lunedì 31 agosto 2009

LA DIOCESI DI MILANO PROMUOVE UNA MOSCHEA NEL CAPOLUOGO LOMBARDO


di Francesco Colafemmina

La notizia è di quelle che fanno accapponare la pelle: Mons. De Scalzi, vicario episcopale per la città di Milano in una intervista del 27 Agosto ha precisato con qualche ritardo ma con gran precisione il senso delle parole inequivocabili del Card. Tettamanzi, pronunciate lo scorso dicembre. In particolare, dopo essersi soffermato sulla necessità di nuove chiese in città - intese non come luoghi di preghiera, ma come circoli ricreativi "...ogni parrocchia ha un suo centro Caritas, un ritrovo per il gruppo terza età, luoghi dove praticare lo sport" - il Monsignore afferma:

"Anche gli islamici, a Milano, hanno diritto ad avere un luogo di culto. È un diritto che la nostra Costituzione riconosce a tutte le religioni. Le grandi città europee hanno una o più moschee. Sento che è giunto il momento – non più dilazionabile – di trovare, anche per la comunità islamica di Milano, una soluzione a questo problema. Questo creerebbe una possibilità di dialogo più disteso tra le religioni, eviterebbe l’illegittima e fastidiosa occupazione di suolo pubblico – come ora avviene in viale Jenner – e, ogni anno, non saremmo sempre daccapo a cercare soluzioni per la preghiera del Ramadan. Purchè sia “un vero luogo di culto” e non altro. All’autorità civile spetterà il compito di vigilare e ottenere garanzie in tale senso. Agli islamici l’onere di assumersi i costi – come fa ogni nostra parrocchia – di tale costruzione."

Per carità, nulla di sconvolgente, visto che le moschee sorgono come i funghi nel nostro Paese. Tuttavia un discorsetto del genere ce lo saremmo aspettati da un tipetto fino come il Presidente della Camera, e non da un esponente di spicco della diocesi di Milano. Tanto più che la "reciprocità" (quella del "se tu vuoi la moschea in Italia allora fammi costruire una chiesa a La Mecca...") va a farsi benedire del tutto. E si che i Monsignori sono esperti di benedizioni... ma bearsi nell'idea che costruire più luoghi di culto islamici in Italia corrisponda ad un ideale di pacifica convivenza e tolleranza reciproca, somiglia più alle ambizioni di pseudotolleranza dei pashà ottomani che ad un tentativo di comprendere la gravità del momento storico che affrontiamo. Così dopo esserci dati da fare a demolire le belle chiese del passato e dopo i costanti sforzi finanziari della CEI per costruire nuovi squallidi e "disgustosi" capannoni, adesso ci impegniamo a sollecitare lo Stato perchè costruisca nuove moschee. Speriamo almeno che se si vorrà costruire una moschea a Milano, il suo minareto non sia più alto delle guglie del Duomo.

