lunedì 30 novembre 2009

MINARETI SI, MINARETI NO...


Grosseto - Chiesa della Santa Famiglia: Campanile o Minareto?

di Francesco Colafemmina

Quando una nazione sente il bisogno di vietare qualcosa vuol dire che è debole, profondamente debole e destinata a perdere lentamente la propria identità. La decisione della Svizzera di vietare la costruzione di minareti annessi alle tante moschee che sorgono come funghi nel piccolo stato del centro Europa va in questo senso, anzi attesta una certa qual ipocrisia da sempre legata a questa nazione.

Far giungere nella propria nazione centinaia, anzi migliaia di immigrati mussulmani che un giorno chiederanno legittimamente di poter costruire i propri luoghi di culto, è la vera questione centrale.

Se la gente, magari piuttosto perbenista ed ipocrita, è alla ricerca di manodopera a basso costo, di pizzaioli, muratori, carpentieri, operai, ai quali poter dare senza remore una paga dimezzata rispetto al normale; se i nostri figli hanno bisogno di recuperare qualche grammo di droga o marjuana sperperando i soldi guadagnati dalla propria famiglia "perbene" e facendo proliferare un certo tipo di malavita extracomunitaria. Se qualche onlus o ong per raggranellare qualche contributo statale o europeo ha bisogno di far ricongiungere i poveri operai emigrati mussulmani con le loro famiglie; se accade tutto ciò in Italia come in Svizzera di chi è la colpa? Dei mussulmani che vogliono pregare Allah o degli pseudo-cristiani che ogni giorno cantano inni a Mammona?

Non si tratta di piangerci addosso o di accusare solo noi stessi. Il vero problema è che se c'è un'avanzata dell'islam in Europa la responsabilità non è certo delle masse islamiche, bensì delle autorità europee e dell'ipocrisia onnipervasiva della nostra società (unita a quella di sceicchi e tiranni mediorientali).

Con ciò non credo nemmeno io che sia opportuno e necessario far proliferare le moschee in Italia o consentire l'erezione di alti minareti nel nostro territorio, almeno in nome del principio di reciprocità. Tanto più che noi dobbiamo fare i conti già con tantissime chiese che andrebbero letteralmente demolite, prima di pensare a vietare i minareti delle moschee. Anzi, ci sono chiese che hanno campanili difficilmente distinguibili da minareti... Che dite allora, cominciamo - ironicamente - ad organizzare un referendum per abbatterli?

venerdì 27 novembre 2009

BELLEZZA E VERITA' DI CRISTO NELL'AMORE

Crocifisso di scuola donatelliana del Convento di San Bosco ai Frati (San Piero a Sieve)

di Francesco Colafemmina

Ci sono due tipi di bellezza in termini cristiani: la bellezza Divina e la bellezza delle cose create da Dio o dall'uomo. Sono in molti, tuttavia, gli esperti centonari operanti nelle propaggini delle mura leoniane che sembrano non aver capito la differenza sottolineata dal Card. Joseph Ratzinger nel 2002 fra bellezza di Dio e creazione artistica, nonchè la loro intima essenza. Anzi, sono in molti ad aver confuso, anche recentemente, queste due bellezze, in un mix di giustapposizioni che denota da un lato scarsa praticità con i testi ratzingeriani e dall'altro una certa qual belluina ignoranza.

Il testo dell'allora Card. Ratzinger cominciava così:

Ogni anno, nella Liturgia delle Ore del Tempo di Quaresima, torna a colpirmi un paradosso che si trova nei Vespri del lunedì della seconda settimana del Salterio. Qui, l’una accanto all’altra, ci sono due antifone, una per il tempo di Quaresima, l’altra per la Settimana Santa. Entrambe introducono il Salmo 44, ma ne anticipano una chiave interpretativa del tutto contrapposta. E’ il Salmo che descrive le nozze del Re, la sua bellezza, le sue virtù, la sua missione, e poi si trasforma in un’esaltazione della sposa. Nel Tempo di Quaresima il salmo ha per cornice la stessa antifona che viene utilizzata per tutto il restante periodo dell’anno. E’ il terzo verso del salmo che recita: "Tu sei il più bello tra i figli dell’uomo, sulle tue labbra è diffusa la grazia". E’ chiaro che la Chiesa legge questo salmo come rappresentazione poetico-profetica del rapporto sponsale di Cristo con la Chiesa. Riconosce Cristo come il più bello tra gli uomini; la grazia diffusa sulle sue labbra indica la bellezza interiore della Sua parola, la gloria del Suo annuncio. Così, non è semplicemente la bellezza esteriore dell’apparizione del Redentore ad essere glorificata: in Lui appare piuttosto la bellezza della Verità, la bellezza di Dio stesso che ci attira a sé e allo stesso tempo ci procura la ferita dell’Amore, la santa passione (eros) che ci fa andare incontro, insieme alla e nella Chiesa Sposa, all’Amore che ci chiama. Ma il mercoledì della Settimana Santa la Chiesa cambia l’antifona e ci invita a leggere il Salmo alla luce di Is. 53,2: "Non ha bellezza né apparenza; l’abbiamo veduto: un volto sfigurato dal dolore". Come si concilia ciò? Il "più bello tra gli uomini" è misero d’aspetto tanto che non lo si vuol guardare. Pilato lo presenta alla folla dicendo:- "Ecce homo" onde suscitare pietà per l’Uomo sconvolto e percosso al quale non è rimasta alcuna bellezza esteriore.

Partendo dunque dall'apparente contrapposizione estetica dei Salmi nella loro descrizione di Cristo il futuro Pontefice delinea i fondamenti di una "estetica cattolica". Questa estetica si fonda su una Beltà divina che si riflette e vive nella Verità di Cristo. Verità che tuttavia non è soltanto bella e sublime, bensì anche dolorosa e "sfigurata". Il riferimento alla bellezza che genera dolore rimanda Ratzinger al pensiero platonico in base al quale la bellezza "erotica" (che genera amore) sarebbe accompagnata dal dolore:
n
Una prima consapevolezza del fatto che la bellezza abbia a che fare anche con il dolore è senz’altro presente anche nel mondo greco. Pensiamo, per esempio, al Fedro di Platone. Platone considera l’incontro con la bellezza come quella scossa emotiva salutare che fa uscire l’uomo da se stesso, lo "entusiasma" attirandolo verso altro da sé. L’uomo, così dice Platone, ha perso la per lui concepita perfezione dell’origine. Ora egli è perennemente alla ricerca della forma primigenia risanatrice. Ricordo e nostalgia lo inducono alla ricerca, e la bellezza lo strappa fuori dall’accomodamento del quotidiano. Lo fa soffrire. Noi potremmo dire, in senso platonico, che lo strale della nostalgia colpisce l’uomo, lo ferisce e proprio in tal modo gli mette le ali, lo innalza verso l’alto. Nel discorso di Aristofane del Simposio si afferma che gli amanti non sanno ciò che veramente vogliono l’uno dall’altro. E’ al contrario evidente che le anime di entrambi sono assetate di qualcos’altro che non sia il piacere amoroso. Questo "altro" però l’anima non riesce a esprimerlo, "ha solamente una vaga percezione di ciò che veramente essa vuole e ne parla a se stessa come un enigma". Nel XIV secolo, nel libro sulla vita di Cristo del teologo bizantino Nicolas Kabasilas si ritrova questa esperienza di Platone, nella quale l’oggetto ultimo della nostalgia continua a rimanere senza nome, trasformato dalla nuova esperienza cristiana. Kabasilas afferma: "Uomini che hanno in sé un desiderio così possente che supera la loro natura, ed essi bramano e desiderano più di quanto all’uomo sia consono aspirare, questi uomini sono stati colpiti dallo Sposo stesso; Egli stesso ha inviato ai loro occhi un raggio ardente della sua bellezza. L’ampiezza della ferita rivela già quale sia lo strale e l’intensità del desiderio lascia intuire Chi sia colui che ha scoccato il dardo".

Ora, va aggiunto un altro fondamentale tassello per comprendere il senso di quella bellezza che intuita da Platone come "sottofondo" dell'uomo e sua "origine" separata, il Cristianesimo ha collocato correttamente nella tensione fra creatura e Creatore, fra uomo e Cristo. Come si percepisce questa bellezza? Come la si raggiunge? E' sì un dardo, uno stimolo, qualcosa che ci ferisce, generando dolore, ma essa è percepibile attraverso la razionalità: è la ragione che unisce bellezza a verità e ridona all'uomo la possibilità di raggiungere il senso intimo della bellezza divina:

La bellezza ferisce, ma proprio così essa richiama l’uomo al suo Destino ultimo. Ciò che afferma Platone e, più di 1500 anni dopo, Kabasilas non ha nulla a che fare con l’estetismo superficiale e con l’irrazionalismo, con la fuga dalla chiarezza e dall’importanza della ragione. Bellezza è conoscenza, certamente, una forma superiore di conoscenza poiché colpisce l’uomo con tutta la grandezza della verità.

Pure, la guida della razionalità non sempre basta. La ragione, anzi il razionalismo, può essere strumento relativistico e slegato dall'autentica intuizione dell'anima, dalla sensibilità innata, quasi dall'impronta di una bellezza originaria incisa dentro di noi dalle mani Creatore. Ecco quindi che:

gli argomenti cadono così spesso nel vuoto perché nel nostro mondo troppe argomentazioni contrapposte concorrono le une con le altre, tanto che all’uomo viene spontaneo il pensiero che i teologi medievali avevano così formulato: la ragione "ha un naso di cera", ossia la si può indirizzare, se solo si è abbastanza abili, nelle più svariate direzioni. Tutto è così assennato, così convincente, di chi dobbiamo fidarci? L’incontro con la bellezza può diventare il colpo del dardo che ferisce l’anima ed in questo modo le apre gli occhi, tanto che ora l’anima, a partire dall’esperienza, ha dei criteri di giudizio ed è anche in grado di valutare correttamente gli argomenti.

Qui dunque Ratzinger introduce la vera novità rappresentata dall'Arte e da quell'arte cristiana che nella sua stessa natura estetica, fondata su Bellezza e Verità di Cristo è in grado di riunire la "ferita" originaria della bellezza alla razionalità fondante dell'umanità in una compiutezza percettiva che conduce alla contemplazione di Dio:

Nell’arte delle icone, come pure nelle grandi opere pittoriche occidentali del romanico e del gotico, l’esperienza descritta da Kabasilas, partendo dall’interiorità, si è resa visibile e partecipabile. Pavel Evdokimov ha indicato in maniera così pregnante quale percorso interiore l’icona presupponga. L’icona non è semplicemente la riproduzione di quanto è percepibile con i sensi, ma piuttosto presuppone, come egli afferma, un "digiuno della vista". La percezione interiore deve liberarsi dalla mera impressione dei sensi ed in preghiera ed ascesi acquisire una nuova, più profonda capacità di vedere, compiere il passaggio da ciò che è meramente esteriore verso la profondità della realtà, in modo che l’artista veda ciò che i sensi in quanto tali non vedono e ciò che tuttavia nel sensibile appare: lo splendore della gloria di Dio, la "gloria di Dio sul volto di Cristo" (2, Cor 4,6). Ammirare le icone, e in generale i grandi quadri dell’arte cristiana, ci conduce per una via interiore, una via del superamento di sé e quindi, in questa purificazione dello sguardo, che è una purificazione del cuore, ci rivela la bellezza, o almeno un raggio di essa. Proprio così essa ci pone in rapporto con la forza della verità. Io ho spesso già affermato essere mia convinzione che la vera apologia della fede cristiana, la dimostrazione più convincente della sua verità, contro ogni negazione, sono da un lato i Santi, dall’altro la bellezza che la fede ha generato. Affinché oggi la fede possa crescere dobbiamo condurre noi stessi e gli uomini in cui ci imbattiamo a incontrare i Santi, a entrare in contatto con il bello.

