giovedì 30 dicembre 2010

"NEL CORTILE DEI GENTILI" (quello in cui non cresce l'ortica!)


di Don Matteo De Meo

Il Pontefice Benedetto XVI, nel suo discusso intervento a Ratisbona, nel settembre del 2006, si chiese se fosse necessario e ragionevole interrogarsi su Dio per mezzo della ragione, ponendo le condizioni di una vera e propria sfida per ritrovare un’unità del sapere come condizione di dialogo, non solo per la filosofia e la teologia, ma anche per fornire all’uomo di oggi risposte alle domande di senso e di verità che inevitabilmente e in molti modi si pone, anche in una società frammentata come la nostra. “Non abbandonare la questione su Dio dell’uomo di oggi” è propriamente la sfida contenuta nella immagine biblica del “Cortile dei Gentili”. Ovvero, bisogna ricentrare lo sguardo sul nostro umano; come una questione teorica, meramente filosofica o peggio ancora, psicologica o sociale, ma innanzitutto come un dato di esperienza. Una delle intelligenze filosoficamente più logiche della modernità, Kierkegaard, diceva: “Non si diventa sensibili al Cristianesimo affrontando le grandi questioni filosofiche, cosmologiche o sociali, ma acuendo il senso della propria esistenza” (una frase citata moltissimo da De Lubac, Il dramma dell’umanesimo ateo). Per cui non avremo mai una comprensione adeguata e autentica del cristianesimo stesso, se non recuperiamo il fondo della questione. L’evento cristiano si riferisce all’uomo, nella sua concretezza, nella sua storicità, in tutta la verità della sua piena dimensione. Non all’uomo astratto, ma all’uomo concreto storico: l’uomo nella sua irripetibile realtà dell’essere e dell’agire, dell’intelletto e della volontà, dell’intelligenza e del cuore; l’uomo che ha una sua storia, la storia della sua vita, l’uomo che insieme a tanti bisogni di natura corporale e temporale ha un fondamentale bisogno, quello della verità. L’uomo è ricerca della verità, domanda di verità, cioè di senso ultimo dell’esistenza: perchè esisto?

Sono rimaste scolpite nella mia mente le parole di un giovane padre di famiglia che, colpito da una grave malattia, mi disse piangendo, sentendo ormai la sua morte imminente: “..io ho un infinito desiderio di vivere e di essere felice, dimmi allora...perchè devo morire?...” Qual’è allora il senso profondo del mio vivere, del mio amare, del mio soffrire, del mio nascere, del mio morire? La verità è un forte grido che l’uomo sente dentro il suo cuore, che ritrova ogni momento nel suo cuore e che lo porta già oltre sè. La domanda stessa che nasce è irresistibile, è drammatica, e costituisce il tessuto profondo della vita. L’uomo non ha bisogno di verità, è il bisogno di verità; l’uomo non ha un senso religioso ma è il suo senso religioso. L’esistenza della domanda dimostra che l’uomo non ha in sè le risorse per rispondere a questa domanda. Questa domanda lo porta oltre sè, è una “inquietudine del cuore”, come dice s. Agostino. L’uomo che si stupisce di fronte alla realtà, di fronte al suo umano seriamente considerato, riconosce originalmente il bisogno di capire da dove viene, qual è l’origine della sua vita e dove va, qual’è il senso profondo della sua esistenza, alla luce del quale può accettare se stesso e aprire la sua esistenza all’accoglienza degli uomini e delle cose.

Ho ricevuto una lettera, in questi giorni, di un amico biologo naturalista presso il CNR. Lo invitai qualche anno fa ad un incontro su tali questioni, come uomo di scienza e non “credente”. Vi leggo, col suo permesso, alcuni stralci:

“...Carissimo io credo che la nostra desueta amicizia (non sono mai riuscito ad intrattenere un rapporto duraturo con uomini di fede dopo un pò mi hanno sempre caritatevolmente scaricato) sia per me quel “cortile dei Gentili” di cui parli nel tuo saggio. Non solo un immagine, quindi, ma una realtà, un luogo umano...! E di questo ti sono grato! ... Anch’io non condivido molto delle posizioni di quel mio collega che tu citi spesso nel tuo saggio ma in un suo scritto mi ci ritrovo molto e, in un certo senso, il suo contenuto è emblematico del nostro rapporto: “.... Sdraiato sull’erba con il mento appoggiato sulle mani, all’improvviso il bambino percepì il groviglio di gambi e radici, una foresta in miniatura, un mondo trasfigurato di formiche, coleotteri…..La microforesta d’erba parve dilatarsi e diventare tutt’uno con l’universo e con la mente. Il bambino sentì quella bellezza come un’emanazione di Dio e per questo alla fine abbraccio il sacerdozio. In un’altra epoca in un altro luogo un bambino contemplava le stelle, Orione, Cassiopea e l’Orsa maggiore,si fa commuovere dalla musica inaudita della Via Lattea, inebriare dal profumo notturno delle campanule, di un giardino africano. Il bambino sentì quella bellezza e divenne biologo. -Richard Dawkins conclude- Come mai le stesse emozioni hanno condotto il cappellano in una direzione e me in un’altra? Non è facile rispondere alla domanda”...Quanto espresso in queste poche righe da Dawkins (in The God Delusion), mi fa riflettere sul perché e cosa muove un uomo a fare delle scelte di questo tipo. Sono poi così diverse le due scelte? Molto probabilmente il confine umano che separa un uomo di fede come te, da un uomo di scienza come me che ha continuamente a che fare con fenomeni naturali (ecologia, biologia, fisica, ecc.) è molto meno lontano di quanto si pensi. Infatti, credo che abbiamo qualcosa in comune, nonostante le apparenti differenze, un grande senso religioso.

Io ho scelto la seconda strada, ma non sono in grado di dare una risposta del perché, della mia scelta. Sicuramente a condizionare la scelta è stata soprattutto la passione per le scienze naturali, e per tutto ciò che vive, per questo “misterioso” palesarsi dell’essere. Passione che ho avuto fin da quando ero bambino, tanto da diventare il mio lavoro da adulto.

L’armonioso ordine che sprigiona la natura con i suoi fenomeni, mi rinvia ad grande sacralità di ogni forma di vita, dalla più semplice alla più complessa, e ciò mi riempie sempre di stupore... L’osservazione della natura, delle sue leggi, della sua vita, presuppone un atteggiamento profondamente religioso.

Giovanni Paolo II nella lettera enciclica circa i rapporti tra fede e ragione scriveva:

“La fede e la ragione sono come le due ali con le quali lo spirito umano si innalza verso la contemplazione della verità”.

Io spesso, per lavoro devo osservare e studiare animali, dalla forma strana come ostriche, cozze, vongole, molto lontano dall’immagine stereotipata, che abbiamo degli animali; osservandoli mi meraviglio stupito, che questi sono creature che respirano, mangiano, e si riproducono. Un’analoga riflessione la faccio osservando una grande quercia, un albero da frutta, o un banale filo d’erba, che, anche se apparentemente immobili, sono vitali e pieni di energia. Tutte le forme di vita, dalla più semplice alla più complessa, sono legate da un filo comune. Vi è un ordine dietro tutto ciò, che io vedo e osservo e che mette davanti un inesplicabile mistero...

Senza dubbio l’uomo moderno, nel senso di uomo tecnologico, è sempre più distratto dal desiderio di possedere, di consumare, estendendo questo concetto anche ai rapporti umani e sociali. Possedere, manipolare, è in fondo come un allontanarsi dal dato, come un’ultima forma di superbia dell’uomo, del suo egoismo che lo rende cieco; smette di osservare e confonde il dato con le sue idee...! Ma guardando la realtà come dato, senza pretesa di possederla, (ed è quello che faccio ogni giorno nel mio laboratorio ma anche quando guardo giocare i miei figli e abbraccio mia moglie) mi chiedo da dove venga tutto ciò, ....l’essere e il suo mistero.

Sull’argomento credo che l’uomo da sempre fin dalla notte dei tempi si è interrogato. Ieri, e mi riferisco a qualche secolo addietro, l’uomo coltivava maggiormente questa riflessione. Sant’Agostino nelle sue “Confessioni” esortava gli uomini ad avere più attenzione al proprio umano <>. Oggi interrogarsi sull’uomo, sul senso del suo essere è come parlare di cose che non hanno nessun valore ed interesse, e noto con tristezza come questa distrazione dilaghi anche fra molti che si dicono credenti. Molto più interessati a ciò che sentono che a ciò che vedono. Dicono, ragionano ma hanno smesso di guardare, di osservare. Una fede che pretende di reggersi sulla forza dei ragionamenti dimenticando i fatti e l’osservazione della realtà francamente non mi interessa...è irragionevole e consentimi molto pericolosa... é irragionevole credere senza vedere ed è veramente pericolosa se non insidiosa una fede senza la ragione. E credo che sia altrettanto pericolosa una ragione che non si lasci sfidare dalla fede... Purtroppo fino a prima di incontrarti mi avevano sempre detto che la fede è questa...e molti vivono una fede così...E sinceramente non sò come si faccia a vivere una fede così. Come può esserci una connessione fra ciò che non vedo accadere, l’esperienza, e la fede. Non si può affidare la vita a qualcosa che non c’è, il cui esserci non mi si palesa. Ma dopo quanto mi hai scritto l’ultima volta, e leggendo il tuo “Cortile dei Gentili”, le cose iniziano ad assumere un contorno diverso... Ora sto iniziando a guardare ciò che ho sempre visto...Un’altro passo dentro il Mistero?...”

Ecco questo è l’uomo del Cortile dei Gentili, l’uomo che grida al Mistero come una grande incognita ma che non smette di cercarlo e che desidera che si palesi che si faccia vedere...!

L’uomo è un uomo religioso, non semplicemente nel senso che sente la necessità di conoscere un oggetto diverso da quelli che conosce normalmente, ma nel senso che l’uomo sente il desiderio di un incontro che lo riveli a se stesso, che gli faccia capire il senso profondo della sua esistenza. L’uomo incomincia come coscienza, perchè la coscienza dell’uomo è il punto in cui questo è recepito, è raccolto, è sentito, e perciò l’uomo si dispone a vivere la grande avventura della vita. La grande avventura della vita è la conoscenza di sè. Noi crediamo al Dio di Gesù Cristo perchè è il Dio che rivela totalmente l’uomo a se stesso, Cristo rivela all’uomo tutta la verità su di lui.

E di questo noi, credenti, siamo sfidati a dar ragione percorrendo e non “dribblando” i sentieri spesso nebbiosi e fumosi del Cortile dei Gentili.



Prefazione On. Mario Mauro
Postfazione Francesco Colafemmina
Edizioni Settecolori

€ 15,00 - P.200

martedì 28 dicembre 2010

CARO ANDREA, I VERI FEDELI "TRADIZIONALI" SOMIGLIANO A DON BLODBODJ!

