mercoledì 7 settembre 2011

IL CLERICALISMO E LA DEVASTAZIONE DELLE DEVOZIONI POPOLARI: IL CASO DI ACQUAVIVA DELLE FONTI




A devozione di Maria SS. di Costantinopoli

di Francesco Colafemmina

Ricordo ancora quel giorno di settembre. Il paese era, come al solito, alle prese con i preparativi della festa e nonostante le reiterate mutazioni, le violente manomissioni operate ai danni della devozione tradizionale, la speranza era ancora viva. La casa di don Gaetano Lenoci era umile ma piena di libri, immagini votive, specie nel suo studio. In un angolo era quasi nascosta una grande pergamena in latino con la nomina a Monsignore, ma ad Acquaviva tutti continuavano a chiamarlo don Gaetano.

"Vedi, i Vescovi passano. Quando sarà mandato via l'attuale, ne verrà un altro e ripristinerà le cose com'erano..." Ma il tempo non gli ha dato ancora ragione.
Mi mostrò così centinaia di lettere di protesta, accorati appelli, vere e proprie preghiere rivolte a Monsignor Mario Paciello, che lo stesso don Gaetano aveva provato a portare personalmente a Sua Eccellenza. Il Vescovo era però altrove... in Canada, per la Giornata Mondiale della Gioventù. Anzi, qualcuno aggiunse, quelle lettere non le avrebbe mai prese in considerazione. E così fu. "Io le lettere le conservo qui, un giorno forse serviranno" concludeva battagliero don Gaetano, mentre si inerpicava sulle vette della storia cercando di spiegarmi i problemi del verticismo gerarchico con quella frattura fra Stato e Chiesa che risaliva ai tempi di Pio IX.

Sconsolato, io che allora mi sentivo ribollire il sangue nelle vene per quell'insano autoritarismo che in meno di due anni aveva infranto le più venerande tradizioni del mio paese, accompagnai don Gaetano in cattedrale. E fu lì, in macchina, mentre contemplavo quel novantenne perennemente in talare, alto non più di un metro e sessanta, che gli dissi: "Oggi purtroppo i preti non seguono più le tradizioni, dicono che si tratta solo di apparenza, di forma, e se è per questo alle forme non ci badano proprio, non mettono mai la talare..."
E lui: "Figlio mio, sono solo ignoranti. Perché forma in latino che vuol dire? Vuol dire bellezza... Ecco, la forma è bellezza..."

Quelle sue parole me le sono sempre portate nel cuore e sono peraltro all'origine del titolo di questo blog: fides et forma. Un titolo che non è, come qualcuno forse crede, sintesi di un programma o di un eccentrico desiderio di tradizionalismo estetizzante e aristocratico, bensì sinonimo della più viva devozione della mia terra, quella devozione popolare e semplice che è anche alimento della mia fede. E quelle parole, a più di un anno dalla sua morte, le sento ancora vive e vere.

Così, camminando fra le strade del paese in festa, quest'anno come tutti i primi martedì di settembre, mi ha pervaso una disarmante tristezza. Constatare che l'autoritarismo di un Vescovo assieme alla compiacente collaborazione di qualche sacerdote, sono riusciti a sprofondare nell'indifferenza una devozione antichissima e a trasformare una grande festa religiosa in una volgare sagra di paese mi ha fatto davvero male. E' come se umiliando le antiche devozioni popolari, avessero voluto uccidere quel lembo di stupore dinanzi al Sacro che è tipico della nostra infanzia, dei nostri giorni più belli. Forse a molti di voi non interesserà questa storia, ma voglio narrarvela lo stesso, perché è specchio di una decadenza del sacro ad opera degli stessi Vescovi di cui prendiamo coscienza ogni giorno nella nostra Italia, come in giro per il mondo.

