martedì 30 novembre 2010

AL PANTHEON VA IN SCENA LA "VIA CRUCIS" SIMBOLICA FINANZIATA DA UN INDUISTA!

Undicesima Stazione: Gesù è inchiodato alla croce


di Francesco Colafemmina

Non mi va proprio di spendere altre inutili parole sulla condizione della committenza ecclesiastica in Italia. Pertanto cito di seguito l'intero articolo pubblicato dal Corriere qualche giorno fa.
La storia è semplice: uno scultore e un liturgista decidono un bel giorno di imbrattare il Pantheon con delle opere in bronzo. "Arredo liturgico" lo definiscono, nel Pantheon dove si celebra ad orientem e a volte anche secondo il rito tridentino. Anche qui devono adeguare, ma visto che il Pantheon è un luogo simbolico e molto visitato, finisce per essere una indiscutibile vetrina.

Il progetto non piace però al Ministero per i Beni Culturali che nel 2009 approva la Via Crucis - meno invasiva - ma boccia l'altare e l'ambone, con questa giustificazione: "l’altare e l’ambone, rappresentati in un bozzetto fotografico, benchè di sicuro pregio artistico, a giudizio della scrivente non risultano consoni per la realtà monumentale del Pantheon. In particolare si ritiene opportuno progettare elementi di estrema semplicità e linearità, in virtù di un inserimento il più anonimo possibile nel monumento."

Avete capito bene! La Soprintendenza per i Beni Culturali ha buon gusto, molto più di quello che riescono ad avere sacerdoti e liturgisti. Ma questi ultimi corroborano il desiderio dell'artista di collocare altare ed ambone, sancendone l'imprescindibilità a fini liturgici (come se l'altare già esistente non fosse tale!).

Fatto curioso, l'opera è finanziata da un magnate indiano di religione induista. La storia è raccontata qui dall'artista in prima persona: "Ebbi casualmente la visita di un alto funzionario ecclesiastico della Pontificia Commissione dei Beni Culturali della Chiesa ma in forma assolutamente privata ed amichevole, che si risolse in una pacata e concordante intesa sulla nostra reciproca concezione del fare arte sacra oggi, dei rapporti fra arte moderna e arte sacra e liturgica. Le problematiche implicate da tale rapporto sono estremamente complesse (vedi il tentativo del pontefice bresciano Paolo VI di ricomporre la dicotomia intercorrente fra arte moderna e il suo contenuto - che si innesta sul pensiero antimetafisico e sostanzialmente nichilista della filosofia contemporanea – e la necessarietà, al contrario, che l’arte sacra abbia la consapevolezza dei suoi contenuti veritativi). Mi trovavo quindi nella situazione di avere le mani legate a causa della mancanza di una cifra piuttosto bassa e politica, comprensiva delle spese di fusione, del mio lavoro e dei miei collaboratori per realizzare le opere.Infatti, al di fuori dei circuiti ad alto livello dell’artworld economico, politico, mercantile e mediatico, anche cifre modeste divengono difficilmente reperibili per finanziare un lavoro scultoreo in materiali pregiati – bronzo e marmo – così come era richiesto dal committente.La commissione, anche se prestigiosa, era definitivamente compromessa per motivi, così pareva, unicamente economici. Fu solo per ragioni squisitamente interiori che dopo qualche tempo di silenzio contattai per lettera, e poi telefonicamente, l’Arciprete Rettore del Capitolo Mons. Micheletti. Gli proposi allora di procurare io stesso la sponsorizzazione delle opere e gli chiesi se fosse ancora interessato a collocarle in Basilica. In questo caso, avrei per prima cosa affrontato il problema dell’altare e dell’ambone a cui più tenevo. In data Roma, 16 dicembre 2008, ricevo la lettera che attendevo: “le confermo che questa Basilica è lieta di accettare l’opera da lei ideata con la consulenza teologico-pastorale di Padre Angelo Pavesi…”.Risolto fortunosamente il problema della sponsorizzazione, cominciai subito allora il modellato al vero dell’altare e dell’ambone."

Chi sarà mai l'alto funzionario vaticano incontrato dall'artista nel 2008 che ebbe modo di intendersi con lui sul fare arte sacra oggi? Si tratterà forse dell'Abate Zielinsky, vice presidente della Pontificia Commissione per i Beni Culturali, che ha partecipato con un suo contributo alla "inaugurazione" dell'opera?

Ad ogni modo, oggi la Via Crucis è già collocata. Tutti attendono con ansia la collocazione di altare e ambone (posso dire la mia? Di pessimo gusto!). Personalmente attendo ancora che la Chiesa si dia da fare in questo campo. Anche quella legata all'arte e all'architettura sacra è terra di "nuova evangelizzazione", non lasciamola nelle mani di qualche mecenate indiano!

Una Via Crucis al Pantheon "Anche per i non cristiani"


Il complimento più originale, racconta, glielo ha fatto il custode del Pantheon che all' inaugurazione di ieri mattina, guardandosi intorno indifferente, ha esclamato: «Oh, adesso sono tornati i bronzi!». Lo scultore Federico Severino sorride, ci sono lavori che anche per l' artista più affermato suonano come una consacrazione, e certo il compito di creare una Via Crucis in una delle architetture più celebri del mondo era di quelli da far tremare i polsi: un' opera d' arte contemporanea nella Basilica di Santa Maria ad Martyres, il tempio che l' imperatore Adriano aveva fatto edificare per tutti gli dèi olimpici (i famosi bronzi) e nel VII secolo divenne poi una chiesa cristiana. Una sfida fantastica, però: e viene in mente quello che Benedetto XVI, consacrando a Barcellona la Sagrada Familia di Gaudí, ha indicato come «uno dei compiti più importanti» del nostro tempo: «Superare la scissione tra coscienza umana e coscienza cristiana, tra esistenza in questo mondo temporale e apertura alla vita eterna, tra la bellezza delle cose e Dio come Bellezza». L' opera è stata commissionata dall' arciprete e rettore, monsignor Daniele Micheletti, e dal Capitolo dei canonici per i 1.400 anni dalla consacrazione a chiesa del Pantheon. E le quattordici stazioni - formelle bronzee di 80 centimetri per 80 - poste sulle lesene della rotonda, più l' ambone a rappresentare la Risurrezione (l' altare, ancora in attesa del nulla osta della Soprintendenza, è in mostra nella Basilica di San Vitale) sono state ideate, in una collaborazione tra lo scultore e il teologo don Angelo Pavesi, proprio «per incuriosire e parlare alle diverse culture, non solo agli spettatori cristiani». Di qui la scelta di rappresentare la Via Crucis «non in modo narrativo ma simbolico, allusivo». E quindi la Croce, l' agnello, il serpente e le suggestioni medievali ma anche «il pavone, immagine di immortalità nella simbologia bizantina e in quella precristiana orientale», oltre ai riferimenti veterotestamentari come il piccolo Isacco che, reggendo una fascina, accompagna Gesù verso il Calvario. Curiosità: il mecenate che ha finanziato l' opera è un collezionista indiano di religione induista: «Tanto per dire la situazione che c' è in Italia», sospira Severino. «L' arte cristiana deve trovare il suo sostentamento altrove...»

Copyright "Corriere della Sera"

lunedì 29 novembre 2010

IL PAPA E L'EBRAISMO IN "LUCE DEL MONDO"



Formazione e importanza dei rapporti con l'ebraismo pp.122-123

La Sua elezione a 265esimo Capo della Chiesa universale fu accolta con particolare entusiasmo dalle organizzazioni ebraiche. Secondo Israel Singer - allora Presidente del Congresso Ebraico Mondiale - Joseph Ratzinger, quando era Prefetto della CDF, aveva gettato le fondamenta per una avvicinamento fra le due religioni e ha "cambiato in senso positivo la storia bimillenaria dei rapporti fra Ebraismo e Cristianesimo."
Lei è stato il primo Papa a invitare un Rabbino a parlare di fronte al Sinodo dei vescovi. Ha sospeso il processo di beatificazione di un sacerdote francese al quale erano stati attribuiti discorsi antisemiti. Ha visitato più sinagoghe di qualsiasi altro Papa. Il quotidiano "Suddeutshche Zeitung" scrisse allora: "Egli riconosce l'origine ebraica del Cristianesimo come mai nessun altro Papa prima di lui".
Inoltre, il Suo primo atto quale Successore di Pietro è stata una lettera alla comunità ebraica di Roma. Si trattò di un gesto simbolico che voleva essere indicativo di una nota dominante del Suo Pontificato?


Senza dubbio. Devo dire che sin dal primo giorno dei miei studi teologici mi è stata in qualche modo chiara la profonda unità fra Antica e Nuova Alleanza, tra le due parti della nostra Sacra Scrittura. Avevo compreso che avremmo potuto leggere il Nuovo Testamento soltanto insieme con ciò che lo ha preceduto, altrimenti non lo avremmo capito. Poi naturalmente quanto accaduto nel Terzo Reich ci ha colpito come tedeschi e tanto più ci ha spinto a guardare al popolo d'Israele con umiltà, vergogna e amore.
Nella mia formazione teologica queste cose si sono intrecciate ed hanno segnato il percorso del mio pensiero teologico. Dunque era chiaro per me - ed anche qui in assoluta continuità con Giovanni Paolo II - che nel mio annuncio della fede cristiana doveva essere centrale questo nuovo intrecciarsi, amorevole e comprensivo, di Israele e Chiesa, basato sul rispetto del modo di essere di ognuno e della rispettiva missione.

Il Suo predecessore definiva gli ebrei "nostri fratelli maggiori" mentre Lei parla di "Padri nella fede".

L'espressione "fratello maggiore", già utilizzata da Giovanni XXIII non è particolarmente bene accolta dagli ebrei perché nella tradizione ebraica il "fratello maggiore", ovvero Esaù, è anche il fratello abietto. La si può comunque utilizzare perché esprime qualcosa di importante. Ma è giusto che essi siano anche nostri "Padri nella fede". E forse quest'ultima espressione descrive con maggiore chiarezza il nostro rapporto.


La preghiera del Venerdì Santo pp. 154-155

D'altro canto, la decisione (di liberalizzare la Messa Antica) ha provocato una controversia relativa alla preghiera del Venerdì Santo per la conversione degli ebrei contenuta nella Messa Antica. Jacob Neusner, Rabbino di New York nonché storico, ha difeso questa preghiera spiegando che essa "rientra nella logica del monoteismo". Anche gli ebrei praticanti pregherebbero tre volte al dì affinché un giorno tutti i non ebrei invocheranno il nome di JHWHs.
Infine nel febbraio 2008, Lei ha riformulato il testo della preghiera. Può comprendere le argomentazioni dei suoi critici?

