venerdì 15 luglio 2011

IL DILEMMA DEL TABERNACOLO NEGLI ADEGUAMENTI LITURGICI


Gian Lorenzo Bernini - Bozzetto dell'Altare del SS. Sacramento in San Pietro
Museo dell'Ermitage - San Pietroburgo


di Don Matteo De Meo

“...Mi piacerebbe conoscere un suo parere sul n. 20 della Nota Pastorale della CEI – Commissione Episcopale per la Liturgia "L'adeguamento delle chiese secondo la riforma liturgica" del 1996, dove si tratta della custodia eucaristica. Non le nascondo che il testo..., mi ha creato un po' di confusione in quanto mi sembrava di aver recepito indicazioni un po' diverse nei recenti documenti della Chiesa... Nella mia chiesa parrocchiale si paventa lo spostamento del tabernacolo dalla sua posizione centrale ad una cappella laterale per questioni di tipo logistico ossia non c'è abbastanza spazio per il coro (!). ... Si tratta di una piccola chiesa di campagna che può contenere un'assemblea di circa 200 persone, non vi si celebrano funerali o matrimoni in continuazione nè è oggetto di uno straordinario flusso di turisti che ne giustifichi la trasformazione in una sala di tipo protestante convergente sul celebrante e sul retrostante organo....”

Cercherò di esporti non tanto una mia opinione ma la ratio oggettiva dei documenti.

Diciamo subito che la sistemazione del “coro” (se per coro si intende l’attuale gruppo di fedeli che eseguono dei canti per la liturgia) non va fatta sul presbiterio. Esso dovrebbe prevedere o una cantoria, o comunque un luogo a parte, ma non sul presbiterio. Gli antichi stalli del coro sul presbiterio hanno ben altra origine ed erano, si in funzione della liturgia, ma riservati ai chierici, canonici, comunità monastiche. Per un approfondimento storico artistico e liturgico di tale questione:(cf. G. Valentini-G. Baronia, in Domus ecclesiae-L’edificio sacro cristiano-Morfologia- funzione-espressione, Cas ed. Prof. Riccardo Patron Bologna.). Perfino le stesse norme di adeguamento in questione prevedono la sistemazione dei cantori non sul presbiterio (n. 21). Pertanto non può essere una motivazione per spostare il tabernacolo dall’area centrale. Ma veniamo alla vexata quaestio del posizionamento del tabernacolo!

Dopo il lungo, e alquanto complesso, dibattito post conciliare, la Commissione Episcopale per la Liturgia, nelle Norme del 96, in merito alla nuova sistemazione degli spazi liturgici- nel caso la disposizione del tabernacolo- perviene alla soluzione contenuta nel n. 20 del documento CEI.
Si “consiglia vivamente” di separare l’elemento del tabernacolo non solo dall’altare su cui si celebra ma dalla stessa area presbiterale e dal segno in sè di un altare, collocandolo possibilmente “in un luogo a parte”. Una decisione dettata dalla preoccupazione che la presenza del tabernacolo in una posizione centrale della chiesa (nell’area presbiterale) possa causare una certa distrazione dei fedeli dalla centralità dell’altare, e quindi dalla stessa celebrazione eucaristica. Tale soluzione viene ritenuta come la più adatta a seguito di una progressiva riflessione- iniziata subito dopo il Concilio- “a motivo del segno”(cf. Eucharisticum Mysterium, n. 55)1. L’obbiettivo, infatti, fu quello di evidenziare maggiormente la celebrazione eucaristica come il momento dell’accadere della presenza di Cristo e il tabernacolo come il segno dove questa presenza, permanendo, è adorata. Questo avrebbe dovuto favorire una maggiore consapevolezza sulle diverse “forme” della presenza di Cristo nell’ eucaristia e alla sua Chiesa (cf. Eucharisticum Mysterium, nn. 9 e 55), un culto maggiore verso il Santissimo Sacramento presente nel tabernacolo e una maggiore centralità dello stesso altare, offuscato -come si legge nel succitato n. 20- dalla “monumentalità” dei tabernacoli,diciamo “tridentini”.


