lunedì 25 gennaio 2010

LETTERA DI MARTIN MOSEBACH


Caro Francesco,

è vero, della bellezza non se ne può fare a meno, è irrinunciabile. Però il concetto di bellezza non aiuta oltre. Molto più importante è parlare dell’Ordine. Il concetto di bellezza è centrale teologicamente. Contraddistingue una proprietà di Dio. La creazione, quella indistruttibile, ma anche la nuova creazione è bella; la bellezza è una proprietà della perfezione e come tale questo concetto di bellezza ha sempre giocato un grande ruolo nella liturgia e nell’architettura delle chiese. Tutte le costruzioni che volevano rispecchiare una Gerusalemme celeste volevano erigere questa Gerusalemme celeste anche nella bellezza descritta dall’Apocalisse. Il concetto della bellezza è quindi da una parte del tutto irrinunciabile.

Dall'altra parte è semplicemente un risultato culturale del nostro tempo, cosicchè non possiamo più dire con esattezza che cosa sia la bellezza. É uno sviluppo dell’arte occidentale l’aver trovato la bellezza in diversissimi luoghi e l’aver scoperto, anche con una certa presunzione, il brutto o il brutto in senso convenzionale come bellezza. Ed ora il concetto di bellezza fondamentalmente non è più di nessun aiuto quale criterio nella decisione di come dovrebbe essere arredata una nuova chiesa. Nessun individuo farebbe un passo avanti, se si fermasse solamente al concetto di “bellezza”. Nessuna comunità saprebbe cosa fare per una immagine di Maria, se si dice che deve essere “bella”. Bella può essere una infinità di cose. Manca invece un carattere vincolante.

Non abbiamo nessun ordine classico di bellezza. Invece di parlare della bellezza è perciò molto più importante parlare di ordine. La bellezza non può essere meta dei nostri sforzi liturgico-artistici, perciò non si può pensare di organizzare le messe in maniera che siano “belle”, bensì esse devono soddisfare l’ordine tradito. Secondo la mia convinzione la bellezza nasce nel momento stesso in cui questo ordine viene riconosciuto nella sua essenza e ci si sottomette a questo ordine.

In Europa occidentale abbiamo dimenticato ciò che appartiene a una chiesa, ciò che una chiesa deve contenere urgentemente. Noi nel frattempo abbiamo abbandonato l’idea del Santuario che ha caratterizzato l’architettura ecclesiastica tramite le costruzioni sacre, quindi una struttura dello spazio diviso in una parte della comunità e nella parte del Santissimo, il tabernacolo del tempio di Gerusalemme in cui anche i preti dovevano entrare almeno una volta all’anno. Abbiamo dimenticato che una chiesa deve essere divisa in tal senso, che uno spazio sacro deve essere strutturato in modo tale da essere delimitato da una transenna (balaustra), un altare raggiungibile tramite gradini, corridoi processionali nella chiesa, uno spazio per la cappella battesimale.
Poi viene la questione della luce. Secondo le vecchie prescrizioni del diritto canonico era proibito far brillare in chiesa nient’altro che la luce delle candele. Luci al neon, o raggi puntiformi o altro sarebbero stati completamente impensabili secondo il vecchio diritto canonico. Allora naturalmente non c’erano nemmeno, però nel secolo ventesimo c’erano già le lampade a petrolio o la luce a gas. Era consentita però soltanto la fiamma viva delle candele, perchè incarna il Cristo vivente, la Verità vivente che arde per gli uomini. Così per la costruzione delle chiese ci sono molte necessità derivanti dalla liturgia, che sono molto più importanti che rincorrere un’ideale di bellezza. Così per esempio la prescrizione in base alla quale un altare deve essere di pietra e non di cemento o di legno. Ciò ha naturalmente anche conseguenze estetiche. Però ha anche un carattere liturgico, dal momento che questo altare di pietra rappresenta il Golgota e non un tavolo da ultima cena. Ciò diventa inequivocabile se l’altare è di pietra. Un altare di pietra sembra anche altro da un tavolo di legno mobile. Se si perseguono tutte le regole tramandate e – ce ne sono molte- allora nasce pian piano da sè la percezione di uno spazio sacro. Così è anche una mia impressione che in questa grande crisi dell’arte ecclesiastica dobbiamo ricordarci prima di tutto dell’ordine che la tradizione ha prescritto per lo spazio chiesastico.