sabato 29 agosto 2009

BREVE DIALOGO SUI NEMICI DELLA CHIESA

Il Cavallo di Troia dal MS Vaticano Latino 3867

di Francesco Colafemmina

Certe discussioni fra amici illuminate magari dalla presenza del Signore che presiede ad ogni riunione di uomini nel Suo nome, spesso possono rivelarsi illuminanti preludi ad eventi d'attualità. Sono passati pochi giorni da quando ho discusso piacevolmente con un caro amico riguardo ai nemici esterni ed interni alla Chiesa. Mentre degustavamo un sobrio gelato seduti in un'antica piazza di un paese del sud, sotto la luce arancione di qualche annoiato lampione e lo sguardo severo di una cattedrale tardoromanica, è stato il mio amico ad introdurre il tema, riferendosi a quanto scrivo su questo blog.
"Sai, Francesco, quando si scrive della Chiesa bisogna sempre stare attenti a non offrire delle armi affilate ai nostri nemici, ai nemici della Chiesa. Tanto più che sono tutti pronti a non lasciarsi sfuggire l'occasione che potremmo offrirgli..."
Ed io: "ma ti pare che siano più pericolosi i nemici esterni alla Chiesa o quelli interni?"
"Sicuramente - risponde - sono entrambi pericolosi."
"Invece io credo che gli ultimi siano di gran lunga più pericolosi dei primi. E te lo dimostro con un esempio: se in casa tua avessi un domestico che speculasse di derubarti a tua insaputa, costui non sarebbe molto più agevolato di un eventuale ladro che dall'esterno dovesse introdursi in casa? O per fare un paragone storico, sappiamo entrambi perfettamente che le più grandi guerre dell'antichità non sono state perdute a causa della semplice supremazia dell'avversario, ma piuttosto per via di qualche traditore, di un agente che ha passato informazioni al nemico o lo ha aiutato nei suoi piani restando all'interno della città attaccata."
"Beh - fa lui - su questo aspetto non posso che darti ragione, ma mi spieghi quale vantaggio può trarre la Chiesa dallo smascheramento dei suoi nemici interni. Credo infatti come prima che sia soltanto un metodo per offrire armi al nemico."
"I vantaggi - rispondo - sono essenzialmente due, a ben vedere. Anzitutto c'è quello della preghiera: se i cristiani, anche un piccolissimo numero di fedeli, vengono messi a conoscenza di magagne interne alla Chiesa fonte di scandalo per essa, la loro reazione principale sarà quella di pregare..."
"Ma dimentichi che molti potrebbero disamorarsi, perdere la fede, allontanarsi a causa di questi scandali..."
"E perchè mai? Questi scandali riguardano essenzialmente una Chiesa intesa come gerarchia, riguardano il mondo clericale. Ora, non era proprio San Josemaria Escriva de Balaguer ad affermare che la Chiesa siamo noi tutti messi insieme, e che anche un laico è a suo modo un sacerdote dato che in casi estremi può anche battezzare?"
"Certo."
"Allora, allo stesso modo, fidandoci di questa regola, come potremmo pensare che dei fedeli retti nella fede possano disamorarsi di Cristo solo perchè hanno scoperto che altri uomini fragili e intaccati dal peccato come loro hanno tradito la fiducia del Signore e si sono fatti schiavi del Demonio?"
"Effettivamente mi sembra difficile, a ben rifletterci. Tuttavia il rischio permane per quanto riguarda il nemico."
"Ma, perdonami, caro Michele, vorrei passare al secondo vantaggio, proprio traendo spunto da quanto dici: infatti, come per le malattie che intaccano il nostro corpo, tanto più per la salute del Corpo Mistico di Cristo, certi virus o batteri che gli si insinuano all'interno devono essere combattuti e distrutti con viepiù energia e tenacia. I nemici esterni quanto meno riusciamo a vederli, sappiamo dove sono, si fanno sentire, stridono dinanzi ai portali delle nostre chiese; ma quelli interni si nascondono, si camuffano, sono il più delle volte irriconoscibili. E, cosa ancor più grave non sono neppure tutti uguali."
"Cosa vorresti dire?"
"Voglio dire che i nemici interni alla Chiesa sono essenzialmente di due categorie: quelli consapevoli e quelli inconsapevoli. I primi lavorano per il nemico - o, se preferisci, per il Nemico - dopo essersi esplicitamente a lui votati. Vengono magari reclutati a partire dai loro difetti, dalle loro debolezze, da qualche aspetto della loro vita che li rende più fragili e ricattabili. Così, stretti nella morsa del ricatto o della dipendenza da qualche vizio infamante, decidono di dedicarsi a minare la Chiesa dall'interno. Questi sono sì temibili, perchè astuti e perfidi, ma se sgominati sono per sempre annientati. Gli altri invece sono ancor più perniciosi. Si tratta di uomini che coltivano il nemico in una sfera più privata, che occasionalmente scendono a patti con esso. Hanno le stesse debolezze forti dei primi, ma nella loro coscienza credono di riuscire a convivere con Cristo, senza votarsi a Satana. Costoro vengono spesso tollerati all'interno della Chiesa. Li si lascia stare fidando della loro buona fede; pure, quando taluni loro difetti vengono esposti, emergono pubblicamente, il danno compiuto è duplice: non solo trascinano se stessi nella vergogna, ma coinvolgono tutti coloro che li hanno tollerati ed aiutati, rendendoli complici delle loro colpe."
"Concordo con te sul fatto che questi ultimi siano i più pericolosi. Ma non credi che bisogna cercare di mantenere il riserbo su tanti aspetti negativi, per evitare lo scandalo dei 'piccoli'? In fondo tanti di questi nemici della seconda specie offrono grandi energie alla Chiesa e sarebbe un peccato privarsene solo per fare una sbrigativa e censoria pulizia."
"Vedi, caro amico mio, il punto è: chi scandalizza? Chi ha compiuto un atto scandaloso o chi lo rivela al mondo?"
"Il primo chiaramente, sebbene il secondo sia in qualche modo complice dello scandalo."
"Per nulla affatto. Seguimi! Se uno compie un atto scandaloso e questo evento viene coperto, occultato, taciuto, saranno suoi complici gli omertosi occultatori. Come è possibile infatti tradire Cristo e restargli al contempo devoti? Ma se, invece, un uomo che decide di impegnare le sue energie ad informare i suoi fratelli nella fede, viene a conoscenza di fatti scandalosi compiuti da uomini di Chiesa taciuti e occultati, si renderebbe complice degli scandalizzatori soltanto se permanesse nel silenzio."
"Effettivamente hai ragione".
"A questo punto veniamo alla seconda parte della tua domanda. Quando affermi il tuo scetticismo riguardo ad operazioni di 'pulizia' ecclesiale forse sembri dimenticare la grave situazione che vive la nostra Chiesa oggi."
"A cosa ti riferisci?"
"Mi riferisco al fatto che la Chiesa da ormai molti anni, se non da sempre, corre il rischio di essere omologata al mondo. Dunque di sposarne i suoi difetti peggiori che sono l'ipocrisia e l'immoralità."
"Ma tu dimentichi lo Spirito Santo che la anima?"
"Non mi sembra. Anzi, per fare una battuta mi verrebbe da dire che è proprio la Chiesa che, nonostante Lo nomini costantemente, sembra essersi dimenticata della Sua presenza. Ormai Lo invocano soltanto i deliranti carismatici. Vescovi e sacerdoti, ma anche qualche Cardinale, sembrano invece intenti esclusivamente ai fatti materiali e dobbiamo ringraziare proprio lo Spirito Santo per essere intervenuto in maniera decisiva almeno nel caso dell'elezione dell'attuale Pontefice. Tornando quindi a quanto ti dicevo prima se la Chiesa sposasse ipocrisia ed immoralità - e a dire il vero buona parte di essa sembra già farne dei baluardi - sarebbe sancita la sua dissoluzione."
"Ma la Chiesa non può dissolversi!"
"Allora dimentichi Luca 18.9: πλὴν ὁ υἱὸς τοῦ ἀνθρώπου ἐλθὼν ἆρα εὑρήσει τὴν πίστιν ἐπὶ τῆς γῆς;"
"Mi sa che faremmo meglio a pregare a questo punto."
"Concordo perfettamente con te. La preghiera è un formidabile antidoto."
Così, confortati nello spirito dalla fiducia che nonostante tutto non bisogna nè scoraggiarsi, nè perdere la fede, ma sorridere al Signore che ha vinto la morte, ci alzammo mentre il fresco vento della mezzanotte cominciava a spirare nella piazza ormai deserta.

venerdì 28 agosto 2009

FOTO DELL'ICONOCLASTIA IN PROGRESS AD ORISTANO...

