
martedì 30 novembre 2010
AL PANTHEON VA IN SCENA LA "VIA CRUCIS" SIMBOLICA FINANZIATA DA UN INDUISTA!

lunedì 29 novembre 2010
IL PAPA E L'EBRAISMO IN "LUCE DEL MONDO"
LEGGENDO "LUCE DEL MONDO"... - Parte Prima

di Francesco Colafemmina
mercoledì 24 novembre 2010
"LUCE DEL MONDO"... BUIO FRA I FEDELI...

di Francesco Colafemmina
lunedì 22 novembre 2010
PERCHE' SULLA QUESTIONE DEL CONDOM NON MI SENTO UN IMBECILLE

di Francesco Colafemmina
Mentre ormai i media di mezzo mondo si affrettano ad annunciare il “cambio di rotta” di Papa Ratzinger e le sue benevole aperture all’uso del condom, aggiungendo, magari nel sottotitolo “solo in casi particolari”, la maggior parte dei fedeli cattolici è confusa e in preda ad una serie di domande finora rimaste senza risposta.
La prima domanda, la più importante, nasce dalla memoria di quelle affermazioni del Papa che tanto scandalo suscitarono fra i media nel marzo del 2009, in occasione del viaggio apostolico in Cameroun e Angola. Disse allora Benedetto XVI a un giornalista francese che gli domandava se la posizione della Chiesa in materia di lotta all’AIDS fosse irrealistica e inefficace: “Io direi il contrario. Perché la realtà più presente e più efficiente nella lotta contro l’Aids è proprio la Chiesa cattolica. Con i suoi movimenti, con le sue diverse realtà. Penso alla Comunità di Sant’Egidio che fa tanto, visibilmente e invisibilmente nella lotta; penso a Camilliani e a tutte le suore che sono a disposizione dei malati. Direi che non si può superare questo problema dell’Aids solo con soldi, pur necessari, ma se non c’è l’anima, se gli africani non aiutano, non si può superare con la distribuzione di preservativi, che al contrario aumentano il problema. La soluzione può essere solo duplice. La prima: umanizzazione della sessualità, cioè rinnovo spirituale umano che comporta nuovo modo di comportarsi l’un l’altro e secondo una vera amicizia soprattutto verso le persone sofferenti, e una disponibilità anche con sacrifici e rinunce personali per essere vicini ai sofferenti. E questi sono i fattori che aiutano e che portano con sé veri e visibili progressi. Perciò direi, questa nostra duplice forza: è di rinnovare l’uomo interiormente e di dargli forza spirituali e umane per un comportamento giusto nei confronti del proprio corpo e di quello dell’altro, e questa capacità di soffrire con i sofferenti che rimane presente nelle situazioni di prova. Questa mi sembra la giusta risposta della Chiesa e così offre un contributo grandissimo e importante e ringraziamo tutti quelli lo fanno”.
Dunque nel marzo del 2009 i “preservativi” per il Papa “non superano il problema dell’AIDS, ma al contrario lo aumentano”.
In sostanza il Papa proponeva una “umanizzazione della sessualità”, ossia un percorso di recupero di una sessualità sana e non libertina o promiscua, incentivata dall’esistenza di uno strumento di prevenzione che consente di fare ciò che si vuole, senza aver neppure il timore del contagio. Questo in sintesi il senso del discorso del Papa di allora. Discorso che il Pontefice ha ribadito anche nell'intervista Seewald, tranne aggiungere questo passaggio:
Dunque la prima domanda è: Cosa è cambiato da allora, perché se nel 2009 il “preservativo aumentava il problema dell’AIDS”, oggi dovrebbe costituire, pur “in questo o in quel caso” “un primo passo verso un modo umano di vivere la sessualità"?
La seconda domanda è legata al senso dell’esempio portato dal Pontefice nella sua intervista con Seewald: il prostituto maschio. In base a cosa un prostituto maschio che si presume peraltro attivo e omosessuale – e chiedo venia ai lettori se mi addentro in tali osceni dettagli – dovrebbe non dico ascoltare il consiglio “moralizzatore” del Pontefice, ma essere nella condizione morale di una "moralizzazione" nel momento stesso in cui compie un peccato mortale? Se infatti c’è una platea di persone per le quali il messaggio del Papa può avere un senso, questa platea è costituita da cattolici. E si presume anzitutto che un prostituto sodomita non sia cattolico, in secondo luogo che ogni prostituto maschio sia edotto sulle tremende conseguenze di un contagio, conseguenze che alla comunità omosessuale sono note da decenni, tanto da aver sbandierato ai 4 venti la necessità dell’uso del condom per la prevenzione e giammai la castità. Finora a propugnare l’idea della castità c’era soltanto la Chiesa Cattolica, e adesso?
La terza domanda è invece connessa a ciò di cui non si parla nell’intervista del Papa e che invece è stato sempre argomento dibattuto anche fra Cardinali e uomini di Chiesa negli ultimi anni: l’uso del preservativo all’interno di coppie sposate dove uno dei coniugi sia affetto da HIV. Perché mai dovrebbe essere un primo segno di moralizzazione l’uso del preservativo fra edonisti invertiti che si prostituiscono e si fanno sodomizzare (di questo ahimè stiamo parlando) e non la concessione dell’uso del condom fra un marito e una moglie che non possono vivere la sessualità senza rischiare il contagio? Con ciò non voglio sostenere la causa di coloro che sono a favore di quest’ultima ipotesi, bensì evidenziare l’enormità della differenza sul piano morale fra i due casi citati e il rapporto fra affettività e sessualità.
Come definire la concessione dell’uso del condom a un prostituto e non a una coppia di coniugi cattolici peraltro impossibilitati a procreare senza trasmettersi il virus tra di loro e all’eventuale concepito?
