venerdì 26 febbraio 2010

NEL CORTILE DI RAVASI CRESCE L'ORTICA?

di Francesco Colafemmina

Già di questi tempi la Chiesa Cattolica non sta messa benissimo, adesso ci si mette anche Ravasi col suo cortile dei gentili...

Incuriosiva da qualche giorno l'operazione "nel cortile dei gentili" di Avvenire. Un cattolico e un paragnosta messi a confronto sulle tematiche della fede. Roba da mendicanti di una visibilità "culturale" e "radical-chic" per i miseri e bisfrattati cattolici, tutti oratorio e rosario. Un altro paio di maniche rispetto al desiderio di riavviare una evangelizzazione delle nazioni europee laicizzate ma bisognose di fede, come la Repubblica Ceca espresso da Benedetto XVI col richiamo all'idea del "cortile dei gentili".

Finalmente il mistero è risolto. Ci ha pensato l'estroso biblista che presiede la cultura vaticana, chiarendo che "il cortile dei gentili" sarà il nome di una nuova fondazione del Pontificio Consiglio della Cultura.Wow... Prima ci ha stupito con gli effetti speciali del 21 novembre: Raul Bova, Lino Banfi, Nanni Moretti accompagnati da Kounellis, Viola e Calatrava, tutti dal Papa, per un "evento" offerto dalla Martini e Rossi. Adesso ci stupisce con una fondazione che avrà i seguenti scopi:

"Primo, creare una rete di persone agnostiche o atee che accettino il dialogo e entrino come membri nella Fondazione e quindi del nostro dicastero. Inoltre, vogliamo avviare contatti con organizzazioni atee per avviare un confronto (non certo con l’Uaar italiana, che è folcloristica). Terzo, studiare lo spazio della spiritualità dei senza Dio su cui aveva già indagato la Cattedra dei non credenti del cardinale Martini a Milano. Infine, sviluppare i temi del rapporto tra religione, società, pace e natura. Vorremmo, con questa iniziativa, aiutare tutti ad uscire da una concezione povera del credere, far capire che la teologia ha dignità scientifica e statuto epistemologico. La Fondazione vorrebbe organizzare ogni anno un grande evento per affrontare, di volta in volta, uno di questi temi."

Ma io dico perché non invitare anche il Cicap? E perché non Giacobbo di Voyager? E perché non Cecchi Paone, Pannella e la Bonino? Voglio dire, sono atei e agnostici anche loro (non so Giacobbo, ma almeno fa folklore come l'Uaar)? Allora invitiamoli!
Questa volta chiaramente non serviranno le poche migliaia di euro della Martini & Rossi per l'evento del 21 novembre. Adesso si tratta di raggranellare moneta: a questo servono le fondazioni! E dove ci vediamo per il prossimo incontro con i paragnosti?

"Nella seconda metà di quest’anno, probabilmente a Parigi, città molto viva su questi argomenti: abbiamo già avuto la disponibilità di Julia Kristeva".

Un attimo! Ma questa Kristeva sarà mica l'ex maoista che ha pubblicato recentemente un romanzo dal titolo "Teresa, mon amour"? E non è forse lei l'autrice di questa "ode a Santa Teresa" che comincia così: "Je vous salue, Thérèse, femme sans frontières, corps physique érotique hystérique épileptique, qui se fait verbe qui se fait chair..."(trad: "Io vi saluto, Teresa, donna senza frontiere, corpo fisico erotico isterico epilettico, che si fa verbo che si fa carne...")?

Ma dai? E, aspetta, aspetta... la Kristeva non è forse la grande intellettuale che partecipa sia agli incontri per la Quaresima organizzati dall'Arcivescovado di Parigi, sia alle più frugali riunioni del Grand Orient de France? Sì, perché cercando sulla rete possiamo riscontrare che l'ottima psicanalista gentilesca ha partecipato ad esempio:

- nel 2008 al "Salone massonico del libro" organizzato dall'Institute Maconique de France, relazionando nel corso di una tavola rotonda sul tema « Le XXIème siècle sera-t-il féminin ? ». Tavola rotonda organizzata dalla Grande Loge Féminine de France.

- nel 2007 ha partecipato sempre al "Salone massonico del libro" in una tavola rotonda dal titolo:« La liberté absolue de conscience a-t-elle encore un avenir ? » organizzata da La Chaine d'Union (casa editrice massonica).

Risparmio altre connessioni frammassoniche della grande intellettuale francese. Passo quindi a leggervi quanto la professoressa Kristeva ( ma anche suo marito - altro grande intellettuale parigino – Philippe Sollers) pensano riguardo l’inculturazione dei “gentili” promossa da Benedetto XVI. La Kristeva ne parlò già nel 2006 nel corso di una sua riflessione sulla quaresima a Parigi:

“…Di fronte a voi, signore e signori, c’è una donna non credente, convinta però che il “genio del cristianesimo” abbia introdotto e continui a diffondere innovazioni radicali nell’esperienza religiosa degli esseri dotati di parola. Innovazioni delle quali non abbiamo ancora misurato appieno la portata rivelatrice e, in questo senso, rivoluzionaria, che gli stessi cristiani non si arrischiano a riconoscere o a far riconoscere come “peculiarità cristiana” nello scontro tra le religioni in atto. Tra queste innovazioni specifiche, quella che riguarda la sofferenza è forse la più radicale perché, paradossalmente, è meno misteriosa e quindi più universale. La sofferenza del Cristo in croce, - quella che si impone a voi, a me, in questi giorni di Quaresima, quella che affascina gli uomini nel percorso pasquale che precede la Resurrezione – la sofferenza di Cristo, quindi, non appartiene né al mistero con cui si confronta la fede quando si accosta alla nascita verginale dell’Uomo Dio, né a quell’altro mistero, che interpella la fede nella Resurrezione. Tra i due poli dell’Incarnazione… e della Resurrezione del Figlio di Dio alla destra del Padre, che promette la resurrezione di tutti i corpi, lasofferenza di Gesù, pur essendo parossistica, è comunque condivisibile, e in questo senso comune a tutti. (…) La mia lettura della passione di Cristo mi conduce a un sogno: che le vere alleanze, necessarie contro la barbarie in aumento, potrebbero essere strette non solo, e probabilmente non tanto tra il cristianesimo e le altre religioni oggi tentate dall’integralismo, ma tra il cristianesimo e la visione della complessità umana alla quale io aderisco, che è derivata dal cristianesimo, benché ormai distaccata da esso, e che coltiva l’ambizione di spiegare le strade rischiose della libertà.”

Dunque il Cristianesimo è una specie di animale da analizzare perché grazie alla complessa struttura psichica del pensiero cristiano, questa religione è in grado di stimolare alcune proficue sensibilità dell’uomo... Chiaramente è un animale da osservare, proteggere, interpretare, come faceva Konrad Lorenz con le sue anatre. Non certo una religione da abbracciare! Ci mancherebbe altro. D’altronde secondo voi è possibile leggere il Cristianesimo secondo una prospettiva ideologica e psicanalitica non cristiana? Facendo così lo si può interpretare, si può cercare di comprenderlo dalla propria prospettiva, non però dalla sua prospettiva. Perché per comprendere il Cristianesimo bisogna leggerlo oggettivamente per quello che è. Bisogna evitare di cedere al relativismo interpretativo per contemplare la realtà della fede che è sotto i nostri occhi: i cristiani credono in Cristo, Figlio di Dio, morto e risorto per la salvezza dell’uomo. E’ così semplice. Ma è anche chiaro che nessun ateo è in grado di fermarsi a questa realtà oggettiva, e ciò che gli viene naturale è reinterpretare, rileggere secondo la propria chiave di lettura più comoda una religione naturalmente “scomoda”.

Ad ogni modo lasciandovi alla contemplazione del bel documentario sulla Massoneria, cui ha partecipato lo stesso eclettico Philippe Sollers, inviterei i lettori a riflettere su questa idea di “cultura” promossa da Mons. Ravasi. Cultura intesa non come struttura dell’identità umana nella storia, ma come reverie dialettico narcisistica da circolo letterario fin de siecle. Cultura da poltrona di pelle e sigaro cubano (meglio pipa in mogano), da discussione dialettico autoconsolatrice di chi è così sazio della Verità da doverla ricercare in compagnia di improbabili eccentrici planetoidi della galassia laicistico massonica.

Piuttosto mi vien voglia di rileggervi quanto diceva Santa Teresa d’Avila, sì, l’epilettica-isterico-erotica della Kristeva:

“Ritenevo che tutte immerse nell’orazione per i difensori della Chiesa, per i predicatori e per i dotti che le fanno scudo, avremmo aiutato nei limiti del nostro possibile questo mio Signore, così angariato da coloro cui ha fatto tanto bene, da suscitare l’impressione che questi traditori lo vogliano ora rinchiodare in croce, senza lasciargli un luogo ove reclinare il capo. Oh, mio Redentore, il mio cuore non può proprio affrontare tale vista senza rimanerne prostrato! Che razza di atteggiamento è quello assunto ora dai cristiani? Possibile che a torturarti siano sempre alcuni di loro, quelli cui tu fai migliori concessioni, quelli che ti devono di più, quelli che tu scegli per tuoi amici, quelli fra cui convivi e cui ti comunichi coi sacramenti? Non sono ancora sazi, Signore dell’anima mia, dei tormenti a te inflitti dai Giudei?”

