martedì 1 febbraio 2011

LE RADICI IDEOLOGICHE DELL'ORIENTAMENTO AL POPOLO DEGLI ALTARI E IL CASO SAN MARINO


Chiesa di Sant'Engelberto - Colonia

di Francesco Colafemmina

La riflessione avviata sul rimaneggiamento della Basilica di San Marino, in vista della prossima visita del Pontefice, ci aiuta a comprendere una serie di aspetti poco noti delle dinamiche che hanno condotto all'esaltazione dell'orientamento "al popolo" del sacerdote.

La questione dell'orientamento fu posta inizialmente dall'abate del monastero di Maria Laach, in Germania, dom Ildefonso Herwegen. Qui, nella cripta della chiesa abbaziale, a partire dalla primavera del 1921 fu celebrata più o meno continuativamente la cosiddetta "krypta messe", una messa dialogata in latino con il sacerdote rivolto al popolo. La ragione intima dell'innovazione era il recupero del senso di "comunità" della Chiesa, il ritorno alla purezza delle origini, il recupero di un sensus ecclesiae considerato perduto nell'eccessivo clericalismo e nella rubricizzazione della liturgia. Così il movimento liturgico tedesco, fra Herwegen e Romano Guardini, si mosse più decisamente verso il recupero (dal museo di un paleocristianesimo edenico e affratellato) dell'idea dei circumstantes, che l'architetto Dominikus Boehm riprenderà da un volumetto del direttore della Caritas di Colonia Johannes van Acken pubblicato nel 1923 e dal titolo evocativo di "Architettura Cristocentrica".

Boehm, impressionato da questa lettura comincerà a costruire le sue famose chiese scioccanti, come quella spremiagrumi di St.Engelbert a Colonia (1928-32).

Foto d'epoca dell'esterno della chiesa di St. Engelberto a Colonia

Ad ogni modo il punto è: perché si continua a discutere di orientamento dell'altare? Molto semplicemente perché i cambiamenti e le innovazioni non sono né automatici né realmente "nuovi". Nel caso dell'altare rivolto al popolo onde agevolare il senso comunitario della Messa, basta rifarsi alla Messa Tedesca di Lutero, all'incipit del capitolo dedicato alla Domenica per i laici: "Noi conserveremo gli ornamenti sacerdotali, l’altare, le luci fino all’esaurimento o fino a quando non riterremo di cambiarle. Lasceremo, tuttavia, che altri possano fare diversamente; ma nella vera messa, fra veri cristiani, occorrerebbe che l’altare non restasse com’è adesso e che il prete si volgesse sempre verso il popolo, come senza alcun dubbio Cristo ha fatto al momento della Cena. Ma questo può attendere."

Questa frase di Lutero è indicativa dello spirito alla base dell'innovazione. Anche nel protestantesimo c'era questa forma di purismo, di ricerca delle origini, di superamento della tradizione della Chiesa, di rinuncia alla codificazione della liturgia nel corso dei secoli, in nome di una autenticità primigenia che voleva scavalcare la Chiesa stessa per creare una nuova entità ecclesiale separata e originale.

Interno di una chiesa luterana

Logicamente, quando, al termine del Concilio, si è avviata la riforma liturgica, tutta una serie di istanze più o meno connesse all'impulso luterano, sono confluite nell'atto del rivolgimento degli altari e nello stabilimento di un nuovo punto focale della preghiera di natura relazionale e comunitaria. E' chiaro che c'erano molti buoni propositi negli anni sessanta e la Chiesa tentava in qualche modo di manifestare un'alternativa al comunismo, attraverso la comunitarietà ecclesiale. Questo raccogliersi dell'uomo nel parlamentarismo affettivo e religioso fu d'altra parte una tipica conseguenza delle devastazioni morali, politiche e sociali delle due guerre mondiali. Tuttavia oggi, l'intero sistema ideologico e per nulla storico, o liturgicamente fondato, del rivolgimento degli altari, emerge in tutta la sua sterilità.