Ringraziamo un caro amico che ci ha voluto fornire le seguenti fotografie dell'altare della Cattedrale di Oristano.


L'altare prima dello scempio arcivescovile...
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L'altare oggi mentre viene "smontato" e imballato...


giovedì 27 agosto 2009

ICONOCLASTIA POSTCONCILIARE A ORISTANO


di Francesco Colafemmina

Ne aveva parlato Magister nel 2006. Oggi la furia iconoclasta e postconciliare dell'Arcivescovo di Oristano si sta attuando grazie ai lavori di "adeguamento liturgico" del presbiterio della Cattedrale che procedono speditamente. La questione è di grande rilievo, soprattutto dopo le recenti polemiche sollevate dallo splendido lavoro di inchiesta degli amici di Messainlatino.it riguardo alla situazione dell'applicazione del Motu Proprio in Sardegna ed al comportamento dei vescovi sardi.

Nel 2006, come correttamente ricostruiva il prof. Gianluca Arca: "L’arcivescovo di Oristano, coadiuvato, si immagina, dal Capitolo metropolitano, si è reso promotore di una decisione importante, interprete acuta della ricerca di spiritualità e frutto di una riflessione profonda: ha voluto levato dal presbiterio della Cattedrale l’altare provvisorio coram populo, frutto di una tendenza successiva al Concilio Vaticano II e non legata alle maturazioni di esso. La scelta di un altare aggiunto volto al popolo, che si è imposta per anni, dopo la riforma liturgica, la quale pure non la rende un obbligo, è da sempre poco espressiva del senso più pieno della celebrazione eucaristica, perché impedisce la percezione della grande forza dinamica della liturgia, rinserrando in un circolo che si autocelebra le tensioni ascendenti significate dal volgersi ad Oriente, simbolicamente il Cielo ed evangelicamente la direzione da cui il Figlio dell’uomo tornerà a manifestarsi a quanti lo attendono.Ora tutte le liturgie si celebrano verso oriente, sull’antico altare marmoreo nel quale sono inserite le reliquie di santi.
Tralasciate le motivazioni di carattere storico-artistico, che devono aver pure avuto parte nella decisione, si vuole riflettere sui risvolti liturgici della novità. Chi entra nella cattedrale di Oristano si sente pervadere da un senso potente di sacralità, perché nel centro focale del presbiterio il Cristo crocifisso, per troppo tempo decentrato da un lato, è tornato a dominare l’altare."

In realtà la decisione fu presa da Mons. Costantino Usai, parroco della Cattedrale di Santa Maria Assunta di Oristano. E fu poi motivata dinanzi al capitolo arborense da Mons. Tiddia (ex Arcivescovo) il 9 marzo 2006. Addirittura Mons. Sanna (attuale Arcivescovo) fu costretto a celebrare la sua ordinazione con l'altare ad Orientem, una magnifica cerimonia officiata dal Card. Ruini e da Mons. Fisichella.
Ma, a quanto pare, la misura era colma per Sanna già da allora, tanto che dichiarò senza mezzi termini trattarsi di: "Un esperimento non riuscito, che riporta la celebrazione in una dimensione preconciliare e che, come ho avuto modo di rendermi conto, non risponde alla sensibilità del popolo di Dio”.

Detto-fatto: ottenuto un finanziamento regionale di ben 870.000 euro (alla faccia della crisi), l'Arcivescovo si è dato al restauro della Cattedrale con lo smontaggio pezzo per pezzo dell'altare. Ma non solo. In una intervista all'Unione Sarda ha specificato: "Sarà smontato e rifatto il pavimento del presbiterio e si sta pensando anche agli altri arredi liturgici. In particolare, nel presbiterio, davanti all'altare, sarà montata una “mensa” e sulla destra un nuovo “ambone” per la proclamazione della parola di Dio. Per queste due opere è stato bandito un concorso di idee tra architetti e altri professionisti. Ma poiché entro la scadenza di luglio è pervenuta una sola proposta sono stati prorogati i termini e aspettiamo che ne arrivino altre. Naturalmente mensa e ambone dovranno inserirsi armonicamente nel contesto dell'ambiente esistente».
Nel frattempo la misera mensa di legno, rimossa nel 2006 ha preso il posto dell'altare marmoreo.
Così sarebbe opportuno non solo riempire la diocesi di Oristano di proposte progettuali degne, ma soprattutto di lettere di protesta, perchè o c'è l'altare postconciliare o quello che è nato con l'ideazione della chiesa stessa: l'altare di sempre.
Aggiungo che dal sito della Diocesi di Oristano si apprende che non solo verrà "ricollocato" l'altare ed il pavimento, ma anche una fantomatica "sede lignea rivolta al popolo". Molto probabilmente si intende con ciò una sorta di trono ligneo che solitamente va a coprire l'altare maggiore, sicchè l'altare perde il suo significato e si trasforma in scenografia del prete-attore intronizzato.
Deve infatti finire una volta per tutte questa moda dell' "adeguamento liturgico" che non solo distrugge gioielli del passato ma snatura il senso dello spazio sacro ed inquina le meravigliose chiese della tradizione cattolica con elementi pseudoartistici allogeni e patogeni che andrebbero sì distrutti a picconate da chi ha ancora un briciolo di sale in zucca.

