venerdì 25 febbraio 2011

L'UOVO COSMICO E IL DISGUSTO DEL SACRO


di Francesco Colafemmina

L'architetto Andrea Marcuccetti, la cui voce si è levata solenne allorché ho mostrato le foto del progetto di adeguamento liturgico della cattedrale di Acerra, ha suscitato in me un certo interesse per la sua esperienza di "architetto di chiese" (come direbbe il buon Crispino Valenziano). E così, mi sono imbattuto nel suo progetto della Chiesa della Visitazione a Prato, un progetto rimasto sulla carta, ma oltremodo interessante.

Si tratta infatti di una specie di chiesa-Uovo cosmico. Non vi mostrerò le immagini della chiesa, potete comodamente gustarvele accedendo a questo link su Europaconcorsi. Tuttavia vorrei citarvi degli escerti della relazione pubblicata su internet e sicuramente non passibile di violazione di copyright o di altre intimidatorie minacce legali (spero sufficientemente note alla variegata committenza ecclesiastica).

Mi riferisco a perle del genere:

"La casa di Zaccaria accogliendo Maria con in grembo il Messia è punto di incontro tra oriente e occidente, suo figlio Giovanni sarà colui che battezzerà Gesù, dal loro “mancato incontro” nascerà la nuova Fede. In architettura l’incontro tra oriente e occidente, ha permesso la costruzione di spazi e cupole come quelle ovoidali persiane di Shiraz, in questo progetto riviste e risemantizzate, connotate a spazio chiesa."

O ancora:

"L’uovo-arca realizzato in legno, rivestito esternamente da piccoli elementi-squame di ardesia, il resto dell’edificio realizzato in cemento, il muro avrà il fuori bianco, dentro invece azzurro-turchese, passaggio visivo che ci porta in uno spazio accogliente, intimo, che ruota intorno ai poli liturgici a due fuochi in circumstantes."

Ma le note di più elevata poetica le troviamo in questo brano:

"Gusto, qui si mangia il corpo e si beve il sangue di Cristo, se il piatto-chiesa è fatto a regola d’arte dopo il rito o la preghiera bisogna uscire con il gusto del sacro in bocca. Un’ultima riflessione la possiamo fare prendendo una ricetta di cucina di Alexandre Dumas, le suggestione metodologiche di preparazione e di gusto che possono far scaturire nel palato accendono l’idea di progetto, lasciando al lettore l’esercizio suggestivo. La ricetta è “le roti à l’impératrice”, che si presta ad essere analizzata, miniera di infinite suggestioni e perché no gustata. Preparazione: “si toglie il nocciolo ad un’oliva, lo si rimpiazza con un filetto di acciuga, il frutto così imburrato si mette in una mauviette, che verrà messa in una quaglia che verrà rinchiusa in una pernice, che a sua volta verrà nascosta all’interno di un fagiano, il fagiano sparirà all’interno di un grosso tacchino, dunque un maialino di latte diventerà il suo contenitore”. Faremo arrostire il tutto, che ben arrostito vi offrirà un risultato da quintessenza dell’arte culinaria un capolavoro dell’arte gastronomica. Non crediate sia necessario che il tutto debba essere servito intero: le gourmauds non mangerà che l’oliva."

Che dire? Probabilmente sarete rimasti senza parole. Nella chiesa di Marcuccetti si esercita il gusto "mangiando il Corpo e il Sangue di Cristo" e pertanto si può ben far ricorso a ricette culinarie per ricordare che il fedele dalla chiesa dovrebbe uscire con il "gusto del sacro".

Certo, dopo essere entrato in una chiesa a forma di uovo il fedele potrebbe sviluppare una sorta di disgusto del sacro, o potrebbe altresì richiamare alla sua memoria l'imminenza del pasto domenicale, uova à la coque, al tegamino, in camicia, uova strapazzate o frittate e omelettes gustose... Ma in tutto questo il sacro andrebbe letteralmente a farsi friggere!

In tutto ciò un'ulteriore nota interessante è la seguente: liturgista ed artista di questo progetto del 2009 sono gli stessi del progetto di adeguamento liturgico della cattedrale di Acerra (padre Silvano Maggiani e Francesco Landucci). Insomma come direbbero i latini: pardus non mutat maculas!

sabato 19 febbraio 2011

ELOGIO DELL'ORRIDO: IL CASO DI ACERRA


Le foto pubblicate precedentemente in di questo post erano tratte dalla rivista on line della Diocesi di Acerra, "Il Sacro e le sue forme". Si fa presente che pur presumendo trattarsi di foto tratte da un corredo illustrativo del progetto, sulla rivista "Il Sacro e le sue forme" non era esplicitato il copyright delle stesse.
L'architetto Marcuccetti, con metodi discutibili, (come la minaccia di un risarcimento danni per aver pubblicato foto il cui copyright non era esplicitato e per i giudizi da me espressi nel post), ha richiesto la rimozione delle foto. Rimozione da me effettuata questa mattina. Chiunque volesse guardare le foto del progetto in questione non deve far altro, tuttavia, che cliccare il link seguente: "Il Sacro e le sue forme".


di Francesco Colafemmina

Che non vi fosse limite al cattivo gusto o meglio al gusto dell'orrido, lo avevamo capito da tempo. L'esempio offerto dalla Diocesi di Acerra supera tuttavia in una spregiudicata corsa alla desacralizzazione ogni incubo più buio di montiniana memoria. A leggere l'articolo introduttivo della galleria degli orrori d'Acerra, pubblicato sulla rivista diocesana "Il Sacro e le sue forme" (potrebbero ribattezzarla "Il Sacro e il deforme") sembra che la Chiesa sia una specie di dinosauro che non sa evolversi in mammifero, refrattario ad ogni aggiornamento: ed ecco invece l'esempio luminoso di una diocesi del Sud che si adegua veramente. Leggiamo il commento di Gustavo Arbellino:

"E così, parlando in termini agonistici, dopo molto faticare, l’arch. capogruppo Andrea Marcuccetti, può inserire nella sua bacheca delle coppe, un nuovo trofeo proveniente da una Diocesi del Sud che a dispetto di tante altre, non ha avuto la paura di lanciarsi nel mare largo e lungo di un concorso nazionale, spinta dal desiderio di donare ai proprio fedeli un buon adeguamento liturgico della Cattedrale, e dare al mondo degli architetti e delle Diocesi uno spunto serio di riflessione e di confronto in questo delicato ambito di progettazione. (...) Le prime impressioni per tale esito sono di sorpresa e stupore; stupore che una Diocesi del Sud, agli occhi di tanti, più legata alla tradizione, abbia potuto promuovere un progetto definito ardito."

Ecco quindi il primo elemento che da meridionale mi indigna: pensare che una Diocesi del sud Italia, "agli occhi di tanti più legata alla tradizione", abbia potuto negare le proprie radici, la propria storia gloriosa, per sposare modelli d'abbruttimento liturgico provenienti dallo sterile vacuum estetico e storico nel quale vive l'arte contemporanea. Rinnegare se stessi, il proprio passato, la bellezza che scorre nelle vene del nostro popolo meridionale, significa essere indegni epigoni dei grandi antenati che ci affidarono la bellezza delle loro creazioni.

La cattedrale di Acerra "non adeguata"

Detto questo, il progetto vincente del concorso per l'adeguamento della cattedrale di Acerra non è tuttavia nient'altro che una riedizione del progetto di adeguamento liturgico del duomo di Alba, del quale già parlai in questo post un anno fa: spostamento dell'altare nel transetto al fine di ottenere la maggiore "partecipazione" dei fedeli, realizzazione di uno pseudo-ciborio dalle forme stravaganti (così ci si mette la coscienza a posto con la "tradizione"), produzione di altare, sede e battistero in marmo zebrato (una striscia colorata ed una bianca). Personalmente, se fossi al posto degli architetti che hanno ideato il progetto di Alba farei causa ai plagiari d'Acerra, ma ciò non risolverebbe lo scempio compiuto in entrambe le chiese!

FOTO RIMOSSA

Pianta della chiesa "adeguata"

FOTO RIMOSSA

Altare "adeguato"

FOTO RIMOSSA

Sede episcopale adeguata

FOTO RIMOSSA

Battistero adeguato

Quanto non può che suscitare la mia massima pena è tuttavia l'orribile e deforme croce che penzolerà sull'altare adeguato attraverso un triplice cerchio di ferro che si vuol far passare per un ciborio. La pseudo-croce è opera dell'artista (sic!) Francesco Landucci, una cui mostra (mostruosa) è stata sponsorizzata persino dal Servizio Nazionale per l'Edilizia di Culto della CEI (Barbagallo vedi che me la prendo anche con la CEI?)... Ma degno di esser citato è anche l'esimio liturgista che ha giustificato liturgicamente questo ignobile adeguamento: si tratta di Padre Silvano Maggiani OSM, preside della Pontificia Facoltà Teologica "Marianum". Costui, già promotore dell'orribile pallio che fu imposto a Benedetto XVI il giorno della sua intronizzazione, già Consultore dell'Ufficio per le celebrazioni liturgiche del Sommo Pontefice, sostituito nel 2007 da Bux, Lang e Gagliardi (solo per fare qualche nome), è uno dei più strenui sostenitori dell'innovazione architettonica e artistica quale segno di rottura col passato e la tradizione introdotto dal Concilio. Basta leggere questa sua relazione per farsi un'idea in merito: Una nuova stagione per l'arte? Le attese della liturgia.



