sabato 30 gennaio 2010

I GUARDIANI DEL CONCYLIUM - Parte II

Il Consigliere Reale Blancus, Abbot dell'ordine Bosius


di Francesco Colafemmina

Fu Lord Martinius, anziano membro del Collegio di Cardins, a riunire nel Palazzo d'Inverno la fronda ostile ai Latinis. Antico Signore di Mediolas, Lord Martinius conservava un enorme potere sulla massa indisciplinata degli Episcoprotest e nonostante la sua veneranda età grande fascino emanava la sua augusta persona in grado di sedurre ancora innumerevoli membri della classe Laicatus.

Lord Martinius legato dal vincolo di sangue del Collegio di Cardins al Latinus Josephus, aveva partecipato, a suo dire, all'elezione dell'attuale Re di Vatiks. Ma il suo aiuto non mutò il destino della diga del Concylium. Era destinata a cadere dopo aver ridotto la Terra di Homines ad una vasta distesa di latifondi nelle mani dei potenti Freemasons.
Re Josephus, giusto, nobile e saggio, aveva lasciato intendere a Lord Martinius che il Regno di Vatiks non era il luogo adatto a mercimoni e promesse dettate dall'interesse. Bisognava guardare ai veri desideri delle varie classi umane, ma soprattutto bisognava adoperarsi affinché la valle del Concylium non rimanesse una enclave burocratica, circondata dalle steppe. No, la situazione sarebbe mutata ben presto.

Così durante il primo rigido inverno del regno di Re Josephus, Lord Martinius divenne il Signore Occulto degli Episcoprotest: il Lord Nero. Li riunì a consiglio nel Palazzo d'Inverno, mentre una fitta neve copriva la desolata terra di Padus, a nord di Concylia. Qui, nelle ampie sale del palazzo maestoso e tetro, il Lord aveva richiamato le più agili menti dei giganti Episcoprotest: il Gran Ciambellano Bettatius, il Lord Protonotaro Tuccius, il Lord Culinario Dionisius e l'artista di corte Ravasius. Non mancavano Episcoprotest di alto rango giunti da ogni parte della Terra di Homines: Fortius, Palius, Sannus e molti altri.

Il tempo sembrava appropriato. Da pochi giorni Re Josephus aveva firmato il regio decreto di distruzione della Diga. Molti Kattokomus avevano protestato nel Regno, ma la clemenza di Josephus si era dimostrata più gloriosa della sua eroica fama. Forse era proprio questa retta saggezza ad apparire indizio di debole volontà o lenta indecisione.

Il Lord Maritinius prese la parola dal suo faldistorio scarlatto, dopo aver fissato per qualche secondo negli occhi gli astanti. Il suo sguardo inquisitore riusciva a penetrare i segreti più riposti: nulla era possibile celare allo spirito del gran Signore Occulto.

"Siete qui riuniti per una ragione a voi tutti già nota. Il cono di luce cristallina che dalla diga si rifletteva su tutta Concylia oggi è nascosto dall'ombra funesta delle antiche memorie. Lo Spirito dell'Ekklesius è stato richiamato dai reconditi ghiacciai di Betleem. Lì nacque un giorno un gigante di stirpe Ebreus. Questo gigante nella sua filantropia percosse con l'ascia Crux le sacre rocce del monte Salus. E fu così che sgorgò la fonte da cui l'Ekklesius prese forma. Quel gigante era Jesus. Amici, sappiamo tutti che Jesus fu gigante di stirpe Ebreus! Non era affatto come gli altri Latinis blaterano da secoli un essere di classe Celestis, addirittura l'unico Deus. No. E tutto il nostro potere sta nell'impossessarci dell'acqua che dal monte Salus giunge fino a noi attraverso l'ampio Ekklesius. Un giorno ci riuscimmo, alcuni di voi lo ricordano ancora. Un giorno erigemmo una grande diga e fummo noi a decidere chi e come dovesse bere l'acqua del Salus. Fummo noi a mutare con lenta pazienza e sublime forza l'antica superstizione del Deus Jesus nella nuova verità del Jesus Ebreus. Un giorno riuscimmo a fermare il corso orizzontale dell'Ekklesius, a mutarlo nella dimensione circolare, comunitaria, della nostra valle. Qui costruimmo una nuova vita, liberammo le classi della Terra di Homines dai gretti confini, dalle divisioni: le riunimmo in un'unica fratellanza grazie all'aiuto dei Freemasons. La nostra opera non fu compiuta! La nostra opera restò monca, fu malfermo tentativo, mai compiuto cambiamento. Non riuscimmo a penetrare nei cuori del Laicatus, se non grazie alla nuova Ortodossia del Concylium, imposta con la forza, insegnata con convinzione dai fedeli Katekiprotest e dai ferventi Presbivatsecons da noi ordinati con zelo audace. Non riuscimmo a distruggere le vili sacche di ribelli, isolate nelle regioni più periferiche dell'Ekklesius, vicine ai monti di Betleem. Un Latinus, sì amici, un Latinus vuole ora distruggere la nostra augusta creazione. Vuol farlo con circospetta prudenza, ma senza esitazione: la nostra diga sta per essere distrutta e proprio oggi nubi nere si addensano all'orizzonte. E' giunto il momento di fermare la mano di questi impostori, dei codardi Ekklesiofori infiltrati fin nelle più alte stanze della Reggia di Vatiks. E per farlo c'è bisogno del vostro fedele e amorevole aiuto".

Il Lord tacque, distendendo un po' i muscoli tesi del suo volto. Nella stanza fiocamente illuminata si fece silenzio per qualche minuto, mentre un leggero brusio si levava pian piano. Da una tenda damascata alle spalle di Lord Martinius apparve all'improvviso il Consigliere Reale Blancus. Era un homo di classe Laicatus - tutti lo sapevano -, ma nella Terra di Homines era considerato Abbot dell'ordine Bosius. Con la sua voce stridula iniziò ad agitare la barba grigiastra che gli coronava il volto paffuto:

"Amici, abbiamo ascoltato le sagge parole del Lord. Ora sta a voi trovare il modo e il tempo di agire..."

Il Lord sollevò una mano per fermarlo. Il Blancus, imbarazzato, si fermò.

"Consigliere Abbot, il modo e il tempo li decideremo insieme."

Fattosi coraggio il Blancus riprese:

"Certo, Pastor Bonus, sarà opera collegiale, proprio come lo fu quella costruzione voluta dallo Spirito, quella grande diga nel cui cono di luce entrò la nostra salvezza...".

Lo sguardo del Blancus si perdeva in un'onirica fantasia. Quel suo corpo tozzo e grassoccio creava un decisivo contrasto con la voce stridula, femminea.

"Si è pensato a tal proposito di dar vita ad una Lega dei Guardiani. La Lega sarà organizzata in quattro ordini. Al primo ordine apparterremo noi, Episcoprotest, Abbots, e Latinis al servizio del Lord. Al secondo i Presbivatsecons. Al terzo i Katekiprotest e al quarto i Kattokomus. So già che molti di voi si preoccupano perché i nostri numeri non sono particolarmente cospicui. Ma la grazia dei Celestis è sopra di noi. I Kattokomus hanno subito negli ultimi anni l'offensiva dei giovani Ekklesiofori e di moltissimi adulescentes di classe Laicatus. I Katekiprotest hanno invece resistito. Il loro numero non è diminuito, ma forse la loro forza è scemata..."

Il Lord lo fermò di nuovo:

"A tal riguardo - aggiunse Lord Matinius - voglio annunciavi che tutti i membri della classe Theologus sono dalla nostra parte."

Un lungo applauso si levò nella buia sala, confondendosi con l'eco di una tosse isterica che nel frattempo si era impossessata dell'Abbot Blancus.

Intanto nell'oscura Landa di Boaz Lord Silvestrius incontrava un manipolo di opulenti Freemasons...

Fine seconda parte

venerdì 29 gennaio 2010

I GUARDIANI DEL CONCYLIUM - Parte I

L'Episcoprotest Bettatius - Gran Ciambellano dei Guardiani

di Francesco Colafemmina

La valle del Concylium si estende verso nord seguendo il corso dell'Ekklesius, un fiume lungo e profondo che abbraccia l'intera Terra di Homines. Questa valle fu teatro di epiche battaglie ed infinite contese nei secoli passati fino a quando in essa l'Ekklesius venne fermato da una immensa diga costruita dal popolo dei Katekiprotest, piccoli operai di infima casta, uniti ai Presbivatsecons, burocrazia reale, al servizio degli Episcoprotest, la razza eletta di giganti dalla cui mente nacque la diga del Concylium.

Vana fu la lotta della florida nobiltà della Terra di Homines, i Latinis, guidati dal vecchio saggio Sirius e dal vicerè Ottavius. Infiltrati fra gli Episcoprotest, i Freemasons riuscirono a seminare il germe della sedizione: gli anziani saggi Latinis del Collegio di Cardins non poterono frenare la rivolta.

I Katekiprotest assieme ai perfidi Kattokomus cominciarono ad edificare la diga del Concylium, regnante il Monarca Johannes, Re di Vatiks. Morto costui, fu Paulus, il suo successore, ad autorizzare il trasferimento di tutti gli abitanti della Terra di Homines nella fertile valle del Concylium.
Tutto fu devastato: antiche città della razza Homines furono date alle fiamme, vecchie biblioteche incendiate, i ricchi villaggi sorti nel corso dei secoli sulle sponde dell'Ekklesius furono abbandonati e saccheggiati, mentre i perfidi Kattocomus, uniti alle maestranze degli Episcoprotest si impadronivano del potere.
I Latinis furono ridotti al silenzio. I loro seguaci, gli Ekklesiofori, furono allontanati dalla valle del Concylium e costretti a portare lunghe vesti nere e ad abitare preferibilmente in Swissias o Frankias, valli dell'alto Ekklesius in aperta ostilità con il Regno del Vatiks. Altri seguaci dei Latinis, semplici membri della classe operaia Laicatus, furono sottoposti a lavaggio del cervello da parte degli Episcoprotest.
Pochi fra loro riuscirono a salvarsi dalle magiche doti incantatrici dei vecchi giganti e dei tremendi burocrati Presbivatsecons. Quei pochi non si nascondevano solo nella casta Laicatus, ma ve n'erano persino nel Collegio di Cardins.

