mercoledì 29 settembre 2010

ARTISTI CATTOLICI? PER TETTAMANZI NON ESISTONO: PALADINO & CO. DIPINGERANNO IL NUOVO EVANGELIARIO

Bee (N.Samorì)

di Francesco Colafemmina

Per annunciare la realizzazione di un nuovo evangeliario per la Diocesi meneghina, il Cardinal Tettamanzi non ha mancato di radunare attorno a sè il sindaco Moratti e Mons. Ravasi (suo futuro e convinto successore) organizzando un convegno durato ben 2 giorni.
L'idea di dar vita ad un evangeliario che accompagni le celebrazioni del rito ambrosiano, è stata così spiegata dal Cardinale: "La realizzazione di un Evangelario, in dialogo con l' arte contemporanea vuole esprimere il nostro desiderio di rimanere vitalmente immersi nel nostro tempo. Ci proponiamo di raccogliere quanto di meglio è offerto in campo artistico, per rivestire con un manto di bellezza quella parola di vita che nella liturgia è pronunciata da Cristo stesso". Tettamanzi ha inoltre aggiunto che questa dell'evangeliario sarebbe una vera e propria "grande operazione culturale".

Pertanto il Cardinale che fa? Chiama artisti cattolici in grado di creare opere d'arte sacra cattoliche? Non sia mai! Sarebbe troppo banale per chi vive immerso nella postcontemporaneità. E poi quando l'arte sacra è ancorata alle tradizioni del passato finisce per non essere apprezzata dall'establishment di intellettuali, finanzieri e variopinti uomini di mondo di cui numerosi prelati amano circondarsi e ai quali guardano come stelle del firmamento sociale cui affidare incarichi e impartire premurose benedizioni onde riceverne l'immancabile supporto.
Così anche Tettamanzi ha deciso di guardare ai soliti intellettuali impegnati. Ha affidato pertanto l'illustrazione dell'evangeliario ai seguenti artisti: i pittori Mimmo Paladino, Nicola De Maria, Nicola Villa, Nicola Samori. In più ci saranno le fotografie del bravo Giovanni Chiaramonte. Il tutto coordinato dall'architetto Pierluigi Cerri.

Inutile dire che la scelta del massone Mimmo Paladino è quanto di meno originale l'Arcivescovo potesse proporre. Ma che dire degli altri? Accontentiamoci di ammirarne lo stile e pregustiamo questo nuovo evangeliario, infarcito di radicalismo chic in salsa estetica e del solito luogo comune pervicacemente propugnato da molti vescovi cattolici, in base al quale l'arte contemporanea sarebbe solo quella che rifugge dai canoni artistici tradizionali, dal figurativismo, dalla rappresentazione naturalistica, per rinchiudersi nell'astrattismo (quando va bene), se non proprio nel ghirigoro fumettistico.

Grazie, Cardinal Tettamanzi, lei si che ne capisce di arte sacra!


Mimmo Paladino: lo conosciamo bene. Ha realizzato i portali della chiesa di S.Giovanni Rotondo, ma anche la copertina della Bibbia CEI. Qui si può ammirare una sua opera senza titolo:

Qui ammiriamo la strana corrispondenza, da me scoperta, fra la copertina della Bibbia CEI e il crocifisso di Cimabue (capovolto)

Nicola Samorì: giovane artista le cui opere sono caratterizzate da costante suppurazione e incancrenimento. Nella perfezione delle forme intervengono deformazioni e corruzioni. Tipici suggerimenti gnostici, peraltro fin troppo abusati nell'arte contemporanea. Qui possiamo ammirare una delle opere esposte nell'ambito della mostra "la dialettica del mostro" definita sul sito dell'artista "riferimento all’inquietudine che abita la bellezza in ogni epoca" (definizione per la quale Ravasi se ne andrebbe in brodo di giuggiole!). Rappresenta un Cristo morto. Ma fa parte di un complesso di opere: "che dopo un processo di meticolosa riscrittura da parte dell’artista sono scosse nella loro fisionomia o isterizzate, con gesti che s’immettono nelle effigi quando “il loro corpo è ancora molle”, non interamente essiccato". Però, che poesia!

R41 (N.Samorì)

Scorcio della personale allestita a Bagnacavallo (2009)

Nicola Villa: giovane architetto lecchese prestato all'arte contemporanea. Di sé dice di essere focalizzato "sulla gente e sugli spazi abitati con un linguaggio tra il narrativo e il documentale e un approccio tra lo scientifico e il sensoriale". Qui due delle sue ultime creazioni:

2/5 (N.Villa)

Urban Tales (N.Villa)

Nicola De Maria: illustre collega di Paladino, nel senso che anch'egli è membro del filone artistico della transavanguardia. Un artista di grande livello ma che non si comprende bene come possa illustrare un evangeliario! Qui di seguito due sue opere emblematiche.

Regno dei fiori (N.De Maria)

Astri fatati proteggono la vita (N.De Maria)


martedì 28 settembre 2010

SUL DOMANI DELLA FRATERNITA' SAN PIO X


Ricevo e pubblico con grande riconoscenza!


di Mons. Brunero Gherardini

Durante un amichevole incontro, alcuni amici m’han chiesto quale potrebb’esser il domani della Fraternità S. Pio X, a conclusione dei colloqui in atto fra la medesima e la Santa Sede. Ne abbiam parlato a lungo ed i pareri eran discordi. Per questo esprimo il mio anche per iscritto, nella speranza – se non è presunzione e Dio me ne guardi! - che possa giovare non solo agli amici, ma anche alle parti dialoganti.

Rilevo anzitutto che nessuno è profeta né figlio di profeti. Il futuro è nelle mani di Dio. Qualche volta è possibile preordinarlo, almeno in parte; in altre, ci sfugge del tutto. Bisogna inoltre dare atto alle due parti, finalmente all’opera per una soluzione dell’ormai annoso problema dei “lefebvriani”, che fin ad oggi han lodevolmente ed esemplarmente mantenuto il dovuto silenzio sui loro colloqui. Tale silenzio, però, non aiuta a preveder i possibili sviluppi.

Di “voci”, peraltro, se ne sentono; e non poche. Quale sia il loro fondamento è un indovinello. Prenderò dunque in esame qualcuno dei pareri espressi nell’occasione predetta e dirò poi articolatamente il mio.

1 – Ci fu chi giudicava positivo un recente invito ad “uscire dal bunker nel quale s’è asserragliata durante il postconcilio per difendere la Fede dagli attacchi del neomodernismo”. Fu facile rilevare la difficoltà d’un giudizio a tale riguardo. Che la Fraternità sia stata per alcuni decenni nel bunker è evidente; purtroppo c’è ancora. Non è invece evidente se vi sia entrata da sé, o se vi sia stata da qualcuno, o dagli avvenimenti sospinta. A me pare che, se proprio vogliamo parlare di bunker, sia stato Mons. Lefebvre ad imprigionarvi la sua Fraternità quel 30 giugno 1998, quando, dopo due richiami ufficiali ed una formale ammonizione perché recedesse dal progettato atto “scismatico”, ordinò vescovi quattro dei suoi sacerdoti. Fu, quello, il bunker non dello scisma formalmente inteso, perché pur essendo “rifiuto della sottomissione al Sommo Pontefice” (CJC 751/2), mancò il dolo e l’intenzione di crear un’anti-chiesa, fu anzi determinato dall’amore alla Chiesa e da una sorta di “necessità” incombente per la continuità della genuina Tradizione cattolica, seriamente compromessa dal neomodernismo postconciliare. Ma bunker fu: quello d’una disobbedienza ai limiti della sfida, del vicolo chiuso e senza prospettive d’un possibile sbocco. Non quello della salvaguardia di valori compromessi.

E’ difficile capire in che senso, “per difendere la Fede dagli attacchi del neomodernismo”, fosse proprio necessario “asserragliarsi in un bunker”. Vale a dire: lasciar libero il passo all’irrompere dell’eresia modernista. E di fatto il passo fu ininterrottamente contrastato. Se pur in una posizione di condanna canonica, e quindi fuori dai ranghi dell’ufficialità ma con la consapevolezza di lavorare per Cristo e per la sua Chiesa, una santa cattolica apostolica e romana, la Fraternità attese anzitutto alla formazione del clero, questo essendo il suo compito specifico, fondò e diresse seminari, promosse e sostenne dibattiti teologici talvolta d’alto profilo, pubblicò libri di rilevante valore ecclesiologico, dette conto di sé mediante fogli d’informazione interna ed esterna: il tutto allo scoperto, dimostrando di quale forza – lasciata purtroppo ai margini - la Chiesa potrebbe avvalersi per la sua finalità d’universale evangelizzazione. Che gli effetti dell’attiva presenza lefebvriana possan esser giudicati modesti o che di fatto non sian molto appariscenti, può dipender da due ragioni:

dalla condizione canonicamente abnorme in cui opera,

e dalle sue dimensioni; si sa che la mosca tira il calcio che può.