Ecco dunque spiegato perchè l'arte veramente, autenticamente cristiana è un'arte che comunica direttamente con il Bello e la Verità che sono Cristo Stesso. E lo fa ricorrendo ad una razionalità positiva, non ad un razionalismo dialettico e relativista. Non a caso Joseph Ratzinger cita proprio Bach, ovvero quel grandioso maestro della musica di tutti i tempi, le cui composizioni sono intrise di razionalità che illumina e dirige il dardo lancinante dell'amore per Cristo.

A ragione, tuttavia, il futuro Pontefice, sgombrava il campo dalle potenziali critiche e perfidie dialettiche assai diffuse in questo ambito speculativo. Egli ridisegna il senso di quel dolore, dello strazio e della passione di Cristo, di quella bellezza "sfigurata". Ci aiuta a comprendere come nella realtà di Dio, il volto sfigurato di Cristo non sia tale perchè nel "male" e nel "dolore" sfigurato si rivela l'essenza della realtà. Al contrario questa visione sartriana e nichilista è incompatibile alla radice con il senso della "bruttezza" della Passione:

Abbiamo già respinto l’affermazione secondo cui quanto finora sostenuto sarebbe una fuga nell’irrazionale, nel mero estetismo. E’ vero piuttosto l’opposto: proprio così la ragione viene liberata dal suo torpore e resa capace di azione. Maggior peso ha oggi un’altra obiezione: il messaggio della bellezza viene messo completamente in dubbio attraverso il potere della menzogna, della seduzione, della violenza, del male. Può la bellezza essere autentica, oppure, alla fine, non è che un’illusione? La realtà non è forse in fondo malvagia? La paura che, alla fine, non sia lo strale del bello a condurci alla verità, ma che la menzogna, ciò che è brutto e volgare costituiscano la vera "realtà" ha angosciato gli uomini in ogni tempo. […] Nella passione di Cristo l’estetica greca, così degna di ammirazione per il suo presentito contatto con il divino, che pure le resta indicibile, non viene rimossa, bensì superata. L’esperienza del bello ha ricevuto una nuova profondità, un nuovo realismo. Colui che è la Bellezza stessa si è lasciato colpire in volto, sputare addosso, incoronare di spine - la Sacra Sindone di Torino può farci immaginare tutto questo in maniera toccante. Ma proprio in questo Volto così sfigurato appare l’autentica, estrema bellezza: la bellezza dell’amore che arriva "sino alla fine" e che, appunto in questo, si rivela più forte della menzogna e della violenza. Chi ha percepito questa bellezza sa che proprio la verità, e non la menzogna, è l’ultima istanza del mondo. Non la menzogna è "vera", bensì proprio la verità. E’ per così dire un nuovo trucco della menzogna presentarsi come "verità" e dirci: al di là di me non c’e in fondo nulla, smettete di cercare la verità o addirittura di amarla; così facendo siete sulla strada sbagliata. L’icona di Cristo crocifisso ci libera da questo inganno oggi dilagante. Tuttavia essa pone come condizione che noi ci lasciamo ferire insieme a lui e crediamo all’Amore, che può rischiare di deporre la bellezza esteriore per annunciare, proprio in questo modo, la verità della bellezza.
j
Ecco quindi chiarito il senso dell'estetica della Passione di Cristo! Non una "deformità" su Suo volto è il limite estremo della Verità, bensì l'amore che si sostanzia nella Sua sofferenza è autentica Bellezza che muove l'intero creato! Non a caso Dante concludeva così il suo Paradiso:

ma già volgeva il mio disìo e il velle,
sì come rota ch'igualmente è mossa,
l'Amor che move il sole e l'altre stelle

E' l'Amore di Cristo il vero volto della Verità e della Bellezza! Ecco perchè l'arte autenticamente cattolica è quell'arte in grado di trasmettere l'amore anche attraverso la sofferenza della passione, la Bellezza anche attraverso le ambiguità della ragione, la Verità attraverso la struttura sensibile del creato. Ecco dunque alcuni crocifissi quattrocenteschi come quello in foto, nel loro terribile realismo sono pienamente rispondenti ai criteri di Bellezza, Verità ed Amore: Cristo ha le sue forme umane (riflesso del dogma dell'Incarnazione), è rappresentato nella verità della sua Passione da cui emana l'amore glorioso del Suo commovente volto. Come non piangere dinanzi ad una simile opera d'arte? Come non andare incontro al Signore nella sua Bellezza che vorremmo medicare, curare, accarezzare, e che solo con la conversione delle nostre anime e la rinuncia al peccato sappiamo di poter amare in verità?
j
Questa è la bellezza dell'arte autenticamente cattolica. Un'arte che avvince a Gesù e ci induce ad adorarlo ed amarlo.
j
Tutto il limite dello strazio, dell'incertezza, della soglia verso il nulla e "l'abisso dell'infinito" o "l'abisso dell'essere" sono invece percepibili in quest'altro crocifisso di Bacon. Un crocifisso anticristiano ed anticattolico: nega infatti l'Incarnazione raffigurando una larva deforme al posto del Glorioso redentore, chiude lo spazio in un buco nero senza fuga, non glorifica la divinità ma la irride in un grido percepibile sulle labbra della larva bianca: "Dio è morto!".
j
No: Dio è vivo! Non ce lo dicono soltanto la fede ed i Vangeli ma anche le meraviglie dell'arte illuminate dal riverbero della Sua Gloriosa bellezza!
j

martedì 24 novembre 2009

UN MANDIR PER L'ARCIVESCOVO NICHOLS!


L'Arcivescovo di Westminster Vincent Nichols, futuro Cardinale, ha dato una magnifica prova di adattamento all'Induismo in una sua recente visita ad un Mandir indù (un tempio induista). L'episodio segnalato da Damian Thompson sul suo blog del Telegraph, è stato coronato dall'offerta di fiori su un'altare indù effettuata dallo stesso Mons. Nichols. La notizia è riferita dallo stesso sito web della Diocesi di Westminster ed è accompagnata dal discorso di Mons. Nichols pronunciato nel Mandir. Qui ne propongo la mia traduzione evidenziando i passaggi più soavi di questa splendida esperienza interreligiosa...
Viene da domandare a Mons. Nichols di quale "pace", "verità", "comunione" stia parlando. Comunque è assai divertente sentire un Arcivescovo apprezzare l'architettura di un tempio indù ed affermare che essa è esempio di comunione e integrazione. Forse ciò svela quale sia la recondita idea di architettura chiesastica che ha contagiato moltissimi committenti cattolici...

Cari fratelli e sorelle, Vi ringrazio innanzitutto per l'invito generoso e per il caloroso benvenuto che ho ricevuto nel vostro unico e bel Mandir. Ringrazio il vostro leader spirituale, Sadhu Yogvivek Swami e gli amministratori del Mandir per il loro invito, soprattutto perché oggi cade la celebrazione del compleanno del vostro leader spirituale di tutto il mondo, Sua Santità Pramukswamiji Maharaj.

La storia della costruzione di questo Mandir è ben nota. Anzi sono contento di averlo visitato già non molto tempo dopo la sua apertura nel 1995. E 'commovente vedere che anche l'architettura di questo luogo è un simbolo speciale cooperazione e pace tra le culture. La struttura del Haveli, costruita da teak birmano e quercia inglese, è un segno evidente di come le culture e le religioni possono unirsi per costruire qualcosa di bello e duraturo. E 'sempre un bene venirsi incontro in questo modo, rafforzarci l'un l'altro, per imparare dalla fede di ciascuno di noi e gioire in uno spirito di dialogo e di amore. Infatti da lungo tempo ormai, la Chiesa cattolica ha fatto del dialogo con le altre fedi una priorità nella sua azione, giacchè la Chiesa ci invita a comprendere che l'intero genere umano condivide un'origine comune e un comune destino. Questa unità umana e spirituale nelle nostre origini e nei nostri destini ci sospinge a cercare elementi comuni nel nostro percorso attraverso la vita dal momento se noi facciamo la nostra parte in quella ricerca di valori fondamentali che è così importante nel nostro tempo. Questo è, in parte, la ragione per cui la Chiesa cattolica, e molte altre, insisteono sul fatto che ogni persona umana ha diritto alla libertà religiosa. Tale libertà significa che tutti devono essere immuni dalla coercizione, che nessuno deve essere forzato ad agire contro la sua coscienza in materia religiosa, né essere impedito nell'agire secondo la propria coscienza, sia in privato che in pubblico, da solo o in associazione con altri , entro i dovuti limiti.

Ci sono alcuni che oggi cercano di mettere da parte il diritto di agire sulla base della fede religiosa in modo ragionevole, in pubblico. Eppure sappiamo che la fede religiosa non può essere lasciata sola a casa e ancora mantenere la sua integrità. Richiede espressione pubblica in parole e fatti. Questa è una parte essenziale del diritto alla libertà religiosa. Questo è qualcosa a cui tutti dobbiamo essere attenti oggi.

Noi, come Chiesa, crediamo fermamente che il sentimento religioso e le convinzioni della maggioranza dei cittadini di questa nazione siano fattori importanti che possono contribuire in modo significativo alla costruzione di una vera cultura di pace e di armonia.

Non è questione di una convinzione privata che debba essere esclusa dalla vita pubblica, ma si tratta degli elementi cruciali di una vera e generosa cittadinanza in questa terra. Siamo, per esempio, tutti convinti del valore unico della preghiera nella ricerca della pace. In realtà è impossibile avere la pace senza la preghiera, la preghiera di tutti, ognuno nella propria identità e alla ricerca della verità. L'esperienza della preghiera è una manifestazione di unità che ci unisce, al di là delle nostre differenze e peculiarità.

Ogni autentica preghiera, noi crediamo, è sotto l'influsso dello Spirito "che intercede con insistenza per noi ... perché non sappiamo pregare come si deve."

Eppure, ogni persona, tutti noi qui presenti, è in grado di pregare, cioè di sottomettersi totalmente a Dio e di riconoscere la propria povertà di fronte a Dio. La preghiera è uno dei mezzi per realizzare il piano di Dio in mezzo a noi. Essa ci mostra che il mondo non può dare la pace, ma che la pace è un dono di Dio e che è necessario pregare come un dono per mezzo delle preghiere di tutti.

