mercoledì 30 giugno 2010

MOTU PROPRIO CALPESTATO: ECCO UN ALTRO VESCOVO DISOBBEDIENTE AL PAPA!


di Francesco Colafemmina

Non posso che essere indignato, arrabbiato, sconfortato nel leggere questa lettera che riporta le istruzioni del Vescovo di Iglesias S.E. Mons. Giovanni Paolo Zedda, in merito alla celebrazione del rito romano nella forma straordinaria.

A seguito del positivo indirizzo di Ecclesia Dei, infatti, un gruppo stabile composto da almeno 50 persone ha presentato al proprio parroco la richiesta di celebrare la messa tridentina, come previsto dal Motu Proprio Summorum Pontificum.

Il parroco ha ritenuto opportuno informare il Vescovo che ha quindi risposto come segue (in rosso i miei commenti):

1. Bisogna incontrare il gruppo richiedente per una preparazione alla celebrazione (nulla da eccepire!);

2. La Santa messa venga celebrata all'altare dal presbitero in uso attualmente per le celebrazioni, col celebrante rivolto verso il popolo (come come?);

3. Non si celebri all'altare monumentale unito alla parete alla quale si trova addossata la Cattedra, né si celebri agli altari delle cappelle laterali, così da mantenere l'importanza dell'unico altare per le celebrazioni nella medesima chiesa (help! Non ho capito bene!);

4. Vengano proclamate le letture del giorno in lingua italiana (eh sì, adesso riadattiamo il rito di San Gregorio Magno!).

Queste "condizioni" del Vescovo di Iglesias sono inaccettabili e vergognose e costituiscono dei veri e propri abusi liturgici! Dimostrano altresì una totale assenza di rispetto e di obbedienza nei confronti del Santo Padre nonché una arroganza inaudita, una incapacità di ascolto dei fedeli ed una chiusura a riccio in una mentalità ormai superata che possiamo identificare chiaramente con quello "spirito conciliare" che ha ammorbato il Cattolicesimo per almeno 50 anni, pur non avendo alcun riscontro nel Concilio stesso.

Cosa possono fare i fedeli dinanzi a queste prove di forza episcopali? Possono scrivere ad Ecclesia Dei, ma ciononostante resta una frattura, una divisione che non nasce a livello dei fedeli, ma viene costantemente alimentata dall'azione dei Vescovi, del tutto irrispettosi della prassi liturgica di Sua Santità Papa Benedetto. Com'è possibile che un Vescovo che magari cita il Papa quando gli fa comodo, ignori che Papa Benedetto ha più volte celebrato ad orientem in Cappella Sistina e in Cappella Paolina in Vaticano? Come è possibile che un Vescovo non si renda conto di "provocare" con queste "condizioni" lo sdegno dei fedeli?

Perché un Vescovo invece di ascoltare deve "provocare" i suoi fedeli? Perché mai?

Leggiamo cosa dice il Concilio Vaticano II a proposito dei Vescovi:

"Nell'esercizio del loro ufficio di padri e di pastori, i vescovi si comportino in mezzo ai loro fedeli come coloro che servono come buoni pastori che conoscono le loro pecorelle e sono da esse conosciuti, come veri padri che eccellono per il loro spirito di carità e di zelo verso tutti e la cui autorità ricevuta da Dio incontra un'adesione unanime e riconoscente. Raccolgano intorno a sé l'intera famiglia del loro gregge e diano ad essa una tale formazione che tutti, consapevoli dei loro doveri, vivano ed operino in comunione di carità". (Christus Dominus, 16)

Dunque: Vescovi dediti al servizio, che eccellono per lo spirito di carità e di zelo! E ancora:

"Nella loro qualità di maestri di perfezione si studino di fare avanzare nella via della santità i loro sacerdoti, i religiosi e i laici, secondo la particolare vocazione di ciascuno ricordino tuttavia di esse tenuti a dare essi per primi esempio di santità, nella carità, nell'umiltà e nella semplicità della vita". (Christus Dominus, 15)

Santità, Carità, Umiltà e Semplicità! Diamine, quante belle parole!

E perché non ricordare quanto segue: “Nell'esercizio del loro ministero di santificazione, i vescovi si ricordino bene di essere stati scelti di mezzo agli uomini e di essere stati investiti della loro dignità per gli uomini in tutto ciò che si riferisce a Dio, affinché offrano doni e sacrifici per i peccati.” (Christus Dominus, 15)?

Sorvolo, questa volta, sulle assurde mode di "adeguamento liturgico" che hanno minacciato anche la cattedrale di Iglesias, ma oggi voglio domandarvi: dove sbagliano dei fedeli che richiedono la celebrazione del rito antico? Perché il rito antico stesso deve essere umiliato dalla commistione col novus ordo? Perché è l'antico che deve adattarsi al moderno, contaminarsi, quasi che non sia già perfetto in sè e non costituisca una viva espressione della lex orandi. D'altronde il Papa stesso nella lettera ai Vescovi che seguì la promulgazione del Motu Proprio specificava: "Ciò che per le generazioni anteriori era sacro, anche per noi resta sacro e grande, e non può essere improvvisamente del tutto proibito o, addirittura, giudicato dannoso. Ci fa bene a tutti conservare le ricchezze che sono cresciute nella fede e nella preghiera della Chiesa, e di dar loro il giusto posto."

Proprio in questi giorni circola in rete una lettera al Santo Padre scritta dai webmaster dell'autorevole sito Maranatha.it . Una lettera dal titolo emblematico: "i nostri vescovi stanno uccidendo la nostra fede"! E' incredibile come sia diffuso lo sconforto nei confronti dei nostri pastori e, si badi, questo non per amore della critica, ma per riscontrare semplicemente l'incoerenza e - si può dire? - l'ipocrisia di tanti Vescovi che sono uniti a parole al Santo Padre, per poi concretamente allontanarsi dal suo magistero e dalla continuità della Chiesa che tanto sta a cuore a Papa Benedetto.

Che fare, dunque? Non ci resta che parlare, agire con carità ma con fermezza, cercando di richiamare i Pastori alla coerenza e alla fedeltà costante a Cristo e non alle ideologie momentanee e passeggere! Il Signore sicuramente ci ascolterà e ci aiuterà a penetrare i cuori di tutti quei Vescovi che preferiscono usare autoritariamente il proprio potere, invece di prestare ascolto alle esigenze spirituali dei propri fedeli e di rispettare nel loro stesso ministero la tradizione bimillenaria della nostra amata Chiesa Cattolica Romana.

domenica 27 giugno 2010

MILIONI AD ARCHITETTI CHE COSTRUISCONO CHIESE DELL'ORRORE (E NON SOLO)?.. SGARBI DIREBBE: "IN GALERA!"


di Francesco Colafemmina

Leggo dall'interessante sito francese Perepiscopus che nella cittadina d'oltralpe di Créteil, si intende realizzare una chiesa orripilante per la modica cifra di 9 milioni di euro. Certo, prima non erano messi meglio, vista la chiesa che attualmente sorge laddove vorrebbero costruire la nuova cattedrale:


Per raggranellare denari, tuttavia, Mons. Michel Santier ha sbagliato strategia: ha deciso di lanciare un sito internet promozionale... mentre avrebbe dovuto affidare l'opera al Renzo Piano, al Fuksas, al Botta della situazione! Solo l'archistar consente di avere ricadute d'immagine tali da invogliare i fedeli a sborsare denari per la realizzazione di nuovi esaltanti spazi poco sacri ma molto cari.


La cozza di Créteil o il conchiglione (gustosissimo tipo di pasta) non ha nulla da invidiare al cubo di Fuksas, all'altra cozza di Renzo Piano, alla lumaca dell'Aquila, alla sfera di Gibellina o alla vela (sempre un po' cozzacea) di Richard Meier e ai loro tanti fratelli e sorelle, aborti architettonici di firme meno note ma non meno pacchiane capaci di creare testimonianze vive dello stato confusionale della Chiesa e della società nella nostra contemporaneità.

Non c'è nulla da aggiungere alla visione del conchiglione, se non forse che la pasta andrebbe mangiata e non usata quale modello per la forma di una chiesa!


Certo, recentemente anche l'architetto spagnolo Ignacio Vincens si è ispirato, come ha giustamente ricordato Dom Winfrid sul blog Motu Proprio, ad un famoso mezzo di trasporto usato in Star Wars sul fantastico pianeta Tatooine dalla razza Jawas: il sandcrawler! Ma non si è fermato qui... Ha anche rilasciato questa intervista a El Pais (quotidiano notoriamente cattolico), nella quale - fra l'altro - afferma quanto segue:


Ciò che mi preoccupa in quanto cattolico e in quanto architetto è restituire alla Chiesa il ruolo che ha sempre occupato: l’avanguardia dei movimenti artistici”, dice Vicens. I templi più moderni si sono costruiti nel dopoguerra, argomenta, ma dopo il Concilio Vaticano, “quando si ebbe l’opportunità di rivoluzionare l’architettura sacra, parte della Chiesa si spaventò”. La paura fa parte, insieme all’odio e all’ignoranza, di ciò che egli chiama la “triade castrante”. “Io, con la paura di ciò che diranno, mi fumo un sigaro”, taglia corto. Con i due parroci ha avuto fortuna: “Sono interessati all’architettura e sono molto open minded”. L’aggettivo in inglese (di vedute aperte) è uno degli intercalari ricorrenti dell’architetto. L’altro è “mummia” come in: “Non possiamo fare del cattolicesimo un ghetto di mummie”. Esperto "di punta" della liturgia”, ha impiegato il Concilio come programma. “Il tempio è il luogo in cui il popolo di Dio celebra gioiosamente i misteri della redenzione”, recita a memoria. “Vale a dire, uno spazio comunitario e allegro, non un luogo sinistro”.


Mah... no comment!

Anzi, lascio qualche considerazione a Vittorio Sgarbi che ha commentato un po' rudemente ma con grande efficacia questa moda malsana di commissionare estrose porcherie milionarie ad archistar incapaci e boriose. Tra queste ha anche citato l'irakena Zaha Hadid, che nella foto qui sotto vedete immortalata durante l'incontro del Papa con gli artisti in Cappella Sistina lo scorso 21 novembre, lì convocata da S.E. Mons. Ravasi e dal fido Mons. Iacobone.



Che dire? Avrà ragione Sgarbi?

mercoledì 23 giugno 2010

ED ECCO COME I VESCOVI SEGUONO LE NORME DEL PAPA!


di Francesco Colafemmina

Vi avevo chiesto di "risvegliarvi", cominciando a criticare la pedissequa applicazione di pseudo-norme di adeguamento liturgico che rischiano di deturpare quegli scampoli di bellezza che ancora permangono nelle nostre antiche chiese. Ebbene, qui di seguito potrete scoprire quanto spesso sia inutile combattere con le Diocesi che partono da un pregiudizio di fondo: l'adeguamento è una necessità dettata dal Concilio!