FOTO RIMOSSA


Un passaggio in particolare di questo testo verboso mi ha colpito:

"È possibile aprirsi al futuro per la riforma liturgica, perché «il risultato più grande è il processo messo in atto; non solo, come è stato detto, che la riforma ha il pregio di essere stata: la riforma è da completare, è in atto». Da qui nascono le attese intrinseche alla stessa liturgia, che nel nostro caso diventano esigenze di cui gli artisti, architetti, ingegneri, ecc., devono essere edotti. Bisogna aiutarci a far comprendere in concreto che il ritorno a una tradizione primordiale dell’azione liturgica e alla sua comprensione «per assicurare maggiormente al popolo cristiano l’abbondante tesoro di grazie che la sacra liturgia racchiude» (SC 21), ha voluto dire cambiamento di una mentalità ecclesiale propria di una Chiesa piramidale di cristianità per una concezione comunionale e tutta intera ministeriale; all’assunzione della Parola che forma e informa tutto l’agire ecclesiale, ne è derivata una rinnovata, anche se originaria, comprensione del processo rituale sacramentale o liturgico in genere. La ricomprensione dell’Ecclesia come soggetto integrale dell’azione liturgica, ha motivato una nuova regolamentazione del tempo e dello spazio (ecologia), una nuova sensibilità e comprensione delle dinamiche comunicazionali (etologia).
Non è un problema di stili o di moduli da salvaguardare o di luoghi sacri codificati negli ultimi cinquecento anni e ormai facenti parte dell’immaginario, tanto da confondere il secondario con l’essenziale. In questa nuova stagione, per fortuna, si sta prendendo consapevolezza che non è più un problema di storia dell’arte o non solo, quando si tratta della costruzione di nuove chiese o dell’adeguamento delle esistenti.
"

In poche parole padre Maggiani ci condensa il senso dell'architettura della rottura postconciliare e della sua gestazione contemporanea al primo movimento liturgico d'inizio novecento:

1. Antigerarchismo
2. Comunitarismo
3. Primitivismo

Questi tre aspetti si esprimono nell'ampliamento "ministeriale" dell'ecclesiologia del Vaticano II, in una pseudo-rottura del clericalismo preconciliare (che in realtà peggiora nel postconcilio), in un sogno del primitivismo liturgico e artistico pre-tridentino. Questa mentalità contorta è il segno più puro dell'ideologia. E' infatti significativo che per padre Maggiani cinquecento anni di storia si traducano in mero "immaginario collettivo", ossia è una nostra semplice sovrastruttura mentale immaginare le chiese così come le si è costruite negli scorsi 500 anni! E qui mi sovviene il pensiero di Romano Amerio il quale mostrava chiaramente in Iota Unum la contraddizione di un simile irrazionale uso ideologico della storia:

"Io so bene che la struttura e il sito dell'altare variarono nei secoli e che l'attuale assetto risale sostanzialmente al Tridentino, ma non credo che il solo essersi provato che una persuasione o un costume, successivamente perenti, sono preesistiti nella Chiesa, sia motivo per tornare a quelle modalità che già furono. Per risuscitare una forma che fu, occorre che quella forma, quando fosse risuscitata, realizzasse più pienamente che le attuali il senso della fede e le credenze della Chiesa. Infatti molte forme di vita della Chiesa storica rappresentano un grado inferiore di quella cognizione della fede e di quel sensus Christi che si sviluppa progressivamente nella Chiesa. Tornare ad esse implicherebbe un passo retrogrado. Basti pensare al culto e ai dogmi mariani, alla coscienza medesima del dogma teandrico e in genere alla superiorità di cognizione delle verità rivelate quale è nel presente confrontata al passato della Chiesa. Ora, la perfetta consapevolezza del dogma eucaristico e la necessità di venerare, adorare, custodire con somma cura il Sacramento è certamente meno presente nella riforma conciliare. " (Iota Unum, par.290).

Quindi il vero progresso è negato paradossalmente proprio da coloro che si fanno chiamare progressisti, i quali in nome di un malinteso senso della storia, accartocciano su se stessa la storia della Chiesa, arrestando l'avanzata lineare della Chiesa nella storia, per andare a ripescare nel passato ancor più remoto del medioevo o del paleocristianesimo le radici fondanti di un aggiornamento stucchevole di cui abbiamo ormai le scatole piene!

Intanto però godiamoci la visione del cattivo gusto di questi tiranni estetici della Chiesa Cattolica, tiranni che a spese dei fedeli abbruttiscono e deturpano ciò che di più bello i fedeli possiedono. E lo fanno in nome della loro falsa sapienza, della loro arrogante voglia di modernità, della loro stravagante iconoclastia desacralizzante. Fedeli di Acerra, disertate la cattedrale, andate a messa altrove, questa gente vi prende solo in giro!

FOTO RIMOSSA

La pseudo-croce pendente dallo pseudo-ciborio

martedì 15 febbraio 2011

DIBATTITO SULL'ARCHITETTURA SACRA: UNO SPECCHIETTO PER LE ALLODOLE?


Cattedrale di St. John the Divine - New York - bozzetto di Santiago Calatrava
(notare le forme stilizzate di un Homo Vitruvianus con il pentalfa rovesciato al centro)


di Francesco Colafemmina

Sandro Magister ha puntato i riflettori sull'attuale dibattito (intra moenia) sull'architettura sacra, apparentemente scaturito da alcune riflessioni del Cardinal Ravasi e di Paolo Portoghesi, piuttosto critiche nei confronti dei recenti progetti sponsorizzati dalla CEI, progetti così recenti da risalire ad almeno 3 anni fa, come quello di Galantino a Modena, tanto che verrebbe da chiedersi: ma Ravasi e Portoghesi in questi tre anni forse dormivano?


Il gioco del "gruppo" della Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa

Credo di aver spiegato più volte che Ravasi, Portoghesi, il critico d'arte dell'OR, Sandro Barbagallo, l'abate Zielinski, e le diverse personalità che ruotano attorno alla Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa, non hanno alcuna intenzione di promuovere una "politica architettonica" in linea con la tradizione, né tantomeno di costruire "nuovi canoni architettonici". Il loro obiettivo è mettere in crisi il complesso intreccio fra curie diocesane, CEI, architetti, artisti e liturgisti, scompaginando con la propria autorevolezza culturale e con una truppa formidabile di artisti e architetti di grido, un certo "provincialismo" architettonico sciatto e ripetitivo, basato sulla mera imitazione e amorevolmente protetto dalla CEI e dai vescovi italiani.

Attraverso il conflitto con la CEI si tenta pertanto di rimettere in discussione l'egemonia culturale delle singole conferenze episcopali, riponendo nelle mani della Pontificia Commissione il ruolo di dominus delle tendenze e degli sviluppi dell'arte e dell'architettura sacra, un po' come accadde verso la fine degli anni cinquanta con la Commissione Centrale per l'Arte Sacra, guidata da Mons. Fallani (di cui Ravasi non è che una reincarnazione rinascimentale).


Chiesa del Volto Santo - Torino - Mario Botta

Per mettere in atto questo programma, il gruppo della Pontificia Commissione ha pensato bene di cominciare attaccando le "brutte chiese contemporanee". L'attacco riesce sempre facile e suscita la risposta positiva dei fedeli, attira i commenti dei giornalisti, provoca il rispetto di architetti devoti, ma non offre ricette...

Progetto di chiesa a Sambuceto - Mario Botta


Perciò, al fine di attutire il peso della vacuità ideale del conflitto con la CEI, il gruppo ha cominciato a battere sulla questione dell'orientamento, tema indubbiamente benedettiano, e ancora, su quella della forma, rievocando, ad esempio, il duplice modello basilicale e a pianta circolare. Nulla di nuovo sotto il sole, ma qualcuno forse pensa che la fiera della banalità sia una forma di novità!


Cattedrale Christ the Light - Oakland - Progetto di Santiago Calatrava


Qual è il mio modello di chiesa contemporanea?

Naturalmente tutte le riflessioni, i commenti, le analisi, sviluppate su questo blog, non figurano minimamente in alcun acconto dell'aulico dibattito sull'arte e l'architettura sacra. E le ragioni sono varie. Tuttavia, una volta per tutte, vorrei sfatare il mito di coloro che credono ch'io non abbia mai proposto un "modello" di chiesa contemporanea.