Ma io son profondamente convinto che proprio per questo si dovrebbe ringraziare la Fraternità la quale, in un contesto di secolarizzazione ormai ai margini d’un’era post-cristiana, ed anche di non dissimulata antipatia verso di essa, ha tenuto e tiene ben alta la fiaccola della Fede e della Tradizione.

2 – Nell’occasione richiamata all’inizio, qualcuno riferì d’una conferenza durante la quale la Fraternità fu invitata ad aver maggior fiducia nel mondo ecclesiale contemporaneo, ricorrendo se necessario a qualche compromesso, perché la “salus animarum” esige – l’avrebbe detto un lefefbvriano – che si corra anche questo rischio. Sì, ma non certamente il rischio di “compromettere” la propria e l’altrui eterna salvezza.

E’ probabile che le parole tradiscan le intenzioni. O che non si conosca il valore delle parole. Se c’è una cosa che, in materia di Fede, è doveroso evitare, è il compromesso. E il richiamarsi della Fraternità – così come d’ogni autentico seguace di Cristo - al “Sì sì, no no” di Mt 5,37 (Giac 5,12) è l’unica risposta alla prospettiva del compromesso. Il testo citato continua dicendo: “tutto il resto vien dal maligno”: dunque anche e segnatamente il compromesso. Almeno nella sua accezione di rinunzia ai propri principi morali ed alle proprie ragioni di vita.

A dir il vero, anche a me, da quando i colloqui tra Santa Sede e Fraternità ebbero inizio, era arrivata la voce d’un possibile compromesso. Cioè d’un comportamento indegno, dal quale la stessa Santa Sede immagino che rifugga per prima. Un compromesso su quanto non impegna la confessione dell’autentica Fede, è possibile e talvolta plausibile; non lo è mai ai danni dei valori non negoziabili. Sarebbe oltretutto una contraddizione in termini, perché anche il compromesso è un “negotium”. Ed un negozio a rischio: il naufragio della Fede. Mi ripugna, pertanto, il solo pensare che la Santa Sede lo proponga o l’accetti: otterrebbe molto meno d’un piatto di lenticchie e s’addosserebbe la responsabilità d’un illecito gravissimo. Mi ripugna del pari il pensiero d’una Fraternità che, dop’aver fatto della Fede senza sconti la bandiera della sua stessa esistenza, scivoli sulla buccia di banana del rifiuto della sua stessa ragion d’essere.

Aggiungo che, a giudicare da qualche indizio forse non del tutto infondato, la metodologia messa bilateralmente in atto non sembra aprire grandi prospettive. E’ la metodologia del punto contro punto: Vaticano II sì, Vaticano II no, o se. Cioè a condizione che dall’una o dall’altra parte, o da ambedue, s’abbassi la guardia. Una resa a discrezione? Per la Fraternità il mettersi nelle mani della Chiesa sarebbe l’unico comportamento veramente cristiano, se non ci fosse la ragione per cui nacque e per cui dette vita al suo Aventino. Cioè quel Vaticano II che, specie con alcuni dei suoi documenti sta letteralmente all’opposto di ciò in cui essa crede e per cui opera. Con tale metodologia, non s’intravede una via di mezzo: o la capitolazione, o il compromesso.

Un esito così esiziale potrebb’esser evitato seguendo una metodologia diversa. Il “punctum dolens” di tutt’il contenzioso si chiama Tradizione. Ad essa è costante il richiamo dell’una e dell’altra parte, che peraltro hanno, della Tradizione, un concetto nettamente alternativo. Papa Wojtyla dichiarò ufficialmente “incompleta e contraddittoria” la Tradizione difesa dalla Fraternità. Si dovrebbe pertanto dimostrar il perché dell’incompletezza e della contraddittorietà, ma ancor più impellente è la necessità che le parti addivengano ad un concetto comune, ossia bilateralmente condiviso. Un tale concetto diventa allora il famoso pettine al quale arrivan tutt’i problemi. Non c’è problema teologico e di vita ecclesiale che non abbia nel detto concetto la sua soluzione. Se, dunque, si continua a dialogare mantenendo, l’una e l’altra parte, il proprio punto di partenza, o si darà vita ad un dialogo fra sordi, o, per dimostrare che non si è dialogato invano, si darà libero accesso al compromesso. Soprattutto se accettasse la tesi dei “contrasti apparenti” perché determinati non da dissensi di carattere dogmatico, ma dalle sempre nuove interpretazioni dei fatti storici, la Fraternità dichiarerebbe la sua fine, miseramente sostituendo la sua Tradizione, ch’è quella apostolica, con la vaporosa ed inconsistente e disomogenea Tradizione vivente dei neomodernisti.

3 – Un’ultima questione trattammo nel nostro amichevole incontro, esprimendo più speranze che previsioni concretamente fondate: il futuro della Fraternità. In argomento è sceso pure, recentemente, il sito “cordialiter blogstop.com”con un’idilliaca anticipazione del roseo domani che già arriderebbe alla Fraternità: un nuovo – nuovo? per ora, non ne ha mai avuto uno – “status” canonico, inizio della fine del modernismo, priorati presi d’assalto dai fedeli, Fraternità trasformata in “superdiocesi autonoma”. Anch’io mi riprometto molto dalla sperata composizione per la quale si sta lavorando, ma con i piedi un po’ più per terra.

Tento d’acuire lo sguardo e di vedere che cosa potrebbe domani accadere. Lo specifico della Fraternità, l’ho già ricordato, è la preparazione al sacerdozio e la cura delle vocazioni sacerdotali. Non dovrebbe aprirsi per essa un campo diverso da quello dei Seminari, questo essendo il suo vero campo di battaglia: propri e non propri, nei Seminari assai più che altrove o più che altrimenti potrebbero esprimersi la natura e le finalità della Fraternità.

Sotto quale profilo canonico? Non è facile prevederlo. Mi pare, comunque, che l’esser una Fraternità sacerdotale dovrebbe suggerirne l’assetto canonico in una forma di “Società Sacerdotale”, sotto il supremo governo della Congregazione “per gl’Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica”. Inoltre, l’aver essa già quattro Vescovi potrebbe suggerire, come soluzione, una “Praelatura” di cui la Santa Sede, al momento opportuno, potrà precisare l’esatta configurazione giuridica. Non mi sembra questo, tuttavia, il problema principale. Più importante è, senza dubbio, sia la composizione all’interno della Chiesa d’un contenzioso poco comprensibile nel tempo del dialogo con tutti, sia la liberalizzazione d’una forza compatta attorno all’idea e all’ideale della Tradizione, perché possa operare non dal bunker ma alla luce del sole e com’espressione viva ed autentica della Chiesa.

venerdì 24 settembre 2010

L'ARTE ECCLESIASTICA DOPO IL POSTMODERNISMO


Cari amici, pubblico oggi la mia traduzione di un interessante contributo della studiosa irlandese Janet Rutherford recentemente apparso su The Institute for Sacred Architecture. Lo reputo un articolo molto interessante perché inquadra con viva lucidità la trama ideale e teologica che dovrebbe sottendere all'edificazione di una nuova architettura ed arte sacra nel segno della continuità della tradizione cattolica e slegata dalle ideologie estetiche profane. Ringraziando l'editore dell'Institute for Sacred Architecture e la dottoressa Rutherford vi auguro una buona lettura!


di Janet Rutherford

"L'antica arte cristiana dovrebbe risorgere a nuova vita: nel suo spirito, non nelle sue forme"
- Peter Lenz, L'Estetica di Beuron

C'è un futuro per l'arte ecclesiastica che continui le tradizioni del passato, senza essere meramente imitativa: riciclare stili e modelli passati?
Io vorrei suggerire che sì, esiste, ma che soltanto attraverso la riscoperta dei principi sui quali si fondava l'arte del passato, gli artisti avranno la necessaria consapevolezza per poter creare un'arte del futuro. L'architettura occidentale è naturalmente basata su principi geometrici e fisici noti sin dall'antichità. Per questa ragione architetti che vogliano continuare a progettare secondo la tradizione gotica o classica possono farlo creativamente, senza ridursi semplicemente a copiare edifici esistenti. Di contro, l'arte decorativa è in uno stato di crisi. Gli arbitri della moda artistica hanno deliberatamente sottratto agli studenti di arte i principi dell'estetica occidentale, più o meno come a molti bambini degli anni sessanta non si è mai insegnata la pronuncia o la punteggiatura.
A meno che gli artisti in Occidente non re-imparino i principi estetici classici, saremo lasciati morire d'inedia nel grande vuoto bianco del minimalismo, come esemplificato dal "rinnovato" monastero di Novy Dvur nella Repubblica Ceca, lasciato in eredità ai posteri da John Pawson.


