giovedì 31 marzo 2011

LA SECOLARIZZAZIONE LITURGICA COME NEGAZIONE DEL CULTO




Ringraziamo don Matteo per averci inviato il suo contributo letto nell'ambito del convegno organizzato presso la Facoltà di Giurisprudenza dell'Università di Bari il 25 marzo scorso in occasione della visita di S.E. il Cardinal Raymond Burke. Dopo esserci disgustati con i video di ieri non possiamo non respirare un po' di aria pura. Non posso però non trattenere il dolore che nasce dalla consapevolezza che ormai la diagnosi della crisi della Chiesa in termini di secolarizzazione è più che chiara: quando e chi opererà per curare al più presto queste piaghe del Corpo Mistico di Cristo? Alcuni medici sono già al lavoro, ma più che isolati e silenziosi palliativi qui servirebbe una cura drastica e radicale! - Francesco


di don Matteo De Meo

Sicuramente la genesi di gran parte del crollo della Liturgia, a cui da decenni stiamo assistendo nella Chiesa, è da rintracciarsi in ciò che Sua Eminenza il Cardinal Raymond Leo Burke ha acutamente evidenziato all’inizio della sua Lectio magistralis: “...un’esasperata attenzione rivolta all’aspetto umano della liturgia...” ovvero la sua secolarizzazione.

Essa si dettaglia in tutti quegli infiniti e variegati tentativi di “adeguamento” tra la fede e il suo linguaggio da una parte e il mondo dall'altra, tra liturgia e mondo. Un mondo, però, che viene sempre più concepito etsi Deus non daretur. E proprio Benedetto XVI ha affermato che “la crisi ecclesiale in cui oggi ci troviamo dipende in gran parte dal culto della liturgia che talvolta viene addirittura concepita etsi Deus non daretur”.

A tal riguardo è oltremodo significativa una riflessione di un noto teologo ortodosso, scritta ben quarant'anni fa: "Negli ultimi anni la secolarizzazione è stata analizzata, descritta e definita in molti modi, ma, per quanto ne sappia, nessuna di queste descrizioni ha sottolineato un punto che ritengo sia essenziale e che rivela in effetti meglio di ogni altra cosa la vera natura della secolarizzazione. La secolarizzazione, a mio avviso, è innanzitutto una negazione del culto. Sottolineo: non una negazione dell’esistenza di Dio, o di un qualche tipo di trascendenza e quindi di ogni sorta di religione. Se il secolarismo in termini teologici è un’eresia, si tratta innanzitutto di un’eresia sull’uomo. È la negazione dell’uomo in quanto essere che adora, in quanto homo adorans: colui per il quale l’adorazione è l’atto fondamentale, che allo stesso tempo “colloca” la sua umanità e la compie. È il rifiuto “decisivo” ontologicamente ed epistemologicamente, delle parole, che “sempre, dovunque e per tutti” sono state la vera “epifania” del rapporto dell’uomo con Dio, con il mondo e con sé stesso.

Questa definizione di secolarizzazione ha certamente bisogno di una precisazione. E ovviamente non può essere accettata da coloro che, assai numerosi, oggi, consapevolmente o inconsapevolmente, riducono il cristianesimo in categorie intellettuali (“credenza futura”) o in categorie etico-sociologiche (“servizio cristiano al mondo”), e che quindi pensano debba essere possibile trovare non solo un qualche tipo di adeguamento, ma anche un’armonia profonda tra la nostra “età secolare”, da un lato e il culto, dall’altro. Se i fautori di ciò che fondamentalmente non è altro che l’accettazione cristiana della secolarizzazione sono nel giusto, allora naturalmente tutto il nostro problema è solo quello di trovare o inventare un culto più accettabile, più “rilevante” per la moderna visione del mondo dell’uomo secolarizzato. E tale è, infatti, la direzione presa oggi dalla stragrande maggioranza dei riformatori liturgici. Quello che cercano è un culto le cui forme e contenuti “riflettano” i bisogni e le aspirazioni dell’uomo secolarizzato, o ancor meglio della secolarizzazione stessa." (Alexander Schmemann, Rendere culto in una età secolarizzata, Relazione letta all’ottava Assemblea Generale di Syndesmos, Boston, USA, 20 luglio 1971).


Un aspetto, quest'ultimo, che ha la sua ricaduta in un vasto raggio dalla ritualità, all’arte e alla architettura sacra.

