di Francesco Colafemmina
Sandro Magister ha puntato i riflettori sull'attuale dibattito (intra moenia) sull'architettura sacra, apparentemente scaturito da alcune riflessioni del Cardinal Ravasi e di Paolo Portoghesi, piuttosto critiche nei confronti dei recenti progetti sponsorizzati dalla CEI, progetti così recenti da risalire ad almeno 3 anni fa, come quello di Galantino a Modena, tanto che verrebbe da chiedersi: ma Ravasi e Portoghesi in questi tre anni forse dormivano?
Il gioco del "gruppo" della Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa
Credo di aver spiegato più volte che Ravasi, Portoghesi, il critico d'arte dell'OR, Sandro Barbagallo, l'abate Zielinski, e le diverse personalità che ruotano attorno alla Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa, non hanno alcuna intenzione di promuovere una "politica architettonica" in linea con la tradizione, né tantomeno di costruire "nuovi canoni architettonici". Il loro obiettivo è mettere in crisi il complesso intreccio fra curie diocesane, CEI, architetti, artisti e liturgisti, scompaginando con la propria autorevolezza culturale e con una truppa formidabile di artisti e architetti di grido, un certo "provincialismo" architettonico sciatto e ripetitivo, basato sulla mera imitazione e amorevolmente protetto dalla CEI e dai vescovi italiani.
Attraverso il conflitto con la CEI si tenta pertanto di rimettere in discussione l'egemonia culturale delle singole conferenze episcopali, riponendo nelle mani della Pontificia Commissione il ruolo di dominus delle tendenze e degli sviluppi dell'arte e dell'architettura sacra, un po' come accadde verso la fine degli anni cinquanta con la Commissione Centrale per l'Arte Sacra, guidata da Mons. Fallani (di cui Ravasi non è che una reincarnazione rinascimentale).
Chiesa del Volto Santo - Torino - Mario Botta
Per mettere in atto questo programma, il gruppo della Pontificia Commissione ha pensato bene di cominciare attaccando le "brutte chiese contemporanee". L'attacco riesce sempre facile e suscita la risposta positiva dei fedeli, attira i commenti dei giornalisti, provoca il rispetto di architetti devoti, ma non offre ricette...
Progetto di chiesa a Sambuceto - Mario Botta
Perciò, al fine di attutire il peso della vacuità ideale del conflitto con la CEI, il gruppo ha cominciato a battere sulla questione dell'orientamento, tema indubbiamente benedettiano, e ancora, su quella della forma, rievocando, ad esempio, il duplice modello basilicale e a pianta circolare. Nulla di nuovo sotto il sole, ma qualcuno forse pensa che la fiera della banalità sia una forma di novità!
Cattedrale Christ the Light - Oakland - Progetto di Santiago Calatrava
Qual è il mio modello di chiesa contemporanea?
Naturalmente tutte le riflessioni, i commenti, le analisi, sviluppate su questo blog, non figurano minimamente in alcun acconto dell'aulico dibattito sull'arte e l'architettura sacra. E le ragioni sono varie. Tuttavia, una volta per tutte, vorrei sfatare il mito di coloro che credono ch'io non abbia mai proposto un "modello" di chiesa contemporanea.
Anzitutto una chiesa non dev'essere "contemporanea". Essa dev'essere diacronica, deve attraversare il tempo dal passato verso il futuro, quindi non può essere mera creazione ex nihilo del nostro tempo. Perciò una chiesa "contemporanea" dev'essere anzitutto tradizionale, deve innestarsi cioè nel solco definito dalla Chiesa di Roma nel corso dei secoli. Naturalmente il metodo più semplice per legare un edificio architettonico alla tradizione è mantenere per esso le forme della tradizione. La forma tradizionale per eccellenza è quella basilicale, con pianta a croce latina. Ma da questa forma essenziale discende anche l'organizzazione interna della chiesa fondata sulla divisione fra navata, transetto e presbiterio. L'organizzazione degli spazi è infatti una "disposizione ordinata" e l'ordine deve ambire ad una declinazione dei livelli del sacro che si manifestano in ogni chiesa cattolica. La tradizione poneva il "progresso" verso il luogo più sacro longitudinalmente: dal sagrato al nartece, dalla navata al presbiterio, sino al confine dell'abside. Questa progressione era tuttavia anche verticale: dal sagrato si sale al livello della navata, e dal transetto si accede al presbiterio ancora più in alto, fino all'altare, anch'esso sopraelevato.
La disposizione ordinata degli spazi implica nondimeno una loro definizione nello spazio, una delimitazione: di qui la funzionalità strutturale delle colonne diventa anche elemento di separazione degli spazi. L'erezione di grate o balaustre a circoscrivere il presbiterio, la costruzione di grandi cori lignei, cantorie, etc. diventano modalità espressive dell'ordine spaziale necessario a garantire che ogni cosa sia al suo posto: ovvero che ad ogni spazio della chiesa sia associata non solo una funzione, bensì una sua specifica collocazione nell'organismo vivente del tempio articolato secondo la progressiva dignità del corpo di Cristo che incarna.
