giovedì 27 gennaio 2011

LETTERA APERTA A MONSIGNOR NEGRI: IL PAPA NON HA BISOGNO DI ADEGUAMENTI LITURGICI!

Giovanni Paolo II in preghiera nella Pieve di San Marino


Lettera aperta a S.E.R. Mons. Luigi Negri, Vescovo della Diocesi di San Marino-Montefeltro

Eccellenza Reverendissima,

è con una certa apprensione che leggo su vari quotidiani sanmarinesi una notizia allarmante. A quanto pare nel programma della visita del Santo Padre a San Marino la visita alla Pieve di San Marino, l'antica Basilica che custodisce le reliquie del Santo, sarebbe stata esclusa per ragioni di ordine liturgico-architettonico.
Sul quotidiano sanmarinortv.sm il giornalista Francesco Zingrillo scrive infatti il 19 gennaio scorso quanto segue: "Rimane il nodo della Pieve inadeguata liturgicamente non conforme alla riforma conciliare e ai canoni della architettura sacra vigente: difficile che il Papa teologo e liturgista possa passare in basilica minore dove si espongono le reliquie del Santo."
La stessa notizia veniva poi ripresa dal quotidiano La Tribuna Sanmarinese il 21 gennaio.
Successivamente, il 22 gennaio, interveniva il Rettore della Basilica e Direttore dell'Ufficio Liturgico Diocesano don Lino Tosi, il quale, pur auspicando una visita del Papa ai resti del Santo, non mancava di ribadire la necessità di questi adeguamenti liturgici: "Sono rimasto sorpreso nel leggere che – a motivo del mancato adeguamento liturgico della Basilica alle norme conciliari – il Santo Padre potrebbe rinunciare a visitare il luogo originario e singolare della nostra identità sammarinese quale è da sempre la Pieve e, di conseguenza, non venerare le reliquie del Santo Fondatore. Che la Basilica necessiti di una veste più dignitosa e di un energico “rinnovamento conciliare” (non solo negli arredi!) è da anni sotto gli occhi di tutti. Questo è, fra l’altro, il desiderio del Vescovo Mons. Negri, espresso con chiarezza anche nel decreto della mia nomina, letto pubblicamente nella stessa Basilica alla presenza degli Ecc.mi Capitani Reggenti (5 febbraio 2009)."

Ebbene, Eccellenza, c'è da augurarsi che questi adeguamenti non vengano mai effettuati e ciò proprio in considerazione dell'insegnamento liturgico e "pratico" del Santo Padre. Insegnamento liturgico se pensiamo ai molteplici riferimenti di Sua Santità nelle sue opere (recentemente raccolti nel volume XI della sua Opera Omnia) all'orientamento dell'altare e del sacerdote. Un altare antico è infatti pienamente rispondente all'indirizzo del Papa: guarda ad oriente ed è sormontato dalla Croce che ci ricorda il Cristo che ritornerà per giudicare i vivi e i morti. Inoltre L'insegnamento del Papa è anche pratico se pensiamo alla rimozione dell'altare mobile nella Cappella Paolina in Vaticano e al ripristino delle celebrazioni "ad orientem" anche nella Cappella Sistina.
Il Papa non ha bisogno di adeguamenti liturgici per poter venerare le spoglie di un Santo, né tantomeno credo sia opportuno sfruttare l'occasione della visita del Papa per riproporre inutili progetti di adeguamento liturgico fondati su una nota pastorale della CEI del 1996 che non può essere considerata né vincolante né ancora in vigore.
Stante infatti il parere della Sacra Congregazione per il Culto Divino del 25 settembre 2000 (n. prot.2036/00/L): "Quando si tratta di chiese antiche o di grande valore artistico, occorre tenere conto della legislazione civile riguardante i cambiamenti e le ristrutturazioni. Un altare posticcio non sempre può essere una soluzione idonea. Non bisogna dare importanza eccessiva a degli elementi che nel corso dei secoli hanno subito dei cambiamenti. Ciò che rimane fermo è l’avvenimento celebrato nella liturgia: esso è manifestato attraverso dei riti, dei segni, dei simboli e delle parole, i quali esprimono diversi aspetti del mistero, senza tuttavia esaurirlo, poiché il mistero li trascende tutti. Irrigidirsi su una posizione e “assolutizzarla” potrebbe tradursi nel rifiuto di alcuni aspetti della verità che meritano rispetto e accoglienza."
Per il Culto Divino, dunque, non è obbligatorio orientare l'altare al popolo ed è anzi erroneo pensare che "l'azione sacrificale sia orientata principalmente alla comunità".

Ma a questo documento dobbiamo aggiungere proprio l'esperienza liturgica del Sommo Pontefice e il decisivo documento emanato da Sua Santità nel luglio del 2007, il Motu Proprio Summorum Pontificum. La possibilità di celebrare secondo la forma straordinaria del rito romano costituisce infatti un caposaldo di quella "riforma della riforma liturgica" promossa senza proclami, ma con l'esempio dal Santo Padre. E se i Vescovi italiani provvederanno ad "adeguare" tutte le chiese che ancora conservano l'assetto tradizionale, ciò come non implicherà un segno di rottura, di profonda rottura tra un prima e un dopo? Si tratterebbe peraltro di una evidente smentita di quel processo di superamento della rottura, di quel lento recupero della continuità sincronica e diacronica del cattolicesimo, promosso da Papa Benedetto XVI.
Se, infatti, in pochi anni non ci saranno più chiese nelle quali siano presenti i segni della tradizione liturgica millenaria della Chiesa, ma tutto sarà stato cambiato nel nome di un aggiornamento ormai stantio e privo di utilità, dove si potrà celebrare correttamente quel rito che è tesoro comune della Chiesa e il cui recupero dobbiamo a Papa Benedetto XVI?

Eccellenza, è per questa ragione che un semplice figlio della Chiesa, già aspramente criticato perché esprime le proprie opinioni col cuore e l'intelletto e senza mostrare attestati o galloni accademici, né tantomeno aderenze vaticane, per questa ragione Le chiedo, Eccellenza, di smentire fermamente queste voci che gettano un'ombra ideologica sull'insegnamento liturgico del Papa e attribuiscono a Sua Santità opinioni e posizioni che non gli appartengono. Mai il Papa penserebbe di non rendere omaggio a San Marino, solo perché il suo altare non è liturgicamente adeguato alla riforma liturgica! E d'altra parte Le domando, Eccellenza, di fermare la mano di coloro che intendono modificare l'assetto architettonico della Basilica in nome di un "aggiornamento" che è così aggiornato da risalire a circa 50 ani fa. Abbia il coraggio, Eccellenza, di "restaurare" l'altare di San Marino, non di adeguarlo! Riporti l'altare all'antico splendore, alla bellezza ordinata e conchiusa della sua originaria struttura. Solo attraverso il recupero del passato si può essere arditi in un era affetta da una vera e propria bulimia innovatrice. Riporti il decoro passato alla Basilica già sottoposta a provvisori rimaneggiamenti in nome dell'ideologia della rottura così contestata da Papa Benedetto. Non è stato forse proprio il Papa a ricordare ai Vescovi italiani, pochi mesi fa che "Ogni vero riformatore è un obbediente della fede: non si muove in maniera arbitraria, né si arroga alcuna discrezionalità sul rito; non è il padrone, ma il custode del tesoro istituito dal Signore e a noi affidato. La Chiesa intera è presente in ogni liturgia: aderire alla sua forma è condizione di autenticità di ciò che si celebra"?

Oggi la Chiesa ha bisogno di recuperare il senso della bellezza e della verità. E lo può far solo attraverso il saldo riferimento della tradizione e l'orientamento spirituale, ma anche fisico, a Cristo. Per queste ragioni mi appello alla Sua comprensione e alla Sua saggezza.

Con filiale devozione.

in Domino Jesu,

Francesco Colafemmina

mercoledì 26 gennaio 2011

INTRALLAZZI ARCHITETTONICI VATICANI: NON SE NE PUO' PIU'!


Kenzo Tange - Chiesa dell'Imperatore di Star Wars

di Francesco Colafemmina

La recente polemica strisciante, suscitata da alcuni commenti offensivi e inopportuni pervenutimi, conditi di minacce per le quali ho già preso le adeguate precauzioni, ha avuto il merito di portare in evidenza alcuni punti salienti degli indirizzi artistici e architettonici della Chiesa in Italia.

Qualche giorno fa, leggendo qualche articolo (per la verità degno di un famoso manuale di Richard Stengel) che riportava una frase del Cardinal Ravasi, critico verso le nuove chiese aride e spoglie, sono stati in molti coloro che sono immediatamente balzati in piedi con un applauso scenografico. Pure, il loro entusiasmo è stato necessariamente placato dalla citazione ravasiana della chiesa di Notre Dame du Haut di Le Corbusier quale esempio di architettura chiesastica contemporanea.

Mario Botta - Chiesa della Coop... (con giardino pensile ricco di mele della Val di Non)

Un contrappunto alle dotte elucubrazioni del Cardinale è stato composto prontamente sull'Osservatore Romano dall'architetto Paolo Portoghesi. Questi ha infatti spiegato in un articolo del 20 gennaio scorso che il vero problema non è costituito dalla modernità o da un limite intrinseco dell'architettura contemporanea, bensì dalla mediocrità diffusa di architetti e artisti, riverbero della mediocrità dei committenti. Obiettivo di Portoghesi era un attacco neanche tanto velato alla CEI e ai suoi concorsi per l'edilizia di culto. Pur non affermandolo esplicitamente, Portoghesi sembra individuare nell'estrosità interpretativa dell'evento liturgico e della sua trasposizione architettonica in relazione all'assemblea, una sorta di provincialismo proprio della CEI, che non consente alle chiese italiane di rappresentare un ampio e condiviso modello per l'intera cattolicità.

Paolo Portoghesi - Chiesa Moulinex di Cacata... oops... Calcata...

La ricetta di Portoghesi non è espressa nel suo articolo, ma è stata già fornita dal Cardinal Ravasi in numerose occasioni. Già nel 2009 Ravasi affermò "oggi le chiese sono come un garage dove Dio viene parcheggiato". Questa frase ad effetto suscitò anche allora un coro di entusiastica approvazione, eppure il progetto del Presidente della Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa non contemplava la "restaurazione" di forme tradizionali, né tantomeno un recupero della continuità con il passato.
L'unica continuità intravista è meramente formale, ossia: come nel passato a grandi architetti si affiancavano grandi artisti, così anche oggi a grandi nomi dell'architettura come Piano, Botta, Tange, Ando, Siza etc., si sarebbero dovuti affiancare i grandi nomi dell'arte contemporanea come Bill Viola, Kounellis e Kapoor, artisti di punta della Pontificia Commissione.