Il Card. Canizares celebra nella forma straordinaria


Caro Andrea,

ho letto il tuo articolo sulla questione "protestantesimo tradizionalista" e francamente non l'ho condiviso. Fin qui potresti dire "e chissene..."... tuttavia la mia non-condivisione nasce dall'evidenza di fatti concreti che non puoi certo ignorare. Enrico Spitali sul blog Messainlatino ha affermato che quelle del Cardinale erano "tante parole ma pochi fatti"? E cosa c'è di strano? Quante volte tu stesso da giornalista senti vagonate di parole cui non corrisponde un minimo cenno di azione. Chi attende la "riforma della riforma" da qualche anno, con tutto il rispetto per il Cardinale, sarà pure un po' stanco di essere angariato continuamente da Vescovi e sacerdoti, trattato come un appestato e poi sentire solo tante belle parole!

Tu dici che "gli abusi sono notevolmente diminuiti", ma è evidente che non è così. Basta guardare cosa accade nell'ambito dell'arte e dell'architettura sacra, dove l'abuso si fa permanente attraverso chiese che sembrano uscite dagli incubi peggiori e altari che i bambini dell'asilo saprebbero realizzare gratuitamente... Pertanto sono il primo ad esultare con un triplo urrah! quando leggo che il Culto Divino si doterà di una sezione dedicata alla musica e all'arte sacra. Tuttavia il processo lento, metodico di Papa Ratzinger, ostacolato costantemente dall'interno, non è sempre chiaro a molti fedeli. E ciò non perché manchino di rispetto per il Papa o non si fidino di lui, ma perché sanno bene come funziona la complessa macchina vaticana.

Ma ciò che più mi accora, da cattolico che ama il Papa, è che nessuno - ripeto - NESSUNO segue l'esempio del Papa. Solo i cosiddetti preti "tradizionalisti" (ben pochi amano farsi definire così, tutti gli altri questo titolo lo sopportano soltanto!) osano porre un crocifisso sull'altare. Pochissimi fra di loro celebrano rivolti ad oriente il rito di Paolo VI, ancor meno danno la comunione in bocca e non sulle mani. E costoro sono i più riprovati dai loro Vescovi, dai Vicari e dai confratelli. E ti domando: perché nessuno segue il Papa? Perché i Vescovi che danno il buon esempio si contano sulle dita di una mano? Perché le Conferenze Episcopali dormono e si risvegliano solo quando devono incassare contributi pubblici? Perché la CEI è tanto buona e cara nel rimettere al suo posto Dino Boffo ingiustamente diffamato (ma risarcito?) da Feltri, mentre - scusa il termine - "se ne frega" di stabilire norme in grado di attuare quei cambiamenti che il Papa mette in pratica, dando l'esempio?
Perché numerosi vescovi esaltano a parole il Papa e poi edificano a suon di milioni immonde porcherie che definir abusi edilizi significa solo voler esser buoni.

E questa è solo la punta dell'iceberg. Perché se andiamo a mettere il dito nella piaga del "motu proprio" ci accorgiamo che la situazione è ancor peggiore. Sai bene, ad esempio, quanto ho dovuto penare per poter trovare una chiesa in cui celebrare il mio matrimonio more antiquo. E tu stesso hai testimoniato delle derive di un certo clero meneghino che ha costretto il segretario del Primate del Belgio a celebrare il rito antico "a porte chiuse" in una chiesa di Seregno (solo qualche settimana fa!). E sai anche quanto tempo ci sia voluto per riuscire a portare sulla scrivania del Papa le norme attuative del motu proprio. Adesso quindi con chi ce la prendiamo? Con questi "tradizionalisti", in realtà semplici fedeli benedettiani come il sottoscritto, esacerbati dalle attitudini di un clero miope e disobbediente al Papa?

Sulla questione dell' "ermeneutica della continuità" rispetto a quella della rottura ti do ragione. Ma non puoi, da fine analista qual sei, non riconoscere che questo tentativo di sobillare la rottura nel mondo "tradizionalista" proviene da certi ambienti il cui obiettivo è a mio parere semplicemente intercettare il consenso "tradizionalista", creare una frangia di intransigenti, portare scompiglio nella Fraternità San Pio X, bloccare i colloqui dottrinali e mandare definitivamente - scusa ancora il termine ultimamente in uso fra vaticanisti- "a prostitute" l'intero processo avviato benevolmente da Papa Benedetto.

Eccoci dunque giunti al centro della questione. Temo che oggi stiamo assistendo a questo tentativo, maturato grazie all'impazienza dei fedeli tradizionali, e all'inazione della Curia Romana. Il tentativo è chiaro: dipingere i tradizionalisti come dei revanscisti rabbiosi che usano il Papa quando gli fa comodo. Trattarli e dipingerli come dei bambini viziati, degli esaltati sedevacantisti, anticonciliaristi, addirittura come dei "protestanti". E guarda caso ciò accade oggi, mentre nuove realtà legate alla "tradizione" si affacciano nel mondo del cattolicesimo "regolare" (non "scismatico"). Prima era facile combattere il "tradizionalismo" identificato con la FSSPX. Oggi riesce complicato. E quindi si cerca di ghettizzare il variopinto mondo dei fedeli "gregoriani" (che seguono la messa gregoriana). Tutte comode ragioni per mettere fine ad una riforma della riforma che è cominciata istituzionalmente solo nelle messe del Papa. Perché, caro Andrea, in 5 anni non abbiamo avuto un solo documento - Summorum Pontificum escluso - che abbia cambiato fosse pure una virgola in ambito liturgico o che sia servito a bloccare i tanti abusi liturgici.

E durante questi anni, l'unico fatto eclatante è stato, come ben sai, la cacciata di Monsignor Ranjith dal Culto Divino perché considerato troppo tradizionalista. Oggi però è l'unico che cerca di attuare - a Colombo - la "riforma della riforma". Eppure il Papa non lo considera un ultra-tradizionalista perciò lo ha nominato cardinale.

In sintesi, temo che ti sia fatto distrarre dalle sirene dei commentatori del blog Messainlatino. Commentatori spesso anonimi o muniti di pseudonimi. Commentatori che in quest'ultimo periodo stanno misteriosamente virando su rotte sedevacantiste o neocon (strana alleanza). Ebbene, sebbene tu sappia che sono un po' complottista per natura, credo che dietro quei nomi si celi una chiara strategia volta a screditare il mondo "tradizionalista", a "marginalizzarlo" e, in ultima analisi, a mostrarlo come un gruppuscolo di ingrati facinorosi.

Ma i fedeli che seguono il rito antico non sono questi anonimi commentatori. Sono tanti silenziosi e devoti cattolici. Cattolici che ignorano anche la stessa esistenza di Introvigne o De Mattei, di Plinio Correa di Oliveira come di Alleanza Cattolica. Cattolici che l'esoterismo tradizionalista di questa o di quella corrente non lo conoscono nemmeno e, cosa forse ancor più grave, non lo sospettano!

Cattolici che se leggono il libro di De Mattei, non vanno comunque a rivangare chi egli sia o non sia, ma si attengono a ciò che in quel libro è scritto, alla ricostruzione storica e alle prove portate dallo storico. E se è evidente che ci furono chiari intenti "di rottura" in numerosi conciliaboli ai margini del Concilio, cionondimeno nulla vieta che oggi si possa attuare una "ermeneutica della continuità". Alcuni gruppi vollero la rottura. Erano una minoranza. La rottura c'è stata, insensibile, ma è sempre ricucibile per mezzo dell'ermeneutica della continuità.

Parliamo di cattolici, in una parola, come quel don Sebastiano Blodbodj, amico comune, che celebra secondo il rito antico "per far rinascere il senso del mistero e del sacro nel culto cattolico". Ed entrambi sappiamo bene che se oggi c'è la possibilità di celebrare secondo il rito antico, dobbiamo ringraziare non solo Papa Benedetto XVI, ma ancor più Monsignor Marcel Lefebvre. Nessuno è in grado di poterlo santificare, pure la sua disobbedienza a Pietro ha avuto un costo sulla sua coscienza, ma ha garantito continuità ai tanti frutti positivi della Fraternità San Pio X. Frutti che la Chiesa riconosce in quanto tali, perché se la Fraternità fosse un mero gruppo di gallicani incapaci di riconoscere l'autorità di Pietro, mai il Papa avrebbe revocato le scomuniche ai quattro vescovi e mai avrebbe avviato i colloqui dottrinali.

E poi se Lefebvre dobbiamo archiviarlo perché "disobbediente", cosa dovremmo dire dei tanti Vescovi rabbiosi nei confronti dei poveri fedeli tradizionali? Del neocardinal Romeo che mandò la Digos a rimuovere uno striscione messo su da giovani che seguono il motu proprio, durante il soggiorno del Papa? E che dire di Nosiglia e delle sue battaglie anti motu proprio, di cui ho parlato sul mio blog? E dei tanti vescovi d'oltralpe, che vestono in giacca e cravatta e che del Papa non vogliono sentire neanche il fiato? O preferiamo parlare delle deliranti tiritere anti riforma della riforma e anti messa gregoriana che appaiono di tanto in tanto sui siti diocesani?
Queste sono o non sono disobbedienze a Pietro?

Vorrei parlare ancora dei tanti milioni di euro che si spendono ogni anno per adeguare le chiese antiche, ma mi accorgo di essere logorroico. Perciò ti domando solo: perché nessun Vescovo applica adeguatamente Sacramentum Caritatis 69, lasciando lì dov'è il Santissimo ed evitando di porvi innanzi le sedi dei celebranti, ma tutti ignorano ciò che il Papa consiglia? Non è forse questa autentica disobbedienza?

Insomma, caro Andrea, pur se ti do ragione in merito alle derive tradizionaliste, ti invito a collocarle nella giusta cornice. Possibile che per stigmatizzare quattro commenti anonimi di quattro (o forse uno solo!) anonimi esaltati sedevacantisti (o che si vogliono far credere tali), si debba buttare a mare quanto di positivo compie, seguendo l'indirizzo di un nuovo movimento liturgico benedettiano, l'intero mondo di semplici fedeli ai quali viene affibbiato questo nomignolo spregiativo di "tradizionalisti" e che mi piacerebbe chiamare invece "gregoriani"?

E possibile che non possiamo neanche dire "a" rispetto all'inazione o ai ritardi della Curia Romana, che lascia le pecorelle del gregge "gregoriano" esposte all'irosa reazione di Vescovi e sacerdoti o allo scherno dei catechisti impegnati e dei diaconi permanenti?

Con affetto

Francesco

lunedì 27 dicembre 2010

ERMENEUTICA DELLA CONTINUITA' LITURGICA: COME LA INTENDE IL PAPA?