Estetica e Simbolismo sacramentale nei Padri della Chiesa

Per creare arte ecclesiastica, tuttavia, la conoscenza dell'estetica e dei principi di composizione non basta. Perché nel contesto della teologia, e quindi della liturgia, l'estetica non è un soggetto isolato. Come i Pitagorici e i Platonici dell'antichità, i padri della Chiesa consideravano l'estetica come la chiave di volta dell'intera struttura dottrinale e simbolica della teologia - da non separare, per esempio, dalla teologia morale e sacramentale, o dal simbolismo della liturgia. Per tale ragione formare un'arte sacra per il futuro è solo in parte una questione di insegnamento agli studenti dei principi compositivi classici.
Molto più fondamentalmente è un processo che coinvolge la comprensione, da parte di ciascuna persona coinvolta nelle decisioni sulla decorazione delle chiese, della teologia sacramentale e liturgica di cui l'estetica Cristiana non è che una parte. Una parte di vitale importanza sulla quale i padri hanno molto da insegnarci, a seguito della prima grande controversia iconoclasta dei secoli ottavo e nono. Sebbene la crisi in sé abbia riguardato per lo più le chiese dell'est, essa condusse allo sviluppo di una teologia estetica che circonda il Settimo Concilio Ecumenico e costituisce dunque un ottimo punto di partenza.

La Cappella recentemente dedicata nel Monastero di Nový Dvůr nella Repubblica Ceca
Foto: www.novydvur.cz


Il fondamentale principio iconografico derivante dagli eventi che circondarono il Settimo Concilio Ecumenico (787) è che la rappresentazione di immagini in una chiesa cristiana non solo è possibile, ma è necessaria. Creando immagini di Cristo e dei Santi, affermiamo infatti l'unità della Persona di Cristo e la piena realtà della sua natura umana Incarnata.
Questo importante principio sicuramente necessita di essere urgentemente riaffermato oggi. Invero, la cappella del monastero di Novy Dvur sarebbe stata probabilmente pienamente approvata dagli imperatori iconoclasti dell'ottavo secolo, che sostenevano che le uniche cose materiali dotate di carattere sacramentale fossero solo gli elementi eucaristici, e che l'unico simbolo cristiano consentito fosse la croce. Gli unici oggetti sacri di questa cappella sono infatti la riserva eucaristica nel tabernacolo e la croce sull'altare. La necessità dottrinale delle immagini di Cristo e dei Santi nelle chiese è parte dell'ortodossia cristiana, ed è su queste basi che dobbiamo cominciare a costruire.


L'unità essenziale di Architettura, Arte e Liturgia

Un altro principio importante nato dalla crisi iconoclasta fu quello in base al quale ci dovrebbe essere una unità essenziale fra l'edificazione della chiesa, la sua arte interna, e il simbolismo del rito che racchiudono. Nelle chiese ortodosse questa unità è rappresentata in parte da ciascuna immagine che occupa un posto determinato nell'intero schema interno di una chiesa, così come ogni stanto ed essere celeste occupa un posto particolare nel regno dei cieli. Ma non sto suggerendo che lo schema delle chiese ortodosse debba essere imposto alle chiese occidentali. Uno schema organizzativo fornisce una narrativa che si dispiega man mano che gli occhi si muovono all'interno di una chiesa. La pianta centrale delle chiese ortodosse (derivante dagli antichi martyria), con la sua navata quadrata, combinata con una cupola centrale, attira l'occhio lungo uno schema differente da quello della pianta cruciforme di molte chiese occidentali. Naturalmente ci sono anche chiese a pianta centrale neoclassiche nelle quali lo schema gerarchico dell'iconografia bizantina è sempre stato appropriato, muovendo lo sguardo intorno e dentro la cupola. Ma anche qui, l'esistenza di una iconostasi e conseguentemente l'invisibilità del santuario nelle chiese ortodosse rende inappropriata l'adozione pedissequa del loro modello. In una chiesa a pianta cruciforme l'occhio si sposta dalla navata fino al santuario e infine al muro orientale; e l'organizzazione dell'iconografia dovrebbe seguire questo schema. Il principio dell'integrità iconografica non implica dunque l'imposizione di uno schema particolare in tutte le chiese, ma coinvolge la comprensione del simbolismo sottostante sia la liturgia che l'architettura chiesastica.

Il principio importante è chi ancora quello secondo cui l'architettura e l'arte di una chiesa dovrebbero affermare la completa unità della natura umana e divina di Cristo, così come essa è racchiusa nella liturgia eucaristica. L'iconografia ortodossa fa ciò attraverso la creazione di immagini bidimensionali (che suggeriscono la natura celeste del corpo risuscitato), ma usando al contempo il linguaggio simbolico della "scrittura delle icone" per insegnare la natura umana di Cristo e l'autentica vulnerabilità incarnata.
Affermare entrambe le nature di Cristo significa anche coinvolgere la comprensione di due simbologie complementari della liturgia ortodossa. Da una parte, siamo chiamati a ricordare (anamnesis) la vita terrena di Cristo, il suo ministero, il sacrificio e la resurrezione. Ma siamo anche chiamati a vedere il posto che l'Incarnazione e Resurrezione di Cristo hanno nell'intera storia della salvezza, dalla Creazione fino al banchetto escatologico.
Su questo principio, quindi, possiamo decidere l'organizzazione dell'iconografia in base a un dato tipo di architettura chiesastica. Il contenuto di questa iconografia è aperto ad un vasto campo di scelta e inevitabilmente sarà informato dalla dedicazione della chiesa. Il punto è che tutte le immagini dovrebbero essere coerenti con un unificato simbolismo che suggerisca una o l'altra (se non entrambe) queste due narrazioni simboliche: quella della vita di Cristo (e dei suoi Santi) e quella della storia della salvezza come un tutt'uno. Se questi principi vengono adottati, l'unica prescrizione è che, in qualunque narrazione, l'altare simbolizzi la Passione. Ovunque l'occhio cominci il suo viaggio, quando arriva all'altare sarà giunto alla Passione, sia nell'ambito della storia della vita di Cristo, sia in quello dell'intera storia della salvezza. Immagini della Resurrezione, Ascensione, Cristo intronizzato nella gloria, il banchetto escatologico etc. sarebbero quindi assai appropriate ovunque l'occhio naturalmente si volga: il muro orientale o il soffitto (se non entrambi).

Nostra Signora Sede della Sapienza nel santuario della Chiesa dell'Annunciazione a Praga-Smíchov, nella Beuron School.


La forma e lo stile della raffigurazione artistica

Partendo dalla necessità sia di avere un'arte integrata con l'architettura e di dare uguale giustizia alla natura divina ed umana di Cristo, potremmo chiederci: quale forma o stile della rappresentazione architettonica e artistica è appropriato per una data chiesa? Muovendo dal principio dell'integrità simbolica, vorrei farne discendere il principio della complementarietà stilistica. Una volta affermata l'unità delle nature divina ed umana di Cristo nel simbolismo dello schema organizzativo della raffigurazione, abbiamo la necessità di creare spazi liturgici nei quali si possa rendere culto a Dio come un popolo completamente integrato ossia, con la facoltà della ragione come anche con l'intuizione, o con pensieri e sentimenti. Proprio come affermiamo l'integrità di Cristo come una Persona, umana e divina, così, per conformarci a questa immagina, abbiamo bisogno di avvicinarci a Dio come esseri umani integrali, i cui pensieri siano informati dai sentimenti e i cui sentimenti siano ragionevoli. Qui possiamo basarci sugli insegnamenti del padre della Chiesa del quinto secolo, Diadoco di Photike. Egli credeva che come risultato della Caduta di Adamo ed Eva, i nostri sentimenti si siano disconnessi dalla ragione; e che solo l'Incarnazione e la Resurrezione di Cristo abbiano reso possibile all'essere umano il recupero della propria integrità. Ciò mi sembra molto vicino al pensiero di Benedetto XVI sulla necessaria integrità del pensiero e dei sentimenti. Il culto divino con le sole nostre menti significherebbe ridurre noi stessi allo stato degli iconoclasti, ossia dividerci in due e allo stesso tempo negare l'unità delle nature divina ed umana di Cristo.
Da un altro lato, basandoci solo sulle nostre emozioni, potremmo andare a finire dovunque, dal momento che non saremmo in grado di formulare giudizi critici sull'innata bontà o malvagità di ciò verso cui ci muovono i nostri stessi sentimenti. La forma architettonica dell'edificio, quindi, assieme allo schema e alla tipologia delle sue raffigurazioni, dovrebbe, come unità simbolica, condurci come un tutt'uno, come persone integrali, alla completa attenzione di ciò che sta accadendo nella liturgia.