Alvaro Siza - Chiesa dell'ospedale psichiatrico (se ci entrate vuol dire che siete matti!)

Quindi in sintesi l'operazione promossa dagli ambienti legati alla Pontificia Commissione dovrebbe svilupparsi come segue:

a. Si cerca di raccogliere il disagio attuale per le chiese orribili, vuote, spoglie, fredde;
b. Si opera un distinguo fra architettura "seria" e architettura "mediocre";
c. Si mettono fuori dalle chiese opere d'artigianato per sostituirle con grandi opere d'arte, dove il concetto di "arte" coincide con l'arte contemporanea (non cronologicamente ma esteticamente definita, non cioè l'arte dei nostri giorni, visto che vi sono ancora oggi artisti tradizionali che fanno opere d'arte, bensì l'arte contemporanea, ossia l'arte originata dalle avanguardie della fine del XIX secolo in totale spregio dei canoni e della tradizione estetica precedente);

d. Si promuove il neo-mecenatismo del Vaticano come ricetta per il superamento dell'anarchia e dell'inestetismo proprio delle chiese cattoliche contemporanee.

Perché questa operazione abbia successo bisogna anzitutto individuare un nemico. Il nemico è in questo caso costituito dalla CEI, considerata una sorta di centro di commissione d'architettura ed arte sacra provinciale e antagonistico. La CEI infatti, grazie al potere che le deriva dagli incassi dell'8 per mille, gode di grande autonomia nel campo dell'edilizia di culto e difficilmente si farà influenzare dal neo-mecenatismo della Pontificia Commissione.
Colpendo la CEI si pensa di stimolare il dibattito ed aprire la riflessione a livello internazionale (poveri illusi!).

Tadao Ando - Chiesa dei 4 Gatti... (anzi, a guardar bene sono solo 2!)

D'altro canto è innegabile che numerosi architetti vicini alla Pontificia Commissione quali Calatrava, Botta, ma anche Libeskind e Tadao Ando, sarebbero ben lieti di diventare i prescelti esponenti di una nuova frontiera dell'architettura sacra cattolica, un po' come nella prima metà del novecento lo furono prima Schwarz e poi Bohme e in Italia Giò Ponti, solo per fare qualche nome.

Non credo d'altra parte che la CEI avrebbe alcun problema nell'integrare questi architetti nel suo sistema. La critica che proviene dai circoli intellettuali (costituiti dai famigerati 4 gatti) vicini alla Pontificia Commissione è infatti piuttosto autoreferenziale e un po' venata di radicalismo chic... Come si direbbe molto icasticamente: se la suonano e se la cantano da soli!

Cosa ci riserva dunque il futuro?

Molto probabilmente tutte queste manovre sono destinate a concretizzarsi in progetti reali. Ma ciò che spaventa è il grande silenzio generalizzato in merito a queste tematiche, tanto che un blog come Fides et Forma viene bersagliato (immaginiamo anche da chi...) solo per la strenua battaglia in difesa di un'arte e un'architettura sacra in linea con la tradizione della Chiesa.
Talvolta penso che la battaglia sia inutile, superflua e fallimentare, perché in fondo il sottoscritto non ha né il potere né l'autorità per cambiare una sola virgola dell'andazzo diffuso nel settore. Altre volte rifletto sulla possibilità di una conversione, di una comprensione della gravità della situazione da parte delle autorità ecclesiastiche, ma mi arrendo dinanzi all'evidenza delle solite operazioni come il Cortile dei Gentili che il prossimo marzo vedrà la sua prima edizione a Parigi, con la presenza straordinaria del Ministro della Cultura francese, Mitterand, già noto per il suo romanzo autobiografico nel quale racconta la propria esperienza di turista sessuale (gay ed "efebofilo") nel lontano oriente... Cosa non si deve tollerare pur di andare a braccetto col potere!

Che dire, signori? Posso confessare sommessamente di non poterne proprio più? E posso sperare di non ricevere inquietanti messaggi mafiosi e minacce più o meno velate, come ne sto ricevendo ormai da tre mesi? Sarà giunta l'ora di mandare solennemente a quel paese Eccellenze ed Eminenze, Abati e giornalisti e di chiudere la baracca in nome della bellezza della vita e della gloria onorevole dei vinti?

Troverò un po' di tempo per finire il mio secondo romanzo e riflettere sulle ragioni che hanno condotto alla rivoluzione copernicana dell'estetica cattolica e scriverò su Fides et Forma solo se ce ne sarà bisogno.

E voi, cari amici, che ne pensate?

lunedì 24 gennaio 2011

LA PICCOLA SPERANZA E LA GRANDE GRAZIA


di Francesco Colafemmina

Pensavo, ascoltando una canzone di un gruppo cretese, gli Hainides, dal titolo "la piccola Speranza" che in fondo ciò che anima la nostra critica del brutto, del deforme, delle trasformazioni folli che il mondo subisce assieme alla Chiesa di Cristo non è che il ricordo della nostra infanzia, della bellezza quasi onirica delle cose autentiche vissute nei nostri primi anni.

E la fede è fra le cose più autentiche, gratuite, non ideologiche, non utilitairsitche e non materialistiche. Ce l'hanno trasmessa i nostri genitori, i nostri nonni, e lo hanno fatto con grazia e con amore. E se grazia e amore abbiamo ricevuto con la trasmissione della fede cattolica, ebbene quella grazia e quell'amore non li lasceremo mai morire nel nostro cuore.

Il bambino che entra per la prima volta in una chiesa antica sente il polso dei secoli e si stupisce e gioisce della longevità della creazione umana che gli viene indicata quale tempio di Dio e luogo d'onore della comunità cui egli appartiene. E il senso del mistero lo avvolge e lo penetra. Quelle sensazioni vissute nella profondità della sua anima non lo lasceranno mai più.
E sarà così che il bambino, se crescendo non si sarà fatto superbo al punto da capovolgere l'ordine delle cose e sovvertire le sensazioni vive della sua infanzia, diverrà un autentico difensore di quel bene antico che si porta dentro e non permetterà a nessuno di svenderlo o deturparlo in nome dell'estro personale o dell'interesse.

La canzone degli Hainides parla di una "mikrì Elpìda", di una "la piccola Speranza" giocando sul duplice significato di una bimba di nome Speranza e della speranza di quando si è bambini. E questo amore impossibile, questo amore struggente, indica il non ritorno al passato, all'amore folgorante per le cose belle che ci sono state donate nell'infanzia, ma il nostro continuo struggerci per esse. E tutto ha un senso, se pensiamo alla nostra fede che è gratuità e bellezza, e ci innamora costantemente di Cristo.

Per questo credo che l'attuale situazione di ambigua decadenza della Chiesa sia destinata a peggiorare in un mondo che non conosce più la purezza e la gratuità dell'infanzia, ma educa sempre più al culto del proprio io e all'esaltazione dell'interesse privato. Un mondo che comincia ad avvicinare il bambino attraverso il meccanicismo psicanalitico e in cui l'uomo vive le proprie emozioni sempre secondo la scabra dinamica razionalistica ed ostile al reale, alla realtà del bene, del bello, della gratuità.
In questo mood della nostra epoca sono immersi innumerevoli uomini di Chiesa e purtroppo nessuno potrà mutarlo. Si spegnerà necessariamente in questo attorcersi del pensiero su se stesso, in questa esaltazione dell'ego e dell'interesse, in questa alienazione dell'autenticità della fede che ci venne trasmessa nei primi nostri giorni in cui abbracciammo Cristo. Ed è innegabile che superbia e vanità animino questa Chiesa decadente, che ancora cerca di misurare la propria forza con i numeri delle masse, del denaro, del potere. Certo Cristo ci ha promesso che i nemici non prevarranno, ma ci ha anche ammonito sulla perdita della fede da parte dell'uomo. E se ciò accade oggi sempre più rapidamente, non saremo noi a contrastare questa realtà. Nè tantomeno potremo mutare gli indirizzi dei vertici che guidano la Chiesa verso lidi differenti rispetto alla tradizione. E' nella natura delle cose che noi continuiamo a dare testimonianza e che la fede continui a diminuire, spesso proprio nei luoghi in cui dovrebbe abbondare. Anzi è forse lì che si snatura e si trasforma in perniciosa ambizione, in oggetto strumentale all'esercizio del potere, in ipocrisia furiosa ed esaltazione del vizio. Ma tutto ciò non ci tange, perché ancora conserviamo nel cuore la nostra "piccola speranza".

Guardiamo infatti a Cristo e pensiamo al suo amore per i piccoli. Piccoli di ogni età, ossia uomini e donne in grado ancora di donare la propria fede al di là delle ideologie e degli interessi, uomini e donne grati a chi li fece accedere alla bellezza e alla grazia del Cattolicesimo, ma fermamente puri nel contrastare gli innovatori feroci, i tracotanti rivoluzionari, le ambigue serpi che vogliono sostituire il culto idolatra di se stessi e del loro pensiero alla catena di gesti e devozione che dal passato, dalle origini, è giunto a noi attraverso guerre, carestie, morti innumerevoli, e che noi nel nostro benessere e nella pace ormai non riusciamo più nemmeno a intravvedere, ingombri come siamo di materia e ciechi alla Verità.




venerdì 21 gennaio 2011

L'ARTE DEMENZIALE DELL'ARTISTA CHE PIACE TANTO ALLA CEI & CO.


di Francesco Colafemmina

Mimmo Paladino, dopo aver sfigurato i portali della chiesa di Renzo Piano, dopo aver sfigurato i Lezionari e la copertina della Bibbia della CEI, dopo aver annunciato la realizzazione del nuovo evangeliario ambrosiano, e dopo essere stato arruolato dal Cardinal Ravasi per la Biennale di Venezia 2013, tra gli artisti che rappresenteranno il Vaticano... si appresta a scaricare davanti al Duomo di Milano una fantastica montagna di sale, con alcune sculture di cavalli che sbucano dalla montagna...