A seguito dell'articolo di Andrea Tornielli sulla questione del "protestantesimo tradizionalista", dell'intervista dello stesso Tornielli al Card. Canizares e delle recenti diatribe Introvigne-De Mattei vorrei proporre ai lettori una serie di considerazioni su ciò che sta accadendo alla "riforma della riforma liturgica" e alla galassia tradizionalista in Italia. Considerazioni strettamente legate anche alle questioni artistiche e arcihtettoniche, come vedremo più in là.


di Francesco Colafemmina

Come tutti ben sanno il Santo Padre parlò per la prima volta di "ermeneutica della continuità nella riforma" il 22 dicembre del 2005. Nel suo discorso alla Curia Romana, tuttavia, Benedetto non accennò mai alle questioni liturgiche, confidando in una ricezione globale del suo pensiero in merito al Concilio. Se vogliamo però comprendere meglio il senso di quanto pensa Papa Benedetto conviene riallacciarsi alla preziosa lettera pubblicata a settembre da Padre Matias Augé sul suo blog Liturgia Opus Trinitatis.

Affermava il Card. Ratzinger in questa lettera del 1999:

"Una parte non piccola dei fedeli cattolici, anzitutto di lingua francese, inglese e tedesca, rimangono fortemente attaccati alla liturgia antica, e il Sommo Pontefice non intende ripetere nei loro confronti ciò che era accaduto nel 1970, dove si imponeva la nuova liturgia in maniera estremamente brusca, con un tempo di passaggio di soli 6 mesi, mentre il prestigioso Istituto liturgico di Treviri, infatti, per tale questione, che tocca in maniera così viva il nervo della fede, giustamente aveva pensato ad un tempo di 10 anni, se non sbaglio. Sono dunque questi due punti, cioè l’autorità del Sommo Pontefice regnante e il suo atteggiamento pastorale e rispettoso verso i fedeli tradizionalisti, che sarebbero da prendere in considerazione."

Quindi anzitutto Ratzinger nell'affrontare il tema della riforma, metteva in evidenza la questione della "fretta" e dell'imposizione "estremamente brusca" di una liturgia nuova. In secondo luogo affermava:

"Mi sta però a cuore quello che riguarda l’unità del Rito Romano. Questa unità oggi non è minacciata dalle piccole comunità che fanno uso dell’Indulto e si trovano spesso trattati come lebbrosi, come persone che fanno qualcosa di indecoroso, anzi di immorale; no, l’unità del Rito Romano è minacciata dalla creatività selvaggia, spesso incoraggiata da liturgisti (per esempio in Germania si fa la propaganda del progetto “Missale 2000”, dicendo, che il Messale di Paolo VI sarebbe già superato). Ripeto quanto ho detto nel mio intervento, che la differenza tra il Messale di 1962 e la messa fedelmente celebrata secondo il Messale di Paolo VI è molto minore che la differenza fra le diverse applicazioni cosiddette “creative” del Messale di Paolo VI. In questa situazione la presenza del Messale precedente può divenire una diga contro le alterazioni della liturgia purtroppo frequenti, ed essere così un appoggio della riforma autentica. Opporsi all’uso dell’Indulto del 1984 (1988) in nome dell’unità del Rito Romano è, secondo la mia esperienza, un atteggiamento molto lontano dalla realtà. Del resto mi rincresce un po’, che Lei non abbia percepito, nel mio intervento, l’invito rivolto ai “tradizionalisti” ad aprirsi al Concilio, a venirsi incontro verso la riconciliazione, nella speranza di superare, col tempo, la spaccatura tra i due Messali."

Secondo il Cardinal Ratzinger e personalmente credo anche secondo Papa Benedetto XVI la questione è semplicissima: occorre bloccare le derive "creative" del Messale di Paolo VI e nello stesso tempo creare una nuova pax liturgica. Per fare ciò servirebbe consentire la celebrazione del rito precedente la riforma quale "diga contro le alterazioni della liturgia". Nello stesso tempo il Santo Padre sostiene la cosiddetta "riforma della riforma", espressione considerata troppo forte e minacciosa dai guardiani del Novus Ordo, ma nella mente e nel cuore del Papa utile via per una riconciliazione. Come?

Il Papa probabilmente pensa che durante la riforma liturgica furono attuate troppe trasformazioni radicali in un lasso di tempo brevissimo. Ciò generò rottura. La rottura portò alcuni gruppi di fedeli a restare ancorati alla forma più antica del rito. Si sarebbe potuta attuare una riforma più tenue e graduale. Ad esempio - e qui interpreto liberamente il Santo Padre - si sarebbe potuto mantenere l'orientamento del sacerdote al tabernacolo, come anche mantenere la lingua latina come alternativa al vernacolo utilizzabile quotidianamente. Si sarebbero potute evitare traduzioni-tradimenti, evitare le varie processioni offertoriali, lasciare le parti fisse cantate in lingua latina e greca, lasciare il canone così com'era. Invece nel giro di un decennio la secolare liturgia della Chiesa Cattolica Romana aveva completamente cambiato volto.
Pensiamo ad esempio a questioni esteriori, "formali" - come qualcuno è solito definirle - come l'abbigliamento liturgico o l'architettura e l'arte sacra. Risulta infatti tipico degli ipocriti affermare oggi che chi - come il sottoscritto - cerca di recuperare la bellezza dell'arte e dell'architettura sacra sarebbe un mero formalista, mentre proprio negli anni '70 si consumò l'esasperazione del formalismo al contrario: centinaia di migliaia di pianete distrutte, dalmatiche e piviali abbandonati in soffitta e venduti a collezionisti, paliotti miseramente disfatti, conopei strappati via dai tabernacoli, altari distrutti e chiese decostruite in nome di un pauperismo medievalizzante quanto mai ipocrita e ideologico. Quanti soldi infatti è costato recuperare spesso ridicole casule che si ritrovano in affreschi o sculture medievali, quanto distruggere le nostre chiese e ricostruire altari ideologicamente orientati al popolo? Insomma i veri formalisti furono coloro che cercarono di cambiar volto alla Chiesa non solo con la liturgia e cono lo spirito del Concilio, ma con le stesse forme esteriori.

In sintesi potremmo recuperare il pensiero più autentico di Ratzinger, attraverso le durissime parole della prefazione al volume di Klaus Gamber "La Réforme liturgique en question" del 1992:

"La riforma liturgica, nella sua concreta realizzazione, si è allontanata sempre più da questa origine. Il risultato non è stata una rianimazione ma una devastazione. Da un canto, abbiamo una liturgia degenerata in “show”, nella quale si cerca di rendere la religione interessante con l’aiuto di idiozie alla moda e di massime morali seducenti, con dei successi momentanei nel gruppo dei fabbricanti di liturgia, e una attitudine all’arretramento tanto più pronunciata presso coloro che cercano nella liturgia non lo “shomaster” spirituale, ma l’incontro col Dio vivente davanti al quale ogni “fare” diventa insignificante, essendo solo questo incontro capace di farci accedere alle autentiche ricchezze dell’essere. D’altro canto, abbiamo la conservazione di forme rituali la cui grandezza emoziona sempre, ma che, spinte all’estremo, manifestano un isolamento ostinato e alla fine non lasciano altro che tristezza. Certo, tra i due estremi rimangono tutti i sacerdoti e le loro parrocchie che celebrano la nuova liturgia con rispetto e solennità, ma vengono rimessi in discussione dalla contraddizione tra i due estremi, e la mancanza di unità interna nella Chiesa alla fine fa comparire la loro fedeltà, a torto per molti di loro, come una semplice verità personale di neoconservatorismo. Un nuovo impulso spirituale è quindi necessario affinché la liturgia sia di nuovo per noi una attività della comunità della Chiesa e che venga strappata all’arbitrio dei sacerdoti e dei loro gruppi liturgici."

Come già Romano Amerio affermava, la Chiesa non può ritorcersi su se stessa e vivere senza essere in divenire, altrimenti sarebbe già "compiuta" la sua missione nella storia. Eppure sappiamo che la Chiesa è in cammino verso Cristo, quindi la possibilità delle riforme non può essere esclusa. Tuttavia queste riforme devono accadere nella continuità, piccoli aggiustamenti, correzioni che non devono cambiare volto ad esempio all'atto liturgico o alla sua dottrina. Chiaramente perché ciò avvenga serve una "critica" della riforma liturgica. E serve a sua volta una "critica" dei movimenti, delle logiche, delle ideologie che hanno fatto approdare la Chiesa a quella specifica riforma liturgica. Si potrebbe aggiungere che servirebbe una "critica" dello stesso Concilio Vaticano II. Ma tale critica coincide con ciò che il Papa chiama "ermeneutica". Interpretare il Concilio secondo la continuità equivale infatti ad esercitare il proprio spirito critico con un chiaro indirizzo verso una interpretazione funzionale al divenire del rapporto fra il mondo e la Chiesa. Se infatti scopo del Concilio fu comunicare la Chiesa al mondo, per mondo non possiamo certo intendere qualcosa di stabile e trascendente, ma di transeunte ed immanente. Perciò questo metodo di comunicazione deve necessariamente considerarsi aperto ad ermeneutiche che ne adattino le forme al divenire del mondo contemporaneo, ma anche allo stesso dialogo della Chiesa al suo interno.

Perciò è importante il lavoro di "critica" positiva del Concilio alla luce dell'ermeneutica della continuità. E perciò credo siano pericolose le derive della rottura, specie quando provengono da ambienti (pseudo) tradizionalisti. Il tradizionalismo dovrebbe invece essere il più autentico fautore di una ermeneutica della continuità, proprio perché vive la Chiesa in senso diacronico e ne vede l'essenza nel tradere.

Dopo aver cercato di abbozzare ciò che Papa Benedetto pensa di questa ermeneutica della continuità nella riforma liturgica, veniamo ai punti dolenti. Il 22 agosto del 2009 Andrea Tornielli pubblicò un articolo ben documentato e proveniente da fonti sicure che parlava dell'approvazione da parte di Papa Benedetto di alcune "propositiones" presentategli dal Card. Canizares a seguito della plenaria del Culto Divino.
Tornielli specificava tuttavia che: "per l’attuazione della «riforma della riforma» ci vorranno molti anni. Il Papa è convinto che non serva a nulla fare passi affrettati, né calare semplicemente direttive dall’alto, con il rischio che poi rimangano lettera morta. Lo stile di Ratzinger è quello del confronto e soprattutto dell’esempio." Ciò non bastò comunque a causare una violenta reazione in Vaticano. Il vice direttore della Sala Stampa, p. Ciro Benedettini, smentì nominatim (fatto inaudito per un vaticanista!) l'anticipazione di Andrea Tornielli. Ma ancor più grave fu l'affermazione del Card. Bertone contenuta in una intervista all'Osservatore Romano il 27 agosto 2009: "Le altre elucubrazioni e i sussurri su presunti documenti di retromarcia sono pura invenzione secondo un cliché standardizzato e ostinatamente riproposto."

Questa ostilità evidente di alcuni ambienti curiali è bastata a frenare un processo chiaro e inequivocabile di "riforma della riforma". Ed ha ancor più tentato di mettere in discussione la professionalità di un eccellente vaticanista, colpevole soltanto di aver rivelato una notizia importante e da diffondere e sostenere.

