venerdì 29 ottobre 2010

VI PRESENTO "LA SERPE FRA GLI ULIVI"...


Cari amici,

sono lieto di presentarvi il mio primo romanzo "La Serpe fra gli ulivi" in uscita a novembre in libreria per i tipi della Settecolori. Si tratta di un romanzo che ha poco a che fare con i temi trattati quotidianamente su Fides et Forma (sebbene ci sia qualche rivelazione sparsa qua e là su talune occulte organizzazioni infiltrate nella Chiesa), ma ambisce a raccontare la nostra realtà concentrando l'attenzione del lettore sull'insanabile contrasto fra amore e sete di potere che giace in fondo al cuore dell'uomo. Il romanzo è ambientato nella mia amata Puglia, una terra legata ancora formalmente alle tradizioni del passato e più banalmente inserita nel vortice della contemporaneità che tutto travolge nel suo devastante materialismo divoratore di tempo e sentimenti.
Qui sotto trovate il booktrailer realizzato da Enzo Piglionica della Vertigo Imaging, cui va il mio ringraziamento per la professionalità e la... pazienza. Ringrazio anche l'amica Bianca per la sua interpretazione di Isabella, uno dei personaggi più silenziosi del romanzo ma dal quale sembra cominciare tutto il racconto.
Ringrazio inoltre l'amico Manuel Grillo per aver voluto pubblicare questo romanzo con la Settecolori; Umberto Elia della Stampa Sud, granitico nel resistere allo stress da correzione delle bozze che più volte credo di avergli indotto; il professor Marco Tullio Punzi e l'assessorato alla cultura del Comune di Cisternino per la deliziosa consulenza sul dialetto cistranese; il gruppo musicale "Ghetonia" della Grecìa salentina per aver gentilmente concesso l'utilizzo del brano "la nera serpe" quale colonna sonora del booktrailer; e infine, last but not least, ringrazio Michela per avermi supportato... ma anche sopportato... nella creazione di questa storia che spero tutti possiate apprezzare.

Qui trovate il sito de "La Serpe fra gli ulivi"

Auguro a tutti una buona lettura...

Francesco

P.s.: il booktrailer è disponibile anche in HD su Youtube


lunedì 25 ottobre 2010

TONSURE DELLA FRATERNITA' SAN PIETRO A LINDAU



di Francesco Colafemmina

Sabato 23 ottobre è stato celebrato nella cattedrale di Lindau, in Baviera, il rito della tonsura di 17 giovani seminaristi della Fraternità Sacerdotale San Pietro.

Fu nel 1972 che Paolo VI abolì i cosiddetti "ordini minori" e cambiò la definizione stessa degli "ordini sacri" in "ministeri", rendendoli parzialmente accessibili anche ai laici, secondo l'indirizzo del Concilio Vaticano II. Giustificava Paolo VI la sua decisione con queste parole: "Corrisponde inoltre alla realtà stessa e alla mentalità odierna che i menzionati uffici non siano più chiamati ordini minori e che il loro conferimento sia denominato non «ordinazione» ma «istituzione», ed ancora che siano e vengano ritenuti propriamente chierici soltanto coloro che hanno ricevuto il Diaconato."

Dunque un adeguamento della Chiesa "alla mentalità moderna" che non solo ha introdotto le figure dei diaconi permanenti cui è lecito amministrare alcuni sacramenti e persino essere sposati (dei preti a metà, insomma). Ma ha anche introdotto quelle figure di zelanti catechisti e affini che amano mettere un piede nello stato clericale, diventando lettori e accoliti.

Cosa ha eliminato Paolo VI? Ha eliminato l'ordine ossia la "classe sacerdotale" cui venivano introdotti i giovani seminaristi attraverso la tonsura. Così il clero stesso si è trasformato ideologicamente in "servizio", visto che tutti i fedeli sono anch'essi sacerdoti. Una riforma che se nelle intenzioni era volta ad eliminare la distanza fra fedeli e clero, e a ridurre gli effetti del clericalismo degli "ordinati", in realtà non ha fatto altro che portare un certo scompiglio nel cattolicesimo, producendo ciò che Benedetto XVI ha definito saggiamente "la clericalizzazione dei laici e la laicizzazione del clero".

Con la tonsura è stato eliminato quindi l'ingresso nello stato sacerdotale. Pertanto, fino al diaconato i futuri sacerdoti sono dei semplici laici. La cerimonia della tonsura non consta infatti soltanto del taglio di alcune ciocche di capelli, simbolo della rinuncia al mondo e dell'appartenenza a Cristo. Nel corso del rito i futuri sacerdoti vestono per la prima volta la veste sacerdotale, veste che, se non abbandoneranno il seminario prima della loro ordinazione presbiteriale, resterà la stessa per tutta la loro vita futura.

Nel seminario di Wigratzbad, oasi felice della tradizione cattolica romana, retto dalla Fraternità Sacerdotale San Pietro, non solo i seminaristi hanno il privilegio accordato dalla Santa Sede, di poter ricevere tutti gli ordini aboliti da Paolo VI nel 1972, ma hanno anche l'opportunità di incontrare una formazione radicata nel tomismo e lontana dalle derive razionalistiche, ecumenicistiche ed attivistiche che troppo spesso si istituzionalizzano nei seminari diocesani di mezzo mondo. Il seminario è una struttura moderna che accoglie circa 70 futuri sacerdoti ed è in corso l'edificazione di una nuova ala in grado di ospitare nuovi seminaristi. Ed è bello vedere la serietà e la fraterna amicizia di questi giovani la cui missione e formarsi e santificarsi sulla liturgia tradizionale del rito romano.

La cerimonia di Lindau, secondo il rito antico, è stata officiata da S.E. Mons. Wolfgang Haas, Arcivescovo di Vaduz. E merita un accenno la storia ahimè poco felice di Monsignor Haas. Nominato da Papa Giovanni Paolo II vescovo di Coira nel 1990, Mons. Haas fu persino costretto nel giorno del suo insediamento a superare un centinaio di fedeli distesi davanti alla cattedrale per evitare che prendesse possesso della sua sede episcopale. La ragione? Haas era considerato un Vescovo troppo "conservatore", ferreo sui temi della morale sessuale e ostinato contro l'ordinazione delle donne! Ma oltre a ciò il suo difetto principale era costituito dall'essere un Vescovo di nomina papale e non "democratica". Così, dopo varie proteste, nel 1997 fu creata da Giovanni Paolo II, appositamente per Mons. Haas, l'Arcidiocesi di Vaduz...

Nel corso della cerimonia ha ricevuto la tonsura anche l'unico seminarista italiano di Wigratzbad, il barlettano Davide Falcone, immortalato nell'ultima foto assieme al Superiore della Fraternità, Padre John Berg.

Augurando a Davide e a tutti i suoi fratelli seminaristi di compiere nella grazia il cammino verso il sacerdozio, non posso non invitare tutti i giovani italiani chiamati al sacerdozio la cui spiritualità è più legata alla tradizione, nonché i seminaristi italiani che vivono con difficoltà la propria vocazione in contesti spesso relativistici ed eterodossi a guardare al Seminario di Wigratzbad come ad una realtà davvero moderna proprio perché ancorata alla tradizione. Una realtà in grado di formare degnamente sacerdoti che dedichino le loro esistenze alla salvezza delle anime e all'amore per Cristo.


giovedì 21 ottobre 2010

ADEGUIAMOCI TUTTI QUANTI ALLEGRAMENTE!


di Francesco Colafemmina

Il 24 settembre scorso inviavo alla Diocesi di Acerra il seguente messaggio:

Gentili Signori,

Leggendo il bando del concorso per l’adeguamento liturgico della Cattedrale di Acerra, pubblicato sul sito internet diocesano e già arrivato alla seconda fase di selezione delle proposte progettuali, non ho potuto non notare l’assenza fra i documenti elencati a pagina 5 del suddetto bando, di un documento di fondamentale importanza e ben più recente delle norme per l’adeguamento liturgico CEI. Mi riferisco all’Esortazione Apostolica postsinodale “Sacramentum Caritatis” di Papa Benedetto XVI, pubblicata nel 2007.