In primo luogo sono molto grato al signor Neusner per quello che ha detto perché è veramente utile. In secondo luogo, questa preghiera non riguarda la liturgia con il nuovo messale, ma soltanto le ristretta cerchia di coloro che utilizzano il messale antico. Quindi nulla si è modificato della liturgia in generale. Comunque, a quel punto, anche nella antica liturgia mi è sembrato necessario un cambiamento. Infatti, la formula era tale da ferire veramente gli ebrei e di certo non esprimeva in modo positivo, la grande, profonda unità fra Vecchio e Nuovo Testamento. Per questo motivo ho pensato che nella liturgia antica fosse necessaria una modifica, in particolare, come ho detto, in riferimento al nostro rapporto con gli amici ebrei. L'ho modificata in modo tale che vi fosse contenuta la nostra fede, ovvero che Cristo è salvezza per tutti. Che non esistono due vie di salvezza e che dunque Cristo è anche il Salvatore degli ebrei, non solo dei pagani. Ho inteso anche evitare che non si pregasse direttamente per la conversione degli ebrei in senso missionario, ma perché il Signore affetti l'ora storica in cui noi tutti saremo uniti. Per questo gli argomenti utilizzati da una serie di teologi contro di me sono avventati e non rendono giustizia a quanto fatto.


Viaggio in Terrasanta e missione comune con Israele pp.179-181

Il suo viaggio in Terra Santa era previsto per il mese di maggio del 2009, quindi in mezzo alla bufera provocata dal caso Williamson. Si guardava a quel viaggio con grande preoccupazione. Eppure, proprio come a suo tempo era accaduto con il viaggio in Turchia - che si era svolto mentre infuriavano le polemiche sul "Discorso di Ratisbona" - la visita in Terra Santa ebbe un esito sorprendente. L'ambasciatore israeliano presso la Santa Sede, Mordechay Lewy, affermò che grazie a quel viaggio i rapporti erano molto migliorati. E citò un versetto dal Libro dei Giudici: "Dal forte è uscito il dolce".

La tensione con Israele non era uguale a quella registrata in Germania, con Israele c'è sempre stato un rapporto di fiducia reciproca. Israele sa che il Vaticano appoggia Israele, appoggia l'ebraismo nel mondo, sa che noi riconosciamo gli ebrei come nostri padri e fratelli. Per me è stato molto commovente l'essere ricevuto con tanta cortesia dal Presidente Peres che è una grande personalità. Egli stesso porta un ricordo doloroso: suo padre fu imprigionato in una sinagoga che poi fu data alle fiamme. Mi ha incontrato con grande disponibilità, sapendo che lottiamo per valori comuni , per la pace e per la costruzione di un futuro nel quale l'esistenza di Israele ha un ruolo importante .
In generale l'ospitalità è stata squisita. Direi che forse ero troppo protetto. La protezione accordatami è stata imponente. Ma in Israele abbiamo potuto celebrare due grandi liturgie eucaristiche all'aperto, cosa che a Giovanni Paolo II non era stata possibile. La prima si è svolta a Gerusalemme, la seconda, molto commovente, a Nazaret, sul Monte del Precipizio. E' stata una manifestazione grande e visibile di fede cristiana nello Stato di Israele.
E poi naturalmente tocca sempre il cuore visitare i luoghi dell'Annuncio, quello della Natività, quello della Crocifissione, il Sepolcro. Lì ho potuto incontrare anche le altre comunità cristiane. Sono state tutte esperienze grandi e commoventi. Infine ho visitato anche la Giordania e i territori palestinesi, e ho instaurato un rapporto molto cordiale con il Re di Giordania e con tutta la Casa reale. Mi ha donato più di cento bottiglie di acqua del fiume Giordano da utilizzare per l'amministrazione dei battesimi.
Nei Territori Autonomi Palestinesi ho avuto un incontro che mi ha impressionato: ho incontrato bambini, i cui genitori sono prigionieri in Israele. Così abbiamo visto anche l'altro lato del dolore; emergendo così in generale un ampio panorama di dolore, da entrambe le parti.
Risulta dunque chiaro che con la violenza non si risolve nulla, che l'unica soluzione è la pace e che deve essere fatto tutto il possibile affinché entrambe le parti possano vivere insieme pacificamente in quella terra martoriata.



Sul caso Williamson pp.174-175

Se avesse saputo che fra quei vescovi (consacrati da Lefebvre ndr) ve ne era uno che negava l'esistenza delle camere a gas naziste, avrebbe firmato la revoca di scomunica?

No. Si sarebbe innanzitutto dovuto separare il caso Williamson dagli altri, ma purtroppo nessuno di noi ha guardato su internet e preso coscienza di chi si trattava.

Ma prima di revocare una scomunica non si dovrebbero passare alla lente di ingrandimento le persone e il loro cambiamento di vita, a maggior ragione se si tratta di una comunità che, a causa del suo isolamento, ha avuto uno sviluppo discutibile, sia dal punto di vista teologico, sia da quello politico ?

E' giusto affermare che Williamson è una figura particolare in quanto non è mai stato cattolico nel senso proprio del termine. Era anglicano e dagli anglicani è passato direttamente a Lefebvre. Significa che non ha mai vissuto in comunione con tutta la Chiesa universale, in comunione con il Papa.


LEGGENDO "LUCE DEL MONDO"... - Parte Prima


di Francesco Colafemmina

Ho appena finito di rileggere "Luce del mondo", il libro intervista di Papa Benedetto XVI. Proporrò quindi una serie di brevi considerazioni divise in tre parti. Ad ogni parte seguirà una sorta di florilegio dei pensieri del Santo Padre.


Chiusa l'ultima pagina la sensazione finale è che "Luce del mondo", il libro intervista di Benedetto XVI non sia tanto indirizzato ai cattolici, quanto al "mondo" che porta già nel titolo. Forse i lettori di notizie ecclesiali sul web e sulla stampa, coloro che leggono i discorsi del Papa e le sue encicliche non vi troveranno nulla di nuovo, e non resteranno stupiti nell'apprendere che il messale è "il libro liturgico per il rito cattolico romano" (così si legge in nota a p.155), ma potranno trovarci nondimeno fatti e realtà della Chiesa dibattuti negli ultimi anni. Si deduce pertanto che la funzione del volume è chiaramente apologetica. Difendere il Papa, difendere la Chiesa e riabilitarle entrambi agli occhi del mondo, affinché il mondo guardi con maggiore fiducia al Cattolicesimo e non abbia paura di abbracciare il Vangelo.

La funzione coincide dunque con quell'intento di promuovere una "nuova evangelizzazione" di cui aveva parlato Mons. Fisichella il giorno della sua presentazione in Vaticano. Una evangelizzazione che deve partire questa volta non direttamente dal Vangelo ma da colui che lo annuncia e dall'istituzione in cui Cristo vive, ossia il Papa e la Chiesa. Abbattere i muri del pregiudizio, ridurre le distanze del disagio causato dall'impatto tragico degli scandali pedofili, recuperare la fiducia del mondo, delle istituzioni, degli uomini di cultura, dei lettori credenti e non credenti di questa terra: questo è l'obiettivo di "Luce del mondo". Non è detto, tuttavia, che a questo obiettivo corrispondano analoghi risultati.

Il tono dell'intervista lo si intuisce dalla citazione del salmo 53, 1-5: "lo stolto pensa: 'Dio non c'è'. Sono corrotti, fanno cose abominevoli: non c'è chi agisca bene..."

Una citazione emblematica che focalizza già il discorso sulla questione degli abusi sessuali da parte di alcuni membri del clero, forse uno dei più grandi scandali mediatici che abbiano mai colpito la Chiesa Cattolica. Il volume si articola in tre parti: la prima dedicata ad una analisi dei "Segni dei Tempi" (ossia la crisi del clero, la crisi economica, e la crisi della fede); la seconda parte riguarda più specificamente la figura del Pontefice (notevoli i passaggi in cui Papa Benedetto racconta la sua elezione e il rapporto con Islam e Ortodossia); la terza parte passa ad affrontare le prospettive per il futuro, senza mai dimenticare le posizioni della Chiesa sui temi considerati più scottanti (in verità tali da almeno 60 anni): il sacerdozio femminile, il celibato, la comunione per i separati... Molto belle le pagine finali dedicate ai Novissimi e alla Parusia del Signore.

Ripeto, che il libro sia dedicato principalmente a non cattolici lo si comprende sin dall'inizio. Il Papa deve spiegare chi è e cosa fa il Successore di Pietro, deve anche spiegare cosa significa essere Vicario di Cristo ("se nel mio intimo accolgo e vivo la fede di questa Chiesa, se parlo e penso a partire da questa fede, allora quando annuncio Lui, parlo per Lui, anche se è chiaro che nel dettaglio possono sempre esserci delle insufficienze, delle debolezze" - p.22). Giunge persino a parlare delle dimissioni di un Pontefice come di un fatto quasi scontato (p.53 "Ci si può dimettere in un momento di serenità, o quando semplicemente non ce la si fa più...").

Le parole ricorrenti tendono ad essere improntate talvolta ad un lessico internazionale, come nel caso dell'espressione "diritti umani": "Il mio predecessore, in quanto grande antesignano della lotta per i diritti umani, per la pace e per la libertà, ha sempre trovato anche grande consenso. Sono temi tuttora validi. Oggi soprattutto il Papa ha il dovere di battersi ovunque per il rispetto dei diritti umani, come intima conseguenza della fede nel fatto che l'uomo è creato ad immagine e somiglianza di Dio e che ha una vocazione divina. Il Papa ha il dovere di lottare per la libertà, contro la violenza e contro le minacce di guerra." pp.39-40).

I giudizi del Papa sulla questione pedofilia sono oltremodo chiari e netti: punire i colpevoli, rifuggire da ogni forma di omertà, occuparsi delle vittime, evitare che si ripetano i crimini. Da notare che il Papa spiega la ragione per cui ha evitato di ripetere ogni cinque minuti il suo dolore e il suo sgomento per quanto accaduto, oltre alla richiesta di perdono rivolta alle vittime: "Penso che tutto l'essenziale sia stato detto; perché quello che è stato detto per l'Irlanda non valeva solo per l'Irlanda. In questo senso le parole della Chiesa e del Papa sono state udite in modo assolutamente chiaro, inequivocabile e ovunque." (p.52).