Fu uno di essi, il venerabile Josephus, ad essere eletto un giorno Sovrano del Regno di Vatiks. Josephus, poche lune dopo la sua ascesa al Trono, annunciò al popolo della Terra di Homines che era giunto il tempo di demolire la diga di Concylium. Che il fiume Ekklesius doveva continuare a scorrere lungo il suo corso naturale. Che gli Homines potevano tornare ad abitare villaggi abbandonati al di là della valle e avrebbero dovuto impegnarsi a ricostruirli come i luoghi di antico splendore. Che la diga era stata utile sino ad allora, ma non poteva diventare l'unico approvvigionamento d'acqua per l'intera Terra di Homines. Concylia, la capitale della Terra, sarebbe rimasta il centro più importante dell'intera Nazione, ma non l'unico luogo abitato. Persino il bando imposto agli Ekklesiofori fu revocato ed essi poterono tornare in comunione con il Regno.

Lo stesso Re Josephus si diede da fare per restaurare alcuni dei villaggi ancestrali dell'alto Ekklesius: Sistinus, Paolinus, Cathedrus...

L'ira degli Episcoprotest covava però sotto la cenere! Nacque così, nelle stanze del palazzo d'inverno, ai piedi del colle Ambrosius, la Lega dei Guardiani del Concylium. Di lì gli Episcoprotest avrebbero organizzato la propria vendetta. Dalle segrete stanze del palazzo di Mediolas i Guardiani del Concylium avrebbero ricostruito nel silenzio una nuova diga e un giorno, deviando il corso dell'Ekklesius, tutti i piccoli villaggi appena risorti sarebbero ripiombati nella più tremenda siccità. Solo Concylia avrebbe avuto l'acqua e la Terra degli Homines sarebbe tornata in loro potere.

Fine prima parte

giovedì 28 gennaio 2010

SAN TOMMASO E LA BELLEZZA


In occasione della memoria del Doctor Angelicus San Tommaso d'Aquino vorrei consigliare ai lettori il saggio del Prof. Rodolfo Papa dal titolo "Bellezza ed arte alla luce di San Tommaso". Il saggio lo trovate a questo link. Buona lettura!

FRATI MINIMI, AVIDITA' MASSIMA?


di Francesco Colafemmina


Dovrebbe preoccupare tutti la drammatica situazione dell'Istituto Superiore Centrale per il Restauro, autentico orgoglio di questa Nazione, la cui meritoria fondazione nel 1939, grazie al comune impegno di Giuseppe Bottai e di Giulio Carlo Argan, ha consentito di salvare innumerevoli opere d'arte e di ridare lustro a patrimoni artistici e culturali minacciati dal tempo.

Oggi l'ISCR rischia di interrompere bruscamente la sua attività per colpa di un contenzioso con i Frati Minimi di San Francesco di Paola. Sono loro infatti i proprietari di una parte essenziale del complesso nel quale ha sede l'Istituto. E sono loro ad aver avviato nel 2001 un contenzioso con il Ministero per i Beni Culturali relativamente ai canoni di locazione dell'immobile sede dell'ISCR.

Dopo una estenuante mediazione governativa, con l'offerta di ben € 250.000/anno per 3 anni in attesa di una nuova sistemazione dell'ISCR, gli irresponsabili fraticelli hanno detto no! Ed hanno fatto partire l'ingiunzione di sfratto esecutivo nei confronti dell'ISCR.
Questa irresponsabilità è motivata - a quanto pare - dall'avidità e dall'attivismo economico dei frati i quali nonostante si dicano "poveri" intendono in realtà installare un hotel in quell'immobile fino ad oggi e per 70 anni usato quale sede di una delle più valide istituzioni italiane per il recupero e la salvaguardia del patrimonio artistico.

Si fermeranno così i lavori sui Bronzi di Riace, sulle tele del Caravaggio, sulle opere salvate dal terremoto dell'Aquila. Inoltre non si saprà dove andare a riporre le migliaia di fotografie, i documenti d'archivio sull'attività dell'Istituto durante il periodo bellico e postbellico etc. etc.

Insomma: la situazione è disastrosa! I dipendenti dell'ISCR hanno scritto così un appello al Presidente Napolitano, affinchè intervenga per scongiurare il peggio.
L'appello però andrebbe rivolto al Signore, perchè converta i cuori avidi dei fraticelli, i quali avrebbero potuto soprassedere per 3 anni beccandosi la bellezza di € 250.000 l'anno, invece di ricorrere alla forza pubblica! E' inutile negarlo: c'è una parte della Chiesa che odia le opere d'arte, odia l'arte cattolica, e non riesce nemmeno a capire il valore del grande lavoro che anche per la Chiesa cattolica l'Istituto Superiore Centrale per il Restauro compie!

Ma c'è da dire che i Frati Minimi sembrerebbero essere ipocriti come pochi. Nella loro regola si legge infatti:

"24 . Inoltre, militando i suddetti Chierici e Laici nella povertà evangelica, non dovranno toccare affatto, denaro nè portarlo scientemente con sè. Che se venissero loro sottratte in tutto o in parte le elemosine temporanee, annuali o perpetue comunque lasciate a quest'Ordine, non le rivendicheranno per via giudiziaria nè per altra via. Infine, su deliberazione del Correttore e del Capitolo. locale e secondo la possibilità di ciascun convento, si provvederà con carità sia alle riparazioni della chiesa che al dovuto sostentamento dei religiosi."

Dunque è evidente che la regola approvata nel 1506 da papa Giulio II esprime chiaramente un modello da seguire e addirittura sottolinea che i frati non possono neppure ricorrere per via giudiziaria alla rivendicazione del proprio patrimonio.

Nel caso dell'ISCR invece non solo hanno rifiutato un lauto canone di locazione annuale offerto dal Ministero per i Beni Culturali, ma a quanto pare - stando ad un articolo del Corriere del 27 Gennaio, ad un altro del Velino e ad uno del Manifesto - nei loro progetti ci sarebbe la trasformazione dei locali in Hotel. Bravi, bravi i fraticelli di San Francesco da Paola: saranno anche "Minimi", ma la loro avidità sembrerebbe "massima"!

martedì 26 gennaio 2010

IL PRINCIPE MASSONE VAL BENE UNA MESSA...

di Francesco Colafemmina

Voglio dare per scontata la buona fede di S.E. Mons. Lucio Renna, Vescovo della Diocesi di San Severo. La voglio dare per scontata perchè si tratta pur sempre di un Vescovo di Santa Romana Chiesa. Eppure qualcosa mi rumina nella testa e nel cuore... una vocina mi suggerisce che il fatto è macroscopico.

Mi riferisco alle celebrazioni del cosiddetto "Anno Raimondiano", celebrazioni in onore di Raimondo De Sangro, principe di San Severo e Duca di Torremaggiore. Un noto massone ed esoterista del XVIII secolo, mica un Santo o un Beato!

Fatto sta che il calendario delle celebrazioni prevede il prossimo 30 gennaio a Torremaggiore (Foggia), alle ore 17,00 presso la Chiesa Matrice di San Nicola una Celebrazione della Liturgia Eucaristica presieduta da S. E. Mons. Lucio Renna, Vescovo della Diocesi di San Severo. E' una messa in suffragio dell'anima errante di quell'esoterista frammassone? E' una specie di benedizione iniziale della manifestazione? Ma come si può benedire o suffragare il ricordo della vita di un uomo che racchiude il patrimonio iniziatico, esoterico, libertino, tipico della Libera Muratoria? Sì, per carità, uno scenziato ante litteram, sebbene vada considerato una sorta di alchimista, visto che scenziati sono i vari Galileo e Newton, mentre il buon Di Sangro era tuttalpiù un dilettante... Lasciamo perdere però il giudizio storico sul personaggio.

Ora, mi domando, sarà un caso se a San Severo - stando al sito del GOI - vi sono almeno 2 logge massoniche, delle quali una è intitolata proprio al Principe Raimondo De Sangro?

Che Sua Eccellenza sia stato ingannato è possibile - dato che non mi consta che Chiesa e Massoneria siano ancora scese a patti -, altre possibilità legate al suo coinvolgimento in questa manifestazione non possono che essere frutto di mie allucinate fantasie...
Fantasie acuite dalla lettura dell'intero programma della manifestazione e della biografia del Principe messa a disposizione sul sito del Comune di Torremaggiore. La nota biografica afferma chiaramente, infatti:

"Uomo dalla personalità inquietante ed al tempo stesso affascinante, è definito il Principe dei misteri, un surrealista in anticipo." E ancora: "La sua nomina a Gran Maestro Venerabile della Massoneria del Regno di Napoli (dopo che lui stesso l’ha fondata) e la pubblicazione della famosa Lettera Apologetica concorreranno a far scagliare contro di lui nel 1750 una sorta di anatema sociale."

Non resta allora che una semplice domanda da porre a S.E. Mons. Renna: ma da quando in qua si celebrano i Massoni, gli esoteristi, i satanisti ed i maghi con delle Sante Messe? Da quando in qua un convegno paramassonico viene inaugurato da una Santa Messa presieduta da un Vescovo?
Ma se queste domande vi lasciano già allibiti, che ne dite di commentare la cerimonia di chiusura dell'anno raimondiano? Leggo direttamente dal programma: "Cerimonia di chiusura dell'Anno Raimondiano con la presenza di S.E. Card. Crescenzio Sepe, Cardinale di Napoli".

Non basta un Vescovo, i Massoni vogliono anche un Cardinale... San Michele difendici tu!

lunedì 25 gennaio 2010

COME TI DISTRUGGO IL DUOMO... DHO!


di Francesco Colafemmina

A volte non si può che restare di stucco dinanzi all'orrore... E anche se ha ragione Mosebach - la bellezza è oggi nel nostro mondo sempre più relativizzata-, tuttavia rifacendosi ai fondamentali tomistici e alla teoria estetica dionisiana non si può non riconoscere un riferimento costante, una comune fonte estetica al di là di tutti i relativismi.
Purtroppo invece la bellezza si è trasformata in deforme spregio per il bello, in sordida regalità del kitsch, in mostruoso trionfo del pacchiano.



Qui, Sua Eccellenza Mons. Sebastiano Dho (sì, proprio come la nota esclamazione di stupore di Homer Simpson) si è fatto promotore di un restauro-adeguamento che piuttosto vale la pena definire scempio-sconceria. Visto però che a nulla serve levare toni savonaroliani e indignati, nè tantomeno evocare l'Apocalissi sempre più vicina, mi permetterò soltanto di citare la famosa esclamazione che racchiude il nitore teoretico e metafisico di Homer Simpson, rivisitata per l'occasione da "d'oh!" in "dho!". Tanto più che gli artefici paludati di cotanto pacchianume artistico si ricoprono di una tale altezza sublime nella speculazione teologico spiritualistica da restare noi poveri mortali annebbiati, mentre tentiamo di elevarci alle loro incomparabili vette.