Tale documento, mette in discussione taluni dati delle norme CEI, in particolare quando all’art.69 afferma: “in relazione all'importanza della custodia eucaristica e dell'adorazione e riverenza nei confronti del sacramento del Sacrificio di Cristo, il Sinodo dei Vescovi si è interrogato riguardo all'adeguata collocazione del tabernacolo all'interno delle nostre chiese. La sua corretta posizione, infatti, aiuta a riconoscere la presenza reale di Cristo nel Santissimo Sacramento. È necessario pertanto che il luogo in cui vengono conservate le specie eucaristiche sia facilmente individuabile, grazie anche alla lampada perenne, da chiunque entri in chiesa. A tale fine, occorre tenere conto della disposizione architettonica dell'edificio sacro: nelle chiese in cui non esiste la cappella del Santissimo Sacramento e permane l'altare maggiore con il tabernacolo, è opportuno continuare ad avvalersi di tale struttura per la conservazione ed adorazione dell'Eucaristia, evitando di collocarvi innanzi la sede del celebrante.”

Altare Maggiore

In particolare il testo ufficiale in lingua latina ribadisce: "opportunum est eadem uti structura ad servandam et adorandam Eucharistiam, dum impeditur ne celebrantis sedes ante eam collocetur".

Vista, tra l'altro, la particolare vigoria dell'insegnamento liturgico di Papa Benedetto XVI, e il suo costante impegno per scongiurare interventi di "adeguamento" spesso ideologici e distruttivi di quel senso della continuità della Chiesa che più volte il Santo Padre ha rammentato, sarebbe opportuno tener conto anche di questo elemento normativo nellavalutazione di un "adeguamento" liturgico.

Oltretutto è significativo che il Santo Padre abbia fatto restaurare la Cappella Paolina in Vaticano, ripristinando l'antico altare, senza alcuna forma di pregiudizio liturgico verso la celebrazione coram Deo.
La preziosa cattedrale di Acerra presenta tra l'altro una perfetta armonia fra altare, iconografia e funzionalità liturgica che andrebbe in ogni caso irrimediabilmente persa con forme invasive di "adeguamento".
D'altra parte vi sono ragioni specifiche per cui non si debba considerare l'applicazione della Sacramentum Caritatis in questo progetto?
E forse Sua Eccellenza Mons. Rinaldi reputa le esortazioni apostoliche meno importanti dei documenti della CEI? E più fondamentale dedicare, in questo periodo di grave crisi economica, 200.000 € ad un adeguamento liturgico (quasi che fra vetus e novus ordo vi fosse rottura e discontinuità - contrariamente a quando afferma il Pontefice) che alla cura pastorale dei fedeli disoccupati e in gravi situazioni di indigenza?

Grazie per l'attenzione e cordiali saluti in Domino Jesu.


Naturalmente non ho ancora ricevuto risposta alcuna! Stranamente, però, mi è arrivata prima la proposta di iscrivermi ad un corso di Arte Sacra, organizzato dalla Diocesi di Acerra e, successivamente, è stato postato in un commento il link ad una rivista della Diocesi di Acerra che trattava di architettura sacra...

Aggiungo però che sul sito della Diocesi, precisamente qui, è scritto quanto segue: Balaustra: A fronte della richiesta della Soprintendenza per i Beni culturali a ricollocare la balaustra sull'Altare maggiore, ancora attuale, sono da considerarsi le necessità pastorali della Diocesi.

Mi domando ancora quali siano le "necessità pastorali della Diocesi" che impongano di non ricollocare la balaustra!!!

Ma ad Acerra sono, come si suol dire, "avanti"... Nella rivista il cui link mi è stato inviato sibillinamente si fa riferimento al processo di adeguamento liturgico della Cattedrale, specificando che: "prossima tappa del concorso sarà l’11 febbraio 2011 in cui si decreterà il vincitore del concorso con un convegno, una mostra e la pubblicazione del testo contenente tutte le idee progettuali presentate." Quindi una evidente discrasia fra obiettivi liturgici ed evento mondano che conduce alla sopravvalutazione di quest'ultimo nell'ottica di esaltazione del vuoto che troppo spesso contraddistingue i nostri pastori.
Esaltazione del vuoto, avete ben compreso, perché l'esibizione e la discussione sullo sperimentalismo dell'adeguamento liturgico a chi può interessare se non a 4, dico 4, gatti? Come può il popolo di Dio trovare interesse nell'esaltazione di progetti, ossia di idee vuote, perché non saranno mai realizzate, invece che nell'esaltazione della verità della fede che prende forma nell'arte e nell'architettura?
Mostre, convegni, pubblicazioni: a questo si riduce il processo di "adeguamento liturgico". E non potrebbe che essere così. L'ideologia, in tutte le sue forme, ha bisogno di "pressione culturale" o pseudo-tale per imporsi sulle masse. E visto che gli adeguamenti liturgici nascono solo da esigenze ideologiche è necessario che vengano accompagnati dalla creazione di "eventi" volti a ri-plasmare l'approccio dei fedeli con le forme del sacro e l'ordine dello spazio sacro.

La chiesa di Mussotto d'Alba: notate l'immagine di Cristo e le sedie (scomode) senza inginocchiatoi...


Assieme agli eventi giunge quindi l'esortazione ad aprirsi "al nuovo che avanza". Quindi la stessa rivista auspica la realizzazione di chiese che nulla hanno né di cattolico né di chiesa come quella realizzata nella Diocesi di Alba a Mussotto dallo studio Dellapiana.

Il giudizio della rivista è positivo: "Molte sono le caratteristiche di questa nuova Chiesa; le linee semplici e ardite che interpretano in chiave attuale il simbolo della capanna, la luce che si riflette sulla copertura metallica, si insinua all'interno grazie al gioco dei tagli nella struttura, e l'acqua che, sfruttando la vicinanza di un canale, entra protagonista nella progettazione e fa da contorno alla nuova Chiesa parrocchiale. Elementi - la capanna, la luce e l'acqua - simboli della religione cristiana che sono stati interpretati e trasformati in una struttura evoluta: «è la celebrazione moderna del passato e delle tradizioni, la realizzazione di un simbolo che racchiude – e la riflette – la bellezza di ciò che la circonda; innalzando grazie alle linee ardite – lo sguardo verso l'origine di tutto»."

Eppure questo giudizio è ideologico. Perché non ci si può nascondere dietro un dito. Ai fedeli di tutto il mondo queste porcherie non piacciono proprio! Perciò si è reso necessario nel tempo imporle dall'alto, stabilendo un connubio ideale fra nuovi ideologi clericali e circoli dell'intellettualismo architettonico e artistico, entrambi nutriti di autoreferenzialismo ed elitarismo.
L'umiltà sia dei chierici che degli architetti e degli artisti è andata letteralmente a farsi benedire! E per umiltà si intende quell'atteggiamento spirituale, morale e ideale che parte dal rispetto e dal devoto apprezzamento prima per la tradizione ossia per quei milioni di cattolici che per secoli hanno pregato in chiese costruite a forma di chiese e su altari che non fossero mense e via dicendo, e poi mette l'io creatore e pensante dinanzi a questa esperienza della Chiesa, rinunciando ad atteggiamenti dialettici rispetto al passato, ma guardando nel passato un tesoro da far risplendere attraverso il proprio contributo nel presente.