La quarta domanda la rivolgo senza alcuna presunzione, ma da semplice cattolico non adulto, ai grandi geni della comunicazione dell’Osservatore Romano: Che necessità c’era di pubblicare una anticipazione sul libro intervista del Papa, decontestualizzando il senso delle sue risposte, non citandole per intero, non citando le domande di Seewald, e soprattutto cambiando il termine “prostituto” in “prostituta”?
E aggiungo: Quanto dovremo attendere per un mea culpa, un passo indietro, insomma una presa d’atto dell’errore commesso?
La quinta domanda la rivolgo invece a tutti coloro per le mani dei quali è passato questo testo in Vaticano: Possibile che nessuno in Segreteria di Stato, alla LEV, nessun traduttore, nessun segretario, nessun “comunicatore” della Santa Sede si sia accorto del rischio di un fraintendimento, di una distorsione, insomma di una – legittima da un lato e maliziosa dall’altro - semplificazione mediatica, insito in quella risposta del Santo Padre?
Ciò detto, è evidente che siamo dinanzi ad una nuova strategia mediatica che prende di mira il Papa. Mentre prima il Papa, affermando che “il preservativo non è una soluzione all’AIDS, ma anzi aumenta il problema” si era attirato la rabbia mediatica e lobbistica mondiale, oggi affermando che “in questo o quel caso può rappresentare un primo passo verso un modo umano di vivere la sessualità” si è attirato la benevolenza e l’apprezzamento mediatico e lobbistico mondiale. Mentre ieri ci si affannava a ribadire che il Papa non aveva detto nulla di nuovo, ma affermato che la prevenzione dell’AIDS deve consistere “nell’educazione alla responsabilità delle persone nell’uso della sessualità e nel riaffermare il ruolo essenziale del matrimonio e della famiglia” (nota di padre Lombardi del 18 Marzo 2009), oggi se si affermasse che il Papa non ha aperto ai condom, ma ha fatto un esempio estemporaneo, si rischierebbe il linciaggio mediatico per l’intero establishment della Chiesa Cattolica.
D’altra parte nella frase che ha fatto scalpore, quella del “in questo o in quel caso” non sappiamo di quali casi si tratti, sappiamo solo che uno dei casi è quello di un prostituto maschio attivo (si presume omosessuale).
Sintetizzo per chi non abbia capito. Non si tratta di fare dell’ipocrita moralismo, né di evitare cinicamente di guardare alla devastante realtà della malattia. Si tratta piuttosto di quella necessità che ogni fedele cattolico e spessissimo qualche laico ha di guardare alla Chiesa come all’unico garante di una sessualità fondata sulla famiglia e volta alla riproduzione del genere umano, una sessualità che parta sempre dall’amore fra un uomo e una donna e dalla loro responsabilità. E quando si parla di “condom” sia pure in casi particolari, sia pure per pura prevenzione, si entra immediatamente in temi di morale sessuale, perché il movens è sessuale, la radice volitiva della copulazione (eterosessuale o omosessuale) è l’elemento cardine della questione. L’intenzione di chi mette il condom non è salvaguardare la salute del prossimo, ma usare il prossimo quale strumento di piacere.
Anche se il nostro mondo su questo tema ci presenta le più astruse aberrazioni, anche se il peccato de sexto è forse il più incontrollabile, il più comune, il più diffuso e quello che genera d’altro canto più ipocrisie e moralismi specie fra cattolici, non per questo siamo pronti ad accettare la pur minima crepa in quell’insieme di etica, antropologia e teologia che è costituito dalla ostracizzata e sempre vituperata morale sessuale della Chiesa.
Una minima fessura, sia pure involontaria e creata ad arte su tre quattro parole del Pontefice rischia di intaccare l’intero edificio. Rischia di confondere i fedeli, rischia di far pregustare al mondo una resa della Chiesa su questo tema che non vogliamo, non possiamo e non dobbiamo accettare.
Per tutte queste ragioni da cattolico piccolo piccolo, da peccatore, figliol prodigo, pubblicano, da ultimo mendicante la misericordia del Signore, ritengo che la Chiesa Cattolica debba al più presto fornire risposte forti e chiare su questi interrogativi. Il Papa sicuramente non ha detto ciò che i media gli han messo in bocca, pur tuttavia urge come non mai un definitivo chiarimento dottrinale che non dovrà temere la rabbia del mondo, ma affrontarla col coraggio della testimonianza che ogni cattolico custodisce nella sua fede.
N.B. il titolo del post è ispirato a questo commento di Massimo Introvigne, studioso e giornalista da me sommamente stimato, ma di cui non condivido parte delle riflessioni odierne.
AGGIORNAMENTO: Il Papa, interpellato ieri da padre Federico Lombardi sul riferimento all'uso del preservativo che fa nel libro-intervista "Luce del mondo", ha chiarito che non importa se sia "maschile o femminile, la cosa importante", ha riferito il portavoce vaticano, è che usare il preservativo in alcuni casi sia "il primo passo di responsabilità nel tenere conto della vita, evitare di dare un rischio grave all'altro, e questo per uomo, donna o transessuale è lo stesso".
Ancora più confusione! Profilattico sì per prostituti, prostitute e transessuali e non per coppie sposate con un coniuge affetto da HIV... tutto ciò è piuttosto strano... Ricordiamo le battaglie di Don Oreste Benzi contro questa dottrina della "riduzione del rischio", meritoriamente proseguite dall'Associazione Papa Giovanni XXIII!
domenica 21 novembre 2010
TRADUZIONE DELL'INTERO PASSAGGIO SUI CONDOM TRATTO DA "LUCE DEL MONDO"