Santa Teresa d’Avila, Cammino di Perfezione, (Codice dell’Escorial), c.1,2-3.

giovedì 25 febbraio 2010

I GUARDIANI DEL CONCYLIUM - Parte VIII


Qui trovate la settima parte della saga

di Francesco Colafemmina

Fu il Latinus Darius a mettere in salvo Sua Maestà. Nottetempo illustrò a re Josephus i punti salienti della congiura dei Guardiani, chiarendo che il loro obiettivo era creare una rivoluzione indolore, senza vittime né carnefici, bensì puramente ideologica, con vittime non reali ma al massimo spirituali. Re Josephus si prese la testa fra le mani, mentre una lacrima gli rigava le gote, scendendo giù per la barba candida. Darius gli prese le mani, assicurandogli completa fedeltà. Con lui c’erano altri dieci Latinis. Ormai non c’era più tempo da perdere. Aveva giurato fedeltà al re un manipolo di gendarmi reali, qualche ufficiale di camera, e alcuni dei suoi più stretti collaboratori. Si era deciso di farlo fuggire quella stessa notte. Il suo rifugio sarebbe stato un modesto appartamento alla periferia di Concylia. Ci abitava un buon Laicatus, un addetto all’efemeride reale. Lui non era ancora informato della cosa, ma contavano sulla sua fedeltà indiscussa. Altrimenti avrebbero fatto salire il re su un carro merci diretto verso qualche villaggio della Swissia, abitato da Ekklesiofori e lì, in mezzo a loro, avrebbe trovato sicuro rifugio.

Il re naturalmente preferiva non allontanarsi troppo da Concylia e Darius gli dava ragione: così, al momento opportuno, avrebbe potuto far ritorno a Palazzo e punire gli Episcoprotest ribelli. Ma re Josephus non meditava né vendette, né tantomeno punizioni. Egli avrebbe voluto convincerli di quanto erronee fossero le loro scelte, e intendeva farlo col sorriso e l’uso meditato della ragione. Darius era scettico sull’esito di eventuali consulti. Meglio attendere in silenzio per ora l’evolversi degli eventi.

Aiutò il re a indossare una toga Laicatus, gli pose un cappello petasus a falda larga sul capo, e lo scortò attraverso uno stretto cunicolo che dalla sua cella scendeva sino al retro del palazzo. Lì li attendevano tre gendarmi reali, anch’essi in borghese. Il re fu scortato sino all’umile dimora del giovane addetto all’efemeride.

“Dev’essere questa la casa.” Fece uno dei gendarmi, il più anziano.

L’appartamento era in realtà una specie di fatiscente palafitta in legno, sospesa sui canali di scolo infangati che appestavano la periferia sud di Concylia. Il re non si preoccupava per quella nuova dimora, forse più grande del suo piccolo cubicolo nel quale era solito rivolgere al Deus Jesus preghiere per la salvezza del popolo della Terra di Homines e ancor più di quello del Regno di Vatiks. Il gendarme più anziano bussò alla porta.
Dopo pochi secondi apparve un ragazzo sulla trentina, completamente calvo, con indosso una semplice tunica grigia.

“Sei tu il Laicatus G27Aadam?”
“Si, sono io, perché?”

Il Latinus Darius avanzò nella penombra e scostando il suo tabarro nero prese per un braccio Aadam.
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“Posso parlare con te?”

Aadam vide al polso dello sconosciuto il bracciale fides in oro zecchino, tutto intarsiato con piccoli rilievi dell’ascia Crux usata dal Deus Jesus per aprire la fonte Salus. Ricordò quell’antica leggenda, ma soprattutto comprese di avere a che fare con un membro del Collegio di Latins. Così lo fece entrare, mentre gli altri quattro stranieri rimasero davanti alla palafitta di legno annerito e mezzo fradicio.
Dopo qualche minuto Darius uscì dalla baracca, facendo segno agli altri di entrare. Aadam era seduto al suo tavolo inox, mentre sul triclinio era distesa la sua compagna vistosamente incinta.

“Re Josephus, qui troverete accoglienza. Il giovane Aadam vi darà la stanza che ha ricavato per il pargoletto che attende. Non si tratterà di una lunga permanenza. Qui davanti la gendarmeria veglierà su di voi, non vista.”

Poi, si avvicinò al re ed estrasse dalla sua tasca una piccola sfera metallica. Fece leggermente pressione con il pollice sulla sfera e questa si aprì rivelando un complesso congegno meccanico sulla cui superficie luminescente appariva un piccolo schermo azzurrino.

“Maestà, è un vocisminutor. – disse sussurrando - Se ne avrete bisogno basterà premere un punto qualsiasi della superficie e parlare. Vi ascolteranno i gendarmi e agiranno di conseguenza”.
“Ma tu, caro Darius?”
“Io tornerò a Palazzo. Starò in mezzo a loro per seguirne le mosse. Tre dei fedeli Latinis si sono rifugiati in un villaggio di Ekklesiofori. Un altro è nascosto come voi dall’altro lato della città. Il Vicerè resterà a Palazzo con me. I restanti quattro sono in missione dagli Araabs, per scongiurarli di fermarsi. Voci incontrollate parlano di sanzioni contro il Regno di Vatiks. Pare vogliano impedire il commercio di olio nero…”
“Che il Deus Jesus ti protegga e salvi questo regno dalle lotte fra coloro che sono assetati di potere… che le bramosie terrene possano infrangersi dinanzi all’ingiustizia dilagante, al forte che sopraffà il debole, al ricco che domina il povero… Non sono riuscito nel mio obiettivo di salvare questo regno dalla rovina cui sembra andare incontro… Ma la speranza non mi abbandona.”

Guardò con tenerezza i due Laicatus ancora sbigottiti per l’onore e la missione appena ricevuti. Aadam era seduto sul triclinio, al fianco di Iwa, sua moglie. Anche Iwa era completamente calva, come tutti i Laicatus. Ma il suo volto trasmetteva una dolcezza serena e nascosta, nascosta dalla turpitudine dell’animo humano, dalle aberrazioni del potere che sfida l’amore, dall’indegno commercio di corpi e materie che affievoliva ogni speranza per lo Spirito.

“Come vi chiamate?” fece il re con voce candida.
“Lei è Iwa, Maestà, io Aadam. Questa casa è troppo misera per ospitarvi, perché avete scelto noi? Io… non… questa è una storia…” i suoi occhi giravano per la stanza incrociando gli sguardi del re, di Darius e dei gendarmi, quasi a cercare conferme in uno di loro.

Darius gli si avvicinò, pose una mano sulla sua spalla:

“Aadam, Iwa, vi conosciamo da tempo e sappiamo che in voi è riposta una grande speranza.”
“Ma non siamo che due umili servi. Non abbiamo nulla di speciale. Siamo poveri, siamo due Laicatus…”
“Appunto” proseguì il Re. “La vostra povertà vi ha già salvati ed è la nostra più grande speranza”.

Fine dell'ottava parte

mercoledì 24 febbraio 2010

ANCORA SUI METICCI EUROPEI...

di Francesco Colafemmina

Per chi ha la memoria corta vorrei ricordare che durante il meeting di Rimini del 2005 Marcello Pera parlò per la prima volta di "meticciato", indicandolo come una minaccia relativistica alla nostra identità cristiana ed europea. Domenica scorsa ne ha riparlato dopo 5 anni - ribaltando il concetto - Monsignor Bruno Forte, dalle pagine del Sole 24 Ore. Vorrei peraltro ricordare la splendida lettera che nel 2008 Benedetto XVI inviò a Marcello Pera in occasione della pubblicazione del suo volume "Perché dobbiamo dirci cristiani".

Forte pare sia "il candidato di Papa Benedetto" per sostituire Poletto a Torino. Così hanno scritto Repubblica e Italia Oggi. Dunque non stupisce un certo "attivismo" di Mons. Forte in vista di promozione. Solitamente, anzi, è proprio in queste occasioni che si cerca di parlare di più per manifestare programmi e pensieri utili a crearsi una "identità" (forse anche un po' meticcia).

Tornando al meticciato credo sia opportuno rileggere questi passaggi di una intervista del 2005 di Luigi Accattoli a Mons. Fisichella su quanto allora affermò Pera al Meeting. L'intervista è attualissima e contiene una risposta estremamente chiara e logica ai dubbi suscitati da coloro che son soliti scandalizzarsi dinanzi al tentativo di ristabilire una identità chiara, storica e definita (non meticcia) della cultura europea. Dalla lettura di questa intervista emerge un pensiero autenticamente cattolico ed antirelativista. Perché Monsignor Forte abbia creduto opportuno rievocare la parola "meticciato" attribuendolo al mix culturale greco-romano-giudaico-cristiano, ci riesce difficile immaginarlo. Certo, scrivendo sul giornale dei grembiulini tutto si spiega...


«Meticciato, ha parlato come un cristiano» Il vescovo Fisichella: la nostra identità è più debole, il presidente del Senato Pera fa bene a difenderla

«Come altre volte il presidente Pera ha individuato alcuni nodi che appartengono al nostro frangente storico e lo ha fatto con una lucidità e una responsabilità che obbligano a riflettere. Le sue proposte sono di carattere culturale e toccano l’identità dell’Italia e dell’Europa, le radici della nostra civiltà. È per questo motivo che mi sento di intervenire e intervengo a difesa, perché le obiezioni che gli si fanno mi paiono sfocate o strumentali»:

è il commento di partenza del vescovo Rino Fisichella, rettore dell’Università lateranense e cappellano di Montecitorio, alla disputa sul discorso tenuto domenica a Rimini dal presidente del Senato. Tanti accusano Pera di muoversi in direzione «opposta» rispetto al dialogo con l’Islam riaffermato dal Papa a Colonia...

«Non è affatto vero che egli rifiuti il dialogo, come non lo rifiuto io! Non l’ho mai sentito affermare una cosa simile, in tante occasioni in cui l’ho ascoltato. Parla di difesa della propria identità nel rispetto dell’identità altrui e questo è precisamente il dialogo!».

Ha parlato contro il meticciato dei popoli e delle civiltà: lei - da cristiano - che ne pensa?

«Il meticciato non appartiene al Cristianesimo perché vuol dire ibridismo, mentre il Cristianesimo fornisce a chi l’accoglie un’identità ben precisa».

Ma non è stato il cardinale Scola a parlare di meticciato di civiltà?