Partiamo così dai fatti. Nel novembre 2008 si concludeva un'operazione di adeguamento liturgico un po' banalotta ma estremamente interessante solo per la sua potenza dissacratoria. Non un adeguamento di una chiesa parrocchiale qualunque, bensì del nobilissimo e solenne duomo di Alba. In cosa è consistito l'adeguamento? In un'opera di puro genio, roba che neanche Archimede Pitagorico si sognerebbe di fare nei fumetti di Topolino!
Infatti qui ad Alba si è riusciti a realizzare l'impossibile: trasformare una chiesa a croce latina in una chiesa a pianta circolare! Solo la genialità di un fervido architetto unita a quella di liturgisti e commissioni diocesane particolarmente competenti, poteva dar luogo ad un prodigio che oseremmo definire la "cerchiatura del rettangolo".
Il nuovo altare ha preso così posto ancor prima del transetto, l'ambone e la sede episcopale sono tra il secondo e il terzo pilastro della navata, l'uno da un lato e l'altro dall'altro lato. Infine nel novembre 2009 è stata piazzata una ragnatela fosforescente di forma quadrata sospesa a mezz'aria sul nuovo altare e coraggiosamente ribbattezzata da Mons. Dho "ciborio luminoso" (dho!).

Così facendo le genialità qui eminentemente riunite per creare un tempio della dissacrazione architettonica ed artistica forse non si sono rese conto che il prete sull'altare finisce per celebrare per più di metà dei fedeli-spettatori ad populum, per un quarto di essi a latere, per un altro quarto ad Orientem. Ma queste sono solo minuzie...

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Veniamo invece alla sostanza. Ci spieghino gli eminenti architetti e i rispettabili Monsignori dov'è scritto nei testi del Concilio che le chiese a croce latina devono essere trasformate in spazi circolari?
Dov'è scritto che l'altare deve essere al centro geometrico delle chiese antiche e moderne?
Dov'è scritto che i presbiteri delle chiese antiche devono essere rasi al suolo, modificati o addirittura ignorati e lasciati come una scenografia sullo sfondo?
Dov'è scritto che le chiese antiche devono essere utilizzate quale campo di sperimentazione artistica e architettonica da astrattisti e destrutturalisti?
Dov'è scritto che i tabernacoli devono essere abbandonati, messi nel retrobottega o spostati rispetto alla centralità che la Presenza Reale merita in ogni chiesa del mondo?
Visto che anche menti geniali come quelle che hanno deturpato il Duomo di Alba non riusciranno a trovare un solo riferimento conciliare alle radici ideologiche e preconcette dei loro abusivi adeguamenti, mi permetto soltanto di richiamare l'attenzione delle autorità ecclesiastiche e civili competenti affinchè venga pienamente cancellata la vacua vulgata conciliare. Il Concilio non ha mai detto che le chiese debbano essere tonde, o che vadano trasformate in chiese tonde! Non ha mai predicato l'assolutismo della socialistizzazione liturgica unita alla sua spettacolarizzazione. Nè ha mai detto che l'altare deve essere al centro della chiesa, non ha mai infranto la differenza fra spazio sacro e spazio profano!
I veri profanatori chi sono allora? Non sono forse questi autentici distruttori del bello e dell'ordine?


"“La chiesa-edificio rispetto alla Chiesa di persone è l’abito che la protegge, la significa nella sue funzioni, la illumina nella sua simbolicità e la orna della sua bellezza”; così si esprime un illustre esperto in liturgia, a riguardo di quello che definisce “l’abito della sposa”; è ovvio e deve restare fermo naturalmente che è la sposa che conta infinitamente più dell’abito.
Noi oggi stiamo stiamo celebrando questa liturgia solenne in questo contesto e con questo spirito, profondamente convinti di vivere un momento bello ed anche soddisfacente, quello di essere riusciti, nonostante le non poche difficoltà di percorso, a questa realizzazione di un restauro necessario da tempo e soprattutto all’adeguamento liturgico del presbiterio, secondo le sapienti direttive della mai sufficientemente lodata riforma del Concilio Vaticano II°."

Ma, Eccellenza, ci aiuti a comprendere dove diamine sta scritto che le elucubrazioni di Crispino Valenziano debbano avere più valore delle affermazioni di Sua Santità Benedetto XVI contenute ad esempio nell'Introduzione allo spirito della liturgia o nell'Esortazione Apostolica Sacramentum Caritatis?
La chiesa non è un contenitore di simboli, come vuole il paragnosta Valenziano! No! E' il luogo sacro per eccellenza, il luogo in cui si compie la Divina Liturgia, il luogo nel quale è Presente Nostro Signore Gesù Cristo nel Tabernacolo! E' dunque da questa natura di dimora che discende il suo esser "bella". La chiesa è bella per Cristo, perchè deve ospitare la Sua Presenza Reale!
Ma soprattutto, Eccellenza carissima, dove sta scritto che l'adeguamento liturgico del presbiterio andava realizzato in questo modo, dove sono mai "le sapienti direttive della mai sufficientemente lodata riforma del Concilio Vaticano II"?
Quali sarebbero queste direttive?

Fumo negli occhi! Ecco cosa sono le direttive fantomatiche del Concilio. Nient'altro che fumo negli occhi: "dho!".
E tutto questo fumo negli occhi dei fedeli è alimentato e finanziato dall'8 per mille e dai denari delle donazioni dei fedeli o di qualche fondazione. Denari sprecati per rivestire di bruttezza ciò che è già bello in sè.
Allora non è forse giunto il momento di smettere di finanziare tutti questi scandalosi orrori? Solo così - ne sono certo - qualcuno dalle parti della CEI sarà costretto ad esclamare anch'egli un desolato: "dho!".

LETTERA DI MARTIN MOSEBACH


Caro Francesco,

è vero, della bellezza non se ne può fare a meno, è irrinunciabile. Però il concetto di bellezza non aiuta oltre. Molto più importante è parlare dell’Ordine. Il concetto di bellezza è centrale teologicamente. Contraddistingue una proprietà di Dio. La creazione, quella indistruttibile, ma anche la nuova creazione è bella; la bellezza è una proprietà della perfezione e come tale questo concetto di bellezza ha sempre giocato un grande ruolo nella liturgia e nell’architettura delle chiese. Tutte le costruzioni che volevano rispecchiare una Gerusalemme celeste volevano erigere questa Gerusalemme celeste anche nella bellezza descritta dall’Apocalisse. Il concetto della bellezza è quindi da una parte del tutto irrinunciabile.

Dall'altra parte è semplicemente un risultato culturale del nostro tempo, cosicchè non possiamo più dire con esattezza che cosa sia la bellezza. É uno sviluppo dell’arte occidentale l’aver trovato la bellezza in diversissimi luoghi e l’aver scoperto, anche con una certa presunzione, il brutto o il brutto in senso convenzionale come bellezza. Ed ora il concetto di bellezza fondamentalmente non è più di nessun aiuto quale criterio nella decisione di come dovrebbe essere arredata una nuova chiesa. Nessun individuo farebbe un passo avanti, se si fermasse solamente al concetto di “bellezza”. Nessuna comunità saprebbe cosa fare per una immagine di Maria, se si dice che deve essere “bella”. Bella può essere una infinità di cose. Manca invece un carattere vincolante.

Non abbiamo nessun ordine classico di bellezza. Invece di parlare della bellezza è perciò molto più importante parlare di ordine. La bellezza non può essere meta dei nostri sforzi liturgico-artistici, perciò non si può pensare di organizzare le messe in maniera che siano “belle”, bensì esse devono soddisfare l’ordine tradito. Secondo la mia convinzione la bellezza nasce nel momento stesso in cui questo ordine viene riconosciuto nella sua essenza e ci si sottomette a questo ordine.

In Europa occidentale abbiamo dimenticato ciò che appartiene a una chiesa, ciò che una chiesa deve contenere urgentemente. Noi nel frattempo abbiamo abbandonato l’idea del Santuario che ha caratterizzato l’architettura ecclesiastica tramite le costruzioni sacre, quindi una struttura dello spazio diviso in una parte della comunità e nella parte del Santissimo, il tabernacolo del tempio di Gerusalemme in cui anche i preti dovevano entrare almeno una volta all’anno. Abbiamo dimenticato che una chiesa deve essere divisa in tal senso, che uno spazio sacro deve essere strutturato in modo tale da essere delimitato da una transenna (balaustra), un altare raggiungibile tramite gradini, corridoi processionali nella chiesa, uno spazio per la cappella battesimale.
Poi viene la questione della luce. Secondo le vecchie prescrizioni del diritto canonico era proibito far brillare in chiesa nient’altro che la luce delle candele. Luci al neon, o raggi puntiformi o altro sarebbero stati completamente impensabili secondo il vecchio diritto canonico. Allora naturalmente non c’erano nemmeno, però nel secolo ventesimo c’erano già le lampade a petrolio o la luce a gas. Era consentita però soltanto la fiamma viva delle candele, perchè incarna il Cristo vivente, la Verità vivente che arde per gli uomini. Così per la costruzione delle chiese ci sono molte necessità derivanti dalla liturgia, che sono molto più importanti che rincorrere un’ideale di bellezza. Così per esempio la prescrizione in base alla quale un altare deve essere di pietra e non di cemento o di legno. Ciò ha naturalmente anche conseguenze estetiche. Però ha anche un carattere liturgico, dal momento che questo altare di pietra rappresenta il Golgota e non un tavolo da ultima cena. Ciò diventa inequivocabile se l’altare è di pietra. Un altare di pietra sembra anche altro da un tavolo di legno mobile. Se si perseguono tutte le regole tramandate e – ce ne sono molte- allora nasce pian piano da sè la percezione di uno spazio sacro. Così è anche una mia impressione che in questa grande crisi dell’arte ecclesiastica dobbiamo ricordarci prima di tutto dell’ordine che la tradizione ha prescritto per lo spazio chiesastico.