Basti pensare che la “stessa incapacità dell’uomo di oggi di rapportarsi con il mistero” diventa un criterio per realizzare nuovi spazi liturgici (vedi Chiesa di Piano s. Giovanni Rotondo); o si traduce nel tentativo di entrare in dialogo con una certa cultura definita oggi proteiforme: “...l’architettura contemporanea è fluida, cangiante, proteiforme; così come un liquido si adatta al suo contenitore, essa si conforma alla sensibilità dell’artefice. Tutte le modalità di espressione artistica sono strettamente connesse alla soggettività...”- in questi termini si esprime D. Bagliani, docente al politecnico di Torino (opinione riportata in un articolo “Nuove Chiese, progetti da premio” di L. Servadio, in merito ai tre progetti pilota di nuove chiese vincenti alla quinta edizione del concorso Cei, 2009).

Un edificio può mettere in evidenza il silenzio, un altro un certo connubio fra natura e architettura (bioarchitettura), un altro un certo collegamento tra passato e futuro; oppure può adottare semplicemente forme stravaganti: una gemma di roccia poggiata al suolo, con un ingresso che invita ad un senso di protezione, simbologie ricercate e analogie, ecc.
Allo stesso modo questa "incapacità di rapportarsi col mistero" può tradursi nell'adozione nell’ambito dell’arte sacra di un astrattismo proprio dell’arte contemporanea: l’arte nella sua astrattezza e fluidità tenderebbe pertanto ad esprimere “l’inesprimibilità” del sacro e del mistero: “...anche le parole più astratte del Signore quale, via verità e vita, potrebbero essere rivestite di forma e colore...” (vedi T. Verdon in un suo articolo comparso sull’Osservatore Romano del 12 gennaio 2008).

Sono solo alcuni esempi che ci rivelano un assoggettamento della liturgia, e quindi della stessa arte sacra e religiosa in genere, alla capacità di comprensione attuale. Il risultato è un vago spiritualismo, un simbolismo figurativo confuso e astratto, una liturgia intellettualizzata. A chiunque abbia avuto, sia pure una sola volta, la vera esperienza del culto, tutto questo si rivela subito come un semplice surrogato. Egli sa che il culto secolarista è semplicemente incompatibile con il vero culto. Ed è qui, in questo miserabile fallimento liturgico, i cui risultati terribili stiamo solo cominciando a vedere, che il secolarismo rivela il suo ultimo vuoto religioso e, non esiterò a dirlo, la sua essenza del tutto anti-cristiana.

La società è ormai pervasa da questa mentalità secolarizzata che sembra non risparmiare nemmeno la Chiesa, aggredendo particolarmente l’integrità della Liturgia. Quelli che dovrebbero essere chiaramente definiti e condannati come abusi liturgici diventano sempre più la norma. Si celebra in ogni luogo, in ogni modo, e in ogni forma. É difficile ormai trovare una celebrazione “cattolica”, nel vero senso della parola, “unica e universale”. Non entriamo poi in merito degli edifici e degli spazi liturgici, dove convivono tranquillamente, banalità sciatteria e bruttezza. É difficile definirli “casa” ancor meno “casa di Dio”. Luoghi che consacrati per il culto a Dio possono tranquillamente essere usati per qualsiasi “celebrazione”, o spettacolo, o teatro, o conferenza col risultato di far perdere definitivamente la loro identità di luogo sacro.

Ma non vorrei scadere nella mera polemica fine a se stessa!

Per cui, ripetiamo ancora una volta, la secolarizzazione non è affatto identica all’ateismo, e per quanto paradossale possa sembrare, può essere dimostrato che essa ha sempre avuto un desiderio particolare per l’espressione “liturgica”. Se, tuttavia, la mia definizione è corretta, allora tutta questa ricerca di “adeguamento” perviene ad uno scopo irrimediabilmente morto, se non addirittura senza senso. Quindi la formulazione stessa del nostro tema – “liturgie secolarizzate” – vuol mettere in evidenza, a mio avviso, innanzitutto una contraddizione interna, in termini; una contraddizione che esprime l’impossibilità stessa di una “liturgia secolarizzata”.