E' un sistema soprattutto datato in due sensi. E' datato perché introdotto in un'epoca precisa a fronte di istanze temporalmente determinate e i cui effetti oggi sembrano del tutto annullati. E' datato perché intrinsecamente razionale, costruito, meditato. E' infatti parto di una convergenza di opinioni e non di una continuo flusso di gesti e segni della fede. Come ha affermato più volte Joseph Ratzinger, il limite della riforma liturgica e di tutto il complesso di fenomeni ad essa legati sta nel suo essere una riforma "fatta a tavolino", erudita e divulgativa, professorale e pastorale, simbolica e pragmatica.
Ma ciò che forse è mancato in tutti questi anni è quel senso della storia che avrebbe fatto da subito comprendere i limiti suddetti non semplicemente della riforma liturgica in sé, quanto della furia iconoclasta e delle implicazioni ideologiche che essa ha avuto nel cambiare letteralmente volto alla Chiesa. Questo senso della storia ci aiuterebbe a comprendere che la società attuale, uscita dal periodo di conflittualità tra blocco sovietico e blocco statunitense, è vittima di una malattia degenerativa chiamata democraticismo ossia quell'apparenza di governo del popolo che è in realtà puro gioco d'interessi oligarchici di natura finanziaria, economica e politica.
E la nostra società per quanto si predichi adulta è tutto sommato infantile, nella sua incapacità di emanciparsi dalla vera e propria dittatura dello "spirito del tempo". Uno spirito che tende a far credere all'individuo nella sua libertà, mentre è in realtà schiavo e lo è doppiamente: è schiavo di un sistema economico che cerca di esercitare il controllo su ogni sua azione, ed è schiavo della propaganda di questo sistema che tende ad illuderlo della propria libertà.
In tutto ciò il "comunitarismo" ecclesiale rischia di diventare una fra le tante illusorie idee di appartenenza del fedele cattolico. Egli crede di appartenere alla comunità solo perché interagisce col prete e riesce ad accedere al presbiterio. Crede di essersi emancipato dalla struttura gerarchica e dalla soffocante distanza tra il presbiterio e la navata, solo perché vede avanzarsi l'altare e può comunicarsi in piedi, prendendo consapevolmente l'ostia in mano. Ma in realtà è un illuso come gli altri. Perché se crede che la vera esigenza della Chiesa sia questa propaganda comunitaria erra profondamente. Il suo appartenere alla Chiesa discende solo dal battesimo e dal credere che su quell'altare si compie il sacrificio incruento di Cristo, l'agnello di Dio che prende su di sé i peccati del mondo, i peccati dell'uomo. Tutto il resto sono provvisorie ragioni che egli offre a se stesso per restare attaccato a questa comunità, per credere di appartenere ad una comunità, una fra le tante.

In questo senso quindi il ripristino degli altari antichi, con il sacerdote nella stessa direzione del popolo ossia "spalle al popolo" e il superamento di questo blocco psicologico dell'uomo contemporaneo, così solo e così attratto dalla comunitarietà anche quando essa è artificiale o simbolica, significherebbe un grande passo in avanti per la Chiesa.

Il recupero del mistero, il ritorno alla distinzione spaziale fra il luogo più sacro ed elevato, recintato e distinto, lontano ma accessibile nel momento dell'eucaristia, significherebbe una nuova consapevolezza della posizione dell'uomo sulla terra in relazione a Dio. Non un mero ritorno al passato, ma una attualizzazione della prassi liturgica più lungamente ed efficacemente conservata dalla Chiesa. Una attualizzazione contemporanea secondo un duplice senso, come duplicemente obsolete risultano le aggressive innovazioni ideologiche seguite alla riforma liturgica: da un lato sarebbe contemporanea perché si tratterebbe di un rivivere il Cristianesimo attraverso il tempo, rendendo quindi vivo il passato e pulsante nelle vene del presente; dall'altro sarebbe una attualizzazione contemporanea perché nell'epoca della dittatura del relativismo, del crollo delle ideologie e dell'impero di economia e potentati oligarchici, costituirebbe un valido argine all'utopia, un ricordo costante della distanza fra l'uomo e Dio, colmata dall'Incarnazione e dal mistero della Salvezza.

Interno della Basilica di San Marino

Intanto però a San Marino non sembra che vi sia né la forza per sostenere un completo e organico adeguamento liturgico il cui potenziale ideologico sembra inaridirsi giorno dopo giorno, né quella per affrontare una vera e propria restaurazione architettonica, ripristinando il tabernacolo sull'altare, i sei ceri e il crocifisso al centro. A quanto pare si vorrebbe sospendere una croce con dei tiranti sulla volta in corrispondenza dell'altare. La croce sospesa fa letteralmente molto deus ex machina, ma testimonia che molto spesso in questioni di liturgia e architettura sacra entrano in conflitto processi ideologici molto, anzi troppo umani e assai di rado l'interesse supremo per la salvezza delle anime e per la preservazione della continuità con la viva tradizione della Chiesa. Sembra comunque che il Papa alla fine sosterà in preghiera davanti ai resti di San Marino e questo è già un progresso, ma le polemiche non si placano in merito all' "adeguamento liturgico" da effettuare entro il giugno prossimo...


5 commenti:

Andrea ha detto...