Martin Mosebach

pubblicato su Vatican Magazin di Gennaio 2010 - di seguito il testo originale:

Lieber Francesco,

es stimmt, die Schönheit ist unverzichtbar. Aber der Begriff Schönheit hilft nicht weiter! Viel wichtiger ist es, von der Ordnung zu sprechen Der Begriff der Schönheit ist theologisch zentral – er bezeichnet eine Eigenschaft Gottes. Die Schöpfung, die unzerstörte, aber auch die neue Schöpfung ist schön, die Schönheit ist eine Eigenschaft der Vollkommenheit und als solche hat dieser Begriff der Schönheit immer eine ganz große Rolle in der Liturgie und in der Kirchenbaukunst gespielt. Alle Bauwerke, die ein himmlisches Jerusalem spiegeln wollten, wollten dieses himmlische Jerusalem auch in der von der Apokalypse geschilderten Schönheit errichten. Der Begriff der Schönheit ist also auf der einen Seite vollkommen unverzichtbar. Auf der anderen Seite ist es einfach ein kulturelles Ergebnis unserer Zeit, dass wir nicht mehr genau sagen können, was Schönheit ist. Es ist eine Entwicklung der westlichen Kunst, die Schönheit an sehr unterschiedlichen Orten gefunden zu haben und auch vermeintlich Hässliches oder im konventionellen Sinne Hässliches als Schönheit entdeckt zu haben. Und jetzt ist der Begriff Schönheit überhaupt keine Hilfe mehr, um ganz konkret bei der Entscheidung zu helfen, wie eine neue Kirche ausgestattet werden müsste. Kein Mensch käme auch nur einen Schritt weiter, wenn er sich dann nur an den Begriff „Schönheit“ hielte. Keine Gemeinde wüsste, was man für ein Marienbild anschaffen soll, wenn man sagt, es muss „schön“ sein. Schön kann unendlich vieles sein. Es fehlt die Verbindlichkeit. Wir haben keine klassische Schönheitsordnung mehr. Statt von der Schönheit zu sprechen, ist es deswegen viel wichtiger, von der Ordnung zu sprechen. Die Schönheit kann kein Ziel unserer liturgischen-künstlerischen Anstrengungen sein, es kann nicht darum gehen, die Gottesdienste „schön“ zu gestalten, sondern sie müssen der tradierten Ordnung genügen. Meiner Überzeugung nach entsteht die Schönheit in dem Augenblick von selbst, in dem diese Ordnung in ihrem Wesen erkannt wird und man sich dieser Ordnung unterwirft.
Wir haben in Westeuropa vergessen, was zu einer Kirche gehört, was eine Kirche dringend enthalten muss. Wir haben inzwischen die Idee des Sanktuariums aufgegeben, die von den ersten Sakralbauten an die Kirchenarchitektur bestimmt hat,
also eine Gliederung des Raums in einen Gemeindeteil und den Teil des Allerheiligsten, der das Allerheiligste, den Tabernakel im Tempel von Jerusalem widerspiegelt, der auch von den Priestern nur ein Mal im Jahr betreten wurde. Wir haben vergessen, dass eine Kirche geteilt sein muss, dass ein heiliger Raum geschaffen warden muss, der durch eine Schranke getrennt ist, ein Altar, der über Stufen erreicht wird, Prozessionswege in der Kirche, der Ort der Taufkapelle.
Dann die Frage des Lichtes. Nach den alten kirchenrechtlichen Vorschriften ist es verboten gewesen, ein anderes als ein Kerzenlicht in der Kirche brennen zu lassen.
Neonlicht oder Punktstrahler oder so etwas wären nach altem Kirchenrecht völlig Undenkbar gewesen. Die gab es damals natürlich auch nicht, aber im neunzehnten Jahrhunderts immerhin schon Petroleum oder Gaslicht. Erlaubt war aber nur die Lebende Kerzenflamme, weil sie den lebenden Christus, die lebendige Wahrheit verkörpert, die sich für den Menschen verzehrt.
So gibt es ganz viele aus der Liturgie folgende Notwendigkeiten für den Kirchenbau, die viel wichtiger sind, als einem Ideal der Schönheit nachzueilen. So zum Beispiel dass ein Altar aus Stein sein soll und nicht aus Beton und nicht aus Holz. Das hat natürlich auch ästhetische Folgen. Aber erst einmal hat es einen theologischen Charakter, dass dieser steinerne Altar den Berg Golgotha repräsentiert und nicht den Abendmahlstisch. Das wird unmissverständlich, wenn der Altar aus Stein ist. Ein steinerner Altar sieht aber auch anders aus als ein mobiler Holztisch. Wenn man alle überlieferten Regeln befolgt – und es sind viele! -, dann entsteht gleichsam von selbst der Eindruck eines heiligen Raums.
So ist es also mein Eindruck, dass wir uns in dieser großen Krise der kirchlichen Kunst zuallererst an die Ordnung erinnern müssen, die die Tradition für den kirchlichen Raum vorgegeben hat.

mercoledì 20 gennaio 2010

FERMIAMO L'ICONOCLASTIA DEGLI ADEGUAMENTI LITURGICI


di Francesco Colafemmina

E' ora di dire basta! Gli episodi di "adeguamento liturgico" di chiese costruite prima del 1969 si rinnovano ogni giorno in tutte le chiese del mondo. Questi episodi in realtà sono autentiche minacce all' "ermeneutica della continutà" e palesi violazioni del Motu Proprio Summorum Pontificum.

Partiamo dalle norme previste nell'Institutio Generalis Missalis Romani del 2002. Qui, al punto 299 si specifica "L’altare sia costruito staccato dalla parete, per potervi facilmente girare intorno e celebrare rivolti verso il popolo: la qual cosa è conveniente realizzare ovunque sia possibile."

A questa prioritaria imposizione si aggiungono le seguenti intimazioni all'art. 303: "Nelle nuove chiese si costruisca un solo altare che significhi alla comunità dei fedeli l’unico Cristo e l’unica Eucaristia della Chiesa. Nelle chiese già costruite, quando il vecchio altare è collocato in modo da rendere difficile la partecipazione del popolo e non può essere rimosso senza danneggiare il valore artistico, si costruisca un altro altare fisso, realizzato con arte e debitamente dedicato. Soltanto sopra questo altare si compiano le sacre celebrazioni. Il vecchio altare non venga ornato con particolare cura per non sottrarre l’attenzione dei fedeli dal nuovo altare."

Queste imposizioni sono recepite automaticamente dalle varie Conferenze Episcopali mondiali ed è loro dovere farlo.

Ricapitoliamo il senso dell'IGMR: nelle chiese antiche l'altare maggiore ad Deum va o rimosso o sostituito da un nuovo altare e comunque dismesso o "sconsacrato" (in tal senso sono chiarissime le norme per l'adeguamento liturgico CEI del 1996 che impongono la rimozione dall'antico altare persino delle reliquie poste sotto di esso!).

Questi due piccoli articoli del messale attuale costituiscono la ragione fondante dell'iconoclastia che impera con furia irrazionale distruggendo e cambiando letteralmente volto a tutti i presbiteri delle chiese costruite prima del 1969.

Nel 2007 è accaduto un fatto totalmente nuovo. Il Motu Proprio Summorum Pontificum ha liberalizzato la Santa Messa Gregoriana, identificata come "forma straordinaria" dell'unico Rito Romano.

Il Messale adottato per la "forma straordinaria" è quello del Beato Giovanni XXIII edito nel 1962. Questo Messale prevede una celebrazione su di un altare rivolto ad Deum, un altare sul quale vi sia il tabernacolo, un altare sul quale sia possibile disporre svariati candelabri, cartegloria, etc.

Che succede dal 2007? Succede che nel mondo rinasce la sensibilità spirituale e liturgica nei riguardi della Forma Straordinaria del Rito Romano. Ma, nello stesso tempo, si continuano a distruggere quegli altari che SOLI rendono possibile la celebrazione secondo quella forma del Rito.

Riflettiamo allora: nel 2007 il Sommo Pontefice emana il Motu Proprio, il cui obiettivo principale è reintegrare la Fraternità San Pio X nel seno della Chiesa. Nello stesso tempo lo stesso Benedetto XVI celebra ad Orientem sia privatamente sia pubblicamente nella Cappella Redemptoris Mater, in Cappella Sistina, nella Cappella Paolina, all'altare della Cattedra di San Pietro. Sempre contemporaneamente in tutte le chiese del mondo - basandosi sulle norme vincolanti di IGMR 299 e 303 - si distruggono gli altari ad Deum, unici a rendere possibile la celebrazione secondo il Rito Antico. Mi domando allora: ma di questo passo anche quando un domani la Fraternità Lefebvriana sarà reintrodotta nel seno della Chiesa resterà in piedi una norma che pian piano finirà per smantellare la possibilità stessa di celebrare secondo il Rito Antico?

Questo scenario non è nè pessimistico nè esasperato. E' un dato di fatto.

Come è un dato di fatto l'assoluto orrore rappresentato dalla costante distruzione e dismissione degli antichi altari delle chiese più belle del mondo! Un errore oltre che un danno sotto il profilo artistico e storico. Un errore anche per la proficua convivenza delle due forme dello stesso Rito Romano. Un autentico tradimento dell'insegnamento pratico e liturgico di Sua Santità Papa Benedetto XVI! Non sarebbe opportuno allora variare quegli articoli, modificare le norme per l'adeguamento liturgico? Non sarebbe opportuno rendere possibile la celebrazione in entrambe le forme o lasciando l'altare ad Deum (visto che tale celebrazione è consentita sia dal VO che dal NO) o ponendo dinanzi all'altare ad Deum un altro piccolo altare ad Populum costruito nello stesso stile di quello ad Deum evitando accuratamente che quello ad Populum diventi l'unico ed esclusivo altare di ogni chiesa? Per far ciò vanno urgentemente modificate le norme CEI che, addirittura, prevedono nel caso di coesistenza dei due altari non solo la desacralizzazione di quello antico (l'altare deve essere dismesso e vanno rimosse le reliquie), ma la posticcia e schizofrenica necessità di costruire un nuovo altare che si distacchi formalmente dallo stile artistico dell'altare antico!

Altrimenti chi fermerà questa incoerente iconoclastia? Chi salverà la tradizione cattolica dalla rovina che la attende?

LA FEDELTA' DEL SIGNORE DURA PER SEMPRE - BENEDETTO XVI IN SINAGOGA


ARTICOLO PUBBLICATO SU PETRUS - http://www.papanews.it/

di Francesco Colafemmina

Benedetto XVI lo aveva detto già all'Angelus: "malgrado i problemi e le difficoltà, tra i credenti delle due Religioni si respira un clima di grande rispetto e di dialogo". Questo è il clima che si respirava oggi a Roma fra ebrei e cattolici, in occasione della visita di Sua Santità alla Sinagoga della Capitale. Sebbene numerose nubi si siano addensate sullo sfondo dell’incontro, papa Benedetto ha saputo ricondurre il dialogo nella giusta direzione teologica ed antropologica.
Il dialogo fra cattolici ed ebrei non è infatti un mero esercizio retorico o una necessità politica, bensì un esempio di rispettosa convivenza e di approfondita speculazione sulle ragioni che condussero in passato a fratture, incomprensioni e divisioni fra fedeli delle diverse religioni. Il rischio però che questi incontri si trasformino in una ripetitiva sequela di lamentationes da una parte ed excusationes dall'altra è sempre alle porte. Ecco perchè Benedetto XVI ha preferito superare questo limitato e tautologico orizzonte del rapporto fra mondo ebraico e mondo cattolico.