Recentemente, però, il Pontefice ha risollevato la preoccupazione di una esatta e chiara relazione fra la S. Messa e l’adorazione del Santissimo Sacramento a seguito di una certa confusione che continua a diffondersi dopo il Vaticano II. Nella Esortazione post sinodale Sacramentum Caritatis il Pontefice ribadisce l’importanza della relazione intrinseca tra celebrazione dell’eucaristia e adorazione (cfr n. 66), citando l’insegnamento di Sant’Agostino: «Nemo autem illam carnem manducat, nisi prius adoraverit; peccemus non adorando» (Enarrationes in Psalmos, 98, 9: CCL 39, 1385). Infatti nella XI Assemblea Generale ordinaria del Sinodo, svoltasi nell’Ottobre del 2005, i padri sinodali non avevano mancato di manifestare preoccupazione per una certa confusione ingeneratasi, dopo il Concilio Vaticano II, circa la relazione tra Messa e adorazione del Santissimo Sacramento (cfr Sacramentum caritatis, n. 66):

«Ho accolto volentieri la proposta che la Plenaria si occupasse del tema dell’adorazione eucaristica, nella fiducia che una rinnovata riflessione collegiale su tale prassi potesse contribuire a mettere in chiaro i mezzi liturgici e pastorali con cui la Chiesa dei nostri tempi può promuovere la fede nella presenza reale del Signore nella Santa Eucaristia e assicurare alla celebrazione della Santa Messa tutta la dimensione dell’adorazione. ...”.

e continua richiamando l’esortazione Sacramentum Caritatis:

“...Ho sottolineato questo aspetto nell’Esortazione apostolica Sacramentum Caritatis, in cui raccoglievo i frutti dell’XI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo, svoltasi nell’ottobre del 2005... I Padri sinodali non avevano mancato di manifestare preoccupazione per una certa confusione ingeneratasi, dopo il Concilio Vaticano II, circa la relazione tra Messa e adorazione del Santissimo Sacramento (Sacramentum caritatis, n.66). In questo, trovava eco quanto il mio Predecessore, Papa Giovanni Paolo II, aveva già espresso circa le devianze che hanno talvolta inquinato il rinnovamento liturgico post-conciliare, rivelando “una comprensione assai riduttiva del mistero eucaristico (Ecclesia de Eucaristia,n.10)».

Detto ciò, diamo uno sguardo ai documenti!



9 commenti:

Mau ha detto...

Penso che lo spostamento dei tabernacoli dal centro agli angoli delle chiese sia solo una questione ideologica. Dato che il tabernacolo è uno dei frutti più belli e significativi della controriforma tridentina e dato che dopo il Vaticano II l’ideologia dominante rigetta tutto ciò che profuma di tridentino, ecco che i tabernacoli vanno posti in polemica alle disposizioni di Trento. Credo che l’adorazione intima, il raccoglimento migliore, il “disturbo” che il tabernacolo darebbe al nuovo altare conciliare siano solo scuse per attuare le storture progressiste post Vaticano II che vogliono il Santissimo spostato negli angoli. Si mette in secondo piano il ruolo della Presenza Eucaristica in favore della centralità del prete celebrante, dell’ importanza esagerata data all’assemblea (che addirittura alcuni definiscono “assemblea celebrante”), della luterana idea della centralità della Parola. Non bevo l’idea che se il tabernacolo è posto in una cappellina si può pregare fruttuosamente mentre se è su un bellissimo altare centrale non si riesce. L’unico obiettivo che si pongono certi liturgisti apparentemente cattolici è solo di screditare il grande concilio di Trento e i suoi insegnamenti, soprattutto quelli che impediscono maggiormente la protestantizzazione della Chiesa Cattolica e della sua liturgia.

riccardo ha detto...