Allora nessuno, ma dico proprio nessuno, emise un pur fievole flatus vocis, per sostenere l'autenticità del documento firmato dal Papa, difendere il Papa e Andrea Tornielli e promuovere la necessità della "riforma della riforma". Tant'è che pochi giorni fa, nell'intervista a Il Giornale, il Cardinal Canizares, pur ribadendo in sostanza alcuni degli argomenti presenti in quel documento dell'aprile 2009, si è sentito in dovere di sorvolare o meglio archiviare il termine "riforma della riforma":

Da cardinale Ratzinger ave va auspicato una «riforma della riforma» liturgica, parole oggi impronunciabili persino in Vaticano. Appare però evidente che Benedetto XVI la desideri. Può parlarcene?
"Non so se si possa, o se con venga, parlare di "riforma della riforma". Quello che vedo assolutamente necessario e urgente, secondo ciò che desidera il Papa, è dar vita a un nuovo, chiaro e vigoroso movimento liturgi co in tutta la Chiesa."

Pertanto che fine ha fatto la "riforma della riforma"? Ha solo cambiato nome? E chi sono i suoi sostenitori fuori dalla Curia Romana? Forse i tradizionalisti? O il Papa è piuttosto solitario nella sua silente battaglia per ridare dignità alla liturgia? Qui si inserisce infatti il problema della recente strumentalizzazione - a mio parere - del tradizionalismo, nel tentativo di far deragliare la "riforma della riforma", di mantenere in una sacra nicchia isolato e represso il rito antico in chiave anti "riforma della riforma", e di far infine trionfare tutte quelle forze che auspicano una rinnovata ghettizzazione dei fedeli che seguono la forma straordinaria, e la deregulation nell'ambito del novus ordo.


Fine prima parte - Segue "Tradizionalismo: cos'è? E come è nato?"

sabato 25 dicembre 2010

BUON NATALE!


A tutti i lettori di Fides et Forma i miei migliori auguri di Buon Natale!




P.s.: per tutti coloro che mi hanno inviato gli auguri via mail ci tengo a far sapere che il server del mio indirizzo email è fuori uso da due giorni. Pertanto se non siete riusciti ad inviare mails o a ricevere le mie risposte è per problemi tecnici! Rinnovo comunque a tutti i miei auguri, nella speranza che il Natale possa davvero convertire i cuori di tutti coloro che hanno in odio il legame fra arte, tradizione e fede: Cristo incarnatosi in una grotta più di 2000 anni fa possa illuminarli sul valore di una tradizione e del legame fra incarnazione e forme artistiche che tanto si adoperano a distruggere.

Francesco Colafemmina

P.s. 2: qualcuno è in grado di dirmi chi sia l'autore dell'orrido dipinto che sovrasta il Santo Padre nel video del discorso rilasciato alla BBC? La pala (ha due ante richiudibili) raffigura due angeli che mettono in azione un meccanismo celeste rappresentato dalla cinta dello Zodiaco (si vedono i simboli dei Pesci, Toro, Ariete e Bilancia). All'interno di questo "motore" ci sono i pianeti e i loro satelliti e un uomo e una donna stilizzati che si abbracciano. Che roba è questa e perché nel presentare il Papa alla BBC hanno voluto utilizzare questo sfondo?

giovedì 23 dicembre 2010

FIDES CATHOLICA


di Francesco Colafemmina

Invito tutti i lettori a leggere con attenzione il blog "Fides Catholica", gestito dai Francescani dell'Immacolata e ricco di informazioni e approfondimenti pubblicati sulla rivista omonima. In particolare potrete trovare commenti e resoconti in merito al recente convegno sul Concilio Vaticano II organizzato a Roma dagli stessi Frati. Vi segnalo soprattutto questo contributo di Padre Paolo M. Siano, nonché la sintesi dell'intervento di Mons. Brunero Gherardini.

Grazie ai Frati Francescani dell'Immacolata per la loro costante opera a favore di una corretta ermeneutica del Concilio e di una retta formazione liturgica.


martedì 21 dicembre 2010

ECCO COME NON BISOGNEREBBE ADEGUARE UNA CHIESA CATTOLICA!



di Francesco Colafemmina

Che il caso di San Nicandro Garganico sia unico per coraggio, coerenza e positiva risposta dei fedeli, credo sia piuttosto evidente. Anche perché nel resto d'Italia si continua ad adeguare antiche chiese cattoliche seguendo i soliti trend: spostamento dell'altare nel transetto, coinvolgimento di architetti fantasiosi e artisti innamorati del design.
La chiesa si trasforma quindi in un cantiere sperimentale per deturpare con l'arte contemporanea un luogo sacro, dissacrarlo e porlo in costante conflittualità dialettica tra antico e nuovo, fra forme della tradizione e insignificanti ghirigori dell'antiestetica contemporanea.


Guardiamo l'esempio della chiesa di San Giacomo Maggiore a Sedrina (Bergamo). Qui si è attuato l'ultimo scempio del radicalismo chic. Un adeguamento liturgico affidato ad un mecenate, architetto e costruttore bergamasco, detentore di una sterminata collezione di opere d'arte contemporanea, Tullio Leggeri. Del Leggeri e del suo metodo mecenatistico si parlò qualche tempo fa persino sul Sole 24 Ore. E l'architetto in quell'occasione si vantò di non aver mai superato i 70.000 euro nell'acquisto di un'opera della sua collezione. Quest'ultima vale ormai svariati milioni di euro, ma sappiamo anche bene che il problema delle connessioni fra finanza, arte contemporanea e bolla speculativa è reale e rischia di dar forma ad una nuova anti-estetica drogata dalla finanza internazionale e dagli aspetti comportamentali tipici di una nuova categoria di ricchi, desiderosi di elementi in grado di renderli riconoscibili al mondo, come appunto le opere d'arte contemporanea.

Conviene, a tal proposito, rammentare la riflessione sviluppata con profondità e brillante vigore da Donald Thompson nel suo volume "Lo squalo da 12 milioni di dollari. La bizzarra e sorprendente economia dell'arte contemporanea". Secondo Thompson - economista che analizza con spietato realismo il mondo del "contemporaneo" - quello della nuova arte antiestetica è un semplice mercato, un mercato che viene generato da una élite di acquirenti, collezionisti, galleristi, tutti più o meno milionari, che foraggiano una mandria di artisti le cui opere vedono crescere le proprie quotazioni, gonfiando pertanto le tasche dei loro mecenati. Il tutto con la compiacenza di critici ed esperti del settore per i quali Thompson ha le parole più toccanti e commoventi: "E’ frustrante vedere qual è il ruolo dei critici della nostra cultura. E’ come lavorare come pianista in un bordello: non hai il minimo controllo su ciò che accade al piano di sopra".

Ad ogni modo, tornando alla chiesa di Sedrina vediamo come il magnifico Leggeri ha gestito l'adeguamento liturgico (da gran competente di arte sacra qual è!). Coadiuvato dall'architetto Guglielmo Renzi (il cui sito web vi accoglie con un'inquietante stauetta bicefala...), Leggeri si è avvalso degli artisti Mario Airò e Stefano Arienti.

Domanda: si sono mai costoro occupati di arte sacra?
Risposta: no.




Veniamo al progetto: stiamo parlando - come al solito - dello spostamento dell'altare nel transetto. In questo caso l'altare è costituito da una piattaforma in vetro, con decorazioni tipo discoteca o bar del quadrilatero della moda di Milano, sormontata da un cubo in pietra sulla cui lato frontale c'è un decoro tipo merletto di Burano o meglio "centrino della nonna".
L'ambone è invece un immondo parallelepipedo di lamiera dorata con dei ritagli sui bordi, ritagli che in realtà sono contorni di lettere greche dal Vangelo di San Giovanni.

Questa spazzatura infilata nel cuore di una antica chiesa andrebbe data alle fiamme, se solo fosse in grado di ardere! Al meglio, la si potrebbe spostare in un disco lounge del bergamasco, e trasformare l'altare nel banco su cui servire cocktails a base di Vodka e Red Bull o piuttosto in cubi sui quali qualche pulzella procace possa dimenarsi al suono di una musica house electro techno. L'ambone invece andrebbe benissimo come cassa o reception desk da posizionare all'ingresso del locale, dove un gaio trentenne in giacca e cravatta accoglie i clienti, controlla le loro prenotazioni e li introduce nella festante sala da ballo.

Questa forma di arte, in realtà più che altro arredamento dozzinale ma glamour, non ha nulla a che fare né con la liturgia del Concilio, né con la spiritualità e l'estetica cattolica. E' una semplice incursione del banale, del quotidiano, delle ultime mosse dell'interior designing italico. Come al solito fa specie che siano dei preti a volere in chiesa delle aberrazioni simili! E' infatti un trionfante architetto Leggeri ad affermare all'Eco di Bergamo: "Il progetto ha ottemperato a quanto indicano la riforma liturgica intrapresa dal Concilio ecumenico Vaticano II e i documenti dei vescovi sull’adeguamento delle chiese secondo la stessa riforma".

Chiaramente la Sacramentum Caritatis (all'art.69) è completamente ignorata. Come è ignorata la coesistenza di due forme dello stesso rito romano, fatto che dovrebbe far astenere preti e architetti da manomissioni che pregiudichino la celebrazione del rito romano in entrambe le sue forme.
Ma ignorato in sè è il decus, il decoro. Come si possono, infatti, inserire degli elementi talmente allogeni in un contesto armonioso e coerente nelle forme e negli stili, in grado di rendere onore a Cristo ed elevare verso l'Altissimo le anime dei fedeli?

D'altra parte è significativo che un articolo interamente dedicato a questo adeguamento liturgico sia stato pubblicato da "Abitare", rivista solitamente dedicata all'arredamento e al design. Allo stesso modo agli inizi di quest'anno i progetti vincenti dell'inutile concorso CEI per l'edilizia sacra furono pubblicati su "Casabella".

Di questo passo vedremo le omelie dei Vescovi di queste diocesi amanti del design pubblicate su "Confidenze" o su "Vanity Fair" (ossia la fiera delle vanità!). Mentre i prossimi progetti di adeguamento liturgico potranno esser pubblicati su "Casaviva" o su tutt'al più su "Rakam", sempre che si decida di mettere il centrino della nonna quale ricordo nostalgico e infantile di un paliotto troppo tridentino per essere ancora esposto nelle nostre chiese.


lunedì 20 dicembre 2010

ECCO COME SI ADEGUA UNA CHIESA CATTOLICA!



di Francesco Colafemmina

Foto di una messa tridentina? No! Si tratta della messa riformata celebrata con la massima dignità ad Orientem da S.E. Mons. Lucio Renna, Vescovo di San Severo e dal parroco della chiesa madre di San Nicandro Garganico don Roberto De Meo, coadiuvato dal viceparroco (a voi tutti spero già noto) don Matteo De Meo.