«Ne ha parlato, ma poi ha corretto i suoi interpreti. Se il Cristianesimo fosse stato favorevole alle ibridazioni culturali allora i primi discepoli non si sarebbero chiamati "cristiani", come invece fecero fin dall’inizio, secondo il racconto degli "Atti degli apostoli". Si sono chiamati cristiani perché si sono fatti conoscere per ciò che erano».

Chi parla di «meticciato» pensa a ciò che avvenne con le invasioni barbariche, quando i cristiani non rifiutarono la contaminazione e scelsero di passare ai barbari...

«Ma la nostra situazione è incomparabile. Allora non c’erano, l’una di fronte all’altra, due religioni universali come sono il Cristianesimo e l’Islam. Allora il Cristianesimo aveva di fronte a sé delle stirpi pagane alle quali potè adattarsi riuscendo a trasformarne la cultura, ma con l’Islam ciò non è possibile».

Il meticciato è stato creativo in tante altre occasioni e come si può escludere che possa esserlo oggi?

«Viviamo un momento debole per la nostra identità culturale e dunque dovremmo dare priorità al suo rafforzamento, piuttosto che lasciarci prendere dall’ansia di sperimentazioni aperte a sbocchi ulteriori. Nel presidente Pera apprezzo l’impegno a condurre una lucida difesa della nostra identità, avvertendone la necessità dopo la rottura costituita dall’attacco dell’11 settembre».

martedì 23 febbraio 2010

SUL DIGIUNO QUARESIMALE E LE IPOCRISIE CONTEMPORANEE


di Francesco Colafemmina

Ormai ne abbiamo abbastanza dell'anarchismo diffuso in materia di digiuno quaresimale! E' buona regola, infatti, cercare di sminuire la più vigorosa e duratura pratica penitenziale del cristianesimo come un retaggio della civiltà povera e indigente dei secoli scorsi. Nulla di più falso!
Il mercoledì delle ceneri moltissimi di voi avranno sentito il sacerdote proclamare nell'omelia che il digiuno è un evento "simbolico". Digiunare significa "rinunciare" a qualcosa che ci è caro, non letteralmente astenersi da alcuni specifici cibi. Digiunare significa evitare di parlare troppo al telefono, oppure guardare meno televisione, rinunciare a qualcosa che troppo spesso ci va di fare e così via. Sembra però che il digiuno abbia smarrito completamente il suo significato oggettivo, per perdersi nell'analogia simbolica di mille e mill'altre pratiche vagamente moralistiche. Così vorrei chiarire alcuni aspetti del digiuno che credo fondamentali da analizzare.

1. Retroterra storico
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Fino al catechismo di San Pio X, il precetto del digiuno e dell'astinenza era al secondo posto dopo l'ascolto della Messa:
"486. D. A che serve il digiuno?
R. Il digiuno serve a meglio disporci all'orazione, a fare penitenza dei peccati commessi e a preservarci dal commetterne di nuovi."
"489. D. Per qual fine è stata istituita la Quaresima?
R. La Quaresima è stata istituita per imitare in qualche modo il rigoroso digiuno di quaranta giorni che Gesù Cristo fece nel deserto, e per prepararci col mezzo della penitenza a celebrare santamente la Pasqua."
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Con il nuovo catechismo della Chiesa Cattolica il precetto del digiuno è stato retrocesso al 4°.
La ragione sta probabilmente già nella riduzione drammatica dei giorni di digiuno al solo Mercoledì delle Ceneri e a tutti i venerdì. Riduzione sancita da Paolo VI nella costituzione Paenitemini del 1966:
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"§ 2. I giorni di penitenza, da osservarsi obbligatoriamente in tutta la Chiesa, sono tutti i venerdì dell'anno e il mercoledì delle Ceneri o il primo giorno della Grande Quaresima, secondo i riti; la loro sostanziale osservanza obbliga gravemente.
§ 3. Salve le facoltà di cui ai nn. VI e VIII, circa il modo di ottemperare al precetto della penitenza in detti giorni, l'astinenza si osserverà in tutti i venerdì che non cadono in feste di precetto, mentre l'astinenza e il digiuno si osserveranno nel mercoledì delle Ceneri, o - secondo la diversità dei riti - nel primo giorno della Grande Quaresima, e nel venerdì della Passione e Morte di Gesù Cristo.
III. § 1. La legge dell'astinenza proibisce l'uso delle carni, non però l'uso delle uova, dei latticini e di qualsiasi condimento anche di grasso di animale.
§ 2. La legge del digiuno obbliga a fare un unico pasto durante la giornata, ma non proibisce di prendere un po' di cibo al mattino e alla sera, attenendosi, per la quantità e la qualità, alle consuetudini locali approvate."
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Prima della costituzione suddetta i giorni di digiuno comprendevano tutti i venerdì e i sabato, la Quaresima, alcuni giorni dell'Avvento, le Quattro Tempora, alcune vigilie. Nel 1994 un documento della CEI a firma Ruini-Tettamanzi, introduceva poi la possibilità di "nuove forme di astinenza" rispetto al digiuno tradizionale (nonostante già questo fosse ridotto a pochi giorni).
Nell'Ortodossia in particolare è rimasto un digiuno stretto, assai simile a quello preconciliare cattolico. Durante la Quaresima ad esempio si rispetta questo digiuno:
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Settimana del Fariseo: non si digiuna, neanche mercoledì / venerdì.
Settimana del Dissoluto: solito digiuno del mercoledì / venerdì.
Domenica di Carnevale (corrispondente alla Settuagesima): da domani, esclusione di proteine animali; tranne che mercoledì / venerdì, licenza d’uova e latticini.
Domenica dei Latticini (corrispondente alla Sessuagesima): da domani, esclusione anche di uova e latticini
Lunedì Puro (corrispondente al nostro Mercoledì delle Ceneri) : digiuno. Negli altri giorni di quaresima, tranne che mercoledì / venerdì, licenza d’olio e vino.
Domenica delle Palme: licenza di pesce, olio e vino.
Settimana Grande: digiuno, con licenza d’olio al Grande Giovedì.
Pasqua: nessun digiuno per tutta la settimana
Mercoledì avanti l’Ascensione: licenza d’olio e vino.
Pentecoste: nessun digiuno per tutta la settimana
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Per sottolineare come questo digiuno accomuni la storia alimentare dell'Europa e dell'Oriente cristiano mi piace portare l'esempio dello tsuréki. Si tratta di un dolce tradizionale greco fatto con farina, zucchero, uova e aromi, nel quale si suole conservare alcune uova sode dipinte di rosso. Le uova e lo tsuréki verranno poi mangiate a Pasqua. Il metodo era l'unico valido per conservare il prodotto alimentare proibito (le uova). Tanto che oggi si è trasfuso nell'uso dell' "uovo di Pasqua" in cioccolato. Per sottolineare il legame fra Oriente e Occidente cristiano ormai rotto dal Concilio, ricordo che per esempio in Puglia si ha un dolce assai simile allo tsuréki greco: la scarcella. In italiano sarebbe "la borsetta", infatti questo dolce, come lo tsuréki, custodisce al suo interno delle uova sode.
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2. Analogia e Oggettività
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Uno tra i più gravi virus del cattolicesimo contemporaneo è quello della riduzione analogico/simbolica dell'interazione personale con Cristo e il Divino. In altri termini sembra esista una ben predisposta strategia per cancellare il legame personale, la relazione personale fra il fedele e Cristo, trasformandola in spiritualismo vagamente etico.
Faccio un esempio concreto. Se si dice "digiunare significa astenersi dal parlare troppo", in questo caso il digiuno lo si fa coincidere con l'esercizio della "continenza verbale", dunque con una ascesi (esercitazione) a moderare la propria lingua. Questa ascesi la compie il fedele per edificare se stesso, per imparare la moderazione, e quindi per avvicinarsi a Cristo con la virtù. Dunque è una pratica di correzione "morale" il cui obiettivo ultimo è sì la salvezza, ma prima ancora la "formazione" e il "perfezionamento" dell'uomo. La continenza verbale potrebbe essere quindi un "valore etico" anche a prescindere da Cristo, giacché chi è continente nel parlare spesso ha una positiva ricaduta sociale della sua virtù.
Quando invece si chiede al fedele di digiunare per Cristo, si attua un rapporto diretto con Nostro Signore. Un rapporto di relazione con l'Altro che ci sovrasta. Se infatti io mi astengo dalle carni durante la Quaresima non lo faccio per edificare me stesso, ma molto più per attestare anche nell'aspetto più banale e quotidiano della mia vita (l'alimentazione) che vi è Una Persona per la quale sono pronto a rinunciare al cibo. Più rinuncio al cibo, più amo Cristo, più Lui è fondamentale per la mia esistenza, ancor più dell'alimento materiale lo è quindi quello spirituale del Suo amore.
In questo senso digiunare ed astenersi da carne, uova, e derivati degli animali (latticini e formaggi), significa attestare immediatamente, senza sofismi morali o virtuosi propellenti etici, l'esistenza di un rapporto di amore fra me e Cristo.
Perciò si suol preferire rompere il legame diretto e personale della relazione immediata e spontanea del fedele con Cristo, ammantandolo di vacuo e pneumatico moralismo. Si sembra credibili (perché tutti apprezziamo le esortazioni etiche), e soprattutto si rinuncia ad una serie di privazioni concrete e non intellettualistiche spiegabili solo con la presenza della diretta relazione d'amore con Cristo.
Un altro esempio per essere chiaro fino in fondo: il cero. Mentre prima accendere il cero in chiesa e farsi il segno della croce era un automatico gesto concreto (la fiamma arde e si consuma come Cristo che si è consumato per noi) oggi lo si è simbolizzato ed analogizzato nella lucina elettrica che si accende all'inserimento della monetina. L'atto personale di amore per Cristo consistente nell'accensione del cero, si è trasformato nell'atto intellettualistico e meccanicistico dell'inserimento di una monetina e dell'accensione di un "segnaposto" luminoso ai piedi del Crocifisso, della Vergine o dei Santi.

