custodia del santissimo sacramento.
Lo spazio della comunità celebrante circonda la pedana presbiteriale e le sue sedute sono tutte orientate verso il punto simbolico dell'altare.
Sotto la porzione di curva che raggiunge la massima altezza del manufatto é collocato in posizione più alta (circa tre metri) lo spazio del coro. Questa scelta é dovuta a ragioni sia di natura tecnica, in quanto la forma che la volta assume in quel punto dovrebbe risultare un buon amplificatore sonoro, sia come memoria degli antichi luoghi dai quali si cantavano le lodi al Signore.
Infine l'atrio, anch’esso posto sotto la grande copertura é concepito come luogo dell'accoglienza, ed é preparatorio al passaggio dalla grande luce esterna a quella simbolicamente orientata dell'interno, in esso la porta si situa nella direzione del presbiterio in rapporto diretto visivo con l'altare.
Per concludere, prendendo in considerazione la vasta superficie del sagrato, essa può essere considerata ad un tempo piazza urbana (come già descritto) ed in momenti particolari anche luogo di attività liturgiche a simboleggiare in modo ancor più evidente la presenza del mistero rituale nello spazio vivo della comunità."
In una intervista del 2007, l'architetto Anselmi affermava: «Dovendo progettare una chiesa ho pensato a un’aula sovrastata da una superficie morbida, con tre curve che terminano in un’unica arcata. Tutta la struttura vuole rispecchiare il movimento che dalla molteplicità del mondo giunge all’unità. Questo progetto ricorda le basiliche classiche, con le tre navate che convergono sull’altare. Allo stesso modo questa struttura tripartita si unisce nell’arco».
Mentre il parroco don Roberto Zannerini, interpretava liberamente l'opera: «le tre curve richiamano la Trinità e il manto morbido della copertura, l’Arca dell’Alleanza, protetta da Mosè sotto una tenda. Guardando il frontale, infine, si possono anche interpretare queste curve come il cappuccio di un saio». Mah! Non aggiungo commenti, soltanto aprirei una colletta per regalare un catechismo all'architetto e magari anche un manuale di storia dell'arte, mentre al parroco andrebbero regalati degli occhiali nuovi. Il cantiere è aperto da qualche mese. La CEI come sempre approva. Anzi, a quanto pare a San Giovanni Rotondo preparano già le reliquie di San Pio da trasferire a Malafede o in Malafede, chissà!