sabato 22 ottobre 2011

PSEUDORESTAURI IN NOME DELL'ADEGUAMENTO LITURGICO - PARTE I

Duomo di Pisa: il nuovo altare sgorbio di Vangi e, dietro, l'antico altare 
E' con grande piacere che oggi pubblico la prima parte dell'inchiesta di Sandro Barbagallo, critico d'arte e giornalista dell'Osservatore Romano (a noi già noto per altre ragioni), apparsa sul Giornale dell'Arte (n.313 - Ottobre 2011). Si tratta di un approfondimento pienamente condivisibile che allarga fortemente il fronte di coloro che con intelligenza e coraggio mettono in discussione l'esecranda prassi di adeguare le chiese costruite prima della riforma liturgica secondo il dettato della "nota pastorale" della CEI del 1996. Sono ormai due anni che dalla tribuna di Fides et Forma metto in evidenza la violenza ideologica insita negli adeguamenti liturgici, oltre all'evidente assenza di buon gusto sia dei committenti che degli esecutori di simili progetti. Mi auguro che all'inchiesta di Barbagallo possano seguire finalmente un po' di fatti, ossia l'auspicata abolizione della nota CEI del 1996 e la sua sostituzione con un documento che tenga conto non solo delle nuove acquisizioni in materia di conservazione dei beni culturali ed architettonici, ma anche della promulgazione del Motu Proprio Summorum Pontificum nel 2007, e dell'ermeneutica della continuità fra pre-Concilio e post-Concilio introdotta da Benedetto XVI. Ringrazio infine la società editrice Allemandi per aver autorizzato la riproduzione di questa inchiesta. (Francesco Colafemmina)

Inchiesta esclusiva: i nuovi interventi nelle chiese storiche

Pseudorestauri in nome dell'adeguamento liturgico

Quanti architetti e "liturgisti" sono informati su ciò che veramente è stato detto dal Concilio Vaticano II? E le soprintendenze conoscono davvero le nuove norme liturgiche? I casi delle Cattedrali di Catania, Alba, Acerra e Firenze. 

Il Gioco dei rimpalli 

Vaticano e CEI sono in disaccordo sulle norme d'adeguamento delle chiese storiche, mentre le soprintendenze devono sottostare al Concordato del 2005

di Sandro Barbagallo

La maggior parte dei documenti prodotti in materia di adeguamenti liturgici dalla fine del Concilio Vaticano II è ricolma di ambiguità e rimandi. La nota pastorale della CEI del 1996, ad esempio, intitola ta "L'adeguamento delle chiese secondo la riforma liturgica" è composta di varie premesse e inutili elucubrazioni. Si addentra nell’argomento pratico a partire dall’art.15, dedicato all’assemblea, che dice: “La disposizione longitudinale dell'assemblea, che è la più diffusa, non richiede necessariamente di essere modificata. Si possono tuttavia ricercare sistemazioni in cui l'assemblea venga disposta attorno all'altare, quando l'articolazione planimetrica e spaziale dell'aula lo consente.” 
L’articolo 15 è un chiaro esempio di ambiguità e contraddittorietà (“non richiede necessariamente di essere modificata” ma “si possono tuttavia ricercare sistemazioni etc.”) e non fa riferimento a nessun documento conciliare o affine che accenni alla “circolarità del popolo di Dio” e sua applicazione pratica (disposizione architettonica). Le radici della forzata trasformazione delle chiese a pianta basilicale in chiese a pianta centrale è forse da ricercarsi nel Canone Romano, dove si usa l’espressione “circumstantes”, alludendo alla circolarità attorno all’altare. Ma poiché l’altare non è mai stato nei secoli al centro delle chiese, né mai i sacerdoti si sono posti dietro di esso, ciò è accaduto solo per alcune basiliche (San Pietro in Vaticano) e per ragioni di ordine pratico. Per quanto riguarda invece le modifiche da apportare al presbiterio, la nota CEI indica tre metodologie: integrazione del nuovo presbiterio con l'esistente (quello nuovo viene inserito nel precedente, integrando elementi dell'uno e dell'altro); sostituzione del presbiterio esistente (di cui si conserva solo lo spazio architettonico che viene occupato con i nuovi elementi: altare, ambone, sede presidenziale); progetto di un nuovo presbiterio separato da quello preesistente (è la soluzione adottata nei casi in cui il presbiterio esistente risulti immodificabile). 

