martedì 5 luglio 2011

MOSTRA IN VATICANO: DALL'ESTETICA CRISTIANA ALLO SPIRITUALISMO DEL "TOTALMENTE ALTRO"



di Francesco Colafemmina

Leggevo stamane una serie di articoli sulla mostra inaugurata ieri dal Papa in Vaticano. Mostra di doni artistici e affini realizzati in occasione del sessantesimo dell'ordinazione sacerdotale del Papa. Tralasciando i toni trionfalistici di qualche comare del web in uterina fibrillazione ogni qual volta il Papa parla, ride, abbraccia questo o quello, si soffia il naso, guarda la televisione o perde la papalina per un'improvvisa raffica di vento, o le ridicole note di colore giornalistiche volte a ricreare un ambiente di familiare comunione attorno al focolare di Sua Santità, veniamo a qualche riflessione un po' meno di circostanza.

Ed è dall'articolo di Sandro Barbagallo sull'Osservatore che vorrei partire per riflettere su questo evento. Il critico d'arte fa notare in apertura del suo pezzo che: "qualcuno ha equivocato sulle intenzioni di questa mostra, che mai ha voluto essere di arte sacra o religiosa, ma semplicemente una rassegna di artisti disposti ad accogliere nel proprio lavoro il senso di una spiritualità, troppo spesso ignorata dall’arte contemporanea."

Dunque il titolo "Splendore della verità, bellezza della carità" alluderebbe alla ricerca di "una spiritualità" del tutto avulsa dal sacro? Strano! In realtà avevamo inteso che verità e carità fossero Cristo stesso e che la ricerca artistica promossa da questo evento dovesse mirare a riscoprire la bellezza di Dio a partire dalla verità e dalla carità che in Cristo coincidono - come ha ricordato ieri il Papa.
Evidentemente, però, Barbagallo dev'esser stato deviato un po' da quella tendenza a rendere ambiguo ciò che se fosse chiaro richiederebbe troppe spiegazioni e un po' dalle esoteriche elucubrazioni di Monsignor Bruno Forte sul Sole 24 Ore di domenica scorsa.

Toccanti davvero le elucubrazioni del teologo Forte dal pensiero un po' debole, toccanti perché sono un tentativo di superamento del ravasismo attraverso un umbratile filosofeggiamento che entusiasma per contorsione e delude quanto a sostanza. Cosa afferma Forte in riferimento alla mostra in Vaticano?

Ebbene, anzitutto si prende la briga di chiamare Dio con nomi che fanno riflettere: "Totalmente Altro", "infinito", ma soprattutto "il Tutto" (lo definisce così per ben 7 volte nel suo articolo). In sintesi, Forte sostiene che l'arte dovrebbe riallacciare il dialogo con la fede perché il "bello" sarebbe "frammento del Tutto". E che questo dialogo si svolge in due modi: attraverso la ricerca del bello nella forma o attraverso la sua incursione nello splendore. In sintesi: lo studio della forma ("riproduzione della corrispondenza di rapporti") sarebbe un metodo per attingere all'armonia del Tutto. Lo splendore invece sarebbe un "movimento che sorge dall'alto o dal profondo, e schiude una finestra verso l'illimitato".

Stranamente però l'arte contemporanea non vive né di splendore né tantomeno di forma. Ma questo a Monsignor Forte non sembra interessare. Probabilmente perché la sua idea del Tutto sembra stranamente sposarsi con la dimensione "spiritualistica" cui fa riferimento l'Osservatore e che indubbiamente anima l'intuizione ravasiana del "dialogo" col mondo dell'arte. Tra l'altro è inquietante che Bruno Forte ci tenga ad identificare Dio con il "Totalmente Altro" proprio mentre risuonano ancora le parole del Papa nell'omelia di Pentecoste: "Dio perciò non è il totalmente Altro, innominabile e oscuro. Dio si rivela, ha un volto, Dio è ragione, Dio è volontà, Dio è amore, Dio è bellezza."

Ad ogni modo, per comprenderne appieno il senso delle elucubrazioni del Forte mi servirò di una citazione, un po' come amano fare il Monsignore e il Cardinale: "uno è lo scopo diretto: elevare l'Uomo, il singolo, colui che vuole elevarsi, farlo pensare, meditare, comprendere che Egli è un messaggero del Supremo, che del Tutto è un'infinitesima parte e che queste parti, nel Tutto, sono legate da un solo cemento: Amore". Questa emblematica citazione proviene dalle riflessioni di uno studioso massone, Umberto Gorel Porciatti, e sintetizzano lo scopo finale della spiritualità massonica. Il frammento si ricongiunge col Tutto, il microcosmo incontra il macrocosmo, l'armonia della foglia è naturalisticamente armonia dell'intero cosmo. Così, riallacciandoci al discorso di Forte, all'artista basta riprodurre l'armonia formale della natura per attingere l'Infinito.