Si dirà: "ma che installazione geniale!" E invece bisognerebbe definirla demenziale! Ma non solo: demenziale e riciclata. Sì, perché la "montagna di sale" Paladino l'ha realizzata per la prima volta nel 1990 a Gibellina, in Sicilia, quale scenografia per "La sposa di Messina" di Schiller.

La montagna di sale in stato di abbandono a Gibellina

Gibellina ha rischiato di avere una chiesa arricchita dalle opere d'arte di Paladino già nel 1987, quando Paladino collaborò ad un progetto nell'ambito della ricostruzione della cittadina, promossa dall'altro grande artista contemporaneo Arnaldo Pomodoro (autore della famosa croce fatta rimuovere dal Papa a San Giovanni Rotondo).


La montagna di sale a Napoli nel 1995

La montagna è stata poi trasferita a Napoli nel 1995, in piazza Plebiscito. Allora il guru dell'arte contemporanea Achille Bonito Oliva (che già nel 1992 Sgarbi qualificò in questi termini: "oltre ad avere idee massimamente confuse e a ignorare la grammatica italiana svolge attivita' di mercante, avvilendo ad una condizione servile la funzione di critico") definì come segue la creazione paladiniana: "Il sale, con la sua natura doppia di farmaco e sapore, è materia di grande potenza drammatica e di grande effetto nella città più schietta e sapida d’Italia, così già perversamente incline a cauterizzare le proprie lesioni." Parole vuote e insignificanti come la maggiorparte delle idiozie propragandate dai mercanti d'arte contemporanea...

Così, dopo sedici anni la "montagna di sale" riapparirà a Milano il prossimo marzo. Oltre a dedurne che il sale costa poco... come possiamo godere il valore e il senso di quest'opera? Sentiamo le poetiche parole di Paladino: "in occasione del 150° anniversario dell'Unità d'Italia, ho voluto portare il sale dal Sud al Nord".

Ma il sale Paladino se lo poteva anche tenere! Anzi gli avrebbe fatto bene averne un po' di più nella sua zucca. Peccato invece sprecarlo in così gran quantità... fra cavalli e pezzi di bronzo, un po' come le facce di quegli ecclesiastici che pur di ricevere consensi mondani ricorrono ancora a quest'arte idiota e demenziale.


P.s. per una ulteriore prova pubblica dell'impegno di Ravasi per la Biennale 2013 leggere la sua email inviata al blog di Luca Fiore nel settembre del 2010, mail che rivela la problematica principale della Santa Sede (alla Biennale partecipano artisti nazionali, ma lo Stato Città del Vaticano non ha artisti propri!):

Pontificium Consilium De Cultura–Presidente
a Luca Fiore
data 28 settembre 2010 15:23
oggetto Re: Biennale di Venezia? Tutto rimandato?
Gentile Luca Fiore,
il progetto è, in verità, in elaborazione e, come spesso accade, esige più tempo di quanto si fosse inizialmente immaginato, anche perché la S. Sede non ha un suo parterre di artisti nazionali, ma deve e vuole ricorrere a grandi artisti dei vari continenti ove la Chiesa è presente. E’, perciò, molto probabile che non si riesca ad essere pronti per il 2011, ma forse per il 2013.

Con viva cordialità
+ Gianfranco Ravasi arciv.

P.s. 2: per chi avesse ancora dubbi sulle attitudini artistiche del Card. Ravasi vorrei ricordare un episodio del 2008, quando Ravasi affermò pubblicamente che la Chiesa negli anni sessanta avrebbe dovuto acquistare la "Crocifissione" di Beuys perché "sarebbe stato un grande segnale". Cos'è la Crocifissione di Beuys... beh... è questa roba qui sotto:

Joseph Beuys "Crucifixion" - 1962/63

IL DIALOGO TRA LE RELIGIONI NON E' POSSIBILE - LA FEDE NON SI PUO' METTERE TRA PARENTESI



di Don Matteo De Meo

Carissimi, dopo l’annuncio della giornata di preghiera “multireligiosa” di Assisi fatta dal Pontefice si è riaperto il fuoco di fila delle obiezioni e delle giuste perplessità che un gesto del genere porta inevitabilmente con sè, e di cui il Pontefice è certamente consapevole!

Innanzitutto una parola su questo a dir poco “globalizzato” concetto di “spirito di Assisi”.
Esso diviene spesso un pretesto per dire di tutto e di più e che con Assisi (ovvero con S. Francesco) non ha nulla da spartire!
Sicuramente, la figura di S. Francesco costituisce per tutti gli uomini, e perfino per gli atei, una grande provocazione, soprattutto perchè nel Serafico- come ebbe a dire Giovanni Paolo II, vedono realizzate, “in maniera esemplare, quelle cose alle quali essi maggiormente anelano, tuttavia spesso senza riuscire a raggiungerle nella loro esistenza: e cioè la gioia, la libertà, la pace, l’armonia e la riconciliazione tra di loro e tra gli uomini e le cose” (Giovanni Paolo II, Lettera a i Ministri generali delle famiglie Francescane, 15 agosto 1982). Ma invece di chiedersi l’origine e la causa di una tale straordinarietà, lo si riduce ad un specie di mito religioso, universale e vago, “aperto a tutti” e “amico di tutti”. Un tentativo che non si limita ai nostri giorni se lo stesso Benedetto XV rimproverava quella mentalità che tentava di fare del Serafico il “campione di un vago e vuoto ascetismo, che non può essere identificato con Francesco, nè considerato come un santo...” (Benedetto XV, Sacra propediem, 2), e Pio XI aggiungeva nel 1926: “...Non cessiamo perciò dal meravigliarci di come tale ammirazione per un Francesco, così dimezzato ed anzi contraffatto, possa giovare ai suoi moderni amatori....Chi apprezza il valore del Santo, deve apprezzarne anche l’ossequio e il culto dati a Dio; perciò o inizi ad imitare quello che loda, o smetta di lodare quello che non vuole imitare...” (Pio XI, Rite expiatis, 11).

Tutti mettono in rilievo in questi giorni la bontà dell’evento di Assisi evidenziando l’assoluta priorità e centralità di valori quale la pace, la libertà, il dialogo tra le religioni....! Ma ancora una volta abbiamo bisogno di un sano realismo cristiano per non naufragare nel mare magnum delle demagogie e delle ideologie. Mi sovviene quanto andava affermando, uno degli ultimi mistici del Novecento, D. Divo Barsotti, il quale di fronte al dilagare di un certo pacifismo cristiano affermava: “... la guerra è la condizione normale dell’uomo dopo il peccato originale. Dobbiamo renderci conto che la pace non si può mai predicare alle nazioni perchè, quando si parla di pace alle nazioni, il nostro linguaggio è sempre demagogico, è come se noi non riconoscessimo più che c’è il peccato nel mondo e che, come conseguenza del peccato, c’è tensione. Non ci sarà la guerra guerreggiata con le armi, ma ci sarà una guerra economica; non ci sarà una guerra economica, ma ci sarà una guerra culturale; non ci sarà una guerra culturale, ma ci sarà una guerra religiosa e ci sarà una guerra razziale. ... A me sembra non soltanto che il linguaggio sia demagogico, ma che sia anche pericoloso perchè, quando si parla di cose che non possiamo promettere, di cose che non possiamo donare, il nostro linguaggio è sempre più o meno strumentalizzato dagli altri. ...” (D. Barsotti, San Francesco preghiera vivente, pp. 317-318).

Ovviamente qui non è in discussione la pace evangelica che coincide con la persona di Cristo stesso, che è la Verità...! La pace è sicuramente un valore necessario all’uomo, così come lo è la libertà, a cui tutti in qualche modo aspirano. Ma il cristiano non deve dimenticare che il bene primario è Dio, sommo bene e vera pace. E la libertà è prerogativa della Verità la quale unicamente rende liberi: “...vi lascio la pace vi dò la mia pace...non come la dà il mondo io la dò a voi... la Verità vi farà liberi....” Al di là di questa prospettiva si finisce sempre per diventare servi di un potere ideologico e politico...a cui purtroppo un certo “spirito di Assisi” è sicuramente asservito! Ma veniamo alla giornata di Assisi che ancora una volta vedrà riunirsi rappresentati di varie religioni per implorare da Dio la pace!



mercoledì 19 gennaio 2011

GIOVANNI PAOLO II BEATO COL SANGUE IN AMPOLLA: LA SAN GENNARIZZAZIONE DI UN PAPA


di Francesco Colafemmina

La storia dell'ampolla di sangue appartenuto a Giovanni Paolo II fa tanto San Gennaro, ma in questo caso non parliamo del sangue sgorgato dalla testa decapitata di un Santo martire, bensì di quello diligentemente fatto prelevare al Papa ancora in vita dal suo previdentissimo segretario.

Gli elementi del racconto gotico ci sono tutti, mancava finora l'immagine della chiesa che ospiterà il sangue di Papa Wojtyla. Le ho scovate sul sito del Centro Giovanni Paolo II a Cracovia. Le immagini immortalano gli interni della chiesa inferiore del Centro, che sarà dedicata a Giovanni Paolo II. Ciò che immediatamente colpisce è la conformazione dell'ambiente a forma ottagonale. L'altare è al centro dell'ottagono.


Tutt'intorno delle cappelle dedicate ai santuari mariani, ma la novità è che le cappelle sono dedicate a Giovanni Paolo II che si reca nei santuari mariani. Souvenirs del viaggio del Papa e non cappelle dedicate alla Vergine (se questo non è personalismo...). Notevole anche la croce stilizzata sul modello di quella astile di Pericle Fazzini, ma priva del Crocifisso. Il tabernacolo è centrale, ma l'intera struttura è più simile ad una grande cappella cimiteriale degli anni '50 che ad una chiesa... Almeno, però, c'è l'ampolla col sangue di Giovanni Paolo. Aggiungo che sul sito del Centro "Non abbiate paura!" si richiedono offerte per il completamento della chiesa, strano che per i finanziamenti non si rivolgano al Cardinal Stanislao...