Rendere culto è, per definizione una azione, una realtà di dimensione cosmica, storica ed escatologica; è espressione, in tal modo, non solo di “pietà”, ma di una totalizzante “visione del mondo”. E quei pochi che si sono presi la pena di studiare il culto in generale e il culto cristiano, in particolare, (J. Ries, M. Eliade, per citare solo i più rappresentativi, che furono fra i primi nell’immediato post concilio a suonare il campanello d’allarme di una pericolosa ideologia di desacralizzazione all’interno della Chiesa stessa, e non vennero ascoltati) sarebbero certamente d’accordo che su un livello storico e fenomenologico questa nozione di culto è oggettivamente verificabile.
Il secolarismo, ho detto, è soprattutto una negazione del culto. E, in effetti, se quello che abbiamo detto circa il culto è vero, non è altrettanto vero che il secolarismo consiste nel rifiuto, esplicito o implicito, precisamente di quella concezione dell'uomo e del mondo che proprio il culto ha lo scopo di esprimere e comunicare?


14 commenti:

Anonimo ha detto...

Molto probabilmente dirò cose scontate ma lasciatemele dire, così da voi potrò sapere se sono scontate.
Ho letto il pensiero di Francesco e di don Matteo e mi sembra necessario aggiungere alcune considerazioni.
1) Ho visto i filmati e ho cercato di chiedermi… perché? Perché un parroco inventa, modifica, stravolge? Per rendere più umano, più visibile, il divino? Per secolarizzare coscientemente il rito ottenendo di secolarizzare incoscientemente la liturgia? Dal suo sguardo e da quello delle “ballerine” e delle altre persone intorno all’altare non si direbbe: sembra invece che tutti gli “attori” siano molto presi dalla sacralità della “scena”.
2) Ho anche visto la chiesa piena, il resto del popolo (ridotto, sì, a spettatore dei momenti danzanti e perciò poi, forse difficilmente riconducibile ad attore dei momenti sacri) c’era: seduto nella navata, in piedi nel transetto.
3) Ho sentito il parroco incitare tutti a partecipare “fisicamente” alla liturgia sciogliendo i muscoli irrigiditi dall’età e dalla timidezza imitando la scioltezza dei bambini che invece partecipano, a detta sua, con più coinvolgimento.
4) Ho sentito inneggiare al Signore, tante, tante volte, ma tante e tante che mi sono sembrate molte di più della sacra liturgia del Messale Romano.
Ho visto e sentito questo e mi sono chiesto: e se la liturgia celeste fosse proprio così? E se fosse questa festa danzata e cantata, (sicuramente con più grazia e Grazia che i corpi risorti avranno rispetto ai corpi mortali) non fosse proprio la forma della eterna liturgia a cui tutti facciamo riferimento, a cui tutti aneliamo?
E’ solo la “trasgressione” dalla liturgia canonica ad essere espressione di un abuso liturgico?
Perché il rito del culto a Dio eseguito in forma più vicina a quella celeste è negazione del culto?
Ed anche: perché il rito nella liturgia terrena canonica (quella tradizionale per intenderci) è meno festante e cantante? perché è più, direi, compassata, moderata, forse pure, più limitata?

Anonimo ha detto...