La devozione a Maria Santissima di Costantinopoli ha radici antichissime nel territorio pugliese. Acquaviva delle Fonti ne è certamente il fulcro. Fu qui che arrivò un'icona miracolosa dell'Odighitria agli inizi del XVI secolo, a seguito di progressive migrazioni di comunità ortodosse provenienti dall'altra sponda dell'Adriatico, in fuga dall'espansione ottomana. L'icona che oggi si venera ancora ad Acquaviva, di fattura rinascimentale, divenne da subito il centro della devozione degli Acquavivesi, unendosi al co-patrono della città, Sant'Eustachio. Alla Madonna si dedicarono due momenti dell'anno: il primo martedì di marzo e il primo martedì di settembre. Quella di marzo era la festa originaria, quella che commemorava la liberazione del paese dalla peste nel '600 e nel corso della quale l'allora Università di Acquaviva cominciò a versare fisicamente un donativo in monete d'argento al Capitolo "in cornu epistulae". Ma non solo: "fin dall'anno 1656, allorché il travagliato regno tutto da crudelissimo pestilenziale malore, la città preservata in mezzo alla comune strage, si obbligò, precedente parlamento, giusta il solito radunato, con solenne atto, astenersi dall'uso delle carni e dei latticini nel giorno della festività".

Astinenza dunque, ma anche tanto fervore religioso, espresso attraverso gesti, suoni, preghiere:

"Vedesi allora la chiesa tutta festivamente apparata e su del maggiore altare eretta un'alta architettata machina, carica d'una immensità di ceri; su della quale si colloca copia della sacra effigie; il di cui originale mai si muove dal suo altare se non se in qualche urgente bisogno, e gravissimo e pressante pericolo della città, siccome radissime volte si è veduto. (...) Ed è cotanto il concorso del popolo, e delle circostanti popolazioni, che quella maggior chiesa tutto che spaziosa, e ben lunga; e tutto che la gente è stipata e rimirasi; pure non è capace a dar luogo a tutti: vedendosi l'atrio e la spaziosa sottoposta piazza piena d'infinita gente, che concorre a fare oblazioni, e di ceri, e di danajo, per le grazie ricevute, o in soddisfacimento dei voti formati."

Così scriveva nelle sue Brievi Memorie su l'antica, miracolosa immagine di Maria SS. di Costantinopoli, V.P. Rubini nel 1779. Questa tradizione è rimasta nel corso degli anni, ma presto è scomparsa la "macchina d'altare" in cima alla quale si collocava una copia dell'icona. Sono diminuiti visibilmente i "mille e mille" ceri e il concorso di popolo. La festa è rimasta una breve parentesi nella routine quotidiana.

L'altra festa, quella settembrina, ha invece conquistato negli anni il ruolo di momento centrale della devozione, "la fèsta granne", che blocca il paese per quattro giorni in ricordo dell'incoronazione della miracolosa icona della Vergine, ad opera di Papa Pio VI, nell'anno 1781. Si trattava almeno fino all'epoca della riforma liturgica e dell'impazzimento della Chiesa, di una festa prettamente religiosa e popolare al tempo stesso. Era previsto un triduo solenne che culminava la domenica in varie Messe Solenni accompagnate dai "musicanti della Regia Cappella Palatina". E la musica sacra costituiva un elemento fondamentale dei festeggiamenti, giacché il paese poteva vantare una tradizione invidiabile di compositori. Il lunedì si rendevano omaggi all'effigie della Vergine, posta sempre in cima ad una macchina d'altare e la giornata si concludeva con il solenne Vespro. Giunto il martedì l'icona veniva esposta alla pubblica venerazione, e portata processionalmente dalla cripta della Cattedrale al presbiterio, dove era posta sotto un pregiato tosello. Seguivano quindi le processioni.

La prima, mattutina, seguiva la Messa Solenne delle 10.00: la statua della Madonna veniva portata fra le strade del paese, accompagnata da numerose bande musicali, e da fedeli a piedi nudi muniti di grandi ceri. La seconda, invece, alla sera: una processione a cavallo, con i due Canonici Palatini in testa e vari chierici con torce accese. Agli inizi dell'ottocento data, poi, la tradizione del lancio della grande mongolfiera in cartapesta che avviene a mezzanotte. Seguono i fuochi d'artificio o meglio la "gara pirotecnica".