Martin Mosebach

pubblicato su Vatican Magazin di Gennaio 2010 - di seguito il testo originale:

Lieber Francesco,

es stimmt, die Schönheit ist unverzichtbar. Aber der Begriff Schönheit hilft nicht weiter! Viel wichtiger ist es, von der Ordnung zu sprechen Der Begriff der Schönheit ist theologisch zentral – er bezeichnet eine Eigenschaft Gottes. Die Schöpfung, die unzerstörte, aber auch die neue Schöpfung ist schön, die Schönheit ist eine Eigenschaft der Vollkommenheit und als solche hat dieser Begriff der Schönheit immer eine ganz große Rolle in der Liturgie und in der Kirchenbaukunst gespielt. Alle Bauwerke, die ein himmlisches Jerusalem spiegeln wollten, wollten dieses himmlische Jerusalem auch in der von der Apokalypse geschilderten Schönheit errichten. Der Begriff der Schönheit ist also auf der einen Seite vollkommen unverzichtbar. Auf der anderen Seite ist es einfach ein kulturelles Ergebnis unserer Zeit, dass wir nicht mehr genau sagen können, was Schönheit ist. Es ist eine Entwicklung der westlichen Kunst, die Schönheit an sehr unterschiedlichen Orten gefunden zu haben und auch vermeintlich Hässliches oder im konventionellen Sinne Hässliches als Schönheit entdeckt zu haben. Und jetzt ist der Begriff Schönheit überhaupt keine Hilfe mehr, um ganz konkret bei der Entscheidung zu helfen, wie eine neue Kirche ausgestattet werden müsste. Kein Mensch käme auch nur einen Schritt weiter, wenn er sich dann nur an den Begriff „Schönheit“ hielte. Keine Gemeinde wüsste, was man für ein Marienbild anschaffen soll, wenn man sagt, es muss „schön“ sein. Schön kann unendlich vieles sein. Es fehlt die Verbindlichkeit. Wir haben keine klassische Schönheitsordnung mehr. Statt von der Schönheit zu sprechen, ist es deswegen viel wichtiger, von der Ordnung zu sprechen. Die Schönheit kann kein Ziel unserer liturgischen-künstlerischen Anstrengungen sein, es kann nicht darum gehen, die Gottesdienste „schön“ zu gestalten, sondern sie müssen der tradierten Ordnung genügen. Meiner Überzeugung nach entsteht die Schönheit in dem Augenblick von selbst, in dem diese Ordnung in ihrem Wesen erkannt wird und man sich dieser Ordnung unterwirft.
Wir haben in Westeuropa vergessen, was zu einer Kirche gehört, was eine Kirche dringend enthalten muss. Wir haben inzwischen die Idee des Sanktuariums aufgegeben, die von den ersten Sakralbauten an die Kirchenarchitektur bestimmt hat,
also eine Gliederung des Raums in einen Gemeindeteil und den Teil des Allerheiligsten, der das Allerheiligste, den Tabernakel im Tempel von Jerusalem widerspiegelt, der auch von den Priestern nur ein Mal im Jahr betreten wurde. Wir haben vergessen, dass eine Kirche geteilt sein muss, dass ein heiliger Raum geschaffen warden muss, der durch eine Schranke getrennt ist, ein Altar, der über Stufen erreicht wird, Prozessionswege in der Kirche, der Ort der Taufkapelle.
Dann die Frage des Lichtes. Nach den alten kirchenrechtlichen Vorschriften ist es verboten gewesen, ein anderes als ein Kerzenlicht in der Kirche brennen zu lassen.
Neonlicht oder Punktstrahler oder so etwas wären nach altem Kirchenrecht völlig Undenkbar gewesen. Die gab es damals natürlich auch nicht, aber im neunzehnten Jahrhunderts immerhin schon Petroleum oder Gaslicht. Erlaubt war aber nur die Lebende Kerzenflamme, weil sie den lebenden Christus, die lebendige Wahrheit verkörpert, die sich für den Menschen verzehrt.
So gibt es ganz viele aus der Liturgie folgende Notwendigkeiten für den Kirchenbau, die viel wichtiger sind, als einem Ideal der Schönheit nachzueilen. So zum Beispiel dass ein Altar aus Stein sein soll und nicht aus Beton und nicht aus Holz. Das hat natürlich auch ästhetische Folgen. Aber erst einmal hat es einen theologischen Charakter, dass dieser steinerne Altar den Berg Golgotha repräsentiert und nicht den Abendmahlstisch. Das wird unmissverständlich, wenn der Altar aus Stein ist. Ein steinerner Altar sieht aber auch anders aus als ein mobiler Holztisch. Wenn man alle überlieferten Regeln befolgt – und es sind viele! -, dann entsteht gleichsam von selbst der Eindruck eines heiligen Raums.
So ist es also mein Eindruck, dass wir uns in dieser großen Krise der kirchlichen Kunst zuallererst an die Ordnung erinnern müssen, die die Tradition für den kirchlichen Raum vorgegeben hat.