Entrambe le nostre religioni ci insegnano che non raggiungiamo la pienezza dell'essere a cui siamo chiamati. Noi condividiamo il senso che dobbiamo sempre cercare di essere più autentici, più generosi in particolare ad aiutare chi è nel bisogno. Infatti la ricerca della pace nella preghiera va di pari passo con la responsabilità forte per aiutare coloro che sono ai margini della società, e hanno un disperato bisogno di assistenza e sostegno. Siamo consapevoli che molte persone vivono nella paura e insicurezza, e riteniamo nostro dovere e privilegio stendere una mano dove possiamo. Soprattutto in un momento di difficoltà economiche, la mano diventa importante e preziosa.

E 'quindi con grande piacere che vedo i continui sforzi intorno a questo Mandir per servire la comunità nelle sue molteplici progetti validi, fornendo supporto ad una gamma mirabilmente vasta di persone, e offrendo diversi servizi che riflettono le esigenze di tutta la comunità, sia essa istruzione per i bambini, opportunità per i giovani e il supporto per i genitori nell'educazione dei figli. Le esigenze delle persone anziane sono particolarmente vicine al mio cuore. Sappiamo che la situazione degli anziani nella nostra società. Ci troviamo di fronte al pericolo reale di vedere gli anziani non come il dono della sapienza e l'esperienza che incarnano, ma come un peso. Invece, abbiamo bisogno di riconoscere il contributo che portano la società. Il Mandir sta dando un contributo molto importante a questo nell'organizzazione di eventi come il recente Health Fair che consentono agli anziani di vivere la vita in pienezza. Così, siamo uniti nella nostra preoccupazione per gli anziani e il loro benessere, in quanto siamo uniti nella nostra preoccupazione per tutti coloro che sono vulnerabili e bisognosi di attenzione nella nostra società. E 'anche molto bello vedere che i giovani sono al centro della vostra comunità e che gli sono offerte possibilità di sviluppare sia la loro salute fisica che spirituale.

Fornire ai giovani opportunità di esercizio può dar loro un approccio positivo, per la loro energia straripante, e quelli che "vengono a giocare possono imparare a pregare" per usare le vostre parole. Ancora una volta, è emerso chiaramente durante la settimana interreligiosa che la nostra speranza e la nostra fiducia deve essere posta nelle giovani generazioni di oggi, in modo che nel loro entusiasmo ammirevole, possano tentare di raggiungere per le generazioni future ciò che questa società non è stata sempre in grado di offrire: la pace, la comprensione e la comunione.

E 'con ammirazione che vedo i tanti eventi e le opportunità offerte in questo complesso per la comunità più ampia, e saluto il prezioso contributo che si sta realizzando per il mondo di pace che tutti noi cerchiamo di creare.

La preoccupazione e la cura che viene qui mostrato per il nostro ambiente naturale è solo un esempio delle molte cause su cui possiamo lavorare insieme. In questi e altri modi spero che potremo lavorare insieme per il bene comune di tutti i membri della società. Così, ancora una volta, vorrei ringraziare voi per questa meravigliosa opportunità di dialogo e di incontro per pregare, e per il vostro caloroso benvenuto a tutti i vostri ospiti di questa sera. E 'veramente emozionante vedere la bellezza di questo luogo, e non meno emozionante vedere l'impegno di aiutare la comunità che lo accompagna. La mia speranza e la mia preghiera è che la semplice candela semplici, che sono lieto di portare a voi questa sera, possa essere un segno dell'amata luce di Dio nella nostra vita e un segno della preghiera che, in cambio, offriamo a Dio. Possano la pace e la verità essere i doni che Dio concede a tutti noi.
Arch. Vincent Nichols
21 Novembre 2009

UN'ALLEANZA NUOVA. PELLEGRINI NEL MONDO VERSO LA BELLEZZA INFINITA

di Pietro De Marco

1. In pagine essenziali dedicate alla croce e alla nuova “estetica” della fede l’allora card. Ratzinger (Ferito dal dardo della bellezza, in Il cammino verso Gesù Cristo, 2004, ted. 2003) rifletteva sul contrasto tra Ps. 44 (“Tu sei il più bello tra i figli dell’uomo…”), e Is. 53, 2 (“Non ha bellezza né apparenza…”), nel percorso della liturgia delle ore della settimana santa. La manifestazione del Figlio è nella bellezza o nella iniquità? La bruttezza del volto irriconoscibile conduce alla Verità? D’altronde: la realtà non è forse iniqua ?
Rispondeva Joseph Ratzinger che nella dialettica dei due volti è la Rivelazione. Infatti, senza la Bellezza, l’irriconoscibile uomo dei dolori non è trasceso nel Risorto. La sola iniquità della Croce, come la sola bruttezza del Mondo, sarebbero dunque menzogna; ma “la verità e non la menzogna è l’estrema ‘affermazione’ del mondo”. Proseguiva: “E’ un trucco astuto della menzogna quello di presentarsi come l’unica verità, quasi che fuori e al di là di essa non ne esista alcun’altra. Soltanto l’icona del Crocifisso, in sé aperta alla resurrezione, è capace di liberarci da quest’inganno, oggi così prepotente”.
Nel discorso della Sistina agli artisti Benedetto ha come ripreso ed esteso quelle note precedenti il pontificato. L’arte scuote, ferisce (“come un dardo”), fa soffrire, risveglia l’uomo “aprendogli nuovamente gli occhi del cuore e della mente, mettendogli le ali, sospingendolo verso l’alto” e, richiamandolo al suo destino ultimo, “lo riempie di nuova speranza”. In questo orizzonte il Papa può evocare il dictum di Georges Braque: “L’arte è fatta per turbare” (troubler , in Le jour et la nuit, Cahiers, 1917-1952, Paris, Gallimard, 1952). Solo in questo orizzonte, sottolineo, poiché la formula più frequentemente suggerisce ai nostri contemporanei che “l’arte deve scomporre e rompere la forma, mostrificare per far vedere, per evitare la ‘distrazione’ dell’attenzione” (Jonathan Crary, Suspensions of Perception: Attention, Spectacle and Modern Culture, citato da Judit Török). Così trovo detto in apertura di un ciclo di mostre-provocazioni di pochi anni fa, che pretendono astutamente di far danzare la ricerca di verità, contro le ‘convenzioni’, sul confine della pornografia, dell’autoerotismo, dei travestimenti/mutazioni di identità, dell’estetica del nulla.
Per Benedetto invece, in questa pratica senza trascendenza del perturbante, coltivata ancora dalla critica militante sull’onda di rivolte filosofiche esauste, l’arte si vuole “abbagliante fino allo stordimento”, “imprigiona [gli uomini] in se stessi, e li rende ancora più schiavi, privi di speranza e di gioia”. Facilmente si potrebbe riconoscere il senso e il fallimento dell’installazione di Mark Wallinger, nella cripta del Duomo di Milano, a partire dalla presunzione-illusione dell’artista e dei suoi committenti di educare con una estetica del nulla la nostra attenzione all’Incarnazione.

2. Contro l’abitudine dell’artista e del pubblico a subire, assieme ai proclami di disalienazione, l’ideologia della cancellazione e la quotidianizzazione dell’abietto, e magari presso i teologi ad autenticarle evangelicamente, Benedetto XVI ripropone la via pulchritudinis, “una via della bellezza che costituisce al tempo stesso un percorso artistico, estetico, e un itinerario di fede, di ricerca teologica”. Una proposta anzitutto per gli artisti, che capiscono perfettamente cosa sia pulchritudo, anche se la rinnegano. La sua idea e la sua identificazione restano possibili, nonostante la rivoluzione concettualista, i suoi pervasivi depistaggi.
Il Papa fa perno su Gloria di Hans Urs von Balthasar: “[La Bellezza] ha preso congedo dal moderno mondo degli interessi, per abbandonarlo alla sua cupidità e alla sua tristezza. Essa è la Bellezza che non è più amata e custodita nemmeno dalla religione”. Nell’annunciare agli artisti ricchezza non surrogabile, e la necessità, del dialogo con la Rivelazione, troviamo dunque un invito a non avere paura. E la “paura” da superare non è quella per l’abisso della perdita, della delocazione, che anzi l’artista ama (dire di) mettere in scena; è, al contrario, la paura della Bellezza. “Non abbiate paura di confrontarvi con la sorgente prima e ultima della bellezza, di dialogare (...) con chi, come voi, si sente pellegrino nel mondo e nella storia verso la Bellezza infinita!”.
Mi sia permesso di dire così: questa realtà pellegrinante verso la Bellezza è la Città di Dio, che ha convocato molto presto gli artisti a sé, e che gli artisti hanno servito ed esaltato. La distanza, la marginalità, la lotta contro la Città di Dio, a servizio di altre Città o del solo artista, ha portato l’arte occidentale, oggi non ieri, a subire “la legge della formazione degli idoli”, secondo la formula di Hans Sedlmayr nel suo La rivoluzione dell’arte moderna (1955), in apparenza annientato dalle neo e post-avanguardie, tornato ad essere strumento necessario. L’arte si è piegata a più Idolbindungen prima deificandosi, poi, consapevole della impossibile autodeificazione, perdendosi, abolendosi. Ma finzione di onnipotenza, estetismo e “disperazione” (nel celebrare, anche solo manieristicamente, l’assenza di speranza, il negativo, la polvere, come teorizzano alcuni) restano visibili nel tentativo di uscire da sé. Anche quando l’arte si fa azione-lezione, opera-comportamento: tanto è evidente la sua inanità pratica e, ad un tempo, la sua condanna all’impermanenza come ‘opera’.
Il gioco disordinante e maligno del trickster (studiato da Arpad Szakolczai, in Sociology, Religion and Grace, e da Agnes Horvath) si nega alla grazia. L’artista “libero” dalla Bellezza è irretito da se stesso (il Gehlen di Quadri d’epoca). Il dis-ordine ferisce l’anthropos con un dardo mortale (Christopher Alexander, Nikos Salingaros).
La funzione perturbante apre illusoriamente al sacro; lo falsifica e infine lo allontana. Capitava di leggere in questi giorni un improbabile confronto tra Cormac Mc Carthy e la rock star Nick Cave narratori. “La scommessa mirabilmente vinta da Cave [nella Morte di Bunny Munro] consiste nello scavare a fondo dentro l’umanità degradata e terminale del protagonista, senza cercare facili riscatti [come quelli della Strada di Mc Carthy !] (...), sullo sfondo di un mondo marcato a fuoco dalle catastrofi quotidiane, popolato di assassini ecc.” (Il Manifesto, 19 novembre 2009). Tale compiaciuta stilizzazione della condizione umana secondo l’abiezione, il “quadro attualissimo dell’umana degenerazione” (come scrive un altro critico nella stessa pagina), che si opporrebbe ai “facili effetti” di un vero scrittore tragico come il Mc Carthy, è il prodotto onirico di un rifiuto della speranza e, anzitutto, della verità del mondo. Col supporto corruttore dell’intelligencija, che non sopporta alcuna presenza del retto Oltre, dei trascendentali (il Vero, il Bello, il Bene); essa gioca con piena coscienza, sguazza nella partita anticristiana dell’umano degrado e della sua paradossale assolutizzazione; e illude l’artista.