Anzitutto lo ha fatto ribadendo i punti di contatto fra le due religioni: "La nostra vicinanza e fraternità spirituali trovano nella Sacra Bibbia – in ebraico Sifre Qodesh o "Libri di Santità" – il fondamento più solido e perenne, in base al quale veniamo costantemente posti davanti alle nostre radici comuni, alla storia e al ricco patrimonio spirituale che condividiamo. E’ scrutando il suo stesso mistero che la Chiesa, Popolo di Dio della Nuova Alleanza, scopre il proprio profondo legame con gli Ebrei, scelti dal Signore primi fra tutti ad accogliere la sua parola".
Il rapporto personale fra il Dio di Israele e il suo Popolo, narrato nel Vecchio Testamento - dice Benedetto XVI -, poi trasfuso nella Nuova Alleanza, è il centro fondamentale che unisce gli Ebrei ai Cristiani. Queste "radici comuni" inducono a considerare anche l'esegesi veterotestamentaria ebraica, ma soprattutto si concretizzano "nella centralità del Decalogo come comune messaggio etico di valore perenne per Israele, la Chiesa, i non credenti e l’intera umanità".
Come si può notare, papa Benedetto ha sempre la capacità di ampliare gli orizzonti della discussione verso un'autentica comprensione del rapporto fra Dio e l'uomo, superando le limitate polemiche, le discussioni che enfatizzano gli errori dei singoli e si distaccano dai principi condivisi e universali.
Ecco quindi che il papa ha voluto concentrare la sua riflessione su quegli sforzi comuni che andrebbero compiuti da Cristiani ed Ebrei: “Le "Dieci Parole" chiedono di riconoscere l’unico Signore, contro la tentazione di costruirsi altri idoli, di farsi vitelli d’oro. Nel nostro mondo molti non conoscono Dio o lo ritengono superfluo, senza rilevanza per la vita; sono stati fabbricati così altri e nuovi dei a cui l’uomo si inchina. Risvegliare nella nostra società l’apertura alla dimensione trascendente, testimoniare l’unico Dio è un servizio prezioso che Ebrei e Cristiani possono offrire assieme.” Staccare l’uomo dai vincoli del materialismo, ricondurlo ad una vera contemplazione del suo mistero di creatura attraverso “l’apertura alla dimensione trascendente”, questa è per il Sommo Pontefice la sfida principale cui si è chiamati a cooperare nella contemporaneità. Da questo iniziale tradimento di Dio compiuto dall’uomo con la costruzione di falsi idoli discende, nel pensiero benedettiano, l’assenza di rispetto per la dignità della persona umana: “Le "Dieci Parole" chiedono il rispetto, la protezione della vita, contro ogni ingiustizia e sopruso, riconoscendo il valore di ogni persona umana, creata a immagine e somiglianza di Dio.”

E ancora, da questa negazione del rispetto per la dignità dell’uomo e dalla superbia di un uomo che ha cancellato Dio, discende la distruzione sistematica della famiglia cui bisogna opporsi promuovendone la salvaguardia: “le "Dieci Parole" chiedono di conservare e promuovere la santità della famiglia, in cui il "sì" personale e reciproco, fedele e definitivo dell’uomo e della donna, dischiude lo spazio per il futuro, per l’autentica umanità di ciascuno, e si apre, al tempo stesso, al dono di una nuova vita. Testimoniare che la famiglia continua ad essere la cellula essenziale della società e il contesto di base in cui si imparano e si esercitano le virtù umane è un prezioso servizio da offrire per la costruzione di un mondo dal volto più umano.”
Inoltre alla base stessa dell’agire comune ad Ebrei e Cristiani vi è l’esercizio della carità, giacché: “Come insegna Mosè nello Shemà (cfr. Dt 6,5; Lv 19,34) – e Gesù riafferma nel Vangelo (cfr. Mc 12,19-31), tutti i comandamenti si riassumono nell’amore di Dio e nella misericordia verso il prossimo.”

Questo, in sintesi, il cuore della riflessione di papa Benedetto sul senso del dialogo e dell’amicizia fra Ebrei e Cristiani, alla luce della relazione fra Dio e l’uomo sancita dalla Bibbia.

Ancora più interessanti si rivelano, d’altro canto, i pensieri che il papa dedica al dramma più vivo nella memoria e nell’identità stessa dell’ebraismo contemporaneo: la Shoah. Il papa non si ferma alle diatribe della storia, supera i confini di un preciso e tragico evento accaduto durante la seconda guerra mondiale, risalendo alle radici antropologiche che condussero alla Shoah. Ha infatti affermato il papa nel suo discorso: "Il passare del tempo ci permette di riconoscere nel ventesimo secolo un’epoca davvero tragica per l’umanità: guerre sanguinose che hanno seminato distruzione, morte e dolore come mai era avvenuto prima; ideologie terribili che hanno avuto alla loro radice l’idolatria dell’uomo, della razza, dello stato e che hanno portato ancora una volta il fratello ad uccidere il fratello". Superare il limite di una certa interpretazione storica limitata alle radici culturali e politiche degli orrori del Novecento significa scandagliare gli abissi del cuore dell'uomo. Il papa suggerisce pertanto che le ideologie che portarono all'orrore della Shoah ebbero la loro radice "nell'idolatria dell'uomo". E aggiunge: "il dramma singolare e sconvolgente della Shoah rappresenta, in qualche modo, il vertice di un cammino di odio che nasce quando l’uomo dimentica il suo Creatore e mette se stesso al centro dell’universo".
Questa riflessione da sempre centrale nel pensiero di Benedetto XVI ci aiuta anche a comprendere l'universalità della tragedia concentrazionaria. La Shoah non fu soltanto espressione di un preciso odio razziale, ma esito infernale della superbia nichilista dell'uomo. Non fu opera di folli belve imbevute di odio ideologico, non fu ordinata e perpetrata soltanto da uomini che indossavano la divisa nazista, bensì fu anzitutto opera di “esseri umani”. Uomini, indipendentemente dalla loro origine, dal loro credo religioso apparente. Uomini che uccisero i propri fratelli perché avevano perso il legame con Dio che ci fa fratelli su questa terra. Uomini uguali nella loro idolatria razziale ai Turchi che sterminarono gli Armeni con le medesime tecniche di crudeltà inaudita durante la prima guerra mondiale, uomini uguali ai tanti carnefici politici e sociali del Comunismo che decine di milioni di morti produsse nei suoi spesso ignorati gulag. Uomini uguali ai macellai del genocidio ruandese, per parlare di eventi di meno di due decenni fa.
In questo senso non può non essere sempre attuale la memoria della Shoah. Ricordare quell’orrore non significa però rievocare semplicemente dei fatti storici circoscritti, ma riflettere sugli abissi del male che l'uomo è capace di aprire nella sua anima quando pretende di farsi dio. Così, ricordando il discorso tenuto ad Auschwitz nel 2006, Benedetto XVI ha affermato: “i potentati del Terzo Reich volevano schiacciare il popolo ebraico nella sua totalità" e, in fondo, "con l’annientamento di questo popolo, intendevano uccidere quel Dio che chiamò Abramo, che parlando sul Sinai stabilì i criteri orientativi dell’umanità che restano validi in eterno".

Fin qui l’alto magistero di Benedetto XVI. Come è stato però accolto il papa? E’ innegabile che nonostante il clima favorevole e sicuramente festoso, negli altri discorsi non siano mancati malcelati rimproveri, ricordi pedanti di momenti di ostilità fra Cattolici ed Ebrei, persino ammonizioni relative alle libere ed autonome scelte della Chiesa Cattolica Romana, in particolare in riferimento alla causa di beatificazione del Venerabile Pio XII.
Qualcuno nell’uditorio non ha potuto nascondere un sorriso ironico persino durante l’ascolto delle seguenti parole del papa in merito all’operato del Vescovo di Roma nei giorni del rastrellamento nazista del 1943: “Anche la Sede Apostolica svolse un’azione di soccorso, spesso nascosta e discreta.” Il riferimento all’azione silenziosa e discreta di Pio XII, in soccorso degli ebrei della Capitale, a qualcuno non è forse parso degno di menzione. Peccato però che lo stesso presidente degli ebrei romani abbia proprio ricordato che suo padre e suo zio furono salvati grazie all’ospitalità (“nascosta e discreta”) di un convento cattolico!
Probabilmente le polemiche su Pio XII permarranno anche dopo l’apertura degli archivi vaticani che, peraltro, sino ad oggi non sono stati consultati da nessuno studioso dello Yad Vashem. Il problema è però logico: come si può pensare di trovare un documento che dimostri l’indimostrabile? E’ infatti evidente che se Pio XII avesse gridato al mondo di fermarsi dinanzi all’orrore della Shoah, il suo grido sarebbe stato ascoltato. Ora, come è possibile continuare a cercare l’introvabile? Purtroppo guardare la storia con il senno di poi è un grave errore. Con quale certezza si dà per scontato, infatti, che Pio XII conoscesse l’esistenza di Auschwitz e dell’ “industria del massacro” organizzata dai Nazisti quando neppure gli Alleati ne erano a conoscenza ed anzi, se qualcosa sospettavano nulla mossero per fermare l’orrore? Tali miopie, ad ogni modo, non scalfiscono in alcun modo la grandezza di quel grande pontefice, autentico modello di amicizia e fraterna cura fra Ebrei e Cristiani. E proprio onde sottrarre la persona del Venerabile papa Pacelli alla polemica stucchevole e ripetitiva, Benedetto XVI ha preferito non citarlo direttamente ma parlare dell’azione della “Sede Apostolica”. Il papa intende pertanto slegare le decisioni di Pio XII dal giudizio strettamente personale sull’uomo e mettere in evidenza che egli fu il Successore di Pietro e in quanto tale la sua responsabilità non era meramente personale ma collettiva, di tutti i cattolici del mondo. Questa puntualizzazione non può essere strumentalizzata in alcun modo, ma va letta appunto per quello che essa rivela. Un papa non è mai un uomo solo o un monarca assoluto: il suo agire si misura col respiro quotidiano dell’intera Chiesa Cattolica. Ciò si è reso evidente anche nell’azione di Benedetto XVI. Egli, in occasione dell’incontro in Sinagoga, ha portato agli Ebrei romani la carità sincera e la profondità fraterna del Pastore della Chiesa Universale, non le sue personali opinioni o limitati slanci individuali.
E sarà forse un caso se proprio in concomitanza con questa visita del Papa in Sinagoga, tanto attesa, il sito PETRUS ha rivelato l'esistenza di un presunto miracolo attribuibile all'intercessione di Papa Pacelli?