mercoledì 26 agosto 2009

REPORTAGE DALLA GRECIA - SECONDA PARTE

Il Monastero della Panaghìa Chosoviòtissa

di Francesco Colafemmina

E' sospeso lì sulla roccia, a trecento metri dal mare che si adagia sugli scogli. Vento sole roccia e mare. Si direbbe che il monastero della Chosoviòtissa ad Amorgòs sia una sorta di eremo paradisiaco, dalle cui finestre si può ammirare il mare di un colore che va dal blu al turchese abbagliante. Fondato nel nono secolo ed ampliato nell'undicesimo ad opera dell'Imperatore Alessio I Comneno, il Monastero prende il suo nome da una remota località della Palestina, Chosova o Chosovo. Stando al racconto di padre Spirìdone sono due le leggende legate alle due miracolose e antichissime icone della Madonna Chosoviòtissa.
La prima si ricollega al periodo dell'iconoclastia e narra che un giorno per salvare quell'icona dalla furia zelota degli iconoclasti venne adagiata su di una barca che dopo qualche tempo approdò solitaria all'ormeggio di Sant'Anna, sull'isola di Amorgòs.
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Questa leggenda è estremamente interessante perchè si ricollega alle leggende simili raccontate in terra di Puglia e legate al culto della cosiddetta "Madonna di Costantinopoli". Questo culto antichissimo lo si ritrova in numerosi paesi della Terra di Bari, tra questi anche ad Acquaviva delle Fonti, dove la festa si celebra il primo martedì di settembre. La leggenda barese narra anch'essa che in un periodo imprecisato durante l'iconoclastia e mentre imperversava una virulenta epidemia di peste in tutto il territorio pugliese dei semplici contadini recatisi a Bari per commerciare i loro prodotti, scoprirono sulle sponde dell'Adriatico tre icone della Madonna di Costantinopoli (l'Odighìtria). I contadini portarono nelle loro città queste icone e così ne abbiamo una a Bari, una ad Acquaviva delle Fonti ed una a Bitritto. Altre leggende simili vogliono che l'icona conservata a Bari sia proprio l'Odighitria di Costantinopoli, ovvero l'immagine della Vergine dipinta da San Luca. Con tutta probabilità invece si tratta di icone tarde, probabilmente copie di icone salvate dall'iconoclastia.
Se infatti osserviamo l'icona della Chosoviòtissa riusciamo a distinguere a stento il volto della Vergine e di Gesù. Così probabilmente le venerande icone che giunsero nell'ottavo secolo sulle coste della Puglia andarono probabilmente distrutte nei secoli a venire e ne furono realizzate di nuove da artisti che non avevano più le conoscenze agiografiche bizantine (Bari - città bizantina - fu conquistata dai Normanni nel 1071).
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Tornando alle leggende narrate da padre Spirìdone, quella alternativa all'arrivo dell'icona da Costantinopoli, riguarda invece la conquista araba della Palestina. I monaci di Chosova o Chosovo in Palestina (identificato oggi con la zona di Wadi Qilt, presso Gerico) durante l'avanzata degli Arabi furono costretti a fuggire portando con sè le icone miracolose. Entrambe le leggende ci introducono in periodi della storia cristiana tormentati ma in nessun caso obliterati, anzi quasi riverberati dalle vicende del mondo contemporaneo. Da un lato infatti l'iconoclastia è un fenomeno particolarmente vivo nel cattolicesimo progressivo e postconciliare, intento alla programmatica distruzione non solo delle immagini, del figurativismo e dell'arte, ma, molto più subdolamente, della devozione a quelle immagini.
Dall'altro abbiamo invece l'avanzata dell'Islam che minaccia i residui di cristianesimo nel medio oriente (Irak, Palestina, Libano) ed avanza verso il nostro occidente senza che l'Occidente stesso sappia porre un freno a questa invasione, vittima com'è di quei principi di tolleranza ed indifferentismo culturale che ne stanno sancendo la definitiva scomparsa.
Il monastero della Chosobiòtissa non è però soltanto un lugo suggestivo e ricco di storia. E' anche una incredibile testimonianza di perizia ed ingegno costruttivo. Alto trenta metri l'edificio è largo soltanto 5 metri. Le celle dei monaci, la chiesa, il refettorio, e gli altri ambienti si sviluppano così verso l'alto per ben otto piani: un dedalo costruito con legno e pietra porosa di Milo. Anche riguardo alla sua costruzione vi è un'altra interessante leggenda. All'inizio pare che i monaci avessero scelto un altro luogo per il monastero, ma mentre lo erigevano di giorno, di notte la costruzione cadeva in mare. Finchè non fu proprio la Vergine ad armarsi degli strumenti del muratore e conficcò uno scalpello in una roccia che sovrasta il monastero odierno, ad indicare che lì bisognava costruirlo. Questo scalpello è conservato nel monastero, dopo che nel 1952 cadde dalla roccia nella quale era conficcato. Assieme allo scalpello vi sono numerosi cimeli del monastero: codici, suppellettili sacre, crocifissi ed altri gioielli sacri. Finita la visita ci attendono 350 gradini e l'Egeo con i suoi meravigliosi colori.
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martedì 25 agosto 2009

INVITO A TROPEA


Cari amici, abbiamo il piacere di invitarvi alla presentazione del volume di don Bux che si terrà venerdì prossimo a Tropea. La presentazione nasce grazie all'interessamento dell'amico Manuel Grillo, presidente della pregevolissime Edizioni Settecolori e già organizzatore di un convegno che ha riscosso un grande successo dal titolo "L’ARTE, LA BELLEZZA e IL MAGISTERO DELLA CHIESA”, i cui atti saranno pubblicati a breve. Vi aspettiamo numerosi.