Anche l'analisi delle cause di questi abusi è oltremodo chiara e profonda. Il Papa non nasconde che il problema è nato con l'abolizione tacita della disciplina nei seminari a partire dagli anni Sessanta: "Dominava la convinzione che la Chiesa non dovesse essere una Chiesa di diritto, ma una Chiesa dell'amore; che non dovesse punire. Si spense in tal modo la consapevolezza che la punizione può essere un atto d'amore" p.47.

Nell'affrontare il tema della crisi economica globale, il Papa ricorre a profonde argomentazioni filosofiche il cui obiettivo è armonizzare etica cattolica ed etica umana. In parole povere la coscienza del potere distruttivo che attualmente l'uomo ha a disposizione grazie alla scienza e alla tecnica, dovrebbe indurre l'umanità a cercare una espansione "etica" del proprio potenziale, affinché quel potere sia incanalato sulla strada della sopravvivenza dell'uomo, del rispetto del creato, della preservazione della vita (pp.79-74).
Sono temi già sviluppati nell'enciclica Caritas in Veritate, in particolare quello racchiuso in questa frase del Papa: "Cosa possiamo fare? A fronte della minaccia incombente, tutti ormai si sono resi conto che è necessario fare scelte di ordine morale".

Il Papa passa quindi ad affrontare la questione che da molti anni gli sta a cuore: la "dittatura del relativismo". Il rapporto fra fede, verità e tolleranza già elaborato in una famosa raccolta di saggi da Joseph Ratzinger, viene attualizzato alla luce dei più recenti fenomeni causati dalla globalizzazione e dalla perdita di riferimenti culturali. Da notare il riferimento del Papa ad una vera e propria "nuova religione" che in nome della tolleranza vorrebbe soppiantare il Cristianesimo: "C'è il pericolo che la ragione, la cosiddetta ragione occidentale, sostenga di avere finalmente riconosciuto ciò che è giusto e avanzi così una pretesa di totalità che è nemica della libertà. Credo necessario denunciare con forza questa minaccia. Nessuno è costretto ad essere cristiano. Ma nessuno deve essere costretto a vivere secondo la 'nuova religione' come fosse l'unica e vera, vincolante per tutta l'umanità" pp.82-83.

E' però a pagina 98 che Papa Benedetto rivela il senso di questo libro intervista, assieme ad una delle strategie da lui promosse perché il mondo secolarizzato possa ritornare ad aprirsi alla fede (concetto già espresso in altri termini nel famoso "cortile dei gentili"): "Spesso Colui che viene è stato presentato con formule senz'altro vere che però sono insieme inerti. Esse non riescono più a penetrare nel contesto della nostra vita e spesso ci risultano incomprensibili. Oppure accade anche che questo Colui che viene è totalmente svuotato, falsificato in quanto ridotto a generico topos morale dal quale non viene niente e che non significa niente. Dobbiamo quindi cercare di dire veramente l'essenziale come tale, ma di dirlo con parole nuove. Per Jurgen Habermas è importante che esistano teologi capaci di tradurre il tesoro della loro fede in modo tale che esso, nel mondo secolarizzato, riesca a diventare parole per questo mondo. Lui magari lo intenderà in maniera un po' diversa da noi, ma ha ragione quando dice che l'interno processo di traduzione delle grandi parole nei termini e modi di pensare del nostro tempo è avviato, ma non è ancora del tutto riuscito." pp.97-98.

Questo approccio tuttavia parte da un dato di fondo storicistico e sociologico (Habermas la chiamava "sociologizzazione della storia"): i gruppi culturali creano un proprio linguaggio e il linguaggio della cultura dominante colonizza gli altri linguaggi. Se le culture ristrette sono in grado di adattare il proprio linguaggio sopravvivono, sennò sono destinate ad estinguersi. Così la pensa - e sto semplificando di molto - Habermas. Chiaramente se applichiamo questo discorso al Cristianesimo entriamo nell'errore dello storicismo: la Chiesa in quanto cultura dominante del passato ha visto permanere il suo linguaggio per secoli, perché era "dominante" e non perché quel linguaggio fosse intrinsecamente vero. Oggi però lo deve adattare alla modernità se vuole proseguire il suo annuncio. Così facendo per prima cosa si crede che l'espressione, il linguaggio culturale cattolico sia prodotto di un'epoca, dunque mera forma espressiva e non unione di contenuto e struttura formale. In secondo luogo si rischia, adattando il "linguaggio" della Chiesa al mondo secolarizzato, di snaturarlo e di perderne per sempre il contenuto, perché sarà vero che ciò "potrà riuscire soltanto se gli uomini vivranno il Cristianesimo a partire da Colui che viene", tuttavia perché si viva a partire da Cristo, bisogna essere radicati nel mondo logico di Cristo. Il logos non è insomma una struttura culturale, è di più, è Cristo stesso.
Tantopiù che il linguaggio del mondo contemporaneo non è nato per un autonomo rinnovamento, bensì perché il mondo è stato permeato di logiche e linguaggi alieni al Cristianesimo, anzi in lotta aperta con esso.

Dopo averci rassicurati sull'inutilità del Concilio Vaticano III, senza però deludere coloro che in futuro se l'aspettano ("Abbiamo avuto in totale più di venti concili, prima o poi sicuramente ce ne sarà un altro. Al momento non ne vedo le condizioni" p.100), il Papa passa poi a descrivere la sua missione di Successore di Pietro....

Fine prima parte


mercoledì 24 novembre 2010

"LUCE DEL MONDO"... BUIO FRA I FEDELI...


di Francesco Colafemmina

Difendere il Papa è un nostro dovere di Cattolici, far finta di non aver capito le sue parole è pura ipocrisia.

Sul condom il Papa aveva le idee molto chiare quando ha rilasciato la sua intervista a Seewald, ed è ridicolo, oltre che preoccupante, che un coro di osanna si sia levato da una parte all'altra del mondo (cattolico e non). E' preoccupante che nessuno abbia avuto il coraggio di dire ciò che effettivamente è accaduto: il Papa ha supportato, con cautela, la teoria ABC ed ha ripetuto frasi che - solo qualche anno fa - trovavamo in bocca al Cardinal Daneels e a qualche ribelle sacerdote della Conferenza Episcopale Spagnola.

Mi riferisco ai due casi più simili ed emblematici in merito alla questione. Il primo caso riguarda le dichiarazioni rilasciate alla BBC nell'ottobre del 2003 dalla buonanima del Cardinal Alfonso Lopez Trujillo, allora Presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia. Il Cardinal Trujillo, suscitando naturalmente lo sdegno mondiale, osò affermare che il condom non poteva essere considerato un efficace mezzo per prevenire l'AIDS e che l'unico indirizzo preventivo della Chiesa Cattolica è costituito da: astinenza, castità e fedeltà matrimoniale.

Apriti cielo! Le cataratte mediatiche si aprirono e rovesciarono sul Cardinale fiumi e fiumi di stereotipate accuse rivolte alla Chiesa Cattolica: retrogradi, ignoranti, assassini (perché non prevenite il contagio in Africa) etc. etc.

Tuttavia le voci del dissenso non mancarono nel seno stesso del Collegio Cardinalizio e si incarnarono nelle parole del Cardinal Daneels, l'allora primate del Belgio, recentemente coinvolto nei casi di copertura di molti abusi pedofili perpetrati dal clero. Affermò in quell'occasione Daneels: "E' un' iniziativa deplorevole, non spetta a un cardinale parlare delle virtù di un prodotto. Non so se le sue valutazioni siano attendibili".


"Affermare che una persona che rifiuta di astenersi dal sesso casuale dovrebbe usare un profilattico non significa nè condonare il suo comportamento, nè condonare il profilattico in sé, così arguiscono alcuni teologi; significa solo incoraggiarla ad assumersi qualche responsabilità morale per le vite degli altri.
Il Cardinale Godfried Danneels, Arcivescovo di Bruxelles, lo ha detto in gennaio affermando: "se una persona infetta da HIV ha deciso di non rispettare l'astinenza, allora deve proteggere il suo partner e lo può fare - in questo caso - usando il profilattico." Fare altrimenti, ha aggiunto, "significherebbe violare il 5° comandamento" ossia non uccidere."

Queste parole del Cardinal Daneels, sono praticamente identiche - ripeto - identiche, a quelle che abbiamo sentito pronunciare recentemente da tutti i difensori della posizione espressa dal Papa a Seewald. L'unica differenza è costituita dal limite posto dal Papa: ossia solo per i prostituti maschi attivi (limite poi allargato a prostitute, e transessuali). Tuttavia proprio su quest'ultimo punto i difensori ad oltranza delle parole riportate nel libro intervista di Seewald, dovrebbero ricordare le parole del Vescovo Filippino, Mons. Oscar Cruz il quale, solo a febbraio di quest'anno, di fronte alla distribuzione di condom gratuiti da parte del governo agli "operatori sessuali" (prostituti e affini) ha proposto l'abolizione della prostituzione!

Le parole di Daneels suonarono allora come una sfida del progressismo alla Chiesa. Furono d'altra parte precedute da una lunga chiarificazione del Cardinal Trujillo che è ancora leggibile sul sito della Santa Sede, datata 1 dicembre 2003.

Tra le tante ragioni portate da Trujillo vi è la seguente: "La Chiesa Cattolica ha ripetutamente criticato i programmi che promuovono il condom come mezzo del tutto efficace e sufficiente per la prevenzione dell’AIDS. Le diverse Conferenze Episcopali in tutto il mondo hanno espresso la loro preoccupazione riguardo a questo problema. I Vescovi Cattolici del Sud Africa, del Botswana e dello Swaziland categoricamente considerano «la diffusione e la promozione indiscriminata dei condom come un’arma immorale e sbagliata nella nostra battaglia contro l’HIV/AIDS per le seguenti ragioni: l’uso del condom è contrario alla dignità umana; i condom tramutano il bellissimo atto di amore nella ricerca egoista del piacere, respingendo ogni responsabilità; i condom non garantiscono la protezione contro l’HIV/AIDS; i condom possono essere perfino uno dei motivi principali di diffusione dell’HIV/AIDS. A parte la possibilità che i condom possano essere difettosi o usati in modo sbagliato, essi contribuiscono al venir meno dell’autocontrollo e del rispetto reciproco»".

Aggiunge quindi il Cardinale una citazione del neo-Cardinale Elio Sgreccia: "Un altro moralista italiano, Elio Sgreccia, attualmente Vescovo e Vice Presidente della Pontificia Accademia per la Vita, ha scritto che le campagne basate solo sulla libera distribuzione dei preservativi «possono diventare non soltanto fallaci, ma controproducenti e incoraggianti… nell’abuso della sessualità; in ogni caso risultano prive di contenuti veramente umani e di responsabilizzazione globale della condotta»".