Se si leggono invece i documenti ufficiali prodotti dai dicasteri vaticani, il tono cambia. Per quanto riguarda il tabernacolo, ad esempio, l’esortazione postsinodale  Sacramentum Caritatis del 2007 al n. 69, dice che: “È necessario che il luogo in cui vengono conservate le specie eucaristiche sia facilmente individuabile, grazie anche alla lampada perenne, da chiunque entri in chiesa. A tale fine, occorre tenere conto della disposizione architettonica dell'edificio sacro: nelle chiese in cui non esiste la cappella del Santissimo Sacramento e permane l'altare maggiore con il tabernacolo, è opportuno continuare ad avvalersi di tale struttura per la conservazione ed adorazione dell'Eucaristia, evitando di collocarvi innanzi la sede del celebrante.” 
Infatti anche nell’Istitutio Generalis Missale Romanum, approvato in Vaticano dalla Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, non c’è nessuna imposizione alle modifiche richieste dalla CEI, ma, ad esempio, quando parla della cattedra vescovile, al n.310 afferma: “…la collocazione più adatta è quella rivolta al popolo, al fondo del presbiterio, a meno che non vi si oppongano la struttura dell’edificio e altri elementi, ad esempio la troppa distanza che rendesse difficile la comunicazione tra il sacerdote e i fedeli riuniti, o se il tabernacolo occupa un posto centrale dietro l’altare”. Perché dunque nelle cattedrali finora “adeguate” la cattedra è stata posta fuori dal presbiterio, quando per il tabernacolo c’era un’apposita cappella laterale? 

Anche per quanto riguarda l’altare, la confusione regna sovrana. L’IGMR al n. 299 dice: “L’altare sia costruito staccato dalla parete, per potervi facilmente girare intorno e celebrare rivolti verso il popolo: la qual cosa è conveniente realizzare ovunque sia possibile”. Dunque, non solo non c’è nessuna obbligatorietà, ma questa indicazione è ben collegata alla Sacramentum Caritatis n.69, secondo la quale è bene lasciare il tabernacolo nell’altare maggiore, implicando la permanenza dell’altare maggiore al suo posto nelle chiese costruite prima del Concilio. Contrariamente a tutto ciò, la nota CEI dice: “La conformazione e la collocazione dell'altare devono rendere possibile la celebrazione rivolti al popolo e devono consentire di girarvi intorno e di compiere agevolmente tutti i gesti liturgici ad esso inerenti. Se l'altare esistente soddisfa alle esigenze appena indicate, lo si valorizzi e lo si usi. In caso contrario occorre procedere alla progettazione di un nuovo altare possibilmente fisso.  La forma e le dimensioni del nuovo altare dovranno essere differenti da quelle dell'altare preesistente, evitando riferimenti formali e stilistici basati sulla mera imitazione”. 

Tre cose dunque: deve essere rivolto al popolo; deve essere riprogettato se non soddisfa i requisiti; deve evitare riferimenti formali e stilistici al vecchio. Quest’ultima esortazione è forse servita alla CEI per tacitare le aspre critiche all’altare di Pisa ieri e quello di Reggio Emilia oggi? E come si concilia con quello neobarocco realizzato a Noto da Giuseppe Ducrot e con tutti gli altri dello stesso genere? 

Delineato quindi il continuo gioco di rimpalli delle opposte normative sugli adeguamenti liturgici (quelle del Vaticano contro quelle della CEI),  sorge spontanea una domanda. Fin dove arriva il potere dei Vescovi e dove inizia quello delle Soprintendenze? Abbiamo cercato di rivolgere questa domanda ad alcuni soprintendenti, ma senza nessun risultato. L'unica istituzione che ha risposto è stata la Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa. Abbiamo così saputo che il ruolo delle Soprintendenze è limitato dal Concordato fra Italia e Santa Sede. Forte di questi accordi, nel 2005 la CEI ha siglato un’intesa con lo Stato Italiano. L’articolo 5 dell'intesa recita: “Circa i progetti di adeguamento liturgico da realizzare negli edifici aperti al culto rientranti fra i beni culturali di cui all’art. 2, comma 1, presentati con le modalità previste dai commi precedenti, il soprintendente competente per materia e territorio procede, relativamente alle esigenze di culto, d’accordo con il vescovo diocesano, in conformità alle disposizioni della legislazione statale in materia di tutela. Qualora l’accordo non sia raggiunto a livello locale o regionale e in presenza di rilevanti questioni di principio, si procede ai sensi dell’art. 2, comma 5, ultimo periodo”. 
Il cui testo dichiara: “Gli interventi di conservazione da effettuarsi in edifici aperti al culto rientranti fra i beni culturali di cui al comma 1 sono programmati ed eseguiti, nel rispetto della normativa statale vigente, previo accordo, relativamente alle esigenze di culto, tra gli organi ministeriali e quelli ecclesiastici territorialmente competenti. Qualora l’accordo non sia raggiunto a livello locale o regionale e in presenza di rilevanti questioni di principio, il capo del dipartimento competente per materia, d’intesa con il Presidente della CEI o con un suo delegato, impartisce le direttive idonee a consentire una soluzione adeguata e condivisa”. 