Anzitutto una chiesa non dev'essere "contemporanea". Essa dev'essere diacronica, deve attraversare il tempo dal passato verso il futuro, quindi non può essere mera creazione ex nihilo del nostro tempo. Perciò una chiesa "contemporanea" dev'essere anzitutto tradizionale, deve innestarsi cioè nel solco definito dalla Chiesa di Roma nel corso dei secoli. Naturalmente il metodo più semplice per legare un edificio architettonico alla tradizione è mantenere per esso le forme della tradizione. La forma tradizionale per eccellenza è quella basilicale, con pianta a croce latina. Ma da questa forma essenziale discende anche l'organizzazione interna della chiesa fondata sulla divisione fra navata, transetto e presbiterio. L'organizzazione degli spazi è infatti una "disposizione ordinata" e l'ordine deve ambire ad una declinazione dei livelli del sacro che si manifestano in ogni chiesa cattolica. La tradizione poneva il "progresso" verso il luogo più sacro longitudinalmente: dal sagrato al nartece, dalla navata al presbiterio, sino al confine dell'abside. Questa progressione era tuttavia anche verticale: dal sagrato si sale al livello della navata, e dal transetto si accede al presbiterio ancora più in alto, fino all'altare, anch'esso sopraelevato.
La disposizione ordinata degli spazi implica nondimeno una loro definizione nello spazio, una delimitazione: di qui la funzionalità strutturale delle colonne diventa anche elemento di separazione degli spazi. L'erezione di grate o balaustre a circoscrivere il presbiterio, la costruzione di grandi cori lignei, cantorie, etc. diventano modalità espressive dell'ordine spaziale necessario a garantire che ogni cosa sia al suo posto: ovvero che ad ogni spazio della chiesa sia associata non solo una funzione, bensì una sua specifica collocazione nell'organismo vivente del tempio articolato secondo la progressiva dignità del corpo di Cristo che incarna.

Ricapitolando quindi: pianta a croce latina, organizzazione e definizione degli spazi in navata, transetto e presbiterio, cosa manca? Mancano tutti gli elementi propri dell'arte: la scultura, la realizzazione delle vetrate artistiche, la pittura, l'arredo della chiesa. Sappiamo a tal riguardo che è proprio della tradizione e del magistero della Chiesa Cattolica il rispetto per le forme viventi e per la natura. L'Incarnazione di Cristo è il cardine della raffigurazione di Dio in forme umane. Il figurativismo è dunque la cifra comune a tutte le suddette arti. E visto che la forma umana è fondata sulla proporzione, sull'armonia e sulla perfezione che discendono dall'essere l'uomo creato "a immagine e somiglianza di Dio", ne discende che le forme che saranno associate alla raffigurazione di Cristo, della Vergine, dei Santi e dei Martiri, saranno forme geometriche perfette.

Tutti questi elementi fondamentali dovrebbero essere ricompresi in una sorta di "canone" artistico e architettonico di cui la Chiesa dovrebbe dotarsi. Un canone che non influenza o esaurisce lo stile, ma sul quale è lo stile a modellarsi, come ogni musica si modella sul pentagramma, con una serie limitata di note, in grado però di unirsi in una serie illimitata di creazioni artistiche.

Chiaramente quanto ho appena esposto non è una novità: è semplicemente il contenuto del famoso Appello al Papa del 2009! Snobbato e anzi attaccato dall'enclave dell'Osservatore Romano, afferente al gruppo della Pontificia Commissione, viene spesso dimenticato e trascurato nel dibattito, in una parola viene ignorato.


La duplice pianta di Timothy Verdon e l'evoluzione storica dell'uso di piante circolari

Si finisce quindi per parlare del nulla, spolverandolo qua e là con un po' di citazioni benedettiane e qualche rievocazione storica. Ed è a proposito di quest'ultimo genere di considerazioni che vorrei spendere due paroline. Timothy Verdon ha infatti recentemente ribadito sull'Osservatore Romano che le uniche forme tradizionali dell'epoca paleocristiana sarebbero sia quella basilicale che quella a pianta centrale:

"Nell’ambito della corte imperiale viene fatto poi un passo carico di significato per la storia dell’architettura cristiana: l’adattamento a scopi liturgici dell’edificio circolare o cilindrico tipico nel mondo tardo-antico dei mausolei di personaggi illustri.
Per la sensibilità greco romana, la forma cilindrica-chiusa infatti suggeriva il mistero della morte; proprio questa configurazione era stata usata nel IV secolo a Gerusalemme per la struttura costantiniana della "Anastasis", contenente la tomba vuota di Cristo. La stessa forma venne poi utilizzata dalla figlia di Costantino per il proprio mausoleo sulla via Nomentana, accanto all’antica basilica cimiteriale di Sant’Agnese.
Simili strutture circolari hanno un simbolismo particolare. Mentre le più comuni basiliche longitudinali implicano un cammino – dall’ingresso all’altare – la forma circolare, senza inizio e senza fine, ha dell’infinito: giungere al suo centro connota la fine della ricerca, l’arrivo nel porto sospirato.
"

Le considerazioni di Verdon sono parzialmente corrette. La forma circolare è infatti propria non solo dei luoghi di sepoltura (pensiamo alle strutture a tholos micenee), ma è spesso utilizzata nella realizzazione di templi di piccola dimensione suddivisi da Vitruvio in monopteri o peripteri. Verdon rievoca esempi di costruzioni di forma cilindrica "tipici nel mondo tardo antico dei mausolei". Ma, sappiamo bene che gli esempi più noti e diffusi di mausolei a pianta centrale e forma "cilindrica" sono di epoca augustea o precedente: il mausoleo di Augusto, quello di Cecilia Metella o di Cotta sulla via Appia, quello di Lucio Munazio Planco a Gaeta, solo per fare qualche esempio. Ed è sempre di epoca augustea il grande tempio circolare eretto da Agrippa, ossia il Pantheon. Ora, si può ben dire che le forme circolari vivono una rinascenza sotto Adriano con il rifacimento del Pantheon così come oggi lo vediamo e l'erezione del grande mausoleo funebre dell'imperatore, su cui più tardi sorse Castel Sant'Angelo.

Dunque, la pianta circolare, priva com'è di riferimenti direzionali ed omogenea nella suddivisione degli spazi, non poteva non passare nel cristianesimo che in specifici casi, come appunto quelli delle tombe dei martiri. La possibilità di garantire la peregrinazione, attraverso un deambulatorio interno, attorno alla centrale tomba del martire, era la ragione principale del ricorso a questa struttura. Ma un altra ragione è il riuso, la sacralizzazione dell'architettura pagana, attraverso la sua conversione in luogo di riposo dei martiri. Non ci si stupisca, d'altra parte, del caso dell'anastasis gerosolimitana. L'anastasis fu infatti inaugurata assieme al martyrium, ossia all'originaria basilica costantiniana: dunque essa era un fulcro del tempio, ma non un tempio in sé. Non a caso l'anastasi era definita aediculum ossia piccola cappella, un luogo che non esaurisce in sé la completezza del tempio, ma ne costituisce una parte.

L'idea finale, espressa dal Verdon, del tempio a pianta circolare quale "espressione simbolica dell'infinito" è invece mutuata dalla rielaborazione neoplatonica ed ermetica della geometria euclidea, rielaborazione di epoca rinascimentale. E' infatti col rinascimento che la chiesa a pianta circolare in qualche modo "esplode". E lo fa principalmente in Italia. Il recupero dell'architettura vitruviana, l'intenso studio dei modelli del passato, il recupero di una urbanistica utopica attraverso il concetto della "città ideale", furono ragioni ausiliarie che andarono a sostanziare quanto già contenuto nella speculazione ficiniana. La traduzione del corpus hermeticum da parte di Marsilio Ficino costituì infatti un motivo di fondamentale avvicinamento fra la geometria, la scienza architettonica e la filosofia. Era infatti Ermete Trismegisto ad assicurare con Platone che la forma perfetta di Dio era quella sferica e che nelle piante circolari, nelle cupole ambiziose, nell'unione insomma del cerchio con la sfera, l'uomo ottemperava al motto che garantiva l'unione fra microcosmo e macrocosmo: "tutto ciò che è in cielo è anche in terra".

Così il correttivo dovette giungere solo con la Controriforma, grazie a San Carlo Borromeo. Scriveva infatti San Carlo nelle sue Instructiones Fabricae:

"At vero illa huius aedificii ratio, iam inde ab apostolicis fere usque temporibus ducta potior est, quae crucis formam exhibet, ut plane ex sacris basilicis Romanis maioribus, ad eum modum extructis, perspicitur. Illa porro aedificii rotundi species, olim idolorum templis in usu fuit; sed minus usitata in populo christiano. Ecclesia igitur omins, ac illa praesertim, quae insignem structurae speciem requirit, ita ex aedificanda potius erit, ut crucis instar sit: quae cum multiplex, tum oblonga esse potest; haec in frequentiori usu, reliquae minus usitatae sunt." (Instructiones Fabricae, Liber 1, p.8)

"Ma invero la struttura di tale edificio, più di ogni altra usata fin quasi dai tempi apostolici è quella che mostra la forma di una croce, come chiaramente si può rilevare nelle sacre basiliche Romane maggiori, costruite secondo questa forma. L'altro aspetto, invece, di edificio circolare, fu un tempo in uso per i templi degli idoli, ma meno frequentemente usato nel popolo cristiano. Dunque ogni chiesa, e quella soprattutto che richiede un mirabile aspetto nella sua struttura, sarà piuttosto edificata così, a forma di croce: e sebbene possa essere di varie forme, la croce può essere anche oblunga e questa è di uso più frequente, meno utilizzate invece sono le altre forme."