Naturalmente il Papa nell'intervista a Seewald, non ha negato quanto sopra affermato da Trujillo, ma ha proposto il ricorso al condom quale "male minore" e lo ha identificato in ben due passaggi come "l'inizio di una moralizzazione": ossia se un prostituto/a o un trans mettono o fanno mettere il condom iniziano a convertirsi e a responsabilizzarsi... Parole difficili da comprendere perché piuttosto "ambigue". Dunque ecco tutti che cercano di conciliare l'inconciliabile: il condom non è una soluzione etica, ma in certi casi rappresenta l'avvio verso una moralizzazione!

Un altro caso clamoroso accadde nel 2005. Il 18 gennaio 2005 infatti, il Segretario della Conferenza Episcopale Spagnola, p. Juan Antonio Martìnez Camino (nominato poi vescovo da Papa Benedetto), incontrando il ministro della sanità Elena Salgado, affermò che "i preservativi hanno un ruolo nella prevenzione integrale e globale dell'AIDS" avallando inoltre la strategia ABC (Astinenza, Fedeltà, Preservativo). Ci fu grande agitazione nei Sacri Palazzi e l'uscita di Camino fu smentita, ritrattata, riportata entro i confini dell'etica cattolica. Ma il colpo fu comunque piuttosto duro.

Ora, a questo link potete trovare un elenco di altri casi di Cardinali e Vescovi che hanno tentato di incrinare la risposta del Cattolicesimo all'uso del condom, nell'ambito della prevenzione del virus HIV.

Sorvolo su tutte le uscite dell'antipapa Cardinal Martini, già dal 2006 impegnato nel sovvertimento delle posizioni cattoliche in tema di bioetica, e vengo a questi giorni ricchi di turbamento e confusione.

Oggi si è aggiunta un'altra nube al cielo cattolico già ingrigito dalla tempesta del condom, con la rivelazione che secondo il Papa "l'evoluzione ha generato la sessualità per la riproduzione". Sarà anche una frase estemporanea, detta con la precauzione di un "si potrebbe dire, volendosi esprimere in questi termini". Purtuttavia il Papa "ha voluto esprimersi" in questi termini e "ha potuto dire" che "l'evoluzione ha generato la sessualità". Non ha detto infatti: "se ci dovessimo esprimere secondo il lessico laicista e scientista, dovremmo dire che l'evoluzione avrebbe generato la sessualità"!

Detto questo qual è il senso delle mie riflessioni? Molto semplicemente che non ho letto neppure in un commento al volume "Luce del Mondo" parole ponderate e riflessioni anche critiche. Nonostante il Papa stesso abbia circoscritto in maniera esemplare il senso dell'infallibilità, ciononostante, tutti sembrano affrontare le dichiarazioni contenute ne "La luce del mondo" come se si trattasse di articolazioni, certo più domestiche e colloquiali, dell'infallibilità di Pietro.

Così tutti i commenti a "Luce del Mondo" vanno dall'untuosa adulazione papale alla causidica eviscerazione delle ragioni per cui il Papa non avrebbe cambiato di una virgola la morale cattolica in tema di uso del condom e prevenzione dell'HIV. Leggo entusiasmi di destra e di sinistra, critiche furibonde a quei quattro pruriginosi che si sono concentrati solo sul condom, esaltazioni del Papa da parte di Pannella e dell'ONU, ma non di Nichi Vendola, deluso dalle sue parole sull'omosessualità (tra un cambiamento e l'altro Vendola si aspettava anche questo...).

Ho letto di parole piuttosto forti del Papa su Williamson, un vescovo dal Pontefice considerato mai cattolico "nel senso proprio del termine", ma "passato direttamente dall'anglicanesimo a Lefebvre" proprio quando è il Papa stesso ad aver istituito l'ordinariato anglicano (persino per preti già sposati)! E leggo ancora che il Papa non gli avrebbe mai tolto la scomunica se avesse saputo del suo negazionismo (come se il negazionismo fosse diventato un vero e proprio "dogma di fede").

Che dire poi di queste parole del Papa: "Israele sa che il Vaticano appoggia Israele, appoggia l'ebraismo nel mondo, sa che noi riconosciamo gli ebrei come nostri padri e fratelli"?

Nessuno tuttavia ha espresso un giudizio più cauto, si è chiesto l'opportunità di questo genere di libri, nei quali il tono colloquiale misto all'autorevolezza del Papa, può generare corti circuiti presso i fedeli e autorizzare interpretazioni erronee, estreme, maliziose di ogni sua parola. Nessuno ha storto il naso e si è domandato il senso delle varie palinodie del Pontefice su una serie di temi, da Ratisbona al caso Williamson, e al condom... Anzi tutti hanno riconosciuto in queste palinodie, il valore di una profonda autocritica.

Nessuno insomma si è chiesto a cosa serva questo libro-intervista. A cosa serva per i cattolici e per i non cattolici. Le risposte potrebbero essere molto più interessanti di quanto immaginiamo...

Intanto posso solo testimoniare a tutti i lettori che fior di sacerdoti, docenti di teologia morale, cattolici irreprensibili e semplici uomini della strada vagano nella più totale confusione. Anzi, sono più semplicemente "sbigottiti" e si appellano alla Congregazione per la Dottrina della Fede (che stando ad indiscrezioni non avrebbe avuto nulla da eccepire in merito al contenuto del libro). Se nessuno fa nulla per confermare le loro granitiche certezze (ripeto - parliamo di cattolici seri, fedeli al Papa più di qualche Vescovo o Cardinale ribelle), minate da certe ambiguità di fondo del testo di quel libro-intervista, se nessuno si preoccupa di loro, ma di compiacere l'intero teatrino mediatico del quale inevitabilmente questo libro è diventato protagonista, cosa accadra?

Per ora non ci resta che pregare.

lunedì 22 novembre 2010

PERCHE' SULLA QUESTIONE DEL CONDOM NON MI SENTO UN IMBECILLE


di Francesco Colafemmina

Mentre ormai i media di mezzo mondo si affrettano ad annunciare il “cambio di rotta” di Papa Ratzinger e le sue benevole aperture all’uso del condom, aggiungendo, magari nel sottotitolo “solo in casi particolari”, la maggior parte dei fedeli cattolici è confusa e in preda ad una serie di domande finora rimaste senza risposta.

La prima domanda, la più importante, nasce dalla memoria di quelle affermazioni del Papa che tanto scandalo suscitarono fra i media nel marzo del 2009, in occasione del viaggio apostolico in Cameroun e Angola. Disse allora Benedetto XVI a un giornalista francese che gli domandava se la posizione della Chiesa in materia di lotta all’AIDS fosse irrealistica e inefficace: “Io direi il contrario. Perché la realtà più presente e più efficiente nella lotta contro l’Aids è proprio la Chiesa cattolica. Con i suoi movimenti, con le sue diverse realtà. Penso alla Comunità di Sant’Egidio che fa tanto, visibilmente e invisibilmente nella lotta; penso a Camilliani e a tutte le suore che sono a disposizione dei malati. Direi che non si può superare questo problema dell’Aids solo con soldi, pur necessari, ma se non c’è l’anima, se gli africani non aiutano, non si può superare con la distribuzione di preservativi, che al contrario aumentano il problema. La soluzione può essere solo duplice. La prima: umanizzazione della sessualità, cioè rinnovo spirituale umano che comporta nuovo modo di comportarsi l’un l’altro e secondo una vera amicizia soprattutto verso le persone sofferenti, e una disponibilità anche con sacrifici e rinunce personali per essere vicini ai sofferenti. E questi sono i fattori che aiutano e che portano con sé veri e visibili progressi. Perciò direi, questa nostra duplice forza: è di rinnovare l’uomo interiormente e di dargli forza spirituali e umane per un comportamento giusto nei confronti del proprio corpo e di quello dell’altro, e questa capacità di soffrire con i sofferenti che rimane presente nelle situazioni di prova. Questa mi sembra la giusta risposta della Chiesa e così offre un contributo grandissimo e importante e ringraziamo tutti quelli lo fanno”.

Dunque nel marzo del 2009 i “preservativi” per il Papa “non superano il problema dell’AIDS, ma al contrario lo aumentano”.

In sostanza il Papa proponeva una “umanizzazione della sessualità”, ossia un percorso di recupero di una sessualità sana e non libertina o promiscua, incentivata dall’esistenza di uno strumento di prevenzione che consente di fare ciò che si vuole, senza aver neppure il timore del contagio. Questo in sintesi il senso del discorso del Papa di allora. Discorso che il Pontefice ha ribadito anche nell'intervista Seewald, tranne aggiungere questo passaggio:


"Papa: Ci può essere una fondamento nel caso di alcuni individui, come nel caso di prostituti maschi che usino il preservativo, quando questo può essere un primo passo nella direzione di una moralizzazione, una prima assunzione di responsabilità, sulla strada del recupero della consapevolezza che non tutto è consentito e che non si può fare ciò che si vuole. Ma non è davvero il modo di affrontare il male dell'infezione da HIV. Questo può basarsi solo su di una umanizzazione della sessualità.

Seewald: Sta dicendo, allora, che la Chiesa cattolica non è del tutto contraria in linea di principio all'uso dei preservativi?

Papa: La Chiesa ovviamente non lo considera come una soluzione reale o morale, ma, in questo o in quel caso, potrebbe essere ciononostante, nell'intento di ridurre il rischio di infezione, un primo passo di un movimento verso un modo diverso, un altro modo umano, di vivere la sessualità."

Dunque la prima domanda è: Cosa è cambiato da allora, perché se nel 2009 il “preservativo aumentava il problema dell’AIDS”, oggi dovrebbe costituire, pur “in questo o in quel caso” “un primo passo verso un modo umano di vivere la sessualità"?

La seconda domanda è legata al senso dell’esempio portato dal Pontefice nella sua intervista con Seewald: il prostituto maschio. In base a cosa un prostituto maschio che si presume peraltro attivo e omosessuale – e chiedo venia ai lettori se mi addentro in tali osceni dettagli – dovrebbe non dico ascoltare il consiglio “moralizzatore” del Pontefice, ma essere nella condizione morale di una "moralizzazione" nel momento stesso in cui compie un peccato mortale? Se infatti c’è una platea di persone per le quali il messaggio del Papa può avere un senso, questa platea è costituita da cattolici. E si presume anzitutto che un prostituto sodomita non sia cattolico, in secondo luogo che ogni prostituto maschio sia edotto sulle tremende conseguenze di un contagio, conseguenze che alla comunità omosessuale sono note da decenni, tanto da aver sbandierato ai 4 venti la necessità dell’uso del condom per la prevenzione e giammai la castità. Finora a propugnare l’idea della castità c’era soltanto la Chiesa Cattolica, e adesso?