Perdere il legame con il passato significa ricreare una nuova tradizione. Le chiese che si costruiscono da 60 anni a questa parte stanno già creando una nuova tradizione che si identifica con l'ideologia liturgica post conciliare e una visione distorta dell'ecclesiologia venuta fuori dal Concilio.

Questa è ermeneutica della rottura applicata nell'ambito dell'arte e dell'architettura e fino a quando non sarà stata sgominata la radice diabolica di tutte le distruzioni e manipolazioni compiute negli ultimi 60 anni, non si potrà ambire a costruire nuove chiese che siano espressione di quella sana continuità di cui deve per forza di cose nutrirsi il Corpo Mistico di Cristo.

Ringrazio intanto la Diocesi di Acerra per aver favorito queste mie riflessioni che, pur se non cambieranno la testa montata al contrario degli ideologi degli adeguamenti e delle riforme liturgiche, forse aiuteranno i fedeli a migliorare la propria consapevolezza delle ragioni di cambiamenti repentini, illogici ed ingiustificati, oltre che costosi.

Così, prima di concludere, vorrei ricordare ai lettori che la C.E.I. spende ogni anno vagonate di euro per "adeguare" le chiese antiche italiane e costruire nuove chiese dell'orrore. E la domanda legittima è: se il Papa non spende questi inutili soldi per rimpiazzare gli altari antichi di San Pietro, perché i Vescovi italiani devono sentire l'esigenza di buttare denari preziosi in tempo di crisi per costruire nuove chiese orribili e adeguare chiese antiche? Forse hanno perso di vista il valore del denaro? O piuttosto il servizio dell'ideologia del postconcilio è più forte di qualsiasi altro servizio nei riguardi del popolo di Dio e soprattutto di Dio stesso?

martedì 19 ottobre 2010

LE PAROLE DEL PAPA AI SEMINARISTI

Seminaristi danzanti... "come i dervisci tourneur che girano..."


di Francesco Colafemmina

La lettera di Sua Santità ai Seminaristi è un esempio lampante di come il Santo Padre intenda il sacerdozio: una relazione intima con Cristo per la salvezza delle anime.
Senza questa relazione non si dà percorso di santità e nello stesso tempo questa relazione vive dell'umano, non sfugge verso uno spiritualismo inerte e tutto intellettualistico, come negli ultimi 50 anni si è insegnato ai sacerdoti.

Quindi per cominciare il Santo Padre afferma: "Nel volto di Gesù Cristo vediamo il volto di Dio. Nelle sue parole sentiamo Dio stesso parlare con noi. Perciò la cosa più importante nel cammino verso il sacerdozio e durante tutta la vita sacerdotale è il rapporto personale con Dio in Gesù Cristo. Il sacerdote non è l’amministratore di una qualsiasi associazione, di cui cerca di mantenere e aumentare il numero dei membri. È il messaggero di Dio tra gli uomini."
Il messaggio è chiarissimo e ribadisce quanto spesso il Papa ha ripetuto: il sacerdote non è un attivista qualunque, la Chiesa non è una organizzazione non governativa!

Sempre puntando alla rivalutazione della "relazione personale" col Signore, il Santo Padre continua concentrando la sua attenzione sulla relazione del futuro sacerdote con l'Eucaristia e la liturgia: " Per la retta celebrazione eucaristica è necessario anche che impariamo a conoscere, capire e amare la liturgia della Chiesa nella sua forma concreta. Nella liturgia preghiamo con i fedeli di tutti i secoli – passato, presente e futuro si congiungono in un unico grande coro di preghiera." La liturgia non è pertanto appannaggio del presente, non è soltanto il frutto di riforme recenti, né procede da mere elaborazioni formali dell'uomo, ma è la forma concreta con cui il Sacerdote ritorna al centro della sua relazione col Signore, cibandosi del suo pane quotidiano, ossia del Cristo eucaristico.

Si passa poi alla penitenza. La penitenza è elemento migliorativo della nostra condizione umana perché attraverso l'umiliazione e il riconoscimento dei nostri errori non viviamo da soli, ma continuiamo a relazionarci al Signore. La mia colpa è aver agito come se il Signore non mi guardasse, come se potessi fare a meno di Lui e delle Sue leggi. Riconosco la Sua presenza e vivo il Suo amore solo se mantengo la consapevolezza dei miei peccati. Inoltre il perdono del Signore è il movimento d'amore che Egli rivolge all'uomo. Attraverso la comprensione del valore del perdono il Sacerdote migliora anche le relazioni con chi lo circonda, perché la relazione "al centro" con Dio irradia tutte le altre relazioni della nostra esistenza.

Uno degli elementi centrali del messaggio di Sua Santità riguarda però la "devozione popolare". Si tratta di una sorta di "rivoluzione ideale" che Benedetto XVI ci propone. Basta con tutte le filosofie anti-devozionalistiche, le pastorali contrarie alle devozioni personali, familiari e popolari! Il Papa è chiaro: "Certo, la pietà popolare tende all’irrazionalità, talvolta forse anche all’esteriorità. Eppure, escluderla è del tutto sbagliato. Attraverso di essa, la fede è entrata nel cuore degli uomini, è diventata parte dei loro sentimenti, delle loro abitudini, del loro comune sentire e vivere. Perciò la pietà popolare è un grande patrimonio della Chiesa. La fede si è fatta carne e sangue. Certamente la pietà popolare dev’essere sempre purificata, riferita al centro, ma merita il nostro amore, ed essa rende noi stessi in modo pienamente reale "Popolo di Dio"."
L'irrazionalità della pietà popolare, la tendenza all'esteriorità non sono assoluti elementi di negatività. E' anzi evidente che queste forme concrete, vive, autentiche di espressione della fede sono per l'appunto i mezzi attraverso i quali "la fede è entrata nel cuore degli uomini". La fede non è infatti puro spirito, né una ideologia che s'impara sui libri. La fede la si vive, e ci giunge attraverso le relazioni con coloro che la vivono assieme a noi. Un cattolico non diviene tale per pura ispirazione, ma per via della fede che gli uomini sono in grado di trasmettergli ed è innegabile che proprio la pietà popolare è un elemento essenziale con cui il giovane cristiano percepisce l'unione del popolo di Dio nella relazione col Signore. Le feste patronali, le processioni, la venerazione dei Santi e della Vergine sotto i suoi tanti titoli, sono espressioni della vitalità della fede che unisce gli uomini nella gioia di ambire al Cielo e alla salvezza.

Gli ultimi tre paragrafi della lettera del Papa sono dedicati allo studio, alla maturazione umana e alla crescita attraverso l'esperienza dei movimenti interni alla Chiesa. Si tratta di argomenti fondamentali, forse quelli primari per dei giovani che intendono dedicare la propria vita a Cristo. Tuttavia il Santo Padre li postpone alle riflessioni precedenti. Solo quando un uomo è pienamente consapevole della sua relazione al centro con Dio, può incamminarsi sulla strada del sacerdozio!
Solo dopo la certezza di questa relazione con Dio, il seminarista deve guardare allo studio e alla maturazione umana come panoplie adamantine di crescita intellettuale e morale.
L'ultimo elemento, quello della convivenza tra seminaristi è, se vogliamo, quello più pratico. E il Papa lo lega anche ad un indirizzo speciale per i movimenti: "I movimenti sono una cosa magnifica. Voi sapete quanto li apprezzo e amo come dono dello Spirito Santo alla Chiesa.Devono essere valutati, però, secondo il modo in cui tutti sono aperti alla comune realtà cattolica, alla vita dell’unica e comune Chiesa di Cristo che in tutta la sua varietà è comunque solo una." Che il Papa si riferisca ai Neocatecumenali e ai loro seminari Redemptoris Mater è evidente anche ai ciechi. Eppure nella sua grande comprensione il Santo Padre riallaccia la capacità di un movimento di integrarsi nell'unica e comune Chiesa di Cristo alla capacità dei singoli seminaristi di convivere in un'unica comunità.