Un correttivo, questo, che fu presto violato e dissimulato nelle piante ellittiche barocche, in quelle stellate, nelle ambiziose sperimentazioni di cui presto ci si stancò, in nome di un ritorno al classicismo. E il classicismo violò ancora una volta il dettame della Controriforma, con la scusa antica dell'esempio vitruviano e dell'insigne architettura romana il cui vertice d'ambizione strutturale fu proprio il Pantheon. Dopo gli inizi dell'ottocento la situazione finì per normalizzarsi. Le chiese tornarono alle forme antiche, ma il fuoco della circolarità covava sotto la cenere... E fu così che agli inizi del novecento ritornò e ritornò con l'ambizione di sostituire definitivamente la forma prettamente cattolica, la pianta a forma di croce latina, l'unica forma che pur derivando dalla basilica romana, poteva essere identificata esclusivamente con un luogo di culto cattolico. Le ragioni addotte dal XX secolo furono tutte sociali ed ecclesiologiche, eminentemente riformatrici dell'idea di Chiesa e non dell'architettura sacra. E quest'architettura comunitaria, affatto estranea alla concezione architettonica sia tardo antica che rinascimentale, trovò ampia sponda nel pensiero rivoluzionario del clero. Nacquero così le chiese contemporanee: con la volontà di distruggere la centralità di Cristo e di sostituirla con quella di un popolo equidistante, parificato, comunitario. Chiese che hanno distrutto ogni orientamento e ogni traccia di riferimento alla tradizione. Così la forma circolare è diventata la forma più an-identitaria e amebica, insignificante e banale, priva di carattere e definizione, che una religione potesse adottare. E il cerchio sostituita la croce sembra aver trionfato sulla correlazione oggettiva fra lo spazio sacro e la fede: una chiesa circolare è infatti specchio di una fede pneumatica, vaga, nebulosa e non dogmatica e l'antropocentrismo di questa fede non può essere negato dalla presenza di un altare centrale, perché questa presenza è succeduta alla dislocazione della custodia della presenza reale di Cristo, il tabernacolo: una dislocazione criminale che pesa inevitabilmente su ogni riorganizzazione dello spazio nel nuovo circo sacro impostosi nel post-concilio. Pertanto ogni giustificazione contemporanea della pianta centrale non potrà mai prescindere da una profonda critica dell'idea stessa che la pianta centrale ha assunto per la Chiesa Cattolica a partire dagli inizi del XX secolo. E fino a quando la pianta centrale non sarà subordinata a quella a croce latina, ogni riflessione storica sarà falsa e fuorviante. Ma ciò dipende probabilmente solo dall'onestà intellettuale di chi produce tali riflessioni storiche.


Conclusioni

L'articolo di Sandro Magister sta provocando numerose reazioni positive, ma anche una fondamentale confusione nel mondo cattolico. Sembra infatti che sia in atto una battaglia per ritornare a costruire belle chiese e che i condottieri impavidi che guidano la schiera dei "buoni" contro i "cattivi della CEI", siano i fedelissimi del gruppo della Pontificia Commissione. Purtroppo la strategia è un'altra. E credo di averla già ben spiegata. D'altronde Paolo Portoghesi non ha realizzato mai chiese con pianta a croce latina, ma dopo aver edificato la moschea di Roma, si è sbizzarrito con piante a forma stellata, come quella della chiesa di Valenza e di Calcata. E il Cardinal Ravasi non ha certo in animo di promuovere chiese dalle forme tradizionali, ma, ricorrendo alla ambiguità tipica della dialettica hegeliana, ha intenzione di proporre una nuova edilizia sacra ambiziosa e internazionale, del tutto contemporanea, facendola apparire come la ricetta migliore per un rilancio del sacro e delle sue forme. Per questo lancia una campagna mediatica il cui obiettivo è il recupero di un ruolo di premazia e supervisione per la Pontificia Commissione e il suo stuolo di architetti e artisti legati al mecenatismo ravasiano. Naturalmente la pressione esercitata su don Giuseppe Russo e sul Servizio Nazionale per l'Edilizia di Culto è notevole, ma è anche ridicola. Perché sia Russo che Ravasi hanno una impostazione storicistica ed hegeliana nel maneggiare l'arte e l'architettura sacra. Entrambi apprezzano l'arte rivoluzionaria contemporanea, e l'architettura estrosa e sperimentale. Entrambi operano senza accettare critiche o consigli, ma in piena autonomia.

Allora cosa sperano di ottenere i membri del gruppo della Pontificia Commissione? Probabilmente una fetta di appalti, qualche commessa importante, uno spazio nel processo decisionale. E intendono farlo sfruttando la delusione diffusa dei fedeli nei riguardi dell'edilizia di culto promossa dalla CEI. Chiaramente è un lusso che possono ampiamente permettersi, non avendo sinora proposto nessun progetto! Che lo facciano! Che ci mostrino finalmente cosa vogliono realizzare, invece di imbarcarsi in una faida che ha più il sapore della farsa! Ahimé sappiamo già quali sono le loro proposte (come quelle di Calatrava e di Botta, solo per far due nomi cari a Ravasi), le loro idee così innovative da essere già vecchie, così elevate da essere spesso guidate da meri interessi materiali, così paludate da essere inutili centoni di luoghi comuni e d'interpretazioni arbitrarie della storia dell'architettura ad uso e consumo dei loro personalistici fini.


sabato 12 febbraio 2011

PRESENTAZIONE DE "LA SERPE FRA GLI ULIVI" AD ACQUAVIVA DELLE FONTI



Per chi volesse rilassarsi un po' e distrarsi dagli affari di Chiesa e dalle mostruosità dell'architettura sacra contemporanea c'è questo mio romanzo... (chi volesse acquistarlo può farlo qui) Visitate anche il sito per ascoltare le musiche della "Serpe fra gli ulivi". Buon fine settimana a tutti!

Francesco

IL TURDUCKEN DEL CARDINAL MEFORIO E LE CITAZIONI SECONDO ROMAGNOSI


di Francesco Colafemmina

Stamattina non avevo molta voglia di scrivere. Mi si è tuttavia presentata una ghiotta occasione per soffermarmi s'una piccola questione di stile.

E' stato a seguito della lettura di un articolo del Cardinal Meforio che mi è venuto in mente lo strano turducken, un piatto statunitense che consiste in un tacchino, farcito con un'anatra a sua volta farcita con un pollo, farcito d'altri pennuti... Allo stesso modo è fatto l'articolo del Meforio, farcito con citazioni di Nietzsche, farcite di citazioni di Bufalino, Caproni e diecimila altri letterati, registi, poeti e chi più ne ha più ne metta... Un tratto contraddistingue sia il turducken che l'articolo del Meforio: il trait d'union delle varie farciture della pietanza americana è il riferimento ai volatili, quello delle citazioni meforiane è l'ateismo di fondo di tutti gli autori citati (da Nietzsche a Bunuel, da Dagerman a Zinovev).

Sul Cortile delle ortiche sapete già come la penso (anche se il Meforio assicura che lì si pianteranno fiori...). Immaginerete anche che questo è un preludio di campagna elettorale milanese e poi papale del Meforio, in cerca di consenso intellettuale e mondano da parte di tutti quegli ambienti radical-chic, paludati e pedanti che soffocano nella loro egemonia la cultura italiana ed europea (Cacciari e Nanni Moretti, Umberto Eco e Barbera, solo per fare qualche nome). Credo tuttavia che stia sbagliando indirizzo, perché un Papa, ma anche un Arcivescovo, e soprattutto un Cardinale, non dovrebbero far sfoggio di cultura laica o di citazioni ebraiche dalla Bibbia. Dovrebbero piuttosto dimostrare nei fatti di essere ministri del Signore e di essere pronti a testimoniare Cristo con il proprio sangue. Invece, vedo che ci si continua a perdere in citazioni...

Dalla lettura dell'articolo del Meforio emergono frasi come le seguenti:

"Da un simile incontro non si esce mai indenni, ma reciprocamente arricchiti e stimolati. Sarà un po' paradossale, ma potrebbe essere vero quello che Gesualdo Bufalino scriveva nel suo Malpensante (1987): "Solo negli atei sopravvive oggigiorno la passione per il divino". Una lezione, quindi, e un monito per lo stesso fedele abitudinario, affidato a formule dogmatiche, senza lo scavo del comprendere intelligente e vitale."

O ancora:

"In ultima analisi l'ostacolo che si leva per questo dialogo-incontro è forse uno solo, quello della superficialità che stinge la fede in una vaga spiritualità e riduce l'ateismo a una negazione banale o sarcastica."

Sarebbe interessante capire perché la fede "dogmatica" e "spiritualista" debba essere superficiale o abitudinaria e perché mai questo genere di fede dovrebbe arricchirsi attraverso l'incontro con l'ateo o l'agnostico.

