giovedì 1 settembre 2011

CATECHESI DEL PAPA: LUCI ED OMBRE (DI GHOST WRITERS BEN NOTI)


di Francesco Colafemmina

Splendida catechesi del Papa ieri a Castel Gandolfo (e splendido concerto dell'amico Simone Baiocchi in onore del Papa). Benedetto XVI ha parlato di chiese gotiche e romaniche, riproponendo dei modelli ancora validi per il Cattolicesimo, ma allo stesso tempo il discorso per certi versi entusiasmante, mancava di una chiara definizione di cosa sia l'arte e in particolare l'arte sacra. Il Santo Padre ci dona tanto ogni giorno, credo non sia segno di ingratitudine meravigliarsi dell'assenza di maggiore concretezza nelle sue parole.

Ad esempio l'idea che l'arte sia "sete in infinito" non è propria della tradizione estetica cattolica, ma più di una visione romantica dell'arte, tipo Sturm und drang, per intenderci: arte e sentimentalismo convergono verso l'abbattimento delle barriere del sensibile verso un assoluto che è prettamente interiore. Nel cuore dell'uomo c'è l'assoluto... Anche perché Dio occorrerebbe chiamarlo per nome, senza rifugiarsi nei termini ambigui e d'apertura verso il mondo laico come appunto: infinito, assoluto e via cantando.

Fortunatamente il Santo Padre, sembrerebbe aver aggiunto di suo pugno un brano di particolare importanza. Questo:

"Ma ci sono espressioni artistiche che sono vere strade verso Dio, la Bellezza suprema, anzi sono un aiuto a crescere nel rapporto con Lui, nella preghiera. Si tratta delle opere che nascono dalla fede e che esprimono la fede."

Il Papa ha poi proseguito raccontando di un concerto di Leonard Bernstein che si tenne a Monaco anni fa. Ne porta ancor oggi impresso il ricordo. In particolare quello di una splendida esecuzione di una cantata di Bach. Ebbene, grazie ad un fan di Bernstein, André Bessler di Brema, che si è preso la briga di contattare il famoso Bach-Chor di Monaco di Baviera, sappiamo quale fu il programma di quel concerto:

"I contacted the Bach-Choir of Munich for you and got a nice response from an old lady by the name Ingrid Buecher who sung with this choir for 44 years. She memorized this concert - which she took part of - very well and sent me a copy of the program. At the beginning the Bach-Choir of Munich sung the choral "Wenn ich einmal soll scheiden" (St. Matthew Passion, BWV 244), followed by the Brandenburg Concerto No. 3 in G major (BWV 1048), performed by the Bach-Orchestra of Munich. The Bach-Choir finished the first part of the concert with the cantata No. 140 "Wachet auf, ruft uns die Stimme" (BWV 140) and sung the Magnificat in D major (BWV 243) in second part."

Sappiamo così che la cantata cui si riferisce il Papa è con tutta probabilità la 140, la famosissima "Wachet auf", nonostante il Papa la identifichi con "l'ultimo brano". Purtroppo Bernstein non ha mai registrato cantate di Bach. Ma ve la ripropongo in un'ottima interpretazione qui sotto.



Intanto veniamo alle note dolenti del discorso del Papa, scritto parzialmente dal Cardinal Ravasi o dalla sua segreteria. Cosa me lo fa pensare? Beh... due evidenti citazioni strettamente ravasiane: quella di Chagall sulla Bibbia e quella di Claudel. Rileggiamo il Papa e poi di seguito una serie di citazioni di Ravasi che da anni non fa che ripetere come un disco rotto le stesse usurate citazioni.

Nella catechesi c'è scritto:

"Rimane profondamente vero quanto ha scritto un grande artista, Marc Chagall, che i pittori per secoli hanno intinto il loro pennello in quell’alfabeto colorato che è la Bibbia. Quante volte allora le espressioni artistiche possono essere occasioni per ricordarci di Dio, per aiutare la nostra preghiera o anche la conversione del cuore! Paul Claudel, famoso poeta, drammaturgo e diplomatico francese, nella Basilica di Notre Dame a Parigi, nel 1886, proprio ascoltando il canto del Magnificat durante la Messa di Natale, avvertì la presenza di Dio. Non era entrato in chiesa per motivi di fede, era entrato proprio per cercare argomenti contro i cristiani, e invece la grazia di Dio operò nel suo cuore."