Ricapitolando quindi: pianta a croce latina, organizzazione e definizione degli spazi in navata, transetto e presbiterio, cosa manca? Mancano tutti gli elementi propri dell'arte: la scultura, la realizzazione delle vetrate artistiche, la pittura, l'arredo della chiesa. Sappiamo a tal riguardo che è proprio della tradizione e del magistero della Chiesa Cattolica il rispetto per le forme viventi e per la natura. L'Incarnazione di Cristo è il cardine della raffigurazione di Dio in forme umane. Il figurativismo è dunque la cifra comune a tutte le suddette arti. E visto che la forma umana è fondata sulla proporzione, sull'armonia e sulla perfezione che discendono dall'essere l'uomo creato "a immagine e somiglianza di Dio", ne discende che le forme che saranno associate alla raffigurazione di Cristo, della Vergine, dei Santi e dei Martiri, saranno forme geometriche perfette.
Tutti questi elementi fondamentali dovrebbero essere ricompresi in una sorta di "canone" artistico e architettonico di cui la Chiesa dovrebbe dotarsi. Un canone che non influenza o esaurisce lo stile, ma sul quale è lo stile a modellarsi, come ogni musica si modella sul pentagramma, con una serie limitata di note, in grado però di unirsi in una serie illimitata di creazioni artistiche.
Chiaramente quanto ho appena esposto non è una novità: è semplicemente il contenuto del
famoso Appello al Papa del 2009! Snobbato e anzi attaccato dall'enclave dell'Osservatore Romano, afferente al gruppo della Pontificia Commissione, viene spesso dimenticato e trascurato nel dibattito, in una parola viene ignorato.
La duplice pianta di Timothy Verdon e l'evoluzione storica dell'uso di piante circolari
Si finisce quindi per parlare del nulla, spolverandolo qua e là con un po' di citazioni benedettiane e qualche rievocazione storica. Ed è a proposito di quest'ultimo genere di considerazioni che vorrei spendere due paroline. Timothy Verdon ha infatti recentemente ribadito sull'Osservatore Romano che le uniche forme tradizionali dell'epoca paleocristiana sarebbero sia quella basilicale che quella a pianta centrale:
"Nell’ambito della corte imperiale viene fatto poi un passo carico di significato per la storia dell’architettura cristiana: l’adattamento a scopi liturgici dell’edificio circolare o cilindrico tipico nel mondo tardo-antico dei mausolei di personaggi illustri.
Per la sensibilità greco romana, la forma cilindrica-chiusa infatti suggeriva il mistero della morte; proprio questa configurazione era stata usata nel IV secolo a Gerusalemme per la struttura costantiniana della "Anastasis", contenente la tomba vuota di Cristo. La stessa forma venne poi utilizzata dalla figlia di Costantino per il proprio mausoleo sulla via Nomentana, accanto all’antica basilica cimiteriale di Sant’Agnese.
Simili strutture circolari hanno un simbolismo particolare. Mentre le più comuni basiliche longitudinali implicano un cammino – dall’ingresso all’altare – la forma circolare, senza inizio e senza fine, ha dell’infinito: giungere al suo centro connota la fine della ricerca, l’arrivo nel porto sospirato."
Le considerazioni di Verdon sono parzialmente corrette. La forma circolare è infatti propria non solo dei luoghi di sepoltura (pensiamo alle strutture a tholos micenee), ma è spesso utilizzata nella realizzazione di templi di piccola dimensione suddivisi da Vitruvio in monopteri o peripteri. Verdon rievoca esempi di costruzioni di forma cilindrica "tipici nel mondo tardo antico dei mausolei". Ma, sappiamo bene che gli esempi più noti e diffusi di mausolei a pianta centrale e forma "cilindrica" sono di epoca augustea o precedente: il mausoleo di Augusto, quello di Cecilia Metella o di Cotta sulla via Appia, quello di Lucio Munazio Planco a Gaeta, solo per fare qualche esempio. Ed è sempre di epoca augustea il grande tempio circolare eretto da Agrippa, ossia il Pantheon. Ora, si può ben dire che le forme circolari vivono una rinascenza sotto Adriano con il rifacimento del Pantheon così come oggi lo vediamo e l'erezione del grande mausoleo funebre dell'imperatore, su cui più tardi sorse Castel Sant'Angelo.
Dunque, la pianta circolare, priva com'è di riferimenti direzionali ed omogenea nella suddivisione degli spazi, non poteva non passare nel cristianesimo che in specifici casi, come appunto quelli delle tombe dei martiri. La possibilità di garantire la peregrinazione, attraverso un deambulatorio interno, attorno alla centrale tomba del martire, era la ragione principale del ricorso a questa struttura. Ma un altra ragione è il riuso, la sacralizzazione dell'architettura pagana, attraverso la sua conversione in luogo di riposo dei martiri. Non ci si stupisca, d'altra parte, del caso dell'anastasis gerosolimitana. L'anastasis fu infatti inaugurata assieme al martyrium, ossia all'originaria basilica costantiniana: dunque essa era un fulcro del tempio, ma non un tempio in sé. Non a caso l'anastasi era definita aediculum ossia piccola cappella, un luogo che non esaurisce in sé la completezza del tempio, ma ne costituisce una parte.