Qual è stata l’ultima volta (o la prima) che il responsabile di una Soprintendenza si è rivolto al presidente della CEI? Quali sono le “rilevanti questioni di principio”, visto che non sono affatto chiarite? Inoltre, stabilito che gli interventi sono motivati da “esigenze di culto”, l’adeguamento liturgico non limita forse il campo d’azione delle Soprintendenze? Da queste considerazioni si desume che il Vescovo diocesano è la massima autorità in questioni di adeguamento liturgico, che la Soprintendenza non può far altro, se in disaccordo col Vescovo, che concordare una risoluzione di compromesso col Presidente della CEI. Ma poiché i Vescovi e la CEI sono la stessa cosa, se lo Stato Italiano ha qualcosa da dire in merito agli adeguamenti liturgici se la deve vedere sempre con la CEI, che può comodamente giustificare interventi inopportuni con la sigla “esigenze di culto”. 

L'altare con ragnatela al neon vista dal presbiterio
La Cattedrale di Alba - (vedi l'articolo di Fides et Forma)

Dedicata a San Lorenzo, la Cattedrale di Alba è il risultato di continui rimaneggiamenti. L’originale costruzione romanica dell’anno Mille è stata trasformata in forme gotico-lombarde sul finire del ‘400. Durante il ‘500 e il ‘600 è stata radicalmente rivista secondo lo stile del tempo, per poi essere nuovamente restituita allo stile gotico da Edoardo Arborio Mella tra il 1867-’72. Dovendo tamponare la fragilità dei muri perimetrali, il Mella li rinforzò così facendo sparire i pilastri polilobati originali e ridipinse le pareti interne a fasce alternate di color ocra e cotto con l'obiettivo di imitare un interno gotico, oggi risultano irrimediabilmente false. Anche tutti gli altari laterali furono realizzati “in serie”, secondo il gusto neogotico. Solo il presbiterio mantiene il progetto originario, con il suo altare barocco in marmi pregiati e il coro ligneo preziosamente intarsiato da Bernardino Fossati nel 1517. Anche le due cappelle barocche del transetto (quella di San Tebaldo conserva uno splendido altare marmoreo del 1515) testimoniano un glorioso passato. In questa situazione di assemblaggio di stili, nel 2008 si è innestato con forza un intervento contemporaneo che, firmato dall’architetto Mauro Rabino, ha “adeguato” la Cattedrale trasformandola a pianta centrale col presbiterio oggi senza alcuna funzione e quasi declassato a quinta di teatro. Per giustificare il posizionamento al centro del transetto del nuovo altare in marmo policromo, dai colori “in tinta” con pareti e colonne, l’architetto ha fatto riferimento al ritrovamento di reperti archeologici risalenti al secolo XI, che presumibilmente appartenevano ad un altare con ciborio di cui però si hanno solo indizi. Entrando in Cattedrale poi si viene catturati da una tela di ragno metallizzata con annessi punti luminosi che nelle intenzioni dell’autore dovrebbe alludere al ciborio non più esistente. 

Immagine (in piccolo) del rendering dell'adeguamento liturgico di Acerra
(ricorderete che quando pubblicai l'immagine l'architetto Marcuccetti minacciò di denunciarmi per aver pubblicato foto già presenti sulla rivista "il Sacro e le sue forme").

La Cattedrale di Acerra  - (vedi l'articolo di Fides et Forma)

Edificata nel X secolo sopra un tempio dedicato ad Ercole, la Cattedrale di Santa Maria Assunta è stata totalmente riedificata tra il 1791 al 1843, per essere successivamente abbattuta e ricostruita nel 1874 a causa di continui lesioni strutturali in forme neoclassiche con decorazioni interne a cornici in stucco.   L’adeguamento liturgico che sta per partire, firmato dell’architetto Andrea Marcuccetti, consiste nello spostare l’altare al centro del transetto (si tratta di una chiesa a croce latina con tre navate) per ottenere (a detta dell’architetto) una maggiore “partecipazione” dei fedeli. Anche questo progetto, come quello di Alba, prevede la realizzazione di uno pseudo-ciborio sospeso. Questo di Acerra è formato da tre enormi cerchi metallici digradanti, che dovrebbero alludere alla Trinità, con all’interno una croce in frammenti di vetro policromo. La locale Soprintendenza, sorvolando sul pulpito marmoreo trasformato in ambone (la cui scala d’accesso è prevista in pietra, acciaio e cristallo), si è limitata a prescrivere di non eliminare la storica Cattedra episcopale, realizzata con frammenti marmorei rinascimentali. La nuova Cattedra si presenterà dunque con un design modernissimo e sarà realizzata a fasce orizzontali di marmo bianco, azzurro, calacatta oro e cristallo. Negli stessi marmi e nella medesima fattura a fasce, saranno realizzati anche altare e battistero. Sia la croce pendente che gli altri elementi non presentano nessun chiaro richiamo iconografico. A spezzare la monotonia delle strisce bianco-azzurre-cristalline di tutti gli oggetti liturgici sono previsti dei curiosi elementi di pasta vitrea rossa e oro, simili a baccelli, dall’architetto presentati come “sigilli” e presenti anche nei quattro pilastri intorno al fonte battesimale, a simboleggiare i quattro evangelisti (sic!). 