Il Santo Padre lascia così un discorso memorabile alla Comunità Ebraica di Roma. Speriamo che le sue parole possano penetrare nei cuori di tutti coloro che lo hanno ascoltato ed assicurare al futuro un dialogo fra Ebrei e Cristiani che non consista solo di recriminazioni e accuse a senso unico, bensì di autentico amore e sincero rispetto.

lunedì 18 gennaio 2010

IL GIOVANE SELVAGGIO DEL DEVOTO SUD! INTERVISTA SULL'APPELLO AL PAPA


Cari amici, non mi aspettavo di vedere la mia faccia arrabbiata e sorridente allo stesso tempo immortalata al termine dell'incontro del Papa con gli artisti in Cappella Sistina, il 21 Novembre scorso, sulla copertina del Vatican Magazin! Gli amici Paul Badde e Guido Horst hanno invece messo il mio faccione con un titolo molto emblematico: "Il Giovane selvaggio del devoto sud".
L'intervista ve la propongo tradotta in italiano. A breve conto di potervi pubblicare la traduzione di una lettera indirizzatami (un immeritato onore!) dal grande Martin Mosebach e pubblicata a commento dell'intervista.
Colgo l'occasione per rammentarvi che l'Appello è sottoscrivibile ancora, almeno sino al marzo prossimo. Date le tante brutture che continuano ad essere realizzate è bene firmare!




Ha appena finito di scrivere un libro sulla "Architettura massonica della nuova Basilica di Padre Pio" a San Giovanni Rotondo. E dalla sua homepage, "Fides et forma" castiga regolarmente i peccati grandi e piccoli dell'architettura chiesastica italiana. Ma a farlo non è un anziano che si lamenta del caos della Chiesa Cattolica a seguito del Concilio Vaticano II. Con appena 29 anni Francesco Colafemmina è qualcosa di simile a un "giovane selvaggio" della nuova generazione di cattolici amanti della tradizione che ha iniziato a chiedere cosa ne è stato dei propri padri assieme ai tesori dell'architettura e dell'arte sacra. Colafemmina ha appreso l'attività giornalistica presso la scuola della televisione di stato, RAI, ma ha studiato filologia classica. Ed è un fan della cultura ellenica, parla correntemente Greco, e nel 2007, ha pubblicato i dialoghi dell'imperatore bizantino Manuele II Paleologo con un dotto persiano sul cristianesimo e l'Islam citati nel discorso di Regensburg di Benedetto XVI, e diventati perciò assai famosi. Non è così è famoso, ma molta attenzione ha richiamato l'Appello a Sua Santità Papa Benedetto XVI per il ritorno a un arte sacra autenticamente cattolica, che Colafemmina ha redatto con alcuni amici in sette lingue e ha pubblicato su Internet all'indirizzo http://www.appelloalpapa.blogspot.com/ Abbiamo voluto sapere da lui, come è nato questo Appello e che cosa ci si aspettava da questa iniziativa.


di Guido Horst

1. Ci potrebbe spiegare un po’ la storia di questo appello a Sua Santità…

L’appello nasce a seguito di una lunga fase di gestazione e da una serie di coincidenze certamente “provvidenziali”. Nel novembre del 2008 a Cosenza un giovane editore, Manuel Grillo, ha organizzato un Convegno su “Arte Bellezza e Magistero della Chiesa”. A marzo del 2009 nasce il progetto del mio sito sugli esempi terribili di arte e architettura sacra della contemporaneità (Fides et Forma). Intanto a Roma si chiude con un grande successo la II edizione del Master in Architettura, Arti Sacre e Liturgia presso l’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum. Questo insieme di positive circostanze, fiorite indipendentemente fra di loro, ha portato frutto nell’esperienza dell’Appello, la cui idea primordiale si affacciò nel corso di un Seminario tenuto presso la Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa il 23 giugno scorso.
Qui erano presenti numerosi dei futuri membri del “comitato promotore” dell’Appello, uniti ad alcuni ecclesiastici che hanno condiviso e caldeggiato l’idea. D’altra parte, nonostante l’interesse di una parte del mondo clericale, c’è stato un momento in cui si è corso il rischio di trasformare l’Appello in una sorta di “strumento curiale” interno alle politiche vaticane.
Perciò assieme agli “amici” laici con cui abbiamo dato vita a questa splendida idea, si è deciso di procedere in maniera indipendente e non strumentalizzabile. L’Appello non nasce quindi per l’interesse di qualcuno o per far “manovre” all’interno delle mura leoniane. E’ semplicemente un atto di amore per il nostro grande Papa, per la Chiesa tutta e per la ricchezza spirituale di secoli d’arte e architettura sacra che nutrono ancora le nostre anime mettendole in comunicazione con il Signore. Amicizia, fede, amore per Cristo, la Sua Chiesa, il Suo Vicario in terra: ecco, in sintesi, le ragioni del nostro Appello.


2. Il papa ha letto l’appello? Ci sono reazioni nel vaticano?


Ispirandomi al gesto dei monaci di Solesmes che nell’ottocento grazie ai servigi del Card. Pitra riuscirono a far pervenire a Papa Leone XIII le loro pubblicazioni che hanno sancito la rinascita del Gregoriano, anch’io ho voluto porre nelle sante mani di uno straordinario Cardinale, l’Appello, affinché potesse esser letto dal Sommo Pontefice. Così, qualche giorno dopo la pubblicazione dell’Appello ho ricevuto una comunicazione dalla Segreteria di Stato nella quale mi si manifestava l’apprezzamento di Sua Santità per l’Appello ed i suoi contenuti. E’ stato un momento di grande commozione e non ho potuto trattenere le lacrime alla lettura di questa lettera molto bella e preziosa…

3. Paolo VI fece un’incontro con gli artisti. Dieci anni fa Giovanni Paolo II ha scritto una lettera al mondo dell’arte. Adesso Benedetto XVI ha ricevuto di nuovo artisti “di ogni colore”… Si tratta del concetto del dialogo, promosso anche dal Pontificio Consiglio per la Cultura e il suo presidente, mons. Gianfranco Ravasi. Ma Lei vede la Chiesa come qualcuno che commissiona l’arte sacra e l’architettura sacra e la musica sacra, e deve stabilire certe regole. Questo è il concetto della committenza. Due concetti diversi… e anche opposti?

Un dialogo con l’ “arte di oggi” non è in opposizione alla rivalutazione del ruolo della committenza ecclesiastica. Anzi, il progetto di Mons. Ravasi è proprio quello di trasformare la Chiesa in committente di opere d’arte contemporanea di autori atei ed astrattisti quali Anish Kapoor, Jannis Kounellis o Arnaldo Pomodoro…
Il paradosso è che la Chiesa oggi si farebbe committente di un’arte che non nasce dalla Sua spiritualità e dalla conoscenza approfondita del Cristianesimo e non è neppure al servizio della Liturgia e della vita cristiana, ma è pura espressione di narcisistico mecenatismo (si veda il progetto di un padiglione del Vaticano alla prossima Biennale di Venezia). Piuttosto, la Chiesa diventerebbe committente di un’arte nata dall’opposizione del mondo contemporaneo alla tradizione ed alle forme del passato, dunque un’arte potentemente anticristiana!
Papa Pio X ricordava nell’enciclica Iucunda Sane del 1904 come le arti si siano sviluppate grazie alla Chiesa ed alla naturale tensione spirituale dell’uomo. Ora, la Chiesa vive non solo nello spazio, ma anche nel tempo: di qui discende il senso della tradizione. Tradizione non vuol dire fossilizzarsi sul passato, ma mutare naturalmente senza mai rinnegare il passato, bensì attualizzandolo nel presente. Quindi non si tratta di rompere con la tradizione delle forme del passato, come ha fatto una certa arte contemporanea. La Chiesa non vive di rotture ma di continuità. Perciò il discorso dovrebbe essere approfondito e non restare alla superficie di una mera definizione di stampo marxista del rapporto fra arte, committente e artista. Sembra invece che oggi, a scapito dei continui ammonimenti di Papa Benedetto, una parte della Chiesa sposi apertamente logiche commerciali ed affaristiche completamente mondane, dimenticando che la Chiesa non è al servizio dell’arte, ma esattamente il contrario.


4. Per Lei, lo “status quo” dell’arte sacra è anche una conseguenza dello “status quo” della teologia di oggi?

Certamente. Una società “desacralizzata” per usare le parole di Paolo VI e di Benedetto XVI si esprime attraverso un’arte completamente intramondana, incapace di elevarsi verso il Cielo. Ma anche incapace di rappresentare il mondo con la gioia cristiana della creatura che contempla nella vita il suo Creatore. Voglio dire che l’arte di oggi è puro esercizio retorico come nel tardo impero romano. Esercizio retorico venato di gnosi, ovvero di disprezzo per le forme naturali e per il creato. Perciò i corpi non possono essere rappresentati e ovunque regna un astrattismo deforme (che al massimo riesce ad accettare la bidimensionalità dell’icona orientale reinterpretata in chiave astrattista) ed un pensiero nichilista espresso attraverso ciò che dovrebbe essere interessante oggetto di studi psicanalitici più che vera “arte”. Negare l’Incarnazione di Cristo - come accade attraverso le nuove opere d’arte sacra incapaci di rispettare le forme corporee - , o negare la Presenza Reale nell’Eucaristia - come accade eliminando i tabernacoli dal centro delle chiese e mettendoli nel “retrobottega”- : questi sono gli esiti di una grave confusione teologica, dominante da almeno quarant’anni.