Gentile Signora, Egregio Signore,

il Sistema Bibliotecario Vibonese e l'Associazione Culturale Settecolori
hanno il piacere di invitarLa alla presentazione del Volume

La riforma di Benedetto XVI. La liturgia tra innovazione e tradizione
di Nicola Bux
venerdì 28 agosto 2009
h. 21.00
Tropea
Museo Diocesano
Cortile interno - Palazzo Vescovile, largo Duomo

Gilberto Floriani, Dir. Sistema Bibliotecario Vibonese - Manuel Grillo Presidente Settecolori


Introduce don Ignazio Toraldo di Francia Parroco della Cattedrale di Tropea

Interviene con l'autore don Pasquale Rosano, Dir. Istituto di Studi religiosi di VV

Conclude l'autore Nicola Bux

CoordinaCecilia Tagliabue

Quando nel luglio 2007 il Motu Proprio di Benedetto XVI ha ripristinato la celebrazione della Messa in latino, da più parti si sono levate vibranti voci di protesta. Il timore diffuso era - ed è - quello che Papa Ratzinger avesse finalmente gettato la maschera, rivelandosi quel reazionario difensore della tradizione che i più accusavano di essere fin dai tempi in cui era Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, cioè l'ex Sant'Uffizio. A queste obiezioni Benedetto XVI ha replicato mostrando come la ripresa del rito latino non sia un "passo indietro", un ritorno ai tempi precedenti il Concilio Vaticano II, bensì un guardare avanti, riprendendo dalla tradizione passata quanto di più bello e ricco essa possa offrire alla vita presente della Chiesa. Quello che papa Ratzinger vuol fare nella sua opera di riforma è rinnovare la vita del cristiano - i gesti, le parole, il tempo del quotidiano - restaurando nella liturgia un sapiente equilibrio tra innovazione e tradizione. Facendo con ciò emergere l'immagine di una Chiesa sempre in cammino, capace di riflettere su se stessa e di valorizzare i tesori di cui è ricco il suo scrigno millenario.

NICOLA BUX è nato a Bari nel 1947. Dopo gli studi teologici a Roma e l'ordinazione sacerdotale, ha compiuto ricerche nell'Ecumenical Institute e nello Studium Biblicum Franciscanum di Gerusalemme; ivi ha insegnato nella Facoltà Teologica di S. Salvatore e a Roma nell'Istituto Liturgico S. Anselmo. Ha soggiornato nei paesi "ortodossi" dell'Europa Orientale e in quelli "islamici" del Vicino Oriente, fondando con Franco Cardini e David Jaeger l'Europe-Near East Centre. A Bari è rettore della chiesa di S. Giuseppe e docente di liturgia comparata nell'Istituto Ecumenico, di cui è vice-preside, e di teologia dei sacramenti nell'Istituto Superiore di Scienze Religiose. È consultore delle Congregazioni per la Dottrina della Fede, dell’Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice e per le Cause dei Santi e consulente della rivista teologica internazionale «Communio». È autore di oltre quaranta saggi, tradotti anche in altre lingue, e di una decina di libri.

Info: 3385226812

lunedì 24 agosto 2009

REPORTAGE DALLA GRECIA - PRIMA PARTE

Cari amici, di ritorno dalla Grecia, proporrò una serie di articoli dedicati ad importanti chiese e monasteri delle Cicladi, accompagnati da alcune riflessioni attuali sulla situazione della nostra Chiesa Cattolica. Cominciamo oggi con la chiesetta del "Theologàki" di Naxos. Buona lettura.