Ed ecco cosa ripete Ravasi ormai da anni:


Il pittore ebreo Marc Chagall diceva: «Per me, come per tutti i pittori dell'Occidente, la Bibbia è stata l'alfabeto colorato in cui ho intinto i miei pennelli».

Avvenire, 6 Gennaio 2001

"È il giorno di Natale del 1886. Un giovane diciottenne, agnostico e indifferente, varca la soglia della cattedrale di Notre-Dame a Parigi. È l’ora del Vespro, una luce debole illumina le vetrate e le volte gotiche percorse dal canto purissimo della liturgia. Il coro intona il «Magnificat» e per quel giovane le parole del cantico di Maria trasformano la sua esistenza. Molti avranno riconosciuto il protagonista di questa vicenda, il poeta Paul Claudel, il futuro cantore della fede cristiana."


Il pittore Marc Chagall era convinto che per secoli i pittori hanno intinto il loro pennello in quell'alfabeto colorato della speranza" che sono le Sacre Scritture, tant'è vero che senza la loro conoscenza è impossibile decifrare l'iconografia dell'arte europea.


Scrive Chagall: "Per secoli i pittori hanno intinto il loro pennello nell’alfabeto colorato della speranza che è la Bibbia"


"i pittori, diceva Chagall, trovano nella Bibbia un alfabeto della speranza in cui intingere il pennello."


Aveva ragione il pittore Chagall, quando dichiarava che «per secoli i pittori hanno intinto il loro pennello in quell’alfabeto colorato di immagini che è la Bibbia».


Perché, come diceva Chagall, "le pagine bibliche sono l’alfabeto colorato in cui per secoli i pittori hanno intinto il loro pennello"


Ed è stato Chagall a dire una volta che la pittura è un pennello intinto in un alfabeto colorato. Quell'alfabeto è la Bibbia


Ma pensiamo anche alla cultura "laica", che deve ritornare a leggere e comprendere quei testi perché essi sono «l’alfabeto colorato in cui per secoli i pittori (ma non solo) hanno intinto il loro pennello», per usare una famosa frase di Chagall.


Per usare le parole di un artista che ha testimoniato sempre questo incontro tra estetica e fede, Marc Chagall, «i pittori per secoli hanno intinto il loro pennello in quell'alfabeto colorato che era la Bibbia». Essa è stata, infatti, l'atlante iconografico per eccellenza, l'«immenso vocabolario» della cultura, come la definiva il poeta francese Paul Claudel.


Claudel vedeva nella Bibbia un "grande lessico" e Chagall ne parlava come di "un alfabeto tinto nella speranza nella quale gli artisti di tutti i tempi hanno intinto i loro pennelli".


"Come diceva Chagall, i pittori per secoli hanno intinto il loro pennello in quell’alfabeto colorato iconografico che è la Bibbia."


Per usare le parole di un artista che ha testimoniato sempre questo incontro tra estetica e fede, Marc Chagall, "i pittori per secoli hanno intinto il loro pennello in quell'alfabeto colorato che era la Bibbia". Essa è stata, infatti, l'atlante iconografico per eccellenza, l'"immenso vocabolario" della cultura, come la definiva il poeta francese Paul Claudel.


Non per nulla uno degli ultimi artisti che hanno intinto quasi sistematicamente il pennello in quell’alfabeto colorato della fede che è la Bibbia (per usare una sua fastosa locuzione), cioè Marc Chagall, confessava di non aver mai letto le Scritture Sacre, ma di averle "sognate" in una sorta di contemplazione epifanica.

Domanda conclusiva: perché il pensiero del Santo Padre non possiamo riceverlo integralmente senza addendum e manipolazioni della Pontificia Commissione per i Beni Culturali? Oremus pro Pontifice nostro Benedicto...

17 commenti:

Satiricus ha detto...