Veniamo dunque all'esempio. Qualche giorno fa leggevo di un adeguamento liturgico avviato a Cassano sullo Ionio, in Calabria. Si tratta della Cattedrale della cittadina situata ai confini fra Calabria e Basilicata. Leggiamo dunque dall'autorevole Gazzetta del Sud, quotidiano sul quale il Vescovo di Cassano allo Ionio, Mons. Bertolone, scrive spesso suoi editoriali:


"Inizieranno a giugno, sono già interamente finanziati, dureranno non più di tre anni, si tradurranno in interventi di consolidamento e adeguamento liturgico.secondo il progetto commissionato dalla Curia cassanese ed elaborato dall’architetto aquilano Sestilio Frezzini che l’iniziativa ha presentato proprio nella Chiesa madre, insieme al vescovo, monsignor Vincenzo Bertolone, davanti ad oltre 400 tra fedeli e sacerdoti provenienti da tutta la diocesi.
L’esecuzione degli interventi programmati, la cui realizzazione sarà affidata con regolare gara d’appalto, sarà finanziata dalla stessa diocesi, dalla Presidenza del consiglio dei ministri e dalla Regione, con 3 milioni di euro. I cantieri apriranno i battenti già a giugno, per completare la loro opera nell’arco dei successivi tre anni.
Previsti il rifacimento del tetto, dei pavimenti e degli impianti luce ed audio, il consolidamento delle strutture murarie, il recupero di affreschi e mosaici, l’eliminazione delle infiltrazioni di acqua piovana, la riqualificazione della cripta, il restauro del coro ligneo, la revisione dell’organo."

Aggiunge l'articolista questo particolare:

"Nel corso del dibattito seguito alla presentazione del progetto (che ha già incassato tutte le necessarie autorizzazioni), sono stati affrontati anche i punti alla vigilia ritenuti più delicati, come il trasloco in altra cappella del trono vescovile e, soprattutto, la sorte dell’altare marmoreo che oggi taglia il presbiterio.
L’altare, come prevede il progetto, sarà lasciato nella sua odierna posizione, ma non s’esclude che in corso d’opera possa essere sistemato in una cappella laterale, onde favorire l’acquisizione, da parte della Cattedrale, di una maggiore spazialità e profondità, nel solco delle indicazioni liturgiche dettate dal Concilio Vaticano II.
Eventualità, del resto, auspicata con vigorosi applausi dai presenti e dai tanti che hanno preso parte ad un confronto che, a parte qualche perplessità tradottasi in quesiti che hanno trovato pronta risposta, non ha fatto registrare dissensi o voci contrarie."

D'altra parte il sito di informazione Sibari.info sceso subito a strenua difesa degli adeguatori liturgici chiarisce:

"L'architetto aquilano Sestino Frezzini (autore di una monografia dal titolo "Basilica di San Pietro in Vaticano" edita da ATS e facente parte della collana "Minimonografie dei luoghi d'arte") progettista e direttore dei lavori, ha illustrato con dovizia di particolari i diversi aspetti delle modifiche che saranno apportate. Da quanto si è capito il trono verrà "smontato", si toglierà la balaustra frontale e quelle laterali verranno spostate verso l'esterno, l'altare dovrebbe rimanere, ma, a questo punto, venendo a mancare di funzionalità, sarebbe forse meglio se venisse anch'esso smontato e magari collocato in un'altra zona della stessa cattedrale."

Senza andare oltre nei commenti, e lasciando il giudizio ai lettori, propongo pertanto lo scambio epistolare avvenuto tra me e la Diocesi di Cassano allo Ionio:

Email inviata da me al Vescovo, a info@diocesicassanoalloionio.it e al dipartimento beni culturali della stessa diocesi il 14 Giugno 2010:

Gentile responsabile dei BB. CC.,

Le scrivo in merito al progetto di adeguamento liturgico della Cattedrale di Cassano Jonico. Da quanto letto sui comunicati ufficiali che annunciavano tale progetto, si tratterebbe di “adeguare” il presbiterio dell’antica chiesa, secondo quanto stabilito dalla riforma liturgica del Concilio Vaticano II.

Mi permetto quindi di chiederLe quali sarebbero le norme prescritte dal Concilio Vaticano II e in quale testo, documento o atto conciliare sarebbero contenute suddette norme.

Se il riferimento è al regolamento o nota pastorale della CEI del 1996, faccio sommessamente notare che non trattasi di “norma prescritta dal Concilio” e che comunque una nota pastorale della CEI passa in secondo piano rispetto ad un atto del magistero petrino, come l’esortazione postsinodale
Sacramentum Caritatis del 2007.

In questa esortazione apostolica c’è scritto quanto segue:

Cap.69 “
È necessario pertanto che il luogo in cui vengono conservate le specie eucaristiche sia facilmente individuabile, grazie anche alla lampada perenne, da chiunque entri in chiesa. A tale fine, occorre tenere conto della disposizione architettonica dell'edificio sacro: nelle chiese in cui non esiste la cappella del Santissimo Sacramento e permane l'altare maggiore con il tabernacolo, è opportuno continuare ad avvalersi di tale struttura per la conservazione ed adorazione dell'Eucaristia, evitando di collocarvi innanzi la sede del celebrante.

Se dunque è opportuno conservare l’altare maggiore e farvi permanere il tabernacolo ed inoltre è opportuno evitare di posizionarvi dinanzi la sede del celebrante, riesce difficile comprendere perché vada scompaginato questo ordine architettonico e liturgico, in nome del concetto di “profondità e spazialità” che non mi sembra sia riportato in alcun tipo di istruzione concliliare.
Il progetto di adeguamento liturgico della Cattedrale di Cassano Jonico è dunque in contrasto con l’Esortazione Apostolica di Sua Santità Papa Benedetto XVI?

In attesa di un Suo gradito chiarimento in merito Le preciso che la mia richiesta non nasce da pura e semplice curiosità, bensì dalla consapevolezza che i fondi utilizzati per demolire le balaustre e l’altare maggiore di un pregevolissimo luogo di culto cattolico, provengono sia dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri che dall’8 per mille. Dunque la consideri pure una richiesta di un contribuente dello Stato italiano che versa l’8 per mille alla Chiesa Cattolica ed è particolarmente fedele a Sua Santità Papa Benedetto XVI che, non a caso, nel restaurare la Cappella Paolina in Vaticano non ha costruito altari posticci né cancellato le tracce del passato glorioso dell’arte e dell’architettura sacra, ma ha mantenuto tutto com’era, pur continuando a celebrare secondo il Novus Ordo. Si potrà obiettare che la Santa Sede non è l’Italia, dunque non ricade nel territorio di pertinenza delle norme CEI, ma risulta quantomeno spiacevole che le singole diocesi d’Italia seguano poco il loro unico e sommo pastore, Vicario di Cristo in terra.
La ringrazio anticipatamente. In Cristo,

Francesco Colafemmina


Risposta pervenuta il 17 Giugno 2010 dall'indirizzo info@diocesicassanoalloionio.it e (udite udite) non firmata:

Ci si meraviglia e si resta stupiti perché non sappiamo da dove abbia appreso tali notizie.
Non sarà abbattuto nessuna balaustra e nessun altare.
Ci complimentiamo per tanto zelo.
Distinti saluti



Ulteriore email da me inviata il 17 Giugno 2010. Naturalmente attendo ancora una risposta:

Gentilissimi,

Non credo ci sia da restare stupiti di nulla. Le circostanziate cronache dei giornali parlano di un adeguamento liturgico del presbiterio con lo spostamento del trono vescovile, lo spostamento dell’altare o comunque un suo “adeguamento” e l’ampliamento in profondità e spazialità del presbiterio.

Vi pregherei di leggere questi articoli pubblicati sui quotidiani:

http://www.cassanoalloionio.info

http://www.lauropoli.it/asp/det_notizie.asp?IDNotizia=8308

http://www.sibari.info/index.php?option=com_content&task=view&id=1603&Itemid=58

Visto che tutti i comunicati stampa della Gazzetta del Sud (quotidiano fededegno visto che vi scrive anche Sua Eccellenza Reverendissima) parlano di lavori di adeguamento “comandati” dal Concilio Vaticano II, nasce spontaneo chiedersi cosa il Concilio Vaticano II abbia comandato nell’ambito dell’architettura sacra e dell’ “adeguamento” delle antiche chiese al culto divino.

Sono lieto del fatto che nessuna balaustra e nessun altare sarà abbattuto, ciononostante continuo a credere che lo spostamento del tabernacolo e la collocazione della sede del celebrante dietro l’altare sia in contrasto con quanto auspicato da Papa Benedetto. Spero di essere smentito in tal senso e che il tabernacolo resti dov’è così come la sede vescovile, ma se così fosse allora in cosa consisterebbero questi adeguamenti “comandati” dal Concilio Vaticano II?

Grazie per la pazienza e la comprensione,
In Cristo,

Francesco Colafemmina

lunedì 21 giugno 2010

RISVEGLIAMOCI E RESISTIAMO AL BRUTTO E AL DISORDINE CHE AVANZA!


di Francesco Colafemmina

Cari amici,

mentre ripenso alla presentazione di ieri ad Arezzo non posso trattenermi dallo scrivere qualche riflessione. A volte ho l'impressione che si faccia tutti molto poco per la nostra Chiesa, che ciascuno di noi finisce per vivere tutto compreso dal quotidiano, perdendo di vista quello spazio spirituale, interiore che dovrebbe dedicare alla fede.

E però sono convinto che dentro di noi sia chiara la radice del bene, del giusto, del bello. Quasi socraticamente serve un po' di maieutica, di arte del partorire queste creature ideali che sono già fondamentalmente pronte alla vita nei nostri cuori. Così lo vedo nei sorrisi della gente che si riscalda all'ascolto di parole che credo semplici ma vive, lo vedo nella vita nostra di laici fedeli di Cristo sempre più disprezzati da una gerarchia sorda e arrogante, ma sempre pronti ad animarci per difendere la bellezza rapita del mistero.

I fedeli del XXI millennio si ritrovano spesso pastori mediocri e insensibili. Uomini che in nulla paiono diversi da noi se non nel modo di vestire... e anche in quello non poi così tanto.
Sopportiamo quotidianamente il ratto silenzioso della bellezza, del sacro, dell'ordine e dell'armonia - come mi ha caramente ricordato un ragazzo che incuriosito dai discorsi sulla chiesa massonica di San Pio, si è avvicinato per ascoltarmi - e le nostre attività, le nostre corse furibonde per mettere in fila i giorni uno dopo l'altro, non ci lasciano spazio per riappropriarci di quella bellezza, di quell'ordine e di quella armonia che ci sottraggono con sempre maggiore lena.

Che fare?

Credo che una soluzione ci sia: risvegliarsi dal sonno dello spirito e resistere! Sì, noi fedeli dobbiamo resistere perché le nostre vite sono cariche di peccati ma anche di tanta santità nascosta, di tanta semplicità, di tanta innocenza. Tutto sta nel rievocare dal profondo delle nostre anime quegli ingredienti essenziali alla nostra gioia, alla pace dei cuori, all'elevazione degli spiriti. Per fare questo serve coraggio e coerenza. Serve avere la forza e il rigore di opporsi ad una vera e propria casta ideologizzata che pian piano sta cambiando i connotati al cattolicesimo non solo nella dottrina ma anche nelle forme materiali del culto e della devozione.