3. Si discute in queste settimane nella Roma cattolica sulla differenza tra arte convocata al dialogo e arte guidata ad edificare il tempio cristiano e decorarne le pareti. Fasi diverse, certo, ma una sola realtà; e sono lieto di concordare col Lucetta Scaraffia (Osservatore Romano, 22 novembre). La intercomunicazione tra arti e Città di Dio è certamente preliminare alla urgente ricerca di nuova e migliore arte sacra. Se le chiese hanno bisogno della visibile Bellezza, è altrettanto evidente – anche se non è stato così negli ultimi anni - che l’artista non può veicolare negli spazi sacri surrogati del divino, idoli del non-senso o simboli di “decostruzione” umana e cosmica, ossia il Brutto che si oppone alla pulchritudo.
Ma vi è un momento che precede, e che è più vasto delle ragioni immediate del dialogo e della collaborazione, fosse pure il grande progetto del padiglione del Vaticano alla Biennale: in Benedetto la convocazione degli artisti è anzitutto l’annuncio all’arte di una salvazione delle sue grandezze e miserie e dei suoi stessi dèmoni, nella loro ricomposizione sotto la volta (la “Bellezza infinita”) dell’ordine cristiano di senso. La oggettiva presenza della Santa Sede a Venezia prenderà significato, a mio avviso, se eviterà di confermare il rapporto chiesa-artisti a criterio variabile o senza criterio del passato recente, accogliendo invece artisti che non siano sacerdoti, fosse solo per allineamento alla maniera, e ai mercati artistici, del trash oggettuale e della cieca performance, senza trascendenza.
Le “contrade dell’a-significante, dell’a-soggettivo e del senza-viso” (Deleuze e Guattari) sono ancora le utopie giustificative, gli approdi promessi di molte arti. Non debbono più contare su una confusa indulgenza. Mancare di capacità critica non è conforme all’intelletto cristiano; al “noi abbiamo bisogno di voi” del messaggio del Concilio Vaticano agli artisti, ricordato dall’Osservatore Romano, sempre del 22 u.s) va articolato un coraggioso, certamente non meno vero, messaggio della Chiesa cattolica: “voi avete bisogno di noi” - portatori della fedele trasmissione della Rivelazione cristiana che i tagli di Fontana da soli, e per il solo fatto di essere spiragli, non lasceranno mai intravedere.

lunedì 23 novembre 2009

INTERVISTA A MIZAR E UN BREVE COMMENTO ALL'INCONTRO DI SABATO

Cari lettori,

qui sotto potete trovare una mia breve intervista rilasciata a TG2 Mizar. Certo non mi attendevo tanto onore, ma devo pubblicamente ringraziare Tommaso Ricci per aver voluto rivolgermi 10 domande sul perchè oggi si costruiscano così tante "chiese dell'orrore".
http://www.tg2.rai.it/dl/tg2/RUBRICHE/PublishingBlock-4d179a82-04c1-4164-856b-2afc28c38206.html

Poi una piccola postilla sull'incontro con gli artisti di sabato scorso. Il Santo Padre ha ritenuto opportuno circoscrivere l'incontro nell'ambito di una discussione fra arte "laica" e "mondana" e Chiesa. Insomma la prospettiva adottata è quella di un confronto con arte intesa come "comunicazione". D'altra parte il Pontefice ha sapientemente seguito l'impostazione data all'incontro da Mons. Ravasi cui probabilmente è sfuggita un'ottima occasione per il rilancio dell'arte sacra vera e propria. Ha fatto un po' tristezza vedere fra gli artisti in prima fila ad esempio un Raul Bova e l'iraniano con la sciarpetta verde in segno di protesta contro Ahmadinejad, ma c'est la vie... Per qualcuno andare dal Papa significa mettere in mostra se stesso.

D'altra parte non si poteva non notare l'assenza di due grandi compositori di musica sacra come Monsignor Bartolucci (già direttore grandioso del coro della Cappella Sistina) e Monsignor Miserachs Grau. Probabilmente la loro assenza è molto più significativa della presenza di tanti altri personaggi. Come è significativa l'assenza di Ennio Morricone e consorte e quella di Franco Zeffirelli. Per non parlare di Amii Stewart e di Patrizia Valduga. Davide Rondoni, critico nei confronti dell'incontro è stato retrocesso negli ultimi posti, quelli al di là del recinto della Sistina. Assente anche Laura Morante e Marco Bellocchio. Insomma giudicate voi.

Bene avrebbe fatto il Pontificio Consiglio per la Cultura a non coinvolgere il Santo Padre in questo "evento". Sarebbe stato straordinario ascoltare le sue autentiche parole in ben'altro contesto, un contesto più consono alla sensibilità di Benedetto XVI che, non a caso, al termine dell'incontro è andato via di corsa, verso impegni più importanti per la Chiesa, ovvero verso l'incontro con il primate anglicano per trattare la questione della Traditional Anglican Communion...

giovedì 19 novembre 2009

PROFEZIA

La significativa opera di uno dei partecipanti all'Incontro: Caspar Berger

di Francesco Colafemmina

Scorro la lista dei 250 invitati sabato prossimo all'incontro con il Papa, tra un cocktail a base di Martini e l'altro. La rileggo e resto sempre più convinto che dietro questo incontro si celi un'insidia molto pericolosa.
Buona parte degli invitati proviene da un mondo che è estraneo al Cattolicesimo. Sono personaggi mondani e perifierici, arroganti ed umili, noti e sconosciuti, confusi in una mischia piuttosto eterogenea. Il Papa, si dice, li catechizzerà. Ma non è così semplice. Lì infatti ci sono artisti cattolici mescolati ad artisti anticattolici e meramente atei. Il mix non potrebbe essere più esplosivo.

Allora veniamo alla mia profezia. Il Papa farà uno dei suoi discorsi magistrali. Lo scrive di suo pugno, dunque non potrà essere implicitamente gradito a molti dei presenti. Benedetto XVI ha espresso in più occasioni la sua "estetica cattolica". Una estetica tutta incentrata sull'evento cardine della nostra fede, l'Incarnazione, ed illuminata da passione, morte e resurrezione di Cristo. Senza tenere al centro queste Verità della fede, l'estetica crolla nel baratro del suo annullamento antropocentrico e si contorce in vane esibizioni narcisistiche di materia mortifera.
Così, a incontro terminato inizieremo a sentire le voci dei critici, dei dissidenti, degli insoddisfatti. E i media ci imbastiranno su la loro indignazione per l'arretratezza di un Pontefice che esalta la bellezza di Dio attraverso la bellezza dell'Arte (che concetti arretrati, no?).

Chissà cosa penseranno di ciò i vari Citto Maselli e Nanni Moretti, il primo dichiaratamente marxista, il secondo regista di un film che si chiamerà "Habemus Papam", storia di uno psicanalista (Nanni Moretti) che psicanalizzerà un Papa che non vuole accettare la sua elezione?

E cosa penseranno delle parole del Papa una Patrizia Valduga o una radical chic come Margaret Mazzantini (accompagnata dal marito Sergio Castellitto)? E ancora, cosa penseranno gli architetti atei o agnostici come i vari Chipperfield, Liebskind e la "cafonal" Zaha Hadid (guardare Dagospia per credere)? E che dire dell'architetto Gregotti? Il vergognoso artefice dello Zen 2 di Palermo? In questa intervista alle Iene ha avuto il coraggio di affermare che lo Zen è il miglior quartiere che si potesse realizzare a Palermo e all'intervistatore che gli chiede perchè non sia andato ad abitarci lui in mezzo a quei casermoni orrendi, risponde: "mica io sono un proletario!".

Questo genere di VIPs è francamente insopportabile! E' insopportabile l'arroganza elitaria e pseudo aristocratica, l'arroganza mondana e conformista che si insinuerà in Vaticano in occasione di questo incontro di sabato. Non sarà il tentativo di aprire la Chiesa ad un nuovo mecenatismo affaristico legato alla "bolla" dell'arte e dell'architettura contemporanea? Ne parlava il critico d'arte Philippe Daverio nella puntata di Passpartout che trovate linkata qui. Secondo Daverio la finanza mondiale è completamente saltata a causa di una enorme bolla speculativa partita dai mutui immobiliari, e ciò è da ricondursi anche alla volatilità e virtualità di una certa architettura contemporanea.

Forse, dietro questa connessione evidente tra arte e architettura contemporanea e speculazione finanziaria, ci sarà un progetto ambizioso. D'altronde, aggregare artisti come Kounellis e Pomodoro, quotatissimi e già piuttosto anziani, significa assicurarsi le rendite delle loro quotazioni post mortem. Idem dicasi per artisti italiani meno noti come Amodei e Alviani. O per lo stesso Anish Kapoor. Dispiace che non sia stato invitato Damien Hirst, quello che mette i buoi in formalina: le sue quotazioni quest'anno sono un po' calate, ma restano sempre altissime. Altro grande assente è Cattelan, quello che appendeva i manichini di bambini impiccati agli alberi e che espose qualche tempo fa un Giovanni Paolo II abbattuto da un meteorite...

Ad ogni modo consoliamoci guardando questa meravigliosa ultima puntata di Passepartout, nella quale Daverio sberleffa la noiosa stanchezza dell'arte contemporanea misoneista e passatista perchè ostinata a restare fissa sulle stesse eccentriche aberrazioni di trenta-quaranta anni fa.

Ma il Santo Padre non si farà certo strumentalizzare, allorchè egli ricorderà che la vera arte e la vera bellezza è quella che si sforza di entrare in contatto con Dio. L'arte che è esaltata da questi dotti ed autoreferenziali intellettualoidi è infatti misconosciuta dalla gente comune, ha un linguaggio esoterico ed incomprensibile ai più, dunque è statutariamente opposta al Cattolicesimo ed al senso comune.

Invece dunque di darsi al mecenatismo non sarebbe meglio che taluni personaggi di Chiesa pregassero per il Papa e si operassero per salvare le anime degli uomini, difendere gli oppressi, aiutare gli emarginati, venire incontro ai poveri, abbracciare i migranti che hanno perso tutto? Era proprio necessario organizzare gli happenings della Martini e Rossi?

Preghiamo intanto per il Papa, affinchè nessuno dei mondani partecipanti all'incontro del 21 Novembre, possa affermare alcunchè contro di lui, ma anzi, convertito possa davvero scoprire il senso di quell'arte che non è elitaria ma comunitaria, perchè di Cristo abbiamo tutti bisogno e perchè alla fin fine le opere d'arte sacra e le Chiese le paghiamo noi semplici fedeli.