Complimenti soprattutto per il coraggio si seguire così a lungo le edizioni di Ravasi (non me lo facevo tanto monotono).

raffa ha detto...

Da un punto di vista filologico, l'argomentazione non tiene. Anche se Ravasi ha citato Chagal decine di volte, non vuol dire Benedetto XVI non conosca la citazione e non abbia diritto a usarla. Nè Ravasi è il solo ammiratore di Cluadel (lo era, per fare un esempio, don Giussani, sincero amico di Giovanni Paolo II e di Bendetto XVI). Nè mi sembra che le due citazioni contraddicano quanto detto nel resto del discorso: insomma, se pure la mano di Ravasi ci dovesse essere, non vedo stavolta quale sia il problema.

Andrea ha detto...

Splendida (esteticamente) l'immagine del Santo Padre con la sua ombra, caro Francesco. Grazie a Dio, appare evidente che l'"ombra" è Lui stesso e non un minaccioso "Papa Nero".

Per quanto riguarda il tema dell' "infinito", si torna sempre al punto cruciale di ogni "gnosi": concepire la realtà sensibile, compreso il corpo dell'uomo, come ingannevole, sottoposta a potenze oscure, caduca e secondaria, rispetto al "luminoso mondo della conoscenza". Si tratta di una vera espressione del Peccato Originale: si concepisce Dio, e quindi ogni ambito spirituale, come usurpatore dello spazio vitale delle "formichine" che noi saremmo, e si tenta (contraddittoriamente) sia di fargli concorrenza nella "conoscenza", sia di sobillare gli "oppressi" contro di Lui. Questi sono i pilastri del Liberalismo e del Socialismo.

Il genuino pensiero del Papa è espresso,oltre che dalle parole " ..passaggio dalla semplice realtà esteriore alla realtà più profonda che essa esprime" (alla fine della catechesi), dal Suo pensiero introduttivo alla Messa di domenica scorsa, in cui si parla di "sete degli uomini per ciò che è grande, per la pienezza" e di Dio come "realtà grande, piena, che tutti attendiamo".

In definitiva, Dio non è "infinito" (termine che contiene una NEGAZIONE della condizione delle creature), bensì è "pienamente Grande". Non è "totalmente Altro", ma è pienamente Reale (mentre noi lo siamo in quanto Egli ci fa esistere). È Bellezza che "va al di là del quotidiano" (parole del Papa), non certo che svilisce o condanna il quotidiano.

Ci troviamo in pieno nella dinamica del "già e non ancora".

Francesco Colafemmina ha detto...

Per Satiricus: per fortuna c'è Google. Basta digitare "Ravasi" "Chagall" "intinto"....

Francesco Colafemmina ha detto...

Per Raffaele:

è strettamente filologico il mio metodo. Infatti non è la singola citazione a rappresentare una prova di stile, bensì una serie di elementi.

1. La citazione di Chagall non è così nota come sembra. Se si fa una ricerca su internet (poniamo "Chagall" "Bibbia" "Alfabeto") essa appare solo come una citazione ravasiana magari ripresa qua e là da riviste ecclesiastiche.

2. Cercando in inglese o francese questa citazione non appare mai. Consultando il sito persino del museo nazionale "messaggio biblico" Marc Chagall, la citazione non esiste. Ergo non è così famosa come sembra.

3. E' improbabile che il Papa, pur conoscendo la citazione la riporti con la medesima traduzione utilizzata da Ravasi in più occasioni: "i pittori per secoli hanno intinto il loro pennello in quell'alfabeto colorato che è la Bibbia".

4. Il contesto: Claudel è legato a Chagall in numerosi discorsi di Ravasi. Forse perché entrambi francesi e forse perché entrambi vantano due citazioni utilissime quando si parla di Bibbia.

5. Vogliamo aggiungere il dettaglio sull'arte che ferisce, verso il finale? Anche questa caratteristica ravasiana. Fu adottata travisando il senso di un discorso di Ratzinger al Meeting di CL del 2001, nel discorso del Papa agli artisti del 2009.