Ecco perché è sempre più chiaro, almeno per la mia limitata percezione, che solo dal basso, solo dal popolo dei fedeli semplici, senza particolari velleità e non mossi da interessi o vanità, può venire una autentica "contro"riforma, una grande esperienza di rinascita della bellezza e dell'armonia nella Chiesa. Non basta la preghiera, non basta affidarsi alle competenti autorità ecclesiastiche! Le varie commissioni non cambieranno nulla perché sono permeate fin nel midollo da logiche affaristiche, da intrecci di obbedienze e adulazioni, da personalismi ideologici che impediscono ogni progresso ai valori condivisi, al buon senso dell'uomo della strada che dovrebbe essere il vero fruitore dell'arte e dell'architettura sacra. Purtroppo le logiche dell'interesse finiscono sempre per prevalere su quelle dei valori.

Non basta poi l'affidamento costante al nostro grande Sommo Pontefice che già deve combattere contro la ressa di sgomitanti monsignori e prelati vari, intenti a fare i propri affari e nutrire le proprie ambizioni. Il Papa al contrario sia per noi un segnale, una sorta di semaforo: la via è libera! Il Vicario di Cristo ci offre molteplici insegnamenti, ci indica la strada, con la sua modestia e la sua pazienza ci presenta se stesso quale esempio e modello cui conformarsi anche nella considerazione della bellezza del sacro e della liturgia. Non vi sembra già tantissimo? Cominciamo dunque a ricordarlo ai nostri sacerdoti, ai nostri Vescovi. Loro seguono o no il Santo Padre?

Per intraprendere questo cammino di risveglio vi suggerisco un piccolo "compitino" semplice semplice. Se nella vostra diocesi c'è un progetto di "adeguamento liturgico", alias demolizione di altari, balaustre et cetera, fate una cosetta banalissima. Andate dal parroco o dal vescovo e chiedetegli in base a quale fantomatica norma stanno "adeguando" una fra le tante bellissime chiese che ci hanno lasciato i nostri antenati.

Vi risponderanno: "in base alle norme del Concilio!". E voi ribattete con fermezza: "no, non esistono queste norme! C'è solo una nota pastorale della CEI del 1993! Ma una nota pastorale cos'è? E' una legge? E' prescrittiva? E soprattutto: è più importante di un documento del magistero pontificio come l'Esortazione Apostolica Postsinodale Sacramentum Caritatis del 2007 firmata da Papa Benedetto?"

Vedrete che resteranno di stucco. Balbetteranno... E sì, perché la Sacramentum Caritatis al n.69 dice chiaro e tondo che se c'è il tabernacolo sull'altare lì va lasciato e bisogna evitare di porci le sedi dei celebranti dinanzi.

Quindi perché adeguare le chiese? A che serve? Perché l'adeguamento consiste essenzialmente nella rimozione del tabernacolo (da mettere nel retrobottega) e nella sostituzione della centralità del tabernacolo con quella dei vari troni e tronetti di preti e vescovi...

Magari non li fermerete e non si faranno convincere dal vostro caritatevole zelo ma almeno avrete dato testimonianza! Perché Cristo oggi dobbiamo testimoniarlo non solo attraverso la fede in Lui, ma anche attraverso l'amore per le forme con cui la fede deve esprimersi. Se il contenitore è infatti deforme, conterrà anche una fede deforme, ne sarà espressione conseguente. Ecco dunque la necessità che noi semplici laici, senza una cattedra e senza galloni o mozzette, ci riappropriamo della bellezza, dell'ordine e dell'armonia delle nostre chiese. Alla fine, ne sono certo, anche se saremo sconfitti, il Signore ci sorreggerà e la nostra fede si riscoprirà più viva e meno assonnata. E forse anche combattendo capiremo il perché della crisi che la Chiesa attraversa oggi e delle ragioni per cui è diventato così complicato riuscire a incontrare il mistero e a gioire del bello e del vero nei nostri amati luoghi sacri.


Colgo l'occasione per ringraziare profondamente l'amico architetto Pietro Pagliardini. Un caro saluto anche a tutti gli altri amici che hanno preso parte alla presentazione. Grazie di cuore!

sabato 19 giugno 2010

PRESENTAZIONE AD AREZZO



Domenica 20 giugno 2010 - ore 18.00

Presentazione del libro "Il Mistero della chiesa di San Pio" ad Arezzo


Interverranno: Arch. Pietro Pagliardini e l'Autore Francesco Colafemmina

Chi può è invitato a partecipare!

mercoledì 16 giugno 2010

UNA MOSTRA "MOSTRUOSA" COL PLACET DELLA PONTIFICIA ACCADEMIA DEI VIRTUOSI AL PANTHEON

Giuseppe Colin - INRI

di Francesco Colafemmina

Vi piace questo Cristo-Prometeo dilaniato da 3 avvoltoi forse provenienti dalla "voliera" di San Pietro sullo sfondo? Vi disgusta?

Ma allora non capite nulla di arte sacra!

Sì, perché questa crosta di tal Giuseppe Colin è l'opera che apre la mostra intitolata "Sacro contemporaneo" allestita recentemente presso il Museo Crocetti di Roma. Questa mostra davvero mostruosa è stata inaugurata da Monsignor Pasquale Jacobone, officiale del Pontificio Consiglio per la Cultura, incaricato del dipartimento Arte e Fede, già artefice assieme al Presidente Mons. Ravasi del famigerato incontro con gli artisti in Cappella Sistina del 21 Novembre scorso.

Ma Jacobone con i suoi bei baffetti artistici non è il solo rappresentante vaticano ad avere a che fare con questa esibizione di croste e deformità varie. C'é anche il patrocinio della rutilante Pontificia e Insigne Accademia dei Virtuosi al Pantheon!

Dal sito della Santa Sede leggiamo cos'è questa Pontificia Accademia dei Virtuosi: "Con il nuovo Statuto approvato nel 1995, la Pontificia Insigne Accademia di Belle Arti e Letteratura dei Virtuosi al Pantheon ha lo scopo di favorire lo studio, l'esercizio ed il perfezionamento delle Lettere e Belle Arti, con particolare riguardo alla letteratura d'ispirazione cristiana e all'arte sacra in tutte le sue espressioni, e di promuovere l'elevazione spirituale degli artisti, in collegamento con il Pontificio Consiglio della Cultura".

Oh ma che elevazione culturale percepiamo nella contemplazione di questo Cristo prometeico! Che grande ispirazione cristiana c'è in quegli avvoltoi che beccano l'occhio di Cristo! Che grande favore reso allo studio, l'esercizio e il perfezionamento delle Belle Arti dall'esposizione e il patrocinio di simili croste!

Leggo dalla recensione della mostra pubblicata sul Messaggero da Danilo Maestosi:

"Inaugurata da monsignor Pasquale Jacobone, la mostra è dedicata al Sacro Contemporaneo ed è articolata in due diverse sezioni. La prima offre passerella ai giovani allievi delle accademie vincitori del Concorso lanciato in occasione dell'esposizione della Sindone, confermando e l'impegno promozionale e la collaborazione dell'Argam con il Ministero dell'istruzione nonostante l'ennesimo rifiuto di contributi pubblici. La seconda presenta invece 23 autori di generazioni diverse che si sono misurati con le icone della religiosità e della tradizione cristiana. Due sfide volutamente controcorrente che offrono testimonianza del rapporto sempre più complesso e mediato che la società e l'arte di oggi intrattengono con i simboli e i misteri del sacro nel naufragio di valori di un'epoca che sembra essersi consegnata alla tirannia narcisa dell'istante e del superfluo. Anche il fantasma della Sindone, leit motiv su cui si cimentavano gli allievi delle Accademie, stenta a trovare fonna. C'è chi lo evoca rifugiandosi nell'iconografia tradizionale del Cristo deposto, chi lo annega nel labirinto dell'informale e chi lo precipita nel dubbio di un'istallazione concettuale, un telo di lino sporco con una chiosa ambigua, «vedere o non vedere». La soluzione più convincente e originale è dell'aquilana Giuditta Martiniechio che miscela sulla tela l'impronta di Cristo e le ferite del terremoto.

Ennio Calabria - Ritratto di Giovanni Paolo II

Ma è uno scoglio, quello del sacro, che mette a dura prova anche la truppa più navigata dei maestri e degli autori in carriera. Suggerendo punti di fuga ironici, come il classico ritratto di papa che Benedetta Bonichi rivisita a raggi x, o il cardinale seduto che Antonio De Totero immagina come uno scheletro in posa su pergamena, o ancora il raffinato assemblaggio grafico di Pablo Echaurren. Sconfinamenti mitologici come nel Crocefisso-Prometeo divorato dalle aquile di Giuseppe Colin. Funambolismi magrittiani come nello scorcio del duomo di Orvieto di Claudio Sciascia. Slittamenti onirici: Il Cristo e un pesciolino su sfondo di nuvole firmato da Rosetta Acerbi. Rivisitazione postrnodeme: il santino di papa Ratzinger tra foglie di bronzo di Sinisca. I confronti più intensi con il Sacro sono quelli che si concentrano sulle sofferenze del corpo: l'ombra scura che avvolge le pene di papa Woytila nel ritratto di Ennio Calabria. il dolore puro distillato nella cupa Crocifissione astratta di Piero Mascetti, lo scheletro dilaniato della deposizione di Renzo Vespignani. Tra le altre chicche un raro disegno di De Chirico, e una Natività di Purificato."

Renzo Vespignani - Deposizione

Ma che bella accozzaglia di mostruosità! E' questa l'arte che i mondani monsignori vaticani apprezzano? Questo è il livello infimo che l'arte sacra oggi ha raggiunto nonché il modello per un'arte sacra del futuro? Signori, alzo le mani. Dinanzi alla cecità e al contorcimento narcisistico, dinanzi alle consorterie e ai circoli di clientele ed amicizie prelatizie, mi viene una incredibile nausea che credo sia condivisa dalla maggior parte dei semplici fedeli e di tanti sacerdoti... Dopo poco, però, subentra il sorriso! Un sorriso democriteo nel contemplare i miseri resti di quest'arte poco sacra e poco arte. Un sorriso al solo pensiero che questi signori hanno il coraggio di definirsi artisti e finiscono per trovare dei validi supporter al di qua delle mura leonine...

Ah se solo il Papa potesse vedere cosa combina questa gente a pochi passi dai Sacri Palazzi!

martedì 15 giugno 2010

IL SANTO CURATO D'ARS: UN MODELLO DI SANTITA' ADEGUATO AI TEMPI O ADEGUATO A CRISTO?


di Don Matteo De Meo

Il povero curato d’Ars, può essere un modello per tutti i sacerdoti nel nostro travagliato e confuso tempo?