Questa la festa, fino agli anni quaranta. Poi qualcosa cominciò a cambiare... Scomparvero lentamente le grandi orchestre che accompagnavano la musica sacra, le macchine d'altare, svanì un po' di pompa e subentrò lentamente il gusto del folklore. Negli anni '80 ci si inventò una posticcia rievocazione storica con tanto di sbandieratori, che tuttora si tiene la domenica che precede il primo martedì di settembre. Ma ricordo ancora con commozione la festa immutata nella sostanza, ancora viva nelle emozioni, fino alla mia adolescenza.

Il martedì era meraviglioso svegliarsi con il suono dell'ottavino nelle orecchie e ancora ebbri di sonno, scoprire che la Bassa Musica di Mola stava attraversando le vie del paese con tanto di tamburi piatti e grancassa. Annunciava la festa, assieme allo sparo mattutino di qualche fuoco. E' festa e il cielo azzurro è solcato da qualche tenue nuvola che il vento spazza via prima o poi. Ci si veste bene per la festa, si deve pregare la Madonna con dignità. Alle dieci la Santa Messa e poi, al termine della messa, ecco due grandi bande salire sul sagrato. Ricordo ancora oggi il brivido che mi percorreva la pelle quando si cominciava a vedere la statua della Madonna col Bambino che avanzava col suo dolce dondolio fra i leoni che proteggono il portale della cattedrale, con i suoi abiti ricamati in oro e argento dalle monache di clausura di Bitonto. E lì la banda era pronta a suonare la marcia del Mosè di Rossini e ancora la famosa marcia "Squinzano"... il brivido si trasformava in lacrime di commozione o, come riferisce un manifesto del 1843 in "lagrime di amore, e riconoscenza di un devoto popolo".


Scoppiava un applauso nella grande piazza gremita, una grande emozione faceva sentir viva la presenza della mano carezzevole della nostra Celeste Mamma su di noi. E la processione ricca di fiori bianchi, con le bimbe che avevano fatto la prima comunione tutte vestite di bianco, con i carabinieri in uniforme da parata, i sacerdoti in talare e il Vescovo benedicente. E la processione si snodava per le vie anguste e fresche della città vecchia, adorne di immacolate tovaglie, di coperte damascate, e lì lanci di petali di rose accompagnavano il passaggio della Vergine e preghiere, preghiere, preghiere.


Era la festa, sì, una festa fatta di preghiera e devozione. Ma di colpo tutto questo finì. O meglio fu turbato da mutamenti, tagli, correzioni. E tutto ad opera di un Vescovo e di alcuni sacerdoti. Si cominciò nel 2002, dopo la riapertura al culto della Cattedrale, rimasta chiusa per quasi dieci anni. In quell'occasione si decise di esporre costantemente in una cappella laterale della Cattedrale la statua della Vergine che per secoli era esposta solo in occasione delle feste di marzo e settembre; abolire la processione del martedì mattina, la più solenne e vissuta; portare in processione a sera la miracolosa icona della Vergine, restaurata e privata delle Corone, con l'intero suo altare rimovibile d'argento di scuola napoletana del '700, nonostante non vi fosse alcuna calamità ad assediare il pese. Pian piano le processioni furono private dell'accompagnamento delle bande e sostituite da raglianti megafoni, sostenuti da diaconi permanenti in sciatte casule medievali bianche, dai quali un sacerdote recitava qualche preghiera. E tutte le antiche confraternite del paese furono private delle loro tradizionali divise con saio e mozzetta. L'organizzazione della stessa festa fu sottratta al laicato, sempre più anziano e recalcitrante e posta saldamente nelle mani del parroco della Cattedrale, d'accordo col Vescovo, che poi nel 2005 si dedicherà a stilare uno "Statuto unico dei Comitati Feste", decidendo pertanto struttura, competenze, e regolamenti interni di associazioni laicali che per lustri si erano occupati di raccogliere fondi per organizzare feste patronali ricche di devozione e bellezza. Così nel tempo le bande sono scomparse, i fuochi d'artificio si sono ridotti, e le ragioni di una festa del cuore e dell'amore per Maria hanno lasciato il posto alle ragioni dell'interesse o del mero svago. La festa è stata banalizzata anche attraverso le insulse peregrinazioni della statua della Vergine già settimane prima, da una parrocchia all'altra. Una banalizzazione motivata da ragioni "pastorali" che in realtà celano un evidente desiderio di manipolare la perfetta armonia delle devozioni antiche...