5. Perché tante chiese moderne – anche in Italia, anche a Roma – sono così brutte?

Perché manca la capacità di “orientare” le chiese a Cristo. Le si orienta all’uomo, all’architetto, alla funzionalità, alle esigenze materiali, mai al vero Centro, al Padrone di Casa – come amo definirLo -. Il vero scopo dell’architettura e dell’arte sacra è quello di favorire l’adorazione del Signore e servire la Liturgia. Non certo servire la funzionalità di una “cena comunitaria” fra uomini! Chiaramente, se si rinuncia alla tradizione, alla storia, ai fondamenti teologici, all’adorazione, alla fede essenziale nella Presenza Reale di Cristo. Se si desacralizza l’ambiente trasformandolo in un banale luogo del quotidiano, le chiese continueranno ad essere sempre più brutte. E ciò indipendentemente dal nome grande o piccolo dell’architetto!


6. Esiste una certa regola, forse anche una dottrina sul modo in cui costruire le chiese?

Esistono in Italia alcune norme della Conferenza Episcopale del 1993. Norme in parte obsolete e superate da pronunciamenti della Congregazione per il Culto Divino. Normalmente sacerdoti ed architetti le leggono come se si trattasse della Bibbia, attenendosi scrupolosamente e farisaicamente al loro dettato. Eppure sappiamo bene che il Concilio non ha mai detto che le chiese debbano essere tonde o ovali ed avere l’altare al centro (come affermano tali norme)! Né tantomeno che il tabernacolo debba stare in un angolo, come un soprammobile inutile…
Purtroppo, anche in nome delle devastanti “norme per l’adeguamento liturgico della CEI” del 1996, sono stati compiuti atti di vero e proprio vandalismo in numerose chiese italiane. Ovunque sono stati distrutti altari seicenteschi e settecenteschi. Eliminate pale d’altare, abbattute balaustre… Tesori d’immane valore, testimoni silenziosi della fede autentica, popolare e tutta concentrata sull’adorazione, sono andati perduti in nome di una furia iconoclasta senza paragoni. Oggi, a 2 anni dal Motu Proprio Summorum Pontificum, queste norme sono ancora in vigore! Nonostante in tutte le chiese sia opportuno poter celebrare “ad orientem”. Detto ciò, credo che il miglior manuale per la costruzione di una chiesa resti l’Introduzione allo Spirito della Liturgia di Joseph Ratzinger. Assieme alle Instructiones Fabricae di San Carlo Borromeo rappresentano due testi fondamentali che dovrebbero essere nelle mani di tutti coloro che si cimentano con la costruzione di nuove chiese.


7. Un’artista, che non è un credente, può creare una chiesa o un’opera d’arte per una chiesa o la liturgia e il culto?

Certamente si. Purché egli sia informato sui fondamenti della vita cristiana e sulle Verità della Fede. Io, ad esempio, non conosco il tedesco, se non scolasticamente. Potrei mai mettermi a scrivere poesie in una lingua che mi è ignota? Così anche un induista potrebbe costruire chiese, purché egli abbia conoscenza della “lingua” della Fede, della sua grammatica e della sua sintassi…
Tuttavia sarebbe preferibile che gli architetti e gli artisti che fanno arte e architettura sacra siano cattolici e credenti. In latino c’è il detto: ne sutor supra crepidam… il calzolaio non giudichi al di là delle scarpe. Così certe opere andrebbero realizzate da chi possiede l’esperienza, l’arte nel senso greco di “techne”, abilità materiale e sapienza tradizionale e spirituale.
D’altronde le chiese non le hanno mai costruite i soli architetti, ma i fedeli tutti. Le chiese sono opere comunitarie, non vuoti intellettualismi di una casta di privilegiati. Perciò spesso le comunità locali andrebbero interpellate quando si vuol realizzare nuove chiese.

8. Quando io vado a messa in Italia, trovo quasi sempre delle cartelle fotocopiate con alcuni canti diciamo allegri-piatti-popolari… Ma che fine ha fatto la polifonia e il canto gregoriano?

Il Gregoriano assieme a secoli di musica sacra sono semplicemente scomparsi. Sono scomparsi perché una certa mentalità diffusa tra sacerdoti, catechisti e animatori parrocchiali pensa che inserendo musichette melense o canzoni rock e pop si possa invogliare i fedeli a partecipare alla messa… Inutili svendite della nostra ricchezza culturale! Basta andare in Grecia il venerdì santo per sentir cantare il “Glikì mou Ear” o la notte di Pasqua il magnifico “Christòs Anèsti”, per capire che in secoli e secoli di tradizione cristiana lì nulla è cambiato, nemmeno il numero di fedeli che partecipano alla Santa Messa.
La musica è l’arte più “pericolosa”, diceva Platone, perché essa può facilmente modificare i sentimenti umani. Così il Magistero è sempre stato attento alla salvaguardia della buona musica polifonica e del canto gregoriano. Purtroppo però l’interesse di alcuni e la mentalità dominante ha negato e continua a negare a tante generazioni di cristiani l’accesso a capolavori che se non ascoltati svaniscono nel nulla. Bisognerebbe diffondere la cultura della vera musica sacra, favorire concerti e sensibilizzare i fedeli. La bellezza infatti unisce tutti in un’unica comunità, purché la si renda accessibile e viva!

9. Ma sul serio: un appello al papa, pubblicato in internet, può cambiare qualcosa?

Un Appello pubblicato su internet può cambiare tante cose! Ricordiamo a questo proposito il famoso Appeal to Preserve Mass Sent to Vatican, pubblicato sul Times il 6 luglio 1971 e recante le firme di soli 57 sottoscrittori. L’Appello fu recepito da Papa Montini che il 5 novembre 1971 concesse all’Inghilterra e al Galles il cosiddetto “Indulto di Agatha Christie”, dal nome di una sua illustre firmataria. Ebbene, il nostro Appello ha oggi raggiunto più di 1600 sottoscrizioni. Chissà quanti bei cambiamenti dovremo attenderci!

10. In che senso la chiesa di Roma, il papa e la curia romana, possono dare un impulso per la rinascita di una musica e arte sacra nel senso pieno della parola?

Basta poco. È un po’ come in quel racconto di Edgar Allan Poe nel quale l’oggetto che può risolvere la storia è sotto gli occhi di tutti, ma nessuno sembra accorgersene. Così oggi la Chiesa possiede migliaia di artisti, architetti, artigiani pronti a servirla con amore ed in linea con la sua millenaria tradizione. Ha un esercito di coristi, organisti, musicisti, pronti a far rifiorire il gregoriano, la polifonia, la musica organistica approvate dal Magistero. Ed ha milioni e milioni di fedeli che hanno bisogno di incontrare il Signore, che lo cercano e spesso non lo trovano nelle spoglie e squallide chiese contemporanee. Quindi la Chiesa non ha che da ascoltare questo “sensus communis”, non ha che da rimboccarsi le maniche per recuperare il suo ruolo di protagonista dell’arte e dell’architettura sacra, non di gregaria di arti e architettura profane ed atee. Così non serve a nulla radunare artisti analfabeti della fede, ed organizzare happenings in Vaticano. Basta rivolgersi a quegli umili e semplici servitori della Chiesa che creano l’arte autenticamente cattolica, un’arte capace di illuminare tutti i fedeli portando sulla terra un lembo della raggiante bellezza del volto di Cristo.

sabato 16 gennaio 2010

PIO XII E GLI EBREI: LORO NEMICO O GIUSTO FRA LE NAZIONI?


di Michele Loconsole

Premessa

Eugenio Pacelli nasce a Roma nel 1876, dove studia all’Università Gregoriana ediviene sacerdote nel 1899. Papa Benedetto XV lo nomina nel 1917 nunzio a Monaco di Baviera e nel 1920 nunzio della nuova Repubblica tedesca. Nominato quindi cardinale nel 1929, diviene Segretario di Stato nel 1930 (incarico che manterrà fino al 1939). Già in questi anni è diffamato dalla stampa nazista che lo definisce “il cardinale amico degli ebrei”, a causa delle oltre 50 lettere di protesta che egli invia, da Segretario di Stato Vaticano, ai tedeschi. Poco prima che scoppiasse la seconda guerra mondiale, è eletto il 2 marzo del 1939 papa in un conclave durato un solo giorno. Sceglie, come è noto, il motto Opus iustitiae pax sperando, in tal modo, di essere il papa di un mondo in pace: infatti, fino al 1 settembre 1939 lotta strenuamente con ogni mezzo della diplomazia - a lui noti per essere stato per tanti anni nunzio apostolico - per impedire una seconda guerra mondiale, per poi lanciare dalla Radio Vaticana, il 24 agosto dello stesso anno, il profetico grido: Nulla è perduto con la pace, tutto è perduto con la guerra. Durante l’intero periodo bellico ha diretto, attraverso la Pontificia Commissione Assistenza, un ampio e capillare programma per l’aiuto alle vittime del conflitto mondiale, e quando i tedeschi occupano finanche Roma nel ‘43, egli fa dello stesso Vaticano un rifugio per numerosissimi profughi, tra cui, come documentano diverse testimonianze raccolte soprattutto recentemente, moltissimi ebrei[1]. Il cardinale Botto di Genova - solo per fare alcuni esempi dell’applicazione delle direttive emanate verbalmente, e a volte anche per iscritto da Pio XII in persona, sia dentro che fuori l’Urbe - salvò almeno ottocento ebrei; il vescovo di Assisi mons. Giuseppe Placido Nicolini – riconosciuto poi dagli ebrei Giusto tra le nazioni - ne nascose trecento per oltre due anni. Il vescovo di Campagna (Sa), mons. Giuseppe Maria Palatucci, e due suoi parenti ne salvarono anche di più a Fiume. Il cardinale Pietro Palazzini, allora assistente vice rettore del Seminario Romano, nascose per molti mesi Michael Tagliacozzo e altri ebrei italiani tra il 1943 e il 1944.
Se tutto questo è vero, ed è ampiamente documentato, perché allora papa Pacelli è stato oggetto di numerose accuse, spesso virulente, sia in vita, sia soprattutto dopo la sua morte, reo di non avere fatto nulla per salvare gli ebrei dai nazisti, anzi di averli addirittura consegnati nelle loro mani? Dopo anni di studi e ricerche, sappiamo invece che numerose sono le testimonianze, scritte e orali, di ebrei, rabbini e organizzazioni ebraiche che hanno ringraziato papa Eugenio Pacelli, per quanto egli ha detto e ha fatto per i poveri e perseguitati “fratelli ebrei”, demolendo tessera dopo tessera l’oscura Leggenda nera che vuole Pio XII acerrimo nemico degli ebrei d’Europa. Tra gli illustri testimoni, come non ricordare il futuro premier israeliano Golda Meier, che definì Pio XII un grande servitore della pace, o Israel Zolli, il rabbino di Roma, che si convertì al cattolicesimo e chiese udienza al santo Padre per esprimergli in forma ufficiale il ringraziamento degli ebrei di Roma per quanto è stato fatto in loro favore. Nel dicembre 1940, in un articolo pubblicato sul Time magazine, poi, il noto scienziato ebreo Albert Einstein scrisse: Solo la Chiesa si è schierata apertamente contro la campagna di Hitler per la soppressione della verità. Non ho mai avuto un particolare amore per la Chiesa prima d’ora, ma sono costretto a confessare che ora apprezzo senza riserve quello che un tempo disprezzavo. Testimoni, questi, che hanno portato negli studi sul rapporto tra Pio XII e gli ebrei del tempo, luce e soprattutto verità storica, e non accuse generiche, spesso preconcette, prodotte da coloro che all’epoca erano molto giovani o addirittura non erano ancora nati quando il nazismo commetteva i crimini che oggi tutti conosciamo.