In sintesi questa lettera non solo è un importante documento per i seminaristi, ma un testo da meditare per ciascun fedele cattolico che voglia ricomprendere il senso e la verità della relazione al centro con Cristo, fondamento e vita della nostra fede.

lunedì 18 ottobre 2010

NOSIGLIA: L'ARCIVESCOVO CHE NON SOPPORTA IL RITO ANTICO E AMA LE BALLERINE


di Francesco Colafemmina

L'avventuroso cimento di Monsignor Cesare Nosiglia, neo Arcivescovo di Torino, e delle sue ex pecorelle vicentine tradizionali, merita un articolo intero. Sicuramente mentre a Vicenza stappano il prosecco e alternano brindisi a preghiere, affinché la CEI non invii un Vescovo alla Nosiglia, a Torino è ora che si preparino.

Ballerine per i Cresimandi e Nosiglia Rock Star - Vicenza, Stadio Menti, 3 giugno 2006


Monsignor Nosiglia, futuro cardinale (magari non al primo turno), reggerà una delle più importanti sedi episcopali d'Italia. E' un progressista osservante, un devoto membro dell'organigramma della C.E.I., suggerito da Ruini e Bagnasco quale alternativa al candidato forte di Bertone e agli outsider dell'ultim'ora.

Il nuovo Arcivescovo in relax missionario...

Per ricostruire un po' di storia recente sul neo Arcivescovo di Torino bisogna guardare a due grandi elementi del suo carattere: da un lato l'ostilità ammantata di bontà che ha dimostrato nei riguardi dei fedeli tradizionali, dall'altro la sua passione per l'arte contemporanea e gli spettacoli a botta di nani e ballerine.

2004

Nel dicembre del 2004 giungono sulla scrivania di Mons. Nosiglia, Vescovo di Vicenza, 673 firme che supportano una petizione per la celebrazione della messa secondo il Messale Romano del 1962, come previsto dal Motu Proprio Ecclesia Dei del Venerabile Giovanni Paolo II.

2005

Dopo aver accolto una delegazione del gruppo richiedente la suddetta celebrazione Mons. Nosiglia si ritira per deliberare e conseguentemente invia una lettera dove nega questa possibilità. Aggiunge il Nosiglia che se i fedeli lo vogliono possono partecipare alla celebrazione del rito nuovo in latino (come se si trattasse di un semplice vezzo legato al latinorum). Conclude con rituali benedizioni ed evocazioni di "celesti grazie" (le tipiche frasi che o ti fanno ridere o incollerire).

2008

Un gruppo di fedeli, corroborati dalla pubblicazione del Motu Proprio Summorum pontificum, si rivolge all'Arcivescovo per chiedere la celebrazione di una messa regolare in forma straordinaria. L'Arcivescovo, dopo varie sollecitazioni, accetta ed offre una chiesa ed un sacerdote per la celebrazione del rito in forma straordinaria.

2009

Sin dall'inizio i fedeli tradizionali cominciano a percepire che qualcosa non quadra. Il sacerdote che dovrebbe celebrare secondo il rito antico, pratica piuttosto un miscuglio fra vetus e novus ordo che fa agitar non poco quei devoti fedeli ansiosi di crescere spiritualmente attraverso la riscoperta del tesoro della tradizione per tanti anni negletto e disprezzato. Ne nasce così uno scambio epistolare piuttosto fitto. Il Vescovo ribadisce la propria disponibilità, delega le questioni rituali al sacerdote, ma nulla cambia. Permane la celebrazione nella forma stra(n)ordinaria...

Sempre nel 2009, un gruppo di fedeli della Val d'Alpone famosa per il vino durello e le sue squisite ciliegie, richiede la celebrazione della Santa Messa nella forma straordinaria. L'Arcivescovo risponde a questo gruppo "non meglio identificato" rinviandolo ad andare a Vicenza, nell'unica chiesa messa a disposizione per il rito in forma straordinaria. Insomma, se proprio vogliono dir "la messa in latino" che si facciano una quarantina di kilometri in macchina per andare a Vicenza!

Tutte le relazioni fra fedeli legati alla spiritualità del rito antico e Mons. Nosiglia sono perfettamente documentate sul sito dell'Associazione Una Voce delle Venezie.

Ma il clou, Mons. Nosiglia lo raggiunge a settembre del 2009, con l'inaugurazione delle nuove abominevoli sculture realizzate nel duomo di Vicenza per volontà del Monsignore. L'inaugurazione si struttura come un vero e proprio "evento" con ben 30 ballerine!!!



"In un'atmosfera gotica da "nome della Rosa", per alcuni minuti la Cattedrale è rimasta sospesa nel buio, dimostrando con più forza la sua presenza. Perfetto l'incipit del Mascioni sapientemente modulato dalle mani abili di Margherita Dalla Vecchia: c'è Arvo Pärt con Annum per annum e Trivium. La melodia è minimale, scorrevole, soffusa con la scelta delle registrazioni più delicate, flautate, mentre s'avanza la croce, simbolo di Cristo, portata davanti all'altare da una ballerina in bianco.
La danza che ritorna in Duomo, dopo oltre cinque secoli. Le coreografie di Caterina Bernardi, Elisabetta Cortella e Margherita Pirotto sono abbastanza lineari ma solo in alcuni passaggi riescono a sottolineare la potenza evocativa dello svelarsi del messaggio celebrativo. D'altronde l'intera serata va letta attraverso l'analisi simbolica ed evocativa. Per fortuna alla musica non è riservato un ruolo marginale, nè di ripiego. Anzi, quando Dalla Vecchia arriva alla partitura di Boëllmann con la sua Suite Gotica per Grande Organo op.25 le tre tastiere magnificano in toto il Segno (anche se gli effetti fumo rossastri attorno all'altare velato ci paiono più chic che eleganti..).
Ad hoc gli effetti di luce creati ad arte da "Fabbrica Lumiére' che interagisce anche con immagini video proiettate nella lunetta centrale dell'abside. Si possono vedere in verticalità e illuminate come mai accade, le preziosità del paramento Civran. L'elemento pittorico del '500 risalta grazie ad un sapiente gioco di luce e di ombre, di vuoti e di pieni e le colonne della navata centrale ricevono fasci di luce in tricromia grazie all'uso di barre a led: viola, rosso, azzurro, si mescolano mentre senza soluzione di continuità la musica diviene ancora più celebrativa.


Anche le immagini del video in movimento che attingono ad elementi significativi di maestri della Storia dell'arte occidentale , siglati nei momenti centrali della Natività. Passione, crocifissione, concorrono ad aumentare il clima di tensione emotiva per scoprire il primo nuovo arredo di Castagna: la cattedra, scoperta da tre ballerine avvolte dalla vis ritmica della elettrica Toccata di Heiller, infarcita di cluster e di sonorità nuove. Poi sono le note pure del Gregoriano riprese da Duruflé nel suo Choral varié sur le Veni Creator op.4 a segnare un altro passaggio significativo: l'ambone. Dalla potenza evocativa della parola si giunge al climax dell'altare, simbolo inamovibile della potenza di Cristo."