Ad ogni modo sulla questione dell'erudizione citatoria, vorrei a questo punto regalarvi un brano del grande intellettuale italiano dell'ottocento, Giandomenico Romagnosi, un brano su cui vale la pena riflettere, pensando alle parole del Meforio:

"Ma il costume de' casisti e de' forensi di affastellare quanti più possono dottori, espositori, commentatori, trattatisti ec., a che vale egli? La verità di una tesi teologica, la giustizia od onestà di un'azione o non poco azione, dee vedersi dal vedere il combaciamento di quella tesi o di quel fatto con la regola. Esponete nettamente la regola; misurate su quella le tesi; adattate l'azione alla regola. Vedrò se si combaciano o no; e se non vedo chiaro, misurerò i gradi di distanza per giudicare della probabilità. Questa è l'arte di trattar tutto da filosofo, non da pedante. Che giova qui alla verità un foglio di citazioni? Vedevano o no questi autori la verità e la giustizia? Se no, non la vedrò neppur io; o i ciechi servirebbero di guida a chi ha occhi? Se la vedevano, uno che mi dica come si ha a vedere, mi basta. Se non che queste sorte di citazioni sono una chiara confessione della ignoranza, della stupidità, della cattiva logica, del pessimo gusto di chi cita. Si potrebbe lor dire: O servum pecus!"



giovedì 10 febbraio 2011

CASABELLA - CHIESA ORRENDA: IL DECALOGO DELLO STALINISMO ARCHITETTONICO CATTOLICO


di Francesco Colafemmina

Parlando di chiese moderne quasi tutti sembrano essere d'accordo sulla loro bruttezza. Infatti sono soliti lanciare moniti e sbruffi contro quelle orrende chiese moderne che somigliano a "garage" o "palasport". Eppure, eppure, eppure... gli stessi imbonitori del popolo cristiano continuano a promuovere chiese orride, vuote, spoglie, iconoclaste e totalmente radicate nell'ideologia criptosocialista del comunitarismo postconciliare.

Infatti fra queste chiese e la tipica architettura bolscevica c'è grande affinità! Ci ricordano senza alcun dubbio le periferie abbandonate delle città dell'est: Bucarest, Vilnius, Praga... E non sarà un caso se queste chiese moderne - che di moderno hanno solo il lucido sfavillio del cemento imbiancato - sorgono nelle periferie delle nostre città e ambiscono a sfigurare una urbanistica già degradata e insicura, gestita con l'arditezza della speculazione e il menefreghismo dell'ignoranza sociale.

Così accade di scoprire sul Corriere della Sera che qualche giornalista viene incaricato di recensire una mostra (scadente e marchettara) di Casabella a Milano. Mostra che ha il compito di esaltare quattro esempi di nuova architettura sacra cattolica, probabilmente in vista dei numerosi progetti in cantiere a Roma e nel resto d'Italia. Così, il nostro povero giornalista milanese del Corriere, viene catapultato in un mondo di schizofrenici, abitato da Portoghesi e Ravasi in aperto combattimento con la CEI, Enzo Bianchi e i vari architetti cammellati di Casabella. Ne nasce un articolo esilarante, dove ognuno crede di avere in pugno l'autentica ricetta per il rilancio dell'architettura sacra, ma nessuno ha il coraggio di confessare d'aver realizzato sinora soltanto delle chiese immonde. E soprattutto, nessuno ha l'onestà intellettuale di confessarci che i suoi programmi non intendono superare i modelli "garage" e "palasport", bensì spingersi ancora più in là... "verso l'infinito e oltre", come direbbe il famoso protagonista giocattolo di Toy Story.

Ci tocca quindi leggere frasi ispirate come la seguente: "La cattedrale gotica era il frutto della Scolastica. Ma di fronte a un pensiero che escludeva la presenza di Dio, mentre rimaneva forte il bisogno del sacro, l'architettura moderna ha saputo mobilitare muscoli e tendini in cerca di una risposta".

Letto l'articolo viene così spontaneo al nostro corpo reagire con un tumulto interiore: le palpebre cominciano a vibrare per un subitaneo accesso nervoso, la mano inizia a muoversi in un sussulto, e la lingua vorrebbe esclamare un caloroso... "ma vaf......". Ma, si badi, il tutto avviene senza perder mai la calma. Perché la calma proviene dalla consapevolezza che - al di là di architetti, monsignori, cardinali e giornalisti - la maggior parte dei fedeli cattolici ha ancora il cervello montato nel senso giusto. Il fatto curioso è che gli strefocerebri (quelli che hanno il cervello montato al contrario) sono soliti accusare il sottoscritto e tutti coloro che si permettono di criticarli, di "presunzione", "arroganza", "incompetenza", "saccenteria"; stranamente non si accorgono, però, che queste accuse finiscono dritte dritte in un grande specchio e ritornano al mittente.

Architetti, monsignori, cardinali e sacerdoti, ma anche laici devoti e qualche pseudo-monaco bosiano, si impegnano infatti a ripeterci da anni, un giorno sì e uno no, il seguente decalogo:

1. Solo noi sappiamo interpretare degnamente lo "Spirito del Concilio" in ambito artistico e archiettonico. Se qualcuno ci contraddice anathema sit!

2. Solo noi siamo i depositari dei corretti strumenti didattici per educare il popolo di Dio a comprendere la sua posizione nella Chiesa attraverso l'architettura sacra. Se qualcuno ci contraddice anathema sit!

3. Solo noi siamo deputati a parlare di chiese e architettura sacra. Chi non appartiene alla nostra cerchia deve solo tacere e obbedire. Se qualcuno ci contraddice anathema sit!

4. Solo noi siamo in grado di comprendere cosa volesse la Riforma liturgica e solo noi siamo i depositari del magistero autentico della Chiesa in ambito di architettura ed arte sacra. Se qualcuno ci contraddice anathema sit!

5. Anche se questo magistero non è mai stato scritto da nessuna parte, siamo noi ad assicurarvi che le chiese contemporanee se non fanno l'effetto del Dulcolax non sono degne di essere chiamate chiese. Se qualcuno ci contraddice anathema sit!

6. Anche se voi non comprendete la bellezza di queste chiese, noi vi assicuriamo che sono belle e cattoliche e che esprimono al meglio il senso del sacro. Se qualcuno ci contraddice anathema sit!

7. Anche se vi ripugna pregare in questo genere di chiese, noi certifichiamo che in esse si deve pregare come nelle grandi cattedrali gotiche, romaniche, barocche, neoclassiche, etc. Se qualcuno ci contraddice anathema sit!

8. Anche se qualche incompetente parla di "Riforma della Riforma" non è stata mai proposta alcuna "Riforma della Riforma". Solo noi siamo in grado di definire ciò che è architettonicamente e artisticamente cattolico. Se qualcuno ci contraddice anathema sit!

9. Papa Benedetto XVI non è mai esistito! E se è esistito, siamo solo noi quelli in grado di interpretare i suoi gesti, alla luce della Riforma liturgica conciliare. Se qualcuno ci contraddice anathema sit!

10. Le chiese sono luoghi sacri per i quali i fedeli devono solo versare i propri soldi, le proprie offerte, il proprio otto per mille. Per il resto devono solo obbedire e tacere. Se qualcuno ci contraddice anathema sit!

Di seguito alcuni specimina dell'architettura sacra promossa dalla CEI e da Casabella:



Dopo aver contemplato questa fantastica galleria degli orrori qualcuno potrebbe esclamare: "non ci resta che piangere". E invece credo che non possiamo fare a meno di ridere. Ridere perché tutti questi impegnati architetti e monsignori sembrano vivere nel loro piccolo mondo di Amelie. Volatili abitatori di una città incantata dove i cessi sono quadrati e le chiese tonde, ma non c'è differenza sostanziale sulla percezione di entrambi i loro prodotti creativi. Sostenitori di teorie pneumatiche che nebulizzano qua e là come un potente narcotico per le coscienze di fedeli che dopo 50-60 anni devono ancora imparare il "rinnovamento liturgico" promosso dal Concilio. E qui si sposano i deliri del monaco bosiano che si atteggia a gran liturgo del Cattolicesimo nuovo e progressivo, anche quando ricorre alle teorie di Schwarz e Guardini che di nuovo hanno ben poco e sono chiaramente regressive ad uno stato puerile dell'architettura e dell'arte sacra; con i deliri dell'ambiente milanese, montiniano e martiniano, imbevuto di aperture così ampie da essersi trasformate in contemplazione esclusiva dei propri ombelichi. E qui basta citare i soliti fanatici del contemporaneo e del progresso provenienti dal Centro San Fedele, e vecchie aderenze martiniane che già se ne vanno in brodo di giuggiole appena gli si cita il Cardinal Ravasi, in questi giorni impegnato a piantare nuove ortiche nel suo cortile (pensiamo ad esempio a Cacciari).