La filologia classica ci aiuta oltremodo a comprendere questo genere di citazione della citazione. Tipico stigma della poesia alessandrina e dell'elegia latina. Attraverso la citazione dotta ci si riferisce al poeta che precedentemente la utilizzò. In questo caso è l'autore stesso del discorso che attraverso la citazione vuol far capire che è stato lui a scriverlo, almeno in parte. Non a caso Ravasi ha ricitato per l'ennesima volta Chagall nel suo articolo apparso su Avvenire il 27 agosto.

Come a dire: attenzione se il 27 lo dico io il 31 lo faccio dire al Papa.

El Cid ha detto...

Parafrasando il Manzoni:
"Fu vana gloria?"

by Tripudio ha detto...

Potresti corredare questa pagina con un dipinto... "significativo"... di Chagall?

raffa ha detto...

Sarà... ma su chi vorrebbe fare colpo il cardinal Ravasi? Su qualcuno all'interno del Vaticano? Perché secondo me di queste coincidenze (e delle prove filologiche, i controlli con google, eccetera...) se ne possono accorgere solo gli accaniti cercatori di complotti, non certo la gente comune che ascolta il papa o legge i giornali. Ravasi scrive su un quotidiano (Avvenire) e su un settimanale (il supplemento del Sole24Ore) da anni e anni: è assolutamente normale che si ripeta. E se in quel ruolo è stato lo stesso Benedetto XVI a volerlo, non vedo cosa ci sia di male se il papa usi delle citazioni suggeritegli dallo stesso Ravasi.

Francesco Colafemmina ha detto...

Caro Raffaele,

non capisco perché voglia fare l'avvocato difensore del Cardinale. Il procedimento è evidente: dimostrare attraverso questi richiami a sue citazioni che è lui l'autore di alcuni discorsi papali in merito all'arte. Chiaramente questo potrebbe sembrare fine a se stesso , in realtà capisci bene che se il Cardinale riesce a parlare attraverso il Sommo Pontefice, a fargli ripetere persino le sue insulse citazioni, ottiene un appoggio totale in merito alla sua linea. Fa in modo che nessuno possa attaccarlo o rivolgergli critiche perché paradossalmente significherebbe attaccare o criticare il Papa. Purtroppo ciò gli è consentito non certo dal Papa che, pur controllando i suoi discorsi, non ha nè il tempo né la possibilità di scrivere ogni singolo discorso o allocuzione o messaggio o catechesi, bensì dell'ufficio dedicato alla redazione dei discorsi papali. Ufficio che, come l'Osservatore, dipende direttamente dalla Segreteria di Stato. E qui Ravasi ha il suo massimo protettore: il Cardinal Bertone.

Spero che questo ti aiuti ad avere un quadro più chiaro della strategia alla base di certe spregiudicate prassi.

raffa ha detto...

Il concetto della "ferita della bellezza" è ben anteriore al Meeting del 2001. Era una formula già cara a don Giussani. E' vero che la si può travisare, ma anche chiamare Nostro Signore con i termini di Assoluto, Mistero, Infinito, sono tutt'altro che estranei a una pubblicistica cattolica di solida e comprovata tradizione (ancora una volta il popolo ciellino ma anche altri pensatori come Pavel Florensky la adottavano). Si tratta di una terminologia un po' ricercata che, nelle mani di persone in malafede, può anche prestarsi ad ambiguità. Ma non per questo bisogna infilare la GNosi dappertutto...

Francesco Colafemmina ha detto...

Sulla questione della bellezza che ferisce c'è da fare qualche chiarimento. Quando nel 2009 si decise di scrivere il discorso del Papa per gli artisti, gli incaricati si ispirarono ad una conferenza di Ratzinger al meeting di Rimini del 2002. Ma commisero un errore. Nel discorso infatti si citava "Platone" come colui che parla della bellezza come di una ferita. Al contrario Ratzinger in quel suo discorso di Rimini citava Platone quale esempio dell'incompiuta conoscenza della bellezza per gli antichi. Ne completava la visione citando il teologo bizantino Kabasilas. Costui affermava che Cristo era in grado di ferire anche nella sua "bruttezza" sulla croce perché esprimeva la ferita della bellezza d'amore. E' l'amore un dardo che ferisce e nella sua gratuità e sommità questo amore è bellezza.