Per il Santo Padre Benedetto XVI sì! E’ la prima cosa che afferma nella sua omelia durante la S. Messa in chiusura dell’anno sacerdotale: “...modello del ministero sacerdotale nel nostro mondo”.

Qualcuno, però, lo ritiene un modello “non abbastanza universale”; lo è già per i sacerdoti in cura d’anime, ma per tutti i sacerdoti sarebbe un pò eccessivo! Un sacerdote oggi ha a che fare con mille problematiche, e con una realtà pastorale molto complessa (viviamo nell’era dell’informatica, del mondo virtuale e altamente tecnologizzato, con altri modi di sentire e vivere la Chiesa e la stessa fede); insomma altri tempi, i nostri, molto dissimili da quelli del povero Curato d’Ars, che trascorreva gran parte della sua giornata a dir messa, a confessare e a far penitenza per le sue pecorelle.

Ma a questo punto sorge spontanea una domanda: quale modello potrebbe corrispondere universalmente al ministero sacerdotale dei nostri tempi?

Sicuramente molti sono i modelli sacerdotali di santità, e di questo bisogna ringraziare Iddio che non smette di inviare alla Chiesa e al mondo i suoi santi, in ogni tempo. Ma sembra si stia diffondendo uno strano pensiero: un modello ha una sua scadenza! Vi sono modelli nuovi e modelli vecchi! Santi moderni e santi arcaici: ad esempio S. Pio da Pietrelcina è ritenuto un modello di santità arcaica rispetto a madre Teresa di Calcutta che invece rispecchierebbe un’idea più moderna di santità. Quindi, Santi più adeguati ai nostri tempi e santi meno adeguati. Ma Cristo non è lo stesso ieri oggi e sempre? Un Santo, canonizzato dalla Chiesa, non diventa forse un modello di santità universale, che va oltre lo spazio, il tempo, le culture?

In una prospettiva meramente umana, orizzontale, il santo diventa un modello tout court; un semplice personaggio storico che è sottoposto all’usura e alla polvere dei secoli.

Solo se ci lasciamo abbracciare dal Mistero presente e operante nella sacra liturgia della Chiesa si viene salvaguardati da questa ottica insidiosa.

I santi dei primi secoli, i santi delle contrade più sconosciute e remote sono più presenti e più vicini, più intimi di coloro con i quali conviviamo o che incontriamo ogni giorno. Ogni distanza di tempo, di luogo, di condizione sociale è vinta. La Chiesa ne celebra la festa perchè il Santo non è affatto un personaggio storico ormai lontano nel tempo, ma perchè l’unione viva con lui fa parte della sua medesima vita. É il meraviglioso mistero della Comunione dei Santi: “...Mai Ella (la Chiesa) perde i suoi figli, mai il tempo li allontana da lei e i suoi figli le sono vicini non in ragione degli anni ma in ragione della loro santità. ...” (Don Divo Barsotti, Il Mistero cristiano, p. 359).

In un tempo di forte crisi per l’identità sacerdotale, un modello come quello del Curato d’Ars è sicuramente ciò di cui noi sacerdoti abbiamo bisogno.

Se è stato proclamato patrono di tutti i parroci, se il Santo Padre lo ha scelto come modello fra tanti, durante l’intero anno sacerdotale, se a conclusione di esso lo ha definito modello per tutti i sacerdoti-non solo parroci-non è tanto perchè pregava e faceva penitenza (una prassi che ogni cristiano è chiamato a riscoprire, e ancor di più un consacrato); non è tanto perchè se la vedeva con il diavolo, che, per non dargli tregua, gli sfasciava il letto anche di notte; non è tanto perchè aveva una particolare abilità nell’attuare “strategie” e “obbiettivi” pastorali, ma perchè è stato un sacerdote autentico, ha corrisposto in pienezza al suo ministero sacerdotale, fino all’eroismo. Cioè, ha realizzato in pienezza la missione apostolica ricevuta con il Sacramento dell’ordine, che è propria di ogni sacerdote, parroco o meno! Se così non fosse non avrebbe avuto senso neanche proclamarlo patrono dei parroci...

Il suo essere sacerdote non era, malgrado certa agiografia, un sorta di contorno della sua persona. Il prete non è un monaco, ma non è neanche definito innanzitutto da un suo particolare ufficio: parroco, vicario, teologo, accademico, chiamato a fare anche un pò di ministero chi più o chi meno. Il sacerdozio ministeriale, infatti, non è conferito primariamente in vista della santità personale, o di un particolare ruolo, bensì perchè uno diventi apostolo. Deve perciò perseguire e rincorrere la propria santificazione personale attraverso l’esercizio del sacerdozio ministeriale e una chiara consapevolezza di esso; questo poi può anche esprimersi in una molteplicità di forme disposte dalla Provvidenza divina che guida e sostiene la Chiesa nella storia, e nella mutevolezza dei tempi.

Ciò che il prete deve salvare ad ogni costo, per diventare una persona capace di affrontare la grande sfida della nuova evangelizzazione della società contemporanea, senza andare in crisi, è l’unità tra la sua identità sacerdotale e la missione apostolica.

Una identità di sacerdote fondata sull’idea di una santificazione personale soggettiva, o sulla specificità di un ufficio particolare, o di una particolare inclinazione (preti di strada, di frontiera, del sociale, e chi più ne ha più ne metta......), più che sulla necessità di santificarsi attraverso l’esercizio del sacerdozio ministeriale, in obbedienza a Cristo attraverso la sua Chiesa, ingenera un dualismo pernicioso. Non è raro oggigiorno vedere preti esaltati dai media perchè totalmente immersi nel sociale, ma che non parlano mai di Cristo, dei sacramenti, della Chiesa, della messa! O, peggio ancora, diffondono una propria immagine di Cristo, dei Sacramenti, della Chiesa e della stessa Fede. La pretesa di realizzare una propria immagine di prete, quindi, spesso costruita dalle esigenze e dalle richieste del mondo, diventerebbe più importante della stessa vocazione apostolica e missionaria. Oggi più che mai c’è bisogno di recuperare non tanto una capacità pastorale del sacerdote nel proprio tempo, ma l’identità essenziale del sacerdote e del ministero a lui affidato. La particolarità con cui questo ministero può svolgersi nei tempi, nei luoghi e nelle circostanze è grazia di Dio; e la sua autenticità dipende più dalla fedeltà al ministero stesso che alle proprie capacità, o inclinazioni personali.

Mi sembra che il santo Padre nel proporci un modello sacerdotale come quello del Santo Curato d’Ars, ci stia dicendo una cosa fondamentale, ma poco considerata: il prete non è prete solo per essere un cristiano migliore degli altri. Per questo basta qualsiasi fedele, con una personalità vera e propria. Il prete deve essere prima di tutto una persona, che nella sua vita realizza le ragioni per cui gli è stato affidato il ministero sacerdotale. La sua specificità si radica nel fatto oggettivo del Sacramento dell’Ordine, che ha ricevuto e che lo distingue da tutti gli altri fedeli.

E di questo il Curato d’Ars è sicuramente un esempio eccezionale! Viveva nel continuo desiderio di essere liberato da una responsabilità che gli sembrava spaventosa: la responsabilità di essere parroco. Per tutti i quarant’anni che passerà ad Ars, Giovanni Maria sarà ossessionato dall’idea di andarsene. Sogna la trappa, o un ritiro in solitudine e preghiera. Ma, soprattutto, ha una profonda consapevolezza dell’immensità del mistero che è racchiuso nel sacerdote: “Ah, che cosa spaventosa essere sacerdote! La confessione! I Sacramenti! Che peso! Oh, se si sapesse che significa essere sacerdote, si fuggirebbe nel deserto, come i santi, per non esserlo!”. “Oh, quando si pensa che il nostro grande Dio si è degnato di dare questo incarico a dei miserabili come noi!”.

Nello stesso tempo è però consapevole della bellezza a cui si è chiamati senza alcun merito, e questo lo rende felice, e tale felicità lo contraddistinguerà sino alla morte. Morirà parroco e, in definitiva felice di esserlo. “Il sacerdote è un uomo che tiene il posto di Dio, un uomo rivestito di tutti i poteri di Dio”. Egli ne è convinto. E la fonte della sua felicità sta nella sua vocazione. La coscienza della sua dignità di sacerdote - “Mio Dio, che onore!”, esclamava - non toglie nulla alla sua umiltà.

Chi più del povero e santo Curato d’Ars può dire a noi sacerdoti del terzo millennio di quale dignità siamo stati senza merito investiti, e di quale umiltà dobbiamo rivestirci per essere autentici testimoni della paternità e della guida di Dio per gli uomini che incontriamo sul nostro cammino. Uomini innamorati di Cristo e della sua Chiesa.

Siamo sempre più preoccupati di adeguarci al sentire del mondo, dei tempi, finendo per confonderci con esso: siamo sempre più preoccupati, fino all’affanno, di essere utili al mondo e invece siamo chiamati a servire il regno di Dio nel mondo, un regno che il mondo non riconosce perchè non gli appartiene! Ciò significa che oggi, se vogliamo ancora trovare penitenti attorno al confessionale, come al tempo del Curato d’Ars, dobbiamo essere fedeli fino all’eroicità all’identità del nostro ministero; un ministero che ci separa dal mondo e che ci radica totalmente nel mistero di Cristo per continuare la sua opera di salvezza, e non perseguendo i nostri vani ragionamenti. Diciamocelo chiaramente: noi sacerdoti dobbiamo combattere ogni giorno con la tentazione individualistica e soggettivistica propria del cammino della cultura del nostro tempo; noi guardiamo alla vita di fede come a uno sforzo individuale, come l’esprimersi di opzioni (teologiche, etiche, pastorali) noi guardiamo alla nostra vocazione così come si svolge nella nostra giornata come il prodotto della nostra iniziativa. Invece il sacerdote - e questo emerge prepotentemente nell’immagine del Curato d’Ars - è tutt’uno con la Chiesa e con Cristo, e quindi è singolarmente espressivo del mistero di Cristo, perchè è nella Chiesa e per il mondo egli è l’immagine obiettiva di quel Signore Gesù Cristo, per cui vive e agisce, attraverso il Sacramento e la parola.

Separati dal mondo per portare Cristo al mondo. Solo in questa prospettiva amiamo coi fatti e nella verità: “...Come pure non si tratta di amore se si lascia proliferare l’eresia, il travisamento e il disfacimento della fede, come se noi autonomamente inventassimo la fede. Come se non fosse più dono di Dio, la perla preziosa che non ci lasciamo strappare via.”, dice il Pontefice in un prezioso passaggio della citata omelia.

É pur vero che, nella sua vita, il sacerdote ha un compito; è un compito ascetico-spirituale ancor prima che pastorale, perchè la pastoralità sarà l’effondersi, il traboccare di quella verità di fondo che il sacerdote continua ad attuare, assimilandosi al Signore. Credo che in questa prospettiva si situi la volontà del Santo Padre di indicare il Curato d’Ars, come modello per tutti i sacerdoti in questo nostro mondo dove imperversa una vera e propria “dittatura”, quella del relativismo. Ripartire dalla fondamentale dedizione a Cristo che diventa poi, nella saggezza della Chiesa e per la saggezza della Chiesa, impegno anche pubblico, e canonico, con maggiore o minore intensità (secondo gli intendimenti della Chiesa).