Le immagini sono dell'8 dicembre scorso, quando, dopo vari anni di lunghi restauri, la chiesa madre di Sannicandro Garganico è stata restituita ai fedeli grazie agli sforzi dei fratelli De Meo e all'uso oculato dei fondi della CEI e della Regione Puglia e dei fedeli. Si è trattato, come tutti potete vedere, di un "adeguamento al contrario", ossia di un ripristino della bellezza di una antica chiesa perché continui ad essere la casa del Signore, senza la necessità di mutare ciò che gli antenati ci hanno lasciato, ma accrescendo la devozione e la spiritualità del luogo sacro, nell'ottica della continuità.

Qui di seguito potete vedere la chiesa com'era fino a pochi anni fa:



Parroco e vice parroco celebrano da anni ad Orientem secondo il nuovo rito, suscitando grande commozione e forte partecipazione spirituale nei fedeli. Peccato che in occasione di questa magnifica riapertura di una antica chiesa del Gargano, qualche voce stonata si sia levata nel clero diocesano, decisamente intollerante dinanzi all'assenza dell'altarino per la celebrazione coram populo!
Come si sa queste voci, stantie e apertamente antipapali sono in vivo contrasto con la maggioranza dei fedeli. Basta guardare le immagini della cerimonia in questo video: il popolo è festante, banda ed arciconfraternite si dirigono verso la chiesa madre riportata al suo antico splendore e i fedeli non esitano a cantare il tantum ergo con vigoria e sicurezza.



Un esempio memorabile di come spesso si considerino i fedeli alla stregua di indotte pecorelle, preoccupate per il latinorum o per quei gesti antichi e solenni che, al contrario di quanto pensano certi ideologi, ci rammentano, senza mediazioni intellettualistiche, la sacralità dell'azione liturgica. E fa specie che alcuni sacerdoti invece di ammirare il Santo Padre, di seguirne l'esempio e di indignarsi dinanzi agli abusi liturgici che affliggono Nostro Signore e allontanano le anime da Dio, si imbarchino in inutili quanto asfittiche critiche rivolte a dei bravi sacerdoti e al loro Vescovo, rei di aver celebrato la Santa Messa "dando le spalle al popolo" (rei come peraltro lo stesso Pontefice!).

Mons. Lucio Renna celebra ad Orientem


Il Papa celebra ad Orientem nella Cappella Sistina


Il Papa celebra ad Orientem nella Cappella Paolina

Ringraziamo invece Sua Eccellenza Mons. Renna per il coraggio e la virtù dimostrati con la sua partecipazione devota e sincera a questa splendida liturgia. Invito pertanto tutti i lettori di Fides et Forma ad inviare un messaggio di ringraziamento a Sua Eccellenza, per testimoniare la sete di spiritualità sincera, di sacralità non estetizzante ma autentica, di cui tutti noi fedeli abbiamo bisogno e di cui è viva testimonianza l'opera magnifica di recupero della chiesa madre di Sannicandro Garganico.

Questa l'email del Vescovo: cancelleria@diocesisansevero1.191.it

Questo invece l'indirizzo completo:

S.E.R. Mons. Lucio Renna
Diocesi di San Severo
Curia Diocesana
Via Soccorso, 38
71016 San Severo

Aggiungo poi un importante appello che viene direttamente dal Parroco e Vice Parroco della chiesa madre. Appello che si rivolge a quanti volessero contribuire con offerte alla copertura dell'esposizione finanziaria sostenuta personalmente dai due sacerdoti per completare le operazioni di restauro e che ammonta a circa 100.000 euro.

Ecco il testo dell'Appello:

La chiesa Madre di San Nicandro Garganico (FG), dedicata a Santa Maria del Borgo, necessita di un'imponente opera di restauro. La chiesa risalente al periodo tardo medievale, fu ricostruita e ampliata dopo il grande terremoto del 1600. Gli ultimi significativi lavori di restauro furono fatti nel 1901. Dopo di che il tempo, e le scarse possibilità economiche-ovvie per un paese del Sud nei decenni trascorsi- hanno segnato profondamente l’edificio sacro, bisognoso ora di urgenti lavori di restauro. A questo bisogna aggiungere i non pochi danni causati dal clima di “cambiamento” e di “semplificazione” del post-concilio: rimozione e dispersione dell’antico coro ligneo, decadimento degli antichi altari marmorei del settecento (opera dell’artista napoletano Vairano), che non venendo più usati sono stati soggetti a una lento processo di degrado, rimozione delle antiche balaustre; ornamenti, decorazioni e affreschi ottocenteschi rovinati e ricoperti con intonaco, come del resto tutta la chiesa, composta da tre navate centrali, e quattro cappelle laterali. Così nel 2003 i parroci, don Roberto de Meo e don Matteo de Meo decidono di mettere mano ad un’opera di restauro generale per riportarla al suo antico splendore. A tutt’oggi grazie ai fondi CEI (ottoxmille) e ad altri fondi regionali ( complessivamente seicentomila euro) è stato rifatto il tetto e consolidata gran parte della struttura. Ma i lavori continuano per il restauro degli interni: affreschi, decorazioni, antichi altari, tra cui quello maggiore che verrà riutilizzato per la celebrazione ad orientem, pavimentazioni, cappelle laterali ecc... Il parroco fa appello ai fedeli che iniziano a recare le loro offerte. Ma le forze non bastano. I sacerdoti, nel 2009 accendono un mutuo di duecentomila euro che viene onorato ogni mese con l’aiuto dei fedeli che si sono autotassati. Ma i lavori incontrano numerosi imprevisti in corso d’opera, e la spesa aumenta. Attualmente mancano all’appello altri centomila euro. Ora non abbiamo più forze, quelle del posto non bastano, e la nostra Diocesi non ha fondi sufficienti per venirci incontro. Per questo ci rivolgiamo a chiunque, privati e associazioni, voglia darci una mano per portare a compimento una tale opera.

Le nostre chiese del passato sono tutt’oggi un patrimonio vivente della fede che va conservato e soprattutto riscoperto e vissuto, e appartiene a tutti!

Aiutateci a completare il progetto di recupero per far si che la chiesa venga restituita nel suo antico splendore ai fedeli, ed a tutti quelli che hanno a cuore la storia e la cultura di un popolo.

Il Signore vi benedica.

Don Roberto e Don Matteo De Meo


Per aiutare Don Roberto e Don Matteo potete inviare le vostre offerte tramite al seguente conto corrente con la causale "Pro Restauro Chiesa Madre":

IBAN: IT 06 A 01030 78270 000000 028559

Parrocchia Santa Maria del Borgo Via Chiesa Madre - 71015 - San Nicandro Garganico (FG)

Banca Monte dei Paschi di Siena - Filiale di Apricena (FG)



venerdì 17 dicembre 2010

IN SVIZZERA FRA ADEGUAMENTI LITURGICI E ANIMAZIONI PLAYMOBIL


di Francesco Colafemmina

A San Gallo, in Svizzera, adegueranno la cattedrale, già patrimonio mondiale dell'umanità dall'Unesco dal 1983, esempio mirabile ed irraggiunto del barocco svizzero e transalpino in generale. L'adeguamento riguarda - come sta diventando sempre più prassi nelle chiese pre-conciliari - l'area del transetto. Già deformato con la messa in opera di una sorta di palco aggettante dalla cancellata del presbiterio ad una buona metà del transetto. Questo palco doveva essere sostituito da una struttura permanente, in pietra - sennò che gusto ci sarebbe nell'adeguare? - pertanto la scorsa primavera è stato lanciato un invito rivolto "ai più famosi architetti e artisti" affinché riprogettassero l'area del nuovo altare. Alla fine la commissione ha giudicato favorevolmente il progetto dello studio di architettura londinese Caruso St. John.


Analizziamo questa proposta: si tratta di una piattaforma circolare con tre gradini, che reca al suo centro l'altare e nella parte che guarda alla cancellata del presbiterio, le sedi per i concelebranti e la cattedra episcopale. Nella piattaforma è anche incluso l'ambone, mentre sul lato destro della stessa sorge un cilindro di pietra che fungerà da fonte battesimale. Caratteristica peculiare del progetto è la presenza di un fregio floreale sia sulla base della piattaforma centrale, sia intorno al primo gradino, nonché attorno al fonte battesimale. Altra novità è costituita da una sorta di aureola dorata che sarà sospesa attorno alla piattaforma dell'altare.


Detto ciò, veniamo ai commenti. Anzitutto il metodo di selezione: l'invito diretto senza concorso. Come hanno potuto questi signori di San Gallo, selezionare architetti che non hanno nulla a che fare con la Chiesa e artisti che non sanno neanche per sbaglio cosa sia l'arte sacra?

Vi invito a visitare i siti degli artisti, per rendervi conto di cosa stiamo parlando:


Posta questa domanda retorica, entriamo nel merito del progetto. Anzitutto notiamo l'inutilità del fonte battesimale sullo stesso livello dell'altare. Il fonte lo si è sempre posto vicino all'ingresso della chiesa, giacché il catecumeno poteva essere ospitato nel nartece, dunque iniziava il proprio ingresso nella chiesa a partire dalla parte più lontana dal presbiterio.
Perché dunque porre il fonte battesimale vicino all'altare quando persino le norme di adeguamento liturgico della CEI ne escludono la giustapposizione all'altare o il trasferimento nel presbiterio?

Passiamo all'altare: naturalmente in Svizzera non si applica la Sacramentum Caritatis, 69, pertanto è utopistico pensare ad un uso dell'altare antico. Eppure è sconvolgente pensare che il presbiterio delle chiese antiche sia diventato una sorta di appendice morente, priva di funzionalità e di importanza. Ciò che ieri era il fulcro del tempio, oggi è diventato un ricordo scomodo e da schermare. Che si tratti di pura ipocrisia ideologica è evidente. Ieri come oggi i sacerdoti rappresentano una "classe" a sé stante. La gerarchia ecclesiastica mantiene la stessa distinzione dai laici non ordinati che c'era prima del concilio. Quindi a coloro che nel comprendere il senso della separazione del presbiterio dalla navata si impegnano rispolverando categorie sociologiche e dialettiche, tipiche della visione oppositiva marxista che contrappone l'operaio (il fedele) al padrone (il sacerdote), converrebbe consigliare lo sfoggio di minore ipocrisia, tenuto conto che il rapporto fra laici, sacerdoti e gerarchia non ha mai raggiunto il piano dell'uguaglianza (e guai se così fosse).
A chi invece pensa al distacco del presbiterio sotto un profilo di rinnovata socialità e comunitarietà della messa, bisognerebbe rispondere che la messa post-conciliare non è stata mai riconosciuta dalla Chiesa come una messa "nuova" nella sua sostanza. Continua ad essere il santo sacrificio e non una mera rievocazione dell'ultima cena.
A chi, ancora, si figura nel distacco del presbiterio un limite alla partecipazione alla messa, bisognerebbe rispondere che la vera forma di partecipazione è l'oratio, non certo l'avanzamento dei fedeli sul presbiterio.