E chissà, forse un domani il Cardinal Dziwisz annuncerà il miracolo: agitando l'ampolla scoprirà che il sangue si liquefa. E sarà allora che anche in Polonia si dirà: "O Papa ha fatt' o miracolo!"

martedì 18 gennaio 2011

ARCHITETTURA SACRA E VACUA ERUDIZIONE



di Francesco Colafemmina

Dopo aver letto per la decima volta la lectio magistralis pronunciata oggi dal Cardinal Ravasi presso la facoltà di architettura dell'Università La Sapienza di Roma, confesso di non essere ancora riuscito a capire cosa Sua Eminenza volesse dire.
Ho contato ben 19 citazioni in un testo di due o tre pagine, tre dotti riferimenti a parole o espressioni ebraiche, e un pensiero etereo e vaporoso che si allontana dalla realtà per vagare fra le idee, al di là degli altissimi orizzonti dell'erudizione.

La rileggo per l'undicesima, ripenso all'agenda del Cardinale e forse mi par di averne individuato una chiave interpretativa... Il succo del discorso è: il tempio e la piazza devono comunicare. Ossia: il sacro deve estendere il proprio dominio nel profano, deve allargare le proprie onde spirituali al di fuori della porta del tempio. Sì ma cos'è il tempio? Facile no? E' "epifania dell’armonia cosmica ed è teofania dello splendore divino". Dinanzi ad una definizione così magniloquente ci si potrebbe arrestare estasiati dalle vette del pensiero combinato alla ricercata costruzione retorica.

Ma di quale tempio parla Ravasi? Di quello di Gerusalemme? Di una entità "tempio" che prescinde o supera il concetto di "chiesa cattolica" e si estende al "luogo sacro"? Cosa diamine è questo tempio?

Evidentemente, date le copiose citazioni bibliche, cabalistiche (sì, non è una battuta!) e rabbiniche, si intuisce che questa lettura del "tempio" è molto ebraica (propria dell'ebraismo sinagogale e non di quello antico!) e poco cattolica. Infatti da nessuna parte della lectio magistralis Ravasi accenna alla "Presenza reale" né tantomeno al "Santo Sacrificio". Il tempio è entità spirituale. Così per Ravasi la sacralità del Santo Sepolcro è costituita dalla pietra rovesciata, "segno della risurrezione". Eppure, a partire dal dato cruciale della sacralità identificata con il luogo sacralizzato da Cristo, si finisce per debordare in una sorta di panteismo: "C’è, dunque, nel cristianesimo una celebrazione costante dello spazio come sede aperta al divino, partendo proprio da quel tempio supremo che è il cosmo."

Questo principio è origine delle successive elucubrazioni di Sua Eminenza. Elucubrazioni che vanno tenute in debito conto, perché rilevatrici di una mentalità diffusa ma perniciosa.

Secondo Ravasi il tempio non è un luogo sacro perché in esso avviene il Santo Sacrificio di Cristo e perché in esso è custodito il Corpo vivo di Nostro Signore, si tratterebbe invece di "un santuario non estrinseco, materiale e spaziale, bensì esistenziale, un tempio nel tempo. Il tempio architettonico sarà, quindi, sempre necessario, ma dovrà avere in sé una funzione di simbolo: non sarà più un elemento sacrale intangibile e magico, ma solo il segno necessario di una presenza divina nella storia e nella vita dell’umanità. Il tempio, quindi, non esclude o esorcizza la piazza della vita civile ma ne feconda, trasfigura, purifica l’esistenza, attribuendole un senso ulteriore e trascendente. Per questo, una volta raggiunta la pienezza della comunione tra divino e umano, il tempio nella Gerusalemme celeste, la città della speranza, si dissolverà e “Dio sarà tutto in tutti” (1 Corinzi, 15, 28)."

Ravasi partendo dall'annuncio della morte e risurrezione di Gesù Cristo che si paragona al "Tempio di Gerusalemme", finisce per dedurre la natura "esistenziale" del Tempio-Cristo. Il che è quanto meno... eretico? Perché Cristo è il vero Tempio in quanto è Lui a salvare l'umanità attraverso il proprio sacrificio. Ed è la dimensione sacrificale intrinseca al luogo sacro a costituirne da sempre il fulcro sacrale. Senza il Sacrificio il luogo sacro non è pienamente tale. Lo è anzitutto perché è stato consacrato, dunque reso sacer, proprio di Dio. Ma la dedicazione a Dio è cosa diversa dalla natura sacrale che discende dalla Presenza di Dio, lo è non in sostanza ma in grado. Quindi il luogo sacro diventa eminentemente sacro per via della Presenza Reale. D'altronde solo per mezzo del Sacrificio un luogo circoscritto diventa templum, dal greco temno, ossia luogo ritagliato, ritagliato intorno all'altare, il centro costitutivo del rapporto fra Dio e l'uomo. E qui bisognerebbe rispolverare qualche nozione di religione greco romana, piuttosto che giudaica...

L' "esistenzialismo" del tempio, poi, ovvero il suo trascorrere nel tempo prima della sua inutilità annunciata da San Giovanni nell'Apocalisse nella visione della Gerusalemme Celeste priva di templi, è in realtà una bella parola ma vuota.

La chiesa, ossia il luogo in cui si ripete il Sacrificio di Cristo, ha senso prima del Giudizio Finale. Dopo il Giudizio, ristabilita l'armonia fra l'uomo e Dio, non avrà più senso il Sacrificio perché Dio regnerà sulla terra e avrà salvato i giusti.

Solo alla luce di questa confusione, di questo annientamento del Sacrificio nello spiritualismo ondivago e vaporoso, si riesce a comprendere la radice e il fine del ragionamento di Ravasi. Per il Prelato l'architettura del sacro deve necessariamente essere osmotica in relazione a quella della "piazza". E dev'esserlo sia temporalmente che spazialmente. Ciò significa che l'architettura sacra dev'essere osmotica con le creazioni della contemporaneità (specchio del presente) e costruita sul divenire dell'espressione spaziale del sacro (nuova ecclesiologia e nuova liturgia). Solo a partire da questa dimensione in divenire dell'architettura sacra si può cogliere secondo Ravasi il suo "spirito autentico". Di qui la sua ultima invocazione:

"il vento dello Spirito di Dio deve correre tra l’aula sacra e la piazza ove si svolge l’attività umana. Si ritrova, così, l’anima autentica e profonda dell’Incarnazione che intreccia in sé spazio e infinito, storia ed eterno, contingente e assoluto."

Questo "intreccio" relativo all'Incarnazione non è propriamente chiarito. Non significa infatti che l'Incarnazione di Cristo costituisca l'unione delle caratteristiche proprie di Dio con quelle proprie dell'uomo. Ciò sarebbe contraddittorio. E' invece Cristo, in quanto Figlio di Dio esistente ab aeterno ad assumere su di sé la natura umana che però non è confusa con quella divina. L'Incarnazione infatti "non significa che Gesù Cristo sia in parte Dio e in parte uomo, né che sia il risultato di una confusa mescolanza di divino e di umano. Egli si è fatto veramente uomo rimanendo veramente Dio. Gesù Cristo è vero Dio e vero uomo" (Catechismo, 464).

Dunque l'osmosi non può sussistere nel passaggio dalla Sacralità/Divinità del Tempio alla natura profana/umana della piazza. Non può trattarsi di un percorso orizzontale, ma sempre e solo verticale: dal profano/umano al Sacro/Divino. D'altronde Ravasi non sta parlando di una forma di "evangelizzazione di ritorno" del bello e del Sacro, in quanto cita quale esempio di "sobria purezza di alcune realizzazioni contemporanee" la cappella di Notre Dame du Haut di Le Corbusier a Ronchamp. Questa cappella, consacrata nel 1955, è un prodotto del brutalismo, una corrente che tendeva ad identificare nelle forme grezze del cemento armato un connotato espressionista. L'edificazione della cappella di Le Corbusier rappresenta tuttavia un esempio clamoroso di violazione delle norme sull'arte sacra e l'architettura chiesastica stabilite dal Sant'Uffizio nell'anno 1952 nonché gli ammonimenti di Papa Pio XII del 1955 e 1958 concernenti la preoccupante freddezza delle chiese dalle quali si allontanavano le immagini dei Santi e gli altari loro dedicati.

Ma non sarà certo casuale il riferimento di Ravasi. Pensando ad un esempio di "sobria purezza" architettonica del Tempio (cattolico), ecco venirgli in mente il nome di Le Corbusier, un uomo molto vicino alla gnosi (leggere al riguardo "Le Corbusier and the occult" di J.K. Birksted e guardare questo mio video). Qualcuno direbbe similis simili gaudet, ma a me piace pensare più semplicemente che certa erudizione senz'anima troppo spesso si traduca in tanto fumo e poco arrosto.



sabato 15 gennaio 2011

LA BABELE DELLA FEDE CATTOLICA E LE NOSTRE CERTEZZE



di Francesco Colafemmina

Le Premesse

In principio fu il Libro-Intervista e la questione del profilattico. Si era agli albori di una nuova era. Un'era che coincideva col Concistoro e dunque con nuovi assetti interni al Collegio Cardinalizio. Ciò che da qualcuno (leggi neoconservatori statunitensi) fu letto come un cambiamento, una modifica della morale cattolica, venne immediatamente difeso da numerosi giornalisti come un errore di lettura di qualche cattolico zelota.
E così si sviluppò la caccia all'untore che osava contestare la legittimità o meglio la coerenza etica delle affermazioni di Sua Santità.
Qua e là si levarono voci più moderate, ma altrettanto forti, che contestavano il metodo: l'intervista. Si diceva: "il Papa non dovrebbe concedere interviste, questo era tipico di Giovanni Paolo II". I cattolici moderati, non avanguardisti e nemmeno tradizionalisti, capivano il riferimento a Papa Wojtyla implicito nell strategia del libro intervista, ma ancora erano incapaci di intravederne gli esiti.
L'escalation è arrivata a gennaio improvvisa e stupefacente. E il sole non accenna ancora a risplendere all'orizzonte.
Possiamo esser certi che le ragioni del "cambiamento" che ormai nessuno potrà negare abbiano una duplice natura che si rifà ad un'unica causa. Sono infatti esterne e interne alla Chiesa (mass media e poteri forti esternamente, innovatori sia progressisti che - e non è un paradosso - conservatori all'interno della Chiesa) ed hanno quale radice l'esposizione mediatica della Chiesa durante il periodo che va da febbraio a maggio del 2010 e la crisi generata dalla "questione pedofilia".