Ringraziando per questo interessante contributo, riporto un breve passo tratto dall’Allocuzione del Servo di Dio Papa Pio XII pronunciata a Roma il 22 settembre 1956 a conclusione del Convegno internazionale di liturgia pastorale (Assisi,18-22 settembre 1956).

“[…] È soprattutto attraverso il Sacrificio dell’altare che il Signore si rende presente nell’Eucarestia ed è nel tabernacolo come “memoria del suo Sacrificio e della sua Passione”. Separare il tabernacolo dall’altare significa separare due realtà che per origine e natura devono restare unite. Il modo di collocare il tabernacolo sull’altare senza impedire la celebrazione verso il popolo, può ricevere soluzioni diverse, su cui gli specialisti daranno il loro parere. L’essenziale è aver compreso che è lo stesso Signore ad essere presente sull’altare e nel tabernacolo. […]”

Si può trovare il testo integrale dell’intervento a questo indirizzo:
http://www.seminariomileto.it/Allocuzione_Pio_XII.pdf

Anonimo ha detto...

ho visto tabernacoli sistemati nei punti più disparati, con le soluzioni più fantasiose e sono arrivato alla conclusione che la soluzione migliore in assoluto è quella "preconciliare" cioè con tabernacolo su un'altare (quello maggiore per le piccole chiese, e un altare laterale per le grandi chiese). Insomma, 40 anni di tormenti (che purtroppo non son mica finiti) per ritornare alla situazione di partenza...........

DANTE PASTORELLI ha detto...

La disposizione che il SS.mo Sacramento sia custodito in un degno tabernacolo sull'altare in un'apposita e ben visibile cappella nelle grandi cattedrali meta di turismo, per garantire una più concentrata adorazione individuale, è a mio avviso assai saggia e, com'è stato sottolineato da don De Meo, non certo sconosciuta in passato. Nella Chiesa Madre-collegiata della mia città d'orgine, Manduria, la cappella del SS.mo è assai bella e spaziosa e da sempre destinata alla custodia delle Sacre Specie. Però, prima della S. Messa o delle funzioni serali all'altar maggiore, il SS.mo veniva devotamente prelevato e portato nel tabernacolo di detto altare
Nelle chiese di minori dimensioni e più raccolte la custodia nel tabernacolo dell'altare principale dovrebb'esser l'unica soluzione.
L'articolo di don De Meo è esauriente, e la documentazione che cita evidenzia la confusione delle lingue nata da quella babele ch'è la riforma liturgica in fieri ed in atto. Ed al centro di questa babele ha da porsi la riduzione dell'altare all'antica forma di mensa condannata da Pio XII come uno dei frutti dell'insano archeologismo.

Chris ha detto...

E pertanto è sconcertante come nel 1996 la CEI in Italia uscì con un documento che costituiva una vera inversione a U rispetto alle parole di Papa Pacelli: cioè l'imperativo di separare il segno del tabernacolo da quello dell'altare, oltre che quello di decentrarlo; un'indicazione, questa, che confligge con norme promulgate da entità superiori alla CEI sia prima che dopo. E ci sono altre norme contenute in quella nota CEI 1996 che non trovano pieno supporto nel nuovo messale, per esempio riguardo l'altare, la sua costruzione e il suo orientamento.

DANTE PASTORELLI ha detto...

Nel mio intervento ho scritto "cappella" del SS.mo Sacramento parlando della Chiesa Madre di Manduria. Il termine comunemente usato anche nei libri d'arte, e pertanto ritengo più esatto, è "cappellone", date le dimensioni. In questa chiesa ve ne sono due, e tutt'e due molto belli, che si aprono ai lati delle navate: SS.mo Sacramento e S. Gregorio, protettore della città.

Gianpaolo1951 ha detto...