P.S.: Una breve postilla a coloro che credono che questo incontro serva a convertire gli artisti contemporanei atei ed anticristiani. Dunque, all'incontro partecipano grandi artisti cattolici che fanno arte sacra nascosti in mezzo ad artisti noti ma non cattolici e che non sanno cosa sia l'arte sacra. Pertanto non lo si può connotare semplicemente come un incontro con gli "artisti". Mettere Mons. Bartolucci vicino ad Amii Stewart o Mons. Miserachs Grau affianco a Mite Balduzzi, significa fare soltanto un bel minestrone. Ad ogni modo Dio vede e provvede in ogni occasione. L'importante è che anche noi con la preghiera Gli diamo una mano!

martedì 17 novembre 2009

GHEDDAFI E LE 300 RAGAZZE BEDUINE: MALEDETTI GENITORI!


di Francesco Colafemmina


Ce lo dice lui sprofondato sui miliardi di gas e petrolio che noi iloti italiani paghiamo profumatamente per arricchire una misera congrega di gente affamata di potere. Gheddafi è un beduino, vive in tenda, magari mangia anche con le mani, oltre ad avere un nutritissimo harem.
E' la reincarnazione di quei volgari e rozzi sultani ottomani che nei loro serragli si dilettavano in mille passatempi opulenti e satrapici, per evitare che il tempo gli venisse a noia.

E' un esponente della subcultura petrolifera, di una cultura evidentemente inferiore e sgradevole, anzi di una non cultura, della cultura del nulla, della materialità santificata attraverso il potere. Una subcultura che nulla ha a che vedere con quella del suo popolo, con quella dei tanti semplici afflitti dalla sua tirannide plutocratica.

Ma questo genere di subcultura arabo islamica è vincente. Non va accusato di anticristianesimo il povero Gheddafi, se ci viene a raccontare che Cristo aveva un sosia crocifisso in Sua vece. Non va accusato di proselitismo islamico se raduna 300 sgualdrinelle per indrottinarle sull'Islam.

No, la colpa è nostra, è colpa della subcultura occidentale dominata da sesso, soldi e potere che ha già segnato la nostra fine. Se 300 ragazze italiane si vestono di tutto punto con tanto di tacchi a spillo ed abitini provocanti e si beano di partecipare ad un incontro con un tiranno depravato che le induce a convertirsi all'Islam, con chi dovremmo prendercela?
Mi domando come sia stato possibile che neppure una di queste papere di periferia abbia avuto il coraggio di gridare la propria indignazione dinanzi alla volgare offesa alla nostra fede ed alla nostra cultura, pronunciata dal proktostomo Gheddafi!
E al solo pensiero che neppure una di queste signorine si è indignata per una simile avventura a pagamento, mi vengono i brividi. Penso infatti alla depravazione morale, sociale, culturale che ormai imperversa.

Penso a questi maledetti genitori che non hanno lasciato proprio nulla ai propri figli se non la deregulation del libertinismo, l'ambizione al controllo del denaro e del potere. Forse finiremo per diventare simili agli abitanti di quei paesi dell'Est distrutti dal comunismo, prostrati al più rapace materialismo, dove ciascuno venderebbe la propria madre oltre al proprio pudore ed alla dignità, pur di raggranellare quattro denari.
E in questo caso la propria dignità queste 300 ragazze l'hanno scambiata per quanto? Per 50 euro! Cinquanta euro: tanto vale la propria fede, la propria cultura, la propria dignità di donne. Vale 50 euro sentirsi dire che l'Islam rispetta le donne quando è a tutti evidente che accade l'esatto contrario laddove le donne sono infibulate e impacchettate con i burqa.
Vale 50 euro sentire un pagliaccio vestito come un sosia degenere del Mago Otelma discettare di Cristo e del Cristianesimo!
Vale 50 euro farsi invitare a cambiare fede e convertisti all'Islam.
Vale 50 euro un'occasione per apparire, per poter raccontare "io c'ero", per farsi fotografare con il "glorioso corano" in bella mostra.

Questa Italietta mignottocratica (per usare la splendida espressione di Paolo Guzzanti) è ormai al capolinea. Ma è inutile indignarsi, prendersela con tizio e caio. Il problema è essenzialmente educativo ed identitario. Non sappiamo più chi siamo, non sappiamo da dove veniamo, sappiamo soltanto che per esistere dobbiamo apparire. E per apparire ogni occasione è buona, anzi sacrosanta! I genitori stessi hanno inculcato nelle proprie figlie che questo è il metodo più indolore e agevole per fare carriera. Magari gongolano perchè le proprie figlie hanno partecipato al raduno del cammelliere di Tripoli. E magari dicono alle proprie figlie: "convertiti, che te ne frega, tanto quello è miliardario, non ti far scappare un'occasione simile!".

A questo punto un consiglio alle 300 signorine e alle loro famiglie: convertitevi in massa all'Islam! Gente vigliacca, indegna ed impudica, incapace di difendere le proprie radici e di rispettare se stessa merita proprio di stare nel serraglio di qualche beduino sessuomane!

COSA E' MAI QUESTO VENTO DI PAZZIA...?


di Don Matteo De Meo

In una cultura come la nostra, dove incombe sempre più la convinzione che tutto è relativo; dove le certezze sono ritenute come pericolose intolleranze; dove il sentimento, l’istinto e l’assurdo sono preferiti alla ragione, la fede è vissuta come una convinzione personale da cui dipende o meno il fatto cristiano, e comunque rilegata nella sfera del privato e del soggettivo!
Si può ancora scendere in piazza, magari anche a difendere quei valori che appartengono alla storia e alla cultura cristiana ma senza che tutto questo sia generato da un’esperienza e da un giudizio; gli stessi valori “cristiani” diventano un fatto soggettivo, negoziabili e manipolabili! Ci si strappa le vesti per la rimozione del Crocifisso dai luoghi pubblici, e nello stesso tempo si è propensi per l’eutanasia, o per l’aborto... Si va a messa ma “..questo papa ci sta portando al fallimento...”....ecc...!
Un cristianesimo così è insufficiente a sostenere la vita!

Cosa sta avvenendo?

La fede non si fonda più su un “evento” ma su un “valore”. Il Vangelo stesso diventa un deposito “valoriale” delle parole di Gesù, per cui il rapporto con Lui è vissuto ultimamente come un rapporto “morale” e non reale. Questo sta ingenerando l’idea che l’essere cristiano si fondi su “un’etica o una morale (tra l’altro interpretabile e da adattare) e non su una Persona, su un avvenimento che da alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva” (cf. Benedetto XVI, Deus Caritas est, 1). Così la fede non è più il fondamento della vita ma un’aggiunta ad essa.

Si va ancora in chiesa, e magari ci si attiene ancora a delle regole, ma poi nella realtà ci si riferisce ad altri criteri che comunque non sorgono dall’esperienza di fede; l’evento cristiano non è vissuto come un metodo di conoscenza per cui si dubita che la fede possa essere una ipotesi esplicativa della realtà, ossia, non la si riconosce come una conoscenza vera, capace di dare una risposta ai tanti interrogativi che sorgono, in maniera più o meno drammatica, dal vissuto quotidiano (la vita e la morte, ma anche la salute e la malattia, il lavoro, l’amore, i figli, l’educazione, la politica, l’economia ecc...).

Si finisce per pensare-in maniera più o meno consapevole- che è la fede (la propria convinzione e il proprio ragionamento) che genera il fatto cristiano, il che equivale ad affermare che ultimamente il cristianesimo è un’opera umana; la sua efficacia o meno, dipende unicamente dall’agire dell’uomo, dal suo pensiero, dalla sua riflessione, dalla sua intelligenza ecc...
Per cui non è raro imbattersi con persone (cristiani impegnati, preti, vescovi e teologi di una certa fama) che continuano a sostenere che la Chiesa ha bisogno di un dolce rinnovamento, capace di trovare il favore del mondo; una sorta di metodologia dell’annuncio cristiano che miri ad una “pastorale” sempre più efficace per raggiungere il cuore dell’uomo. La verità che il mondo vuole sentirsi dire deve essere liberata da quella cerchia “dogmatica” in cui la Chiesa l’aveva rinchiusa e diventare “accessibile a tutti”, se si vuole essere ascoltati ed accolti in una “moderna” visione della realtà.

Qualche giorno fa mi è stato segnalato un libro che da mesi viene promosso ed esposto in bella vista dalla casa editrice “cattolica” delle Paoline. L’autore è Ignazio Marino, “Nelle tue mani. Medicina, fede, etica, diritti”, ed. Einaudi, con la prefazione “doc” di Carlo Maria Martini. Il noto e illuminato prelato introduce il lettore al contenuto del libro affermando: “...Dal libro traspare una umanità, una onestà nel considerare i singoli casi che spinge alla fiducia nel mettersi «nelle mani» di tanti servitori della vita...”.

Tutto lascia presagire un contenuto edificante e chiarificatore su alcune questioni che ci stanno particolarmente a cuore: “la vita, la morte, il dolore, la malattia...”. Ma chi sarà mai questo dott. Marino, così osannato ed elogiato da S. Eminenza ...? Il dott. Ignazio Marino, cattolico scout, si è formato presso la Facoltà di Medicina dell’Università Cattolica. Bene- diremmo- ha tutte le carte in regola per essere un buon cattolico, adulto e impegnato! Ma forse sfugge che l’Autore in questione è proprio quel senatore Marino che si schierò fra i più accaniti sostenitori dell’uccisione per fame, per sete e per legge della povera Eluana Englaro! Eh sì è proprio lui! Il senatore Marino, infatti, sta lottando strenuamente perchè si affermi un rispetto assoluto per la libertà e i diritti umani. I suoi principali obbiettivi per la campagna elettorale durante le primarie del partito democratico sono stati la cosiddetta “laicità dello Stato” e l’autodeterminazione nella sua proposta di legge sul testamento biologico. Le sue posizioni vennero ritenute estremiste addirittura per la sua coalizione di sinistra.

Una sorta di grottesco ottimismo continua ad essere annunciato negli areopaghi di questi cristiani “impegnati” e “adulti” che hanno smesso da tempo di guardare la verità dei fatti: ottimismo rispetto ai tempi, all’umanità in generale, al mondo dei non credenti e delle altre religioni, alla condizione interna della stessa Chiesa. Un cristianesimo “gaio” per cui l’essenziale è ottenere una verità condivisa, il dialogo a tutti i costi, una liturgia accessibile a tutti, una chiesa sempre più “umana”; anche se questo richiede subdoli compromessi tra la verità di Cristo e il sentire del mondo.