Segue.
Secondo me la ragione non è da cercare nella “secolarizzazione” pura e semplice. Questa è solo l’effetto di una strana “schizofrenia”: il motivo della smodata secolarizzazione sta nel fatto che si sta enfatizzando l’uomo perché si è perso l’Uomo, e nel cercare l’Uomo si sta ingigantendo l’uomo.
Cosa voglio dire.
Ho sentito la testimonianza ad una trasmissione pomeridiana di Rai1 di una signora che ha perso un figlio di otto anni per malattia, Rosalba Acquaviva.
La signora Rosalba ha raccontato di essere stata sempre credente, ma in modo (riassumo io) un po’ superficiale e superbo. Ad un certo punto della sua vita (prima della perdita del figlio) ha incontrato Gesù! Come e dove, le hanno subito chiesto. Leggendo la Bibbia, ha risposto, ho scoperto che l’uomo è peccatore! La signora Rosalba ha incontrato Cristo perché ha incontrato l’esistenza, nella natura dell’uomo, del peccato.
Cosa c’entra con la forma liturgica del parroco di cui stiamo parlando.
Questa testimonianza mi ha fatto capire che la liturgia festante e cantante del parroco in questione non è un abuso solo perché si differenzia da quella tradizionale; è un abuso perché è “IPOCRITA”.
E’ ipocrita perché nel nostro mondo c’è il peccato! E cioè?
Perché in quella chiesa, in quel momento, c’è l’Uomo e non l’uomo.
C’è l’Uomo con le sue tragedie: perché lì ci sarà un uomo che ha avuto un lutto pochi giorni prima e non gli va, non gli va proprio di ballare e danzare con le sue membra distrutte dal dolore.
C’è l’Uomo con i suoi tradimenti: perché lì ci sarà un uomo che sta odiando il suo vicino perché gli avrà fatto qualcosa e non gli va, non gli va proprio di ballare e danzare con lui, è già tanta umiltà e misericordia se riesce a stringergli la mano per scambiarsi il segno di pace.
C’è l’Uomo con i suoi difetti fisici: perché lì ci sarà un uomo che non riesce a danzare a tempo e non gli va, non gli va proprio di farsi vedere goffo e sentirsi ridicolo.
C’è l’Uomo con le sue disabilità: perché lì ci sarà un uomo in carrozzina (ed in verità ce n’erano tanti) ai quali che dici? Tu no! sei zoppo!
E quelli che danzano e cantano allora chi sono? non hanno sofferenze, patimenti, invidie, ecc.? Sono Angeli? No! Sono FALSI perché se sono Uomini non sono felicemente eterei come fanno sembrare e, forse, si sentono pure, in quel momento. Stanno forzando la loro Umanità interiore ad una umanità esteriore, stanno piegando il cuore dell’Uomo che è in loro, sulla pelle dell’apparenza dell’uomo che vorrebbero sembrare.
Allora rifletto pensando che la Chiesa con i suoi organismi decisionali, quando ha stabilito la forma del rito per la celebrazione della liturgia ha tenuto conto dell’Uomo e del fatto che è Peccatore e ha stabilito una liturgia moderata, sobria, contenuta non perché i componenti degli organismi decisionali fossero persone barbose, musone, tristi, ecc.: perché erano Uomini, consapevoli che stavano stabilendo il rito per l’Uomo, tutto intero, fatto di tutto, tutto quello che si può scrivere di lui.
La testimonianza della Signora Rosalba dimostra che il riconoscere il peccato e riconoscersi peccatori è stato per lei motivo di grande gioia e serenità fino a farle dire che “il dolore della tragedia della perdita di un figlio si è tramutata in GIOIA”.
Così ha detto.
E io penso che per vivere in questa gioia nella contemporaneità del dolore di questa tragedia, danze e balli e canti esteriori non siano solo un abuso, ma siano DANNOSI per la gioia, invece che essere utili.
Il rifiuto perciò di una liturgia di questo tipo non attiene al “potere” (e perciò scambiabile con il fascismo) ma attiene all’”amore”, all’amore per l’uomo che, così amato dagli altri uomini, possa chiamarsi Uomo.

Francesco Colafemmina ha detto...

Primo: inviterei nei commenti ad essere concisi. Come si può rispondere in un commento ad un papiro del genere?

Secondo: grazie per il contributo. Veniamo alle risposte:

1) La risposta al fatto che sono tutti "molto presi" da una presunta sacralità della scena, sta in quelle parole di Ratzinger che descrivono gli abusi liturgici: danze attorno al vitello d'oro che siamo noi stessi. Nel caso specifico vediamo la presenza di quasi sole donne che vivono con gioia la festa. Eppure questo vivere con gioia è tipico dell'esaltazione bacchica, è un fenomeno già studiato dalla psicanalisi: attraverso la rottura del lecito, attraverso la trasgressione del culto stabilito, si guadagna una soddisfazione collettiva che trasforma il culto in esaltazione maniacale del sè.

2) La chiesa è piena, ma il pieno non fa la fede. Riempire una chiesa con pagliacci potrebbe essere un valido metodo per attrarre i bambini, ma non sarebbe un valido metodo per educarli alla preghiera né tantomeno per salvarli dalla morte eterna.

3) La partecipazione "muscolare", fisica è ancora una volta un tentativo di mescolare la preghiera del fedele unito al sacerdote che compie il sacrificio con le filosofie orientali e i culti già considerati dagli antichi romani forme di maniacalità individuale che scompaginavano l'equilibrio e l'armonia del rapporto fra uomo e divinità (vedi il culto di Attis e Cibele).