Il Giornalismo nostrano e le insidie del web

Cominciamo però dal caso particolare del giornalismo italiano. Il giornalismo italiano è il fulcro dell'attenzione mediatica mondiale sul Vaticano. Ciò che affermano i vaticanisti italiani, giornalisti che professionalmente analizzano quanto accade nel Vaticano e nella Chiesa in genere, viene considerata una risorsa autorevole di informazioni, ma anche di opinioni. Se le opinioni dei giornalisti - una categoria che non è mai obiettiva anche quando si sforza di esserlo - cominciano a convergere su posizioni ben delineate, vuol dire allora che qualcosa sta accadendo fra le mura leonine. Una sorta di ordine di scuderia: cambiare rotta! E i più attenti fiutano subito l'aria nuova...
Impercettibilmente i vaticanisti che non possono - istituzionalmente - mai criticare pubblicamente il Papa, ma che pure son capaci di identificare guasti e disfunzioni della macchina di governo della Chiesa, cominciano a supportare ogni singola parola del Pontefice e a difenderlo perinde ac cadaver, come i Gesuiti di qualche secolo fa. Eppure, stranamente, nessuno si è mai prodigato prima d'ora di denunciare tutti quei Vescovi che le direttive del Papa le hanno sempre ignorate...
Ma i giornalisti aggiungono anche distinguo e frecciatine, onde orientare l'opinione pubblica. Pensiamo ad esempio all'orientamento del prof. Massimo Introvigne. Da opinionista esperto di sette e massoneria, si è lentamente trasformato nel giro degli ultimi mesi in costante commentatore di ogni discorso del Pontefice, in castigatore dei perplessi, in difensore strenuo di un cattolicesimo conservatore ma anti-tradizionale, in promotore di quella "difesa dei cattolici del mondo" che è legata strettamente alla questione della convivenza con l'Islam.
Introvigne non è un vaticanista di professione, ma di fatto, orienta l'opinione pubblica.
Pensiamo poi alle recenti critiche al manifesto di intellettuali e giornalisti critico verso Assisi e pubblicato dal Foglio. In questo contesto un ruolo fondamentale è stato giocato da alcuni blog e siti che formalmente raccolgono notizie vaticane e le diffondono, ma in realtà orientano il giudizio dei lettori attraverso il recupero di articoli periferici ma dai forti connotati opinionistici. Così anche il giornalista della gazzetta della val Brembana (per fare un esempio) si ritrova a parlar male di Agnoli e Palmaro dalle pagine di questi siti e ad esser letto da tanti attenti fedeli che prendono per oro colato ciò che costui afferma adeguandosi nel segno del conformismo ai commentari del Corriere della Sera...
Lo scopo ufficiale è quello di difendere il Papa, ma chi ha mai detto che un manifesto di intellettuali innamorati del Papa debba essere un "attacco al Papa"?
Un altro strumento interessante è costituito da nuovi portali giornalistici cattolici, perché numerosi articoli diffusi in rete, anche in questo caso, tendono ad orientare l'opinione verso posizioni per lo più conservatrici, ma avverse a ciò che viene comunemente considerato legato alla "tradizione". Sarebbe a dire: difesa ad oltranza del Papa, esaltazione di ogni atto approvato dal Papa e promosso in generale dalla Chiesa, critiche al resto del mondo. In questo contesto mantengono ancora una coscienza critica pochi singoli giornalisti garantiti dai propri editori. Il quadro è però chiaro: il web sta diventando sempre più un campo di battaglia ideale per delineare visioni, stati d'animo collettivi, un pensiero dominante e condiviso di ciò che accade nel Cattolicesimo e di come andrebbero interpretati gesti, parole, atti del Papa e delle gerarchie ecclesiastiche.
Molti commenti, dunque, e tendenzialmente uniformati sulla linea di una piena adesione al Concilio Vaticano II e di forte continuità con le movenze e gli indirizzi del pontificato di Giovanni Paolo II, annientando la portata di quelle novità essenziali ma forse politicamente marginali (in campo ermeneutico e liturgico) introdotte da Papa Benedetto.


Gli eventi più recenti e il ritorno di Giovanni Paolo II

Questa situazione esterna di orientamento dell'opinione dei fedeli cattolici in Italia e, conseguentemente anche nel mondo, risulta oggi estremamente interessante, se letta alla luce dei seguenti eventi recenti. Ne riassumo in breve la cronologia:

1 Gennaio 2011: il Papa annuncia Assisi III
3 Gennaio 2011: il Papa parla di "fedi religiose"
4 Gennaio 2011: il Papa nomina un nuovo prefetto alla Congregazione per i religiosi vicino ai Focolarini
10 Gennaio 2011: Discorso sulla libertà religiosa
13 Gennaio 2011: Il Purgatorio "fuoco interiore" e "non luogo"
14 Gennaio 2011: Annuncio della Beatificazione di Giovanni Paolo II
15 Gennaio 2011: Annuncio del prossimo incontro con i fondatori del Cammino Neocatecumenale (speriamo non in tuta Adidas!) e annuncio dell'approvazione delle catechesi del Cammino Neocatecumenale; nomina di un protestante a capo della Pontificia Accademia delle Scienze.

Sarebbe difficile sintetizzare il senso di questa progressione, ma è evidente che qualcosa sta cambiando. Nel 2006 il Papa aveva rinunciato alla partecipazione ad Assisi III, pur invitato dalla Comunità di Sant'Egidio: inviò soltanto un messaggio, ritornando sulla questione del sincretismo e del relativismo che potrebbero emergere da una non corretta interpretazione dello "spirito di Assisi".
Oggi invece il Papa sembra porsi in diretta continuità con il predecessore, partecipando ad un evento "mediatico" che resta tale. Perché la Chiesa non opera mediaticamente nè con i grandi raduni, nè tantomeno attraverso i gesti simbolici, ma opera attraverso l'annuncio del Vangelo e l'azione salvifica della Santa Messa.
Nessuno può dunque affermare che Assisi III non sia altro che un evento mediatico di quelli programmati dalla Comunità di Sant'Egidio ogni anno, nella memoria di Giovanni Paolo II (quasi che Benedetto XVI non sia mai esistito!).
Sulle "fedi religiose" ha già detto qualcosa Mons. Fellay, ma lui è sospeso a divinis, quindi non dovrebbe parlare... Sulla "libertà religiosa" cercherò di dire qualcosa nei prossimi giorni. Sul Purgatorio, anche qui, siamo non certo al cambiamento della dottrina millenaria della Chiesa, ma a un cambiamento sottile dell'immaginario collettivo, l'introduzione di una ambiguità (?) interpretativa che facilmente ridotta dai mass media, induce un indebolimento della fede dei semplici.
Il Purgatorio è sì uno stato ("il purgare l'anima dal peccato"), ma nella tradizione è anche un luogo. Perché ogni evento non può non accadere nel tempo e nello spazio. Non a caso il purgatorio ha una durata dipendente dal peso dei peccati. E questa durata la possono ridurre gli uomini attraverso le preghiere. E soprattutto, nel Trattato sul Purgatorio di Santa Caterina da Genova esso viene connotato ben quattro volte in due pagine come "luogo".
Sul fuoco invece, bisogna aggiungere che non è meramente interiore, né Santa Caterina lo definisce tale. E' un fuoco esteriore, nella tradizione parificato a quello dell'Inferno. E basta andare sul Lungotevere nella chiesa che ospita il Museo del Purgatorio per vedere una serie di testimonianze di questo fuoco esteriore...
Sulla beatificazione di Giovanni Paolo II nessuno può dire nulla. Certo non si tratta, nel magistero, di un atto infallibile del Papa, ad ogni modo ciò che fa specie è che al ritardo subito dalla causa di beatificazione nel corso del 2010, per via dell'impatto degli scandali pedofili, in gran parte avvenuti e coperti sotto il pontificato di Giovanni Paolo II, abbia fatto seguito una improvvisa accelerazione. E come non pensare che in questo caso l'immagine, la vita, il ricordo di Giovanni Paolo II siano in qualche modo sfruttati per generare consenso?
Sappiamo bene che Giovanni Paolo II è un papa molto amato, che è ancora nei nostri cuori, che illumina ancora le nostre coscienze, ma la sua beatificazione la percepisco personalmente come l'esito di un meccanismo di consenso che paradossalmente finisce per farne apprezzare meno la grandezza umana con tutti i limiti propri della condizione dell'uomo. Ma si sa, in Vaticano sono molti ad aver ricevuto miracoli da Papa Wojtyla, a partire dal suo storico segretario, oggi Cardinale, che mai sarebbe riuscito ad arricchirsi (spiritualmente?) senza restar vicino al Beato Pontefice. E un altro miracolato è certamente il Cardinal Sodano il quale permane decano del Collegio Cardinalizio, nonostante siano accertate le sue responsabilità nella copertura dei crimini notissimi in Vaticano del fondatore dei Legionari di Cristo, una vera e propria bestia travestita da prete...
Chiaramente se letta alla luce della strategia mediatica iniziata con il libro-intervista e il suo contenuto che va al di là del mero caso profilattico, la beatificazione di Papa Wojtyla risulta un mezzo per il rilancio dell'immagine della Chiesa. Ma ha anche dei risvolti sul papato di Joseph Ratzinger.
Ciò che molti hanno letto come una certa discontinuità di Ratzinger rispetto al Papa Polacco, potrà essere da oggi in poi direttamente cassato. Se il revival wojtyliano durerà per il resto del pontificato non riuscirà difficile ad un prossimo Pontefice (che possa giungere fra cento anni!) annunciare la continuità con Benedetto XVI, mentre in realtà di Benedetto si potrà agevolmente prendere a modello solo questa fase wojtyliana.
E veniamo all'ultima news, la più sconvolgente: il Cammino Neocatecumentale è definitivamente approvato. Ci si augura che i 14 volumi di Catechesi siano pubblicati prossimamente, ma chiaramente chi potrà affermare che vi son contenute eresie? Nessuno. E chi potrà criticare il Cammino dopo l'ennesima approvazione papale? Nessuno. E quale Vescovo potrà opporsi all'avanzata del Cammino? Nessuno.