di Francesco Colafemmina

E' arroccata lì sulla collina che domina l'isola più grande delle Cicladi, Naxos. La chiesetta detta del "Theologàki" è in realtà ricavata in una grotta naturale, scavata dal lavorio costante del Meltemi, il vento del nord che a Naxos spira con fresca violenza soprattutto d'estate. Il suo nome deriva dalla tradizione secondo la quale vi avrebbe sostato per alcuni mesi San Giovanni Apostolo, dopo l'esilio a Patmos durante il quale scrisse l'Apocalisse.
Infatti in Grecia San Giovanni Apostolo si distingue dal Battista per il suo titolo: il primo è definito "o Theològos" (il teologo appunto ovvero colui che ha parlato di Dio), il secondo invece è "o Pròdromos" (l'apripista). Date le piccolissime dimensioni della chiesa le si è trovato un titolo adatto: Theologàki, ovvero "il piccolo Teologo".
La strada che conduce alla chiesa è la medesima che porta all'unico monastero greco dedicato a San Giovanni Crisostomo, incastonato fra due costoni di roccia, in cima alla collina che sovrasta la Chora di Naxos.
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Giunti sulla bianca scalinata del Theologàki la visione mozzafiato dell'Egeo è indimenticabile. Lì davanti c'è la mondana Mykonos, a sinistra Paros e a destra semplicemente una enorme distesa blu. Entrando nella chiesetta non si troveranno icone di particolare pregio, anzi, tutto appare un po' disordinato e semplice. Anche gli stili non sono affatto omogenei: Cristo e la Madonna sono rappresentati da due antiche icone rinascimentali (ovvero non bizantine). San Giovanni è in stile bizantino classico.
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Sulla porta d'accesso all'abside è dipinto un San Michele sgraziato, evidentemente moderno. E' importante distinguere fra icone "rinascimentali" ed icone bizantine classiche. Le prime infatti sono espressione delle contaminazioni fra Ortodossia e Cattolicesimo avvenute in quei luoghi invasi e soggiogati da alcune potenze cattoliche: nel nostro caso quella veneziana.
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I Veneziani giunsero a Naxos nel 1207 guidati da Marco Sanudo. Questi impose sulle isole dell'arcipelago un Arcivescovado Cattolico che guadagnò sempre maggiore influenza negli anni a seguire e non scomparve sotto la dominazione ottomana. La divisione religiosa imposta dai dominatori si trasformò anche in vera e propria discriminazione, con il divieto per gli Ortodossi di avere nomine pubbliche e la loro relegazione alle attività campestri dell'entroterra. Così per trovare opere agiografiche ed architettoniche in stile bizantino bisogna risalire a prima del 1200 o ad epoche più recenti.
La spiegazione "teologica" del solco che separa le icone tridimensionali e realisiche rinascimentali da quelle bizantine classiche la rimandiamo al momento in cui parleremo del Monastero della Faneromèni. Ad ogni modo in queste due icone di Cristo e della Vergine è evidente il tentativo di rendere secondo una tecnica figurativa "occidentale" gli stilemi propri dell'agiografia orientale, secondo un processo di "contaminazione" cultuale i cui fautori erano proprio cattolici. A tal riguardo apro una parentesi sul dilagare odierno delle icone orientali nelle chiese cattoliche. Se, infatti, per molti secoli il figurativismo realista, tridimensionale e prospettico è stato stigma inconfondibile di cattolicità, tanto che appunto veniva imposto anche ai fedeli ortodossi; oggi l'assenza di forme, o meglio la distruzione delle forme e in primo grado del figurativismo da parte dell'Occidente cattolico, sta comportando la necessità - qualora non si voglia cadere nell'insignificante ed eretico astrattismo - di ricorrere all'icona bizantina quale compromesso fra astratto e tentativo di figurativismo. Questo reflusso artistico non nasce quindi da una reale e coerente comprensione dell'arte bizantina classica e della teologia dell'icona, bensì dal tabù del figurativismo ossessivamente contrastato dagli "artisti" occidentali. Il risultato evidente è quello di decontestualizzare l'icona (che in molti casi viene esposta in riproduzione cartacea e non in originale chiropìito), introdurre stilemi figurativi spesso ignoti ai cattolici, disorientare i fedeli, porli dinanzi ad opere che non sono fatte per essere contemplate od osservate, ma per essere "baciate", dunque per essere una porta "fisica" e diretta verso il divino.
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Concludo questa piccola riflessione facendo notare che molto spesso tanti parroci che si scoprono amanti delle icone e le propinano in ogni salsa ai propri fedeli spesso sono gli stessi che fanno sparire antiche pale d'altare con la scusa che si trattava di croste (e spesso certe icone sono peggio delle più scadenti croste ottocentesche), spogliano i muri delle proprie chiese e discettano intellettualisticamente di un falso ecumenismo alla Enzo Bianchi.
Tornando alla nostra caverna-chiesetta colpisce l'immagine a grandezza naturale di San Michele sulla porta dell'Iconostasi da cui si accede all'altare. La spada sguainata e il volto severo indicano che egli è il celeste protettore del luogo sacro, del naos vero e proprio nel quale si compie il sacrificio di Cristo ed invita così i curiosi e gli impuri ad allontanarsi dal luogo in cui si compie la Divina Eucaristia. Al di là dell'iconostasi possono accedervi infatti solo i chierici. Ai tempi dell'Impero bizantino (che tuttavia i greci di allora chiamavano "Impero Romano" romaikì aftokratorìa) poteva accedervi anche l'Imperatore.
Quanta differenza dal nostro presbiterio! Ormai vi accedono tutti e il limes che divide il luogo sacro da quello in cui sta l'assemblea è totalmente distrutto!
In questa piccola chiesetta invece la Sacra Mensa (Aghìa Tràpeza) è costituita - mi sono permesso di sbirciare infatti da una fessura della porta di San Michele - da una sorta di letto di pietra sul quale si distendono i kalìmmata (coperture di stoffa che ricordano il sudario e le bende del sepolcro di Cristo). Con tutta probabilità si sarà trattato del giaciglio naturale sul quale riposò San Giovanni durante il suo romitaggio in quella grotta. Secondo l'usanza classica infatti gli altari delle chiese sono spesso tombe di santi o martiri o luoghi di tradizione apostolica. Sull'altare vi sono il Crocifisso ed i portacandele. Più avanti impareremo a conoscere nel dettaglio gli oggetti utilizzati nella divina liturgia ortodossa, basti per ora sapere che il rito della preparazione dell'Eucaristia è davvero complesso e lungo, ma denso non solo di aderenza agli eventi della passione di Nostro Signore, bensì anche di profondi contenuti teologici nettamente diluiti se non scomparsi nel novus ordo cattolico.

Finita la visita non resta che accendere una candelina e segnarsi prima di ritornare sotto il vento che ulula ed un sole accecante. Mentre la luce della candela cresce rapidamente e sembra animare quello spazio silente e mistico, ripenso a quante volte sono stato costretto ad accendere ceri elettrici nelle nostre chiese e mi viene un piccolo moto di indignazione che, a dire il vero, passa subito appena guardo negli occhi l'icona di San Giovanni. E chissà se anche il Santo Evangelista non preferisca aspettare in quel luogo isolato ed aspro gli sporadici viandanti che vanno a cercarlo e nel rivolgergli una preghiera, una supplica, accendono una sottile candela, invece che in qualche chiesa somigliante ad un capannone industriale dove i suoi devoti numerosi, ma magari distratti e superficiali, sono costretti ad accendegli candele... elettriche!
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Fine prima parte

domenica 16 agosto 2009

LA STRAORDINARIA INTERVISTA A MONS. BARTOLUCCI


Ringraziamo gli amici di Disputationes Theologicae per la segnalazione dell'intervista a Mons. Domenico Bartolucci, Maestro Perpetuo della Cappella Sistina, grande sostenitore del gregoriano e del ricchissimo patrimonio della musica sacra polifonica. Potete leggere l'intervista qui.