Interno del duomo di Firenze
La Cattedrale di Firenze   

L’Opera del Duomo di Firenze ha recentemente bandito un concorso per la realizzazione del nuovo ambone nella Cattedrale di Santa Maria del Fiore, chiamando gli architetti Mario Botta, Enrico Savelli e Paolo Zermani, insieme a agli artisti Mimmo Paladino, Massimo Lippi e Filippo Rossi. I progetti sono stati presentati lo scorso maggio a una commissione formata dal Cardinale Bibliotecario Raffaele Farina, Gabriella Belli, Pio Baldi, Maurizio Calvesi e i vertici dell’Opera del Duomo.   Ritenuti non sufficientemente inseriti nell'insieme del presbiterio, alcuni di loro sono stati scartati, mentre ad altri (i più noti del gruppo) è stato chiesto un “ripensamento”. L’insieme del presbiterio e le soluzioni esaminate propongono tutte materiali diversi, dal bronzo al plexiglass, mentre altare e  cattedra attuali sono di marmo bianco. Dato che qualunque intervento potrebbe risultare invasivo e non idoneo, perché non pensare a un ripristino dell'antica cattedra di Sant’Antonino (ricca di significati storici) e del vecchio altare? Forse una ricostruzione filologica del vecchio presbiterio, tenendo conto delle attuali esigenze liturgiche, sarebbe il migliore intervento "moderno" e più adatto a un luogo così ricco di passato. Anche per Firenze, come sta accadendo a Reggio Emilia, nascerà una diatriba tra “tradizionalisti” e “innovatori”.

Copyright - Il Giornale dell'Arte n.313 - Ottobre 2011 - pagine 4 e 20

3 commenti:

Andrea ha detto...

Caro Francesco e gentile dottor Barbagallo, appare evidente che la Nota CEI del 1996 contiene la "speranza" di una neo-Chiesa in cui la celebrazione della Santa Messa sia fatta non solo "per" il popolo, ma il più possibile "dal" popolo adunato.

Mi permetto di dire che il disaccordo sugli adeguamenti non è tra "Vaticano" e CEI, ma tra Santo Padre e CEI: la "Sacramentum Caritatis" è un documento pontificio, ma anche la Congregazione per il Culto Divino è un organismo della Curia Romana, che opera come strumento del Ministero Petrino.

Infine un'osservazione "mia": certamente non è un caso che critiche fondate agli sbandamenti contemporanei vengano dall'Italia Mediterranea (vedo che il dottor Barbagallo è catanese; di Francesco conosciamo l'amore alla Puglia).
Specularmente, le spinte alla trasformazione delle chiese in "aule di ritrovo comunitario" vengono dall'Europa Occidentale.
Sono molti anni che le chiese francesi sono per lo più prive di inginocchiatoi e dotate di Tabernacoli "irreperibili".

Anonimo ha detto...

Io sono una semplice donna senza sonoscenze artistiche, storiche nè tantomeno liturgiche. Ma abito vicino a Pisa. Il Duono è semplicemente meraviglioso se non fosse per quell'altare di marmo bianco che è un vero e proprio pugno in un occhio, non solo brutto ma totalmente diverso stilisticamente parlando da tutto quello che è nel Duomo. Io mi chiedo chi ha avuto la brillante idea di sceglierlo.

M.

Francesco Colafemmina ha detto...

Naturalmente il Vescovo, ormai emerito, Mons. Plotti, già avversario del motu proprio Summorum Pontificum. All'epoca vi fu un violento dibattito con Sgarbi e per la prima volta nella storia degli adeguamenti liturgici con un Ministro per i Beni Culturali, Urbani:

http://archiviostorico.corriere.it/2001/luglio/13/arcivescovo_Pisa_altare_Vangi_resta_co_0_0107133545.shtml