Credo che se la si vede in questo senso, lo stile architettonico e artistico di una chiesa dovrebbe finire per essere complementare piuttosto che identico, agevolando l'unità delle nostre nature razionali ed intuitive in una attenzione integrale verso Dio, come un unico popolo. Una via per far ciò potrebbe consistere nella combinazione di un'arte realistica ed emotiva con un'architettura che sia ordinata e simmetrica, e in tal senso "razionale". L'architettura neoclassica combinata con un'arte altamente rappresentativa, come la si può trovare in numerose chiese dell'Alto Rinascimento, è un esempio di questa soluzione.

L'architettura gotica, d'altro canto, è sempre stata tesa all'elevazione dell'immaginazione e dello spirito nei reami della contemplazione inaccessibili al ragionamento verbale. Sul principio della complementarietà vorrei quindi arguire che nelle chiese neogotiche l'arte più appropriata sarebbe quella figurativa ma non rappresentativa, un po' come l'arte idealizzata e "astratta" del medioevo.

Ma dobbiamo restare soltanto con la possibilità di replicare stili medievali e rinascimentali? E' precisamente attraverso una comprensione dei principi di integrità e complementarietà che il progettista può essere libero di esplorare un'ampia varietà di idiomi artistici per creare appropriati spazi liturgici: uno che incorpori il simbolismo della vita di Cristo e la storia della salvezza e integri, per far questo, l'arte rappresentativa che può essere applicata ad una architetture austera e simmetrica. Il problema più pressante è conoscere il modo per creare una moderna arte idealizzata per completare emotivamente un'architettura edificante. Ciò di cui abbiamo bisogno è un'arte occidentale che racchiuda gli stessi principi che si ritrovano nell'iconografia orientale, pur rimanendo nel solco della tradizione artistica occidentale. Non sto quindi suggerendo una pedissequa adozione dei principi compositivi dell'iconografia ortodossa. Questa iconografia necessita di esser letta da coloro che sono nutriti dalla tradizione ortodossa. Non può semplicemente esser estrapolata dal suo contesto e inserita in un'altra cultura ecclesiologica (particolarmente tenendo conto del significato sacramentale che l'arte ha nell'Ortodossia e che non ha nell'Occidente).

L'uso di un'unica composizione prospettica, per esempio, è caratteristicamente occidentale, e credo che dovrebbe continuare ad essere normativo. Ma vi sono principi compositivi comuni all'arte idealizzata sia dell'oriente che dell'occidente, ed è su queste basi che una nuova arte può essere creata. Per convenienza chiamerò questa nuova arte geometrica appropriata per chiese gotiche non "bizantina" e nemmeno "medievale", ma "platonica", dal momento che sarà composta su principi euclideo/platonici combinati con l'uso di un'unica prospettiva. Ma non sarà, come l'arte bizantina e medievale, altamente modellata ma sembrerà relativamente "piana" (o nel caso della scultura "rigida"). Perciò da dove dovremmo cominciare il nostro viaggio attraverso la moderna arte chiesastica platonica?


La Madre di Dio intronizzata nella Gloria con San Benedetto e Santa Scolastica.
Cappella di San Mauro, Beuron, Germania. Architetto Desiderius Lenz, artista Gabriel Wüger.
Foto: Andreas Praefcke


Peter Lenz e l'Estetica di Beuron

A coloro che auspicano lo sviluppo dell'iconografia interna delle chiese neoclassiche, lascio le seguenti osservazioni e il suggerimento che un'arte completamente modellata, naturalistica, composta in complessi schemi dinamici, sarebbe il migliore punto di partenza, perché completerebbe l'ordine e la simmetria dell'architettura. Ma vorrei concentrarmi sul futuro dell'arte neo gotica. Gli ideali medievali dell'arte neo gotica e della sua architettura furono parte del più ampio movimento del romanticismo europeo. Il Tractarian Movement della Chiesa d'Inghilterra fu parte di tale movimento, e la conversione di Pugin al Cattolicesimo lasciò alla Britannia il neo gotico come influenza dominante per le chiese cattoliche e anglicane. Dall'Inghilterra si diffuse per tutta l'Europa e l'Impero Britannico. Nel mezzo del diciannovesimo secolo lo scultore e pittore Peter (dopo i voti, Desiderius) Lenz, il cui iniziale apprendistato consisteva nella realizzazione di mobili neogotici, si stufò dell'arte rinascimentale. Attraverso lo studio dell'arte classica e dell'arte paleocristiana egli scoprì esattamente ciò che l'artista Jay Hambidge avrebbe scoperto agli inizi del XX secolo: i principi della geometria euclidea sottostanno all'arte egizia, greca e in parte a quella bizantina. Significativamente, sia Lenz che Hambidge, con i loro occhi di esperti artisti, per primi scrutarono questi elementi geometrici nella composizione nello studio dei vasi greci. Ciò che trovarono furono applicazioni della sezione aurea (basata sul p greco) all'area e al volume, che non erano note ai pensatori del rinascimento, giacché traducendo gli scritti euclidei e platonici in latino, la parola che sta per "area" era stata tradotta male come "linea". La riscoperta della radice quadrata rivelò i principi compositivi degli schemi egizi e greci. Ma mentre Hambidge continuò le sue ricerche per incorporare i principi di phyllotaxis, e giunse a concentrarsi sulla simmetria dinamica sia delle radici quadrate che della spirale logaritmica, Lenz fu sopraffatto dalle proporzioni presenti nelle raffigurazioni dell'arte egizia. La sua reazione fu così forte che costituì per lui una sorta di conversione artistica. Rigettò l'arte naturalistica del Rinascimento e si convinse di aver trovato il canone universale della proporzione che era stato presente nell'arte cristiana delle origini, ma che si era perso nelle generazioni successive. Allo stesso tempo rimase legato all'estetica medievale che comprendeva sia l'architettura gotica che l'arte piana. Il risultato artistico del pensiero di Lenz può essere osservato nei suoi stessi lavori presso la Scuola di Beuron. I suoi principi possono essere ritrovati nell'incompiuta Estetica di Beuron.
Lenz fu per molti versi un visionario, simile a William Blake, e il suo canone è così esoterico che è difficile comprenderne i principi. Ma la presenza nella sua arte delle radici quadrate (particolarmente √5, importante anche per Hambidge per la sua speciale relazione con la sezione aurea), assieme alla composizione simmetrica e alla rappresentazione astratta sempificata è un fatto ovvio. Su queste basi, se non interamente sul canone di Lenz, può basarsi una futura arte platonica.

E' significativo che, proprio come Pitagora scoprì il rapporto 1:0.618 notando inizialmente la relazione fra le relative lunghezze delle corde di uno strumento musicale e poi il loro tono, allo stesso modo Lenz fu assorbito dalla relazione fra queste relazioni sperimentando musicalmente con uno strumento monocorde. Fu infatti condotto inizialmente al monastero benedettino di Beuron attraverso il libro Choral Music and Liturgy di Benedikt Sauter, che aveva trascorso del tempo a Solesmes ed era convinto che vi fossero degli intrinseci principi di unità armonica che rappresentano le universali relazioni numeriche.

Questo è un dato tipico del Platonismo, e attraverso la sua diffusa lettura di autori platonici sia pagani che cristiani (in particolare S.Agostino) Lenz si convinse che gli universali espressi nel canto di Solesmes e Beuron erano gli autentici principi che egli cercava di incorporare nella propria arte. Per Platone e coloro che seguirono nella sua tradizione, l'arte più pura era infatti quella che più integralmente si conformava ai grandi e fondamentali principi geometrici sottostanti la realtà: non l'osservazione precisa e la rappresentazione di oggetti naturalistici, obiettivo più tardi ripreso nell'arte Rinascimentale. Ciò che sia Sauter e Lenz stavano facendo era infatti una riscoperta del credo pitagorico di Platone, in base al quale ci sarebbero principi geometrici intrinseci in tutte le cose, e le cui caratteristiche formali possiedono anche un potenziale effetto morale. Infatti gli antichi "modi" (scale) della musica greca, sui quali si basano anche i "toni" del canto bizantino ortodosso, si riteneva avessero la capacità di influenzare la gente, quando si suonava: una teoria condivisa da molti Padri della Chiesa.