La terza domanda è invece connessa a ciò di cui non si parla nell’intervista del Papa e che invece è stato sempre argomento dibattuto anche fra Cardinali e uomini di Chiesa negli ultimi anni: l’uso del preservativo all’interno di coppie sposate dove uno dei coniugi sia affetto da HIV. Perché mai dovrebbe essere un primo segno di moralizzazione l’uso del preservativo fra edonisti invertiti che si prostituiscono e si fanno sodomizzare (di questo ahimè stiamo parlando) e non la concessione dell’uso del condom fra un marito e una moglie che non possono vivere la sessualità senza rischiare il contagio? Con ciò non voglio sostenere la causa di coloro che sono a favore di quest’ultima ipotesi, bensì evidenziare l’enormità della differenza sul piano morale fra i due casi citati e il rapporto fra affettività e sessualità.

Come definire la concessione dell’uso del condom a un prostituto e non a una coppia di coniugi cattolici peraltro impossibilitati a procreare senza trasmettersi il virus tra di loro e all’eventuale concepito?

La quarta domanda la rivolgo senza alcuna presunzione, ma da semplice cattolico non adulto, ai grandi geni della comunicazione dell’Osservatore Romano: Che necessità c’era di pubblicare una anticipazione sul libro intervista del Papa, decontestualizzando il senso delle sue risposte, non citandole per intero, non citando le domande di Seewald, e soprattutto cambiando il termine “prostituto” in “prostituta”?

E aggiungo: Quanto dovremo attendere per un mea culpa, un passo indietro, insomma una presa d’atto dell’errore commesso?

La quinta domanda la rivolgo invece a tutti coloro per le mani dei quali è passato questo testo in Vaticano: Possibile che nessuno in Segreteria di Stato, alla LEV, nessun traduttore, nessun segretario, nessun “comunicatore” della Santa Sede si sia accorto del rischio di un fraintendimento, di una distorsione, insomma di una – legittima da un lato e maliziosa dall’altro - semplificazione mediatica, insito in quella risposta del Santo Padre?

Ciò detto, è evidente che siamo dinanzi ad una nuova strategia mediatica che prende di mira il Papa. Mentre prima il Papa, affermando che “il preservativo non è una soluzione all’AIDS, ma anzi aumenta il problema” si era attirato la rabbia mediatica e lobbistica mondiale, oggi affermando che “in questo o quel caso può rappresentare un primo passo verso un modo umano di vivere la sessualità” si è attirato la benevolenza e l’apprezzamento mediatico e lobbistico mondiale. Mentre ieri ci si affannava a ribadire che il Papa non aveva detto nulla di nuovo, ma affermato che la prevenzione dell’AIDS deve consistere “nell’educazione alla responsabilità delle persone nell’uso della sessualità e nel riaffermare il ruolo essenziale del matrimonio e della famiglia” (nota di padre Lombardi del 18 Marzo 2009), oggi se si affermasse che il Papa non ha aperto ai condom, ma ha fatto un esempio estemporaneo, si rischierebbe il linciaggio mediatico per l’intero establishment della Chiesa Cattolica.

D’altra parte nella frase che ha fatto scalpore, quella del “in questo o in quel caso” non sappiamo di quali casi si tratti, sappiamo solo che uno dei casi è quello di un prostituto maschio attivo (si presume omosessuale).

Sintetizzo per chi non abbia capito. Non si tratta di fare dell’ipocrita moralismo, né di evitare cinicamente di guardare alla devastante realtà della malattia. Si tratta piuttosto di quella necessità che ogni fedele cattolico e spessissimo qualche laico ha di guardare alla Chiesa come all’unico garante di una sessualità fondata sulla famiglia e volta alla riproduzione del genere umano, una sessualità che parta sempre dall’amore fra un uomo e una donna e dalla loro responsabilità. E quando si parla di “condom” sia pure in casi particolari, sia pure per pura prevenzione, si entra immediatamente in temi di morale sessuale, perché il movens è sessuale, la radice volitiva della copulazione (eterosessuale o omosessuale) è l’elemento cardine della questione. L’intenzione di chi mette il condom non è salvaguardare la salute del prossimo, ma usare il prossimo quale strumento di piacere.

Anche se il nostro mondo su questo tema ci presenta le più astruse aberrazioni, anche se il peccato de sexto è forse il più incontrollabile, il più comune, il più diffuso e quello che genera d’altro canto più ipocrisie e moralismi specie fra cattolici, non per questo siamo pronti ad accettare la pur minima crepa in quell’insieme di etica, antropologia e teologia che è costituito dalla ostracizzata e sempre vituperata morale sessuale della Chiesa.

Una minima fessura, sia pure involontaria e creata ad arte su tre quattro parole del Pontefice rischia di intaccare l’intero edificio. Rischia di confondere i fedeli, rischia di far pregustare al mondo una resa della Chiesa su questo tema che non vogliamo, non possiamo e non dobbiamo accettare.

Per tutte queste ragioni da cattolico piccolo piccolo, da peccatore, figliol prodigo, pubblicano, da ultimo mendicante la misericordia del Signore, ritengo che la Chiesa Cattolica debba al più presto fornire risposte forti e chiare su questi interrogativi. Il Papa sicuramente non ha detto ciò che i media gli han messo in bocca, pur tuttavia urge come non mai un definitivo chiarimento dottrinale che non dovrà temere la rabbia del mondo, ma affrontarla col coraggio della testimonianza che ogni cattolico custodisce nella sua fede.


N.B. il titolo del post è ispirato a questo commento di Massimo Introvigne, studioso e giornalista da me sommamente stimato, ma di cui non condivido parte delle riflessioni odierne.

AGGIORNAMENTO: Il Papa, interpellato ieri da padre Federico Lombardi sul riferimento all'uso del preservativo che fa nel libro-intervista "Luce del mondo", ha chiarito che non importa se sia "maschile o femminile, la cosa importante", ha riferito il portavoce vaticano, è che usare il preservativo in alcuni casi sia "il primo passo di responsabilità nel tenere conto della vita, evitare di dare un rischio grave all'altro, e questo per uomo, donna o transessuale è lo stesso".

Ancora più confusione! Profilattico sì per prostituti, prostitute e transessuali e non per coppie sposate con un coniuge affetto da HIV... tutto ciò è piuttosto strano... Ricordiamo le battaglie di Don Oreste Benzi contro questa dottrina della "riduzione del rischio", meritoriamente proseguite dall'Associazione Papa Giovanni XXIII!


domenica 21 novembre 2010

TRADUZIONE DELL'INTERO PASSAGGIO SUI CONDOM TRATTO DA "LUCE DEL MONDO"


In occasione del Suo viaggio in Africa a marzo 2009, la politica del Vaticano in materia di AIDS, ancora una volta è diventata bersaglio delle critiche dei media. Il venticinque per cento di tutte le vittime dell'AIDS in tutto il mondo è oggi curato in strutture cattoliche. In alcuni paesi, come il Lesotho, per esempio, la statistica è del 40 per cento. In Africa lei ha dichiarato che l'insegnamento tradizionale della Chiesa si è dimostrato l'unico modo sicuro per fermare la diffusione dell'HIV. I critici, inclusi coloro che provengono dai ranghi stessi della Chiesa, obiettano che è una follia proibire a popolazioni con alto rischio di contagio di usare il preservativo.

La copertura mediatica ha del tutto ignorato il resto del viaggio in Africa a causa di una singola affermazione. Qualcuno mi aveva chiesto perché la Chiesa cattolica adotta una posizione irrealistica e inefficace in materia di AIDS. A quel punto, mi sono sentito davvero provocato, perché la Chiesa fa più di chiunque altro. E io parto da tale affermazione. Perché essa è l'unica istituzione che assiste la gente da vicino e concretamente, attraverso la prevenzione, l'educazione, aiuti, consigli, e accompagnamento. E perché essa non è seconda a nessuno nel trattamento di tanti malati di AIDS, soprattutto dei bambini affetti da AIDS.

Ho avuto la possibilità di visitare uno di questi reparti e di parlare con i pazienti.Questa è stata la vera risposta: la Chiesa fa più di chiunque altro, perché non parla dal tribunale dei giornali, ma aiuta i suoi fratelli e sorelle laddove effettivamente soffrono. Nel mio intervento non stavo facendo una dichiarazione generale sulla questione del preservativo, ma ho semplicemente detto, e questo è ciò che ha causato una così grande offesa, che non possiamo risolvere il problema attraverso la distribuzione di preservativi. Molto resta ancora da fare. Dobbiamo stare vicino alla gente, dobbiamo guidarla e aiutarla, e lo dobbiamo fare prima e dopo che si sia contratta la malattia.

È un dato di fatto, si sa, le persone possono comunque ottenere preservativi quando li vogliono. Ma questo dimostra soltanto che il preservativo da solo non risolve la domanda stessa. Deve avvenire dell'altro. Nel frattempo, nello stesso ambito secolare si è sviluppata la cosiddetta Teoria ABC: Abstinence, Be Faithful, Condom, dove il preservativo è inteso solo come ultima risorsa, quando gli altri due punti non riescono a funzionare. Ciò significa che la fissazione assoluta sul preservativo implica una banalizzazione della sessualità, che, dopo tutto, è proprio la fonte pericolosa di quell'atteggiamento che non fa più vedere la sessualità come espressione di amore, ma solo come una sorta di droga da somministrare a se stessi . Per questo motivo la lotta contro la banalizzazione della sessualità è anche parte della lotta per garantire che la sessualità sia considerata come un valore positivo e consentirle di avere un effetto positivo su tutto l'essere dell'uomo.

Ci può essere una fondamento nel caso di alcuni individui, come nel caso di prostituti maschi che usino il preservativo, quando questo può essere un primo passo nella direzione di una moralizzazione, una prima assunzione di responsabilità, sulla strada del recupero della consapevolezza che non tutto è consentito e che non si può fare ciò che si vuole. Ma non è davvero il modo di affrontare il male dell'infezione da HIV. Questo può basarsi solo su di una umanizzazione della sessualità.

Sta dicendo, allora, che la Chiesa cattolica non è del tutto contraria in linea di principio all'uso dei preservativi?

La Chiesa ovviamente non lo considera come una soluzione reale o morale, ma, in questo o in quel caso, ci potrebbe essere ciononostante, nell'intento di ridurre il rischio di infezione, un primo passo di un movimento verso un modo diverso, un altro modo umano, di vivere la sessualità.


