martedì 17 maggio 2011

"L'INVERNO DELLA CULTURA" DI JEAN CLAIR: L'EROICITA' DI ABRAMO

Orazio Gentileschi - Il Sacrificio di Isacco - 1613


di Francesco Colafemmina

Terminata la lettura de "L'hiver de la culture" se ne ricava un senso di profonda impotenza, ma anche di positiva rabbia, quella rabbia salutare dell'intelletto e dell'anima che si oppongono all'imbecillità di una società degradata e senza direzioni. L'opera affronta numerosi temi: dal futuro del concetto di "museo" (passando per il suo tragico presente), al fallimento dell'arte contemporanea arrotolatasi su se stessa, perpetuamente celebrante un'ideologia priva di contenuti, scatole concettuali prive di opere d'arte, anzi prive della stessa nozione di arte.

Vi avevo già anticipato un forte estratto dedicato alle derive contemporaneistiche della Chiesa Cattolica, sempre più adusa a farsi scivolare addosso il sacrilego culto del deforme e dello scandaloso. Riflessioni che Clair ha rielaborato nella sua prolusione nell'ambito del Cortile dei Gentili a Parigi. Oggi vorrei soffermarmi su un altro punto, attraversando le trame profonde, simboliche e quasi psicanalitiche, della condizione attuale dell'arte.

Clair, ricordando il contrasto che Kierkegaard disegna fra Caino e Abramo, afferma (pp.137-138):

Il sacrificio di Isacco - Sinagoga di Doura-Europos (III sec. d.C.)

"Il sacrificio di Abramo è la base comune delle tre grandi religioni monoteistiche alle quali apparteniamo ancora un po'. Di qui, forse, l'abbondanza e la ricchezza della sua iconografia. La si trova, ed è una stupefacente eccezione nell'aniconismo giudaico, rappresentata negli affreschi della sinagoga di Doura-Europos, come nei mosaici di San Vitale a Ravenna, ma anche nelle molteplici icone bizantine, come nelle innumerevoli miniature persiane nelle quali l'episodio è commentato da versetti in calligrafia corsiva, e così di seguito fino ai capolavori di Rembrandt e Caravaggio. L'arte non si fonda sull'uccisione di Caino, ma sul sacrificio di Abramo.

Mosaico del Sacrificio di Isacco - San Vitale - Ravenna

Pure, il torrente si è prosciugato: l'arte moderna e contemporanea non sembra averlo mai rappresentato, come se il pensiero morale o l'etica moderna si trovassero dinanzi ad un gesto del quale lo 'scandalo' è divenuto poco a poco incomprensibile.

Il Sacrificio di Isacco - Riza-i Abbasi - Manoscritto persiano del XVI secolo

Il passaggio dallo stadio estetico a quello religioso è in effetti un passaggio, così pare oggi, inimmaginabile. La figura centrale delle nostre paure, delle nostre angosce, dei nostri sogni, è ai nostri giorni quella di Edipo, il figlio che uccide il Padre per possedere la Madre.

Caravaggio - Il sacrificio di Isacco - 1603

Ciò che questo omicidio vuol significare è che la trasmissione, la tradizione, l'autorità, secondo il gesto scandaloso e paradossale messo in scena nel sacrificio di Abramo, sono diventate impensabili allo sguardo dell'uomo contemporaneo. Secondo il mito antico di Edipo, conviene respingerle, respingendo per sempre la figura minacciante di una autorità paterna assassina.

Rembrandt - Sacrificio di Isacco - 1635

L'arte moderna si darà da fare, instaurando la tirannia di un novum che non conosce origine alcuna e che, uccidendo il Padre, uccide il patriarca, colui che, secondo l'etimologia, è l'arché, il ponte verso la tradizione che il Padre incarna. L'artista, solo e primo, non suppone di avere genitori. Nato dal nulla e capace di tutto. Caino trionfa su Abramo. Il primo degli assassini è anche il primo degli artisti, nello stesso tempo in cui è il primo fra gli uomini."

Per Clair l'archetipo del Patriarca la cui legge morale può essere solo violata dal comando apparentemente immorale di Dio, costituisce la chiave interpretativa di una estetica calpestata e sostituita nella contemporaneità dalla vera immoralità banale e abietta, per nulla eroica o tragica, di Caino, dell'assassino per eccellenza. Personalmente aggiungerei che sì, Caino è il primo assassino della storia, ma egli è anche il primo invidioso, il primo uomo mosso dall'interesse, il primo uomo che non conosce il timore di Dio e non sa praticare l'adorazione, il gesto gratuito del "rendere grazie". E' in fondo un uomo irreligioso. E tutti questi elementi si concentrano nell'archetipo che costantemente ispira i produttori di arte contemporanea. L'altro paragone essenziale è quello con Edipo, paragone che considero ancor più appropriato, sebbene non vada letto esclusivamente per il parricidio compiuto dal figlio di Laio; Edipo è anche il padre abbandonato, vilipeso, utilitaristicamente avvicinato da Polinice nell'epì Kolonò di Sofocle...