Come infatti, ancora oggi, nessun fedele con tutte le rotelle a posto, si sognerebbe mai di andare a prendere con le sue mani la pisside dal tabernacolo (a meno che non sia un "ministro speciale della comunione" - una categoria da abolire!), né tantomeno di salire sull'altare mentre il sacerdote sta celebrando (e voglio escludere naturalmente i tanti casi di abusi liturgici); allo stesso modo, non si riesce a comprendere come e perché un avanzamento spaziale del fedele, una sua usurpazione dello spazio eminentemente sacro del presbiterio, che accoglie l'altare luogo della presenza simbolica di Cristo e il tabernacolo luogo della sua permanente presenza reale, debba coincidere con un senso di partecipazione.
Anche questa è ipocrisia, promossa a dire il vero da un clero laicizzato, e pienamente sposata da un laicato clericalizzato. Solo degli imbecilli crederebbero di partecipare più attivamente alla politica sedendo sugli scranni di Montecitorio o trasportando in piazza il senato, e solo dei cerebrolesi crederebbero di avere maggiore partecipazione nel gioco del calcio, se i posti a sedere fossero vicini alle panchine sui cui siedono gli agitati allenatori. C'è in tutto ciò - sotto il profilo psicologico - l'evidenza di una frustrazione di fondo. La frustrazione di un laicato attivista che vuol sentirsi parte della Chiesa, amministrandola, sostituendosi ai sacerdoti e ai Vescovi, entrando fisicamente nello spazio che per secoli è stato loro riservato. Allo stesso modo si percepisce una frustrazione del clero che, incastrato fra l'incudine della propria inadeguatezza al mondo secolarizzato e il martello di un laicato ambizioso e nutrito di molto greca hybris, rivendica spazi e autorità che mai ha avuto. E allora i sacerdoti molto spesso si sentono in dovere di avanzare, di mostrarsi nuovi, svecchiati, alla moda, liberali e di larghe vedute. Ma così facendo ingannano se stessi e il popolo dei fedeli, perché disconoscono il loro ruolo e la propria autorità, riducono lo spessore della loro consacrazione ad una sottile patina impercettibile, si confondono con i laici e non li aiutano a compiere attivamente la loro missione che non è scimmiottare il clero, ma seguire il Vangelo e salvare le proprie anime attraverso la cura dell'altro.

Tornando al progetto di San Gallo, credo sia superfluo definirla un'altra artist's shit (per citare l'opera di Piero Manzoni del 1961). E credo sia anche superfluo stupirsi per questo stupro di una chiesa barocca ad opera di un manipolo di innovatori bigotti (sì, esiste anche un tipico bigottismo progressista da riconsiderare!) che a carnevale magari si travestono da Papi o da Arcivescovi (e mi riferisco ai laici committenti, naturalmente). Intanto è stato già erogato un prestito di 200.000 franchi per l'avvio dei lavori, mentre entro giugno 2011 si attende un altro prestito da 1,5 milioni di franchi (ma per far cosa? per pagare questa artist's shit?).
Adesso però l'ultima parola sul progetto spetta all'Ordinario del luogo (che immancabilmente approva quanto i laici impegnati e clericali hanno già preparato), altra attestazione di come in Svizzera tutto funzioni al contrario!

Questa storia vi ha rattristato? Consolatevi allora con i video della Bibbia Playmobil realizzati dalla Conferenza Episcopale Svizzera!

P.s. Da piccolo ho giocato poche volte con i Playmobil, mi sembravano stucchevoli e già preconfezionati. Preferivo i Lego, almeno c'era da costruire qualcosa... Che la Conferenza Episcopale Svizzera scelga i Playmobil per il calendario dell'Avvento è sintomatico: a parte il fatto che sfido qualsiasi bambino, ma anche qualsiasi genitore a capire cosa stiano facendo i pupazzetti impazziti, c'è da dire che l'uso di un gioco tipico degli anni '70 quale strumento di evangelizzazione, non fa altro che testimoniare l'epoca alla quale sono rimasti legati i Vescovi svizzeri!

martedì 14 dicembre 2010

"LUCE DEL MONDO" E LE CONTORSIONI DELL'IDEOLOGIA PROGRESSISTA


di Francesco Colafemmina

C'era da aspettarsi che il mondo progressista avrebbe sfruttato anche l'occasione dell'uscita di "Luce del Mondo" per lanciarsi nei suoi contorti teoremi sociologici ed ecclesiologici volti a porre a margini del mondo cattolico un tradizionalismo da sempre ritenuto il fratello minore e un po' tocco di quella cristianità adulta e consapevole, salottiera ed episcopale, che angherie, tranelli e ostilità ideologiche non conosce e neppure immagina.

Il problema non è però costituito dal "tradizionalismo", voce desueta e stancamente riproposta quale comoda etichetta assai affine al più tragico "fascista" tipico degli anni della contestazione, ma ancor oggi di moda, nonostante di fascisti in Italia non ci siano nemmeno gli ex, trasformati in anonimi e grigi tipini fini.

Ciò di cui il progressivismo, autentica categoria dello spirito vaticanosecondista - quello spirito ben diverso dal Concilio e già criticato da Benedetto XVI - ha paura è il movimento lento, autonomo, spontaneo e puro, che sta conducendo sempre più isolate cellule cattoliche ad unirsi in piccoli organismi viventi della fede che si richiamano apertamente ai valori abbandonati, smarriti, declassati, dalla banale innovazione e dall'adeguamento mondano di buona parte dell'establishment cattolico.

Questo movimento è silenzioso, si direbbe espressione di una "maggioranza silenziosa", forse perché porta una vergogna atavica nascosta nella coscienza: la vergogna della disobbedienza, di quella vita ai margini, gli psicologi direbbero borderline, che il fedele amante di ciò che semplicisticamente definiamo tradizione, si trova a vivere in un mondo cattolico tendenzialmente ostile e diffidente. Rievocazioni di torme di lefebvriani muniti di sottana, fantasmi di sedevacantisti arrampicati sulle loro bislacche teorie dei Papi sosia e del complottismo giudeo-massonico, sospetti di formalismo baroccheggiante e talvolta anche froceggiante... sono svariati gli spettri che si agitano nelle menti dei semplici fedeli che hanno cominciato a pensare che un ritorno al futuro sia possibile nella Chiesa Cattolica.

Il guaio è che, poverini, non possono far altro che attaccarsi al Papa. Si stringono attorno a Pietro e a Pietro chiedono aiuto, chiedono di essere ascoltati, e Pietro li ricambia con amore e compie giorno dopo giorno quei gesti fondamentali che dovrebbero confortare gli appartenenti a questa maggioranza silenziosa e allo stesso tempo placare la vanesia esaltazione ideologica di quei cattoprogressisti che col Concilio hanno creduto di conquistare il mondo alla fede e invece si sono ritrovati in un mondo che non solo non ha più fede, ma non riesce quasi più a comprendere il concetto stesso di fede.

Questo "attaccarsi al Papa" è un nobile sentimento di dipendenza filiale, attestazione di amore nei confronti di Pietro. E se Pietro compie gesti forti come celebrare ogni giorno rivolto al Signore, celebrare all'altare antico sia in cappella Sistina che nella Paolina che all'altare della Cattedra, evidentemente questi fedeli non hanno motivo di dubitare della verità di quanto il Papa compie ogni dì. E tale esempio propongono - troppo spesso inascoltati - a Verscovi e sacerdoti di sensibilità diversa da quella di Pietro.

Quando però si legge in "Luce del Mondo" una prospettiva più cauta e talvolta ellittica, ossia mancante di un contesto approfondito e aperta alle interpretazioni appropriative tipiche del progressismo rabbioso e messo all'angolo dai suddetti gesti di Pietro, il fedele appartenente alla minoranza silenziosa non può tacere. Deve parlare, perché se perde Pietro, o meglio se comincia a vedere che il mondo, il vasto mondo di laici e fedeli, intende le parole di Pietro pro domo sua, e che la semplicità di un eloquio non magistrale, ma colloquiale, finisce per diventare un'arma a doppio taglio, il fedele suddetto deve parlare, deve dire ad alta voce quel che pensa, perché in primo luogo non è suo intento offendere il Papa e in secondo luogo è un suo dovere ricordare alla Chiesa che egli esiste, che soffre quotidianamente per le angherie di numerosi Vescovi e di un clero cattolico ideologizzato, solo perché intende richiamare con la sua testimonianza di fede il legame autentico con quel passato da cui ha ricevuto l'identità della sua fede, fatta di segni concreti e non di puri spiritualismi intellettuali. E di questo non bisogna mai dimenticarsene!

Perché, vedete, molti cattolici vivono nell'ipocrisia, quando si tratta di questioni ecclesiali. Spesso fanno come quei Vescovi che per difendere l'istituzione e non esporla al nemico hanno iniziato a trasferire di parrocchia in parrocchia i preti pedofili. E invece no! In quanto cattolico non devo considerarmi pecora di un gregge di ipocriti, ma ho una dignità e una identità che mi portano, pur stando nella Chiesa, a criticare quegli aspetti umani e mondani che alla Chiesa tolgono la presenza di Cristo e la riducono a mero ricettacolo di giochi di potere.

E allora questi ipocriti oggi se la prendono con me, con qualcuno di voi, solo perché si è osato mettere in evidenza alcuni passi dell'intervista del Papa che rischiano di autorizzare i rabbiosi guardiani del Concilio ad annunciare al mondo che il Papa non ha nulla a che fare con la tradizione e non protegge e vivifica quella maggioranza silenziosa (o se preferite, minoranza creativa)!

Può darsi che sia tutto inutile e che i progressisti abbiano ragione: il Papa non ha mai appoggiato questo ritorno alla tradizione se non con atti di tollerante benevolenza, nel quadro dell'auspicato rinnovamento nella continuità, tant'è che solo negli ultimi due mesi ha nominato Palombella alla Sistina, ha fatto Cardinale Ravasi, ha messo Nosiglia a Torino, e via dicendo... Ma anche in questo caso le mie parole hanno un senso ben più profondo e disperato di quello che gli ipocriti soloni dell'ultim'ora pretendono di scorgervi.

La Chiesa ancora è in grado di ergersi quale baluardo dei valori che dalla classicità sono stati trasferiti, vivificati, nel cristianesimo. Parliamo di valori quali: virtù, bellezza, bontà, e via dicendo. Questi valori assoluti e non relativi sono stati nei secoli difesi dalla Chiesa e promossi fino a diventare elementi fondanti dell'umanità cristiana. Il sovvertimento dei valori subito dalla società negli ultimi due secoli ha tuttavia costretto la Chiesa a perdere la stessa dimensione unificatrice e valoriale della società, due strade si aprivano: o il compromesso col mondo, o la vacua reiterazione di una litania che nessuno avrebbe più ascoltato - o almeno così si credeva. Si decise pertanto l'apertura al mondo. Oggi, tuttavia, col senno di poi, sono in molti i cattolici che si domandano: cosa ha prodotto quest'apertura? perché la liturgia è stata cambiata così frettolosamente e radicalmente? perché l'arte e l'architettura sacra sono divenute l'ombra di ciò che erano solo un secolo fa? perché, poi, nonostante le aperture dell'attuale pontefice, sono ancora in molti i Vescovi che vietano la corretta applicazione del Summorum Pontificum? perché, in sintesi, tutto ciò che sembra apparire un recupero dei valori del passato, del tesoro di gesti, di preghiere, di bellezza cancellato con un colpo di spugna nei ribollenti anni sessanta del secolo scorso, perché questo recupero viene sempre genericamente considerato frutto di una ideologia destrorsa, reazionaria, politicizzata, o puramente estetizzante?