Oggi i risultati sono sotto gli occhi di tutti. I fondi raccolti per la festa sono sempre più esigui. I fedeli dapprima speranzosi, hanno del tutto perso fiducia nel clero e così fanno a gara nel donare meno. Si sentono traditi da quel clero che avrebbe dovuto preservare antiche e venerabili tradizioni e che invece si è dato da fare per distruggerle, parandosi dietro gli slogan del "rinunciare al folklore" (lasciando in piedi una inutile rievocazione storica piena di contraddizioni) e dell' "abolire gli orpelli di una festa pagana" (e così quest'anno per la prima volta al posto delle numerose bande musicali che fanno parte della storia di Acquaviva, sono apparse band di dubbia bravura che cantavano cover dei Beatles... e il paese è stato trasformato nel teatro di una rozza, volgare sagra). L'ideologia pretesca che non saprei se definire progressista o clericale ha prodotto un calo della devozione e una intellettualizzazione dell'evento festoso che parrebbe essere irreversibile.

Questo processo di autoritaria rimozione, di vilipendio ostinato, delle devozioni tradizionali non è limitato al caso di Acquaviva delle Fonti. Innumerevoli tradizioni, devozioni, feste, processioni, emozioni rituali che ravvivano la nostra fede, sono in pericolo e i loro nemici sono non la secolarizzazione, non il relativismo, non la multiculturalità. Bensì il clericalismo della gerarchia, l'intellettualismo dei sacerdoti, l'incapacità della Chiesa di penetrare nel tesoro prezioso, delicato e autentico delle devozioni popolari.

Quest'anno la Madonna di Costantinopoli con quel suo dolce sorriso silente si è sentita ancora una volta trascurata e nuove generazioni di bambini non hanno potuto provare quelle medesime sensazioni che hanno dipinto la mia fede decenni or sono con i colori della festa, dell'attesa, della devozione. I suoni delle bande non hanno lasciato nei cuori la gratuità di una musica provvisoria e sincera, che nasce per la festa, s'innalza al cielo e muore in attesa di ritornare il prossimo anno a scaldarti il cuore. E nonostante i tentativi di ripristinare qualche processione, tutto ormai ha cambiato volto perché anche le tradizioni dei nostri padri, che credevamo incrollabili testimonianze di eterna preghiera, sono state prese a picconate, si sono trasformate in macerie per via dell'orgoglio di un clero che procede sull'orlo della collera di Dio. Che peccato! Che grande sbaglio! Che la Madonna possa aiutare questi uomini di Chiesa a comprendere i propri grossolani errori e a rimediarvi prima che sia troppo tardi.


8 commenti:

Anonimo ha detto...

Sig.Colafemmina, sono pienamente d'accordo con il suo scritto.
Purtroppo queste distruzioni perpetrate per non si sa cosa, stanno avvenendo un pò dappertutto.
E' triste e sconsoante.

El Cid ha detto...

Purtroppo negli ultimi 40 anni, salvo pochissimi esempi di persone illuminate dallo Spirito Santo, vescovi, preti e professori hanno concorso a scavare un fossato tra la liturgia e la devozione, tra la fede adulta e la religiosità popolare. Un fossato che è poi stato "una fossa" per entrambi i capi del dilemma.

Un esempio virtuoso di riabilitazione della devozione popolare è questo libro:
http://www.glossaeditrice.it/Scheda.aspx?ID=23459

E' scritto con un linguaggio arduo, ma rappresenta comunque un tentativo di ripensare con rispetto e riverenza quel "tesoro prezioso, delicato e autentico delle devozioni popolari" di cui parla benissimo Francesco Colafemmina.