Grazie per l'articolo, Francesco.
Se vogliamo, potremmo chiederci perché la Chiesa degli anni '60 si sentisse portata a "manifestare un'alternativa al Comunismo".
A mio parere, il processo storico (da parte della Chiesa) fu approssimativamente il seguente:

A- costatazione della chiusura della "tenaglia" Est-Ovest, avvenuta alla fine della guerra con l'incontro fra truppe sovietiche e truppe alleate sull'Elba (Germania).
B- messa in guardia dal percolo per le anime e i corpi rappresentato dalla incombente minaccia "rossa" (decreto di scomunica dei comunisti, 1949).
C- "caduta in tentazione" in senso occidentalistico (atlantico): il mondo anglosassone (antimediterraneo, antiromano, antipapale, eugenetico ecc.) diventava l' "Impero del Bene".
Da tale "caduta" fu del tutto esente S.S.Pio XII.
D- oscillazione verso Oriente (Comunismo). Rendendosi conto che né Londra né Washington potevano essere punti di riferimento per un sentire cattolico, svalorizzata Roma a livello di "vacanze romane", che cosa restava?
Mosca (e poi Pechino).
E- tentativo comunitaristico, da te molto ben descritto, con forte sapore gnostico ("nuova Chiesa catacombale", "pre-costantiniana", "non compromessa con il potere"...).
Lo spirito che determinò il "sommovimento" fu sicuramente quello renano. Come si diceva in passato, pare che un ruolo fondamentale sia stato giocato dai contatti fra i Cattolici (card. Bea, se non vado errato) e la sinagoga di Strasburgo.

Per quanto riguarda la Croce sull'altare come "condizione preliminare per la celebrazione versus populum":

http://www.zenit.org/article-25346?l=italian

El Cid ha detto...

Un interessante contributo al tema si può trovare qui:
http://www.unavoceverona.it/documenti/Pasolini%20e%20la%20tavola%20rotonda%20del%20'69%20sulla%20liturgia%20con%20E.%20Balducci%20%20Burgalassi%20%20Marsili%20e%20Zizola.pdf

Anonimo ha detto...

Siccome l'altare "preconciliare" davanti al quale si inginocchiò Giovanni Paolo II vent'anni dopo il Concilio ormai E' STATO SMANTELLATO, in modo da poter agevolemte girare intorno alla mensa e celebrare in faccia al popolo(vedere video sull'isediamento capitani regenti http://www.youtube.com/watch?v=hpzP-FijKI0 ) non capisco di quale mancato adeguamento liturgico farfuglino i pretuncoli sanmarinesi.
Quindi inutilmente patetico l'accorato appello a mons.Negri

Anonimo ha detto...

caro Franz, credo che il tema di una società che viveva nel concreto della vita quotidiana la "comunitarietà" e non aveva quindi certo bisogno di "fare" "comunità" durante la messa, (come la società dei decenni e dei secoli passati) ed una società fondamentalmente e terribilmente individualista, egoista ed egocentrica (come quella attuale) che ha bisogno di ricostruire artificialmente e freddamente una socialità che fuori nella vita quotidiana non è più praticata, vada approfondito.
La deriva democraticista e comunitarista della liturgia postconciliare credo derivi propio dall'individualismo attuale che si cerca di mascherare, camuffare, surrogare, con un tenersi per mano durante il Padre nostro e un andare a sbacciucchiare tutti al segno della pace.
Juanne

Pastor Angelicus ha detto...

Cari amici "blogger" non posso che unirmi a voi! L'adeguamento liturgico ha rappresentato una vera e propria "disgrazia" per centinaia di presbiteri di lunga memoria storica ed artistica. Normalmente seguo la messa di Paolo VI ma qualche volta mi capita di seguire anche la messa tridentina secondo i libri del 1962. In effetti il vecchio altare "coram Deo" (sempre alzato di almeno tre gradini rispetto al presbiterio) e il presbiterio chiuso (a sua volta alzato di uno o più gradini rispetto alla navata principale) dà un senso di sacro che i nuovi altari e i nuovi presbiteri non trasmettono più! Quando si entra in una chiesa "tradizionale" dove si celebra la messa gregoriana l'attenzione del fedele viene immediatamente catturata dall'altare e dal suo Tabernacolo. Lì vi è il centro di tutto l'edificio, il fulcro dell'altra maggiore: lì c'è Nostro Signore Gesù Cristo! Nel momento in cui inizia la celebrazione, inoltre, come sapete bene, il sacerdote non sale immediatamente all'altare ma sosta in segno di "sottomissione", ringraziamento ed adorazione ai piedi dei tre scalini. Anche questo inizio evidenzia la sacralità dell'Altare e nello stesso tempo ci ricorda che il sacerdote incarna l'azione "mediatrice" di Santa Romana Chiesa (la sola custode della verità).
La distanza (o meglio, la "separazione") netta e completa del presbiterio dal popolo dei fedeli aiuta a rendersi conto che Dio è tutto e che noi, umili peccatori, vi possiamo giungere solo grazie ai preziosi insegnamenti del clero e al Magistero della Chiesa!
I sei ceri e la santa Croce, infine, aiutano ancora di più il fedele a concentrare la propria mente, i propri sensi ed il proprio spirito sul mistero della redenzione e sul Santo Sacrificio della Messa. In altre parole, NON C'E' PARAGONE!