Insomma, come liberarsi di questi onfalopati (malati di sindrome compulsiva alla contemplazione dei propri ombelici)? Come cercare di portare fuori dal circolo di ripetitiva autoreferenzialità la discussione sull'arte e l'architettura sacra? Possibile che esistano solo questi architetti, questi monsignori e questi cardinali? Il resto del mondo tace, quasi impaurito dalla potente auctoritas di codesta élite culturale egemonica come quella comunista di qualche decennio fa. Sì, è un problema di egemonia culturale. E solo una rivoluzione dal basso, antitirannica ed anticlericale (nel senso di una corretta battaglia contro il clericalismo asfittico e stantio delle conventicole curiali e vaticane assetate di appalti e notorietà) ci potrà salvare. Intanto accontentiamoci di avere ancora il cervello montato nel senso giusto. Almeno così ci è dato di comprendere, alla vista di quelle immagini di chiese promosse a Milano quali modelli per il futuro del sacro che a Casabella corrisponde una Chiesaorrenda. E' il buon senso comune e scusate se è poco!

mercoledì 9 febbraio 2011

"RIFORMA DELLA RIFORMA" ANNUNCI E SMENTITE: IL PRECEDENTE NEL 2009


di Francesco Colafemmina

Nell'agosto del 2009 Andrea Tornielli annunciò dalle colonne del Giornale che il Santo Padre aveva approvato le proposte votate dalla Plenaria del Culto Divino il 14 marzo 2009:

"Quasi all’unanimità i cardinali e vescovi membri della Congregazione hanno votato in favore di una maggiore sacralità del rito, di un recupero del senso dell’adorazione eucaristica, di un recupero della lingua latina nella celebrazione e del rifacimento delle parti introduttive del messale per porre un freno ad abusi, sperimentazioni selvagge e inopportune creatività. Si sono anche detti favorevoli a ribadire che il modo usuale di ricevere la comunione secondo le norme non è sulla mano, ma in bocca. C’è, è vero, un indulto che permette, su richiesta degli episcopati, di distribuire l’ostia anche sul palmo della mano, ma questo deve rimanere un fatto straordinario."

Aggiungeva Tornielli:

"le «propositiones» votate dai cardinali e vescovi alla plenaria di marzo prevedono un ritorno al senso del sacro e all’adorazione, ma anche un recupero delle celebrazioni in latino nelle diocesi, almeno durante le principali solennità, così come la pubblicazione di messali bilingui - una richiesta, questa fatta a suo tempo da Paolo VI - con il testo latino a fronte."

Due giorni dopo la pubblicazione dell'articolo di Tornielli, arriva la smentita da parte di P. Ciro Benedettini, vicedirettore della Sala Stampa della Santa Sede. Benedettini precisa in particolare che "al momento non esistono proposte istituzionali riguardanti una modifica dei libri liturgici attualmente in uso". La smentita fu considerata una "non smentita" della Riforma della riforma, ma effettivamente il tumulto seguito a quella anticipazione del Giornale nei Sacri Palazzi, fece abortire il progetto di Canizares.

Oggi, a distanza di quasi due anni ci risiamo!

Tornielli pubblica stamane un articolo interessantissimo nel quale parla di un Motu Proprio papale, dedicato alla riorganizzazione della Congregazione per il Culto Divino: "affidandole il compito di promuovere una liturgia più fedele alle intenzioni originarie del Concilio Vaticano II, con meno spazi per i cambiamenti arbitrari e per il recupero di una dimensione di maggiore sacralità."

Aggiunge Tornielli, rammentando la sua intervista a Canizares del dicembre scorso che: "La Congregazione del culto divino – che qualcuno vorrebbe anche ribattezzare della sacra liturgia o della divina liturgia – si dovrà quindi occupare di questo nuovo movimento liturgico, anche con l’inaugurazione di una nuova sezione del dicastero dedicata all’arte e alla musica sacra."

Avrei voluto parlarne anch'io su Fides et Forma di questa notizia... ma ero quasi certo che sarebbe arrivata la smentita. Non perché Andrea Tornielli non abbia detto il vero, bensì perché il Cardinal Bertone avrà certamente tempestato di telefonate Padre Lombardi per chiedergli di smentire il contenuto dell'articolo di Tornielli.

Ecco dunque la smentita di Lombardi riportata da Radio Vaticana alle 13.41 di oggi:

"Padre Lombardi ha confermato “che è da tempo allo studio un Motu Proprio per disporre il trasferimento di una competenza tecnico-giuridica - come ad esempio quella di dispensa per il matrimonio ‘rato e non consumato’ - dalla Congregazione per il Culto Divino al Tribunale della Sacra Rota. Ma – ha affermato - non vi è alcun fondamento né motivo per vedere in ciò un’intenzione di promuovere un controllo di tipo ‘restrittivo’ da parte della Congregazione nella promozione del rinnovamento liturgico voluto dal Concilio Vaticano II”.

Come al solito l'intento è intimidatorio: sia nei riguardi di Tornielli che nei riguardi di coloro che vorrebbero promuovere una "riforma della riforma". Nell'articolo di Tornielli non si parla infatti di alcun "controllo restrittivo nella promozione del rinnovamento liturgico". Si parla al contrario di "cambiamenti arbitrari" della liturgia e quindi di abusi liturgici. Così Padre Lombardi, volutamente interpreta pro domo sua (o di chi lavora alla terza loggia) un passo dell'articolo di Tornielli e naturalmente va oltre, lasciando intravvedere il timore di una "Chiesa punitiva" in ambito liturgico. Al contrario - a distanza di 50 anni dal rinnovamento liturgico del Concilio" (più di Bugnini e Lercaro che del Concilio!) padre Lombardi ha il coraggio di riproporci le solite menate sulla "promozione" di questo benedetto rinnovamento liturgico!

Domanda: padre Lombardi ma in questi 50 anni lei dove ha vissuto? Non si è accorto di nulla? Non le sembra che la Chiesa si sia fin troppo rinnovata liturgicamente? E non le sembra che fin troppi altari siano stati distrutti e troppe chiese deturpate in nome della "promozione" del rinnovamento liturgico del Concilio? Tanto nuovo da essere vecchio, datato, stantio, insopportabilmente retorico e francamente ripetitivo?

lunedì 7 febbraio 2011

SCHWARZ E GUARDINI: DAL REALISMO ALL'ANALOGIA SIMBOLICA


di Francesco Colafemmina

In queste settimane sul Covile appaiono alcuni interessantissimi contributi all'analisi del "modernismo artistico e architettonico" nato contemporaneamente al movimento liturgico in Germania e sintetizzato negli sforzi congiunti del liturgista Romano Guardini e dell'architetto Rudolf Schwarz.

L'interessante analisi non è ancora giunta agli esiti architettonici di questo "modernismo", ma vorrei in qualche modo integrarla con alcune mie considerazioni nate dalla lettura del famoso volume di Schwarz "Costruire la chiesa" (sottotitolo: "Il senso liturgico nell'architettura sacra"). L'opera, pubblicata per la prima volta nel 1938, ha la prefazione di Guardini e si configura come un viaggio nel "senso liturgico" dell'architettura a partire da sette tipologie di progetti di chiese.

Ciò che tuttavia mi preme mettere in evidenza è che questo volume costituisce il fondamento di quell'architettura chiesastica che definisco "simbolica e analogica". Prima cercheremo di riflettere sul senso di questa definizione e poi ne verificheremo la piena corrispondenza col pensiero di Schwarz.

Il simbolo e l'analogia

Il simbolo è già per Aristotele una convenzione razionale per "rappresentare qualcosa che sostituisca gli oggetti come tali" ad esempio nell'uso del linguaggio. Non potendo l'uomo presentare gli oggetti come tali, ricorre al "simbolo" del nome per identificare l'oggetto. Dunque, il simbolo è una convenzione razionale che astrae dall'oggettività per rifugiarsi in una nuova identità dell'oggetto. Il simbolo è astrazione dal reale. Il simbolismo nel medioevo era invece qualcosa di leggermente differente: a seguito della speculazione neoplatonica, il simbolo finiva per essere un oggetto concreto che rimanda ad una natura superiore o metafisica, dato lo stretto legame fra mondo fisico e mondo metafisico, due mondi che si incrociano nel simbolo.
L'analogia è invece la somiglianza razionale, o meglio il riferimento razionale di un ente ad un altro ente. Se leghiamo l'analogia al simbolo e diamo vita ad un'analogia simbolica, opereremo nel seguente modo: prenderemo un oggetto che abbia un lembo di comunanza razionale con un simbolo dato e lo trasformeremo così in "evocazione" analogica del simbolo stesso. Attraverso il passaggio dal reale al simbolico e dal simbolico all'analogia simbolica l'oggetto finale avrà perso definitivamente il legame con la realtà oggettiva iniziale e sarà diventato mero prodotto del razionalismo simbolico umano, mera convenzione intellettualistica, del tutto scollegata dalla realtà.