Insomma, a Nosiglia piacciono le ballerine, tanto da averne invitate 30 a fare una coreografia in cattedrale per scoprire i nuovi "arredi" (manco fosse il suo salotto - e sinceramente dubito che nel suo salotto l'Arcivescovo ci metta porcherie simili) velati di bianco.

Magari, a Torino in occasione di una prossima ostensione della Sindone, chiamerà il corpo di ballo del Teatro Regio...

D'altronde non è il solo a fare pagliacciate simili. Ricordo che nel 2002 nel mio paese, Acquaviva delle Fonti, il Vescovo Mons. Mario Paciello, nell'inaugurare la cattedrale restaurata (con tanto di copertura dell'altare antico con un enorme armamentario di legno con trono e tronetti per concelebranti, rimozione di due altari laterali parcheggiati in sagrestia, rimozione della sede vescovile, ecc. ecc.) chiamò una scuola di ballo locale ad "animare" l'evento. Ballerine in tutù scoprirono il nuovo altare e svelarono l'icona della Vergine...

Nosiglia è invece più orientato allo stile Ravasi: gli piace l'arte contemporanea (tanto da organizzare tre giorni di celebrazione "del genio creativo contemporaneo"), e ama la musica di Arvo Part. A Nosiglia piacciono anche le ballerine e i giochi di luce, ma il rito antico no. Per favore non stuzzicatelo: si è mai visto un Vescovo che, pur essendo destinato dal Papa al cardinalato, si adegui alle esortazioni liturgiche ed estetiche di Sua Santità? Non sia mai!

I Vescovi per essere tali devono ignorare quanto il Papa dice e fa.

Il Papa restaura la Cappella Paolina e la Sistina rimuovendo altari posticci, rimuove l'altare posticcio dalla Cattedra di San Pietro? E i Vescovi costruiscono nuovi altari obbrobriosi dalle forme ributtanti.
Il Papa celebra ad orientem, favorisce la diffusione del rito nella forma straordinaria? E i Vescovi vietano o limitano le celebrazioni nella forma straordinaria.
Il Papa cancella gli spettacoli dalle chiese, ridona dignità alle liturgie papali? E i Vescovi fanno entrare in chiesa ballerine a gruppi di 30 per volta.

Questa sì che è coerenza, ragazzi!

Acta est fabula, plaudite!

giovedì 14 ottobre 2010

RIFORMATORI AL LAVORO NEL SINODO DEI VESCOVI PER IL MEDIO ORIENTE

Liturgia di una chiesa cattolica di rito bizantino

di Francesco Colafemmina

Tutti hanno parlato delle fortissime parole pronunciate a braccio da Papa Benedetto nell'ambito del Sinodo dei Vescovi delle Chiese Orientali. Una testimonianza in più di come il Papa spesso senta l'esigenza di uscire dall'astruso meccanismo degli scribi curiali, per donarci parole autentiche e personali.
Nessuno però ha ancora parlato di quello che i relatori - specie quelli più influenti - stanno affermando nel corso del Sinodo. Mi riferisco in particolare alle questioni riguardanti la liturgia, la catechesi e l'ecumenismo.

Partiamo dai Lineamenta del Sinodo, presentati nel dicembre dello scorso anno. Qui l'accenno alla riforma liturgica (avete capito bene!) dei riti orientali è breve e aspecifico: "60. C’è un ambito che meriterebbe una collaborazione su base regolare tra cattolici ed ortodossi: è quello della liturgia. Sarebbe auspicabile uno sforzo di rinnovamento, radicato nella tradizione e che tenga conto della sensibilità moderna e dei bisogni spirituali e pastorali attuali. Tale lavoro dovrebbe essere realizzato, per quanto possibile, congiuntamente."

Nell'Instrumentum Laboris ultimato nel giugno del 2010, invece, il riferimento diventa dettagliato. Al paragrafo 70 e seguenti, dopo un'evocazione del Vaticano II, si afferma: "in modo particolare, in tutte le Chiese orientali la divina liturgia esprime la sua centralità, tra l’altro, attraverso un’ampia e ricca varietà rituale. La ricerca dell’armonia dei riti, che il Concilio Vaticano II raccomanda vivamente, può illuminare l’attenta considerazione di questo tema così importante nell’Oriente cristiano."

Si tratterebbe quindi di "armonizzare" i riti orientali. Ma a quale scopo? Perché "non può sottovalutarsi oggi la capacità (del rito) di mantenere viva la fede dei credenti e anche di attirare l’interesse di coloro che si sono allontanati o addirittura di quelli che non credono."

Dunque è chiara l'intenzione di riformare i riti orientali per attrarre i non credenti o i cristiani non praticanti: quasi che l' "attrazione" del "pubblico" dei fedeli si basi soltanto sull'incontro fra la liturgia e le esigenze del mondo contemporaneo. Una visione che sembra voler sostituire alla viva tradizione della Chiesa e agli elementi identitari e particolari dei singoli usi liturgici delle Chiese Orientali, una omologazione liturgica che se compiutamente attuata, rischia di minare l'esistenza stessa delle suddette Chiese, aggregandole così definitivamente ed uniformando anche i loro sacramenti.

Andiamo avanti. Come dev'essere attuata questa riforma, questo "rinnovamento"? L'Instrumentum Laboris risponde: "non poche risposte auspicano uno sforzo di rinnovamento, che, pur rimanendo fermamente radicato nella tradizione, tenga conto della sensibilità moderna e dei bisogni spirituali e pastorali attuali. Altre risposte presentano qualche caso di tale rinnovamento attraverso l’istituzione di una commissione di specialisti per la riforma della liturgia."

Commissione per la riforma della liturgia! Ecco la soluzione. E cosa dovrebbe fare questa commissione? "L’aspetto più rilevante del rinnovamento liturgico finora portato avanti consiste nella traduzione in lingua vernacola, principalmente in arabo, dei testi liturgici e delle preghiere devozionali perché il popolo possa ritrovarsi nella partecipazione alla celebrazione dei misteri della fede."

Traduzioni in lingua vernacola per garantire l'actuosa participatio. L'Instrumentum aggiunge, quasi per spegnere sul nascere i riottosi tradizionalisti orientali: "a questo proposito è doveroso segnalare che mentre sono pochi coloro che preferiscono mantenere la lingua originale, la stragrande maggioranza è dell’idea di aggiungere alla lingua originale quella vernacola."

Ma non è finita qui. Si parla anche di "necessità d’impegnarsi, in un secondo momento, in un lavoro di adattamento dei testi liturgici che dovrebbero essere usati per le celebrazioni con giovani e bambini. In questo senso, lo scopo sarebbe quello di semplificare il vocabolario adeguandolo convenientemente al mondo e alle immagini di queste categorie di fedeli. Perciò, si tratterebbe non semplicemente di tradurre i testi antichi ma di ispirarsi ad essi per riformularli secondo una profonda conoscenza del patrimonio cultuale ricevuto, tenendo conto di un’aggiornata visione del mondo attuale. Come opportunamente viene segnalato, questo compito dovrebbe essere assolto da un gruppo interdisciplinare al quale siano convocati liturgisti, teologi, sociologi, pastori e laici impegnati nella pastorale liturgica."

Quindi abbiamo il rito ad personam. Quello per i bimbi e quello per gli adulti.