4) Esatto. E' la trasgressione dalla liturgia canonica ad esprimere l'abuso liturgico. Essere cattolici non significa scegliere ciò che ci piace e buttare il resto. Significa obbedire alle regole. Regole che non sono umane ma divine: Dio ha il diritto di essere adorato così come Egli ci ha insegnato. E il culto cattolico non è certo creazione di un tempo determinato, ma rimonta all'ultima cena ed è di istituzione divina. Se non si crede a ciò come ci si può professare cattolici? Basta passare il guado ed entrare nelle file degli Evangelici, ad esempio.

Francesco Colafemmina ha detto...

Segue:

In realtà credo che quella liturgia sia quanto di più umano si possa dare, perché dell'uomo prende gli aspetti più degenerati e non i migliori. Dell'uomo non prende la sottomissione, il riconoscimento della sua infinita piccolezza, lo sgomento dinanzi alla morte, dinanzi al peccato, la ferma consapevolezza del suo deperimento, dell'esposizione alle malattie e alla corruzione.
Dell'uomo prende solo la vanagloria, l'esibizione di una salutare allegria, la festa come rito apotropaico, rito che scaccia dalla mente il ricordo del limite e con l'illusione dell'amore divino gli fa credere che tra Dio e l'uomo non vi sia più alcun limite.

Ebbene, proprio la consapevolezza del limite, del fragma, della divisione fra umano e divino è esperienza del culto, perché genera una relazione verticale con il Creatore cui dobbiamo tutto e alla cui salvezza aspiriamo.

In questo senso la secolarizzazione, il consumismo edonista, l'autosufficienza e la sfiducia nei limiti intrinseci dell'uomo, la fede nella sua onnipotenza, nella sua forza trasgressiva, sono tutti elementi antropocrentrici: l'uomo basta a se stesso.

E in quanto tale la secolarizzazione è piena negazione del culto, perché sottrae alla realtà umana la presenza del Divino e impedisce all'umanità di confrontarsi solennemente e nel silenzio della coscienza con le insondabili profondità dei propri limiti e con l'abisso della dannazione eterna: la sola speranza ci giunge da Cristo e dall'Eucaristia che non è "cena con Gesù" ma Suo sacrificio per la nostra salvezza.

Caterina63 ha detto...

Stpenda relazione che mi ha commossa nel leggerla....
traspare tutto il DOLORE IMMENSO della devastazione alla quale CI HANNO COSTRETTO....

Cari Vescovi, mettetevi una mano sulla Coscienza!
ABBIAMO FAME E SETE DEL SENSO DEL SACRO....del Sacro CATTOLICO, della Tradizione più vera, quella che i Santi ci trasmettono attraverso le loro storie, le loro vite vissute, CON QUEI BEI CROCEFISSI GRONDANDI DI SANGUE CHE PARLAVANO AI SANTI....
Nelle Chiese di una volta troviamo spesso miracoli e apparizioni approvati dalla Chiesa, come mai da 40 anni in queste Chiese NON ACCADE PIU' NULLA?

Ridonateci quel senso del Sacro!!
Tremendo sarà il giudizio di Dio per quanto ci è stato tolto...

Santa Quaresima a tutti!

bedwere ha detto...

La secolarizzazione purtroppo viene da lontano (non e` tutta colpa del Vaticano II).

Una lettura per me illuminante:


Banished Heart: Origins of Heteropraxis in the Catholic Church

http://www.amazon.com/Banished-Heart-Heteropraxis-Catholic-Fundamental/dp/0567442209

El Cid ha detto...

@ Bedwere.
In attesa della traduzione italiana, è' possibile fare un riassunto particolareggiato, capitolo per capitolo, del libro che citi?
Grazie.

Matteo ha detto...

Suggerisco, come ho fatto io, di mandare una bella letterina a questo indirizzo
info@nostrasignoradelsacrocuore.it

E, se proprio volete varvi del male, di andare a vedere il sito e leggere le "omelie". Eresia allo stato puro.

Bisogna fare qualcosa.

bedwere ha detto...

El Cid, mi limitero` a tradurre quanto in quarta copertina.