3. Perchè è falso affermare che il digiuno avesse senso solo nella civiltà pre-industriale.
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L'alibi preferito per evitare di leggere il digiuno quaresimale per quello che esso autenticamente è, consiste nel richiamare alla mente argomentazioni false eppure pienamente condivise come la seguente: "un tempo c'era ben poco da mangiare, quindi il digiuno era per pochi, non era sofferto. Oggi invece c'è abbondanza di cibo, quindi il digiuno non ha più senso nella nostra epoca".
A parte l'illogicità di queste consuete ipocrisie: se, infatti, oggi c'è abbondanza di cibo, bisognerebbe vieppiù digiunare! A parte ciò vanno richiamati alcuni dati obiettivi forniti dalla storia dell'alimentazione in Europa. Basta leggere alcuni degli splendidi volumi del professor Massimo Montanari, per rendersi conto che almeno fino al XVIII secolo i consumi carnei in Europa erano estremamente cospicui e non riservati alle fasce più agiate della popolazione, bensì equamente distribuiti.
Se già ai tempi dell'imperatore Costantino a Roma si distribuivano ad almeno 300.000 capifamiglia quotidianamente pane, olio e vino e mensilmente un maiale per ciascuno, durante il medioevo la cacciagione era estremamente diffusa anche nei ceti più poveri. Nella Germania del XV secolo ad esempio secondo i calcoli di W. Abel si consumavano qualcosa come 100Kg di carne all'anno pro capite (una media su tutta la popolazione). Montanari aggiunge: "che vorrebbe dire - se teniamo conto dei giorni di astinenza imposti dalla normativa ecclesiastica - qualcosa come 450-500g di carne al giorno per 220 giorni di consumo effettivo". Nel XIV secolo il Fiumi "ha calcolato per alcune città toscane un consumo pro capite di carne assai vicino a quello quattrocentesco delle città siciliane: 20kg circa a Prato, 38kg a Firenze". In genere poi i contadini facevano ampio consumo di carne di porco salata e poi di carne di pecora. Per non parlare di pollame vario e di cacciagione che riuscivano a recuperare nelle riserve comuni mantenute per conto dei feudatari e dei signori.
Insomma il contesto socioeconomico nel quale si sono codificate le regole del digiuno (prima della loro abolizione - eccetto per il venerdì e il mercoledì delle ceneri - col Concilio Vaticano II) era un contesto nel quale non mancavano affatto in buona parte dell'Europa gli alimenti "proibiti".
In particolare poi questi alimenti non vengono proibiti per la loro presunta "purezza" o "impurità" come accadeva nell'ebraismo, bensì semplicemente in quanto la rinuncia costituiva un metodo di ascesi nell'incremento dell'amore per Cristo. Dunque il digiuno non era un mero formalismo, ma un autentico atto d'amore.
Limitare le proprie abitudini alimentari è poi una sorta di "fuga dalla vita", è una rinuncia alla materialità, un abbassamento del proprio standard di benessere che non ha un immediata ripercussione morale, ma è compiuta in ricordo di Colui che è stato ucciso sulla croce per la nostra salvezza. E' inoltre un mezzo di ringraziamento al Signore per l'abbondanza che ci dona e che ci rende capaci del "privilegio" della rinuncia, privilegio che a molte centiaia di migliaia di esseri umani è negato su questa terra. Nella nostra rinuncia ci mettiamo quindi anche la consapevolezza dell'eccesso che ci circonda e la volontà di aiutare il prossimo che non può digiunare perché il suo fisico ha bisogno del cibo materiale indispensabile alla sopravvivenza.

4. Per chi volesse approfondire l'argomento da una prospettiva "ortodossa" fornisco, infine, questo bel testo da me tradotto dal greco moderno. Si tratta di domande e risposte dell'Igumeno (Abate) Padre Maximos del Monastero di San Dionisio (Katerini - Grecia). L'Igumeno risponde sulla questione del digiuno a dei bambini come San Pio X nel Catechismo. Ah, quanto abbiamo da imparare dagli Ortodossi!
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Domanda: quali sono i digiuni della nostra Chiesa?
Risposta: il digiuno del Natale (40 giorni), quello quaresimale (50 giorni), quello degli Apostoli, dell'Assunta e quello di altri giorni specifici.
D: perché digiuniamo il mercoledì e il venerdì?
R: digiuniamo il mercoledì in ricordo del mercoledì in cui il Signore fu preso e condannato a morte e il venerdì in ricordo del giorno della morte di Nostro Signore. Noi monaci digiuniamo anche ogni lunedì in ricordo della festa dei Santi Angeli (il nostro lunedì in Albis ndr)
D: Perché digiuniamo?
R: Digiuniamo per abituarci alla continenza. Per esercitarci a contenerci e a non cadere nel peccato, nelle cattive azioni, nelle tentazioni. Se non digiuniamo non possiamo trattenerci anche nelle altre passioni.
D: Il digiuno è necessario per l'uomo? Perché?
R: Si, è indispensabile perché ci abitua a non occuparci solo delle cose terrene.
D: Voi nel monastero che mangiate durante il digiuno?
R: Mangiamo cibi con olio solo sabato e domenica. Negli altri giorni mangiamo cibi senza olio e solo una volta al giorno.
D: Possiamo mangiare pesci durante il digiuno? perché?
R: Solo nel digiuno del Natale, perché così lo ha stabilito la nostra chiesa.
D: Con il digiuno disintossichiamo il nostro corpo. Che dobbiamo fare per le nostre anime?
R: Le passioni dell'anima portano un altro genere di tossine, le malvagità "poniries" come le chiamano i Santi. Per disintossicarci da questo genere di tossine i Santi insegnano la Preghiera. I cattivi pensieri li scacciamo con la preghiera, l'attenzione, la confessione e la Santa Comunione.
D: Se non digiuniamo non possiamo considerarci buoni cristiani?
R: Chiunque non digiuna significa che non fa sacrifici nella vita, non ama Dio. Ama il suo stomaco. Il digiuno lo si fa per Dio. Se non digiuniamo non possiamo amare Dio. Il digiuno è un modo per guardare a Dio.
D: Se non digiunano i nostri genitori, noi come potremo digiunare?
R: Direte a vostra madre che volete digiunare. E se vi dice no, all'inizio farete in modo di mangiare. Se cioè il mercoledì' e il venerdì vi danno carne e patate, mangerete le patate e lascerete la carne. Quando i genitori vedono i bambini digiunare, per quanto severi possano essere, si meravigliano e molte volte prendono il buon esempio.

lunedì 22 febbraio 2010

SE NON STAI DRITTO NON HAI LA COMUNIONE!


di Francesco Colafemmina

La chiesa di San Ferdinando in Bari è una delle più frequentate dalla cosiddetta "Bari-bene". Chiesa posta al centro della frequentatissima via Sparano, San Ferdinando si riempie la domenica di tanti distinti signori, e impellicciate signore. E' la chiesa del fighettismo borghese un po' decadente, ma è pur sempre una chiesa.
Tra l'altro è l'unica chiesa di Bari a custodire uno splendido affresco con la visione della Vergine del Rosario a San Pio V, allorché la Madonna avvertì il grande pontefice della vittoria cristiana sui turchi a Lepanto.

Ebbene, ieri sera, alle ore 19.00, scevro da ogni velleità fighettista e borghesizzante, sono andato a messa in quella chiesa. Il sacerdote era aiutato da un ministrante attempato in giacca e cravatta e già questo poteva far comprendere l'andazzo, ma mai - dico mai - mi sarei aspettato di essere bloccato davanti all'Ostia perchè mi ero inchinato per ricevere l'Eucaristia in bocca.

Il sacerdote mi guarda, si ferma con l'Ostia in mano mentre io dico "amen" e mi fa:
"Stai dritto!"
Ed io: "perchè?"
Lui di nuovo: "Alzati, stai dritto!"
Ed io ancora: "perché?"
Ha atteso una manciata di secondi, il tempo di sussurrargli un altro "perché?" e poi, accortosi che ci stavano guardando, mi ha dato finalmente il Corpo di Gesù.

Non avevo mai provato un così vivo sbigottimento e l'unica parola che mi usciva dalle labbra, amen a parte, era il "perché?". Probabilmente è vero, sono indegno di abbracciare il mio Signore e fargli spazio nel mio corpo, ma di sicuro il fatto di essermi inchinato (non platealmente inginocchiato, ma semplicemente inchinato) non può costituire una valida ragione perché l'Eucaristia debba essere negata ad un cristiano.

Così con la tristezza nel cuore e un certo disgusto ho atteso la fine della messa. E mi è parso ipocrita che il sacerdote invitasse tutti a chinare il capo per la benedizione finale. Si, ipocrita. Dobbiamo chinarlo dinanzi al sacerdote, ma non possiamo inchinarci dinanzi a Cristo vivo?

San Pio diceva che il segno del Diavolo è il non voler inginocchiarsi. Ricordava un suo confratello di aver visto una volta confessarsi da Padre Pio un uomo distinto e molto alto che non voleva inginocchiarsi nonostante le plurime intimazioni del Padre. Alla fine quest'uomo, quest'essere scomparve sotto il pavimento di Santa Maria delle Grazie. Fu Padre Pio poi a rivelare che un suo amico aveva provato a confessare il Diavolo, ma non c'era riuscito perché il Diavolo non voleva inginocchiarsi. Allora il confratello che aveva visto tutta la scena gli disse: "ma, padre Pio, quel vostro amico in realtà siete proprio voi...". Padre Pio sorrise. Questa storiella la dice lunga sul perché oggi non sia concessa neppure la proskinesis dinanzi alla maestà di Nostro Signore Gesù Cristo.

domenica 21 febbraio 2010

IL "METICCIATO" DELLE RADICI (EBRAICO) CRISTIANE

I meticci europei...

di Francesco Colafemmina

Di idee innovative sulla storia e la cultura europea ne avevamo sentite, pure, l'idea che oggi propone dalle colonne del quotidiano di Confindustria (il Sole 24 ore) Mons. Bruno Forte, ci sembra degna di una bella risata!
Partiamo dalla fine. Afferma Mons. Forte:
"Proprio così, ebraismo e cristianesimo, nel loro indiscutibile "meticciato" con la grande cultura greca e il pragmatismo latino, potranno offrire quel supplemento d'anima, di cui come mai l'Europa ha bisogno."