Ora, utilizzare questo concetto al di fuori di un contesto specifico (la bellezza del volto di Cristo) significa travisarne o banalizzarne il senso. Il Sommo Pontefice è un uomo di grande intelligenza e non è nel suo stile usare delle frasi fatte per riempire i suoi discorsi. Rientra invece nello stile dei compilatori estrapolare dei concetti di vago sentore ratzingeriano e includerli nei suoi discorsi.

Sulla questione di Assoluto etc. è vero che vi è una tradizione orientale, ma questa tradizione è ciò che San Dionigi definisce il "modo negativo di chiamare Dio". Essendo Dio superiore alla logica e all'intuizione dell'uomo, lo si può chiamare con nomi che dicono ciò che Egli non è: infinito, assoluto etc.

Ma il Papa nell'Omelia del giorno di Pentecoste ci ha spiegato che Dio non va chiamato con questi nomi, perché Lui si è rivelato a noi ha preso forme umane e un volto: Egli è Cristo. E infatti nella catechesi non esiste la parola Cristo...

Quanto alla questione della bellezza di Cristo ti rimando a questo mio articolo:

http://fidesetforma.blogspot.com/2009/11/bellezza-e-verita-di-cristo-nellamore.html#/architettura-sacra-tradizionale-/

DANTE PASTORELLI ha detto...

Scriveva il card. Fiorenzo Angelini in 30Giorni n.9 del 2008:
"Nel suo magistero, Pio XII volle eliminare affermazioni di incompatibilità tra la fede e la scienza. Non si tenne congresso scientifico di alto e altissimo livello al quale egli non abbia dedicato un discorso perfettamente informato, illuminante al punto di meravigliare gli illustri esponenti della scienza. Discorsi che scriveva personalmente e che preparava cominciando per alcuni, come quelli per il Santo Natale, anche mesi prima, dopo aver chiesto che gli fossero fornite la bibliografia e tutte le informazioni più aggiornate sulla materia da trattare. A volte, quando doveva affrontare argomenti attinenti, ad esempio, alla medicina, alla fisica, all’astronomia e ad altre tematiche di carattere altamente scientifico, redatto il discorso, invitava una persona di sua fiducia, maestro nella materia trattata, e la pregava di trattenersi in una stanza attigua al suo studio per esaminare e correggere il testo da lui preparato e si dispiaceva se non venivano apportate delle correzioni. Personalmente ho potuto toccare con mano queste particolari circostanze."
Chiesa d'altri tempi.

raffa ha detto...

Cioè, fammi capire, il papa legge qualunque pezzo di carta gli venga dato in mano (stiamo freschi!). Se tale pezzo di carta contiene cose che vanno a genio a chi le ascolta, vuol dire che tali cose sono farina del sacco del papa; se, invece, ci sono cose che vanno meno a genio a chi ascolta, vuol dire che tali cose sono farina del sacco di qualche mefistofelica eminenza grigia... Per quello che mi riguarda, Chagall ha realizzato opere bellissime in chiese cristiane (Gerusalemme, Nizza...) e Claudel è un grande poeta cristiano. Se Ratzinger ha ritenuto di assecondare il (presunto) narcisismo di Ravasi, non ha fatto male. E poi credo che i complotti che logorano di più sono quelli che non ci sono...

Francesco Colafemmina ha detto...

Mah... Caro Raffaele, dal tuo commento deduco quanto segue:

1. Secondo te io sono vittima di allucinazioni e del più becero dei complottismi, addirittura un complottismo logorante perché inesistente.

2. Addirittura pretenderei di riferire al Papa ciò che mi va a genio e a Ravasi o chi per lui ciò che non mi va a genio.

Credo di aver riferito dei fatti. Anzitutto l'uso ravasiano di inserire proprie citazioni nei discorsi scritti per il Papa. Esempio: Espresso del 19 Novembre 2009 - Discorso del Papa del 21 Novembre 2009.
E' un fatto che Ravasi ami citare artisti che stanno sul limite: Chagall ebreo, Claudel convertito.