Numerosi teologi morali e autorevoli personalità ecclesiastiche hanno sostenuto e sostengono posizioni analoghe; è vero tuttavia che non le avevamo ancora ascoltate con tanta chiarezza dalla bocca di un Papa, anche se in una forma colloquiale e non magisteriale.
Benedetto XVI ci dà quindi con coraggio un contributo importante di chiarificazione e approfondimento su una questione lungamente dibattuta. E’ un contributo originale, perché da una parte tiene alla fedeltà ai principi morali e dimostra lucidità nel rifiutare una via illusoria come la “fiducia nel profilattico”; dall’altra manifesta però una visione comprensiva e lungimirante, attenta a scoprire i piccoli passi – anche se solo iniziali e ancora confusi - di una umanità spiritualmente e culturalmente spesso poverissima, verso un esercizio più umano e responsabile della sessualità."
PRESENTAZIONE DE "IL MISTERO DELLA CHIESA DI SAN PIO" A FIRENZE

venerdì 19 novembre 2010
UN TRONO PAPALE PER IL CARDINAL MEFORIO!

Domanda: A proposito: si parla talvolta di un suo passaggio alla pastorale, anzi ancor più precisamente di un ritorno a Milano. Per dirla chiara: qualcuno la vede come un altro Martini, strappato agli studi e gettato nella mischia di una grande diocesi. Non le chiedo se è vero, ma solo se accetterebbe la sfida.
Risposta: «Realisticamente si tratta più di un desiderio (o di un timore...) che di una possibilità concreta. La domanda in sé ha però una base di verità: la funzione di un capo dicastero è anche quella di essere uomo di Chiesa, dunque pastore, con un campo pastorale. Per questo ogni sabato e domenica, quando sono in sede, accetto incarichi in tutta la periferia di Roma. Impartisco cresime, celebro feste patronali, partecipo a processioni con tanto di banda e fuochi artificiali... E con questo ho dribblato anche la sua domanda su Milano».
giovedì 18 novembre 2010
RISPOSTA A DON GIORGIO DE CAPITANI

Caro don Giorgio,