Commento di Francesco Colafemmina

E' evidente che l'Osservatore Romano ha commesso un memorabile errore pubblicando un estratto decontestualizzato e con una parolina cambiata al femminile (prostituta e non prostituto) e focalizzando l'attenzione rapace dei media. Tuttavia, a mio parere, rimangono forti dubbi e perplessità in merito all'ultima risposta del Pontefice. Dopo aver affermato che non si tratta di una soluzione "reale o morale", accenna ad "un primo passo di un movimento verso un modo diverso di vivere la sessualità". Chiaramente dubito che il Pontefice pensi che il condom costituisca il primo passo verso un "modo umano di vivere la sessualità". Anche perché prima della risposta di Seewald ha contrapposto il ricorso al condom all' "umanizzazione della sessualità". Che qualcuno abbia manomesso il periodo della risposta del Papa con una erronea punteggiatura?
Ad ogni modo resta difficile giustificare l'uso dei condom nel caso di prostituti maschi e non nel caso di prostitute femmine infette o di coppie sposate con uno dei due coniugi infetto. E resta difficile comprendere come - in linea di massima - il rifiuto del condom inteso come mezzo per favorire un rapporto sessuale non volto alla riproduzione ma al mero piacere, possa essere invece giustificato nel caso della prostituzione (maschile o femminile che sia). Solo nel caso della prostituzione maschile avrebbe un senso la riflessione largamente "pratica" e non strettamente "etica" del Pontefice (per quanto ci sia sempre l'implicazione etica nel non attentare, pur in stato di peccato, alla vita di colui con cui si pecca). Ma si attendono ancora chiarimenti dalla Sala Stampa della Santa Sede.
Sarà che un intervista non è un trattato di etica, tuttavia è proprio la forza semplificatrice dell'intervista che rischia di trasformare una riflessione del Papa nello sdoganamento dell'uso dei condom. Si richiederà dunque un chiarimento dottrinale?



"Allo stesso tempo il Papa considera una situazione eccezionale in cui l’esercizio della sessualità rappresenti un vero rischio per la vita dell’altro. In tal caso, il Papa non giustifica moralmente l’esercizio disordinato della sessualità, ma ritiene che l’uso del profilattico per diminuire il pericolo di contagio sia “un primo atto di responsabilità”, “un primo passo sulla strada verso una sessualità più umana”, piuttosto che il non farne uso esponendo l’altro al rischio della vita. In ciò, il ragionamento del Papa non può essere certo definito una svolta rivoluzionaria.
Numerosi teologi morali e autorevoli personalità ecclesiastiche hanno sostenuto e sostengono posizioni analoghe; è vero tuttavia che non le avevamo ancora ascoltate con tanta chiarezza dalla bocca di un Papa, anche se in una forma colloquiale e non magisteriale.
Benedetto XVI ci dà quindi con coraggio un contributo importante di chiarificazione e approfondimento su una questione lungamente dibattuta. E’ un contributo originale, perché da una parte tiene alla fedeltà ai principi morali e dimostra lucidità nel rifiutare una via illusoria come la “fiducia nel profilattico”; dall’altra manifesta però una visione comprensiva e lungimirante, attenta a scoprire i piccoli passi – anche se solo iniziali e ancora confusi - di una umanità spiritualmente e culturalmente spesso poverissima, verso un esercizio più umano e responsabile della sessualità."

Notate che Lombardi non precisa alcunché riguardo alla faccenda del "prostituto"!

PRESENTAZIONE DE "IL MISTERO DELLA CHIESA DI SAN PIO" A FIRENZE


Venerdì 26 Novembre
Ore 18.00

Sala Giotto - Chiostro di Ognissanti - Ingresso da Via Borgognissanti, 42

Presentazione del volume
"Il Mistero della chiesa di San Pio"

Coincidenze e strategie esoteriche all'ombra del grande Santo di Pietrelcina

di Francesco Colafemmina
Edizioni Settecolori

Interverranno:

Stefano Borselli (direttore de "Il Covile")
Arch. Pietro Pagliardini (curatore del blog "De Architectura")
l'autore Francesco Colafemmina

Siete tutti invitati a partecipare!



giovedì 18 novembre 2010

RISPOSTA A DON GIORGIO DE CAPITANI


Risposta all'articolo di don Giorgio de Capitani dal titolo "Liturgia della Chiesa, specchio di Umanità":


Caro don Giorgio,

ho letto oggi il tuo articolo nel quale poni delle domande importanti a me e agli organizzatori del sito Messainlatino.it . Credo che le tue riflessioni siano in parte fondate e meritino delle risposte. Partiamo dalla "messa in latino".

Saprai anche tu meglio di me che il problema non è linguistico. Almeno non lo è per me. La riforma liturgica non ha infatti solo concesso la celebrazione nelle lingue vernacole, ma ha mutato il senso della liturgia stessa. Perché non diciamo "Agnello di Dio che prendi su di Te i peccati del mondo", ma "Agnello di Dio che togli i peccati del mondo"? Forse Cristo è uno spazzino, e i peccati li leva con un colpo di scopa? Perché non diciamo "Signore non sono degno che tu entri sotto il mio tetto..." ma "Signore non sono degno di partecipare alla tua mensa..."? Forse la liturgia della salvezza, il Santo Sacrificio incruento della messa è un banchetto imbandito in onore di Cristo?

Sai bene che molte parti della Messa sono state cambiate in maniera frettolosa ed improvvida da un (mon)signore che Paolo VI spedì in Iran perché scoprì ch'era massone. Sai anche bene che l'apprezzamento per la spiritualità della messa antica non significa in automatico ostilità verso ogni possibile riforma.

Il Papa ci insegna che la vera riforma non può prescindere dal mantenimento della fede. La liturgia non può fuggire dalla verità della fede e reinterpretarla a modo suo. Questo intende dire il Papa. Ed il Papa, quando parla di "continuità nella riforma" parla di una Messa che si può riformare senza contrapporla a quella del passato, ma avendo chiara in mente la liturgia tridentina e la sua bellezza. Dunque il Papa non intende restaurare nulla, ma riformare la liturgia che negli anni '60 fu riformata anche sulla base di istanze estranee alla liturgia come l'ecumenismo filoprotestante e il marxismo. Anche perché celebrare oggi la messa in latino non significa ripiombare nel milleseicento, ma viverla oggi, nel 2010. E non è un anacronismo, ma una scelta di libertà di piccoli gruppi di fedeli (il popolo di Dio, dunque e non la gerachia!).

Perché, tu che ti impegni tanto contro le discriminazioni, non ti stupisci quindi della discriminazione che subiscono coloro che - senza imporla a nessuno - vorrebbero poter partecipare alla messa dei grandi teologi della Chiesa (pensiamo a San Tommaso, a San Domenico), alla messa dei grandi Santi della Chiesa e dei grandi Mistici (San Giovanni della Croce, San Pio da Pietrelcina, San Francesco Saverio etc. etc.)?

La fede, quella fede "liberata" di cui tu parli ci è stata trasmessa da questi grandi Santi. E la Chiesa li ha riconosciuti tali anche senza che loro fossero necessariamente taumaturghi...
Per duemila anni una liturgia ed una lingua hanno unito l'intero ecumene cattolico, hanno favorito l'incontro degli uomini con Cristo, hanno favorito la crescita della cultura, delle arti, della scienza (con buona pace delle leggende nere massoniche su inquisizione, Giordano Bruno e compagni). Questa liturgia è una vera ricchezza della Chiesa, Chiesa intesa come Corpo Mistico di Cristo e non meramente come gerarchia. Senza questo passato non avremmo il nostro presente, perché la fede ci è stata tramandata da questa Chiesa che tu condanni, questa chiesa del passato così piena di errori e di grandi slanci d'amore, proprio come la Chiesa del presente, dove persino carità e orrori sessuali finiscono per convivere.

Quindi, in sintesi, caro don Giorgio, non te la prendere con noi che cerchiamo di non porre cesure fra la buona Chiesa del passato e la buona Chiesa del presente! Perché cerchiamo Cristo, e lo facciamo attraverso la bellezza e la liturgia. E, credimi, anche nel passato i nostri nonni lo cercavano e lo trovavano nell'antica liturgia. Mia zia che ha 90 anni, pur essendosi fermata alla 5a elementare, conosceva benissimo la messa in latino e in italiano, giacché attraverso l'azione cattolica si adoperava per insegnare a tutti i bimbi il significato di quella messa. E questo accadeva negli anni '40. Ma, vorrei poi chiederti, sei così certo che oggi tutta la gente che viene a messa, che partecipa alla liturgia perché è in italiano, capisca anche bene il senso di questa liturgia? Siamo sicuri che l'aver tradotto e stravolto la messa, ne abbia anche chiarito il senso ai fedeli?

Personalmente credo di no. E credo che sebbene l'aver tradotto la messa possa aver aiutato, ciononostante anche oggi moltissimi fedeli ripetono formule e parole di cui non comprendono il senso, o di cui comunque fraintendono il significato - spesso poco chiaro agli stessi sacerdoti, che pertanto spesso sono costretti ad agitarsi e ad inventari abusi liturgici per rinfocolare l'actuosa participatio che vedono scemare anche nel nuovo rito.

Dopo questa premessa veniamo quindi alle tue domande:

"Tornando ai siti super-liturgici quali Messainlatino e Fides et Forma (non li accosterei all’altro, fatto di dementi e fondamentalisti ciechi e ottusi: Pontifex.roma!), vorrei porre loro una domanda, semplice semplice: come fate a far finta che il mondo reale non esista? ovvero come fate a ignorare ciò che succede nel mondo reale? Mai ne parlate! Mai accennate a qualche problema esistenziale! Mai! Mai!
Sempre nel pater di polemiche stupide e noiose riguardanti le Messe in latino, giudicando da qui vescovi, come Tettamanzi, che meriterebbero ben altra considerazione. Pensate solo ai canti, all’arte liturgica, ai paramenti che - per amor del cielo! - meritano anche loro qualche attenzione, ma non nel modo ossessivo talora paranoico che vi cattura a tal punto da non accorgervi che la società va a rotoli, che è governata da farabutti e porconi, che la Chiesa è alleata con questi! A differenza vostra, Pontifex.roma non si estranea dal mondo, ma lo vorrebbe in una pazzia unica, tratta i problemi reali, ma con l’occhio del fondamentalista più blasfemo, rendendo la Chiesa ostaggio delle perversioni religiose di gente - solo alcuni per fortuna - che ha grossi problemi psichiatrici. Religiosamente parlando!
E voi, Messainlatino e Fides et Forma, non vi accorgete che, estraniandovi dal mondo reale, lo lasciate nelle mani di questi pazzi fondamentalisti che vorrebbero ridurre l’essere umano ad un puro oggetto che serve per abbellire una religione oscena?".