Allora quale figura di sacerdote potrà esse fonte di ispirazione e modello autentico?

Un modello di sacerdozio adeguato ai tempi o adeguato a Cristo?

Grazie, Santità, per averci indicato il Santo Curato d’Ars come modello sublime di quell’alter Christus, che nella tradizione cattolica dice questa singolarissima configurazione del sacerdote a Cristo, e che sempre più oggi si tenta di mettere nell’ombra per una presunta modernità di essere, di stile e di forma.

S. Giovanni Maria Vianney, prega per noi!

venerdì 11 giugno 2010

LA PROCLAMAZIONE MANCATA: RICOSTRUZIONE DI UN SABOTAGGIO

di Francesco Colafemmina

Oggi il Santo Padre non ha potuto proclamare il Santo Curato d'Ars "protettore di tutti i sacerdoti del mondo". La delusione è notevole e ci induce a pregare molto perché finalmente finiscano questi veri e propri sabotaggi ai danni dell'azione del Santo Padre.

Prendiamo atto della situazione e comunque San Giovanni Maria Vianney resta nei nostri cuori un protettore di tutto il clero mondiale. Tuttavia, sotto un profilo strettamente tecnico è interessante comprendere cosa sia accaduto in questi ultimi giorni.

Partiamo da quanto annunciato dall'Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche di Sua Santità ieri, 10 giugno: "Un grande arazzo con l’immagine del Santo Curato d’Ars sarà collocato alla loggia centrale della Basilica. San Giovanni Maria Vianney è stato al centro dell’Anno sacerdotale e in questa occasione sarà proclamato dal Santo Padre patrono di tutti i sacerdoti."

L'arazzo c'era ieri sera e c'era stamane. Ma il Curato d'Ars non è stato proclamato "patrono di tutti i sacerdoti". Quindi che senso aveva esporre l'arazzo di un Santo che è patrono solo dei parroci, nel giorno in cui si conclude l'anno sacerdotale?

Evidentemente era funzionale alla proclamazione. Ed evidentemente l'Ufficio delle Celebrazioni liturgiche lo sapeva e lo sapeva anche il Santo Padre. Anche in una nota pubblicata sull'Osservatore Romano del 9 giugno, riprendendo una dichiarazione di Mons. Marini, si annunciava che l'11 giugno: "un grande arazzo con l'immagine del santo curato d'Ars sarà collocato alla loggia centrale della Basilica. San Giovanni Maria Vianney è stato al centro dell'Anno sacerdotale e in questa occasione sarà proclamato da Benedetto XVI patrono di tutti i presbiteri."

Cosa si fa per proclamare un Santo "patrono di tutti i sacerdoti"? Normalmente si redige un Motu Proprio o una Lettera Apostolica. Come, ad esempio, quando Paolo VI proclamò San Benedetto patrono d'Europa. Chi avrebbe dovuto redigere il Motu Proprio per proclamare San Giovanni Maria Vianney patrono di tutti i sacerdoti? E chi avrebbe dovuto far pervenire al Santo Padre questo Motu Proprio? Sicuramente la Congregazione del Clero. Ma chi fa da filtro fra la Congregazione del Clero e il Santo Padre?

Prima di rispondervi vorrei precisare che il Santo Padre non poteva non essere informato della cosa, non poteva non averla approvata. Infatti già il 16 Marzo 2009, quando si tenne la plenaria della Congregazione del Clero la Sala Stampa rilasciava un comunicato nel quale c'era scritto quanto segue: "Durante questo Anno giubilare Benedetto XVI proclamerà San Giovanni M. Vianney "Patrono di tutti i sacerdoti del mondo". Sarà inoltre pubblicato il "Direttorio per i Confessori e Direttori Spirituali" insieme ad una raccolta di testi del Sommo Pontefice sui temi essenziali della vita e della missione sacerdotale nell’epoca attuale."

Guardate anche questo video di Radio Vaticana del 16 Marzo 2009: nel sottotitolo c'è scritto a chiare lettere che il Papa proclamerà il Santo Curato d'Ars patrono dei Sacerdoti.

E che dire di tutte le comunicazioni inviate qua e là per il mondo con l'annuncio di questa splendida notizia?

E ancora che dire dell'intervista al Cardinal Hummes del 17 Giugno 2009, pubblicata su Avvenire, dove il Cardinale con una strana prudenza spiega che l'Anno Sacerdotale è stato indetto in occasione del "150° anniversario della morte di san Giovanni Maria Vianney, figura esemplare di sacerdote, che da molto tempo è patrono dei parroci e che probabilmente il Papa proclamerà patrono di tutti i sacerdoti." Probabilmente...

Ancora l'8 giugno Radio Vaticana parla di un incontro con i sacerdoti del Rinnovamento dello Spirito, guidato da Mons. Piacenza in San Giovanni in Laterano e annuncia: "Giovedì sera, i sacerdoti saranno in Piazza San Pietro con Benedetto XVI per una Veglia, mentre il giorno dopo il Papa celebrerà una Messa solenne nella quale proclamerà il Curato d’Ars patrono dei sacerdoti".

Quindi cosa è accaduto fra l'8 e il 10 giugno? Dov'è il corto circuito che ha condotto alla mancata proclamazione?

Vogliamo fugare ogni dubbio su una possibile volontà del Santo Padre? Ebbene basta confrontare le giustificazioni assurde di padre Lombardi rilasciate ieri sera all'ASCA con le parole del Santo Padre nell'omelia odierna:

Padre Lombardi: "In realtà, il Santo Padre - pur avendo indetto l'anno sacerdotale proprio nel 150esimo della morte di San Giovanni Maria Vianney - ha preferito conservare al Santo Curato d'Ars il titolo specifico di patrono dei parroci, dato che questo è stato il suo ministero proprio, mentre vi sono molte altre figure di sacerdoti che possono essere di ispirazione e modello per coloro che svolgono numerose altre forme di ministero sacerdotale."

Papa Benedetto XVI: "l’Anno Sacerdotale che abbiamo celebrato, 150 anni dopo la morte del santo Curato d’Ars, modello del ministero sacerdotale nel nostro mondo, volge al termine".

Dunque per Lombardi è uno fra i tanti "modelli" possibili. Per il Papa è "il modello del ministero sacerdotale nel nostro mondo".

Alla luce di questa evidenza domandiamoci: chi ha sabotato questa proclamazione e per quale ragione?

Abbiamo una risposta? Domandatevi chi è il superiore di Padre Lombardi. Domandatevi chi fa da filtro fra il Clero e il Santo Padre. Ecco, avete già rintracciato i responsabili.

Ricapitoliamo dunque: tutto è pronto in Piazza San Pietro. Viene esposto l'arazzo del Santo Curato d'Ars, il Santo Padre utilizza durante la cerimonia il calice usato dal Santo, ieri un sacerdote ignaro afferma che il "Papa ci offrirà il Santo Curato d'Ars come nostro patrono", il Papa prepara un'omelia ad hoc per la celebrazione liturgica... ma il Motu Proprio non c'è! Si è perso da qualche parte... o forse qualcuno ha preferito bloccarlo, ponendo così tutti dinanzi al fatto compiuto a pochi giorni dall'evento?

Santo Curato d'Ars proteggi il Santo Padre e tutti i bravi sacerdoti di questo mondo!

P.S. E' vero che noi laici possiamo fare tanto per dimostrare al Santo Padre il nostro affetto e la filiale devozione, ma i tanti Cardinali, i Vescovi e i sacerdoti di tutto il mondo perché non chiedono anche loro, con insistenza e fermezza alla Segreteria di Stato perché ha agito in questo modo? Coraggio! Ci vuole coraggio per rompere questo insano meccanismo!

giovedì 10 giugno 2010

DUE BRUTTE NOTIZIE... PREGHIAMO PER IL NOCCHIERO!



di Francesco Colafemmina

Due notizie in pochi giorni sono in grado di preannunciare scenari piuttosto spiacevoli. Prima notizia: il Cardinal Pell non sarebbe più candidato alla Congregazione dei Vescovi. Al suo posto si danno come candidati il gaio Cardinal Sandri o il filoneocatecumenale Cardinal Rylko.
Speriamo che lo Spirito Santo abbia la meglio e che dinanzi alle fitte trame di interessi prevalga la luminosa linea anticarrieristica del Santo Padre.
Ma la seconda notizia è ancora peggiore: il Papa domani, contro ogni previsione e contro quanto stabilito ormai da un anno, non proclamerà più San Giovanni Maria Vianney "protettore di tutti i sacerdoti del mondo"!
La notizia è tristissima. Padre Lombardi l'ha già confermata, quindi è ufficiale. Il Curato d'Ars resta protettore dei Parroci, ma non è considerato un esempio di sacerdote del XXI secolo.

Eh già... i sacerdoti del XXI secolo devono essere gay o ammogliati, non certo umili, pii e casti come il Santo Curato d'Ars! Questa notizia è davvero sconfortante e se lo è per me che sono un laico immagino quanto possa esserlo per i tanti sacerdoti che nel Curato d'Ars vedono un modello della loro esistenza e del loro ministero sacerdotale. Chi ha convinto dunque il Papa a cambiare il programma? Chi ha fatto pressione sul Santo Padre? Forse il clero francese?

Speriamo domani in un fuori programma, speriamo che queste siano solo illazioni o tentativi di pressione mediatica... ma sappiamo già che da quando è esploso lo scandalo pedofilia e poi quello assai più curiale di Balducci e Propaganda Fide, la situazione è peggiorata di molto. Il nervosismo è palpabile nei Sacri Palazzi e al Nocchiero della barca di Pietro è affidata una responsabilità ancor maggiore. Riaffiorano vecchi intrecci, trame di potere e iniquità varie. Preghiamo perché il Papa ancora una volta non abbia paura dei lupi!

IL RITO "STRAORDINARIO" E LA PURIFICAZIONE DELLA CHIESA


di Don Luigi Iandolo

Sono passati quasi tre anni dalla promulgazione del motu proprio "Summorum Pontificum", nel luglio del 2007, atto supremo con il quale Papa Benedetto XVI ha consentito la celebrazione della Santa Messa secondo l'edizione ufficiale del Messale Romano promulgato da Giovanni XXIII nel 1962 - mai abrogata - come forma ‘straordinaria’ della liturgia della Chiesa.

Si tratta della cosiddetta “messa tridentina”, meglio detta “messa damaseno-gregoriana", in quanto risalente appunto ai papi Damaso e Gregorio. Ciò significa che dove esiste o si costituisce un gruppo di fedeli che chiede di beneficiare della tradizione liturgica antica, il parroco deve consentire la celebrazione della Santa Messa anche secondo il rito del Messale Romano promulgato dal beato “Papa Buono”.