Se la soppressione della liturgia romana tradizionale contro le aspettative del Concilio Vaticano II fu, nelle parole del Card. Silvio Oddi, "un crimine per cui la storia non perdonera` mai la Chiesa", perche', alla fine degli anni 60, la grande maggioranza dei cattolici latini abbandonarano, con poco o nessun ripensamento, le loro forme di culto santificate nei secoli?
The Banished Heart cerca di spiegare questa catastrofe spirituale e culturale dimostrando quel che soprendera` molti: come la Chiesa cattolica odierna, nella sua corrente prncipale, con la sua aura modernista e secolare, e` cresciuta direttamente dal conservatorismo ufficiale della Chiesa romana come era prima del Concilio.
L'autore sostiene che, come parte inseparabile dell'ordine pre-conciliare, c'era una eredita` di razionalismo ed imperialismo, secolare in origine, che fu responsabile non solo per la riduzione, sequestro, o totale abolizione di molte liturgie tradizionali della cristianita` (sia occidentali che orientali), ma che, dal secolo XVI, posero la Chiesa romana in posizione di implicito e spesso palese antagonismo alle basi popolari e culturali del cattolicesimo stesso.
Il Dr. Geoffrey Hull mostra come, attraverso queste aberrazioni dalla forma della cristianita` indivisa, la mente, o piu` precisamente la volonta` della Chiesa, e` entrata in una sorta di scisma con il suo corpo, con il risultato che oggi essere "cattolici", in coscienza ed impegno, e` diventato sempre piu` distinto dal vivere una vita di autentica tradizione cattolica.
La domanda finale che The Banished Heart pone a coloro che sono impegnati nella Chiesa romana "aggiornata" ed ai riti artificiali con cui essa fa culto, e` quella che tutte le culture, se vogliono crescere e fiorire, sono constrette a rispondere: tramite quale nutrimento e per quale scopo vivi, e quale e` la profondita` della tua vita?

Andrea ha detto...

Magnifico e veritiero contributo, caro bedwere.

In una parola, potremmo dire, se bene intendo: il CARTESIANESIMO era fortissimo, quasi "dato per scontato", negli ambienti "conservatori" di Chiesa.
La vivificante Scolastica era stata largamente mortificata in "contenuto di manuali teologici".
Certamente esiste un'opposizione insanabile fra "conservatorismo" (vedi, con tutto il rispetto e anche la simpatia, mons.Gherardini) e "Tradizione" (realtà vitale, basata sullo schema "nani sulle spalle dei giganti").

"The banished heart" ("Il cuore messo al bando") ci rimanda direttamente al Grande Gelo del Giansenismo, e alle apparizioni del Sacro Cuore a Paray-le-Monial.
Si tratta del punto DECISIVO per la catastrofe dei secoli successivi:
Gesù mostrava il suo amore "umano" per noi; chiedeva di essere ricambiato con l'amore; dava la via di salvezza certa (i Primi Nove Venerdì), contro le tremende angosce giansenistiche; chiedeva la consacrazione della Francia al suo Cuore e l'inserimento dell'immagine del S.Cuore nella bandiera nazionale.
Siamo in pieno regno del "Re Sole": cent'anni dopo, avendo il Re perso quell'occasione, la bandiera rivoluzionaria sarà innalzata contro l' "Etendard sanglant de la Tirannie" ("Stendardo insanguinato della Tirannide"), cioè la Croce, Stendardo (insanguinato!!) della Signoria di Dio e dei suoi Santi.

G.G.M. ha detto...

Se la soppressione della liturgia romana tradizionale contro le aspettative del Concilio Vaticano II fu, nelle parole del Card. Silvio Oddi, "un crimine per cui la storia non perdonera` mai la Chiesa", perche', alla fine degli anni 60, la grande maggioranza dei cattolici latini abbandonarano, con poco o nessun ripensamento, le loro forme di culto santificate nei secoli?
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Caro bedwere non credo che quello che cita lei sia la panacea per capire la deriva che la Chiesa postconciliare stà avendo. Non lo credo per il semplice fatto che a molti fedeli E' stato IMPOSTO il cambiamento e dal canto loro per il tradizionale rispetto ( doveroso in moltissimi casi) che loro stessi (i fedeli) nutrivano per i Sacerdoti, non hanno mosso dito, perchè si fidavano ciecamente complici le numerosissime figure di Santi Sacerdoti di cui la Chiesa postconciliare era ammantata. Senza contare poi che gli stessi fedeli non conoscendo certe implicazioni dottrinali non potevano certamente disquisire alcunchè, perciò tutto si svolse in maniera semplice e lineare per questi novatores!!!