Per comprendere appieno le parole di Clair, vale la pena citare un passo illuminante di Kierkegaard sull'eroicità di Abramo:

"Se l'uomo non avesse una coscienza eterna, se al fondo d'ogni cosa ci fosse solo una potenza selvaggia e ribollente che produce ogni cosa, il grande e il futile, nel turbine d'oscure passioni; se il vuoto senza fondo, che nulla può colmare, si nascondesse sotto le cose, che cosa sarebbe la vita, se non disperazione? Se così non fosse, se non ci fosse alcun sacro legame che unisse gli uomini; se le generazioni si rinnovellassero come le fronde dei boschi, spegnendosi l'una dopo l'altra come il canto degli uccelli nelle foreste; se le generazioni attraversassero il mondo come la nave l'oceano, il vento il deserto, atto cieco e sterile; se l'oblio eterno sempre affamato non trovasse potenza alcuna tanto forte da strappargli la preda per la quale è in agguato, che vanità a che desolazione sarebbe la vita! Ma non è così; come ha creato l'uomo e la donna, Dio ha fatto l'eroe, il poeta o l'oratore. Questi nulla può fare di quel che fa l'altro; può soltanto ammirarlo, amarlo e rallegrarsi di lui. (...) Ci furono uomini grandi per la loro energia, per la saggezza, la speranza o l'amore. Ma Abramo fu il più grande di tutti: grande per l'energia, la cui forza è debolezza, grande per la saggezza il cui segreto è la follia, grande per la speranza la cui forza è demenza, grande per l'amore che è odio di se stesso. Fu per fede che Abramo lasciò il paese dei suoi padri e fu straniero in terra promessa. Lasciò una cosa, la sua ragione terreste, e un'altra ne prese: la fede (...). Abramo, venerabile padre! Secondo padre del genere umano! Tu che per primo hai sperimentato e testimoniato di quella prodigiosa passione che sdegna la lotta terribile contro il furore degli elementi e le forze della creazione che è combattere contro Dio..." (da Timore e Tremore, Elogio di Abramo).

Analogamente, potremmo dire, l'artista che non combatte e non sfida gli elementi e le forze del creato, che non gareggia con Dio e non ignora la Sua esistenza, il Suo essere fondamento dell'esistenza, è simile ad Abramo nella sua fede. Una fede che è anzitutto quella nella realtà del creato, nella verità dell'oggettività cui non si sostituisce un falso mondo dello spirito, che nasce e muore nell'individuo accerchiato dal proprio ego.


2 commenti:

Andrea ha detto...

Due note, caro Francesco:

1- su Caino: egli fu omicida anche, e forse soprattutto, per non aver accettato che a Dio si rendesse culto nel modo DA LUI VOLUTO (Gen 4, 3-5, dove il gradimento di Dio per il sacrificio di Abele dei "primogeniti del gregge" prefigura chiaramente l' "Agnus redemit oves" di Pasqua).
La dinamica dell' "elezione" e della "predilezione" da parte di Dio, tipicamente biblica, viene percepita dall'uomo immerso nell'oscurità come discriminazione: in realtà, significa anticipazione da parte di Dio del "voi non ce la potete fare, vengo Io a ridarvi la vita" che è la parola della Croce.

2- su Kierkegaard e la sua denuncia dell'Inferno che tende a "nutrirsi di carne umana": ottima, ma lievemente inficiata dal fideismo di marca protestantica.

Conclusione - nota sul Colafemmina:
ottimo selezionatore di immagini dense di significato. Prodigioso il "ritmo" insito nel dipinto di Gentileschi !

Fabio Dal Molin ha detto...

Partendo dalle riflessioni di Francesco sul libro di Jean Clair, riporto alcuni appunti sull’arte e l’estetica di Maria Adelaide Raschini:
1- L’arte esprime la misura di sacralità di un’epoca proprio in quanto ne cerca e ne plasma la forma. Perciò l’artista è considerato in certo modo un extra-vagante: non misura i suoi passi sul quotidiano, ma sull’epocale.
2- Una cultura radicalmente nichilista non ha bisogno dell’arte. Tuttavia ne genera, perché gli uomini non sono riducibili a ciò che il nichilismo teorizza.
3- L’arte di un’epoca nichilista deve trovare perciò la sua forma tipica in ogni dimidiamento. Dunque mira alla riduzione dell’arte in quanto tale. Come il subacqueo, l’artista in epoca nichilista deve sapere di quanto ossigeno dispone. Non più di tanto.
4- Questo spiega il fatto che la negazione radicale (nichilismo metafisico) produce il trionfo del commercio dell’arte (nichilismo artistico).
5- Le “categorie” del nichilismo (che non esistono) producono in arte “forme” (che si vendono).
“Un nuovo elemento introdotto dal cristianesimo nell’estetica è il concetto di creazione e di generazione. Il Dio cristiano è come il genio dell’estetica cristiana: l’arte si associa alla cosmologia, al mondo come totalità create in bellezza. Per fare arte è necessaria all’uomo la capacità di ricreare.”