Ed è innegabile che a tre anni dalla promulgazione di quel discusso motu proprio la Chiesa soffra oggi una delle crisi più profonde e gravi della sua bimillenaria storia: nella sua fede, nella disciplina, nella pratica religiosa. Non tutto è da attribuirsi ai tempi mutati e al “mondo”: cercare giustificazioni esterne senza affacciarsi all’interno stesso della Chiesa sarebbe un po’ deresponsabilizzante. Del resto, lo ha sottolineato in maniera efficace il Papa nel suo recente viaggio a Fatima: i mali peggiori per la Chiesa vengono dal suo interno stesso, come se per implosione il Demonio volesse farla cadere. E da dove partire, nell'analisi di questa "implosione", se non proprio dalla liturgia, azione con cui la Chiesa rende presente Cristo stesso? Ben si capisce, allora, come la crisi della Chiesa sia intimamente connessa alla crisi della liturgia, come ebbe a dire l’allora cardinale Ratzinger: “Sono convinto che la crisi ecclesiale in cui oggi ci troviamo dipende in gran parte dal crollo della liturgia, che talvolta viene addirittura concepita ‘etsi Deus non daretur’, come se in essa non importasse più se Dio c’è e se ci parla e ci ascolta. Ma se nella liturgia non appare più la comunione della fede, l’unità universale della Chiesa e della sua storia, il mistero di Cristo vivente, dov’è che la Chiesa appare ancora nella sua sostanza spirituale?”.

Il motu proprio del Santo Padre offre quindi la possibilità di beneficiare dei tesori della liturgia antica e ricuperare così il senso del Sacro e del Mistero, che spesso si è perduto, ridando alla liturgia la dignità che le è propria. “Non c’è nessuna contraddizione tra l’una e l’altra edizione del Missale Romanum (liturgia antica e liturgia nuova, ossia “vetus ordo” e “novus ordo”). Nella storia della Liturgia c’è crescita e progresso, ma nessuna rottura. Ciò che per le generazioni anteriori era sacro, anche per noi resta sacro e grande, e non può essere improvvisamente del tutto proibito o, addirittura, giudicato dannoso. Fa bene a tutti conservare le ricchezze che sono cresciute nella fede e nella preghiera della Chiesa, e di dar loro il giusto posto”. Così leggiamo nella lettera che Benedetto XVI ha scritto a tutti i vescovi del mondo accompagnandola al documento del 2007. E’ chiaro, quindi l’auspicio del Papa affinché sia recuperato questo tesoro, innanzitutto per il bene della anime, che vi potranno attingere grazie su grazie. Non si tratta semplicisticamente della ‘messa in latino’ dove il celebrante ‘dà le spalle ai fedeli’: stiamo parlando invece di un rito antichissimo, in cui tutti sono rivolti al Signore e dove si gusta e si sperimenta una Presenza silenziosa che parla la lingua del mistero!

Si impara così che la Chiesa non è un ideale stare in cerchio a guardarsi l’uno in faccia all’altro, chiusi in se stessi, bensì è un popolo che, insieme, compatto, guarda al Sole che mai tramonta, all’Oriente da cui solo viene la salvezza. Il bello è che se non hai un messalino per seguirla, puoi uscire dalla messa antica senza aver capito nulla, ma hai scoperto... di aver capito tutto: parli con Qualcuno usando una lingua che non appartiene all’uso quotidiano - una lingua sacra, sperimenti una centralità che non è del prete né dell’assemblea che partecipa, ma di Colui che è Grande e a cui spetta l’Adorazione. Allora vedi che la liturgia non è questione di comprensione intellettuale e linguistica, bensì di adorazione. Se la liturgia non veicola l’incontro verso Dio e perde conseguentemente la sua sacralità, semplicemente fallisce, non serve, diventa un’evasione inutile, una cabala, mero teatro o, come disse ancora una volta il Cardinal Ratzinger, “una danza vuota intorno al vitello d’oro che siamo noi stessi. Celebrare se stessi senza neanche rendersi conto di Lui” (Via Crucis 2005).

La difficoltà di tornare ad apprezzare questo tesoro si capisce facilmente, ed è né più né meno la stessa difficoltà che l’uomo di oggi trova nell'aprirsi al mistero della Redenzione. L’uomo del nostro mondo ama il protagonismo, è assolutamente convinto della propria autosufficienza: egli può tutto, non ha bisogno di nessuno, non ha bisogno di nessuno per essere salvato. Egli si salva da sé, con le proprie forze. Così egli mal tollera un rito in cui gli si chiede di mettere da parte questa superbia e di farsi solo adoratore, in ginocchio, del mistero che gli è donato. Eppure, quello che è successo dopo il Motu Proprio di Benedetto XVI sembra andare in una direzione contraria: chi si avvicina, senza pregiudizi e con cuore aperto, alla Messa tradizionale, finisce per innamorarsene. E la spiegazione è semplice: il Dio che parla nel silenzio non intavola discussioni con la mente dell’uomo, sempre restia ad aprirsi al mistero, ma bussa al Suo cuore, risvegliando la nostalgia del sacro. È proprio per questa sua caratteristica, per questo suo andare direttamente al cuore, che la Messa tridentina attira, e attira molto...
Senza dare troppo peso ai numeri, è interessante leggere i risultati di recentissimi sondaggi in merito. In Germania, ad esempio, alla domanda se andreste alla Messa tridentina celebrata regolarmente in parrocchia, solo il 7% dei praticanti risponde di no: il restante 93% si divide fra chi vi vorrebbe andare ogni settimana (25%) e chi solo ogni tanto (40%). In Portogallo, invece, un cattolico su tre vorrebbe la messa antica tutte le settimane; percentuale che sale a oltre il 50 % se consideriamo quelli che praticano almeno una volta al mese. Ancora più confortante il dato relativo all’Italia, dove i fedeli che vorrebbero la Messa antica fissa in parrocchia sarebbero addirittura i due terzi.

I dati, quindi, sembrano davvero essere confortanti, e ciò non va assolutamente sottovalutato, soprattutto in un momento in cui la Chiesa ha bisogno di purificarsi e di tornare all’essenziale: preghiera e penitenza, come chiede il Papa, facendo proprio il messaggio della Vergine a La Salette, a Fatima e in molte altre apparizioni del XX secolo. La riscoperta della Messa tradizionale e il suo approfondimento possono aiutare davvero a ‘rimettere ordine’ nel nostro rapporto col sacro, aiutandoci a riconoscere il primato di Dio e dei suoi comandamenti, certi che il Cuore Immacolato di Maria trionferà – secondo il messaggio di Fatima – e che si avvererà il sogno di San Giovanni Bosco, quello in cui egli vide che due colonne salveranno la Chiesa: l’Eucaristia e l’Immacolata!

lunedì 7 giugno 2010

RIDI RIDI CHE LA MAMMA HA FATTO GLI GNOCCHI... COL POMODORO!


di Francesco Colafemmina

Vogliamo ridere? Suvvia! Ridiamo... assieme a Pomodoro. Non quello dei pelati, bensì quello della croce "gloriosa" di San Giovanni Rotondo. E sì, il grande artista delle palle bronzee - sparse un po' dappertutto sulla terra -, il grande creatore di forme lisce e perfette nelle quali si intravvedono "smangiature" e segni di decomposizione della materia, ora si lamenta per la croce gloriosa che hanno rimosso a San Giovanni Rotondo.

E con lui ci lamentiamo anche noi!

Perché i frati cappuccini hanno deciso di rimuovere quella croce? Perché? Come si suol dire, hanno forse la coda di paglia? Prima hanno speso centinaia di migliaia di euro per commissionarla, assicurarla e issarla sull'altare piramidale e poi la cacciano in un deposito?


Però, un attimo! A quanto pare non la vogliono cacciare in un deposito, bensì vorrebbero metterla da qualche altra parte... e chiedono lumi al maestro Pomodoro per capire dove riposizionarla. E Pomodoro che fa? Si rivolge al Renzo Piano Building Workshop per avere a sua volta lumi su dove riposizionarla. Dunque, in fin dei conti, sembra che il vero responsabile dell'arredo liturgico di quella chiesa sia Renzo Piano e non la Chiesa Cattolica.


Come già rivelavo nel mio libro la croce di Pomodoro fu voluta senza crocifisso da Mons. Crispino Valenziano. Quella croce costituisce una installazione assieme all'altare. Una simile installazione Pomodoro e Valenziano l'hanno realizzata a Sciara in provincia di Palermo. Anche nel mio saggio spiego l'origine ispirata di quell'ammasso di ferraglia: il poetico Pomodoro il giorno della beatificazione di San Pio scorge il sole fra le nuvole e lì si materializza la sua croce fatta di cunei. Spiegavo però che mentre il cuneo è un elemento ricorrente delle opere pomodoriane, l'altare a forma di piramide a tutto può essere ricondotto fuorché ad un cuneo. Quell'altare ha una sua specifica pregnanza e Pomodoro può ridere quanto vuole all'udire le mie speculazioni, ricordate dal giornalista - senza naturalmente citarmi -, alla fine resta la realtà: dopo 2000 anni di cristianesimo siamo caduti così in basso da avere in un grande santuario un'altare a forma di piramide rovesciata. Cosa c'entrano le piramidi rovesciate con gli altari cattolici? Padre Pio avrebbe mai celebrato il sacrificio su una sottospecie di altare del genere?


E' inoltre estremamente esilarante che Pomodoro rammenti l'incontro in Cappella Sistina del 21 Novembre e il discorso del Pontefice contenente quell'accenno all'invisibile che si fa visibile. A tal riguardo vorrei far notare a Pomodoro che il passaggio cui si riferisce costituiva una citazione del discorso di Paolo VI agli artisti: "Il Nostro ministero ha bisogno della vostra collaborazione. Perché, come sapete, il Nostro ministero è quello di predicare e di rendere accessibile e comprensibile, anzi commovente, il mondo dello spirito, dell’invisibile, dell’ineffabile, di Dio. E in questa operazione… voi siete maestri. E’ il vostro mestiere, la vostra missione; e la vostra arte è quella di carpire dal cielo dello spirito i suoi tesori e rivestirli di parola, di colori, di forme, di accessibilità".


In sintesi fa bene Pomodoro ad arrabbiarsi. Fa meno bene a mettere in mezzo il Santo Padre. Piuttosto i Cappuccini ci facciano capire finalmente perché hanno eliminato la croce gloriosa e non l'altare. Perché hanno sostituito quella croce senza il crocifisso con una croce con il crocifisso ma non sospesa in alto, bensì infissa al suolo, secondo le roboanti prescrizioni dello stesso Crispino Valenziano.
Insomma anche se i Cappuccini non vogliono rispondere a nessuna delle mie argomentazioni, che almeno rispondano a Pomodoro!