Tutto ciò è in aperto contrasto con l'estetica cattolica. La riproduzione di corrispondenze e relazioni matematiche così come l'esaltazione informale di uno spirito che viene "dal profondo o dall'alto" porrebbero l'artista solo e sempre in una dimensione terrena e mondana. L'uomo non ha così orizzonte che se stesso o la natura. E' dentro di sè che coltiva lo "spirito", secondo il dettame hegeliano, ed è nella sua capacità di cogliere le corrispondenze matematiche del reale che cattura il divino.
Al contrario, l'estetica cattolica ci parla sì di armonia di Dio, di perfezione e simmetria, ma questi attributi che connotano anche la creazione divina non sono sua rivelazione nella natura, bensì traccia della sua bellezza. Dio dunque non si è rivelato nella creazione e il creato non coincide con Dio. Nè tantomeno si può affermare che lo stesso procedimento di osmosi fra microcosmo e macrocosmo, fra frammento e Tutto, si può applicare al rapporto fra Cristo e Dio Padre o fra l'umanità e la divinità dello stesso Cristo.

Dice Forte: "Questa estasi del divino è al tempo stesso l'appello più alto che si possa concepire all'estasi dal mondo, a quel trasgredire verso il mistero che è il rapimento della bellezza che salva, reso possibile appunto dall'"abbreviarsi" del Verbo nella carne."

Lasciando stare il linguaggio contorto ed estremo di Monsignor Forte ("estasi del divino" o "trasgressione verso il mistero" o ancora "estasi dal mondo"), proviamo a domandarci cosa voglia dire questa frase. Il divino uscirebbe fuori di sè per andare ad insinuarsi nel piccolo corpo umano di Cristo e ciò costituirebbe un appello ad uscire fuori dai limiti del mondo per avvicinarsi a Dio, salire i gradini del mistero facendosi rapire dalla bellezza che salva. Evidentemente Forte cade nelle trappole della terminologia massonica: così come Cristo si fa infinitamente piccolo, l'uomo può farsi infinitamente grande, può uscire dai limiti della materialità ed elevarsi spiritualmente nella contemplazione del bello.

Il linguaggio è sottile, il pensiero corre su un piano inclinato. Chiunque potrebbe dire che Forte continua ad esprimersi da cattolico (l'anima si in-dia attraverso la bellezza e fuoriesce dai suoi stretti limiti), ma è d'altronde innegabile che questo pensiero sia intriso di ambiguità e manchi per così dire di un baricentro. Un'arte che voglia davvero elevare l'anima a Dio deve sì ripercorrere la simmetria e la perfezione delle forme, deve aggiungere splendore, ossia pienezza e luce alle forme, ma non può pensare di costituire così facendo una sorta di epitome del divino. Questo perché l'arte non è pura mistica. Se così fosse potrei, contemplando un taglio di Fontana - come spesso ripete il Cardinal Ravasi -, intravvedere uno squarcio verso l'infinito. Al contrario l'arte cattolica è razionale ed è narrativa, in sintesi è morale. Un'arte che non sia morale e che individui la sua "moralità" semplicemente nel tentativo di ricerca di un principio metafisico, di una alterità, è un'arte falsa e anticattolica perché rinuncia al Logos e supera nell'indifferenza l'ethos. E' un'arte che non insegue Cristo, ma si sostituisce a Cristo.

In tutto questo la dinamica della salvezza non è più così chiara, si perde per le vie di una religione secolare e laica, dove la salvezza può essere quella dalle miserie del mondo e dalla limitatezza fisica dell'uomo (Forte parla del superamento delle ideologie, di "un domani più bello e più degno dell'uomo che è in noi" ed echeggia l'anticristo di Solovev). E così ritorniamo alla Massoneria, al paradigma del potere spirituale quale riscatto dell'impotenza materiale dell'uomo. Peccato però che questo spiritualismo sia in aperto conflitto con il cattolicesimo: il peccato e la redenzione, la conversione e la fede appaiono parole prive di senso, svuotate e riempite da nuovi significati, alienate.

Allo stesso modo questa confusione, questa ambiguità fondamentale, pervade l'intera iniziativa ravasiana e finisce per riversarsi sul messaggio stesso del Pontefice che, promuovendo la generosa iniziativa, sembra avallarne i limiti evidenti ed i volatili messaggi che ne promanano. La Santa Sede ancora una volta rinuncia a spiegarci cosa dovremmo intendere per arte sacra, quale sarebbe l'estetica cattolica, come e se si dovrebbero selezionare degli artisti cattolici per fare arte sacra. Rinuncia soprattutto a chiarire se l'arte contemporanea sia o meno in conflitto con i principi estetici del cristianesimo. E quanto più la risposta par essere positiva, tanto più cresce la contraddittorietà ed è l'ambiguità dei messaggi, dei principi e dei valori a farla da padrona. Confusione su confusione si diffonde sempre più fra i cattolici, mentre la kermesse vaticana viene applaudita e confortata dai media.