martedì 11 agosto 2009

L'EUROPA CRISTIANA IN VIA D'ESTINZIONE E LE ULTIME NOTIZIE SCONCERTANTI DALLA GRECIA


di Francesco Colafemmina
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In questa calda estate che si avvia verso il suo culmine, mentre l'Italia è alle prese con le molteplici divagazioni di politici che sarebbe meglio definire commedianti, la Grecia nella quale mi trovo, è quotidianamente sconvolta da nuovi episodi che hanno al loro centro le azioni presenti e passate della vicina Turchia. Perchè occuparsi di un tale argomento su Fides et Forma? La risposta è molto semplice ed è duplice: anzitutto perchè l'ingresso della Turchia in Europa che sarà deciso per l'ennesima volta il prossimo dicembre costituisce l'evento fulcro della cancellazione di una identità europea e di una europa cristiana. In secondo luogo perchè lo studio di quanto compiuto dai turchi a Cipro nel 1974 costituisce un esempio emblematico di distruzione programmatica di luoghi santi, chiese, cappelle, icone, opere d'arte cristiana. E' opportuno ricordare che nel novembre 2006 il presidente cipriota Tasos Papadopoulos, recentemente scomparso, aveva donato al Santo Padre Benedetto XVI durante un'udienza privata un libro in cui erano dettagliatamente descritte le distruzioni subite dalla nazione cipriota: più di 133 chiese dissacrate, convertite in moschee, in stalle o in depositi. Più di 15.000 icone rimosse e distrutte o vendute al mercato nero dei collezionisti. Un documento che non può non aver impressionato il Santo Padre, già alle prese con le numerose devastazioni di tanti vescovi e preti cattolici...

Ma veniamo ai fatti di oggi. Partiamo dall'ultima e impressionante notizia: in un pozzo di una località ricompresa nei territori ciprioti occupati dai Turchi sono stati ritrovati i resti di 15 ciprioti uccisi a freddo nel 1974, durante la sanguinosa e vile invasione turca. L'esame del dna su questi resti ha rivelato che almeno cinque di questi uomini sono i ragazzi che vedete in fotografia. Una foto scattata nel settembre 1974 da un giornalista turco, che raccontava l'invasione, e che ha immortalato i cinque giovani legati e catturati dai soldati turchi poco prima che venissero freddati.
Questa scoperta ha rivelato finalmente quanto si sospettava ovvero che i cosiddetti "agnoumenoi" (dispersi) di quella invasione infame, sono stati per lo più freddati dall'esercito turco violando ogni diritto umano ed ogni convenzione internazionale. Mancano ancora all'appello 1390 dispersi!!! Un numero impressionante di uomini di cui nessuno sa più nulla.
Da allora, da quella estate di 35 anni fa, nè lo stato Turco nè il suo potentissimo esercito ha fatto sapere alcunchè sulla sorte di quegli uomini, civili o combattenti della Guardia Nazionale Cipriota, morti da eroi per difendere la propria patria dall'invasione di un barbaro nemico. Quella invasione fu poi seguita dall'occupazione turca della metà settentrionale dell'isola. Occupazione effettuata contro ogni risoluzione ONU e seguita nel 1983 dall'autoproclamazione dello stato Turco Cipriota o di Cipro Nord: uno "pseudostato" satellite riconosciuto internazionalmente dalla sola Turchia, rinfoltito da circa 300.000 immigrati turchi che sono serviti ad equilibrare la popolazione cipriota, definita ormai per comodità "grecocipriota".
Come se non bastasse in queste ultime due settimane i giornali greci sono ricchi di notizie sulle continue provocazioni turche. Basti pensare che solo nei mesi di giugno e luglio di quest'anno ci sono state 363 violazioni dello Spazio Aereo Greco ad opera di aerei militari turchi; 19 sorvoli del territorio greco, 107 violazioni dei canoni di volo e 58 intercettazioni ad opera di aerei militari greci che hanno accompagnato fuori dallo spazio aereo greco aerei turchi ARMATI!
Queste notizie sono sconvolgenti per noi italiani, ma la cosa più sconvolgente è che nessuno in Italia e tantomeno in Europa ne parli. Pur considerando che la Grecia costituisce assieme a Cipro uno dei confini orientali dell'Europa. Ma non è finita qui. A ciò si aggiunge la disputa di alcune isolette dell'Egeo, considerato da Ankara "mare turco". In particolare in questi ultimi giorni i sorvoli turchi e la propaganda televisiva turca si sono concentrati sull'isolotto di Ro, dove c'è un presidio militare greco e che ufficiosamente viene improvvisamente rivendicata come "zona grigia" dai vicini turchi candidati all'ingresso in Europa.
La Turchia in poche parole rivendica contro ogni legislazione o diritto internazionale una parte dello spazio aereo greco, una parte delle acque territoriali greche, e addirittura una parte del territorio greco, compresa anche parte dei fondali dell'Egeo, nei quali è contenuto petrolio che la Grecia non può nè estrarre nè esplorare visto che per questa ragione nell'87 si rischiò la guerra, scongiurata dagli onnipresenti Stati Uniti.