Qui di seguito l'articolo della Gazzetta del Sud, che ha raccolto l'indignazione del "maestro":


di Piero Lotito

Deposta, ripudiata. Nel nuovo santuario di San Giovanni Rotondo, dove dal 19 aprile riposano le spoglie di Padre Pio da Pietrelcina, non c'è più la grande croce in bronzo di Arnaldo Pomodoro. L'opera, che sovrastava l'altare in pietra dello stesso artista a rappresentare il fulcro della rivoluzionaria "aula liturgica" progettata da Renzo Piano, è stata semplicemente rimossa.
Al suo posto, più avanti a terra, è ora collocata una croce di fattura tradizionale, con il corpo di Cristo inchiodato al legno. Alle tante sorprese proposte dalla nuova chiesa, fra cui la sfarzosa e molto criticata cripta che accoglie l'urna del santo, oggi dunque si aggiunge la "sparizione" di un'opera che, pur oggetto anch'essa di polemiche (una croce senza il Crocifisso, così difficile da interpretare nel suo metallico groviglio ), si era già resa familiare ai fedeli nel complessivo colpo d'occhio del tempio. Che cosa nasconde l'allontanamento dal cuore del santuario di un'opera a suo tempo concepita in accordo con Piano, con i frati cappuccini e con monsignor Crispino Valenziano, membro della Pontificia commissione per i Beni culturali?
Lui, Pomodoro, nella sua straordinaria carriera ne ha viste troppe per meravigliarsene, ma non dissimula una certa irritazione per il modo e la sostanza della clamorosa rimozione. Maestro, sa che la sua croce non è più esposta nel santuario di San Pio?
«Sì, e mi dispiace moltissimo».
Perché è stata rimossa?
«E che ne so? I frati mi hanno solamente scritto di andare a San Giovanni Rotondo, perché l'hanno portata via e sostituita. Non so che dire. Pare che adesso stiano rivisitando le regole della Chiesa, e che sulla croce debba essere raffigurato il corpo di Cristo. Io, per essermi informato, so invece che non è vero niente: la croce può stare benissimo anche senza il Cristo. Loro l'hanno rimossa senza chiedermi niente, perché sulla mia croce non si può attaccare una figura».
Dove l'hanno posta?
«Non lo so, chiedono a me dove metterla. Quando nel 2009 a San Giovanni si recò in visita il Papa, vidi su Internet che avevano nascosto il fondale, dov'era la croce con sotto l'altare, con una specie di paravento. Può essere che sia rimasto così, ma non saprei, perché non sono stato sul posto. Ora mi chiedono di andare a vedere come rimettere la croce da qualche altra parte».
Intende andarci?
«Ho risposto che sono impossibilitato, perché – è la verità - ho un problema a una gamba, che sto curando. Ho detto che vi andrò quando starò meglio. Invece, in fondo Ho dato incarico allo studio Piano di pensare loro a un luogo dove sistemare l'opera. Insomma, è tutto deformato: non c'è più l'iniziale spirito di collaborazione. A novembre scorso, fummo ricevuti in Vaticano in più di 500 artisti, e il Papa pronunciò un bellissimo discorso sul visibile che deve anche contenere l'invisibile. Allora, a me pare che a San Giovanni ci siano un'enorme contraddizione e una mancanza di rispetto per la professionalità di un artista, e quindi mi ritengo proprio offeso. Ho fatto questa cosa con molta passione, pensando da laico e con assoluto rispetto per la chiesa cattolica».
Non è finita, maestro: ritornano vecchie polemiche sui simboli massonici che affollerebbero il santuario, con il suo altare a punta in giù che indicherebbe il luogo dove è custodita la pietra filosofale...
«Io non ho pensato a questo, assolutamente (ride, ndr). Croce e altare erano per me un tutt'uno. La croce è pensata con elementi cuneiformi che ricordano i chiodi fatti a mano. L'idea mi venne nel 1999, alla cerimonia di beatificazione di Padre Pio. Pensai a una croce che ricordasse quei chiodi, come se un gruppo di questi, caduti dall'alto e calamitati fra di loro, andassero appunto a formare le due parti della croce. E venne spontaneo immaginare che da questi elementi cuneiformi ne cadesse uno e diventasse più grande, fino a creare visivamente un altare a forma di piramide rovesciata. Questo è stato il mio pensiero, si figuri lei ».

giovedì 3 giugno 2010

I MESSAGGI DI GARABANDAL E IL MINIMO SOLARE



di Francesco Colafemmina

Nei giorni scorsi ho approfondito un tema a me caro, di natura astronomica: il minimo solare. Forse non tutti voi sanno che la nostra stella vive dei cicli, ossia dei periodi di attività elettromagnetica che partono da un minimo (assenza di macchie solari), si intensificano sempre più (progressiva insorgenza di macchie), per poi decrescere progressivamente sino all'inizio di un nuovo ciclo. Tra un minimo e un altro, ossia tra un periodo di scarsa presenza di macchie e il successivo trascorrono circa 11 anni. Questo fenomeno già riscontrato scientificamente nell'800 sembra essersi interrotto da qualche anno. E' già dal 2008 che si attendeva l'inizio di un nuovo ciclo solare e invece ci troviamo in un periodo di minimo solare prolungato.

Cosa c'entra questo con la fede cattolica? Ebbene, dopo la lettura di questo interessante articolo di uno studioso italiano che tenta di dimostrare la possibile interazione fra magnetismo solare e insorgenza di terremoti ed eruzioni vulcaniche sul nostro pianeta, mi sono tornati in mente i famosi messaggi di Garabandal...

In questa piccola cittadina della Spagna nord occidentale si verificarono, a ridosso del Concilio Vaticano II, delle inquietanti apparizioni mariane. Inquietanti per le manifestazioni di trance delle veggenti, quattro ragazzine. E inquietanti per l'ultimo messaggio che fu lasciato da San Michele Arcangelo e nel quale si preannunciava una grande sciagura per l'umanità.

La Chiesa non si è ancora espressa definitivamente su queste apparizioni, ma sappiamo che Padre Pio credeva nell'autenticità delle apparizioni, tanto da inviare poco prima del suo trapasso un messaggio a Conchita Gonzales, una delle veggenti, per tramite di Padre Pellegrino. Inoltre, sempre Padre Pio, inviò nel marzo del 1962 una lettera alle veggenti nella quale riportava alcune parole che la Vergine gli aveva comunicato: "O benedette giovani fanciulle di San Sebastian de Garabandal! Io vi prometto che sarò sempre con voi fino alla fine dei secoli e voi sarete sempre con me fino alla fine del mondo e dopo unite nella gloria del Paradiso".

L'attestazione di autenticità espressa da Padre Pio fu poi all'origine dell'approvazione del messaggio da parte di numerose autorità ecclesiastiche, come l'Arcivescovo della diocesi di Jalapa, in Messico, Manuel Pio Lopez, che scriveva nel 1966: "considerando le direttive della Santa Sede e dell'Ecc.mo Ordinario di Santander (Spagna), non ché quanto prescritto dal Codice di Diritto Canonico, approviamo e benediciamo la pubblicazione del Messaggio della Santissima Vergine in San Sebastiàn Garabandal della nostra Arcidiocesi, consapevoli del fatto che, alla luce della rivelazione divina, vi è una urgente necessità di preghiera e di sacrificio, di culto della Sacra Eucarestia e della Santissima Vergine Ma ria, così come di obbedienza, amore e adesione filiale al Vicario di Cristo e alla Santa Chiesa. Di conseguenza non troviamo in questo Messaggio, attribuito alla Santissima Vergine, nulla che sia contrario alla fede e ai costumi, essendovi nel suo contenuto opportune, utili e salutari ammonizioni per ottenere la salvezza eterna. L'obbedienza nel l'adempimento sollecito e filiale delle disposizioni della Chiesa ha caratterizzato le persone che hanno avuto il privilegio di tali apparizioni e questo dà a tutti la certezza che Dio è qui. La prudenza della Santa Chiesa circa tale importante questione, si è ma nifestata nello studio accurato e nella vigilanza pasto rale; in modo alcuno, in proibizione e ripudio di essa."

In particolare, alle veggenti fu preannunciata una serie di eventi che avrebbero preceduto il castigo finale e che sarebbero stati visibili in tutto il mondo. Si comincia da un avvertimento che viene descritto così da Conchita, nel corso di una intervista del Febbraio 1977: "Ciò che ricordo ora è che la Vergine mi disse che, prima del Miracolo, Dio ci invierà un Avvertimento perché ci purifichiamo o prepariamo per il Miracolo, sì da poter ricevere la grazia sufficiente a cambiare le nostre vite e orientarle verso Dio. Mi disse in cosa consisterà l'Avvertimento, ma non la data. Non mi è permesso dire in cosa consiste, però posso dire come sarà più o meno. E' un fenomeno che sarà visto e sentito in tutte le parti del mondo; faccio sempre come esempio quello di due stelle che si scontrano fra loro. Questo fenomeno non produrrà danni fisici ma ci spaventerà, perché in quel preciso istante vedremo le nostre anime e il danno che abbiamo compiuto. Sarà come se agonizzassimo, ma senza morire per i suoi effetti, sebbene sia possibile che moriamo per paura o per l'impressione."

Successivamente Conchita chiarisce trattarsi di un "fenomeno fisico" che si trova sul "vocabolario" alla parola "a". Ripeto, un fenomeno fisico noto che comincia per "a"!

Poi nel 1980 Conchita aggiunge: "per me, è come due stelle che collidono fra di loro e fanno un rumore enorme, emanando una grande luce, ma non cadono. Non subiremo un male fisico, ma vedremo. In quel momento vedremo la nostra coscienza. Vedremo tutto il male delle nostre azioni."

Di cosa starebbe parlando Conchita? Facciamo un passo indietro: nel 1859 un astronomo inglese, Richard Carrington, stava osservando uno strano gruppo di macchie solari attraverso il suo telescopio, quando vide con i suoi occhi il sole eruttare un "superflare", un lungo brillamento solare. Il giorno dopo l'intero pianeta era avvolto da iridescenti aurore boreali, le comunicazioni telegrafiche in Europa e Stati Uniti si interruppero e si iniziò a confondere il giorno con la notte, tanto che in California un gruppo di minatori si svegliò per la luce diffusa, mentre in realtà erano ancora le due di notte. Quella del 1859, nota anche come "evento di Carrington" è classificata come la più potente tempesta elettromagnetica prodotta dal sole e scientificamente osservata.


E' allora probabile che l'Avvertimento di Garabandal non sia altro che una grande aurora boreale diffusa sul tutto il pianeta? Non è forse questo il fenomeno fisico che comincia con la "a"? Le aurore boreali sono poi accompagnate da tipici suoni, definiti elettrofonici, che somigliano a sibili e scricchiolii o a un sordo rumore in lontananza e sicuramente sono da considerarsi elementi in grado di generare sgomento e terrore. Non è dunque assai probabile che l'ammonimento coincida con una tremenda tempesta solare?

C'è da dire che, a tal proposito, nel 2008 la Nasa ha pubblicato uno studio dettagliato di 144 pagine sui potenziali effetti catastrofici di una tempesta magnetica estremamente forte. Secondo la Nasa: "L’impatto della tempesta potrebbe ricadere su strutture interconnesse, con effetti devastanti: la distribuzione dell’acqua potabile in tilt in poche ore, cibi e medicine deperibili persi nel giro di 12-24 ore, interruzione immediata o potenziale del riscaldamento o del condizionamento dell’aria, dello smaltimento delle acque nere, dei servizi telefonici, dei trasporti, dei rifornimenti di carburante e così via".
Non solo! Rispetto all'evento di Carrington, assicurano i tecnici della Nasa: "una replica attuale di quell’evento potrebbe causare una devastazione economica e sociale significativamente più ampia e potenzialmente catastrofica".