E' esattamente questo il procedimento adottato da Schwarz nel suo discorso sull'architettura sacra. Proprio a partire dal simbolismo medievale della pianta a croce latina che si traduce nel simbolo del corpo di Cristo, ne deduce l'analogia simbolica dell'assemblearismo quale elemento simbolico del Corpo di Cristo. Oggettivando infine l'assemblearismo, la comunitarietà della liturgia, slega completamente l'essenza della liturgia dal riferimento architettonico oggettivo ed iniziale: la Croce di Cristo, pianta della chiesa. Così non resta altro che l'idea della chiesa circolare, a cupola, a parabola etc. etc. costruita a partire dall'analogia simbolica e dall'autonomia creativa dell'architetto.

L'errore di fondo compiuto da Schwarz è quello di togliere fondamento alla realtà e farne una sorta di nube cangiante e in divenire. Se la realtà diviene, automaticamente la base oggettiva del simbolo e della conseguente analogia simbolica, fugge, svicola, si nasconde. E quindi l'architettura e la liturgia sono costrette a confrontarsi non più con la loro essenza, ma con l'interpretazione di un'essenza cangiante e storicamente determinata. Leggiamo ad esempio questo passaggio chiave:

"Le grandi realtà delle cattedrali non sono più reali per noi. Ciò non significa che esse non siano più vere 'in sè'. No, esse per noi sono vere ancor oggi come nel loro primo giorno e ci fanno un'impressione profonda. (...) Ma non possiamo per questo costruire più a quel modo, in quanto la vita è andata oltre, e la realtà che è nostra e che è affidata in compito alle nostre mani ha una forma del tutto diversa, forse anche più povera. (...) Ora, però, di nuovo, non basta lavorare onestamente con i mezzi e le forme del nostro tempo. Edificio sacro può venire solo da realtà sacra. Non è la verità del mondo, ma quella della fede a generare opere sacre, ma che sia fede del nostro tempo." (pp.39-40).

E così Schwarz porta gli esempi dell'occhio e della mano per giustificare l'evoluzione della consapevolezza corporea dell'uomo. Un'evoluzione che dovrebbe anche modificare il rapporto dell'uomo col simbolismo del corpo. Pertanto quando parliamo di "Corpo di Cristo" la nostra "modernità" dovrebbe indurci a rappresentarcelo attraverso un simbolismo diverso ed analogico rispetto a quello medievale.

Ma Schwarz sembra non comprendere che il simbolismo medievale è quello neoplatonico. Parte dalla pianta a croce della chiesa (identità della forma architettonica col segno della passione di Cristo e della redenzione dell'uomo) per immaginare su quella croce il Corpo di Cristo. Distribuisce lo spazio intorno a quel corpo in maniera gerarchica non perché l'idea di corpo dell'uomo medievale fosse gerarchica, ma perché l'oggettività dello spazio distribuito nella basilica romana secondo un criterio gerarchico veniva simbolizzata nella gerarchia del Corpo di Cristo, onde "metafisizzarla", non per renderla ancor più fisica.

Infatti per Schwarz l'assunto scientifico dell'occhio che viene irradiato dalla luce, e che riflette le immagini dopo averle interiorizzate si fa preludio ad una nuova forma architettonica "irradiante", come se la forma di una chiesa dovesse essere fisicizzata, antropomorfizzata, per assurgere a rappresentazione dell' "unione di due o tre nel nome di Cristo" con cui Schwarz e Guardini sintetizzano la presenza di Cristo nella liturgia.

Rendere metafisico o spirituale l'umano significa divinizzarlo. Divinizzare l'uomo senza la croce, ossia archiviando l'azione salvifica di Cristo e ribadendo soltanto la sua umanità comune all'uomo, significa realizzare una architettura chiesastica antropocentrica ed autoreferenziale. Come non vedere in tutto ciò i germi fondamentali delle deviazioni architettoniche e liturgiche del novecento che hanno letteralmente mutato volto alla Chiesa Cattolica?

Continua....


venerdì 4 febbraio 2011

CHE VI AVEVO DETTO?


di Francesco Colafemmina

Oggi Caterina Maniaci su Libero riferisce la storia raccontata da Malachi Martin in Windswept House e relativa al presunto rito satanico compiuto nella Cappella Paolina la notte del 29 Giugno 1963, a pochi giorni dall'elezione di Papa Paolo VI, aggiungendo qualche interessante dettaglio.


Oggi possiamo dire che, stando a voci provenienti dal Palazzo Apostolico, il Papa avrebbe riconsacrato l'intera Cappella, come riferito dalla stessa Maniaci.

Chi avrebbe partecipato al rito nel 1963 secondo Malachi Martin? Cardinali (lui fa intendere almeno Villot e Casaroli), Vescovi, laici e un "legato prussiano" (laico e luterano?) che dispone di una sorta di mandato superiore per l'intronizzazione di Satana in Vaticano. Inoltre in una intervista a The New American del 9 giugno 1997 Malachi Martin affermò al giornalista Mac Manus quanto segue:

Giornalista: "Il suo libro comincia con una vivida descrizione di una Messa Nera sacrilega tenutasi nel 1963 a Charleston, Sud Carolina. E' realmente avvenuta? (nel romanzo "Windswept House" Martin racconta di un rito avvenuto contemporaneamente a Charleston e in Cappella Paolina, leggere il mio articolo per maggiori dettagli n.d.r.)"

Martin: "Sì accadde. E la partecipazione telefonica di alcuni alti ufficiali del Vaticano è anche un fatto. La giovane donna che fu forzata a partecipare al rituale satanico è viva e fortunatamente, si è sposata e conduce una vita normale. Lei ha fornito dettagli riguardo all'evento."

Aggiunse poi:

Martin: "Fra i cardinali e la gerarchia ci sono satanisti, omosessuali, anti-papisti e cooperatori per la realizzazione di un nuovo ordine mondiale..."

Fantascienza? Complottismo danbrowniano? Può darsi. Come può darsi che Martin fosse un mero ciarlatano.

Chiariamo però qualche fatto architettonico-artistico:

1. La Cappella Paolina all'epoca di Pio XI (l'altare è allestito per la Reposizione).

2. Negli anni '60 sull'altare c'erano i ceri e il crocifisso. In alto al centro un riquadro con l'immagine della Vergine.

3. In questa foto del 1978 (Conclave di Giovanni Paolo II) vediamo che l'immagine della Vergine è scomparsa e l'altare è spoglio, privo anche del crocifisso. Anche la cantoria è scomparsa. Saranno tutte casualità?

4. Nel 2009 viene riconsacrato l'altare, staccato dal muro, dopo un lungo restauro della Cappella.

Qui di seguito un estratto dall'articolo di Caterina Maniaci pubblicato quest'oggi su Libero:

30 giugno 2009. Viene presentata alla stampa la Cappella Paolina restaurata, nel cuore delPalazzo Apostolico Vaticano. Da molti anni chiusa e inutilizzata, sebbene presenti due affreschi di grandissima importanza artistica, dipinti da Michelangelo. Anche l’altare è stato tolto e ricollocato. La Cappella è anche il luogo dove si riuniscono i cardinali all’inizio del conclave, prima di spostarsi nella vicina Cappella Sistina per i giuramenti solenni e l’inizio delle procedure previste. Proprio su questo luogo grandioso, ma sconosciuto ai più, proprio sul fatto che l’altare fosse stato tolto e ricollocato erano circolate varie ipotesi, tra cui quella che l’altare e l’intera cappella fossero state riconsacrate, con un lungo rito, da papa Benedetto XVI. La riconsacrazione è prevista quando,in un luogo sacro, sono stati compiuti atti sacrileghi, blasfemi o violenti. Che cosa sarebbe potuto succedere, in quella cappella? Qualche giorno fa è uscito, in Italia, un libro scritto da due autori inglesi, Stephen Klimczuk e Gerald Warner di Craigenmaddie, intitolato “Guida ai luoghi più segreti del mondo” (Castelvecchi editore). Un volume che dedica molte pagine a Roma e al Vaticano. In esso si parla dettagliatamente della Cappella Paolina, indicato appunto come un luogo depositario di segreti. Gli autori citano, a loro volta, il vaticanista, insegnante ed ex gesuita Malachi Martin, molto noto negli Usa per numerosi best seller.Secondo Martin, infatti, raccontano gli autori, la Cappella Paolina «avrebbe bisogno di un esorcista piuttosto che di un restauro d’arte». Prima della sua morte nel 1999, il vaticanista rivelò che il suo romanzo, WindsweptHouse (“La casa spazzata dal vento”) «era sostanzialmente basato su una cerimonia che si svolse realmente a Roma agli inizi degli anni Sessanta. Secondoil libro, alcuni ecclesiastici importanti, in completa segretezza e apostasia, celebrarono il 29 giugno del 1963, nella Cappella Paolina, un rituale funesto con lo scopo di “introniz zare Satana” per inaugurare “l’era di Satana”». Martin, poi, in altri saggi, ha sostenuto l’esistenza di congreghe sataniste in America, gestite da sacerdoti cattolici e – orrore nell’orrore – dediti alla pedofilia, il che si collegherebbe anche ai terribili casi scoperti e denunciati a partire dal 2000."