Albert Gleizes e l'arte platonica del XX secolo

L'eredità teoretica di Lenz raggiunse un vasto uditorio a seguito della traduzione dell'Estetica di Beuron in francese, da parte dell'artista Paul Sérusier, allievo di Gaugin. Sérusier diede inoltre maggiori spiegazioni pratiche degli scritti piuttosto oscuri di Lenz nel suo ABC de la Peinture(1921).
Attraverso i lavori di Sérusier, le teorie di Lenz sia sull'arte liturgica che sulla musica vennero all'attenzione dell'artista Alber Gleizes. Gleizes era convinto come Lenz del carattere fondamentalmente sacro dell'arte platonica proporzionata. Concordava inoltre sul fatto che il medesimo rapporto platonico scorresse anche nel canto gregoriano. A questo punto emersero le tensioni tra tradizione Aristotelica e Platonica. Semplificando potremmo dire che la differenza Platonismo e Aristotelismo si manifesta nella nostra distinzione fra arti e scienze. Il processo noetico dei platonici tende alla sintesi di diverse osservazioni in un tutt'uno. Ciò coinvolge l'identificazione dei principi universali sottostanti, come fa ad esempio l'arte bizantina/ortodossa, e che Lenz e Gleizes hanno cercato di realizzare. Gli aristotelici invece preferiscono identificare, analizzare e categorizzare separatamente oggetti e fenomeni. Gleizes credeva che la dicotomia Platonico/Aristotelica fosse rappresentata dal canto gregoriano benedettino "platonico" e dall'arte di Beuron, in contrasto con l'approccio Aristotelico/Tomistico domenicano all'arte, rappresentato da Padre Pie-Raymond Régamey, che fu responsabile della commissione di chiese ed opere d'arte ad artisti come Henri Matisse e Le Corbusier. Il mancato apprezzamento di Régamey per l'arte di Gleizes era invero parte del suo più generale disprezzo per la tradizione artistica di Beuron e sintomo di una più diffusa ostilità tomistica nei riguardi del platonismo.

Ma mantenendo il principio di complementarietà che ho messo in evidenza, suggerisco che la tensione fra le tradizioni Platonica ed Aristotelica potrebbero essere viste come una manifestazione umana della "schizofrenia" descritta da Diadochos di Photike: la disgiunzione fra la capacità analitica razionale dell'essere umano e la sua abilità di sintetizzare le percezioni in un tutto unico. Sul principio di complementarietà, come l'ho descritto, vorrei arguire che l'arte scientifica rinascimentale, con le sue basi nell'osservazione della natura, non dovrebbe essere guardata come una antitesi all'astratta arte platonica, ma piuttosto come un suo complemento. Dovrebbero essere invece utilizzate entrambe nelle chiese i cui stili architettonici siano loro complementari. Combinando il principio di complementarietà con uno schema globale che segua la narrazione della vita di Cristo o della storia della salvezza, si soddisferebbe il principio della necessaria unità simbolica di architettura, arte e liturgia.

La cupola della chiesa greco-ortodossa di Cardiff, Wales
Foto: Martin Crampin


Il futuro dell'arte ecclesiastica in Occidente

Perciò come dobbiamo procedere per creare un'arte platonica per l'oggi? L'autentica domanda è erronea e deriva dal postmodernismo. Siamo stati forzati in un così alto grado di autocoscienza storica che siamo stati resi capaci di sentire "troppo forte" l'appartenenza alla nostra epoca. Ma tutta l'arte deve riflettere il periodo storico al quale l'artista appartiene, finché è basata su principi compresi e non si tratta di una semplice copia di stili del passato. Una volta che gli artisti abbiano compreso i principi e la teologia che sottostanno all'arte del passato, non possono far altro che creare un'arte che sia "propria del loro tempo". Questo fenomeno può essere invero osservato in molte nuove chiese ortodosse. La loro architettura e i loro principi iconografici non sono cambiati sin dal XIV secolo, ma nessuno guardando, ad esempio, la chiesa di San Nicola a Cardiff, potrebbe dubitare che sia stata realizzata in un tempo precedente il XX secolo.

Dunque dobbiamo tornare al passato, studiare la grande arte sia del Rinascimento che della tradizione Platonica, per poter creare un'arte nuova da incorporare nelle chiese di oggi. Ma solo la conoscenza dei principi estetici e del simbolismo liturgico dell'arte del passato potrà renderci capaci di catturarne lo spirito, sì da poterne avere una nuova forma per il futuro.


L'interno della chiesa ortodossa di San Nicola a Cardiff, Wales.
Foto: Martin Crampin


giovedì 23 settembre 2010

SAN PIO DA PIETRELCINA


Lettera di Padre Pio a Giuseppina Morgera, 5 Maggio 1916

Dilettissima figlia di Gesù, Gesù in tutta la sua vita mortale ci diede continue prove di amore, ma fra queste le più insigne sono il sacrificio del Calvario e l'istituzione della SS. Eucaristia.

Portiamoci con pensiero al Cenacolo; miriamo Gesù seduto a mensa con gli Apostoli, ha gli occhi splendenti di una luce straordinariamente soave; quel suo volto divino è oltre il solito accesso; Egli è pronto in una estasi d'amore! Rivolto agli Apostoli, con una voce commossa e affettuosa dice loro: "Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi prima di partire...". "Non si turbi però il cuore vostro e non tema, perché non vi lascerò orfani, ma sarò con voi sino alla consumazione dei secoli".

E finita la cena Pasquale prese il pane benedetto lo porge ai suoi: "Prendete e mangiata: questo è il mio corpo!". E la sostanza del pane si cangiò nel suo adorabile corpo. Poi prese il calice, e rese le grazie, disse: "Prendete e bevete: questo è il mio sangue, il sangue della nuova alleanza, che deve essere sparso per voi in remissione dei peccati". E la sostanza del vino si mutò nel suo sangue preziosissimo.

Ma la carità di questi divino Amante, figliuola mia, non é ancora al colmo. Egli volle che non solo i presenti fossero partecipi d'un dono sì grande, ma ancora tutti i suoi seguaci nei secoli a venire. La sua parola: "Fate questo in memoria di me" assicura l'universalità del dono attraverso tutti i luoghi e tutti i tempi. Egli ha dato compimento alla brame amorose del suo Cuore santissimo, che pure aveva detto di trovare le sue delizie con i figli degli uomini. La SS. Eucaristia non é solamente un compendio degli altri suoi doni, ma è un dono nuovo singolarissimo della sua immensa carità per noi, perché Gesù, dandosi in cibo e bevanda dell'uomo, con lui s'immedesima mediante l'unione la più perfetta che possa avverarsi fra le creature ed il Creatore; insieme con la santissima umanità gli dà i meriti infiniti acquistati su questa terra; gli dà la sua divinità con i tesori immensi della sua sapienza, della sua Onnipotenza, della sua bontà.

Vi benedico in Gesù.

martedì 21 settembre 2010

DON PALOMBELLA NUOVO MAESTRO DELLA SISTINA (CON UNO SPONSOR IMBARAZZANTE)


Update: la voce che dava per sicura la nomina il 24 settembre proveniva direttamente dai Sacri Palazzi e non avevo ragione di ritenerla una bufala. Chissà se il fuoco incrociato di Magister e di numerosi nemici del Maestro (specie interni alle mura leonine) non abbiano condotto all'ennesimo ritardo. D'altra parte altra nomina attesa fra giovedì e venerdì scorso era quella dell'Arcivescovo di Torino. Ma il Prefetto Ouellet si è recato dal Papa venerdì pomeriggio evidentemente per discutere quest'ultima importante questione, dunque anche questa nomina rimandata forse a questa settimana. Palombella sarà dunque a breve maestro della Sistina? Come diceva una bella canzone di Battisti... lo scopriremo solo vivendo!


di Francesco Colafemmina

Venerdì prossimo 24 settembre sarà ufficializzata la nomina del Maestro Don Massimo Palombella a direttore del Coro della Cappella Sistina. Questa nomina avversata da alcuni e auspicata da altri, segna certamente un cambiamento. Dato il favore riservato a Don Massimo Palombella dal Maestro delle Cerimonie Pontificie, Mons. Guido Marini, non possiamo non attenderci mirabilia dal nuovo direttore del Coro, cui vanno i miei più calorosi auguri. D'altronde si annuncia già un rispolvero del meglio della scuola polifonica romana.
La nomina di don Palombella fu annunciata ufficiosamente e poi bloccata nel gennaio scorso. Ritardi probabilmente di carattere "curiale", superati negli ultimi mesi.

Visto, però, che le critiche non si faranno attendere (già da segnalare quella di Sandro Magister ) un attento ed attempato lettore esperto di canto e controcanto romano, ha deciso di bruciare i tempi e si è premurato di inviare a Fides et Forma un suo contributo assai grazioso di argomentata critica delle alterne vicende subite dal Coro della Sistina, senza risparmiare qualche stoccata al futuro Maestro. Ve ne consiglio vivamente la lettura!

Intanto per saggiare l'esperienza del Maestro Palombella ascoltate questa esecuzione (a mio parere molto, anzi notevolmente... infelice) dell'Ave Maria di Tomas Luis de Victoria... cantata forse un po' eccessivamente al rallenty... (da confrontare con quest'altra esecuzione).

E notate gli spartiti dei coristi con il logo dell'Alenia Aeronautica, società sponsor anche di molti cd del Maestro Palombella, ma che ha il semplice difetto di fabbricare aerei ed elicotteri da guerra e di far parte della grande multinazionale della difesa - leggi degli armamenti - Finmeccanica. Per una strana eterogenesi dei fini quindi i soldi che l'Alenia guadagna fornendo aerei da guerra, ad esempio, agli USA in Afghanistan, consentono la realizzazione dei pregevoli concerti di musica sacra del Maestro Palombella. E non fa nulla se con quegli aerei si trasportano truppe americane armate di tutto punto e pronte ad uccidere talebani e civili: tanto sono in missione di pace!