9 commenti:

Anonimo ha detto...

finalmente un articolo chiaro e condivisibile da tutti.
grazie monsignore.
giovanni

Francesco Colafemmina ha detto...

Quale monsignore?

Caterina63 ha detto...

Nessun individuo farebbe un passo avanti, se si fermasse solamente al concetto di “bellezza”. Nessuna comunità saprebbe cosa fare per una immagine di Maria, se si dice che deve essere “bella”. Bella può essere una infinità di cose. Manca invece un carattere vincolante.


Non abbiamo nessun ordine classico di bellezza. Invece di parlare della bellezza è perciò molto più importante parlare di ordine. La bellezza non può essere meta dei nostri sforzi liturgico-artistici, perciò non si può pensare di organizzare le messe in maniera che siano “belle”, bensì esse devono soddisfare l’ordine tradito. Secondo la mia convinzione la bellezza nasce nel momento stesso in cui questo ordine viene riconosciuto nella sua essenza e ci si sottomette a questo ordine.

*********************************

Un punto centrale e fondamentale, direi, per comprendere anche quando dicevo che, secondo me, l'arte nelle nuove Chiese andrà anche sempre peggiorando perchè questo concetto di "bellezza" è semplicemente l'espressione di una "nuova fede" scaturita dopo la ROTTURA con la Tradizione...

l'ordine è la Tradizione attraverso la quale la Fede ha saputo esprime il concetto di bellezza nell'arte di ogni tempo MA DENTRO DEI CANONI IN ARMONIA CON LE VERITA' DI FEDE, oggi non c'è più questa armonia, l'ermeneutica della rottura non poteva non toccare anche l'arte...

Infatti, se il concetto di bellezza, oggi, è inteso esclusivamente a rimandare ad "una" fede in "qualcosa e forse a Qualcuno" è ovvio che essa rispecchierà NON l'ordine, ma una creatività soggettiva, individualista attraverso la quale l'arte stessa diventa soggettiva...NON PIU' DIO, MA "IO"

Molto interessante l'articolo, grazie! ^__^

Anonimo ha detto...

Domenica 24/01/10 il Cardinale Angelo Bagnasco, Presidente della CEI, ha presieduto la Celebrazione Eucaristica nel Teatro delle Vittorie in Roma. la Messa, trasmessa in diretta su RaiUno e su TV 2000, celebrava la ricorrenza di San Francesco di Sales, patrono dei giornalisti e delle comunicazioni sociali.
Le immagini (che in parte si possono vedere qui : http://www.rai.it/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-2df22164-ce61-4b52-b5e1-4df9557767af.html ) erano decisamente 'stranianti' e surreali, una via di mezzo tra il Festival di Sanremo ed una messa in scena per un horror gotico, decisamente sinistre ed inquietanti. Il 'rosone' sullo sfondo poi, a 6 vertici racchiudeva altrettante stelle a 5 punte rosse. Simbolo tutt'altro che frequente ell'iconografia Cristiana. Tra due di queste celebrava Bagnasco, il tutto davanti ai consueti raccomandati, nani, ballerine e pederasti. Mi chiedo, perchè tanta subordinazione, tanto abominio? Invece di questa pagliacciata blasfema, non sarebbe stato meglio se nani e ballerine si fossero recati loro, in terreno consacrato?

p.s. per i masochisti: sul sito di RaiVaticano è stata pubblicata oggi la preghiera del giornalista "Donna della bella notizia", scritta dal cardinale Angelo Comastri.

Anonimo ha detto...

Francesco Colafemmina ha detto...
Quale monsignore?
OPS mi scusi tanto credevo che lei lo fosse...

giovanni

Francesco Colafemmina ha detto...

Giovanni ma hai mai pensato ad un ricovero in clinica psichiatrica?

Francesco Colafemmina ha detto...

P.s. ricovero d'urgenza...

Anonimo ha detto...

COMPLIMENTI E GRAZIE PER IL CONSIGLIO DA VERO FRATELLO IN CRISTO

Francesco Colafemmina ha detto...

Fratello mio e se tu sfotti io non posso sfotterti?