Una riflessione a termine di questa sequela di orrende notizie: è mai possibile che l'Europa possa inglobare un corpo estraneo come la Turchia? Non è evidente che non solo mancano le premesse culturali, religiose, sociali, ma anche premesse di "buon comportamento"? Perchè poi i mezzi di comunicazione europei non si occupano di quanto avviene nella vicinissima Grecia, meta del turismo di mezza Europa, ma ultima ruota del carro quando si tratta di toccare interessi vivacissimi che riguardano la Turchia, ma continuano a bombardarci in ogni periodo dell'anno soltanto con il dramma concentrazionario ebraico, come se non fossero avvenute altre tragedie paragonabili? Questa nazione europea è l'unica nonchè l'ultima ad avere una croce sull'asta della sua bandiera, è una nazione nella quale la cultura è stata trasmessa dalla Chiesa Ortodossa, dove la liberazione dai turchi è cominciata nel 1821, il giorno dell'Annunciazione, quando il monaco Germanos ha sventolato il vessillo della libertà e lo ha benedetto presso il monastero di Aghia Làvra, vessillo che era soprattutto vessillo cristiano. Migliaia di volontari accorsero dall'Europa per liberare questa nazione dal giogo musulmano, Lord Byron morì a Missolongi, Santorre di Santarosa venne qui a combattere e a morire fianco a fianco ai suoi fratelli dell'Ellade... Oggi invece la nostra cultura, la nostra identità sembra immersa in un tale buio che facciamo fatica a riconoscere le nostre stesse orme e non solo quelle dei nostri padri e stiamo per cedere anche dinanzi al mix culturale e religioso che porrà fine - se la Turchia entrerà in Europa - alla civiltà europea. Una civiltà cristiana, nonostante le vili omissioni dei politicanti corrotti e spavaldi, ignoranti ed indegni, che le hanno negato lo stigma di Cristo.

martedì 4 agosto 2009

"IOTA UNUM" O DEL TRIONFO DEL PENSIERO CLASSICO


di Francesco Colafemmina

Rileggendo "Iota Unum" di Romano Amerio si ha l'impressione di entrare in un tempio della logica e della coerenza. Questa impressione e' d'altra parte viva essenza di un'opera quanto mai attuale e feconda di spunti di riflessione. Non e' mia intenzione farne qui una recensione esaustiva, bensi' vorrei sottoporre all'attenzione dei lettori come quell'opera sia pervasa di uno straordinario senso di aderenza alla realta' delle cose ed alla logica aristotelica. Come fa notare lo stesso venerando teologo luganese, buona parte delle modifiche intercorse nella dottrina cattolica grazie al Vaticano II, sono modifiche di senso, modifiche della logica aderenza delle parole ai fatti salienti della dottrina.
Separare le espressioni linguistiche dal loro corrispettivo ontologico, inventare nuove parole per identificare concetti ambigui e vaporosi, adattare parole antiche a nuove interpretazioni spiritualiste e vagheggianti: questo e' stato negli ultimi quarant'anni l'impegno attivo di una parte della Chiesa, intenta alla realizzazione di una "nuova religione", come il teologo la definisce con cristallina coerenza.
Qual e' allora la radice di questo pensiero cosi' puro, preciso, nel quale il significato dell'espressione verbale e' aderente alla stessa e non va speculato o ricostruito o tanto meno interpretato? Credo che la risposta sia univoca: la cultura e l'educazione classica sono l'origine essenziale di questo pensiero logico e coerente, nel quale le parole si trasformano immediatamente in senso conchiuso ed evidentemente intelligibile.
La lettura e lo studio degli antichi, della civilta' originale della consapevolezza umana universale, sono le autentiche radici di tale pensiero. Definire la civilta' greco romana come civilta' della consapevolezza umana universale significa riaffermare con assoluta certezza che queste civilta' da cui deriviamo in maniera immediata non hanno espresso un limitato orizzonte culturale di una societa' umana. La dimensione dell'uomo che hanno fatto emergere e' infatti universale e totale: arte classica, filosofia, logica, teatro, poesia, storiografia, matematica, etc. non sono infatti produzioni di una determinata cultura ma hanno una dimensione universale immediatamente comprensibile e condivisibile dall'intera umanita'. E questa civilta' da cui deriviamo ci ha trasmesso un flusso ininterrotto di saggezza e profondita' che possiamo immediatamente ricondurre alla perfetta consonanza fra pensiero e senso. L'oggettivita' universale e' infatti stigma caratteristico della cultura classica e questa oggettivita' significa essenzialmente riconoscibilita' fra significante e significato.
La cultura moderna che segue all'enciclopedismo filosofico ed esoterico dei rivoluzionari di fine settecento e troneggia finalmente nel pensiero hegeliano ed in quello dei suoi epigoni e' invece espressione della coesistenza di piu' significati in un significante o addirittura della possibilita' che cio' che viene espresso sia il contrario di quanto comunemente inteso. Questa drammatica caoticita' del senso e dell'espressione umana e' stata per secoli osteggiata e fronteggiata dalla Chiesa Cattolica, fino a quando non e' entrata nel suo seno corrompendo l'autenticita' di quella dottrina coerente invece con il pensiero classico, identico a se stesso e sempre intelligibile nel tempo e nello spazio.
Alla luce di cio' non solo e' piu' facile fare una diagnosi dell'attuale crisi della nostra Chiesa, ma riesce ancora piu' confortante la lettura del volume di Amerio, vera e propria guida per raddrizzare il senso autentico di tanti concetti e tante idee che sembrano vagare nella nostra dimensione ecclesiale come le idee platoniche nell'Iperuranio, senza che un'umanita' incatenata alla caverna dell'ambigua e deviante cultura moderna riesca mai a raggiungerne la visione ultima.