Ma il colmo lo si dev'essere raggiunto nell'ottobre 2009: Rosario col Papa per l'Africa e intervento del Coro Interuniversitario diretto da don Palombella e finanziato da Alenia Aeronautica. La stessa azienda quindi che fornisce all'Africa aerei militari!

Però mica male per un futuro direttore della Sistina...


Ricordi della Cappella Sistina

di Eleuterio Favella, Vescovo Titolare di Sinossi

Avevo 9 anni e fui a Roma, assieme ad altri bambini istruiti dal salesiano don Alessandro de Bonis presso l’Istituto napoletano del Vomero, presso cui si formò la mia prima vocazione, su interessamento di mons. Olivares vescovo di Sutri e Nepi, anch’egli salesiano, il giorno di Pasqua del 1934, nella Basilica vaticana, a rinforzare le file della Cappella Sistina per la solennissima liturgia che Papa Pio XI, di f.m., presiedette per la canonizzazione di Don Bosco a chiusura del Giubileo straordinario della Redenzione, ed in tale occasione conobbi il M° Perosi che diresse alcune sue composizioni fra cui un Dignare me, un Oremus pro Pontifice, e un solenne Te Deum a 8 voci e 2 cori, alternati con il popolo, in cui noi ragazzini dovevamo darci molto da fare, insieme agli alunni del Collegio benedettino di S. Anselmo, che aveva seco condotto il p. Reiser, per coadiuvare – sebbene indegnamente – i Professori del venerando Collegio sistino. Da allora conobbi tutti i direttori della Sistina e molti maestri salesiani: oltre al mio insegnante don de Bonis, docente a S. Pietro a Majella, e ai primi anni Quaranta il vecchio don Pagella, don Luigi Loss che insegnava a Lucca e scriveva da critico musicale per il Corriere della Sera, don Virgilio Bellone, direttore per decenni della gloriosa “Accademia Stefano Tempia” di Torino, don Nicola Vitone, don Andrea Padovano, don William Rabolini, tutti docenti in prestigiosi Conservatori italiani.

Ebbene nessuno di questi santi e sapienti figli di Don Bosco, pur avendo al proprio attivo importanti lavori musicali ed invidiabili carriere accademiche, alzò mai lo sguardo verso la Cappella Sistina: oltre i loro incarichi di docenza, rimasero ad istruire cori anche di ottimo livello, nell’ambito degli Istituti della propria Congregazione (i più giovani finendo per incocciare nelle dissennate “epurazioni” post-conciliari della scholae, a partire dagli anni Settanta), ma ciò lo fecero non perché fossero dei religiosi, bensì perché si reputava comunemente opportuno che alla guida della Cappella musicale del Papa ci fosse la persona più adatta sia dal punto di vista tecnico, sia dal punto di vista personale. E tanto fecero pure altri noti ecclesiastici musicisti quali d. Rostagno, d. Cesare Franco, d. Pietro Magri, mons. Celestino Eccher che ebbi modo di conoscere, a motivo dei miei studi e dei miei viaggi.

Non parliamo di alcuni illustri maestri di Cappella laici, che agivano nell’Urbe degli anni d’oro ancora, come l’indimenticato Armando Renzi.

domenica 19 settembre 2010

MERAVIGLIE LITURGICHE LONDINESI


di Francesco Colafemmina

Venerdì scorso passando davanti alla cattedrale di Westminster, dove fervevano i preparativi della messa papale, non ho potuto restare positivamente colpito da alcuni elementi del tutto innovativi nella loro aderenza alla tradizione. Anzitutto la sede del Santo Padre non si trovava come al solito al centro dell'abside, ma sulla sinistra, come avviene ormai sempre più spesso anche nel corso delle liturgie papali in San Pietro. Inoltre l'altare sembrava quasi approntato per la celebrazione di una messa in forma straordinaria, con i grandi candelabri e la croce al centro. L'intera visione di questa splendida cattedrale britannica era a dir poco una meraviglia: un luogo in grado di stimolare quel thaumàzein, quel senso di stupore che è il vero sentimento che apre alla fede, più dei tanti discorsi, del razionalismo esasperato e del simbolismo asfittico, perché ci mette in contatto col soprannaturale prima attraverso la naturale reazione dei sensi e poi per mezzo del successivo sbigottimento della ragione.

Ieri, nel corso della celebrazione papale abbiamo avuto, d'altronde, una conferma di questa meravigliosa attesa. Grazie poi alle foto postate da Damian Thompson sul suo blog possiamo osservare il confronto fra la liturgia di Giovanni Paolo II nel 1982 e quella di Benedetto XVI di ieri. La differenza balza subito agli occhi. Ed è da un certo punto di vista estremamente confortante perché esprime chiaramente, per immagini, la decadenza di quelle ideologie liturgiche ancora strenuamente in voga negli anni '80. Ideologie che purtroppo riverberano in molti adeguamenti liturgici contemporanei che pretendono di mantenere una maggiore aderenza alla riforma liturgica conciliare attraverso lo spostamento dell'altare dall'abside al transetto.

Londra rappresenta inoltre un punto fermo nella preservazione della tradizione liturgica cattolica. Basta fare un giro dalle parti dell'Oratorio di Brompton, fondato nel 1849, tre anni dopo la fondazione da parte dell'oggi Beato Cardinal Newman dell'oratorio di Birmingham. Nella splendida chiesa dell'Immacolato Cuore di Maria e nell'ancor più bello "piccolo oratorio" annesso alla residenza della Congregazione degli Oratoriani, si celebra la Santa Messa in forma straordinaria tutti i santi giorni. E la si celebra sia secondo il messale precedente quello del 1962 di Giovanni XXIII, sia secondo quest'ultimo.

La cura della tradizione liturgica espressa dagli Oratoriani è estremamente raffinata. Nelle due chiese citate non esistono altari postconciliari e tutto è improntato all'ordine e alla premurosa attenzione per il dettaglio.

In occasione della beatificazione del Cardinal Newman, nella chiesa dell'Immacolato Cuore di Maria è stato peraltro realizzato uno splendido altare dedicato al beato, collocato appena dietro la statua che riproduce il San Pietro in trono della Basilica vaticana. Che possano questi esempi ispirare i tanti vescovi e sacerdoti del mondo cattolico ed offrire nuovi e sostanziali elementi al dibattito sulla "riforma della riforma" che è tanto essenziale per la depurazione della liturgia dalle incrostazioni ideologiche del passato, quanto fondamentale per la riedificazione di una architettura e un'arte sacra avulse dalla mondanità e perfettamente incentrate sulla continuità della tradizione cattolica.

giovedì 16 settembre 2010

BENEDICT'S PEARLS OF THE DAY!


Un pensiero alla Chiesa:

"Direi che una Chiesa che cerca soprattutto di essere attrattiva sarebbe già su una strada sbagliata. Perché la chiesa non lavora per sé, non lavora per aumentare i propri numeri, così il proprio potere. La Chiesa è al servizio di un Altro, serve non per sé, per essere un corpo forte, ma serve per rendere accessibile l’annuncio di Gesù Cristo, le grandi verità, le grandi forze di amore di riconciliazione che è apparso in questa figura e che viene sempre dalla presenza di Gesù Cristo. In questo senso la Chiesa non cerca la propria attrattività ma deve essere trasparente per Gesù Cristo. E nella misura nella quale non sta per se stesso, come corpo forte e potente nel mondo, ma si fa semplicemente voce di un Altro, diventa realmente trasparenza per la grande figura di Cristo e le grandi verità che ha portato nell’umanità, la forza dell’amore. La chiesa non dovrebbe considerare se stessa ma aiutare a considerare l’Altro, e essa stessa vedere e parlare di un Altro."

E un pensiero a noi fedeli:

"L’evangelizzazione della cultura è tanto più importante nella nostra epoca, in cui una “dittatura del relativismo” minaccia di oscurare l’immutabile verità sulla natura dell’uomo, il suo destino e il suo bene ultimo. Vi sono oggi alcuni che cercano di escludere il credo religioso dalla sfera pubblica, di privatizzarlo o addirittura di presentarlo come una minaccia all’uguaglianza e alla libertà. Al contrario, la religione è in verità una garanzia di autentica libertà e rispetto, che ci porta a guardare ogni persona come un fratello od una sorella. Per questo motivo faccio appello in particolare a voi, fedeli laici, affinché, in conformità con la vostra vocazione e missione battesimale, non solo possiate essere esempio pubblico di fede, ma sappiate anche farvi avvocati nella sfera pubblica della promozione della sapienza e della visione del mondo che derivano dalla fede. La società odierna necessita di voci chiare, che propongano il nostro diritto a vivere non in una giungla di libertà auto-distruttive ed arbitrarie, ma in una società che lavora per il vero benessere dei suoi cittadini, offrendo loro guida e protezione di fronte alle loro debolezze e fragilità. Non abbiate paura di dedicarvi a questo servizio in favore dei vostri fratelli e sorelle, e del futuro della vostra amata nazione."