Ma se in Vaticano il Cardinal Ravasi impegnato a rincorrere il modello di Monsignor Fallani sotto Paolo VI, e lo stesso Sommo Pontefice, malgrado le strumentalizzazioni di cui è vittima, non ritengono opportuno chiarire cosa sia un'arte non dico sacra, ossia per uso liturgico, o religiosa, bensì meramente cattolica, chi lo dirà ai fedeli? Chi scioglierà dubbi e confusioni? Insomma non basta parlar di "Verità e Carità" quando poi si espongono opere prive di senso, di forma e di verità. Altrimenti si finisce solo per confondere ancor di più lo scenario caotico ed entropico dell'arte contemporanea e della sua relazione travagliata con la Chiesa.


8 commenti:

Fabrizio ha detto...

Ennesima strizzatina d'occhio del Clero agli adoratori dell'infinito, del Tutto, del Niente e del Totalmente Altro : i nostri "Gentili" dell'arte contemporanea.
Ma diversamente dai greci a cui Paolo ricordò che nel loro Pantheon c'era un dio ignoto,I Nostri, caspita! che l'hanno conosciuto quel dio. Tuttavia lo ignorano apertamente e volontariamente.E nessuno si è più degnato di raffigurarlo.
Insomma... la Chiesa insiste nella sua politica culturale fatta di docilità, non cristica ma femminea e purtroppo cede e lancia ammiccamenti .
Preoccupato per l'uomo, il clero dialoga con l'uomo a prescindere dalle sue opere.
Ma nell'arte sono le opere che contano mentre l'uomo si cancella.

Gianpaolo1951 ha detto...

Nel vedere il Santo Padre in mezzo a tanto “nulla”, ho avuto la netta sensazione che Egli provasse lo stesso “smarrimento” di quando si è trovato a benedire – Suo malgrado – la lapide del tempio massonico di San Giovanni Rotondo!...

DANTE PASTORELLI ha detto...

Una domenica Pio XII che assisteva in S. Pietro ad un pontificale si allontanò perché Sanctus e Benedictus furono cantati di seguito, per dimostrare la sua disapprovazione. Voleva infatti che il Benedictus fosse cantato dopo la consacrazione.
Chi vieta a Benedetto XVI di interrompere una visita ad una mostra ove si accorga che contraddice la sua concezione di Dio e dell'arte?
Sempre che tutto sia fatto alle sue spalle...

Andrea ha detto...

Cattolicesimo = Maria Regina.
UNA femmina (creatura più "carnale" dell'uomo, e anche più direttamente legata al Peccato Originale), libera in tutto dal peccato, diviene DONNA, cioè Domina: Padrona e Signora.

Massoneria = Umanità Schiava. Un'astrazione colletiva dell'essere uomini (comunque, idealmente, "maschi adulti") viene posta nelle catene dell'ineluttabile (Ananke) e del "Supremo Maestro": Lucifero.

Anonimo ha detto...

Secondo me glielo impedisce la Carità della Verità.
Io penso che il passaggio tra le due ermeneutiche è un cammino e va percorso pur se conduce al Calvario, con la certezza della Resurrezione.
Benedetto XVI sta trasportando 2,1 miliardi di cristiani (fonte Wikipedia) da un'ermeneutica all'altra; penso che Pio XII non abbia avuto questo compito e abbia potuto corregere un errore sul nascere.
Non riesco minimamente ad immaginare come si organizza un festeggiamento del genere, ma... davanti ad un dono forse anche per il Papa ... a caval donato non si guarda in bocca... e con dolcezza si può fare quel discorso prima della visita, che secondo me va letto anche tra le righe e all'interno di tutti i discorsi che Ratzingher prima e Benedetto XVI dopo hanno fatto sull'arte sacra.

DANTE PASTORELLI ha detto...

Non esiste Carità senza Verità. E l'affermazione della Verità è la più alta forma della Carità.
Ai cavalli donati bisogna guardar in bocca: potrebbero acer i denti cariati e esulcerazioni infettive.
TIMEO DANAOS ET DONA FERENTES.

DANTE PASTORELLI ha detto...

M'è scappato nella fretta - ché stavo per mettermi in viaggio tra bimbi urlanti - "esulcerazioni" al posto di "ulcerazioni". Il significato non cambia, ma non era il termine che volevo usare.

Anonimo ha detto...

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