Andrea ha detto...

Grazie, Francesco. Hai fatto "outing", non reclamando riconoscimento pubblico ai tuoi vizi (come certe persone), ma facendoci partecipi della tua realtà formativa. È per questo che il tuo blog ha un valore: perché si basa sull'Autenticità, anziché sul Trasformismo.

A proposito di "forma" (latino), sentivo tempo fa qualcuno che segnalava l'opposizione insanabile tra "forma" metafisicamente intesa ("l'anima è forma del corpo", e simili) e "forma" relativisticamente (o "borghesemente") intesa ("formalmente è così, ma in realtà...").
Mi permetto perciò di chiosare le parole del tuo caro monsignor Gaetano: i "nuovi" preti non sono SOLO ignoranti, sono ANCHE imborghesiti tardivamente e malamente.

Un'ultima considerazione: forse niente esprime meglio la desertificazione spirituale contemporanea della decisione di tenere esposta in permanenza l'immagine della Vergine.
Questo significa, tra le altre cose, cancellazione dei tempi sacri (indicanti la storicità dell'avvenimento miracoloso, la sua attualità nell'oggi, la differenza tra ferialità operosa e festività vissuta in rendimento di grazie, la dimensione sociale della ricorrenza).

Evviva i preti non impazziti !

Gianpaolo1951 ha detto...

Caro Francesco, ho una figlia del '77 e un figlio del ’78… e quando penso che Lei è del 1980, fatico a capacitarmi!…
Non mi fraintenda, La prego, dico questo nel senso che – per come ragiona e si esprime – Lei potrebbe benissimo essere della mia classe…, il 1951 per l’appunto!
Io ho vissuto di persona le devastazioni del post-concilio… e più leggo i Suoi scritti, più mi convinco che Lei è una persona più unica che rara!!!
Continui così, mi raccomando, che la “barca di Pietro” ha bisogno di marinai come Lei!!!

Francesco Colafemmina ha detto...

Carissimo Giampaolo, ti ringrazio, ma forse esageri... Probabilmente sono più dannoso che utile... Ad ogni modo credo che questa sia un'ulteriore dimostrazione del fatto che la fede va oltre le età e le generazioni. ;-)

Anonimo ha detto...

Non posso darle torto, sig. Colafemmina, la festa "grande" dedicata alla Madonna di Costantinopoli è stata violentata. Alla settimana che precedente la festa, con riti religiosi e solenne processione che accompagna la Vergine attraverso le 7 parrocchie di Acquaviva, non segue la festa grande che tutti lamentano, che tutti ricordano.
E' vero, il clero (parte di esso) ha voluto modificare la storia, ma anche noi stessi cittadini non abbiam fatto e non facciamo nulla perchè la festa ritorni allo splendore di un tempo.
Scriva, scriva parole forti al Comitato e al Clero con l'entusiamo che il buon Mons. Don Gaetano le ha trasmesso, chissà, magari l'ascoltano e il paese di Acquaviva le sarà grato.

Pellegrino ha detto...

11/9: Svolta per l'Agenzia SIR

http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=Forums&file=viewtopic&t=38693&highlight=

Anonimo ha detto...

carissimo Sig. Colafemmina..mi permetto di commentare il suo scritto in quanto, avendo letto quanto da Lei scritto, ritrovo nel suo pensiero una spaccato alquanto cruento della situazione acquavivese. maggiormente mi ha colpito come Voi avete combinato, in modo autentico ma veritiero, la pregevole figura di Don Gaetano, di cui stimo ancora l'alto profilo culturale e sentimentale verso acquavia, con la questione della devozione alla mad. di Costantinopoli ormai stuprata dall'autoritarismo spietato di alcuni ecclesiastici diocesani e paesani...spero di confrontarmi meglio con Lei su questa tema ( chissà qualcosa possa cambiare)...a presto SEBASTIANO BRUNO