WELCOME IN UK!


di Francesco Colafemmina

In questi minuti il Papa sta atterrando ad Edimburgo, dove una festante Scozia lo attende. Nell'occasione della prima visita di Stato di un Pontefice nel Regno Unito, il blasonato quotidiano The Times dedica oggi un magnifico inserto a Papa Benedetto. Ben 16 pagine introdotte da una splendida foto del Pontefice che affrontano con obiettività e competenza vari argomenti: dal ricordo della storica visita di Giovanni Paolo II nel 1982 alla biografia di Joseph Ratzinger, passando per l'approccio del Papa riguardo alla liturgia, il suo amore per Mozart e una graziosa descrizione di una sua giornata di lavoro.
In particolare mi ha colpito l'editoriale del giornalista cattolico Edward Stourton che ha voluto sottolineare le differenze essenziali tra questo viaggio di Papa Benedetto XVI e quello di Giovanni Paolo II, accolto da meno critiche e da un maggiore clamore mediatico. Afferma Stourton: "Quando Giovanni Paolo II arrivò in Gran Bretagna nel 1982 i testi dei suoi discorsi ed omelie erano stati largamente preparati dai Vescovi britannici e poi inviati a Roma per approvazione; il risultato fu che il Papa evitò di offendere ogni tipo di sensibilità britannica. Il controllo sui messaggi di Benedetto è invece rimasto fermamente in Vaticano e anche durante i giorni finali della loro preparazione i Vescovi, e soprattutto, il ministeri governativi sono stati incerti riguardo ai messaggi che ci sta portando. La visita di Giovanni Paolo II fu descritta come "pastorale" - giungeva nel bel mezzo del conflitto delle Falklands e a causa della sensitività che implicava, non incontrò il primo ministro Margaret Tatcher. Questa è invece una visita di Stato perciò la dimensione politica di Benedetto diverrà più evidente: parlerà alla nazione britannica e non solo ai Cattolici inglesi.
E lo slancio di quanto ci dirà è probabile che sia "controculturale". Benedetto crede che l'Europa moderna ha perso contatto con ciò che un tempo egli stesso ha definito: "le indispensabili radici cristiane della sua cultura e civiltà". Nel multiculturalismo che è oggi un fenomeno prominente nelle società come la nostra egli trova "un odio contro se stessi nel mondo occidentale che è strano e può essere considerato patologico". (...) Il messaggio di Benedetto potrebbe toccare - in circostanze normali - le corde di coloro che - cattolici e non - temono che la società inglese abbia perso una direzione morale e ci sono alcune eco di questo commento sociale nell'immagine di David Cameron di un'Inghilterra rotta. Ma anche i leaders cattolici riconoscono il rischio che il messaggio si perda nel mezzo del baccano sui preti pedofili. (...) Eppure Benedetto ha la reputazione di saper produrre sorprese."

Ebbene, cari amici, attendiamo le "sorprese" di Benedetto nei suoi messaggi ad una delle nazioni più secolarizzate e multiculturali del mondo. E' una grande opportunità per la Chiesa poter rievocare la propria "inadeguatezza" naturale rispetto ad un mondo che allontana la presenza di Dio e si costruisce la propria morale esclusivamente sulle basi di un liberalismo estremo che spesso travalica gli orizzonti della razionalità. Benvenuto in Inghilterra Santo Padre!

martedì 14 settembre 2010

PROGRESSIVISMO E LITURGIA FRA RIFORMA CONCILIARE E DECADENZA DELL'ANGLICANESIMO


di Francesco Colafemmina

Mentre i Vescovi inglesi devono ancora chiarire il senso del ridicolo glossario nel quale definiscono l'eucaristia mero "pane e vino", vi sottopongo un testo interessantissimo che mi è capitato fra le mani in questi giorni in Canada. Si tratta dell'introduzione al Libro dei Servizi alternativi, un Messale Anglicano riformato dai vescovi anglicani del Canada a partire dal 1971 e pubblicato nel 1985.
Ciò che è estremamente curioso constatare è l'imprevedibile aderenza delle argomentazioni dei "riformatori" canadesi con quelle dei talvolta ben più aggressivi "riformatori" cattolici fautori della riforma liturgica del Concilio e di tutta la paccottiglia liturgica "della rottura" postconciliare.
In particolare possiamo riscontrare tutta una serie di elementi comuni nella speculazione liturgica:

a. necessità di aggiornamento;
b. incentivo alla comunione e al ruolo del laicato;
c. necessità della traduzione nelle lingue vernacolari;
d. archeologismo (recupero di elementi medievali o comunque precedenti al messale tradizionale);
e. visione storicistica ed evolutiva della liturgia cui si accompagna una medesima visione della teologia;
f. necessità di far aderire la liturgia alle esigenze della contemporaneità.

Il testo è dunque oltremodo stimolante, giacché illumina le ragioni ideologiche tutte esterne alla fede, che hanno condotto non solo la Chiesa Cattolica all'aggiornamento più foriero di negative distorsioni della sua storia, ma anche una remota divisione (estremamente progressista) della Chiesa Anglicana ad applicare nella liturgia una mentalità modernista radicale. D'altronde la Chiesa protestante anglicana in aperta rottura con Roma su temi come l'ordinazione delle donne e dei preti omosessuali, si trovava nel 1985 in pieno accordo (almeno limitatamente al Canada, mentre successivamente nel 2000 la riforma liturgica anglicana è stata allargata anche al Regno Unito) con l'aggiornamento liturgico del Cattolicesimo.

Singolare è d'altra parte l'esito che questa mentalità ha avuto sulla Chiesa Anglicana Canadese. L'aggiornamento liturgico si univa già negli anni '70 alla rottura con la tradizione rappresentata dall'ordinazione di donne sacerdoti (1976) e, successivamente (1992), di donne vescovo. Così nel 1977 ci fu la famosa Dichiarazione di St. Louis, con la quale membri della Chiesa Episcopale Statunitense e della Chiesa Anglicana del Canada rigettavano sia l'aggiornamento liturgico che l'ordinazione di donne: uno scisma di vaste proporzioni interno all'Anglicanesimo.

Da questa Dichiarazione di St. Louis nacque il Movimento Continuatore Anglicano, al quale appartiene quella Traditional Anglican Communion recentemente rientrata nel seno del cattolicesimo.

Gettare nuova luce sulle radici ideologiche che hanno condotto alla perdita del tesoro liturgico e della "perfezione" teologica del Cattolicesimo, credo sia un ottimo modo per comprendere ancor di più la grandezza e la delicata criticità del lavoro che il Santo Padre sta compiendo per recuperare alla Chiesa Cattolica le sue vive radici teologiche e liturgiche onde depurarsi dalle persistenti corruzioni ideologiche del passato.
Inoltre, a pochi giorni dalla visita del Santo Padre in Inghilterra, credo sia giusto mettere in evidenza come il destino della Chiesa Cattolica sia largamente legato al rigetto di quella mentalità progressista che ha ridotto al lumicino i fedeli anglicani (meno del 3% della popolazione inglese). D'altra parte non c'è migliore testimonianza di fede in Cristo dell'affermare che il nostro scopo non è essere asserviti al regno dell'uomo e sposare tutte le novità del "mondo", ma preparare semplicemente le nostre anime al regno del Signore la cui buona novella è vecchia di 2000 anni in un'ottica mondana, ma sempre viva (e non ideologicamente "nuova") nell'ottica della fede.