Meticciato? Tralasciando per un attimo la difficoltà naturale nel contemplare la "cultura ebraica" fra le matrici identitarie europee, ancor più complesso è cercare di identificare la nascita di questa identità nel "meticciato" fra ebraismo, cristianesimo, classicità greca e classicità romana. Un minestrone più che un meticciato. Un minestrone che emana anche un po' di nauseabondo olezzo...
Tornando però all'incipit dell'articolo di Mons. Forte, è interessante notare come riproponga concetti già da lui espressi nel 2007 a Sibiu. In particolare mi riferisco al rimando all'opera di Novalis "Cristianità o Europa", secondo il Forte una delle opere più profetiche sulla necessità di una costruzione spirituale dell'Europa. Un'opera però limitata dal sogno utopistico di un'Europa idealizzata.
Citazioni dotte a parte il concetto alla base di questo testo di Mons. Forte è una dichiarazione programmatica di fedeltà al relativismo.

Normalmente le radici cristiane dell'Europa vengono richiamate per identificare la fonte di una storia comune. Questa fonte significa che l'Europa si unisce su valori, storie, identità definite e comuni a buona parte del continente europeo. Per Mons. Forte invece il concetto è da ribaltare. Le radici non significano la necessità di ricordare il passato e la fonte da cui è scaturita l'Europa contemporanea. No.
Le radici significano l'esatto contrario, significano un bagaglio culturale antistorico e a-storico. Una riserva ideale, non a caso identificata con la parola cardine di ogni vacuità: la "spiritualità". Questa "spiritualità" o pneumatismo, contenuto nelle nostre radici, è in realtà una sorta di propellente verso il futuro, verso una nuova identità completamente diversa da quella del passato.

Dove non arriva dunque la logica, giunge la dialettica. Quella dialettica in grado di dimostrare che il bianco non è bianco, ma è verde. Anzi è verde per me, rosso per te, viola per quell'altro. E tutte queste definizioni sono contemporaneamente vere.

In altri termini quello di Mons. Forte è un vero e proprio manifesto relativista applicato all'identità culturale europea, non a caso sporcata col fango ideologico del "meticciato". Introdurre la parola "meticciato" in un contesto identitario e culturale vuol dire fare un pernacchio a tutti coloro che quell'identità la considerano "pura", autentica. Significa introdurre il germe del relativismo anche nella solida certezza della cultura che questa Europa ha fatto grande e che oggi è evidentemente in aperta decadenza da più di un secolo. Paradossalmente dunque, pur criticando Novalis, Mons. Forte sembra attaccarsi alla sua visione panteistico messianica nel formulare l'idea di "nuova spiritualità europea".

L'evidente approccio relativistico di Mons. Forte balza ancor più agli occhi se confrontato con questo splendido testo del Cardinal Ratzinger del 2004.

Ratzinger diceva allora:

C’è qui un odio di sé dell’Occidente che è strano e che si può considerare solo come qualcosa di patologico; l’Occidente tenta sì in maniera lodevole di aprirsi pieno di comprensione a valori esterni, ma non ama più se stesso; della sua propria storia vede oramai soltanto ciò che è deprecabile e distruttivo, mentre non è più in grado di percepire ciò che è grande e puro. L’Europa, per sopravvivere, ha bisogno di una nuova - certamente critica e umile - accettazione di se stessa, se essa vuole davvero sopravvivere. La multiculturalità, che viene continuamente e con passione incoraggiata e favorita, è talvolta soprattutto abbandono e rinnegamento di ciò che è proprio, fuga dalle cose proprie. Ma la multiculturalità non può sussistere senza costanti in comune, senza punti di orientamento a partire dai valori propri. Essa sicuramente non può sussistere senza rispetto di ciò che è sacro. Di essa fa parte l’andare incontro con rispetto agli elementi sacri dell’altro, ma questo lo possiamo fare solamente se il sacro, Dio, non è estraneo a noi stessi. Certo, noi possiamo e dobbiamo imparare da ciò che è sacro per gli altri, ma proprio davanti agli altri e per gli altri è nostro dovere nutrire in noi stessi il rispetto davanti a ciò che è sacro e mostrare il volto di Dio che ci è apparso - del Dio che ha compassione dei poveri e dei deboli, delle vedove e degli orfani, dello straniero; del Dio che è talmente umano che egli stesso è diventato un uomo, un uomo sofferente, che soffrendo insieme a noi dà al dolore dignità e speranza. Se non facciamo questo, non solo rinneghiamo l’identità dell’Europa, bensì veniamo meno anche ad un servizio agli altri che essi hanno diritto di avere. Per le culture del mondo la profanità assoluta che si è andata formando in Occidente è qualcosa di profondamente estraneo. Esse sono convinte che un mondo senza Dio non ha futuro. Pertanto proprio la multiculturalità ci chiama a rientrare nuovamente in noi stessi. Come andranno le cose in Europa in futuro non lo sappiamo. La Carta dei diritti fondamentali può essere un primo passo, un segno che l’Europa cerca nuovamente in maniera cosciente la sua anima. In questo bisogna dare ragione a Toynbee, che il destino di una società dipende sempre da minoranze creative. I cristiani credenti dovrebbero concepire se stessi come una tale minoranza creativa e contribuire a che l’Europa riacquisti nuovamente il meglio della sua eredità e sia così a servizio dell’intera umanità.

Una bella differenza dunque!

venerdì 19 febbraio 2010

5 MILIONI E MEZZO DI EURO PER UNA SCATOLA CEMENTIZIA A MOLFETTA


di Francesco Colafemmina

Se l'ultima chiesa di cui vi ho parlato costerà qualcosa come 4,5 milioni di Euro, a Molfetta - sempre nella bella Puglia - se ne sta costruendo una da ben 5,5 milioni di Euro. Sembra una gara a chi spende più soldi, tanto pagano gli italiani (con l'otto per mille) e i fedeli (con donazioni e contributi vari).

Quella di Molfetta, intitolata alla Madonna della Rosa è una chiesa speciale perché sembra una sorta di riedizione in chiave teatrale del cubo di Fuksas. L'impianto è molto simile a quello dei teatri d'opera dell'800 naturalmente privo di ordini e palcoscenico. Per il resto si tratta semplicemente di una enorme scatola in cemento armato. Scatola che assieme alla casa canonica, all'auditorium (e viene da chiedersi che bisogno ci sia di un auditorium se la chiesa lo è già), e ai "locali per il ministero" (ovvero sacrestia e affini) realizza un budget previsionale pari ad € 5.425.986.
Di questa somma circa la metà è gentilmente offerta dai contribuenti italiani, attraverso la generosa CEI (€ 2.581.000); un milioncino di euro lo mette invece la diocesi che fu del santo subito don Tonino Bello; mentre €1.844.989 lo dovranno mettere i fedeli e i vari benefattori. All'uopo sul sito della parrocchia una di quelle faccine tanto usate su messenger si agita affranta lanciando un messaggio: "help!".
Si, i committenti di questo abominio hanno bisogno di aiuto! Ma forse l'unico aiuto che gli si potrebbe dare consiste in qualche panetto di tritolo da posizionare accuratamente in punti strategici della costruzione in fase di ultimazione. Una bella esplosione e via...
Ma non vorrei esser preso per un bombarolo. Perciò torniamo alla chiesa in questione. Lasciamo perdere l'architettura che - ripeto - è evidentemente influenzata dagli incubi di Fuksas. Prendiamo invece lo splendido campanile. A parte l'evidente sbrodolamento kitsch, sarebbe curioso capire se il campanile si riferisce volutamente alla forma di una barchetta bianca... rievocazione romantica (e alquanto pacchiana) della vocazione marinara di Molfetta.
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La scatola di cemento: veduta laterale
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Veniamo invece agli interni. Non sono riuscito a recuperare dei rendering degli spazi interni, tuttavia è interessante concentrarsi sugli artisti che "abbelliranno" questo capannone cementizio. Uno su tutti, particolarmente in voga da queste parti è l'artista Giovanni Morgese.
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Un emblematico crocifisso di Morgese: Gesù come al solito è un pupazzo di pezza...
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Non esprimo giudizi, solo vi rimando ad una carrellata di sue opere. Guardate e giudicate voi.
L'altro artista è - udite udite - il parroco stesso. Chissà che ne uscirà fuori!
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La scatola di cemento: scorcio
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Leggiamo quanto riportato da "il Fatto" di Molfetta nel febbraio 2009: "Le opere artistiche saranno invece realizzate da Giovanni Morgese, Giuseppe Samarelli e dallo stesso parroco: “Recupereremo quanto è già presente nell’attuale chiesa: sarà il punto di partenza per la nuova”. E il primo passo sarà quello del portale in bronzo, un portale realizzato “a tre mani” ed in cui ognuno degli artisti imprimerà la sua impronta e la sua idea di arte per un progetto comune. La nuova chiesa oltre ad essere bella sarà anche moderna, accessibile e rispettosa dell’ambiente: “L’edificio sarà completamente accessibile ai disabili e sarà dotato di un impianto fotovoltaico che ci consentirà di abbattere notevolmente i costi di gestione”. Insomma, una sfida nella sfida: la realizzazione di un nuovo edificio di culto ma anche la consapevolezza di compiere un passo capace di coinvolgere l’intera comunità cittadina e non solo quella parrocchiale."