Carissimo Francesco, chiedo scusa per l’O.T., ma memore del Suo libro Il Mistero della chiesa di San Pio, appena ho letto l’articolo di Marcello Veneziani “Padre Pio è scappato dalla sua tomba d’oro”, non ho resistito alla voglia di divulgarlo per esteso sul Suo blog!
«Padre Pio ha compiuto un miracolo a rovescio e a sue spese. Da quando l’hanno imbottito d’oro in una tomba faraonica, il pellegrinaggio dei devoti è crollato. Stimmate di rabbia e di dolore avranno ripreso a sanguinare al burbero e schivo frate cappuccino. Jatavenne, avrà detto nel suo ruvido gergo. Padre Pio è a disagio in quella cripta d’oro che sembra il caveau della banca mondiale, circondata da un business osceno, un’ottantina di alberghi ormai vuoti, una marea di statue kitsch diffuse ovunque e in particolare a Sud, pompe di benzina incluse, più pile di superstiziosi gadget ormai invenduti. A San Giovanni Rotondo l’oro di Padre Pio è crollato in borsa. La gente preferisce visitare il vecchio sepolcro vuoto piuttosto che quella cripta da Paperone estesa quanto una trentina di appartamenti.
Per carità, ha ragione il mio amico Frate Antonio Belpiede, portavoce dei frati, che l’oro ha sempre gremito le chiese e i culti. Ma nella Chiesa fatta da Renzo Piano non si respira il sacro, non si avverte il santo, non c’è spiritualità e religione. E un francescano medievale come Padre Pio non può finire in una roba asettica da Manhattan o nella riserva aurea di Fort Knox. Così Padre Pio è scappato dalla sua tomba, disperdendo anche i suoi fedeli. Andatelo a cercare nelle campagne e nei silenzi assolati del sud, tra i poveri e nei ricoveri, nelle chiese agresti e nelle cattedrali antiche, nei corpi malati, nei cuori devoti e nei cieli gloriosi. Non lì, nella cripta d'oro. Non prendete la fede per il loculo.»
http://www.ilgiornale.it/rubrica_cucu/padre_pio_e_scappato_sua_tomba_doro/18-07-2011/articolo-id=535606-page=0-comments=1

Andrea ha detto...

A proposito dell'articolo di Veneziani, mi permetto di dire che è pessimo il suo orrore per il "business osceno" (pensavo ieri, in termini completamente positivi, alla naturale continuità fra cibo del corpo e Cibo dell'Anima - non della "mente"!! -, mentre mangiavo nella trattoria annessa a un piccolo ma importante Santuario Mariano). Invece è molto importante la sua segnalazione del fatto della spontanea fuga dei fedeli dal "caveau della Banca Mondiale".
Non è certo la prima volta che il "sensus fidei" del popolo lo mantiene sulla retta via, mentre gran parte del Clero sbanda.
Pare che l'episodio più importante sia stata la grande crisi ariana del IV secolo.

A proposito del Tabernacolo e della visita a Gesù Sacramentato, ricordo di aver letto che Edith Stein, oggi Santa Teresa Benedetta della Croce, prima di convertirsi fu stupita e attratta dalla continua frequentazione della chiesa cattolica della sua città (Breslavia), mentre le chiese protestanti erano animate solo per i "servizi divini".

DANTE PASTORELLI ha detto...

Anni fa un forte senso di repulsione l'ho avvertii anch'io dinnanzi all'interminabile mercato di immagini di P. Pio di tutte le misure e di ntutti i materiali miste a corni rossi d'ogni lunghezza. Per non parlar di quei fogli di 50 o 100 mila lire gettati sull'urna del futuro santo, mentre si poteva lasciar l'offerta nelle apposite cassette.
Forse la moneta a contatto con l'urna avrebbe ottenuto più grazie!
Certa fede popolare, mal diretta, a volte può deragliare, pur nella sua sincera scaturigine.