Qui di seguito il brano tratto dall'edizione ufficiale del Libro dei servizi alternativi:

Il messale alternativo ora presentato per l'uso, riflette più di quattordici anni di continua ricerca, sperimentazione, critica e valutazione. Questa attività ha coinvolto non solo un susseguirsi di comitati, ma anche un vasto numero di liturgisti, di laici come anche di ecclesiastici, che hanno lavorato nel movimento per il cambiamento liturgico.
Il cambiamento liturgico è talvolta trattato come un fenomeno specifico del ventesimo secolo, una contro corrente nel flusso della pietà anglicana. La verità è che l'ethos distintivo dell'Anglicanismo è emerso nel periodo della riforma che è stato caratterizzato da un cambiamento anche maggiore dell'attuale.
Lo spirito della riforma non è nè anarchico nè distruttivo, ma è radicato nella convinzione che in tempi di grande insicurezza e cambiamento il centro non può essere mantenuto da una cieca preservazione delle forme nelle quali la tradizione è stata ricevuta, ma solo attraverso una diligente e appassionata ricerca di fresche espressioni ed evocazioni della tradizione. La meraviglia non sta nel fatto che così tanti cristiani del ventesimo secolo siano aperti al cambiamento ma nel fatto che gli esperimenti della riforma siano sembrati definitivi per quasi quattro secoli. Il Vangelo ha sempre un margine di riforma e reinterpretazione e il vangelo è sempre il soggetto proprio della liturgia.
Sebbene vi sia una forte corrispondenza fra le dinamiche della riforma e i nostri giorni, c'è una considerevole differenza nel dettaglio, che emerge dalle prospettive nell'interpretazione che la Chiesa da di se stessa e del mondo che la circonda. La riforma del sedicesimo secolo è avvenuta in un momento nel quale Chiesa e Stato intrattenevano una agevole interdipendenza. La Cristianità nel suo totale apparteneva ad un mondo noto ed esisteva, con rare eccezioni, laddove incontrava la protezione dei principi Cristiani. L'obiettivo sia della Chiesa che dello Stato era una società stabile nella quale la pace fosse mantenuta. (...).
La Chiesa dei giorni nostri è continuazione della Chiesa del sedicesimo secolo, ma differente, allo stesso modo in cui la Chiesa del sedicesimo secolo era in continuazione ma differente dalle sue radici medievali. La continuità liturgica si è sempre mantenuta in tensione con il cambiamento liturgico. Il Libro delle preghiere comuni (il messale anglicano tradizionale) raramente è stato usato esattamente secondo il senso dei suoi autori originari. Le sottigliezze cerimoniali hanno costantemente reinterpretato la tradizione liturgica, come indicato dalle controversie relative al posto in cui collocare la santa mensa, dove il prete dovrebbe stare, quali abiti deve indossare, l'uso dei colori liturgici, l'uso di fiori e candele, come anche vari atti fisici di riverenza. Lo stesso testo è stato riformato in vario modo nei libri di preghiera delle differenti provincie della Comunione Anglicana. L'apparizione di un nuovo e alternativo libro di preghiere attraverso la Comunione riflette un ulteriore riforma della forma e struttura del testo.
Il libro dei servizi alternativi rappresenta solo un momento nel processo di riforma. Il Vangelo è sempre perenne: non cambia ma è sempre nuovo nel suo confronto e nella trasfigurazione del mondo. La liturgia è il mezzo con cui la Chiesa è costantemente investita da questo Vangelo, nella lettura delle scritture, nella proclamazione, nella lode, nella preghiera accorata, e in quei segni-atti che senza l'aggiunta di parole incorporano il credente nella Parola. La liturgia non è il Vangelo ma è il processo principale attraverso cui la Chiesa e il Vangelo sono uniti per la vita del mondo. E' conseguentemente vitale che la sua forma inglobi l'idioma, la cadenza, la visione del mondo, l'immaginario della gente che è coinvolta in questo processo in ogni generazione. E' precisamente l'intima relazione di Vangelo, liturgia, e servizio che sta dietro il principio teologico della lex orandi: lex credendi, ossia la legge della preghiera è la legge della fede. Questo principio è particolarmente custodito dagli Anglicani, significano che la teologia intesa come il credo della Chiesa è iscritta nella liturgia, ossia dal punto nel quale il Vangelo e la sfida della vita cristiana si incontrano nella preghiera. Lo sviluppo della teologia non è un processo legislativo che è imposto alla liturgia. La liturgia è un processo di riflessione nel quale si può scoprire la teologia. La Chiesa deve essere aperta al cambiamento liturgico per mantenere la propria sensibilità all'impatto del Vangelo nel mondo e permettere il continuo sviluppo di una teologia vivente. Ci sono numerosi aspetti nei quali la Chiesa del presente differisce da quella della Riforma. Uno, già notato, riguarda il ruolo della Chiesa nella società che è oggi meno rigidamente strutturata. I Cristiani hanno scoperto una nuova responsabilità nel mondo, che l'amore per i loro vicini come per se stessi richiede qualcosa di più che l'aderenza alla legge civile. Come mette in evidenza la Lettera di Giacomo, non è abbastanza dire al povero: "va in pace, sii riscaldato e nutrito, senza dargli il necessario per il corpo" (2.16). Ciò trova espressione nella liturgia contemporanea nella consapevolezza del ministero di Gesù verso gli afflitti e nella preghiera per l'estensione di quella giustizia che è lavoro proprio di Dio.
Una seconda differenza nella Chiesa odierna emerge nella crescente consapevolezza fra i Cristiani del fatto che essi costituiscono una comunità complessa e variegata, con molti ruoli e funzioni differenti. Questa visione della Chiesa, vecchia come il Nuovo Testamento, non è mai andata interamente persa, ma si è certamente eclissata per un lungo periodo della storia Cristiana. Una linea retta corre tra il ruolo di guida del prete e la relativa passività del laicato. Oggi c'è il riconoscimento che la Chiesa non solo contiene ma necessita di molti ruoli e funzioni nella sua amministrazione, testimonianza e servizio come anche nella liturgia. L'obiettivo della guida del presidente (il prete) non è quello di dominare, ma di chiamare, incoraggiare e supportare una comunità di persone in tutti i loro lavori. Questo principio trova espressione nel Libro dei Servizi Alternativi.
Una terza differenza appare nel desiderio contemporaneo di una maggiore flessibilità e varietà nella liturgia. Come già notato, questo desiderio è stato espresso con forza da una risoluzione del Sinodo Generale sin dal 1971; riflette non un rigetto della tradizione ma il ritorno ad una tradizione ancora più antica che precedeva il periodo tardo medievale e della riforma. (...)
Una grande differenza in questi testi liturgici è costituita dall'uso dell'inglese moderno e vernacolare. L'uso di un linguaggio vernacolare, è stato, naturalmente, un principio fondamentale dei Riformatori e l'uso dell'inglese arcaico è stato sempre più antagonistico ai loro insegnamenti. L'aggiornamento delle liturgie per andare incontro al cambiamento linguistico è stata sempre fonte di problemi nella storia del Cristianesimo. Qualche volta la resistenza è stata così forte che la liturgia ha continuato per alcuni secoli ad essere celebrata in lingue "morte", note solo alle classi più colte. Il cambiamento del linguaggio ha sempre creato nostalgia e talvolta risentimento, come è avvenuto fra coloro che nel sedicesimo secolo propugnavano la continuazione del latino. Certamente il cambiamento nel linguaggio coinvolge sia una perdita che un guadagno. (...) Lo scopo della liturgia resta però quello non di preservare una particolare forma di inglese, ma quello di consentire alla comunità di pregare e ciò implica uno sforzo con la lingua vernacolare.
Il lavoro della riforma liturgica non è completo. Infatti non è mai finito. I testi liturgici non possono essere testati su una poltrona o davanti ad una scrivania, ma solo nell'uso. C'è sempre spazio poi per il raffinamento e il miglioramento nel linguaggio, nel simbolismo e nella teologia.

lunedì 13 settembre 2010

GLOSSARIO DEL NOVUS ORDO SECONDO I VESCOVI INGLESI...

di Francesco Colafemmina

La visita papale in Gran Bretagna si avvicina e come potete vedere i cattolici si chiariscono le idee e lo fanno attraverso il glossario di una guida alla visita del Papa, rivolta per lo più a non cattolici. Cos'è la messa? Uno spettacolo, uno show, anzi un "gig" (termine che indica per lo più una performance musicale). L'altare? Un tavolo. L'eucaristia? Pane e vino. I liturgisti? Artisti, attori.

Mai descrizione della liturgia venuta fuori dalla riforma del Concilio fu più eloquente! D'altra parte si tratta di un grave svarione preso dagli organizzatori della visita papale in Inghilterra, dato che altrove, sempre nello stesso libretto, la descrizione della messa rientra nella piena ortodossia cattolica.

Che però questo glossario costituisca un'utile guida alla liturgia cattolica è un fatto evidente. Oggi ne ho avuto peraltro riprova partecipando in Canada prima ad una messa cattolica e poi semplicemente assistendo con viva curiosità ad una messa anglicana. E' evidente che rispetto agli anglicani i cattolici sono molto molto più vicini ai luterani nella celebrazione della messa, nell'architettura delle chiese, nella disposizione dell'altare, nella musica sacra, ecc. ecc. Sebbene si tratti di messe celebrate da scismatici le cui ordinazioni sono invalide, di certo dimostrano una maggiore aderenza alla tradizione liturgica della Chiesa Cattolica Romana, di quanto la stessa Chiesa Cattolica possa vantare. Un resoconto dettagliato delle due messe seguirà a breve. Per ora ricordate: i nostri altari sono semplici tavole, le chiese dei teatri e i sacerdoti attori!

Il prete? Un attore!

La chiesa? Un teatro!

L'altare? Una tavola!

L'eucaristia? Pane e vino!


Qui di seguito: video del canone di una messa anglicana...