Un cristianesimo capito e accolto dal mondo, come annunciarlo? Come renderlo assimilabile e interessante di fronte alle sfide sempre più attraenti e interessanti della modernità? Domande che risuonano in continuazione dai pulpiti di molti cattolici, e dalle quali prende vita un cattolicesimo secolarizzato che trova plausi e consensi dappertutto, mentre la “sana dottrina non è più sopportata”:«non sopportando più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole» (II Tim. IV, 3, 4.)
Si è convinti della necessità di un cambiamento, o meglio di “adattamento” o “riconciliazione” con i tempi in tutto, nel parlare, nello scrivere e nel predicare una carità senza fede; il tutto con uno stile buonista, pacifista e ottimista, come ingredienti fondamentali per una fede adulta e aperta. Tutto questo dovrebbe portare una sorta di “primavera nella Chiesa e nel mondo”; un’era di pace e di fraternità degna di quei scenari romanzeschi, e in un certo qual modo sorprendentemente profetici, (sempre poco letti e conosciuti), che ritroviamo nel trionfo dell’umanitarismo del “padrone del mondo” di Benson, o nel verde e pacifista “anticristo” di Soloviev[1].
Dove ci ha portato questo fiume in piena del “cambiamento a tutti i costi”, di un certo “progressismo cattolico”, che da più di un trentennio irrompe all’interno della Chiesa stessa? Al risultato opposto: cattolici sempre più divisi, diffusione di dottrine eterodosse sostenute con forza e convinzione da tanti teologi, la divisione nel seno stesso della Chiesa, un indebolimento della fede cristiana.
E noi cosa possiamo fare?

Mi vengono in mente le parole di un grande scrittore e umorista, che molto fece discutere di sè, Giovannino Guareschi il quale fa dire al suo “Don Camillo”: “Signore, cos’è mai questo vento di pazzia? Cosa possiamo fare noi?”- e il Signore gli risponde: “...ciò che fa il contadino quando il fiume travolge gli argini e invade i campi...Bisogna salvare il seme: la fede”.
In un momento in cui una gran confusione, cioè l'incapacità di giudizio, sembra dilagare dappertutto urge tenere fisso lo sguardo su colui che unicamente può segnarci la strada e confermarci nella fede: “Tu es Petrus...Portae inferi non prevalebunt.”.

Don Matteo De Meo

[1] Cf. R. Benson, Il Padrone del mondo, Jaca Book, Milano 1987; V. Soloviev, I tre dialoghi e il racconto dell’Anticristo, Marietti, Milano 1975.

sabato 14 novembre 2009

INSIEME AL PAPA PER L'ARTE SACRA


di Francesco Colafemmina

E' stato reso noto lo scorso 4 Novembre, in occasione della festività di San Carlo Borromeo, un Appello al Santo Padre "per il ritorno a un'arte sacra autenticamente cattolica". L'appello lo si può scaricare dal sito appositamente creato http://appelloalpapa.blogspot.com/ dove è presente in varie lingue (italiano, inglese, francese, spagnolo, svedese). Per sottoscriverlo basta inviare una email all'indirizzo appelloalpapa@gmail.com. Attualmente più di mille fra illustri accademici, artisti, architetti, compositori, musicisti, sociologi e tanti semplici fedeli e religiosi lo hanno sottoscritto condividendone immediatamente i contenuti.

Dunque, un appello al Papa per l'arte sacra. Scandalo, meraviglia, sospetto, entusiasmo, indifferenza... quanti sentimenti contrastanti può suscitare un appello al Santo Padre!

Eppure è necessario fare dei distinguo e chiarire sin dall'inizio le ragioni di questo appello partendo da una considerazione: cui prodest? Si sarebbe tentati di rispondere: "nemini". Nessuno dei sottoscrittori ha infatti scopi occulti o manifesti per innalzare questa richiesta di ausilio a Sua Santità. Uomini e donne uniti da un'unica fede e dalla comune devozione a Papa Benedetto, hanno voluto radunare in questo appello alcuni principi più volte ribaditi da Pontefice, al fine di indirizzare anche il consenso di personalità laiche e cattoliche impegnate nella promozione di arte e architettura davvero sacre. Senza escludere, peraltro, tutti i fedeli, indipendentemente dai loro titoli e dalle loro professioni. Anzi, è proprio questa perfetta comunione fra laici e fedeli inseriti negli ambiti più disparati della nostra società a dare senso a questa iniziativa, ad identificarla realmente con una diffusa "cattolicità", universalità di uomini e donne di buona volontà riuniti da un unico e sincero interesse: difendere e diffondere l'arte e la bellezza che a Dio conduce.

L'Appello per l'arte sacra rappresenta inoltre una esperienza di profonda devozione a Sua Santità, al suo Magistero, all'insegnamento perenne che a noi cattolici, ma anche ai non credenti, egli impartisce sin da quando era Cardinale. In quasi ogni pagina si respira un'aria pienamente "benedettiana". Come dunque riassumere questa natura positiva e condivisibile dell'appello?

Personalmente la ridurrei ad alcuni elementi fondamentali tutti espressamente ratzingeriani.
Anzitutto si parte dall'Ermeneutica della Continuità. L'Appello si apre con una lunga citazione del "discorso agli artisti" di Papa Paolo VI. Questa citazione, nonostante permangano perplessità e spesso pregiudizi su Papa Montini, non solo assicura invece la precisa lungimiranza di quel Pontefice che già cinquant'anni fa aveva individuato le reali premesse per un'arte sacra cattolica; ma aggiunge un valore profondo all'Appello: lo identifica come un testo che non muove da premesse critiche o ostili all'operato della Chiesa Cattolica del Postconcilio.
Piuttosto, l'Appello è un inno alla comunione nel seno di quella Bellezza certa che è la Veritas di Cristo. Attorno alla Verità del Signore si delinea l'immagine bella del Suo volto. Perchè Egli è Veritas ma anche tomisticamente sintesi di Verbum et Imago. Dunque la Ragione creatrice che prende la forma, l'imago, dell'uomo, unica creatura fatta a immagine e somiglianza del Creatore.
Oggi la crisi silenziosa che sembra voler trascinare la Chiesa in uno scontro fra fazioni potrebbe invece risolversi anche a partire dal comune anelito dei Cristiani verso la Bellezza che è Dio - secondo San Dionigi Areopagita - e verso la Sua adorazione nello spazio sacro deputato alla liturgia.

Volendo, però, ritornare ai punti salienti dell'Appello, è fondamentale notare che in esso non si fa mai un riferimento univoco e sterile ad un "ritorno al passato". Come infatti l'età rinascimentale, ma prima ancora quella altomedievale, non studiavano la classicità con un intento passatista, ma con la specifica volontà di sintesi, di unione creativa di nuove forme espressive inserite nei canoni della tradizione, così anche oggi si può fare un'arte sacra che sia "tradizionale" senza essere "tradizionalista". Che guardi al passato non con la volontà di abitare in esso e trovarvi l'unica ispirazione, bensì con l'intento esplicito di riagganciarvi la storia del fare, del poiein, del creare attraverso l'arte (techne) e non semplicemente "per l'arte".
Se c'è uno strappo che bisogna ricucire non è infatti quello fra Chiesa e Mondo. Questo è perenne e permanente e guai se così non fosse. Bisogna invece ricucire lo strappo fra Chiesa e sua manifestazione concreta e materiale attraverso le sue forme di espressione e narrazione terrena.
Un tale strappo non è poi responsabilità della Chiesa tutta, bensì della disattenzione dei singoli, preti, vescovi o laici che siano. L'indifferenza di questi ultimi e troppo spesso la solitudine e l'improvvisazione degli altri hanno condotto alle terribili condizioni attuali: chiese che non sembrano più tali, canti liturgici che non si distinguono da canzonette di dubbio valore, Crocifissi deformi e sagome di Madonne semplicemente abbozzate.
Queste condizioni necessitano dell'accorata preoccupazione di tutti i fedeli cattolici ed appellarsi al Santo Padre non è quindi gesto di superba indicazione o di pessimistica critica. Al contrario: è un atto di grande amore per la Chiesa e per il Papa.

Se noi laici dimostriamo il nostro interesse comune per quei luoghi sacri che frequentiamo ed aiutiamo a realizzare per poter pregare il Signore e glorificarlo costantemente; e se lo facciamo unendoci, superando le divisioni e le barriere, ritrovandoci al cospetto di Sua Santità con filiale sottomissione, ma anche con le idee chiare e sincere, a chi avremo reso l'omaggio più bello dell'amore e della preghiera se non al Signore e al Suo Vicario sulla terra?
Ecco perchè al di là delle legittime personali perplessità o dei timori e tentennamenti tutti dobbiamo sentirci uniti in questo appello se ne condividiamo i contenuti. Se riteniamo che essi siano utili al bene della Chiesa tutta ed alla glorificazione del Signore.
Uniamoci così nella preghiera comune a Sua Santità e preghiamo la Vergine con i nostri rosari affinché la nostra comunione possa essere il più bel dono da rivolgere al Papa. Uniti nell'amore e nella sottomissione al nostro amorevole Pastore.

LA CROIX INTERVISTA MONS. RAVASI


di Francesco Colafemmina

Qui sotto troverete una intervista a Mons. Ravasi pubblicata ieri da La Croix sull'incontro del 21 Novembre. L'intervista è interessante perchè Ravasi, uomo di grande onestà intellettuale, esprime candidamente la sua idea di arte e di arte sacra.

Le premesse

Premessa fondamentale del discorso ravasiano sull'arte è l'assoluta "storicizzazione" dell'espressione artistica, secondo un processo tipicamente hegeliano. L'arte del passato appartiene al passato e così con l'arte di ogni epoca. Tutto è condizionato e limitato alle condizioni storiche e sociali che hanno partorito ogni specifica tipologia artistica. Ognuno di noi sa bene che così non è. Che un'arte vissuta a compartimenti stagni è pura creazione accademica. E inoltre ciascuno comprende perfettamente che questa visione "evoluzionistica" dell'arte parte dalla premessa della caducità e della morte di ogni espressione artistica proveniente dal passato o ispirata all'arte del passato (per passato intendendo anche gli albori del XX secolo).

Ulteriore premessa è questa fiducia totale nell'intellettualismo spiritualista degli artisti. Ovvero in quella opinione fallace in base alla quale tutti gli artisti sarebbero fruitori dello "spirito" (in senso chiaramente hegeliano) e quindi avrebbero la possibilità di accedere a brandelli di verità e di bellezza, insomma a brandelli di "senso". Perciò l'arte non ha bisogno di essere cristiana per essere "vera". E soprattutto non ha bisogno di esprimersi con un linguaggio che sia universalmente comprensibile.

Quindi, finale premessa, i linguaggi possono comunicare "spiritualità" indipendentemente dalla loro universalità. Ovvero l'arte contemporanea che non crea semplicemente un "messaggio" ma crea un nuovo linguaggio che finisce per predominare sul "messaggio" stesso, è per il fatto stesso di essere in grado di creare linguaggi nuovi un'arte dialettica. E dalla dialettica evolve lo spirito.

Gnosi anticristiana

Tutte queste premesse costituiscono il fulcro di un nuovo "manifesto artistico" della Chiesa, del quale Ravasi vorrebbe farsi promotore. Manifesto che dovrebbe escludere nominalmente "l'artigianato" e il "recupero di stili del passato". Su questo aspetto degli stili ci si potrebbe dilungare. Gli stili infatti sono caduchi, ma il linguaggio artistico, la sua sintassi e la sua grammatica precedono gli stili ed è proprio questa lingua con la sua sintassi e la sua grammatica che la Chiesa dovrebbe incentivare e difendere.
Tornando dunque a questo fulcro modernista possiamo leggere nell'intervista a Ravasi che gli artisti non hanno bisogno - per essere in armonia con la Chiesa - di farsi "catechisti". Come dire che la loro capacità di assorbire "lo spirito" li rende già per questo in armonia con la Chiesa.