Gli interrogativi allarmanti e il ruolo del Papa

Ma domandiamoci anche: come si sposa il Cammino con la tradizione millenaria della Chiesa? Qual è la sua continuità con il Magistero?
Come rispondere a queste domande?
In una Chiesa che assume sempre più l'aspetto di un grande supermarket dei carismi e delle inclinazioni la Verità e l'Unità finiscono per vaporizzarsi nelle sensibilità. Le forze centrifughe sono in azione e la fede degli uomini in Cristo minaccia di trasformarsi in etereo individualismo, nel soggettivismo delle opinioni liturgiche, teologiche ed ecclesiologiche.
In tutto questo come si pone l'operato del Papa? Ebbene, qui, cari amici, credo ci sia l'equivoco principale. Perché sebbene il Papa sia essenzialmente colui che compie le scelte e prende le decisioni, cionondimeno il Papa non agisce da solo e il suo pensiero è sempre stato chiaro. Tuttavia il Papa porta su di sé il peso della Chiesa e sa che le pressioni nei confronti di Pietro potrebbero sono tese a minacciare la Chiesa nella sua interezza. Perciò si assume il grave fardello della mediazione e della comunione, perciò cerca di bilanciare gli equilibri e di fare in modo che col tempo gli animi si plachino. Ma nessuno può affermare che il Papa liberamente prenderebbe tutte le decisioni e pronuncerebbe tutti i discorsi che sinora ha pronunciato. E chi racconta che il Papa è l'unico e indiscusso autore e ideatore dei suoi discorsi e delle iniziative di cui è protagonista, oltre che disorientare i fedeli, non fa altro che mentire.
Perché tutti sanno quanto forte fosse in Vaticano fino a qualche anno fa il potere della cosiddetta "sacra corona", oscuri funzionari della Segreteria di Stato che controllando la redazione dei discorsi del Pontefice e coadiuvando l'attività del Sostituto per gli affari generali, riuscivano a gestire buona parte dell'attività del Papa, orientandola paurosamente verso i propri indirizzi.
E tutti sanno che Mons. Filoni è il protettore dei Neocatecumenali, assieme al polacco Cardinal Rylko. E tutti sanno che il Cardinal Bertone, sebbene unito da una amicizia personale al Santo Padre, politicamente agisca in Vaticano solo pro domo sua.
Nella situazione di panico e di timore seguita alla presa di coscienza dei danni prodotti sulla fede dallo scandalo pedofilo, in molti hanno quindi creduto opportuno "aiutare" il Papa a risuscitare la fede e a trovare misure di rilancio del Cattolicesimo. Ciò è accaduto anche in ritardo, perché in Vaticano la difficoltà della situazione è stata percepita mesi dopo, essenzialmente nella calma estiva, mentre il Papa colloquiava con Peter Seewald.
E di questo stato d'emergenza sono stati in molti ad approfittarne, specialmente i movimenti più ricchi finanziariamente e quindi più favorevolmente accolti alla corte del Papa (perché solo così si passano le strette maglie della Segreteria di Stato onde accedere direttamente al Papa). Così in un sol colpo tre importanti movimenti hanno ottenuto tre successi in due settimane: i Focolarini attraverso la nomina del nuovo Prefetto degli Istituti di vita consacrata, i membri della Sant'Egidio ottengono Assisi III, i Neocatecumenali sono pienamente riconosciuti. Ma non bisogna credere che l'accesso al Papa costituisca una automatica approvazione o l'ottenimento di soddisfazioni private. Molto semplicemente ciò che viene comunicato direttamente al Papa può condizionare il suo giudizio, ma soprattutto garantisce visibilità a coloro che egli incontra (come nel caso dei neocatecumeni recentemente presentatisi in abiti generalmente dimessi: Kiko come un impiegato delle poste, Carmen con tuta adidas degna di una casa di riposo per ricchi di Beverly Hills e don Pezzi senza la talare che probabilmente non ha mai indossato in vita sua).


Cum Petro et sub Petro!

Tendenzialmente c'è sempre stata la tentazione di interpretare il Papa come un uomo solo e indifeso, assediato da innumerevoli nemici. Questa interpretazione è spesso un alibi comodo per coloro che attribuiscono al Papa decisioni che fan piacere a loro e ai nemici del Papa decisioni più amare e spiacevoli, alibi che il Papa stesso ha cercato di smentire nel suo libro intervista. Eppure oggi, mentre in pochi giorni si elevano i piani della Babele cattolica, non possiamo fare a meno di pensare che non sia certo intenzione del Papa creare maggior confusione nell'arena della Chiesa. Egli che ha sempre richiamato all'unione sotto Pietro, che ha sempre richiamato al valore della Verità, contro il relativismo e la sua dittatura, non può agevolmente produrre un contesto di confusione, nel quale ognuno parla la sua lingua e ognuno conduce le proprie battaglie per interessi particolari e non generali.
Ergo il Papa non può essere considerato l'autore di tutte le trasformazioni che stiamo osservando, ma è al contrario l'ebollizione di un Cattolicesimo senza la bussola puntata su Cristo, a produrre le trasformazioni cui assistiamo. Ed è la società mediatizzata a richiedere quale ricetta per il rilancio della fede il ritorno alle iniziative mediatiche, il ritorno all'esaltazione della Personalità, di Giovanni Paolo II quale "modello di Papa" e non alla difesa del Papato in sè. Conseguentemente se è necessario sfruttare il carisma personale del defunto pontefice polacco se ne devono adottare anche le scelte e le movenze tipiche.

Perciò il cattolico semplice, quello che non appartiene a conventicole e movimenti e che è stupito dagli ultimi eventi cosa dovrebbe fare?

A mio parere dovrebbe amare il Papa e onorarlo sempre. Amare la Chiesa senza ragioni mondane, ma solo ultramondane. Non perché beatifica o non beatifica questo o quel grand'uomo, non perché accresce la confusione della fede, promuovendo le catechesi parallele dei Neocatecumenali, non perché preme così tanto sul Papa da riuscire a convincerlo della necessità di un ritorno allo stile Giovanni Paolo II. Così non agisce la Chiesa di Cristo, ma soltanto alcuni uomini. La Chiesa è fatta di tante anime che pregano e sono unite al Signore. E per essere autenticamente uniti al Signore bisogna restare con Pietro e sotto Pietro, senza farsi ingannare da quella mondanità ormai penetrata nel Santuario, ma dando testimonianza di viva spiritualità, di continuità con i nostri padri, di fede nell'Istituzione divina e non meramente in questa o quella personalità umana. E in questo i fedeli legati alla tradizione, diciamo pure i tradizionalisti, hanno molto da insegnare all'intero ecumene cattolico. Perciò non demoralizzatevi e non stupitevi, ma operate in spirito di Verità perché ogni ricetta di rilancio della fede fondata su mezzi e fini meramente umani non può che essere transitoria e a lungo andare fallimentare. Solo attraverso l'annuncio della fede in Cristo e la preservazione della tradizione della Chiesa Cattolica possiamo superare la crisi della Chiesa, quella attuale e quella cominciata con l'ubriacatura del Concilio, cinquant'anni fa. E su questo il Vicario di Cristo sicuramente è d'accordo con noi.


venerdì 14 gennaio 2011

SE TRASFERISCONO GIOVANNI PAOLO II IN BASILICA, DOVE FINIRA' IL BEATO INNOCENZO XI? SOTTO L'ALTARE DELLA TRASFIGURAZIONE...


di Francesco Colafemmina

E' circolato in mattinata un video di Rome Reports che mostra una certa alacre attività attorno alla Cappella di San Sebastiano in San Pietro. Secondo i giornalisti si tratterebbe di lavori che preludono alla traslazione del corpo di Giovanni Paolo II in vista della sua beatificazione (in cinque anni beato, quasi ai livelli di San Francesco!).
A parte le ovvie considerazioni sull'inusitata melassa retorica che sarà riversata qua e là a quintalate nei prossimi mesi, c'è una domanda che mi assilla: se Giovanni Paolo II verrà spostato in San Pietro, dove finirà Papa Odescalchi? E sì perché il Beato Innocenzo XI, già al centro delle contestazioni del romanzo Imprimatur (il cui caso è stato montato ad arte dagli autori, ma la cui verità storica sembrerebbe incontestabile), dovrebbe traslocare altrove per far spazio al nuovo beato... Giovanni Paolo II finirebbe così per trovarsi fra gli sguardi severi di Pio XI (scultura magnifica di Francesco Nagni) e di Pio XII (scultura ancor più bella di Francesco Messina), e sotto la tela che rappresenta il martirio di San Sebastiano (e già potremmo immaginarci il parallelo fra il Santo pretoriano romano trafitto dalle frecce e il Papa sparato in Piazza San Pietro, il cui attentato sarebbe descritto nel terzo segreto di Fatima...).

La notizia diffusa da Rome Reports ha però una fonte autorevole, si tratta dell'agenzia I-Media, quell'agenzia francese con buoni agganci in Vaticano che già a giugno anticipò la scandalosa mancata proclamazione del Santo Curato d'Ars quale patrono di tutti i sacerdoti del mondo. I-Media è stata ripresa dall'Ansa che si è premurata di spiegare che "La collocazione e' stata scelta per la posizione vicina all'ingresso che faciliterà l'afflusso di pellegrini."

Spero che questa notizia venga smentita prima o poi.

Intanto pregustiamo già i fuochi d'artificio della retorica wojtyliana che tra Assisi e la Beatificazione vede il suo anno fortunato nel 2011. Dopo l'anno degli scandali pedofili a quanto pare i grandi consiglieri d'immagine del Pontefice hanno pensato che un'ondata di giovannipaolosecondismo potrebbe aiutare la Chiesa a risollevarsi dalla crisi e - chissà - a spianare la strada verso un futuro conclave decisamente più focalizzato sull'immagine del Papa Polacco.

Stiamo forse assistendo ad una de-ratzingerizzazione di Benedetto XVI o, se preferite ad una sua wojtylizzazione?

Credo sia una considerazione non banale. E in primo luogo lo dimostrano i commenti dei vaticanisti ufficiali che hanno cominciato a supportare strenuamente questa "operazione d'immagine", anche grazie a nuovi assetti del giornalismo cattolico. Pensate alle reazioni indignate al manifesto su Assisi pubblicato dal Foglio. Un'unanime catena di indignazione per quei protestanti tradizionalisti che vogliono insegnare al Papa come fare il Papa! E d'altronde si potrebbe criticare un'iniziativa avviata da un Papa futuro Beato? No di certo!

Si dirà che la "beatitudine" è superiore a tutti gli eventi terreni...

Il Papa cerca il bene della Chiesa e segue i consigli dei suoi fidi Cardinali. Speriamo che fra Assisi, la Beatificazione di Giovanni Paolo II, la probabile approvazione di Medjugorje e qualche altra fantasmagorica sopresa del 2011, almeno vengano diffuse le norme attuative del motu proprio...