[1] Cfr. Margherita Marchione, delle Maestre Pie Filippini, Papa Pio XII ha aiutato gli ebrei?, Roma 2007; Pio XII e gli ebrei, Casale Monferrato 2002; Consensus and controversy: defending Pius XII, New York 2002; Il silenzio di Pio XII, Milano 2002; Pio XII attraverso le immagini, Roma 2002; Pio XII è veramente santo, Ancona 2004.

LE CHIESE DELL'ORRORE PROMOSSE DALLA CEI!

Cari amici,

francamente non ho parole. Ho appena sfogliato il catalogo (pubblicato con l'ultimo numero di CASABELLA - costo €12) della prossima mostra organizzata dalla CEI a Roma, mostra sulle "NUOVE CHIESE ITALIANE". Si tratta di una esposizione dei 21 progetti complessivi che hanno partecipato al 5° dei tre concorsi nazionali (per Nord Centro e Sud della penisola) di progettazione di nuovi complessi parrocchiali. Hanno vinto le 3 chiese che vedete di seguito. Le altre foto sono di alcuni dei restanti 18 progetti che saranno esposti a Roma dal 20 gennaio presso la SALA1 (Scala Santa).
Per ora devo ancora metabolizzare l'indigestione di orrore che la CEI ci propina. Avrei voglia di commentare rivolgendo un accorato appello alla CEI affinchè abbia pietà di noi miseri fedeli in cerca della bellezza. Mi domando se i vari don Giuseppe Russo, Mons. Iannone, Mons. Crociata e persino S.E. il Card. Bagnasco non possano avere misericordia del nostro senso estetico e della nostra fede semplice e diretta, che cerca in Dio la vera Bellezza, e volerci così preservare dagli abomini che ci vengono presentati quali esperienze di proficuo dialogo con l'architettura e modelli di azione parrocchiale.

Nel frattempo vi invito tutti alla preghiera. La Santa Vergine ascolterà la nostra tristezza e convertirà di certo i cuori inariditi dalla mondanità dilagante!

Francesco Colafemmina


1° Class. Nord - Complesso parrocchiale Madonna delle Grazie - Dresano (Milano): esterno e interno




1° Class. Centro - Complesso parrocchiale Stella Maris - Porto Recanati (MC): esterno e interno


1° Class. Sud - Complesso parrocchiale Gesù Maestro - Racalbuto (AG): Madonna "Colabrodo"

Complesso parrocchiale Gesù Maestro - Racalmuto (AG): chiesa Zen con giardino Zen


Arch. Giampiero Lilli 2° Class. progetto Dresano: Chiesa di Star Treck


Alessandro Pessoli per progetto Dresano "segnalato" dell'Arch. Giovanna Potestà: Gesù "Pupazzo"


Arch. Manfredi Nicoletti, progetto non vincitore per Dresano (liturgista del progetto S.E. Card. Andrea Cordero Lanza di Montezemolo)



Arch. Luisa Fontana, 2° Class. progetto Porto Recanati: esterno e interno chiesa "occhio"

venerdì 15 gennaio 2010

PRAECISATOR VATICANUS


Il Praecisator Vaticanus è una figura recentemente introdotta nella Sala Stampa Vaticana. Si tratta di un portavoce che ha il compito, spesso suo malgrado, di comunicare al mondo rettifiche e precisazioni in merito ai discorsi e alle azioni del Papa. Una novità molto utile per il progresso del dialogo ebraico cattolico, giacché sembra che le Comunità Ebraiche Internazionali abbiano una specifica attitudine a fraintendere e interpretare in malafede tutto ciò che venga fatto o detto da Benedetto XVI. Qui di seguito avete uno splendido esempio di Praecisatio Vaticana:

CITTA' DEL VATICANO "Non sono in discussione'' le conclusioni del Concilio Vaticano II e in particolare il documento Nostra Aetate che ha ridefinito anche i rapporti tra cattolici ed ebrei. Lo ha detto il portavoce della Santa Sede, padre Federico Lombardi, dopo che questa mattina Benedetto XVI aveva auspicato un "superamento degli ostacoli per il raggiungimento della piena comunione con la Chiesa da parte della Fraternita' S.Pio X'', cui fa capo il movimento dei Lefebvriani. Padre Lombardi ha poi sottolineato che "l'adesione al magistero del Concilio Vaticano II, di cui la Dichiarazione Nostra Aetate e' un documento essenziale, e' condizione per la vera comunione ecclesiale''.

ODIFREDDI L'ATEO EX CRETINO (IN QUANTO EX SEMINARISTA CATTOLICO!)

Commento di F.Colafemmina: "Ridi, ridi che la mamma ha fatto gli gnocchi!"
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di don Matteo De Meo
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Ricordate ciò che vi scrissi a proposito del prof. Ignazio Marino e del suo amico Card. Martini? (in questo blog, “Cosa è mai questo vento di pazzia?”). Ebbene, quel “vento” continua a soffiare impetuoso! Se, sotto le feste natalizie aveste fatto un giro nella libreria cattolica più nota e più efficiente “Paoline”, girando fra gli scaffali, non vi sarà sfuggito di certo la promozione di un libro, -come quello di Marino esposto in bella vista- nel settore “Novità”, quindi da non perdere...! Si tratta dell’ultimo libro di Piergiorgio Odifreddi.

Il prof. Odifreddi è presidente onorario dell'unione degli atei e degli agnostici razionalisti (UAAR), che ha tra gli scopi principali la campagna di sbattezzo, la campagna "Scrocifiggiamo l'Italia", il progetto sull'ora alternativa ed altre, oltre i continui attacchi contro il Papa e la Chiesa (vedi sito). E così, circondato da libri su e di Papi, santi, eminenti cattolici e catechesi varie, e col sottofondo di dolci melodie di salmi cantati, un fiducioso ignaro poteva "gustare" o regalare l'ultima fatica di Odifreddi - tra i suoi lavori ci sono anche: "Il Vangelo secondo la scienza. Le religioni alla prova del nove" e "Perchè non possiamo essere cristiani e meno che mai cattolici" - che, guarda caso, si intitola: "Hai vinto, Galileo!".

Ma possibile che si sia giunti ad una coscienza così anestetizzata?

Nel mondo si sta verificando una concentrazione, un’unione e un’organizzazione delle forze anticristiane mai viste prima;sono straordinariamente attive e subdole, nascoste, e spesso mascherate per bene. L’obbiettivo, è sotto gli occhi di tutti: la scristianizzazione del mondo e la “mondanizzazione” della Chiesa. E i cristiani cosa fanno? Aprono loro le porte! Il contrasto tra l’unità, l’organizzazione, l’attività delle forze anticristiane e la passività, la confusione, la conformazione ad esse delle forze cristiane non ci può lasciare indifferenti! Stiamo assistendo alla silenziosa apostasia di un cristianesimo confuso e diviso; perdendo la sua identità, non ha più ragione di sussistere. Di fatto questo cristianesimo si disfa, e siamo noi stessi, prima di coloro che lo combattono, che lo rendiamo inutile e senza forza. Certamente non dovremmo dimenticare che il sale che diventa insipido non serve più e viene gettato!

Credo che la fede della Chiesa sia minacciata da una coscienza cristiana intimorita e sofferente di un certo complesso di inferiorità: c’è il complesso d’inferiorità dei latini verso ciò che è scritto in tedesco (per chi vive nelle facoltà teologiche è una ordinaria evidenza); c’è il complesso d’inferiorità della cultura cattolica verso quella laica, per cui si prende sul serio ogni sproposito che venga dall’incredulità o dall’agnosticismo, senza combatterlo come sarebbe doveroso, o peggio ancora, diffondendolo, o accogliendolo.

Non posso dimenticare un scena a cui ho personalmente assistito. La sera dopo la morte di Giovanni Paolo II ero in fila con una moltitudine di fedeli in attesa di poter pregare, anche solo per un attimo, davanti alla salma di questo santo Pontefice. Mentre si scorreva lentamente- e camminai per tutta la notte- scorsi un giovane che facendosi trasportare dalla corrente della gente che affluiva, non staccava gli occhi dalla lettura di un libro. Cercai di avvicinarmi per capire di cosa si trattasse; riuscii a leggere il titolo di copertina: “Il Codice da Vinci”. Per tutta la notte lesse questo libro! Dopo più di 24 ore arrivai alle soglie della basilica, e con me questo giovane che continuava a leggere il suo libro, e con gli occhi attaccati a quel libro varcò le soglie della basilica di S. Pietro.

Perdonatemi, ma proprio non riesco a pensare che si tratti di ingenuità o autolesionismo: i vari Veronesi, Odifreddi, Becchi, Dan Brown, Marino, sono sempre esistiti e sempre ci saranno, il punto non è questo; io vedo "il fumo di Satana nel tempio di Dio" (Paolo VI nell'omelia del 29 giugno 1972), infatti la confusione e l'ambiguità sono le armi della menzogna, e il padre della menzogna è il diavolo. Smascheriamole!

In Cristo
don Matteo
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p.s. di Francesco Colafemmina: Una volta Mons. Fisichella mi raccontò un aneddoto divertente su Odifreddi. Al termine di una trasmissione televisiva il matematico impertinente Odifreddi gli disse: "Eccellenza certo che lei deve avere un gran da fare con i suoi due incarichi di rettore!". E Fisichella: "Ma scusi, quali incarichi?". Odifreddi: "Ma si, lei è rettore dell'Università Pontificia ed anche dell'Università Lateranense!". L'aneddoto insegna che l'intelligenza anche dei matematici è una pura opinione... magari miseramente mediatica...