Questa grave concezione spiritualista dell'arte, tra l'altro sempre in bilico sul baratro del nulla, della provocazione anticristiana, del riversamento in positivo di ciò che è sempre stato negativo per la Chiesa, è oltremodo esaltata da Mons. Ravasi.

C'è da dire, in conclusione, che chiunque lo leggerà non potrà notare con un certo "fastidio" il continuo ricorso al "borderline", insomma l'evocazione di temi, autori, posizioni, concezioni che sono in bilico fra gnosticismo ed esistenzialismo sartriano.

Il culturalismo radical-chic

Come riassumere questa intervista. Bene, io la definirei una intervista intrisa di culturalismo radical chic, di chi per essere contemporaneo ha bisogno di citare non il Vangelo e neppure i Padri della Chiesa, nè tantomeno autori o artisti cristiani, ma Chagall ed Henry Miller. Una intervista di chi vorrebbe "svecchiare" la Chiesa, farle superare l'ottusità retriva che sembra contraddistinguerla agli occhi del mondo, e trasformarla in una sorta di fucina di sperimentalismo artistico in grado di creare un "nuovo corso". Il tutto fa un po' tristezza, soprattutto al pensiero che questo "nuovo corso" potrebbe avere in Milano il suo centro fra qualche mese. Allora sì che Renzo Piano potrà trasformare piazza Duomo in un boschetto, magari pieno di installazioni di Jannis Kounellis, mentre nel futuristico arcivescovado si proietterà il nuovo film di Nanni Moretti che psicanalizza un Papa stanco di fare il Papa... Peccato però che lo stesso Mons. Ravasi ritenga opportuno farsi riprendere ogni domenica dalle telecamere di Canale 5, mentre seduto al centro di qualche chiesa settecentesca o davanti ad una pala d'altare del '500 tiene le sue lezioni sui testi sacri. Non sappiamo cosa penserebbero i telespettatori nel vederlo parlare davanti un'opera rigorosamente senza titolo di Kounellis o dentro un cubo di Botta... Ora però, godetevi l'intervista!


La Croix : Benedetto XVI ha dichiarato recentemente: « La bellezza deve essere in armonia con la verità e la bontà». Va forse contro corrente rispetto alla creazione artistica contemporanea?

Mgr Gianfranco Ravasi : Un grande artista americano mi diceva recentemente: « gli artisti contemporanei escludono due cose: la bellezza e il messaggio». E' questo orizzonte contemporaneo che vogliamo considerare, tale quale esso è. Su questo punto si può davvero parlare di divorzio con la Chiesa. Perchè l'arte contemporanea sembra per gran parte aver esplorato tutte le vie della decostruzione, del nichilismo, per portarci a constatare l'inconsistenza dell'essere, dimostrando che ormai più nulla vale qualcosa, giocando con la provocazione sull'assenza di senso nella nostra realtà. Ma di fronte a questo itinerario questa stessa arte si trova automaticamente sul punto di distruggersi, perchè l'obiettivo ultimo non può essere che il silenzio della morte, del suicidio.

Il quadro è così nero?

Dinanzi a questa situazione ci siamo interrogati. Constatiamo che il cinema per parte sua persiste a interrogarsi liberando un messaggio. Stanley Kubrick,anche se le sue ultime opere sembrano essere molto disperate, continua a raccontare a voler dire qualcosa. O ancora un Giuseppe Tornatore (Nuovo Cinema Paradiso) – senza dimenticare Buñuel, Bresson e altri. Allo stesso modo, il cineasta americano Bill Viola, che sarà presente nella Sistina, lavora sull'acqua come simbolo di purificazione, sulla luce come simbolo di trascendenza; si interessa alla morte, alla vita dopo la morte. Ognuno può esservi sensibile. Ci è dunque sembrato che fosse giunto il momento per una nuova proposta: impegnare gli artisti a riappropriarsi dei granti simboli, delle grandi narrazioni, dei grandi temi, delle grandi figure. Claudel vedeva nella Bibbia un "grande lessico" e Chagall ne parlava come di "un alfabeto tinto nella speranza nella quale gli artisti di tutti i tempi hanno intinto i loro pennelli". Così la Santa Sede inviterà degli artisti alla Biennale de Venise, proponendogli di lavorare sugli undici primi capitoli della Genesi, che portano in sè tutta la vita dell'umanità.

Inciterete gli artisti a farsi catechisti?

Niente affatto. L'artista non deve fare un'opera direttamente catechetica. L'estetica autentica, allorchè tocca i grandi temi, può interrogarsi ed interrogarci sul senso della vita, anche se non prende in conto il messaggio evangelico. Un'autentica estetica artistica, per sua natura, tocca l'etica. Henry Miller diceva: "L'arte non serve a niente, se non a spiegare il senso della vita". Forse successivamente raggiungeremo dei risultati nell'arte sacra, propriamente religiosa o liturgica, ma non è questo il nostro obiettivo primario. Sarà una tappa ulteriore che darà ragione a questo pensiero di Herman Hesse: "l'arte è mostrare Dio in tutte le cose".

Giovanni Paolo II evocava una "nuova alleanza" con la Chiesa? E' il vostro progetto?

Si. Noi crediamo alla possibilità di un incontro fra fede e arte, premesso che l'arte esca dalla sua impotenza provocatrice. Allo stesso modo la Chiesa non deve più tenere ad un recupero azzardato degli stili antichi e a produzioni artigianali prive di ambizione. Deve accettare il contronto con queste nuove grammatiche, con queste nuove modalità d'espressione. Questo dialogo sarà fecondo per la Chiesa.

Sarà una novità?

Niente affatto. Nel corso dei secoli la Chiesa ha sempre cercato di esprimersi attraverso nuovi linguaggi. Ai suoi tempi il canto polifonico è stata una vera rivoluzione. Allo stesso tempo la teologia cristiana si è sviluppata tenendo conto delle grandi tradizioni filosofiche pagane dei suoi tempi. Le nuove espressioni artistiche contemporanee devono così essere prese in considerazione per una nuova espressione del messaggio evangelico. Prendiamo ad esempo la musica contemporanea a partire dalla dodecafonia. Ella propone una nuova grammatica, una stilistica ardua che necessita di un autentico lavoro. Noi dobbiamo prenderla in considerazione.

Quale disciplina artistica le sembra oggi più adatta ad entrare in dialogo con la Chiesa?

Penso specialmente all'architettura. La maggiorparte dei grandi architetti ha già costruito una chiesa. Si può citare Renzo Piano (chiesa di Padre Pio a San Giovanni Rotondo), Richard Meyer (chiesa a Tor Tre Teste, vicino Roma), Massimiliano Fuksas (Foligno), Tadao Ando (che ha realizzato diverse chiese in Giappone), etc. E non dimentichiamo Le Corbusier con Ronchamp. Tutti si sono impegnati a modellare lo spazio nella sua nutidtà, giocando sulla sua luce, sull'intimità... Ma con una carenza: l'allontanamento delle altre espressioni artistiche. Perchè se una chiesa contemporanea presenta spesso un interno magnifico, si constata che l'architetto non è sempre preoccupato dell'oggetto del culto. E' così che si vedono altari, statue e mobilio molto disparati, isnufficentemente pensati per questo spazio che pure è magnifico. Mentre al contrario un Francesco Borromini, il rivale del Bernin qui a Roma, proponeva con le sue chiese un insieme coerente ed armonico. Ecco una sfida per l'oggi.

La Chiesa può accettare una parte di provocazione?

Si. Buñuel provoca pur senza essere blasfemo. Il limite è la provocazione del vuoto che ci blocca in un cerchio mortifero. Una tale provocazione è votata alla propria fine. Un'altra cosa è un grido o una protesta che possono essere stimolanti, fecondi. Rilegga Nietzsche!

Il vostro sentimento è condiviso dal Papa?

Quando gli ho proposto il principio di un tale incontro con gli artisti Benedetto XVI ha immediatamente accettato. Egli auspica un autentico dialogo. Sa che non siamo più i bambini dell'antichità classica, del classicismo. Noi non possiamo più ascoltare Stockhausen come si ascolta Mozart. Ciò ci richiede un lavoro. Il Papa è fondamentalmente curioso di tutti i tentativi per comprendere questo nuovo mondo. E' pronto ad essere sorpreso. Noi siamo all'inizio di un nuovo dialogo.

Perchè organizzare questo incontro in Cappella Sistina?

Anzitutto perché è lì che ebbe luogo, quarant'anni fa, il primo incontro fra Paolo VI e gli artisti: il suo discorso in quell'occasione è rimasto memorabile. In secondo luogo, la Sistina è forse il simbolo più forte dell'incontro fra arte e fede. Infine è il luogo per eccellenza nel quale la Chiesa si rigenera, perchè è lì che viene eletto il Santo Padre.

Frédéric MOUNIER, Roma

Se l'intervista non vi è piaciuta firmate l'appello a Sua Santità: www.appelloalpapa.blogspot.com

mercoledì 11 novembre 2009

DIFENDERE IL RICCO PATRIMONIO CULTURALE E RELIGIOSO DELL'EUROPA


Dalla catechesi odierna del Santo Padre:

"La riforma cluniacense ebbe effetti positivi non solo nella purificazione e nel risveglio della vita monastica, bensì anche nella vita della Chiesa universale. Infatti, l’aspirazione alla perfezione evangelica rappresentò uno stimolo a combattere due gravi mali che affliggevano la Chiesa di quel periodo: la simonia, cioè l’acquisizione di cariche pastorali dietro compenso, e l’immoralità del clero secolare. Gli abati di Cluny con la loro autorevolezza spirituale, i monaci cluniacensi che divennero Vescovi, alcuni di loro persino Papi, furono protagonisti di tale imponente azione di rinnovamento spirituale.

E i frutti non mancarono: il celibato dei sacerdoti tornò a essere stimato e vissuto, e nell’assunzione degli uffici ecclesiastici vennero introdotte procedure più trasparenti. Significativi pure i benefici apportati alla società dai monasteri ispirati alla riforma cluniacense. In un’epoca in cui solo le istituzioni ecclesiastiche provvedevano agli indigenti fu praticata con impegno la carità. In tutte le case, l’elemosiniere era tenuto a ospitare i viandanti e i pellegrini bisognosi, i preti e i religiosi in viaggio, e soprattutto i poveri che venivano a chiedere cibo e tetto per qualche giorno. Non meno importanti furono altre due istituzioni, tipiche della civiltà medioevale, promosse da Cluny: le cosiddette “tregue di Dio” e la “pace di Dio”.

In un’epoca fortemente segnata dalla violenza e dallo spirito di vendetta, con le “tregue di Dio” venivano assicurati lunghi periodi di non belligeranza, in occasione di determinate feste religiose e di alcuni giorni della settimana. Con “la pace di Dio” si chiedeva, sotto la pena di una censura canonica, di rispettare le persone inermi e i luoghi sacri.