Com'è che da parte dei fedeli che dapprima accettarono passivamente i cambiamentici in seguito ci fu un fuggi fuggi da certe celebrazioni? Beh! non è poi così difficile immaginarlo, se io non mi ritrovo più, e se ho un senso di ripulsa e in me aumenta la confusione, meglio fuggire non prima però di cercare di dimostrare la mia contrarietà. Non avendo risposte ma umiliazioni da parte dei "novatores" allora sarò costretta a scuotermi la polvere dai calzari!!! Più semplice di così si muore!!!

Io non amo certa filosoteologia che per mettersi in mostra,scrive tonnellate di parole che poi non servono a spiegare una delle tanti semplici e dure realtà dei fatti. Bastano poche parole e tanto amore per la Verità storica e sociale tutto quà!!

bedwere ha detto...

Caro Andrea, nel suo libro Hull si occupa ampiamente dei Giansenisti. Fra l'altro un articolo di Hull su questo tema e` disponibile qui:

http://civitas-dei.eu/hull.htm

Penso che la traduzione automatica di Google dovrebbe consentire a tutti di apprezzarlo.
Pero` Hull mette in luce deviazioni secolarizzanti avvenute anche prima: un esempio fra tanti, la distruzione dei riti e della pieta` bizantini nell'Italia meridionale.

bedwere ha detto...

Caro G.G.M., ovviamente Hull e` criticabilissimo (anche se bisogna leggere tutto il libro). Pero` mi sembra innegabile una certa passivita` di fronte alle imposizioni vaticane. Il confronto con il mondo Ortodosso e` istruttivo: durante la Divina Liturgia un vescovo greco ha tentato di leggere i testi sacri in greco moderno invece che in Koine. Poco mancava che venisse malmenato. Non riesco proprio immaginare i fedeli cattolici bastonare Bugnini, che fece mille volte peggio.

Andrea ha detto...

Caro bedwere, grazie per la risposta.

Credo che, quando Hull fa riferimento al plurisecolare "razionalismo ed imperialismo" (dalla quarta di copertina, che lei ci traduce) della Chiesa Cattolica, parli della ROMANITAS della Chiesa come egli la vede.

La questione del tentativo del mondo anglosassone, ma anche germanico, di riconnettersi alla cultura del Mediterraneo Orientale "scavalcando" Roma, è caratteristica degli ultimi secoli. Si potrebbe dire che gli antichi barbari cercano una "via CULTURALE" alla civiltà, che faccia a meno delle forme romane, tipicamente organizzative e operative: San Gregorio Magno (promotore dell'evangelizzazione dell'Inghilterra), che giustamente Francesco apprezza tanto, era detto "il console di Dio".

Che dire?
Venendo al pratico, possiamo osservare che la ribellione dei fedeli ortodossi a qualsiasi tentativo di "aggiornamento" è diversa dal sentire "sanamente tradizionale" dei semplici fedeli cattolici. La diversità sta nel fatto che in Oriente (Ortodossia) è diffuso un sentire cesaropapistico, per cui Chiesa, organizzazione politica, popolo non sono veramente distinguibili. Ciò si è palesato di fronte all'orrore del Comunismo: dopo i primi anni di martirio, fu considerato "normale" essere comunisti e blandamente credenti insieme. Non così per le popolazioni cattoliche d'Oriente.

E torniamo al punto: Roma è (e fu) "razionalista" o no?
Come dicevamo, razionalista fu certamente la Francia del 1500/1600, per non parlare dell'orrore del 1700; Roma fu (ed è, quando non corre dietro alle mode suicidarie) "pratica", cioè non sofistica. Se Dio la preparò e la scelse a sede del Suo Vicario, un motivo c'è, ed è proprio il suo spirito IMPERIALE, che non è né imperialistico né regale. Si tratta di uno spirito di COORDINAMENTO delle realtà esistenti in vista di un superiore diritto dello IUS (diritto naturale).
Il vero "Heart" mai bandito dalla Cattolicità è quello di cui ci parlava il Vangelo di ieri: non un cuore "pneumatico", che tanto attira gli Orientali ortodossi e gli Occidentali eretici(protestanti), ma un cuore "pratico", creato da Cristo Stesso rimettendo le Mani sulla creatura decaduta e mettendola in grado di VEDERE: vedere i fatti (la guarigione miracolosa) e vedere Dio Stesso (Cristo).

Papa Ratzinger diceva, due o tre anni fa, che il programma del Cristiano è "Un cuore che vede".

Cordiali saluti