Quindi persino la chiesa con impianto fotovoltaico: siamo proprio nel futuro!
Adesso però vi spiego come funziona il sistema dell'8 per mille per pagare queste colate laviche cementizie. Dunque, nel 2003 la CEI ha approvato un regolamento per il finanziamento (a fondo perduto) della nuova edilizia di culto. Questo regolamento indica tutte le procedure per poter finanziare:
a. Acquisto dei suoli o del diritto di superficie di essi (purché il diritto di superficie non sia concesso da altri enti ecclesiastici);
b. Realizzazione di nuovi edifici di culto;
c. Realizzazione della casa canonica;
d. Realizzazione dei "locali del ministero pastorale" (sale per catechesi, sale polifunzionali, etc.).
Se il progetto è ammesso al finanziamento CEI si possono anche chiedere finanziamenti (a fondo perduto) per le "opere d'arte".
Ora, questi finanziamenti sono determinati in base ad alcuni parametri che vengono aggiornati di anno in anno. I parametri variano essenzialmente per nuclei di abitanti dai 3000 ai 10.000 e oltre. Quindi per fare un esempio: se sono in una parrocchia con meno di 3000 abitanti per accedere al contributo devo rispettare dei precisi parametri (essenzialmente entità della superficie adibita a ciascuna tipologia di intervento). Se rispetto questi parametri ho diritto al contributo CEI.

Che succede però? Succede che i parametri posti dalla CEI non riguardano affatto i criteri costruttivi o i "canoni" estetici. Sono invece meramente burocratici, da ragionieri, non da uomini di fede che contribuiscono a edificare templi al Signore. Logicamente ne discende che tutte le chiese che oggi si realizzano se sono sponsorizzate dall'Ordinario del luogo e rientrano nei parametri, vanno benissimo per la CEI. Non c'è quindi alcun criterio cattolico di discernimento, bensì un mero criterio economico.

Il parroco dell'erigenda scatola di cemento e il Vescovo: entrambi indossano uno splendido modello "fiori rosa.. fiori di pesco..."

Stupirà allora vedere che sulla pietra di fondazione della nuova chiesa della Madonna della Rosa a Molfetta troneggia uno splendido compasso con cazzuola muratoria?
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Dove c'è il denaro c'è casa (per i grembiulini)
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P.S. qui sentite il parroco accorato per il denaro ancora necessario ma sempre pronto a ricordare che lo Spirito è più importante della materialità (che bella faccia tosta!).
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giovedì 18 febbraio 2010

FIDES ET FORMA SU LIBERO DEL 12 Febbraio 2010


di Francesco Colafemmina

Ringrazio l'amico Silvano per avermi segnalato quest'articolo apparso su "Libero" di venerdì scorso e firmato da Caterina Maniaci. L'aricolo mi cita - immeritatamente - ma soprattutto conferma l'interesse di Libero per la battaglia contro il brutto che avanza anche nella Chiesa. Mentre la maggiorparte dei quotidiani italiani continua a fare la politica dello struzzo e sebbene sia pronta a criticare la Chiesa su tutto, non apre bocca sulla questione dell'arte e dell'architettura, "Libero" dà grande spazio alla critica positiva a questa devastante "edilizia" ecclesiastica il cui unico scopo sembra sia l'allontanamento progressivo dei fedeli dalle chiese...
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Che dire? Se volessimo parlare poi dei quotidiani cattolici o cattolicizzanti dovremmo segnalare anche in tal caso il totale disinteresse per questioni di questo genere, anzi, sui giornali cattolici si finisce per glorificare le sorti magnifiche e progressive dell'architettura e dell'arte sacra. Che strana alleanza quella fra giornalismo cattolico e giornalismo laico o laicista in questo campo minato dell'arte e dell'architettura sacra!
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Ma meno male che c'è "Libero"! Grazie a Caterina Maniaci e grazie alla redazione di "Libero" per questo impegno davvero cattolico!

mercoledì 17 febbraio 2010

I GUARDIANI DEL CONCYLIUM - Parte VII

Qui trovate la sesta parte della saga

di Francesco Colafemmina

Tutto cominciò in occasione della festa del Digafabricus, anniversario d'apertura della Diga del Concylium. Negli ultimi anni la festa era stata pressoche ignorata dagli abitanti di Concylia, distratti e annoiati da retorici spettacoli e verbose vacuità fatte di discorsi e rievocazioni.

Gli Episcoprotest riuniti in una pubblica assemblea chiamata Conferentia Episcoprotestalis, cominciarono ad agitare la folla dei presbivatsecons:

“Dobbiamo smettere di remare contro lo spirito della valle del Concylium. La diga è segno di un nuovo inizio. Inutile guardare al passato. Inutile sforzarsi di cambiare il corso del destino: è già segnato! La Diga è il nostro faro, da essa traiamo sostentamento e vita. Lasciate perdere questi furfanti che vi dicono di credere nel Deus Jesus, sono mentitori, alla ricerca di una fetta di potere… Noi invece vogliamo attuare la riforma che dalla Diga ci è stata indicata. Il potere non è di pochi, non si divide fra gruppi: il potere è di tutti e lo si esercita attraverso un sistema democratico. Ecco noi vi chiediamo: la collegialità indicata dai nostri padri che vollero edificare la Diga per riunirci in un’unica città è stata rispettata in questi decenni? Abbiamo forse un governo costituzionale? Oppure una monarchia retriva continua ad opprimerci con i suoi vani fronzoli, le sue esuberanti parate prive di autentico spirito collegiale? Non è forse giunto il momento di dire basta?”

A parlare così era stato l’Episcoprotest Fortius. La folla di presbivatsecons, controllata a vista da uno sparuto gruppo di kattokomus da poco reclutati nella polizia segreta degli Episcoprotest, restò dapprima muta. In pochi secondi però l’anziano presbivatscecons Farinellus prese ad esultare:

“Amici, fratres, non avete compreso le parole di Fortius? Suvvia, ribelliamoci! Avanti, è giunta l’ora di demolire questo potere inutile e autoreferenziale! Vogliamo un Regno povero per i poveri, un regno giusto per i giusti, un regno fragile per i fragili, un regno affamato per gli affamati…”

Qualcuno nella folla mormorò: “magari un regno di idioti per gli idioti…”, ma non gli si diede retta. La massa di presbivatsecons affollata sotto il palco degli Episcoprotest in Beatus Johannes Square, piazza centralissima di Concylia, cominciò a fremere.

I kattokomus fecero avanzare da tutti i lati della piazza carri trainati dai catechiprotest e pieni di spranghe, mazze, picconi. Il materiale fu distribuito ai presbivatsecons e quando tutti si furono armati, l’Episcoprotest Sannus prese la parola:

“Fratres, avanti, distruggete gli altari, distruggete i segni del passato, i segni di questo culto tributato al falso Deus Jesus, e poi dirigiamoci tutti verso il Palazzo Reale, lì rovesceremo questo regno ormai decadente e saremo tutti uguali, ciascuno con il suo servizio per l’altro, amorevolmente uniti in un’unica comunità!”

Un grido oscuro si levò dalla folla. Mentre i Laicatus erano per la maggiorparte nei campi di lavoro, i presbivatsecons cominciarono ad avventarsi sugli altari sparsi ad ogni bivio, ricavati nelle mura dei palazzi più antichi, racchiusi nelle ekklesie abusive degli Ekklesiofori. Infervorati, si dispersero come formiche che eruttano da un formicaio. Dall’alto li si sarebbe potuti vedere invadere le strette vie del centro storico di Concylia, vestiti di bianche tuniche, con strette stole color arcobaleno attorno al collo: una fiumana bianca striata dei colori dell’iride si diffondeva come una piovra a strangolare il passato e il futuro di Concylia. Il Regno di Vatiks cominciava a vacillare.

Scortati dalla polizia kattokomus gli Episcoprotest intanto si dileguarono attraverso un passaggio sotterraneo nascosto sotto il palco, proprio laddove nella piazza vi era un enorme medaglione marmoreo con il volto pacioso del Re Johannes. Quel passaggio conduceva direttamente al Palazzo Reale. All'ingresso della galleria trovarono il Gran Ciambellano ad accoglierli:

"Che gioia vedervi - disse rivolgendosi al Fortius e al Sannus -, ma dite un po', com'è andata laffuori? Si sono armati?... ma non vorranno far del male a nessuno, spero!"
Il Sannus lo fermò subito: "Frater, se distruggono altari vecchi e stantii di un culto ormai superato, non potranno che far del bene all'intera comunità!"
"Si ma quando lo sapranno i Laicatus..."

Intanto la folla di Episcoprotest si incamminava lungo il tunnel illuminato da fiaccole che emanavano copiose fiamme.

"Cosa vuoi che possano fare - intervenne Fortius - i Laicatus devono solo obbedire."
"Le premesse non mi sembrano però coerenti col nostro programma..."
Il Sannus riprese la parola: "Gran Ciambellano, dicci, sei dei nostri o no? Cos'hai? Un velo ricopre il tuo volto? Piuttosto il Re è chiuso come al solito nella sua cella?"
"Si."
"Bene. Le guardie lo terranno in consegna quando saremo arrivati. Ho parlato con il Gran Magister dei Freemasons. Il loro aiuto è stato decisivo per l'organizzazione."
"Si, frater..., ma non sarà meglio lasciarlo in libertà?"
"No - si fermò per un attimo Fortius -, no."
"Ma potremmo farne una vittima..."
"Non importa. Saremo noi a comandare. Chi potrà parlare di lui come di una vittima?"
"Gli altri Latinis non sono tutti d'accordo col vostro piano..."
"Suvvia - fece Sannus -, il Lord Occulto ha già raccolto la loro adesione. Sì, ci sono una decina di riottosi retrogradi, ma ti sembra che possano nuocerci in qualche modo?"

Si incamminarono mentre i loro mantelli neri ondeggiavano all'umido alito di vento che pervadeva il tunnel. Il fumo si levava lento attorcigliandosi su se stesso. Gli Episcoprotest marciavano sul Palazzo Reale, la rivoluzione era appena iniziata.
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Fine della settima parte

martedì 16 febbraio 2010

LETTERA DALLA CHIESA-PANETTONE!