Immaginiamo il blocco totale delle telecomunicazioni: telefoni spenti, internet spento, satelliti silenziati, centrali elettriche fuori uso... Sarà come ritornare nel medioevo, con la differenza che mentre allora sapevano coltivare la terra e la produzione era diretta, l'industrializzazione globalizzata della modernità comporterà un drammatico arretramento, una confusione sociale drastica che, sempre secondo la Nasa, sarebbe ripristinabile solo dopo 20 anni, con gravi conseguenze sull'assetto geopolitico e sociale.

Perché quindi queste coincidenze fra eventi soprannaturali ed eventi naturali? Una chiave di lettura cristiana ce la offrono i due messaggi di Garabandal. Il primo, lasciato dalla Vergine, recita così:

«E’ necessario fare molti sacrifici, molta penitenza, visitare spesso il Santo Sacramento ma prima di tutto bisogna essere molto buoni. E se non lo faremo, vi sarà per noi un "castigo"; già la coppa si sta riempiendo, e, se non cambiamo, il castigo sarà grandissimo».

Il secondo, sempre della Vergine, ma trasmesso dall'Arcangelo Michele, è assai più grave e minaccioso:

«Siccome non si è compiuto, non si è fatto sufficientemente conoscere il mio messaggio del 18 ottobre, voglio dirvi che questo è l'ultimo: - Prima la coppa si stava colmando, ora trabocca. - Cardinali, Vescovi e sacerdoti camminano in molti sulla via della perdizione e trascinano con loro moltissime anime. - All'Eucarestia si dà sempre minore importanza. - Dovete, con i vostri sforzi, evitare la collera del buon Dio che pesa su di voi. Se Gli chiederete perdono con animo contrito, Egli vi perdonerà. Io, vostra Madre, per mediazione di San Michele, voglio esortarvi alla conversione. Questi sono gli ultimi avvertimenti. Vi amo molto e non voglio la vostra condanna. - Pregate sinceramente, e Noi vi esaudiremo. - Dovete fare più sacrifici. - Meditate sulla Passione di Gesù».

Questi messaggi sono assai simili a quelli lasciati dalla Madonna a La Salette, a Fatima, ad Akita, in Giappone e a Medjugorje. I messaggi parlano di un castigo che ci attende e che nasce dal tradimento dei fedeli e della Chiesa. Un castigo che può essere evitato attraverso la preghiera e la penitenza. E la peculiarità di Garabandal è l'accento posto sull'Eucarestia! Il disprezzo, la trascuratezza con cui l'uomo tratta l'Eucarestia è una delle cause della collera divina. Non a caso il famoso Miracolo che seguirà l'Avvertimento e si compirà entro un anno da quest'ultimo evento, dovrà avvenire, secondo le veggenti, fra il 7 marzo e il 17 maggio, in un giovedì che coinciderà con la festa di un Santo Martire dell'Eucarestia. Questo miracolo sarà visibile a Garabandal. Sarà un segno permanente e lasciato da Dio che tutti potranno vedere, fotografare e filmare e produrrà tante conversioni, esattamente come il segno sul Podbrdo a Medjugorje.
Questo miracolo coinciderà inoltre con un evento importante per la Chiesa. In un'intervista del 7 febbraio 1974 Conchita ne ha parlato in questi termini: "Sì, so di quale avvenimento si tratta. E' un fatto singolare nella Chiesa che avviene solo in precise occasioni e che non è mai accaduto nella mia vita. Non è nulla di nuovo nè straordinario. E' un fatto strano come la definizione di un dogma, qualcosa che coinvolgerà tutta la Chiesa. Accadrà nello stesso giorno del Miracolo, ma non come sua conseguenza, bensì per pura coincidenza."

A Garabandal la Vergine aggiunse che, morto Giovanni XXIII, mancavano solo tre papi per l'inizio della fine dei tempi. Questo ci aiuta a collocare meglio il messaggio dell'apparizione e sembra caricarci, naturalmente, di notevole responsabilità. Non è forse giunto il momento di prendere coscienza della nostra infinita piccolezza dinanzi al Signore? Della nostra insufficienza, dei nostri limiti, dei gravi peccati che pesano sulle nostre teste e implorare quindi il perdono, la misericordia estrema?

Prendiamo così il messaggio di Akita, del 3 agosto 1973, dato dalla Vergine a Suor Agnese Sasakawa: "Affinché il mondo possa conoscere la Sua ira, il Padre Celeste si sta preparando a infliggere un grande Castigo su tutta l’umanità. Con Mio Figlio sono intervenuta tante volte per placare l’ira del Padre. Ho impedito l’arrivo di calamità offrendogli le sofferenze del Figlio sulla Croce, il Suo prezioso sangue e le anime dilette che Lo consolano formando una schiera di anime vittime. Preghiera, penitenza e sacrifici coraggiosi possono attenuare la collera del Padre. Io desidero anche questo dalla vostra comunità… che ami la povertà, che si santifichi e preghi in riparazione per l’ingratitudine e le offese di tanti uomini. Recitate la preghiera delle Serve dell’Eucarestia consapevoli del suo significato. Mettetela in pratica; offrite in riparazione per i peccati tutto ciò che Dio può mandare. Fai in modo che tutte si sforzino, secondo le capacità e la posizione, di offrirsi interamente al Signore."

Anche in questo caso abbiamo lo stesso ordine di elementi: il Signore prepara un grande Castigo per l'umanità. Solo la preghiera, la penitenza e il sacrificio possono attenuare la collera di Dio Padre.

Ma ancor più forte è il messaggio seguente, del 13 ottobre 1973: "Come ti ho detto, se gli uomini non si pentiranno e non miglioreranno se stessi, il Padre infliggerà un terribile castigo su tutta l’umanità. Sarà un castigo più grande del Diluvio, tale come non se ne è mai visto prima. Il fuoco cadrà dal cielo e spazzerà via una grande parte dell’umanità, i buoni come i cattivi, senza risparmiare né preti né fedeli. I sopravvissuti si troveranno così afflitti che invidieranno i morti. Le sole armi che vi resteranno sono il Rosario e il Segno lasciato da Mio Figlio. Recitate ogni giorno le preghiere del Rosario. Con il Rosario pregate per il Papa, i vescovi e i preti.
L’opera del diavolo si insinuerà anche nella Chiesa in una maniera tale che si vedranno cardinali opporsi ad altri cardinali, vescovi contro vescovi. I sacerdoti che mi venerano saranno disprezzati e ostacolati dai loro confratelli…chiese ed altari saccheggiati; la Chiesa sarà piena di coloro che accettano compromessi e il Demonio spingerà molti sacerdoti e anime consacrate a lasciare il servizio del Signore. Il demonio sarà implacabile specialmente contro le anime consacrate a Dio. Il pensiero della perdita di tante anime è la causa della mia tristezza. Se i peccati aumenteranno in numero e gravità, non ci sarà perdono per loro.
Con coraggio, parla al tuo superiore. Egli saprà come incoraggiare ognuna di voi a pregare e a realizzare il vostro compito di riparazione."

In questo caso la Madonna è ancora più chiara: il castigo che si prepara sarà peggiore del diluvio. Sarà "fuoco che cade dal cielo"! Inutile soffermarsi poi sulla restante parte del messaggio: è ormai già realtà (l'opera del Diavolo che si insinua nella Chiesa)!

Ciò che costituisce un indiscutibile punto di raccordo con Garabandal è questa immagine del castigo che è un fuoco che cade dal cielo. Conchita, riguardo al castigo è chiarissima: "lo que sí puedo asegurar es que si viene será peor que si estuviéramos envueltos en fuego; peor que si tuviéramos lumbre por arriba y por debajo" ("ciò che posso assicurare è che se viene sarà peggiore che se ci trovassimo avvolti nel fuoco; peggiore che se avessimo il fuoco sopra e sotto di noi"). Quando le veggenti, poi, videro il castigo nel 1962, cominciarono a lanciare grida disperate nelle loro estasi e a piangere per la paura.

Ora, anche a Fatima, il famoso pseudo-terzo segreto comincia con la visione di un Angelo che brandisce una spada di fuoco che "emetteva fiamme" e "sembrava volesse incendiare il mondo". E anche in questo caso il messaggio è chiarissimo: "penitenza, penitenza, penitenza!". Chiaramente è assurdo che manchi la spiegazione della visione da parte della Vergine, la stiamo ancora aspettando, ma probabilmente non la conosceremo mai. Forse perché è troppo terrificante e dettagliata per essere rivelata? A mio parere, poi, questa ipotetica interpretazione che lega il castigo di Garabandal all'attività del sole, spiegherebbe anche il famoso "miracolo del sole" di Fatima. Miracolo che pare si sia ripetuto anche a Medjugorje. Perché questa attenzione rivolta al sole? Forse cela un messaggio ancora poco compreso?

Aggiungo soltanto che nel 2008, stando alle rivelazioni della NASA, alcuni satelliti Themis hanno riscontrato enormi falle nella magnetosfera terrestre. Diciamo che lo schermo protettivo della terra contro le tempeste magnetiche solari si è squarciato in alcuni punti. Così il risultato di una potente attività solare potrebbe essere molto più drammatico di quanto ci si possa attendere.

Ricapitolando, partendo da un fenomeno ancora privo di una spiegazione - l'improvvisa irregolarità del ciclo solare - e attenendoci alle ricerche della Nasa, possiamo ipotizzare che in un futuro non troppo remoto si verificherà una forte tempesta solare, i cui effetti potrebbero essere acuiti da alcune falle nella magnetosfera terrestre recentemente rilevate. Le conseguenze di questo evento potrebbero essere imprevedibili e drammatiche. Questo fenomeno fisico, in un tentativo di interpretazione teologica della storia, potrebbe essere legato alla collera divina per l'estrema malvagità dell'umanità, il tradimento della Chiesa e dei suoi pastori, la dimenticanza di Dio da parte dell'uomo.
Non sono forse argomenti interessanti su cui riflettere per rimeditare l'infinita piccolezza di noi uomini e recuperare il senso autentico della salvezza che viene solo dal Signore?

In questi giorni in cui finalmente il Santo Padre ci ha fatto intravvedere la profonda connessione tra l'appello della Vergine a Fatima e la penitenza necessaria per espiare i tanti peccati della Chiesa, ci riesce ancora più facile riannodare tutti questi segni che il divino inserisce nella nostra umana realtà. Possiamo costruirne una piccola corona con cui pregare la Vergine, perché se solo avessimo idea della portata del peccato dell'uomo e del castigo che lo attende, temo che non potremmo fare altro che affollare le chiese e pregare ininterrottamente, sperando nell'infinita misericordia di Cristo.