Allora se vi ponete queste domande, datevi anche delle risposte, diventando consapevoli di ciò che portate nei vostri cuori. Spiegate, cari cattolici di questa maggioranza silenziosa, che nessuno vi ha dato l'investitura di tradizionalisti, e che di etichette non ne avete bisogno. Fate apostolato nelle vostre famiglie, fra gli amici, abbiate coraggio, perché solo il coraggio (e un tocco di sana ironia) vi possono salvare dal malevolo cinismo di un progressismo isterilito ed incapace di guardare al reale senza incasellarlo in etichette vecchie, noiose e prive di fantasia.

Per fare ciò bisogna chiarire un altro problema di fondo. L'evocazione nell'articolo del Secolo d'Italia che mi ha riguardato, al pari di quella contenuta in un recente articolo di Melloni, di una sorta di "revanscismo" tradizionalista "coltivato" all'ombra del Pontefice e definitivamente franato dinanzi a "Luce del Mondo" è una tipica contorsione intellettuale progressista. E non per quel che riguarda il Papa il cui giudizio potrebbe pure coincidere con quello melloniano...

Il problema sta nell'interpretazione del "ritorno alla tradizione" quale movimento politico ideologico e non spontanea riappropriazione di quel realismo cattolico fatto di gesti che ci mettono in diretta relazione con Dio e di costante recupero delle radici della fede. Questo è un movimento naturale, spirituale, non ideologico. Ed entrare nella dialettica "politica" significa solo perdere tempo ed energie.

Sconfiggiamo quindi questa potente ideologia col realismo e col buon senso. Forse all'inizio avran paura, ma poi ci ascolteranno e non potranno non riconoscere in noi dei fratelli con pari dignità e un uguale amore per la Chiesa di Cristo. Solo uniti in Lui possiamo credere che le barricate finiranno per cadere. Ma temo che un tale processo richiederà molto tempo e sarà copiosa l'acqua che vedremo scorrere sotto i ponti della nostra pazienza!

Intanto cominciamo a sperare, guardando alla terra fertile di un cattolicesimo non ideologico, ma autenticamente legato ad una spiritualità tradizionale e godiamoci il convegno sul Vaticano II, organizzato a Roma dai Francescani dell'Immacolata!

venerdì 10 dicembre 2010

QUEL REAZIONARIO ULTRAORTODOSSO DI UN COLAFEMMINA...


di Francesco Colafemmina

Tutto potevo attendermi tranne di essere definito "ultracattolico" "ultra-ortodosso" "neo-intransigente" e perfino "reazionario"... da chi? Dal buon Don Giorgio De Capitani? Da qualche architetto rampante? No, dal vaticanista del Secolo d'Italia, Paolo D'Andrea.

Commentando la seconda parte del mio commento al libro intervista del Papa, D'Andrea si è un po' sbizarrito. Comincia subito affermando che "le riserve suscitate dal libro papale in settori sempre pronti a sventolare la bandiera dell'ultra-ortodossia cattolica vanno bel oltre la querelle sul preservativo."

"Fides et Forma" diventa così in una sola frase espressione di un "settore", sempre pronto a sventolare la bandiera dell' "ultra-ortodossia", manco fossimo fra le strade di Mea Sharim a Gerusalemme...

Prosegue quindi definendo il blog "di sensibilità neo-intransigente". Per carità un complimento visto che di "neo intransigenza" si è parlato, nel passato, anche a proposito della CEI di Ruini.
Aggiunge che "a suscitare diffidenza in certi ambienti sono i passaggi in cui il Papa riconosce i suoi limiti": "Fides et Forma" già "settore" diventa pure "un certo ambiente". Poco più giù definisce il mio sito "ultracattolico".

Non pago, la butta in politica: "sulla stessa falsariga, non piace neanche che i riconoscimenti tributati nel libro alla liturgia post-conciliare non siano stati accompagnati dai rituali scioglilingua sugli abusi postconciliari e sulle necessarie correzioni di rotta che tanto galvanizzano alcuni cultori della messa tridentina."

Scioglilingua?

Pertanto conclude: "le punture di spillo di "Fides et Forma" forse non vanno sopravvalutate. Ma da esse trapela il disappunto di tanti circuiti ecclesiali che avevano coltivato all'ombra del pontificato ratzingeriano progetti di "rivincita". E che, condizionati dal proprio "wishful thinking" su una sconfessione del Concilio Vaticano II, avevano male interpretato anche l'atto di tolleranza con cui il Papa ha riaperto le porte delle chiese alle liturgie pre-conciliari, in sintonia con lo spirito del Concilio Vaticano II."

D'Andrea ma quale film ha visto? E poi, come parla? Wishful thinking? Circuiti ecclesiali? Sconfessione del Concilio? Progetti di rivincita?

Una forma deteriore di "papismo" che rasenta la piaggeria cortigiana rende incapaci giornalisti e commentatori cattolici di leggere con un minimo di spirito critico, di consapevolezza cattolica, le parole del Santo Padre. Perché non si tratta di critiche al Papa, bensì di commenti personali, di riflessioni che se evidentemente colpiscono l'intelligenza di un D'Andrea, vuol dire che non sono né banali né insignificanti.

E poi questa idiozia del revanscismo tradizionalista cosa c'entra con i commenti? E' vero o non è vero che il Papa ha fatto quelle affermazioni nell'intervista a Seewald? E' vero o non è vero che i punti messi in risalto dal sottoscritto comportano quantomeno delle criticità? E se tutto questo è vero cosa diavolo c'entra il revanscismo? Chi crede che il Papa non mi piaccia più perché ha fatto delle affermazioni ellittiche nell'intervista, deve avere una percezione del mio essere cattolico piuttosto superficiale e maliziosa, per non dire malevola e cinica.

Pertanto sceglie la via della strumentalizzazione. Una via facile e piuttosto abituale nel giornalismo politico. Così i miei commenti, espressi in qualità di semplice cattolico, né pomposamente tradizionalista, né adulto, ma nemmeno infante, né di destra né di sinistra, si trasformano in emanazione di una rabbia revanscista e reazionaria antipapale. Ma chi me le appioppa queste etichette?

Udite udite: l'ex giornale del MSI, ex giornale di AN, ex giornale del PDL, e attuale giornale vicino a FLI e a Generazione Italia, la fondazione di Fini e di Bocchino... Il giornale, infine, diretto da quella Flavia Perina che meno di un mese fa ha promosso il riconoscimento di nuovi modelli familiari (vedi coppie di fatto, indipendentemente dal sesso) attraverso un significativo editoriale davvero coerente con i valori della nuova destra finiana e bocchiniana...

Che dovrei fare, dunque? Incazzarmi o farmi una crassa risata?

martedì 7 dicembre 2010

LEGGENDO LUCE DEL MONDO... - Parte Seconda



di Francesco Colafemmina

La seconda parte del libro intervista a Papa Benedetto XVI, "Luce del Mondo" è dedicata al Pontificato. Il Santo Padre sin dalle prime battute ci mostra la sua umiltà, l'uomo che guida la Chiesa di Cristo non si considera un monarca solitario scelto dallo Spirito Santo, dunque investito di una suprema autorità. Al contrario il Papa ci tiene ad affermare i suoi limiti, anche quelli relativi al suo potere: "ho capito che accanto ai grandi Papi devono esserci anhe pontefici piccoli che danno il proprio contributo" (p.107) e aggiunge "il Concilio Vaticano II ci ha insegnato, a ragione, che per la struttura stessa della Chiesa è costitutiva la collegialità; ovvero il fatto che il Papa è il primo nella condivisione e non un monarca assoluto che prende decisioni in solitudine e fa tutto da sé" (p.107).

In questo senso risulta illuminante anche quanto il Papa afferma più avanti riguardo ai segni esteriori di questa monarchia ormai dismessa: "la tiara era rimasta nello stemma papale, e adesso è sparita anche da lì. Non ho cancellato l' "io", ma ho lasciato entrambi, l' "io" e il "noi". Infatti, su molti argomenti non dico solo quello che è venuto in mente a Joseph Ratzinger, ma parlo a partire dalla comunitarietà, dal carattere comunitario della Chiesa. In un certo qual modo, parlo in intima comunione con i credenti ed esprimo ciò che tutti noi siamo e quello a cui insieme crediamo. Quindi, il "noi" non ha il valore di plurale maiestatis, ma indica il giusto peso che si vuole dare alla realtà del parlare a partire dagli altri, per mezzio degli altri e con gli altri. Ma quando si dice qualcosa di personale, bisogna anche utilizzare l' "io". Quindi utilizzo sia l' "io" che il "noi". "(p.124).

Quest'ultimo passaggio sul plurale maiestatis è, francamente, piuttosto aperto a controverse interpretazioni. Infatti che il Papa parli al singolare o al plurale, non fa differenza nella percezione dei fedeli e del mondo. Basti pensare alla questione del condom, affrontata più avanti in questa sezione del libro. Il Papa ha parlato in qualità di Joseph Ratzinger? O in qualità di Papa? E cosa fa la differenza? Certo, il Papa non è un politico, un membro delle istituzioni, che quando parla in Parlamento parla a livello istituzionale, e quando si ritrova fra amici, parla a livello personale. Tuttavia se già nell'ambito politico, è estremamente difficile scindere pareri privati da visioni istituzionali, quanto più complesso è questo genere di sottigliezza ermeneutica applicata ad un Sommo Pontefice?

Ad ogni modo se a queste affermazioni sommiamo le altre, espresse già nella prima parte del volume, riguardo alla natura di "Vicario di Cristo" del Papa, che Benedetto intende quale estensione del ministero sacerdotale, non possiamo non trarne una impressione di depotenziamento del primato petrino: "nell'annuncio della fede e nell'amministrazione dei sacramenti, ogni sacerdote parla e agisce su mandato di Gesù Cristo, per Gesù Cristo. Cristo ha affidato la sua parola alla Chiesa. Questa Parola vive nella Chiesa. E se nel mio intimo accolgo e vivo la fede di questa Chiesa, se parlo e penso a partire da questa fede, allora quando annuncio Lui parlo per Lui, anche se è chiaro che nel dettaglio possono sempre esserci delle insufficienze, delle debolezze. Quel che conta è che io non esponga le mie idee ma cerchi di pensare e di vivere la fede della Chiesa, di agire su Suo mandato in modo obbediente" (p.22).