Chiesa di Santa Edith Stein a Roma - da me ribattezzata "chiesa panettone" o "chiesa ufo"

Ricevo e pubblico:

Sono un fedele e il Direttore dell'Oratorio della Parrocchia di Santa Edith Stein e casualmente cercando delle immagini della Nostra Patrona sono finito su un sito che definiva la mia comunità un ufo, mi é venuta veramente la nausea nel vedere il modo in cui Lei ,solo credo per sentito dire o per altri interessi a me sconosciuti ha definito la Nostra Nuova Parrocchia che oltre ad essere un FARO del nostro quartiere è anche apprezzata da tantissime persone e da circa un mese è in mondovisione tutte le mattine per Santa Messa su SAT2000.
Il preblema secondo me è che non si perde mai l'occasione di stare zitti quando non si conoscono veramente i fatti e non si è visitata la parrocchia.
Ad esempio il nome Santa Edith Stein è stato fortemente Voluto dal PAPA GIOVANNI PAOLO II e scusa se è poco...

Il proscenio della chiesa-panettone: gli attori si sistemano davanti all'altare di Dioniso nell'orchestra...ah, scusate, non è un teatro... e quello è l'altare di Cristo!

Tornando alla forma credo non spetti a lei giudicare una forma che se invece di fare solo chiacchiere venisse da noi una mattina si renderebbe certo conto di quando sia accogliente e per lo più tutto diventa relativo quando all'interno vi si trova una Comunita' di persone che professa la propria fede e il proprio Amore a Cristo.
Quindi, certa retorica e accostamenti a ufo o panettoni sono veramente di cattivissimo gusto e mi fa specie che se ho ben capito il sito è di venatura cattolica.

Il discorso è valido anche per le altre Parrocchie che conosco, comunque sono quì ancora a sottolineare il mio disgusto alle sue parole e le assicuro che la Parrocchia di Santa Edith Stein è una bellissima comunità nella periferia romana e che grazie a Dio possiede una Chiesa MODERNA CAPIENTE ACCOGLIENTE e ARMONICA.
Se ha un pò di tempo invece di scrivere solo commenti inutili scriva anche questo...
Scusi la mia ira ma io e la mia Comunità ci siamo sentiti veramenti offesi da questi suoi inutili accostamenti che forse nascondono altre cose che a noi non è lecito sapere.
Resto in attesa di una sua risposta e cordialmente la saluto.


Luigi Messercola


RISPOSTA:

Caro Signor Luigi,

mi spiace che lei e la sua Comunità (della quale deduco che lei sia il portavoce) vi siate "sentiti veramente offesi" da quanto scrivevo mesi fa sulla nuova chiesa parrocchiale di "Santa Edith Stein".
Mi spiace anzitutto perché a quanto pare lei non riesce a comprendere che la mia critica era riferita allo sgorbio e all'orrore architettonico. Per quanto concerne i fedeli, invece, questi non possono che avere la mia piena solidarietà per l'orrore di chiesa che si ritrovano! Sono dunque vicino a voi con sincero affetto per la cattiva sorte di avere una chiesa così brutta!

Chiesa-panettone: il tabernacolo (da notare lo spettacolare effetto fiamma: roveto ardente o diabolica evocazione? Di sicuro una soluzione piuttosto infelice!)

Mi permetto inoltre di invitarla a distinguere fra chiesa intesa quale edificio architettonico (una roba umana, a volte anche troppo umana) e chiesa intesa quale "comunità" o parrocchia. In quest'ultimo senso la vostra parrocchia sarà anche un faro della fede, ciò non toglie che questa fede si esprima nel vostro caso anche attraverso un edificio chiesastico-panettone di dubbia bellezza.
Inoltre come non congratularsi con voi per il vostro grande successo, visto che siete in mondovisione? Non sapevo, infatti, che una chiesa, una parrocchia, una comunità fossero più importanti se osservate in mondovisione rispetto allo sguardo che su di esse dovrebbe avere Cristo. Ma si sa, nel mondo di oggi è più importante farsi belli per la TV che per il Signore. E dunque ben vengano edifici chiesastici-panettoni esposti in TV come modello della Chiesa del XXI secolo! Io, modestamente, mi accontento di vedere in mondovisione le messe del Papa da San Pietro, una basilica un po' antiquata e forse poco funzionale, ma almeno bella!

Ingresso della chiesa-panettone: l'avevamo scambiato inizialmente per quello di una banca o di un centro commerciale, poi ci siamo accorti che quelli ai lati non sono posacenere ma acquasantiere

Altre due paroline finali. Da un lato non posso che essere d'accordo con lei, la vostra chiesa è accogliente, ma siamo certi che abbia la forma di una chiesa e non di un panettone? Questo non l'ho ancora capito.
Quanto poi al nome della parrocchia mi sembra piuttosto palese che essa avrebbe dovuto essere intitolata a Santa Teresa Benedetta della Croce, e non a Santa Edith Stein. Per 2 validi motivi:

1. Edith Stein non è nemmeno il "nome di battesimo" della Santa che infatti era ebrea ed è stata accolta nel cattolicesimo il 1 gennaio 1922;
2. Una suora, una volta fatta la professione religiosa cambia il suo nome di battesimo con il nome da religiosa.

Ne consegue che la serie di Santi qui di seguito non li chiamiamo col loro nome di battesimo, ma con quello con cui si consacrarono a Cristo:

San Pio al secolo Francesco Forgione
Sant'Antonio da Padova al secolo Fernando Martim de Bulhões e Taveira Azevedo
San Domenico al secolo Domingo de Guzmàn
Santa Teresa d'Avila al secolo Teresa Sánchez de Cepeda Ávila y Ahumada
Santa Teresa di Lisieux al secolo Thérèse Françoise Marie Martin
San Giovanni della Croce al secolo Juan de Yepes Álvarez
San Francesco da Paola al secolo Francesco Martolilla
Santa Teresa di Gesù de los Andes al secolo Juana Fernandez Solàr
etc. etc. etc.

Infine se lei guardasse il sito della Santa Sede si renderebbe conto che la Santa è qui chiamata con il suo nome corretto: Santa Teresa Benedetta della Croce (lo dice proprio il Venerabile Giovanni Paolo II... mica cotiche!).
Al di là delle polemiche, un caro saluto a tutti i fedeli della Parrocchia di Santa Teresa Benedetta della Croce!
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Francesco Colafemmina
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p.s.: posso chiederLe quanto è costata questa nuova chiesa?
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Interno della chiesa-panettone: graziosa e funzionale stella a otto punte sul soffitto

lunedì 15 febbraio 2010

4 MILIONI E MEZZO DI EURO PER UNA SCHIFEZZA SIMILE?

Gravina di Puglia: chiesa dello Spirito Santo (rendering e cantiere al 12 Febbraio)

di Francesco Colafemmina

Secondo voi questa struttura ecclettica e deforme è una chiesa? A quanto pare sì. Allora, provate a rispondere a quest'altro quesito: secondo voi è logico spendere € 4.250.000 per realizzare una simile porcheria?

Io credo proprio di no. Anzi, credo che buttare tutti questi denari per realizzare una chiesa così orrenda e squallida proprio nel nostro sud ricco di tradizione e storia sia copevole e criminale. Con 4 milioni e mezzo di euro si potrebbero sfamare molti poveri, si potrebbe dare un lavoro a molta gente, si potrebbe dare un riparo alle centinaia di immigrati che vagabondano per le strade dei nostri paesi (soprattutto qui in Puglia). Si potrebbero avviare imprese cooperative per la formazione di giovani disoccupati e disagiati; si potrebbero costruire dalle 5 alle 6 chiesette in stile tradizionale con più di cento posti per ciascuna.

Si potrebbero ristrutturare antiche chiese diroccate nei centri storici della diocesi di Altamura, Gravina e Acquaviva. Si potrebbe dar vita a scuole di formazione professionale, a corsi di arte sacra, di pittura, di scultura, di agiografia. Insomma si potrebbero finanziare decine e decine di splendide iniziative con 4,5 milioni di euro. Invece li si butta nell'erezione di un mostro architettonico che non ha neppure lontanamente l'aspetto di una chiesa e che offende in profondità la nostra dignità storica, religiosa e devozionale di uomini e donne del sud.

Purtroppo non è l'unico esempio della diocesi in questione, la mia diocesi, sembra anzi che l'edilizia chiesastica sia piuttosto fervida da queste parti. Non bastano infatti le devastanti opere di adeguamento liturgico che vi racconterò nei prossimi giorni! Qui sotto trovate un altro aureo esempio proveniente da Altamura:
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Altamura: chiesa della SS. Trinità

Altre nuove chiese sono in fase di costruzione, tra le quali si segnala per bruttezza quella del Santissimo Redentore sempre ad Altamura. Una chiesa a la "Botta", come quella di Sambuceto, solo che invece di essere a pianta quadrata, ha la tipica forma "a torta" particolarmente prediletta nella Diocesi di Altamura. Questa storia delle chiese "a torta" è quantomai curiosa. Dove hanno letto committenti e architetti postconciliaristi che le chiese debbono avere questa forma da tempio della Gran Madre? Dove hanno letto nelle disposizioni del Concilio e del postconcilio che le chiese devono essere tonde come delle ciambelle e al posto del buco devono avere l'altare al centro?

Purtroppo però continuano a buttare i nostri soldi in appalti e commesse fantasmagoriche, a lucrare sulla nostra pelle di cittadini e di fedeli!

Per distrarci un po' dall'orrore conviene allora guardare l'opera magnifica che si sta realizzando a Pristina, in Kossovo, segnalataci da un gentilissimo lettore. Si tratta della concattedrale cattolica dedicata alla Beata Madre Teresa di Calcutta: un cantiere in stile tradizionale nel bel mezzo di Pristina, simbolo solenne di una presenza che non si confonde con la banalità quotidiana, che rinnova una spiritualità autentica perché non modellata sulle mode o i conformismi del presente, ma sulla promessa di salvezza che vive al di là del tempo. Un plauso a Mons. Dodë Gjergji che sta realizzando questa meraviglia nella capitale di una nazione composta al 95% da Musulmani! Qui di seguito le foto:

Pristina (Kossovo): concattedrale della Beata Madre Teresa di Calcutta (cantiere e rendering)

sabato 13 febbraio 2010

I GUARDIANI DEL CONCYLIUM - Parte VI

Qui trovate la quinta parte della saga

di Francesco Colafemmina

L’azione dei ribelli confederati nella Lega dei Guardiani del Concylium, dapprima sotterranea e strisciante, divenne pian piano sempre più manifesta col passare del tempo.