Copyight - Libero-news.it

martedì 1 febbraio 2011

LE RADICI IDEOLOGICHE DELL'ORIENTAMENTO AL POPOLO DEGLI ALTARI E IL CASO SAN MARINO


Chiesa di Sant'Engelberto - Colonia

di Francesco Colafemmina

La riflessione avviata sul rimaneggiamento della Basilica di San Marino, in vista della prossima visita del Pontefice, ci aiuta a comprendere una serie di aspetti poco noti delle dinamiche che hanno condotto all'esaltazione dell'orientamento "al popolo" del sacerdote.

La questione dell'orientamento fu posta inizialmente dall'abate del monastero di Maria Laach, in Germania, dom Ildefonso Herwegen. Qui, nella cripta della chiesa abbaziale, a partire dalla primavera del 1921 fu celebrata più o meno continuativamente la cosiddetta "krypta messe", una messa dialogata in latino con il sacerdote rivolto al popolo. La ragione intima dell'innovazione era il recupero del senso di "comunità" della Chiesa, il ritorno alla purezza delle origini, il recupero di un sensus ecclesiae considerato perduto nell'eccessivo clericalismo e nella rubricizzazione della liturgia. Così il movimento liturgico tedesco, fra Herwegen e Romano Guardini, si mosse più decisamente verso il recupero (dal museo di un paleocristianesimo edenico e affratellato) dell'idea dei circumstantes, che l'architetto Dominikus Boehm riprenderà da un volumetto del direttore della Caritas di Colonia Johannes van Acken pubblicato nel 1923 e dal titolo evocativo di "Architettura Cristocentrica".

Boehm, impressionato da questa lettura comincerà a costruire le sue famose chiese scioccanti, come quella spremiagrumi di St.Engelbert a Colonia (1928-32).

Foto d'epoca dell'esterno della chiesa di St. Engelberto a Colonia

Ad ogni modo il punto è: perché si continua a discutere di orientamento dell'altare? Molto semplicemente perché i cambiamenti e le innovazioni non sono né automatici né realmente "nuovi". Nel caso dell'altare rivolto al popolo onde agevolare il senso comunitario della Messa, basta rifarsi alla Messa Tedesca di Lutero, all'incipit del capitolo dedicato alla Domenica per i laici: "Noi conserveremo gli ornamenti sacerdotali, l’altare, le luci fino all’esaurimento o fino a quando non riterremo di cambiarle. Lasceremo, tuttavia, che altri possano fare diversamente; ma nella vera messa, fra veri cristiani, occorrerebbe che l’altare non restasse com’è adesso e che il prete si volgesse sempre verso il popolo, come senza alcun dubbio Cristo ha fatto al momento della Cena. Ma questo può attendere."

Questa frase di Lutero è indicativa dello spirito alla base dell'innovazione. Anche nel protestantesimo c'era questa forma di purismo, di ricerca delle origini, di superamento della tradizione della Chiesa, di rinuncia alla codificazione della liturgia nel corso dei secoli, in nome di una autenticità primigenia che voleva scavalcare la Chiesa stessa per creare una nuova entità ecclesiale separata e originale.

Interno di una chiesa luterana

Logicamente, quando, al termine del Concilio, si è avviata la riforma liturgica, tutta una serie di istanze più o meno connesse all'impulso luterano, sono confluite nell'atto del rivolgimento degli altari e nello stabilimento di un nuovo punto focale della preghiera di natura relazionale e comunitaria. E' chiaro che c'erano molti buoni propositi negli anni sessanta e la Chiesa tentava in qualche modo di manifestare un'alternativa al comunismo, attraverso la comunitarietà ecclesiale. Questo raccogliersi dell'uomo nel parlamentarismo affettivo e religioso fu d'altra parte una tipica conseguenza delle devastazioni morali, politiche e sociali delle due guerre mondiali. Tuttavia oggi, l'intero sistema ideologico e per nulla storico, o liturgicamente fondato, del rivolgimento degli altari, emerge in tutta la sua sterilità.

E' un sistema soprattutto datato in due sensi. E' datato perché introdotto in un'epoca precisa a fronte di istanze temporalmente determinate e i cui effetti oggi sembrano del tutto annullati. E' datato perché intrinsecamente razionale, costruito, meditato. E' infatti parto di una convergenza di opinioni e non di una continuo flusso di gesti e segni della fede. Come ha affermato più volte Joseph Ratzinger, il limite della riforma liturgica e di tutto il complesso di fenomeni ad essa legati sta nel suo essere una riforma "fatta a tavolino", erudita e divulgativa, professorale e pastorale, simbolica e pragmatica.
Ma ciò che forse è mancato in tutti questi anni è quel senso della storia che avrebbe fatto da subito comprendere i limiti suddetti non semplicemente della riforma liturgica in sé, quanto della furia iconoclasta e delle implicazioni ideologiche che essa ha avuto nel cambiare letteralmente volto alla Chiesa. Questo senso della storia ci aiuterebbe a comprendere che la società attuale, uscita dal periodo di conflittualità tra blocco sovietico e blocco statunitense, è vittima di una malattia degenerativa chiamata democraticismo ossia quell'apparenza di governo del popolo che è in realtà puro gioco d'interessi oligarchici di natura finanziaria, economica e politica.
E la nostra società per quanto si predichi adulta è tutto sommato infantile, nella sua incapacità di emanciparsi dalla vera e propria dittatura dello "spirito del tempo". Uno spirito che tende a far credere all'individuo nella sua libertà, mentre è in realtà schiavo e lo è doppiamente: è schiavo di un sistema economico che cerca di esercitare il controllo su ogni sua azione, ed è schiavo della propaganda di questo sistema che tende ad illuderlo della propria libertà.
In tutto ciò il "comunitarismo" ecclesiale rischia di diventare una fra le tante illusorie idee di appartenenza del fedele cattolico. Egli crede di appartenere alla comunità solo perché interagisce col prete e riesce ad accedere al presbiterio. Crede di essersi emancipato dalla struttura gerarchica e dalla soffocante distanza tra il presbiterio e la navata, solo perché vede avanzarsi l'altare e può comunicarsi in piedi, prendendo consapevolmente l'ostia in mano. Ma in realtà è un illuso come gli altri. Perché se crede che la vera esigenza della Chiesa sia questa propaganda comunitaria erra profondamente. Il suo appartenere alla Chiesa discende solo dal battesimo e dal credere che su quell'altare si compie il sacrificio incruento di Cristo, l'agnello di Dio che prende su di sé i peccati del mondo, i peccati dell'uomo. Tutto il resto sono provvisorie ragioni che egli offre a se stesso per restare attaccato a questa comunità, per credere di appartenere ad una comunità, una fra le tante.

In questo senso quindi il ripristino degli altari antichi, con il sacerdote nella stessa direzione del popolo ossia "spalle al popolo" e il superamento di questo blocco psicologico dell'uomo contemporaneo, così solo e così attratto dalla comunitarietà anche quando essa è artificiale o simbolica, significherebbe un grande passo in avanti per la Chiesa.

Il recupero del mistero, il ritorno alla distinzione spaziale fra il luogo più sacro ed elevato, recintato e distinto, lontano ma accessibile nel momento dell'eucaristia, significherebbe una nuova consapevolezza della posizione dell'uomo sulla terra in relazione a Dio. Non un mero ritorno al passato, ma una attualizzazione della prassi liturgica più lungamente ed efficacemente conservata dalla Chiesa. Una attualizzazione contemporanea secondo un duplice senso, come duplicemente obsolete risultano le aggressive innovazioni ideologiche seguite alla riforma liturgica: da un lato sarebbe contemporanea perché si tratterebbe di un rivivere il Cristianesimo attraverso il tempo, rendendo quindi vivo il passato e pulsante nelle vene del presente; dall'altro sarebbe una attualizzazione contemporanea perché nell'epoca della dittatura del relativismo, del crollo delle ideologie e dell'impero di economia e potentati oligarchici, costituirebbe un valido argine all'utopia, un ricordo costante della distanza fra l'uomo e Dio, colmata dall'Incarnazione e dal mistero della Salvezza.

Interno della Basilica di San Marino

Intanto però a San Marino non sembra che vi sia né la forza per sostenere un completo e organico adeguamento liturgico il cui potenziale ideologico sembra inaridirsi giorno dopo giorno, né quella per affrontare una vera e propria restaurazione architettonica, ripristinando il tabernacolo sull'altare, i sei ceri e il crocifisso al centro. A quanto pare si vorrebbe sospendere una croce con dei tiranti sulla volta in corrispondenza dell'altare. La croce sospesa fa letteralmente molto deus ex machina, ma testimonia che molto spesso in questioni di liturgia e architettura sacra entrano in conflitto processi ideologici molto, anzi troppo umani e assai di rado l'interesse supremo per la salvezza delle anime e per la preservazione della continuità con la viva tradizione della Chiesa. Sembra comunque che il Papa alla fine sosterà in preghiera davanti ai resti di San Marino e questo è già un progresso, ma le polemiche non si placano in merito all' "adeguamento liturgico" da effettuare entro il giugno prossimo...