Nella coscienza dei popoli dell’Europa si incrementava così quel processo di lunga gestazione, che avrebbe portato a riconoscere, in modo sempre più chiaro, due elementi fondamentali per la costruzione della società, e cioè il valore della persona umana e il bene primario della pace. Inoltre, come accadeva per le altre fondazioni monastiche, i monasteri cluniacensi disponevano di ampie proprietà che, messe diligentemente a frutto, contribuirono allo sviluppo dell’economia. Accanto al lavoro manuale, non mancarono neppure alcune tipiche attività culturali del monachesimo medioevale come le scuole per i bambini, l’allestimento delle biblioteche, gli scriptoria per la trascrizione dei libri.

In tal modo, mille anni fa, quando era in pieno svolgimento il processo di formazione dell’identità europea, l’esperienza cluniacense, diffusa in vaste regioni del continente europeo, ha apportato il suo contributo importante e prezioso. Ha richiamato il primato dei beni dello spirito; ha tenuto desta la tensione verso le cose di Dio, il primato di Dio; ha ispirato e favorito iniziative e istituzioni per la promozione dei valori umani; ha educato ad uno spirito di pace.

Cari fratelli e sorelle, preghiamo perché tutti coloro che hanno a cuore un autentico umanesimo e il futuro dell’Europa sappiano riscoprire, apprezzare e difendere il ricco patrimonio culturale e religioso di questi secoli. "


Anche per quest'ultima ragione è opportuno firmare l'Appello a Sua Santità, per far sentire la nostra umile vicinanza al Papa nella sua costante opera di richiamo alla difesa del "ricco patrimonio culturale e religioso" dell'Europa.

L'Appello nasce per questo, perchè i laici, cattolici e non, si uniscano al Papa, si stringano a lui come figli devoti. I figli chiedono umilmente protezione ai propri padri, e lo fanno perchè sanno già che il Padre li ama più di se stesso. Restiamo uniti, senza divisioni e distinguo, perchè è bello essere uniti a Pietro per glorificare il Signore ed esaltare la Bellezza che da Egli discende.

Inviate le vostre sottoscrizioni a appelloalpapa@gmail.com

venerdì 6 novembre 2009

L'ARTISTA CATTOLICO

El taller de San José - Opera del geniale artista spagnolo Arìstides Artal

di Francesco Colafemmina

C'era una volta un artista cattolico che viveva in una sperduta località della Spagna. In quel paesello sulla collina Miguel Encantado dipingeva continuamente opere sincere e splendide che rilucevano di una propria luce ed abbagliavano i fedeli della piccola chiesetta dedicata alla Madonna del Pilar, da lui affrescata nel corso di venti lunghi anni.

In una brumosa località della Renania viveva invece un mite organista cattolico, Hans Ritter. Smunto ed ossuto, il signor Hans si recava ogni sabato a provare la messa mattutina della domenica successiva. Suonava Frescobaldi e Bach, senza disdegnare Buxtheude ed Haendel.

L'artista romagnolo Cesare Michelotti invece, trascorreva le sue notti insonni a scolpire statue eteree e massicce, piene di linee schizzanti verso l'eterno e di forme che le ancoravano al sensibile. Amante di Canova e del Bernini i suoi angeli erano opere maestose, incarnazioni del sublime.

Nel centro storico di Licata abitava invece un anziano intagliatore, Calogero Cambiano. Le sue mani ruvide e nodose erano in grado di creare dei trionfi lingnei ineguagliabili. Sembrava un autentico ricamatore del legno, e mentre creava le sue opere per la cattedrale dei Santi Antonio e Vincenzo, pareva che le geometrie floreali, le superfici dorate dai riflessi cangianti, fossero già lì nel legno pronte ad esultare per la gloria di Dio.

Fra i campi di lavanda della Borgogna anche Philippe de Saint Michel lavorava nella sua bottega. Preparava le nuove vetrate policrome per l'abbazia di Saint Germain di Auxerre. In quella fumosa bottega avevano preso forma meravigliosi ricettacoli di luce, schermi capaci di trasferire la luce solare in un raggio di divina maestà.

Sono solo alcuni dei tanti, numerosissimi artisti cristiani sparsi per il mondo. Artisti umili, senza grandi nomi, capaci di vivere nell'ombra, lontani dalle cerimonie pompose e dagli happenings che sembrano andare tanto di moda negli ultimi anni.
Faticano a sbarcare il lunario, contrattano le proprie commesse risicate con parroci e vescovi che di arte non ci capiscono nulla e sono disposti a pagare di più un orrenda serie di stufe a funghetto da piazzare fra i banchi della loro fredda cattedrale, che l'opera del genio artistico da loro stessi commissionata.
Faticano a trovare un posto al sole, forse perchè non lo cercano. Sono artisti pronti a "servire" la loro Chiesa talvolta ingrata e sprezzante, senza attendersi un particolare riconoscimento che non sia quello di Dio.
Quando realizzano una loro opera e vanno dal parroco del paese a chiedergli di acquistarla, il parroco li maltratta, dice di non avere soldi, mentre in realtà ha appena sottoscritto un contratto per un nuovo auditorium nel quale ospitare il cineforum organizzato da un gruppo di arzille catechiste.
Altre volte fanno un dono al proprio Vescovo e dopo anni scoprono che è rimasto in uno scantinato, abbandonato. Mentre il vescovado trabocca delle luride opere di qualche artista contemporaneo strapagato ma incapace di esprimere alcun anelito artistico o spirituale.

Fermiamoci per un attimo e guardiamoli in volto questi artisti. Contempliamo i loro volti che molto spesso avremo visto nei nostri paesi e nelle nostre città, magari sbirciando in una oscura bottega, in un sottano polveroso, pensando che da quegli ambienti fosse impossibile trarre dei capolavori.
Guardiamoli e vedremo un riverbero di San Giuseppe, che non era certo il proprietario di un grande atelier, ma l'emblema dell'artigiano puro e semplice. Oggi l'artista è modaiolo, spesso è illetterato sotto il profilo della tecnica, ma il suo nome viene immediatamente legato all' "arte" perchè è a metà strada fra il fancazzismo e il libertinismo spirituale e materiale. Oppure soltanto perchè aderisce alle congreghe dei famosi, delle star... Ecco come si diventa artisti. Manovrati dai manager, dagli agenti, sponsorizzati qua e là pur di avere un ruolo importante indipendentemente da ciò che si va a realizzare.
Oggi che ci si appresta a celebrare in Vaticano l'Happening offerto dalla Martini e Rossi, happening nel quale l'udienza dal Papa sembra essere svilita ad un momento della gita culturale di questa scolaresca di nomi a la page, tutti gli artisti cattolici del mondo si sentono un po' rinnegati ed offesi. Trascurati in nome di coloro che fanno un'arte diversa e per nulla cristiana.
Trascurati in nome della moda e della notorietà.
Ma loro, i veri artisti che annaspano in mezzo alle difficoltà, continueranno a creare capolavori e meraviglie per la Gloria del Signore. Chi è se non proprio Lui che soffia in loro la forza di andare avanti, di dar vita a quell'armonia e quella perfezione che nel creato si sviluppano grazie all'opera creatrice di Dio?
Continueranno a farlo perchè forse, anche a differenza di taluni prelati, hanno ancora chiaro che l'arte non è mai alla moda, perchè essa non si rapporta alla caducità dell'uomo ma soltanto all'eternità del Signore.

giovedì 5 novembre 2009

NANI E BALLERINE AL COSPETTO DEL PAPA? COME SIAMO CADUTI IN BASSO!




Comunicato Asca - in rosso i miei commenti:



Da Antonello Venditti a Nanni Moretti (celebre per il suo rapporto anale con Isabella Ferrari nel film "Caos Calmo"), da Terence Hill (l'unico prete che porta la tonaca, anche se soltanto in una fiction) a Claudio Baglioni, da Andrea Bocelli a Angelo Branduardi, dai Pooh (cosa canteranno al Santo Padre? "Uomini soli"?) a Riccardo Cocciante (già sta approntando una edizione di Notre Dame de Paris da allestire in Cappella Sistina), da Susanna Tamaro (alla ricerca del suo pappagallo Luisito) Matteo Garrone e Paolo Sorrentino (manca però Saviano! Ditelo a Ravasi, non bastano il regista e l'attore principale, serve anche l'autore di Gomorra); e poi, dall'estero, Igor Mitoraj (che si è portato un pezzo di cuore di Padre Pio in una sua splendida teca argentata), Jannis Kounellis (che ha già ideato una installazione in Cappella Sistina: 300 cappotti rosso cardinalizio stesi per terra. Titolo dell'opera: senza titolo), Daniel Libeskind (esemplare pioniere della Deconstructivist Architecture), Santiago Calatrava (costruttore di ponti, stazioni ed hangar), Ami Stewart (già membro onorario dell'Anonima Alcolisti), Peter Greenaway (regista di film altamente cattolici ed educativi come 8 donne e 1/2). Sono solo alcuni nomi della lunga ed eclettica lista - che vede comunque una marcata prevalenza italiana - di artisti di ogni disciplina che incontreranno papa Benedetto XVI il prossimo 21 novembre nella Cappella Sistina. Un appuntamento fortemente voluto dal presidente del Pontificio consiglio della cultura, mons. Gianfranco Ravasi - che ha presentato oggi in Vaticano l'iniziativa - per riallacciare il dialogo tra la Chiesa cattolica e le personalita' piu' significative della musica, del cinema, della letteratura, della poesia, dell'architettura, della danza e della pittura e di ogni altra arte contemporanea. Tra i nomi che hanno raccolto l'invito del Vaticano ci sono anche Enrico Rava, Ennio Morricone, Pupi Avati, Laura Morante, Lino Banfi, Sergio Castellitto, Claudia Kohl, Valeria Golino, Liliana Cavani, Vincenzo Cerami, Monica Guerritore, Luca Ronconi, Franco Zeffirelli, Alfredo Chiappori, Arnaldo Pomodoro, Paolo Portoghesi, Alberto Arbasino, Alberto Bevilacqua, Ferdinando Camon, Piero Citati, Claudio Magris, Margaret Mazzantini, Susanna Tamaro e Alessandro Zaccuri...



Mi sono stancato di commentarli. Ad ogni modo è evidente che in Vaticano qualcuno ha gravi problemi di miopia. Ma mi trattengo. Mentre infatti l'arte e l'architettura sacra degenerano piombando nel baratro qui ci si intrattiene fra nani e ballerine... Complimenti! Tutto ciò è altamente cattolico!



Per favore, cari amici, sottoscriviamo l'Appello al Santo Padre, forse saremo meno famosi e luccicanti di questi signori, ma di sicuro non saremo meno cattolici di loro, se non altro perchè la maggiorparte di essa del Cristianesimo non sa neanche l'ABC. Forse Mons. Ravasi dovrebbe insegnarglielo... prima di organizzare questi happenings con tanto di udienza papale in Cappella Sistina e successivo rinfresco a base di Martini.



Sottoscrivete accedendo al sito http://www.appelloalpapa.blogspot.com/