La macchina ben oleata della burocrazia reale aveva cominciato a dare i suoi frutti: il Re era sempre più isolato e persino lo scandalo in cui era rimasto invischiato il Magister Gianus, direttore dello Spectator Concyliaris, si era rivelata un’abile manovra per limitare l’influenza sulla corte del Vicerè Tarcisius, uno dei pochi di cui Josephus si fidava ciecamente. Nel giro di qualche settimane quasi tutti gli uffici del Palazzo, i Ministeri del Regno, per non parlare delle prefetture di Concylia e dei suoi sobborghi, erano ormai nelle mani della Lega.

Giunse così il momento di avviare la propaganda della classe Theologus. Sarebbero stati costoro a convincere i Laicatus, gli Episcoprotest e i presbivatsecons ancora fedeli al Re, ad accettare la necessità di un cambiamento che non fosse quello auspicato da Re Josephus. Riuniti nella Lodge dei Quattuor Coronati i membri della classe Theologus Mellonius, Vergottius, Dianus e Mancusus giurarono fedeltà alla Lega proclamando il loro indefesso impegno propagandistico per sventare la ripugnante – a loro dire – restaurazione inaugurata da Re Josephus. Così tutte le efemeridi del Regno cominciarono a riempirsi di loro interviste, articoli, editoriali. I theaters di Concylia facevano a gara per aggiudicarsi una delle loro esibizioni oratorie. Protagonisti di conferenze da un capo all’altro del Regno di Vatiks i Quattuor Theologus come ormai li avevano soprannominati, riuscirono a convincere gli scettici dell’inevitabilità rappresentata dalla rottura.

Il Viceré, intanto, era continuamente ostacolato nella sua azione positiva per cercare di applicare le nuove norme varate da Re Josephus. Ormai si cominciava a respirare un clima assai teso e di inspiegabile confusione. Il Lord Martinius aveva perfettamente compreso che l’unico metodo per infiltrare gli aderenti alla Lega dei Guardiani del Concylium nel Palazzo Reale era quello di seminare la divisione, sollecitando le misere ambizioni degli homines, e sventolando il feticcio del potere e del controllo ideologico delle masse. Passarono alcuni mesi, mentre i lavori alla diga non procedevano.

Una speciale commissione composta da validi Laicatus aveva avuto l’incarico di tracciare il nuovo letto del fiume, smantellare le numerose baracche costruite sull’antico alveo abusivamente, demolire le orrende domus ekklesiae (luoghi di culto del Jesus Ebreus), per ridare fertilità ai campi e nuove speranze all’intera Terra di Homines. Questa commissione in realtà era impossibilitata ad operare per l’aperta disobbedienza degli Episcoprotest, per la riottosità dei presbivatsecons e l’indifferenza di numerosi Laicatus, ormai ridotti a seriali cavie di una casta vorace di potere e ambizione.

Anche le condizioni degli Ismaìl peggioravano man mano che il tempo passava. Volutamente sottopagati ed emarginati, questi homines di seconda categoria non avevano mai cessato di inviare informatori segreti nella terra di Aarab. L'ultimo dei comunicati del Consiglio Ummaticus degli Ismaìl riferiva ai nobili Sceikkus di Aarab quanto segue:

"I Laicatus sono ormai del tutto sfibrati. La Guardia Reale ha dimezzato i controlli sui nostri campi di lavoro. Sembra che si prepari una congiura a Palazzo. E' il momento di agire. Muammus Magnus est misericorsque."

Grazie alle cospicue finanze messe a disposizione dai Freemasons sarebbero bastate ancora poche settimane a cambiare volto al Regno di Vatiks. La rivoluzione era appena iniziata.

Fine sesta parte

venerdì 12 febbraio 2010

IN DIFESA DI MONSIGNOR FISICHELLA

PRECISAZIONE: Il presente articolo non intende in alcun modo criticare le giuste posizioni del Vescovo emerito di Recife, S.E. Mons. Cardoso Sobrinho. Al contrario intende dimostrare che l'articolo di S.E. Mons Fisichella non è in contrasto con quanto affermato dal Vescovo di Recife, bensì integra quelle affermazioni obbligando la tanto ossessiva stampa scandalistica anticlericale ad ammettere che la Chiesa non sa solo condannare e sentenziare, ma sa prima di tutto amare e difendere i più deboli. Questa è la mia lettura - personalissima - della questione. Ed è in linea anche con quanto proposto dal blog Messainlatino.it. Mia intenzione è offrire un elemento di riflessione contro la strumentalizzazione interecclesiale delle affermazioni di S.E. Mons. Fisichella, dimostrando che il suo articolo non fu in alcun modo nè ambiguo, nè in contrasto col Magistero.

di Francesco Colafemmina

Non posso che apprezzare vivamente l'articolo pubblicato stamane dagli amici di Messainlatino. L'articolo ha lo scopo di difendere Mons. Fisichella dagli attacchi riguardo il suo famoso commento del marzo scorso sul caso Recife. L'articolo di Messainlatino nasce quale reazione all'ultimo coinvolgimento della questione nell'ambito delle beghe Boffo-Vian riportate dall'ottimo Sandro Magister. Il giornalista però ha il dovere di raccontare tensioni e divisioni esistenti, quindi onore e merito a Magister. Noi umili commentatori rapsodici possiamo solo cercare di analizzare le questioni dal nostro limitato punto di vista. E mi perdonino i lettori se mi permetto proprio di far ciò.

Ricorderete che nel marzo 2009 una bimba di soli 9 anni ripetutamente violentata dal patrigno salì agli onori delle cronache solo per la scomunica comminata ai medici che avevano procurato l'aborto dei due gemelli frutto delle violenze subite dalla piccola.

Ebbene, io cercherò di spingermi oltre. Messainlatino non vuole esprimere un parere sull'orientamento etico di quell'articolo di Fisichella. Non ci tengo neanch'io, ma ci tengo a leggere quell'articolo nel suo senso intimo e non come fanno certi bigotti ed ipocriti censori ecclesiastici.

Sì, bigotti e un po' ipocriti! Appena lessi quell'articolo ricordo che mi commossi e tirai un sospiro di sollievo. Era inaudito - a mio parere - che la Chiesa apparisse come un'istituzione capace di comminare soltanto scomuniche e pontificare dall'alto, senza entrare nell'intimo della questione, assai più ampia ed umanamente coinvolgente. L'articolo di Fisichella copriva questo vuoto nei commenti che sino ad allora si erano succeduti. E lo faceva attraverso il ricorso alla Verità.

Monsignor Fisichella, infatti, nel suo articolo non ha mai affermato:

a. che la scomunica non dovesse essere inflitta ai medici abortisti, quanto, semmai, che non era opportuno farlo con tanta platealità, dato che la scomunica era un automatismo e anteporre la scomunica alla critica della violenza, alla condanna dell'orrore che a quell'aborto aveva condotto!
b. che la bambina sia stata scomunicata (come pare abbiano voluto leggere alcuni che hanno accusato Mons. Fisichella di non essere informato dei fatti);
c. che si dovesse salvare la vita della bambina e non quella dei suoi gemelli (nell'articolo cita i testi del Magistero che impongono il contrario).

Quindi le accuse sono false, tendenziose e palesemente bigotte.

Mons. Fisichella intendeva dire un'altra cosa che mi permetto di sintetizzare a modo mio. Intendeva dire che la Chiesa dinanzi ad un episodio di violenza talmente eclatante straziante orribile non ha il dovere di emettere solo sanzioni e di borbottare le sue condanne con cipiglio moralistico. Ha il dovere invece di manifestare al mondo quell'intimo amore di Cristo per le sue creature che dovrebbe animarla. Così la Chiesa avrebbe dovuto abbracciare la bimba, mostrare che Cristo non è venuto sulla terra solo per condannare, ma soprattutto per salvare le vittime del male e dell'ingiustizia. Quindi, il senso dell'articolo era: ok le scomuniche, ma Santo Cielo, almeno una parola sull'orrore e la violenza!
L'articolo di Fisichella non era nè venato di smielata dolcezza ipocrita, nè moralmente debole, bensì autenticamente cristiano. E lo dimostra la parte conclusiva dove dichiara il criterio pastorale che deve muovere le dichiarazioni e le azioni della Chiesa in questi casi di tremendo orrore:

"Non c'era bisogno, riteniamo, di tanta urgenza e pubblicità nel dichiarare un fatto che si attua in maniera automatica. Ciò di cui si sente maggiormente il bisogno in questo momento è il segno di una testimonianza di vicinanza con chi soffre, un atto di misericordia che, pur mantenendo fermo il principio, è capace di guardare oltre la sfera giuridica per raggiungere ciò che il diritto stesso prevede come scopo della sua esistenza: il bene e la salvezza di quanti credono nell'amore del Padre e di quanti accolgono il vangelo di Cristo come i bambini, che Gesù chiamava accanto a sé e stringeva tra le sue braccia dicendo che il regno dei cieli appartiene a chi è come loro."

Tutto ciò sembra sia stato travolto e cancellato dalle erronee e maliziose interpretazioni di chi - non si sa per quale ragione - ha ritenuto più facile attaccare Fisichella che analizzarne il lucido e cristallino pensiero. Concludendo, a volte penso che quel "guai a voi scribi e farisei ipocriti" non fosse solo rivolto agli ebrei dell'epoca di Cristo, ma anche - profeticamente - a tanti attori della Chiesa di oggi, forse un po' più ipocriti di allora giacché si dicono pure cristiani...