Ancora una volta le innovazioni non finiscono qui. Demolita la liturgia, bisogna passare a demolire le devozioni popolari, grande ostacolo nei Paesi meridionali non protestantizzati: "Le opinioni in favore del rinnovamento liturgico si estendono anche all’ambito della pietà popolare. Infatti, alcune risposte avvertono la convenienza di rivedere le preghiere devozionali in modo tale da arricchirle con testi teologici e biblici, sia dell’Antico sia del Nuovo Testamento. In questo senso potrebbe essere di grande aiuto la ricca esperienza e lo sforzo compiuto al riguardo nella Chiesa latina."

Sarà finita qui? No, manca l'ecumenismo: "Infine, un’eventuale riforma della liturgia dovrebbe tener conto della dimensione ecumenica. In questo senso, come accennato da diverse risposte che fanno eco al testo dei Lineamenta, la liturgia potrebbe diventare un fecondo luogo di collaborazione su base regolare tra cattolici ed ortodossi. In particolare, sulla spinosa questione della communicatio in sacris, qualche risposta suggerisce la formazione di una commissione mista cattolico-ortodossa per cercare una via di soluzione."

Detto questo, vorrei sottoporvi l'analisi di alcuni importanti passaggi dei discorsi che si svolgono nell'assemblea sinodale.

Si parte dalla sintesi di Sua Beatitudine Antonios Naguib, Patriarca di Alessandria dei Copti, in apertura della Prima Congregazione Generale dell'11 ottobre. Naguib ribadisce le esigenze di una riforma e di un rinnovamento liturgico "ampiamente auspicato".
Passiamo quindi ai due "pezzi forti". L'intervento del Cardinal Sodano e quello del Cardinal Rylko.
Sodano, in qualità di Decano del Collegio Cardinalizio, si sente in dovere di rammentare che non bisogna resistere ai rinnovamenti, ma tutto va omogeneizzato in un mix fra passato e futuro. Per giustificare meglio la sua posizione estrapola un brano di un discorso di Papa Benedetto, preparato dalla Congregazione dei Vescovi e pronunciato dal Papa il 13 settembre scorso.

Sentiamo Sodano:
"Talora le discussioni nelle nostre comunità nascono anche da diversi atteggiamenti pastorali, fra l'uno che preferisce privilegiare la custodia dell' eredità del passato e l'altro che richiama maggiormente alla necessità del rinnovamento. Sappiamo però che, alla fine, occorrerà sempre tener presente il criterio datoci da Gesù, il criterio del "nova et vetera" (Mt 13,52), e cioè del nuovo e del vecchio da estrarre dal tesoro della Chiesa. Lo ricordava pure recentemente il nostro amato Santo Padre Benedetto XVI, parlando ad un gruppo di Vescovi di recente nomina, dicendo loro: "Il concetto di custodire non vuole dire soltanto conservare ciò che è stato stabilito - benché tale elemento non debba mai mancare, - ma richiede nella sua essenza anche l'aspetto dinamico, cioè una concreta tendenza al perfezionamento, in piena armonia e continuo adeguamento delle esigenze nuove sorte dallo sviluppo e del progresso di quell 'organismo vivente che è la comunità"".

Il culmine lo si raggiunge però con l'intervento del Cardinale Neocatecumenale Rylko. L'intervento di Rylko mette un dito in una piaga presente in Terrasanta che si chiama Cammino Neocatecumenale. A dire il vero potremmo definirla una piaga dell'intero cattolicesimo vista la sua eccentricità teologica, liturgica, ecclesiologica e catechetica.

Dice Rylko: "Nella nostra epoca, uno dei grandi segni di speranza per la Chiesa è la “nuova stagione aggregativa dei fedeli” (Christifideles laici n. 29), che, dopo il Concilio Vaticano II, vede la nascita di tanti movimenti ecclesiali e nuove comunità. Un vero dono dello Spirito Santo! Questi nuovi carismi danno origine ad itinerari pedagogici di straordinaria efficacia per la formazione umana e cristiana dei giovani e degli adulti, e sprigionano in loro uno stupefacente slancio missionario di cui la Chiesa oggi ha particolarmente bisogno. Queste nuove comunità non sono, ovviamente, un'alternativa alla parrocchia, ma piuttosto un sostegno prezioso e indispensabile nella sua missione. In spirito di comunione ecclesiale, aiutano e stimolano le comunità cristiane a passare da una logica di mera conservazione ad una logica missionaria. Papa Benedetto XVI, in continuità con il servo di Dio Giovanni Paolo II, non si stanca di sollecitare una sempre maggiore apertura dei Pastori a queste nuove realtà ecclesiali. Nel 2006, il Papa, rivolgendosi ai vescovi in visita ad limina, ha affermato: “Vi chiedo di andare incontro ai movimenti con molto amore. Qua e là devono essere corretti, inseriti nell'insieme della parrocchia o della diocesi. Dobbiamo però rispettare lo specifico carattere dei loro carismi ed essere lieti che nascano forme di fede in cui la parola di Dio diventa vita” (L'Osservatore Romano, 19 novembre 2006). È, dunque, davvero auspicabile che le Chiese del Medio Oriente si aprano con crescente fiducia a queste nuove realtà aggregative. Non dobbiamo aver paura di quella novità di metodo e di stile di annuncio che portano: è una "provocazione" salutare che aiuta a vincere la routine pastorale che è sempre in agguato e rischia di compromettere la nostra missione (cfr. Instrumentum laboris n. 61). Il futuro della Chiesa in questa regione del mondo dipende proprio dalla nostra capacità di dare un ascolto docile a ciò che lo Spirito dice alla Chiesa oggi, anche mediante queste nuove realtà aggregative."

Il Cardinal Rylko, ricorrendo ad un linguaggio tipicamente "carismatico", fa del suo intervento una esortazione alle Chiese Orientali, perché accettino al loro interno la penetrazione di "comunità che danno origine ad itinerari pedagogici". E' evidente che Rylko si riferisce al Cammino Neocatecumenale. Esorta pertanto i Vescovi a non guardare (ai neocatecumeni) come ad "alternative alle parrocchie" (i membri del Cammino infatti sono soliti costituire gruppi a se stanti), ma a percepirli come un "sostegno prezioso" nella missione parrocchiale. Aggiunge che (i neocatecumeni) non hanno una visione "conservativa", ma "missionaria".

Si intrufolano infatti in ogni diocesi, in particolare in Terrasanta. Lì sono presenti con almeno 30 comunità. E come attestato da Kiko Arguello lo scorso maggio 2009 (nella solita adunata che organizza il giorno successivo alle partenze del Papa dai luoghi in cui si reca in visita apostolica - consiglio di guardare tutto il filmato presente nel link), il Cammino Neocatecumenale in Medio Oriente costituisce un elemento di comunione ecumenica.

Rylko conclude ribadendo - quasi fosse una minaccia - che il futuro della Chiesa in Medio Oriente dipende dall'obbedienza dei Vescovi allo Spirito Santo (ossia alla diffusione delle comunità Neocatecumenali)!

Il 12 ottobre l'intervento del Ministro Generale dei Frati Minori ha aggiunto altra carne al fuoco, con alcune proposte tra le quali spicca quella di elaborare:
"un catechismo unico per tutti i cattolici del Medio Oriente."
S
periamo che Padre Carballo non abbia in mente il catechismo neocatecumenale! D'altra parte come potrebbe? Di quel catechismo non v'è traccia. Giace ancora in qualche ufficio della Congregazione per la Dottrina della Fede.
E come sempre si ripropone il quesito: come può Roma auspicare riforme liturgiche nelle chiese orientali, se continua a tollerare le aberrazioni liturgiche neocatecumenali?
E come può consigliare l'adozione di nuove prassi catechetiche, se accetta un "cammino di iniziazione cristiana" il cui fondamento catechetico non è nè noto nè approvato?