Una richiesta minoritaria? Ma non è Benedetto XVI a credere nelle "minoranze creative"?

Ah già... dimenticavo... siamo nella fase wojtyliana... quella dove le masse poco creative, guidate da minoranze ancor meno creative (ma potenti politicamente e finanziariamente) finiscono sempre per avere la meglio. A chi mi riferisco? Lancio un nome a caso: la Comunità di Sant'Egidio vi dice qualcosa?


Aggiornamento!


Papa Odescalchi sarà trasferito sotto l'altare della Trasfigurazione in San Pietro. Dunque con tutta probabilità le modifiche dell'altare di San Sebastiano non saranno particolarmente invasive.

martedì 11 gennaio 2011

LA COMUNIONE IN GINOCCHIO? NON SIA MAI!


di Francesco Colafemmina

Oggi riporto un articolo pubblicato su Il Quotidiano della Calabria, ieri 10 gennaio 2011. L'articolo è una lettera aperta del mio editore e fraterno amico Manuel Grillo, vittima di un abuso da parte di un parroco che ha cercato di negargli la comunione soltanto perché si è inginocchiato dinanzi al Santissimo. Manuel mi ha confermato che, ritornato nella stessa chiesa, prima della Messa, il parroco lo ha avvicinato domandandogli: "e oggi come ha intenzione di ricevere la Comunione?". Alla risposta "in ginocchio", il parroco gli ha fatto notare che "così lei scandalizza l'assemblea dei fedeli". Ecco dunque l'ideologia comunitaria e assembleare prendere il sopravvento sul rispetto che si deve al Signore. E tutto ciò nasce dall'ideologia archeologistica del Concilio. Fu allora infatti che si pensò di introdurre la novità. Lo testimonia bene nelle sue memorie il Vescovo brasiliano Helder Camara: "l'opposizione all'eucaristia in piedi è condizionata da paure incoerenti: come se da secoli il sacerdote non si comunicasse in piedi!".
L'archeologismo filologico fu quello di saltare il Concilio Tridentino e andare ad epoche paleocristiane per recuperare ad esempio citazioni di San Basilio o Sant'Ireneo che consigliano lo stare in piedi, come testimonianza della resurrezione. In realtà l'adozione da parte di Roma della Comunione in ginocchio e in bocca coincide con la diffusione di eresie anti eucaristiche e trova la sua massima ragione nella negazione della presenza reale da parte del Protestantesimo. Visto che il Protestantesimo non è mai stato cancellato, non si vede dunque perché la Chiesa debba far finta che non esista, e arrotolarsi sulla sua storia.
Per questa ragione il Santo Padre amministra la comunione in bocca e in ginocchio: per far risaltare la centralità dell'Eucaristia e per insegnare agli uomini a riconoscere in essa la presenza reale di Cristo, il Cristo che si fa carne per la nostra salvezza.

E invece fu tipico dell'epoca conciliare questa sete di progresso al contrario: si predicava il progresso, ma lo si attuava ricorrendo al salto nel passato, rompendo la continuità della Chiesa e esponendo il culto alla desacralizzazione e alla banalizzazione perché eliminate le strutture protettive che la Chiesa aveva edificato nel corso di un millennio, si è esposta la fede ai pericoli e alle confusioni tipiche dell'era tardo antica, agli albori del medioevo, quando eresie e anarchie regnavano dappertutto.

Logicamente oggi l'impegno della Chiesa dovrebbe essere quello di "ri-educare" i sacerdoti. Perché fino a quando si idolatrerà il Concilio e il suo presunto Spirito, si continueranno ad ignorare gli strumenti correttivi che la Chiesa ha emanato anche negli ultimi anni, come appunto la Redemptionis Sacramentum del 2004.

Aggiungo anche una notazione ecclesiologica. Un ulteriore problema legato a questa vicenda nasce dal ruolo premaziale delle Conferenze Episcopali. E' infatti delegata dall'Institutio Generalis Missalis Romani, alle singole Conferenze Episcopali Nazionali, la decisione di distribuire la Comunione in piedi o in ginocchio. Dunque, l'autorità massima, il Papa, ha delegato con la riforma liturgica alle Conferenze Episcopali, una decisione di somma importanza. E naturalmente la CEI nel 1989, con un documento a firma del Cardinal Poletti (colui che ha fatto seppellire il boss della Banda della Magliana in Sant'Apollinare a Roma) definisce che il metodo migliore per ricevere la comunione sarebbe lo stare in piedi: "Particolarmente appropriato appare oggi l'uso di accedere processionalmente all'altare ricevendo in piedi, con un gesto di riverenza, le specie eucaristiche".

La Redemptionis Sacramentum del 2004 afferma che in realtà, nonostante le decisioni delle Conferenze Episcopali, la comunione in ginocchio è il metodo migliore per ricevere la comunione e che il fedele non deve nemmeno fare riverenza perché già in ginocchio e che inoltre indipendentemente dalla decisione della CE, non la si può mai negare al fedele se egli sta "in piedi o in ginocchio".

Ma chi rispetta la Redemptionis Sacramentum? Pochi, perché l'autorità suprema, il Papa, è ecclesiologicamente ridotta dallo strapotere delle Conferenze Episcopali. E i sacerdoti preferiscono seguire la CEI che il Papa. D'altra parte non è il Papa stesso che agisce in contrasto con le norme CEI distribuendo la comunione in ginocchio e in bocca?


La Comunione mai in ginocchio?

DALL'EDITORE Manuel Grillo riceviamo la seguente lettera che pubblichiamo volentieri perché viene a sollevare un caso che nell'ambito religioso è sicuramente singolare oltre che interessante, sperando che il sacerdote chiamato in causa spieghi le ragioni del suo comportamento e su cosa esse poggiano.

“UNA storia che ha dell'incredibile. Mentre Papa Benedetto XVI continua a lanciare i propri chiari segnali per il ripristino della sacralità dell'eucaristia, a Vibo Valentia il sottoscritto è stato protagonista di un triste episodio d'intolleranza da parte di un sacerdote al momento di ricevere la comunione. E' accaduto durante la messa serale di domenica 2 gennaio nella chiesa dei Salesiani. In fila per ricevere la comunione, giunto al mio turno, come abitudine, mi sono inginocchiato dinanzi al Santissimo. Ma il prete mi intima: “Si alzi!”. Rotto il raccoglimento spirituale dinanzi al Cristo eucaristico chiedo il perché di questo ordine perentorio. Il prete risponde:“Se lei non si alza io non le do la comunione”. Sbigottito da una simile risposta, non perdendo la calma, rispondo al sacerdote che così facendo commetterebbe un intollerabile abuso pastorale.

Il prete, ignorandomi, si sposta, e continua a distribuire la comunione agli altri fedeli che - contrariamente a quanto prescritto dal- le norme della Cei - non sono ormai abituati neppure a fare la cosiddetta reverenza dinanzi al Santissimo. Vistomi rifiutare la Comunione resto tuttavia inginocchiato al mio posto fino a che il prete non termina di distribuire l'eucaristia. Soltanto allora, resosi ormai conto dello scandalo creato fra gli altri fedeli, il sacerdote si avvicina e mi offre l'ostia, ammonendomi: “Per questa volta passi, ma non sarà mai più tollerato, se vuole inginocchiarsi al momento della comunione vada in un'altra chiesa”.

Naturalmente, a messa terminata, provo ad avvicinare il sacerdote per chiedergli le ragioni di un simile comportamento, ma per tutta risposta il buon don, allontanandosi frettolosamente mi risponde “anche altre volte é stata negata la comunione in ginocchio, mi informerò”, lasciando non solo il sottoscritto amareggiato ma credo anche il resto dei fedeli con un punto interrogativo stampato nella testa: “cosa ha fatto di strano quel ragazzo per aver suscitato una simile reazione nel parroco?”.

Ebbene, io sono certo di essermi posto nel debito modo per ricevere i sacramenti, secondo la mia sen- sibilità e convinzione cattolica, e certamente nel pieno rispetto delle normative vigenti della chiesa. Afferma infatti la più recente istruzione vaticana in merito al modo in cui si riceve la comunione che: “ogni cattolico battezzato, che non sia impedito dal diritto, deve essere ammesso alla sacra comunione. Non è lecito, quindi, negare a un fedele la santa Comunione, per la semplice ragione, ad esempio, che egli vuole ricevere l'Eucaristia in ginocchio oppure in piedi.” Questa istruzione (si chiama Redemptionis Sacramentum), redatta, per disposizione del Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, dalla Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti d'intesa con la Congregazione per la Dottrina della Fede, è stata approvata, nella solennità di san Giuseppe, dallo stesso Pontefice il 19 marzo 2004, il quale ne ha disposto la pubblicazione e l'immediata osservanza da parte di tutti coloro cui spetta l'amministrazione dei sacramenti.

Onde evitare il ripetersi di abusi pastorali che ledono la dignità e i diritti dei fedeli, nonché la sacralità dell'atto eucaristico, è opportuno che il vescovo mon. Luigi Renzo intervenga con fermezza, com'è nella natura del suo ministero, su tale materia, al fine di fare luce e chiarezza per quei sacerdoti confusi ed incerti o, peggio, in errore sull'amministrazione dei sacramenti.

Manuel Grillo


domenica 9 gennaio 2011

"IL TESORO DELLA CHIESA DEVE TORNARE AD ESSERE DI TUTTI!" MONS. FELLAY CHIUDE IL CONGRESSO DI PARIGI


di Francesco Colafemmina

Il congresso della Fraternità San Pio X organizzato a Parigi dal Courrier de Rome si è appena concluso. E le ultime parole pronunciate sono state quelle di Mons. Fellay, superiore generale della Fraternità. E’ proprio da qui che vorrei cominciare per descrivervi cosa è accaduto in questi giorni. Monsignor Fellay è un uomo dotato di una stupefacente abilità oratoria, ma è soprattutto un uomo di fede autentica. Cos’è la Fraternità? Qual è il suo carisma? Sua Eccellenza, ricorrendo all’espressione “fides ex auditu” di San Paolo, ha spiegato il senso della fede nel Verbo Incarnato trasmessa attraverso la presenza del Verbo Incarnato, la Sua epifania nel mondo. L’uomo attraverso Dio ritorna a Dio. E il carisma della Fraternità consiste nel “restaurare” il Cattolicesimo, scoprire la fede nascosta dalle incrostazioni e dagli errori della modernità al fine di ricondurre le anime a Dio. Dunque un carisma concentrato sulla fede e la salvezza delle anime. Ma questo vuol dire essere cattolici autenticamente!