La tua prima domanda è "come fai a far finta che il mondo reale non esista?". Ebbene, caro don Giorgio, credo che sia giusto da parte tua mettere in evidenza l'ossessiva ripetizione di tematiche legate all'arte e all'architettura sacra, senza puntare al resto della realtà. Tuttavia, se leggessi con maggiore equanimità i miei articoli, i miei approfondimenti, le mie inchieste, ti renderesti conto che il mio obiettivo è proprio quello di stare con tutti e due i piedi saldo nella realtà!
Se apri la pagina di Fides et Forma, cosa ci trovi? Anzitutto un'inchiesta su un concorso per una nuova chiesa a Piacenza. Un concorso truccato per un appalto di 3 milioni di euro, espressione di quei giochi di interesse e potere che sempre si intrecciano nella nostra Chiesa. Naturalmente la Diocesi di Piacenza non ha risposto alla mia inchiesta...
Ci trovi poi una mia risposta a Padre Lotti, un frate Cappuccino influente a San Giovanni Rotondo che, dinanzi alle mie inchieste sulla chiesa di Renzo Piano (50 milioni di euro buttati, con la compiacenza di personaggi come Balducci...) pensa di smontare le mie riflessioni dimostrando che sarei un inetto, ma infatti dimostra solo la sua malafede.
Andiamo avanti, c'è poi una riflessione sulla Sagrada Familia, sul perché oggi le chiese non siano più in grado di esprimere il mistero e la bellezza. La mia risposta è che la riforma liturgica ha cominciato a produrre questo fenomeno. Un fenomeno umano e certo non guidato dallo Spirito Santo, che come effetto ultimo ha quello di creare enormi spese per "adeguamenti liturgici" e commissioni di chiese e opere d'arte sacra agli amici dei circoli di potere, ai grandi nomi che piacciono a Mons. Ravasi (tuo futuro Arcivescovo che ogni domenica si esibisce su Canale 5 e che in passato partecipava alle convention della banca Mediolanum).

Io sono l'unico che si prende la croce di criticare questi abomini, di denunciare l'intreccio tra mode, denaro, potere, ambizioni ecclesiastiche e compagnia cantando. Trovami un'altro che ogni giorno se la prenda con questi spreconi, con questi uomini travestiti da preti che sperperano il prezioso denaro dei fedeli per costruire enormi mausolei a se stessi o ad artisti incapaci e avulsi da ogni spiritualità cristiana!

Tu mi parli di Tettamanzi, sì del tuo Cardinale, come di una vittima di miei attacchi o di attacchi di Messainlatino.it., ma io ti rispondo: chi è che non sta coi piedi per terra? Io che denuncio l'inutile realizzazione di un nuovo Evangeliario per la Diocesi di Milano o il Cardinal Tettamanzi che butta soldi in un'inutile impresa finanziata peraltro dalla Regione Lombardia governata dal tuo nemico ciellino Formigoni?

Sì il Cardinale dona icone e libri per le famiglie disagiate, eppure investe milioni di euro in affari immobiliari... Combatte CL, ma non adotta prassi diverse da quelle della Compagnia delle Opere. Pertanto, caro Don Giorgio, a volte mi sembra che ti faccia trasportare dalla tua sacrosanta indignazione per la nostra realtà, e finisca per non vedere che la stessa indignazione anima me. E sono certo che animi anche gli amici di Messainlatino.it, amici che avendo aperto un sito dedicato alla liturgia antica non possono far altro che occuparsi di questo argomento. E lo fanno denunciando le azioni politiche, gli ostacoli ideologici che numerosi sacerdoti e Vescovi oppongono a coloro che, animati dalla pura ricerca del Signore, sentono la necessità di mettersi in comunione con il Corpo Mistico di Cristo, Vivo nel passato, nel presente e nel futuro, attraverso la liturgia più antica e quindi più vicina a tempi in cui la fede era viva e pura.

Così vorrei giungere alla tua conclusione. Tu parli di "questi pazzi fondamentalisti che vorrebbero ridurre l’essere umano ad un puro oggetto che serve per abbellire una religione oscena" cui lasceremmo spazio, non occupandoci della realtà ma idolatrando arte sacra, paramenti antichi, gregoriano e turiboli. Qui credo però che ti stia sbagliando. Di pazzi fondamentalisti ve ne sono in giro tanti e oltre a quelli che cercano di ripristinare la Santa Inquisizione, ci sono gli altri, i più occulti, che cercano di svuotare il significato della religione cattolica, che cercano di trasformare Dio in un uomo, saggio e filantropo, ma sempre e soltanto uomo. Questi uomini hanno cercato di trasformare la Chiesa ed in parte ci sono riusciti, permeandola di idolatri di ideologie del tutto estranee al cristianesimo. Ideologie che apparentemente possono apparire affini al messaggio cristiano, ma in realtà non lo sono perché restano puramente immanenti e non hanno alcun anelito verso il divino.
In sostanza, caro don Giorgio, l'obiettivo dei veri "pazzi fondamentalisti" è quello di trasformare la Chiesa in una ONG, in una grande associazione umanitaria, che sia il braccio destro del potere economico e finanziario che comanda l'umanità. Questo potere ha bisogno di una Chiesa che non si opponga ai forti, ai ricchi, alle mode, alle ideologie, ma che ci vada a braccetto, diventando strumento di controllo sociale dell'elite.

Quindi, quando io o gli amici di Messainlatino.it, ci beiamo di arte sacra, paramenti, liturgia, canti et cetera, lo facciamo perché non sono più - grazie a Dio - nella nostra società contemporanea, espressioni di potere temporale della Chiesa, esempi di esibizionismo di fasto e potere, ma al contrario sono puri doni di bellezza al Signore. E il punto non è: il Signore non ha bisogno di tutto ciò! Il punto è: l'uomo ha bisogno della bellezza, ha bisogno di contemplare una realtà che lo elevi, che lo conduca verso l'armonia, verso la percezione di quell'ordine sovrannaturale che con Cristo è entrato nella storia.
Pertanto non si tratta di esibire paramenti e ori, croci e sculture preziose, ma di dare il meglio che si ha a Cristo. E il dono spirituale dell'arte, dono di gratuità e di amore, così come la liturgia, sono espressioni di una umanità non corrotta dalle mode o dai circoli del potere, ma che, controcorrente, richiama il senso di un cattolicesimo magari d'annata, ma più sapido e prezioso di quel cattolicesimo novello, insipido e scolorito che ha ubriacato numerosi preti e Vescovi.

A questo punto vorrei farti una proposta: anche se non la pensiamo allo stesso modo, anche se in molte cose siamo su piani distinti, tuttavia credo che ne abbiamo molte altre in comune, una fra tutte è l'amore per Cristo. Io ti rispetto caro don Giorgio e ti voglio bene perché sei un sacerdote che dice apertamente quello che pensa, che cerca di esprimere a suo modo il disagio per un mondo che va a rotoli. Ma la salvezza viene solo dal Signore, lo sappiamo bene. Perciò, ti chiedo, perché non ti unisci alla mia lotta contro gli sprechi di quella parte della Chiesa che butta l'8 per mille (che non dovrebbe avere!) in colate di cemento armato, in affari immobiliari milionari, che storpia Cristo in immagini squallide, che impone ai sacerdoti lezionari scarabocchiati da quattro artisti amici di amici?

Perché non combatti con me la Massoneria che si insinua nella Chiesa, che fa l'occhiolino ai Vescovi più ambiziosi, che si serve dell'ingenuità dei sacerdoti per inserire i suoi simboli e portare la sua cultura esoterica nella vita dei cristiani?

So, caro don Giorgio, che le tue critiche nascono in fondo da un apprezzamento per ciò che facciamo, per il nostro impegno. Eppure tu pensi: "ma quanto tempo perdono questi scemi a scrivere inutili articoli?". Forse, chissà, hai ragione. Forse potremmo impiegare meglio il nostro tempo, eppure penso che il mio tempo non sia impiegato male. Perché sono tantissimi i fedeli stanchi di vedersi trattare a mo' di burattini da una Chiesa che costruisce abomini e obbliga i propri fedeli a pregarci dentro! Sono tantissimi anche i fedeli che si lamentano perché vedono i soldi delle loro offerte sprecati a finanziare gli amici degli amici, architetti, società di costruzione, artisti & co. che - fra l'altro - realizzano degli immondi sgorbi. A questi fedeli io do voce anche attraverso il mio sito.

Detto questo, caro don Giorgio, ti rinnovo l'invito a non guardarci come degli abderiti, degli stralunati che hanno sempre la testa fra le nuvole, ma come a cattolici in grado di dare un contributo alla stessa lotta che tu conduci contro l'intreccio fra potere, denaro, e una parte della Chiesa gerarchica. La Chiesa la formiamo anche noi, infatti, non solo le gerarchie. E anche il movimento legato al recupero della messa antica è un fenomeno che nasce dal basso, è un fenomeno popolare! Popolare come l'orrore per le nuove chiese multimilionarie e i nuovi sgorbi artistici...

Quindi in conclusione, mi piace citare l'incipit del Trattato dell'amor di Dio di San Francesco di Sales: "L'unione nella distinzione costituisce l'ordine; l'ordine genera l'armonia nella proporzione, e l'armonia, quando si attua nelle cose integre e complete, realizza la bellezza." Contribuiamo allora insieme a creare una Chiesa che sia bella e ordinata, unita nella distinzione, dialogando e confrontandoci, cercando di capirci fra di noi, perché se amiamo Cristo non possiamo essere divisi. Vedrai così che siamo animati dallo stesso sdegno per il mondo, ed insieme, ognuno a suo modo, cerchiamo di richiamare i cristiani a concentrare il loro sguardo sul Vangelo e sull'Eucaristia, mistero della nostra salvezza. Per farlo però abbiamo bisogno di essere in comunione con Pietro, di guardare in lui il faro che illumini le nostre coscienze. No, non è papismo di bassa lega, è solo l'invito caloroso che ti rivolgo ad amare il Papa e a non guardare con pregiudizio ai semi di saggezza che fa cadere nelle nostre anime, ma ad ammirare la sua costanza, la sua fede, la sua nobiltà d'animo, nonostante gli innumerevoli lupi che lo circondano.

Con affetto,

Francesco Colafemmina

mercoledì 17 novembre 2010

CARO PADRE LOTTI, CHI FRA NOI DUE E' IL VISIONARIO?