Ma Carballo è andato oltre. Ha addirittura proposto l'indizione di un "anno giovanneo" analogo a quello paolino da estendere "se possibile, anche alle altre Chiese non cattoliche". A questo punto è chiaro che le preoccupazioni più insistenti di eminenti padri sinodali, riguardo alle azioni di Israele e le crescenti conflittualità esterne alle comunità cristiane del Medio Oriente che finiscono per ritorcersi proprio contro tali minoranze, sembrano passare in secondo piano rispetto all'agenda dei riformatori curiali. E probabilmente questi ultimi hanno ragione.
Senza le decime e le masse dei Neocatecumenali le Chiese Orientali del Medio Oriente rischiano di scomparire. La nuova evangelizzazione neocatecumenale passa però attraverso l'uniformità dei riti. Finora l'unico a difendere l'indipendenza liturgica delle Chiese Orientali è stato Mons. Dimitri Salachas, Esarca dei Cattolici di rito greco-bizantino.

Solo 3 anni fa, però, tutti i Vescovi Cattolici di Terrasanta, stufi di sopportare abusi liturgici e colonizzazioni parrocchiali, si erano rivolti così ai Neocatecumenali:
"
II principio al quale dobbiamo tutti insieme restare fedeli e informare la nostra azione pastorale dovrebbe essere "una parrocchia e una Eucaristia". II vostro primo dovere perciò, se volete aiutare i fedeli a crescere nella fede, è di radicarli nelle parrocchie e nelle proprie tradizioni liturgiche nelle quali sono cresciuti da generazioni.
In Oriente, noi teniamo molto alla nostra liturgia e alle nostre tradizioni. E' la liturgia che ha molto contributo a conservare la fede cristiana nei nostri paesi lungo la storia. Il rito è come una carta d'identità e non solo un modo tra altri di pregare. Vi preghiamo di aver la carità di capire e rispettare l'attaccamento dei nostri fedeli alle proprie liturgie."

Parole forti che sembrano contraddire gli auspici di riforma liturgica, aggiornamento pastorale e inclusione di comunità e gruppi carismatici allogeni, che emergono prepotentemente dal Sinodo.

lunedì 11 ottobre 2010

ARTE SACRA CONTEMPORANEA: PER UN'ERMENEUTICA DELLA CONTINUITA'

Un'immagine della "bottega" Stuflesser, tra le più importanti realtà italiane
nella creazione di opere d'arte sacra in linea con la tradizione


Con grande piacere pubblico un importante contributo di don Matteo De Meo in merito al dibattito su arte e architettura sacra nella contemporaneità. Nonostante il mainstream della riflessione estetica sul sacro continui a vivere di vita propria, alimentato da speculazioni e interessi molto materiali, credo sia fondamentale stimolare le intelligenze dei cattolici attraverso una sana e retta argomentazione. D'altronde gli innumerevoli denari utilizzati per la realizzazione di abominevoli opere di adeguamento liturgico, inguardabili nuove chiese e raccapriccianti mostre sul sacro, stanno a testimoniare quanto sia inutile oltre che cristianamente insano proseguire sullo sfondo delle ideologie della rottura postconciliare che tanti danni hanno inferto alla bellezza del sacro specie nel nostro Paese ricco di storia e tradizioni. Buona lettura.

Francesco



di don Matteo De Meo

Nel 1918 uno fra i più grandi intellettuali russi scrisse:

Il nostro tempo conosce uno straordinario slancio creativo e una debolezza creativa altrettanto straordinaria. L’uomo dell’ultimo giorno della creazione vuole realizzare qualcosa che non c’è mai stato e nella sua frenesia creativa oltrepassa tutti i limiti e tutti i confini. Ma questo ultimo uomo non è più in grado di creare le opere perfette e
bellissime che riusciva a realizzare l’uomo più umile delle epoche passate.”

Anche se da prospettive diverse si nota la crisi della “vecchia arte” e la ricerca di nuove vie, è innegabile che ci si trovi di fronte ad uno sconvolgimento su vasta scala dei canoni estetici che in modo particolare sembra accanirsi sulle arti plastiche. La realtà delle cose non può essere più descritta; gli “involucri materiali del mondo”, vengono considerati provvisori, fluidi, caduchi. Nella “vecchia arte”, che sembrava eterna, la descrizione della realtà, dell’uomo, seguiva dei canoni ben precisi. Ogni cosa aveva dei contorni ben chiari e si distingueva da un altra. Ora non è più così. Tutto è confuso, astratto, non definito.

L’arte deve essere libera”, “La creatività artistica non deve essere sottoposta a delle norme o a dei canoni, siano essi morali, sociali o religiosi.”

Si tratta di una tendenza che sembra diffondersi in maniera subdola anche nell’ambito dell’arte sacra: “L’architettura contemporanea è fluida, cangiante, proteiforme; così come un liquido si adatta al suo contenitore, essa si conforma alla sensibilità dell’artefice. Tutte le modalità di espressione artistica sono strettamente connesse alla soggettività”- in questi termini si esprime D. Bagliani, docente al politecnico di Torino; opinione riportata in un articolo “Nuove Chiese, progetti da premio” di L. Servadio, in merito ai tre progetti pilota di nuove chiese vincenti alla quinta edizione del concorso Cei, 2009...



sabato 9 ottobre 2010

PALOMBELLA STENTA A VOLARE VERSO LA SISTINA


di Francesco Colafemmina

Questa sera la messa di consacrazione di quattro nuovi vescovi, presieduta dal Cardinal Bertone, avrebbe dovuto costituire anche la "consacrazione" del Maestro Palombella a legittimo aspirante maestro della Sistina. In realtà si è trattato di un ennesimo flop. Tempi molto lunghi (che maldestramente cercano di imitare i tempi rallentati della scuola romana), voci di professori che si scavalcano a vicenda per mostrar le loro attitudini canore, incapacità di creare un flusso melodico omogeneo e solenne: insomma un gran fracasso cacofonico e non a tempo!
Dalla Santa Sede sono in molti ad elevare alti lai per questa imminente nomina bertoniana. Per fortuna il Maestro Palombella sembra dimostrare da sé una certa qual inadeguatezza a succedere a mestri del calibro di Perosi e Bartolucci.
Possibile, si domandano ormai in molti, che non ci sia nessuno in grado di prendere il posto del Maestro Liberto? Possibile che Palombella debba spuntarla, dopo il primo annuncio di gennaio e il secondo di metà settembre? Possibile che il Cardinal Bertone non sappia guardare al di là dei salesiani?
Tutte domande che finora non trovano alcuna risposta se non qualche urlato gorgheggio del coro palombelliano.


venerdì 8 ottobre 2010

UNA QUIES IN VERITATE - MONS. PIACENZA NUOVO PREFETTO DEL CLERO


di Francesco Colafemmina

La notizia della nomina di Monsignor Piacenza - in tempo per ricevere la berretta cardinalizia il 21 novembre prossimo - è una delle più belle in questi mesi di "crisi" all'interno della Chiesa. Si è trattato di una fondamentale decisione di Papa Benedetto XVI che premia la linearità e la pulizia di un uomo totalmente votato al servizio di Cristo e della Sua Chiesa. Un servizio che è sempre nel nome della Verità. Quella verità della fede che il teologo e Vescovo ricerca per trovare la requie autentica nelle tempeste della vita terrena. E' infatti questo il motto episcopale di Monsignor Piacenza. Motto che già fu del Cardinal Carlo Dalmazio Minoretti, arcivescovo di Genova dal 1925 fino alla sua morte nel 1938.