Probabilmente il Papa nella sua bontà ed essendo all'oscuro di quante e quante volte Ravasi abbia sciupato le citazioni che gli ha infilato nel discorso lo ha letto così com'era. Anche perché scopro solo adesso che l'unica fonte di Ravasi è sempre quel discorso di Ratzinger al Meeting del 2002. Ecco cosa diceva il Papa allora:

"Resta per me un’ esperienza indimenticabile il concerto di Bach diretto da Leonard Bernstein a Monaco di Baviera dopo la precoce scomparsa di Karl Richter. Ero seduto accanto al vescovo evangelico Hanselmann. Quando l’ultima nota di una delle grandi Thomas-Kantor-Kantaten si spense trionfalmente, volgemmo lo sguardo spontaneamente l’uno all’altro e altrettanto spontaneamente ci dicemmo:- "Chi ha ascoltato questo, sa che la fede è vera". In quella musica era percepibile una forza talmente straordinaria di realtà presente da rendersi conto, non più attraverso deduzioni, bensì attraverso l’urto del cuore, che ciò non poteva avere origine dal nulla, ma poteva nascere solo grazie alla forza della verità che si attualizza nell’ispirazione del compositore."


Come vedi taglia copia incolla: in questo si sostanzia l'attività degli scribi vaticani.

Sarò pure complottista ma tu non hai alcuna fiducia nel mio metodo di ricerca e analisi dei fatti.

raffa ha detto...

Capisco il tuo ragionamento, e posso anche darti ragione al 95%, ma continuo a non capire cosa ci sia di sbagliato in sé a citare gente come Chagall e Claudel. Se Claudel è "sul limite", come dici tu, perché è convertito, allora lo sono anche San Paolo, Sant'Agostino, San Francesco, il Cardinal Newman (ma anche C.S. Lewis, Chesterton, Vittorio Messori...). Spesso dai convertiti vengono le testimonianze migliori, vedi quello che racconta lo stupendo articolo di Socci che hai pubblicato sul blog qualche giorno fa. Non voglio difendere Ravasi, ma la libertà del papa di citare Claudel. Tutto qui.

Francesco Colafemmina ha detto...

No, non c'è nulla di male. E' solo che si potrebbero citare altri grandi artisti cattolici e non ebrei o protestanti (non mi riferisco a Claudel), si potrebbero citare scrittori cattolici che non hanno avuto bisogno di ascoltare un magnificat per convertirsi...

Invece pare sia di moda riferirsi ad una realtà artistica cattolica fatta di improvvise illuminazioni e contatti fra sensibilità estranee al cattolicesimo. Forse questo è un esempio dell'eterogenea dimensione dell'arte nella realtà contemporanea, ma manca pur sempre un chiaro riferimento all'arte cattolica che è arte non ambiziosa e nemmeno mistica. E' arte che cerca di trattenere sulla tela, nella pietra nelle forme architettoniche e nella musica la sensibile bellezza del creato.

La dimensione florenskjana dell'arte come "porta regale" permane orientale e ben poco cattolica, per confessione dello stesso Florenskij...

E questo nasce dal rifiuto orientale della rappresentazione naturalistica. La gnosi dov'è? Ebbene, la gnosi è proprio in questa sorta di mistico rifiuto dell'essenza, del limite della natura, perché il limite è considerato sinonimo di corruzione. E pertanto un'arte autentica - gnosticamente parlando - dovrebbe elevarsi al di là della rappresentazione naturalistica e ambire non al racconto e all'elevazione spirituale, bensì alla trasfigurazione mistica o all'accesso ad una sapienza superiore...

Andrea ha detto...

Potremmo chiosare la bella espressione di Francesco "..arte non ambiziosa e nemmeno mistica" con il celebre "umile et alta più che creatura" del Paradiso dantesco, riferito alla Vergine Madre.
Cattolicità è Marianità (se fossimo tanto umili da poter essere così alti): mai via illuminativa di tipo buddistico, sempre via del cuore aperta dal Dono ricevuto nell'umiltà.
È questa la vera conversione "quotidiana": non l'ingresso nella Chiesa, causato dalla scoperta in Essa della Luce Increata, ma l'esperienza della nostra ri-creazione da parte di Dio in Cristo.