Quello di vicarius Christi è un titolo antichissimo (lo si ritrova già in Sant'Ambrogio) che non contiene implicitamente soltanto il ministero sacerdotale. Esso esprime il primato nella maniera più diretta ed essenziale, ma nei secoli è anche diventato sinonimo delle prerogative pontificie, prima fra tutte lo ius ligandi atque solvendi. Chiaramente è difficile spiegare all'occidentale medio, abituato al democratismo, ossia a questa fantapolitica pseudo-democratica che ci governa, il senso di istituti così antichi e stratificati. E' difficile spiegare la possibilità che un uomo in carne ed ossa possa ottenere una potestà così esclusiva sulle anime, e un primato talmente inspiegabile sulla Chiesa. Ma tant'è! Questo è il Papato, non solo belle parole e viaggi apostolici.

Tornano a questo punto di moda le parole del gesuita Wilhelm Beltrams che già nel 1964, in pieno Concilio, riaffermava il senso della collegialità e del primato petrino. Nelle sue Quaestiones fundamentales iuris canonici del 1969 (Pontificia Università Gregoriana) affermava a proposito della collegialità (p.347): "Officium primatiale non potest habere structuram collegialem. Potius ipsum potest esse tale tantum, si est subiectum plenae supremae potestatis distinctum a subiecto, quod est collegium. Hac ratione revera Romanus Pontifex constituitur Vicarius Christi pro tota Ecclesia, idque ipsi soli convenit. Ipse personaliter Dominum representat directe toti Ecclesiae et ipsi collegio Episcoporum. Non tantum vicariatum directe a Domino habet - hoc etiam de collegio Episcoporum dicendum est - sed ipse habe a Domino vicariatum cum libera dispositione; iuxta verbum Domini illudque fideliter servans ipse personaliter habet semper actu exercitium liberum potestatis plenae supremae; collegium Episcoporum vicariatum Domini habet sine libera dispositione quoad exercitium, ita ut cum capite, sub capite semper agere teneatur. Vinculum iuridicum, quo collegium Episcoporum, ligatur, etiam quoad docendum et pascendum ecclesias particulares, imprimis etiam ligatione eorum ad caput constituitur. " (Tradotto: L'ufficio del primato non può avere struttura collegiale. Piuttosto esso stesso può essere tale solo se il soggetto della piena suprema potestà è distinto dal soggetto che è il collegio. In questo senso sin dai tempi antichi il Pontefice Romano è costituito Vicario di Cristo per la Chiesa tutta, e questo titolo si addice solo a lui. Bisogna pertanto dire che egli personalmente rappresenta il Signore direttamente per tutta la Chiesa e per lo stesso collegio episcopale. Non ha solo il vicariato direttamente dal Signore - perché la stessa cosa è da dirsi anche per il collegio episcopale - ma egli ha dal Signore il vicariato con la libera disposizione; secondo la parola del Signore e egli personalmente ha l'esercizio in atto, libero, di una potestà piena suprema nel conservare sempre fedelmente la stessa parola del Signore. Il collegio episcopale ha il vicariato del Signore senza libera disposizione per quanto attiene al suo esercizio, affinché sia sempre tenuto ad agire assieme al capo e sotto il capo. Il vincolo giuridico con il quale il collegio episcopale è legato è inoltre costituito in primo luogo dal legame dei vescovi con il capo anche per quanto attiene all'insegnamento e alla pastorale delle chiese particolari).

Questa questione ritorna nelle pagine dedicate all'Ecumenismo. Il Papa infatti sottolinea l'inadeguatezza di un titolo di "primus inter pares" che il mondo Ortodosso vedrebbe di buon grado attribuito al Papa, ma che snaturerebbe la natura del primato petrino: "il primo fra pari non è esattamente la formula in cui crediamo noi cattolici. Il Papa è primo ed ha anche funzioni e compiti specifici. In questo senso non sono tutti pari. "Primo fra pari" è una formula che l'Ortodossia accetterebbe senz'altro. Essa riconosce che il vescovo di Roma, il protos, è il primo, e questo fu già stabilito nel Concilio di Nicea. Tuttavia, la questione è: egli ha compiti specifici oppure no?" (p.133).

Ma un altro preoccupante argomento è introdotto a p.134, a proposito di un ipotetico titolo onorifico che gli Anglicani (non quelli degli Ordinariati!) avrebbero proposto al Papa:

Seewald: In ogni caso il Metropolita greco ortodosso Agoustinos oggi considera possibile un Primato onorario del Papa per tutti i cristiani. Anche il vescovo luterano Johannes Friedrich ha parlato di un limitato riconoscimento del Papa come "portavoce ecumenicamente riconosciuto della cristianità mondiale". E' questo che lei intende quando afferma che oggi le Chiese dovrebbero trarre ispirazione dall'esempio del primo millennio?

Papa: Anche gli Anglicani hanno affermato che potrebbero ipotizzare un Primato onorario del Papa di Roma, fra l'altro nel ruolo di portavoce della cristianità. Naturalmente si tratta già di un passo rilevante. E nei fatti il mondo già considera le prese di posizione del Papa sui grandi temi etici come la voce della cristianità. Il Papa stesso è attento, quando affronta certi argomenti, a parlare per i cristiani e a non mettere in risalto in maniera specifica la dimensione cattolica; per quest'ultima vi è un altro posto." (pp.134-135)

Chiaramente ci rendiamo conto della gravità di quest'ultima affermazione. E' come se il Papa che parla all'ONU fosse un Papa cristiano, mentre quello che parla dalla loggia del Palazzo Apostolico un Papa cattolico. Ma è dunque possibile scindere la cattolicità del Papa dalla sua cristianità?

Il Papa poi si sofferma sui contrasti coi Protestanti e afferma: "in quanto cristiani dobbiamo trovare una base comune, metterci nella condizione di parlare ad una voce sui grandi temi e testimoniare Cristo come Dio vivente. Non potremo realizzare la piena unità in un prossimo futuro, ma facciamo tutto il possibile per compiere una missione comune in questo mondo, per dare una testimonianza comune." (p.139)

Tralasciando le parole del Papa dedicate all'Islam, improntate ad una notevole moderazione e alla ricerca anche in questo caso di una "base comune di valori" e di un metodo comune di adattamento alla modernità, passiamo quindi alla sezione dedicata all' "Annuncio". Vengono qui presi in esame alcuni importanti atti papali. Dalla pubblicazione della Deus Caritas Est ("naturalmente la corporeità comprende molto più della sessualità, ma quest'ultima ne è parte essenziale. E' importante che l'uomo sia anima nel corpo, che come corpo sia veramente se stesso e che a partire da qui concepisca il corpo positivamente e la sessualità come un dono positivo. Attraverso di essa l'uomo partecipa all'opera creatrice di Dio" p.150), a quella del Summorum Pontificum nel 2007:

"La liturgia rinnovata del Concilio Vaticano II è la forma valida in cui la Chiesa celebra la liturgia. Ho voluto rendere più facilmente accessibile la forma antica in modo tale da preservare il profondo ed ininterrotto legame che sussiste nella storia della Chiesa. Non possiamo dire: prima era tutto sbagliato, ora invece è tutto giusto. In una comunità infatti nella quale la preghiera e l'Eucaristia sono le cose più importanti, non può considerarsi del tutto errato quello che prima era ritenuta la cosa più sacra. Si è trattato della riconciliazione con il proprio passato, della continuità interna della fede e della preghiera nella Chiesa" (p.154).

Peccato che il Papa non faccia alcun riferimento alla tanto auspicata "Riforma della riforma". Di questa non v'è alcuna traccia in tutto il libro intervista!

Curiosamente però almeno il Papa fa riferimento alla musica nel ricordare alcuni dei suoi viaggi. Quello negli Stati Uniti: "a Whashington una celebrazione liturgica accompagnata da musica più moderna, a New York da una più classica"(p.165). E quello in Francia: durante "la recita dei Vespri nella Cattedrale di Notre Dame (...) la musica è stata eccezionale" (p.167).

Segue quindi la famosa questione relativa al profilattico. Sapete come la penso in merito, ma vorrei favorire ancor più la riflessione sull'argomento. Il Papa introduce la questione per schermirsi dalle incredibili accuse che gli furono rivolte nel 2009 quando affermò che il condom non aiuta a prevenire il contagio "ma anzi aumenta il problema". Lo fa così: "dicendo questo non avevo preso posizione sul problema dei profilattici in generale". Questa frase presuppone che il Papa non fosse contrario in principio all'uso dei profilattici, ma che avesse espresso una considerazione sull'uso del condom quale unica soluzione al contagio dell'AIDS. Aggiunge quindi, poco più sotto: "Ma solo questo (la distribuzione di condom ndr) non risolve la questione. Bisogna fare di più." E quindi cita la teoria ABC (astinenza, fedeltà, condom): "laddove il profilattico è considerato soltanto come scappatoia, quando mancano gli altri due elementi. Questo significa che concentrarsi solo sul profilattico vuol dire banalizzare la sessualità (...)".
Quindi, rileggendo l'intero passaggio è chiaro che il Papa considera il profilattico una soluzione che va sempre accompagnata. Non una soluzione in sé. Quando i vari neo-moralisti si sono affannati per difendere il corretto senso delle parole del Papa, hanno concentrato poi l'attenzione sul fatto che per la Chiesa l'uso del condom continuerebbe ad essere un peccato, in quanto i prostituti maschi (ma anche le prostitute e i trans) sarebbero già in stato di peccato, poiché avrebbero deciso di violare la castità. Non comprendono, tuttavia, che a questo punto è del tutto inutile limitarne l'uso ai soli prostituti. Anche i clienti dei prostituti, anche semplici uomini e donne che hanno deciso di fare sesso fuori dal matrimonio, anche una coppia in cui uno dei coniugi sia sieropositivo, in tutti questi casi se una persona decide di violare il sesto comandamento, l'uso del profilattico può costituire un "primo passo verso una moralizzazione". Per questa ragione le parole del Papa continuano a lasciarmi... senza parole.

Passando quindi al caso Williamson, si conclude la seconda parte del libro intervista "Luce del Mondo". Alcuni estratti relativi a Williamson li avete già letti. Personalmente ritengo che negare la remissione della scomunica a Williamson per il solo fatto di aver negato l'esistenza delle camere a gas naziste sia un eccesso. I Vescovi vanno giudicati per le loro opinioni sulla Chiesa e sulla fede, per la loro mancanza di obbedienza al Papa, per i loro abusi liturgici, per le malversazioni economiche, e non perché magari in maniera inadeguata e poco prudente, esprimono - su richiesta di giornalisti maliziosi arruolati da qualche esponente vaticano nemico della tradizione - pareri su fatti storici del passato.

Pensiamo ad esempio ai Vescovi che negano l'applicazione del Motu Proprio, a quelli che spendono e spandono milioni di euro per costruire nuove chiese orripilanti, per organizzare concorsi edilizi truccati e altre amenità simili, sono costoro davvero in comunione con il Papa più di Mons. Williamson e sono costoro più cattolici di Williamson che - per inciso - si è convertito al cattolicesimo ben prima di entrare nella FSSPX?