Un caro amico mi ha inviato questa sera una copia della risposta di Padre Luciano Lotti alla domanda di un lettore della "Voce di Padre Pio". L'articolo è pubblicato sul numero di novembre della rivista dei Frati Cappuccini di San Giovanni Rotondo. Qui potete leggere il testo di Padre Lotti. Per comodità riporto direttamente la domanda posta al mensile dal lettore Lino da Modena: "Vorrei sapere cosa ne pensate delle accuse fatte alla Chiesa di San Pio di essere un tempio massonico. Come mai, opere come quella di Francesco Colafemmina su questo argomento non hanno trovato delle risposte da parte vostra? C'è qualcosa da nascondere?".

Di seguito la mia risposta all'articolo di Padre Lotti.


Gentile Padre Lotti,

la ringrazio per la premurosa attenzione che ha voluto dedicare al mio saggio sulla chiesa di San Pio. Francamente non mi aspettavo di finire citato su "Voce di Padre Pio", ma tutto sommato, dopo il boicottaggio della presentazione del mio saggio nel Convento di San Matteo a San Marco in Lamis, dopo il boicottaggio della presentazione a San Giovanni Rotondo, dopo l'invito rivolto a un autorevole giornalista (che ebbe la malsana idea di intervistarmi) a rinunciare alla collaborazione con la vostra prestigiosa rivista, insomma dopo tutti questi atti di carità cristiana e di amore francescano, c'era da attendersi un minimo di attenzione rivolta al mio saggio sul vostro almo mensile (e, sia detto per inciso - le rappresaglie meglio rivolgerle alla mia persona piuttosto che ai miei amici!)...

Peccato però che il suo articolo, il cui scopo dovrebbe essere dimostrare la mia insipienza, la mia inadeguatezza a parlare di liturgia e arte sacra, e soprattutto la mia arroganza vanagloriosa, dimostri - al contrario - la lungimiranza delle mie riflessioni e la veridicità delle mie argomentazioni.

L'articolo infatti vorrebbe dimostrare l'inconsistenza delle mie tesi, partendo da un mio presunto errore. Aver attribuito a Robert Rauschenberg la realizzazione del tema dell'arazzo dell'Apocalisse, tema che, invece, deriverebbe dalla Tapisserie d'Angers.

La Tapisserie d'Angers

Ebbene, caro padre, a questo punto mi consenta di spiegare come stanno le cose per davvero e come le ho realmente descritte nel mio saggio. Rauschenberg è considerato uno dei padri della pop art e quello realizzato a San Giovanni Rotondo è una delle tipiche creazioni della pop art ossia un collage. Ora, anche i bambini dell'asilo sanno che i collages si fanno partendo da immagini ritagliate e composte in un ordine nuovo. Quest'ordine nuovo del ritaglio, e il metodo di assemblaggio di immagini diverse è il segno dell'artista.

Bambina prepara un collage all'asilo...

Nel mio saggio non ho mai affermato che Rauschenberg sia l'autore delle immagini dell'arazzo. Ho al contrario precisato che si tratta di un collage e che i singoli episodi sono "separati da un cerchio nero, quasi un rapido schizzo fatto a penna con tratto veloce per individuare ogni momento specifico del racconto."(p.148). Ribadisco, appena parlo dell'arazzo mi soffermo a precisare: "L’arazzo realizzato dall’artista statunitense Robert Rauschenberg, con una particolare fibra usata nell’industria aerospaziale, è un collage di episodi tratti dall’Apocalisse" (p.146). Che le cose stiano in questi termini e che Rauschenberg abbia realizzato il collage lo affermano numerose fonti ufficiali, non ultimo questo vademecum pubblicato dalla Radio Vaticana nel 2009, in occasione della visita di Papa Benedetto XVI: "La Grande vetrata è opera di Robert Rauschenberg, che per costruirla e darle la funzione progettata, ha utilizzato un tessuto Trevira, materiale nato dalle ricerche per le missioni spaziali" (p.23).

Detto questo, chiunque sia l'autore del collage, permane la veridicità di quanto da me affermato nel saggio alle pagine 149-150:

"In questa rappresentazione sacra manca infatti l’elemento principale della rivelazione di San Giovanni: il giudizio. Non un accenno è riservato al giudizio di Cristo nella sua Parusìa. Il centro dell’opera è, invece, riservato all’inseguimento della donna e del bambino da parte del drago, anzi, il drago a sette teste è esso stesso il punto focale di tutto l’arazzo. Neppure la battaglia tra San Michele e il drago è raffigurata, né si può intuire la fine di Satana, se non fosse per il fatto che la scena si sposta, immediatamente dopo, alla visione del fiume generatore di vita che sgorga dal Trono di Dio e dell’Agnello. L’arazzo, seppur concepito come un poster sintetico, un collage di scene apocalittiche, in realtà nasconde tutta l’Apocalisse per concentrarsi sulla scena più inquietante e tremenda che annuncia la guerra fra Satana e Cristo: il drago che vuol trangugiare il bambino nato dalla donna. Non i sette sigilli o le sette trombe, non i quattro cavalieri, non il giudizio, non il prosieguo della sconfitta del drago, con la nascita delle bestie. Quale senso avrebbe rappresentare scene dalle quali non si può evincere il significato profondo del libro? Come si può raffigurare l'Apocalisse, quasi fosse una lotta privata fra Cristo e Satana, nella quale l’umanità ha un ruolo marginale, se non del tutto negato? E che senso ha rappresentare la Gerusalemme celeste come una città presente già sulla terra ed anzi sovrastata dal drago?"

Un'immagine dell'arazzo di Rauschenberg a San Giovanni Rotondo
(notare i tratti neri che delimitano i pezzi del collage)

Se, infatti, prendiamo il racconto della Tapisserie d'Angers, ci rendiamo conto che qui non solo le immagini sono disposte nella corretta sequenza cronologica, ma ne appaiono anche altre che Rauschenberg a San Giovanni Rotondo ha di proposito tralasciato.

Prendiamo l'esempio dell'immagine centrale del collage: il drago rosso a sette teste. Nel mio saggio argomento che è assolutamente erroneo porre il drago a sette teste sulla Gerusalemme celeste scesa in terra.

Parte centrale dell'arazzo di Rauschenberg
(notare i tratti neri che delimitano i pezzi del collage)

Ed infatti nella Tapisserie d'Angers l'immagine del drago a sette teste "Le Dragon poursuit la femme" si trova nel Troisième Pièce, mentre l'immagine della Gerusalemme celeste è in basso al Sixième Pièce.

Il Drago insegue la donna

La nuova Gerusalemme

Oltretutto, se proprio vogliamo esser precisi, il collage ha voluto ricostruire le immagini in un'unica creazione iconografica e non in sequenze giustapposte, magari con un confusionario ed ingenuo disordine. Rauschenberg ha infatti eliminato da ogni scena l'immagine di San Giovanni che nella Tapisserie d'Angers è testimone di ogni singolo arazzo. Ha dunque trasformato il suo collage in una nuova sintesi iconografica.

Stupisce ancor più che Rauschenberg abbia sorvolato su immagini fondamentali come quella del Giudizio Finale (Sixième Pièce, secondo riquadro in basso), o quella che raffigura "Le Diable jeté dans l'Étang de feu" (Sixième Pièce, primo riquadro in basso) o quella che mostra il "Drago incatenato per mille anni" (Sixième Pièce, quinto riquadro in alto) o ancora quella che raffigura la "Caduta di Babilonia".

Satana è gettato nello Stagno di fuoco

La caduta di Babilonia

Le Bestie gettate nello Stagno di Fuoco

L'Agnello sul monte Sion

Ma forse più significativa di tutte sarebbe stata l'immagine di San Michele che uccide il Drago, immagine quanto mai appropriata in terra di Capitanata.

San Michele combatte il Drago

Invece nulla di tutto questo ritroviamo nell'arazzo di Rauschenberg. Perché?

Molto semplicemente perché Rauschenberg ha già fatto ricorso a tematiche esoteriche nel corso della sua carriera artistica, come ho ben documentato nel mio saggio. Infatti lei evita di citare le opere cui faccio riferimento, come, ad esempio, il famoso combine dal titolo Monogram. Opera che consiste in un caprone imbalsamato cui si attribuisce il titolo di Cristo (il Monogramma Costantiniano).

R.Rauschenberg "Monogram"

Allo stesso modo nel coronare con il suo arazzo l'esoterico santuario di San Giovanni Rotondo, Rauschenberg ha pensato bene di rivisitare l'Apocalisse ponendo al centro della scena il Drago a sette teste che incombe sulla Gerusalemme Celeste.

A questo punto non mi resta che ringraziarla per l'opportunità concessami di mettere ancora una volta ben in evidenza i contenuti del mio saggio, nonché l'enorme difficoltà che i Frati Cappuccini di San Giovanni Rotondo incontrano nello smontare le mie argomentazioni e soprattutto l'evidenza dei fatti relativi alle ripetute menzogne legate alla riesumazione e traslazione del corpo di San Pio. Un tema, questo, sul quale la Vostra comunità preferisce sorvolare da sempre.

Forse, caro Padre, la prossima volta prima di irridere le mie argomentazioni e di darmi del saputello arguto, farebbe bene a documentarsi come io stesso ho fatto per ben 3 anni. E di ciò, mi creda, ne sono testimoni almeno 2 Cardinali di Santa Madre Chiesa.

Forse, la prossima volta, invece di lasciare intendere che sarei "ingenuo, imprudente ed ignorante" avendo - presume erroneamente lei! - tralasciato di leggere la pagina 309 delle memorie di Fra Gerardo Saldutto, farebbe bene a rileggersi l'intero volume, scoprirebbe così che la decisione di traslare Padre Pio nella nuova chiesa, e di infilarlo nella colonna centrale della cripta, era già stata presa nel 2002! E quindi sarebbe per lei più opportuno cercare di giustificare le menzogne che durante tutto il 2008 e il 2009 sono state diffuse in merito alla traslazione del corpo di San Pio.

Se poi nel mio saggio non ho specificato che Rauschenberg si è ispirato alla Tapisserie de l'Apocalypse di Angers, non si preoccupi. Nella seconda edizione del saggio, ormai esaurito nelle librerie, provvederò a documentare anche questo aspetto che pensavo fosse già chiaro, senza tralasciare ovviamente di citare il suo articolo.

Che San Pio possa aprirle gli occhi!

In Domino Jesu

Francesco Colafemmina

P.S. Visto che ci siamo, può spiegarmi anche la storia del crocifisso di Pomodoro rimosso, in base alle disposizioni del Santo Padre?