E qui c’è da rivelare il primo aspetto che mi ha colpito immediatamente durante questa tre giorni parigina: la Fraternità denominata con un tocco di disprezzo “lefebvriana”, non vive della memoria o del culto del fondatore carismatico. Monsignor Lefebvre è ricordato con amore, con passione, ma non come accade in tutti i vari movimenti e organizzazioni cattolici, con quella tipica venerazione ossessiva e ridondante. E nessun culto della persona è naturalmente riservato a Monsignor Fellay. C’è nello spirito dei tantissimi laici e dei numerosi sacerdoti il rispetto filiale che si deve al proprio Vescovo, ma la Fraternità non è nient’altro che una comunità cattolica autentica. Altri aggettivi non servono. Neanche l’aggettivo “tradizionalista”, perché ciò che contraddistingue la Fraternità è l’essere legati alla Chiesa e l’identificarsi con essa e la Chiesa è costitutivamente tradizione. Il Concilio è un momento della Chiesa, importante di certo, ma discutibile. Ed in nome della discutibilità del Concilio la Fraternità ha voluto preservare, anche a costo del sacrificio più grave, tutto l’insieme di teologia, liturgia, ecclesiologia e morale che costituisce l’essenza del cattolicesimo. In questo senso è interessante aggiungere un particolare emerso nel corso dell’intervento di Mons. Fellay, ossia che un ruolo non di poco conto lo giocò nello spingere Mons. Lefebvre ad ordinare i quattro vescovi nel 1988, l’incontro di Assisi risalente a due anni prima.

E conseguentemente Mons. Fellay non ha potuto trattenere la sua preoccupazione per l’evento Assisi 2011 che Papa Benedetto ha annunciato qualche giorno fa: “Un brivido mi è passato sulla colonna vertebrale. Si cerca poi di negare ciò che è accaduto la prima volta”. Ha quindi proseguito dicendo che la prima volta si sono offerte delle chiese cattoliche per le pratiche di culto di altre religioni, giungendo all’atto sacrilego di porre un Buddha su un tabernacolo! Questa volta pare ci sia intenzione di mettere a disposizione delle sale del Convento, ma eliminando rigorosamente i crocifissi! Ha perciò commentato: “E’ insensato! Si toglie così il mezzo della redenzione dell’uomo”. In particolare Mons. Fellay è rimasto colpito da una parola presente nel discorso di Papa Benedetto XVI dedicato all’annuncio dell’incontro del 2011. Si tratta della parola “fede”. Ma a lasciar perplessi non è la parola in sé, ma naturalmente il suo contesto. Dice infatti nell’Angelus del 1 gennaio 2011 il Papa, che andrà ad Assisi “allo scopo di fare memoria di quel gesto storico voluto dal mio Predecessore e di rinnovare solennemente l’impegno dei credenti di ogni religione a vivere la propria fede religiosa come servizio per la causa della pace.”

Si può parlare di altre “fedi religiose”? La fede è infatti una virtù teologale che il cattolico riceve attraverso il battesimo per mezzo della grazia di Dio. Ma può “lo stesso termine essere usato per circostanze diverse”? Solo il cattolico ha la fede. Il non cattolico crede nella propria divinità ma non si può usare il concetto di fede per definire il suo aderire alla propria religione: “si rischia così di mescolare cose diverse”. Assisi per Mons. Fellay rappresenta “un simbolo” e questo simbolo “anche qualora lo si corregga, non lo si elimina”. Permarrebbe dunque la sua forza evocativa. Quando Assisi potrebbe quindi avere un senso cattolico? “Il Vicario di Cristo dovrebbe dire: ‘c’è un solo Dio ed è Gesù Cristo, convertitevi!’ Così Assisi andrebbe bene!”. Con un sorriso divertito, forse consapevole che ciò non potrà mai accadere, Monsignor Fellay è passato a descrivere ciò che oggi la Fraternità può fare per la Chiesa. E lo ha fatto parlando proprio dell’Italia. Una nazione nella quale non c’è mai stata una forte presenza di “tradizionalisti”, ma oggi interessata notevolmente al risveglio della tradizione. Monsignor Fellay percepisce il rischio di una concentrazione eccessiva sul rito, sulla liturgia antica, che – come io penso – conduce solo ad un vuoto estetismo che ferisce quel “cattolicesimo tradizionale” che non è solo ritualità, ma autentica vita cattolica. Perciò ha voluto raccontare di un incontro con una trentina di preti diocesani italiani che si stanno avvicinando alla Fraternità. Sì trenta sacerdoti diocesani e il numero è già una gran notizia!

Monsignore ha rivolto loro una domanda: cosa vi aspettate dalla Fraternità? E, a parte i pochi che han chiesto di “imparare a celebrare il rito antico”, la maggior parte ha risposto: “ci aspettiamo LA DOTTRINA”. Così si giunge al caso emblematico di un Vicario generale italiano che ha detto ad un esponente della Fraternità: “ho cominciato a leggere il catechismo di San Pio X: ebbene, confesso che a quelle domande non saprei come rispondere… perché non mi hanno mai insegnato a farlo!”. E Monsignor Fellay ha aggiunto che le confessioni dei sacerdoti sono tristi: “non ci hanno insegnato niente!”. E’ come se molti di loro, nonostante le lauree universitarie e gli anni di studio, si fossero riempiti di strumenti dottrinali inutili, di contenitori e non di contenuto cattolico. Perciò tutti, quasi istintivamente, reclamano l’insegnamento di San Tommaso!

E qui Fellay ha aggiunto un commento che ieri mi aveva già riferito personalmente chiacchierando di arte sacra. Dicevo a Sua Eccellenza che i fedeli riconoscono immediatamente ciò che è bello e cattolico e subito lo amano, anche dopo decenni nel corso dei quali sono stati abituati al brutto e all’informe. E lui mi ha detto: “ma questo discende dal battesimo. E’ nel battesimo che il Signore ci dona la fede, diventiamo cattolici e anche a distanza di anni, anche senza aver mai visto la messa antica, anche dopo aver visto opere d’arte brutte, quando ne vediamo di belle, secondo la tradizione quando vi assistiamo subito si accende come una lampadina e la riconosciamo: ecco questo è cattolico.” Così per la messa. I sacerdoti che apprendono a celebrare la messa di sempre vivono un rinnovamento spirituale. Attraverso il rito iniziano a chiarirsi i dubbi delle loro anime, cominciano “a rimettere in ordine le loro vite e a riordinare le loro relazioni con i fedeli”. Questo Monsignor Fellay lo definisce: “il lavoro della Grazia sul prete attraverso la messa”. Così dalla liturgia si passa alla dottrina e dalla dottrina alla morale, perché “la fede senza opere è morta”. E quindi il sacerdote scopre un modo nuovo e antico di essere fedele al proprio ministero. E lo fa riscoprendo soprattutto “l’obbiettività e il realismo”. Il problema più grave della nostra epoca, il problema anche della crisi della Chiesa è la perdita di realismo, che Fellay identifica con la rivoluzione del pensiero razionalista tedesco a partire da Kant: “è il mondo del pensiero che ha tagliato fuori la realtà”. Così “non c’è più coerenza fra essere e apparire” e “si dà una tale importanza al soggetto che l’oggetto non ha più importanza”. Ma tutto “si rimette a posto grazie all’oggettività”. Dobbiamo quindi “adeguare la nostra intelligenza al reale”. Così il sacerdote che ha recuperato l’oggettività sarà in grado di operare davvero per la salvezza delle anime, non si perderà nel vuoto attivismo, in questo ciclo di eventi, iniziative, elucubrazioni che non lasciano nulla e hanno sempre bisogno di qualcosa di esterno. Il sacerdote ritorna al centro. Ciò accade attraverso il recupero di un cattolicesimo tradizionale, attraverso la messa e la dottrina: “questo è il tesoro della Chiesa e non è importante che sia nostro, ma di tutti!”.

Infine Monsignor Fellay ha parlato dei fedeli. “I fedeli rappresentano non la tradizione viva, ma la tradizione vivibile”. L’errore dello spirito del Concilio è stato quello di cercare di inseguire il mondo: “si sente il mondo che va via e allora facciamo l’aggiornamento”. Ma “il metodo preconizzato dal Concilio è stato troppo umano”. Eppure solo “vivendo i metodi eterni che la Chiesa ha sempre preconizzato i fedeli vedono che la vita cristiana oggi è possibile”. “Il mondo di oggi fa di tutto per farci credere che sia troppo difficile o irraggiungibile” il vivere cattolico. Esso “è invece realizzabile!”. E ciò perché “siete voi fedeli che edificate il Corpo Mistico!”. Con una preghiera alla Madonna di Fatima si è quindi concluso il Decimo Congresso Teologico del Courrier de Rome.

Certo che dopo questo mio articolo sarò bollato a vita come lefebvriano, mi preme inviare a tutti gli indignati, gli accigliati, gli scandalizzati di qualsiasi provenienza (neocon, teocon, progressisti, double-face, etc.) un solenne pernacchio! Se tutti voi vi foste trovati questa mattina nella chiesa di Saint Nicolas du Chardonnet, con quasi mille persone di ogni età avreste visto che la tradizione non è fatta di pizzi e merletti, né di quattro scomunicati esaltati. La tradizione è qualcosa che commuove, che fa piangere, che mette la gioia della speranza e la tristezza della perdita. La tradizione è vita pulsante, sono centinaia di occhi, di cuori, di teste, che si tramandano la propria fede e la vivono senza compromessi, anche a costo dell’emarginazione da parte della Chiesa progressiva e aggiornata. La tradizione sono anche i sorrisi sinceri di Monsignor Fellay, la sua calma, la sua prudenza, il suo amore per la Chiesa. E sono la fratellanza dei sacerdoti, il loro vivere familiarmente il proprio ministero sacerdotale, il loro essere abbracciati dai fedeli che amano e curano come la Chiesa ha sempre insegnato a fare, con coerenza e convinzione.

Perciò, consentitemi di dire: viva la Fraternità San Pio X!