Monsignor Piacenza merita tutto il nostro supporto con la preghiera per almeno due ragioni. In primo luogo per la sua riconosciuta attenzione rivolta a un sacerdozio autentico, privo di devianze verso l'iperattivismo e l'affarismo, ma tutto concentrato sull'imitatio Christi: un merito che, ahimè, in molti settori della Chiesa è considerato al contrario un ostacolo all'evangelizzazione sociale o a quelle forme di avanzata laicizzazione del clero i cui devastanti effetti solo oggi sembrano destare una qualche attenzione.
In secondo luogo perché Monsignor Piacenza ha cercato in ogni occasione di ribadire l'importanza fondamentale del celibato dei sacerdoti. Molto spesso, infatti, ad ogni intervista o mezza frase del Cardinal Hummes, in grado di far trasparire aperture e discussioni in merito al celibato, ha corrisposto una ferma dichiarazione di Monsignor Piacenza con cui si è ristabilito il valore essenziale del celibato per i sacerdoti. E ciò che colpisce in Monsignor Piacenza è quella tensione evidentissima a testimoniare Cristo, a guardare alla metafisica come ragione essenziale della realtà fisica. Nel chiarire l'essenza del celibato Piacenza si è recentemente espresso in questi termini: "Il celibato sacerdotale è un dono, un grande dono che Dio fa a coloro che chiama al sacerdozio nella Chiesa latina. Direi quindi che i doni sono sempre graditi e sono irrinunciabili se per di più vengono fatti dal Signore. Io vedo il celibato legato nella logica dell’ontologia sacerdotale: l’estrema convenienza del celibato sta all’interno della dottrina sul sacerdozio. Perciò, non è tanto una disciplina. Certo, è anche una disciplina, ma la disciplina è la seconda parte dell’antifona, è semplicemente la conseguenza, perché il valore è intrinseco e poi la disciplina norma semplicemente ciò che è un valore. Inviterei tutti quelli che vogliono capire qualcosa del celibato a leggerlo in chiave di fede, di fede cristologica e di ardore nella missione, allora si capisce."

E' evidente, dunque, che un Prefetto del Clero con idee così chiare avrà molte croci da portare e che anche noi fedeli dovremmo cercare di provvedere ad alleggerirne il peso con la preghiera.

Monsignor Piacenza è inoltre un grande amante dell'arte sacra "tradizionale" e dell'autentico canto liturgico: "Il canto gregoriano assembleare non solo può ma deve essere ripristinato, accanto a quello della schola e dei celebranti, se si vuole il rispetto dell’insegnamento del Vaticano II, il ritorno alla serietà della liturgia, alla santità, alla bontà delle forme e all’universalità che devono caratterizzare ogni musica liturgica degna di questo nome, come insegna San Pio X e ribadiscono sia Giovanni Paolo II sia Benedetto XVI. Credo si potrebbe iniziare dalle acclamazioni, dal Pater noster, dai canti dell’ordinario della S. Messa, specie il Kyrie, il Sanctus, l’Agnus Dei. In molti paesi il popolo conosceva bene il Credo III e l’intero ordinario della messa VIII (de Angelis), e non solo! Come sapeva pure il Pange lingua, il Veni Creator, la Salve Regina e altre antifone. L’esperienza insegna che il popolo, a seguito di un semplice invito, si mette a cantare anche la Missa brevis e altre melodie gregoriane facili, che ha nell’orecchio, anche se è la prima volta che le canta. C’è un repertorio minimo da imparare, contenuto nel famoso “Jubilate Deo” di Paolo VI, ma dove è finito?, o nel “Liber cantualis”, ma dove è finito? Se si abitua il popolo a cantare quel repertorio gregoriano che gli si confà, sarà allenato a imparare anche i canti nuovi nelle lingue vive; quei canti, si intende, degni di stare accanto al repertorio gregoriano, che dovrebbe conservare sempre il primato. La questione è che devono cadere i pregiudizi ideologici!
Senza il canto gregoriano la musica di chiesa è mutilata. Non può esserci musica di chiesa, nella Chiesa latina, senza canto gregoriano. I grandi maestri della polifonia sono ancora più grandi quando si basano sul canto gregoriano, mutuandone le tematiche, la modalità e la poliritmia. Per questo spirito che ne informa la raffinata tecnica, per questa fedele aderenza al testo sacro e al momento liturgico, sono stati grandi Palestrina, di Lasso, da Victoria, Guerrero, Morales, e via dicendo. E non solo nelle composizioni complesse o corali, ma anche nel creare nuove melodie, in latino o in volgare, sia per la liturgia che per gli atti devozionali. Il vero canto popolare sacro - peraltro preziosissimo - tanto più sarà valido e sostanzioso quanto più si ispirerà al canto gregoriano."

Altrove Mons. Piacenza ha anche ribadito: "Il canto gregoriano dovrebbe essere guardato come punto di riferimento e, secondo le possibilità, ripristinato anche per l’assemblea. E questo nell’ambito di quel ritorno, tanto auspicato, alla serietà della liturgia, alla santità, bontà di forme e universalità, che devono caratterizzare ogni musica liturgica degna di questo nome, che rientra nell’ottica della dovuta obbedienza alla riforma liturgica esattamente come è stata intesa dal Concilio Vaticano II. A volte si ha l’impressione che i Pastori sottovalutino le capacità del popolo cristiano nell’apprendimento: e pensare che l’assemblea un tempo conosceva melodie gregoriane, che ora è stata quasi costretta a dimenticare, a vantaggio di altri canti a volte veramente carenti nella forma e nel contenuto!"

In merito all'arte sacra numerosi sono i suoi interventi, ma i più significativi sono venuti anche successivamente alla sua nomina a Segretario del Clero. Ricordo, ad esempio, queste sue parole: "Il mistero del Verbo fatto carne fornisce la base e l’argomentazione del culto delle immagini. La rappresentazione di Dio - superando l'esplicito divieto dell'Antico Testamento (cf Es 20, 4 e Dt 5, 8) - nella Nuova Economia è resa possibile dall'Incarnazione del Figlio di Dio. Dio stesso ha fatto la sua immagine, Gesù Cristo. Nell’Incarnazione, l’invisibile vita di Dio è diventata visibile agli uomini avviando l’ininterrotta serie di stagioni che hanno raccolto le opere dei più grandi artisti." Dunque, l'astrattismo va bandito dalle chiese: "Si nota che la questione delle immagini sacre è, in fondo, una questione teologica. Il fenomeno iconoclastico è presente in vari periodi della storia del cristianesimo; oltre a quello del movimento iconoclasta bizantino, risultato di molte e complesse cause, non dimentichiamo quello del calvinismo all’inizio dell’età moderna; anche il XX secolo ha conosciuto scuole di teologia sprezzanti nei confronti delle rappresentazioni figurative nell’arte sacra. In ogni caso, movimenti iconoclasti sono sempre sintomatici di una crisi di fede nel mistero dell’Incarnazione."

Tutto ciò concorre a delineare una figura sulla quale si deve concentrare la nostra preghiera, non solo perché da oggi costituirà un uomo di punta della Curia di Papa Benedetto, ma anche perché la sua profonda fede e il suo retto pensiero serviranno non poco a favorire un nuovo periodo di feconde vocazioni, attraverso il recupero dell'autenticità del sacerdozio.

A Monsignor Piacenza va il mio augurio sincero nella speranza che sempre più sacerdoti possano tornare a servire Cristo affrancandosi totalmente dalle illusioni del mondo, per salvare le anime di noi peccatori.


A questo link potete leggere l'intervista concessa ieri dal neo prefetto a Zenit