L'idea finale, espressa dal Verdon, del tempio a pianta circolare quale "espressione simbolica dell'infinito" è invece mutuata dalla rielaborazione neoplatonica ed ermetica della geometria euclidea, rielaborazione di epoca rinascimentale. E' infatti col rinascimento che la chiesa a pianta circolare in qualche modo "esplode". E lo fa principalmente in Italia. Il recupero dell'architettura vitruviana, l'intenso studio dei modelli del passato, il recupero di una urbanistica utopica attraverso il concetto della "città ideale", furono ragioni ausiliarie che andarono a sostanziare quanto già contenuto nella speculazione ficiniana. La traduzione del corpus hermeticum da parte di Marsilio Ficino costituì infatti un motivo di fondamentale avvicinamento fra la geometria, la scienza architettonica e la filosofia. Era infatti Ermete Trismegisto ad assicurare con Platone che la forma perfetta di Dio era quella sferica e che nelle piante circolari, nelle cupole ambiziose, nell'unione insomma del cerchio con la sfera, l'uomo ottemperava al motto che garantiva l'unione fra microcosmo e macrocosmo: "tutto ciò che è in cielo è anche in terra".
Così il correttivo dovette giungere solo con la Controriforma, grazie a San Carlo Borromeo. Scriveva infatti San Carlo nelle sue Instructiones Fabricae:
"At vero illa huius aedificii ratio, iam inde ab apostolicis fere usque temporibus ducta potior est, quae crucis formam exhibet, ut plane ex sacris basilicis Romanis maioribus, ad eum modum extructis, perspicitur. Illa porro aedificii rotundi species, olim idolorum templis in usu fuit; sed minus usitata in populo christiano. Ecclesia igitur omins, ac illa praesertim, quae insignem structurae speciem requirit, ita ex aedificanda potius erit, ut crucis instar sit: quae cum multiplex, tum oblonga esse potest; haec in frequentiori usu, reliquae minus usitatae sunt." (Instructiones Fabricae, Liber 1, p.8)
"Ma invero la struttura di tale edificio, più di ogni altra usata fin quasi dai tempi apostolici è quella che mostra la forma di una croce, come chiaramente si può rilevare nelle sacre basiliche Romane maggiori, costruite secondo questa forma. L'altro aspetto, invece, di edificio circolare, fu un tempo in uso per i templi degli idoli, ma meno frequentemente usato nel popolo cristiano. Dunque ogni chiesa, e quella soprattutto che richiede un mirabile aspetto nella sua struttura, sarà piuttosto edificata così, a forma di croce: e sebbene possa essere di varie forme, la croce può essere anche oblunga e questa è di uso più frequente, meno utilizzate invece sono le altre forme."
Un correttivo, questo, che fu presto violato e dissimulato nelle piante ellittiche barocche, in quelle stellate, nelle ambiziose sperimentazioni di cui presto ci si stancò, in nome di un ritorno al classicismo. E il classicismo violò ancora una volta il dettame della Controriforma, con la scusa antica dell'esempio vitruviano e dell'insigne architettura romana il cui vertice d'ambizione strutturale fu proprio il Pantheon. Dopo gli inizi dell'ottocento la situazione finì per normalizzarsi. Le chiese tornarono alle forme antiche, ma il fuoco della circolarità covava sotto la cenere... E fu così che agli inizi del novecento ritornò e ritornò con l'ambizione di sostituire definitivamente la forma prettamente cattolica, la pianta a forma di croce latina, l'unica forma che pur derivando dalla basilica romana, poteva essere identificata esclusivamente con un luogo di culto cattolico. Le ragioni addotte dal XX secolo furono tutte sociali ed ecclesiologiche, eminentemente riformatrici dell'idea di Chiesa e non dell'architettura sacra. E quest'architettura comunitaria, affatto estranea alla concezione architettonica sia tardo antica che rinascimentale, trovò ampia sponda nel pensiero rivoluzionario del clero. Nacquero così le chiese contemporanee: con la volontà di distruggere la centralità di Cristo e di sostituirla con quella di un popolo equidistante, parificato, comunitario. Chiese che hanno distrutto ogni orientamento e ogni traccia di riferimento alla tradizione. Così la forma circolare è diventata la forma più an-identitaria e amebica, insignificante e banale, priva di carattere e definizione, che una religione potesse adottare. E il cerchio sostituita la croce sembra aver trionfato sulla correlazione oggettiva fra lo spazio sacro e la fede: una chiesa circolare è infatti specchio di una fede pneumatica, vaga, nebulosa e non dogmatica e l'antropocentrismo di questa fede non può essere negato dalla presenza di un altare centrale, perché questa presenza è succeduta alla dislocazione della custodia della presenza reale di Cristo, il tabernacolo: una dislocazione criminale che pesa inevitabilmente su ogni riorganizzazione dello spazio nel nuovo circo sacro impostosi nel post-concilio. Pertanto ogni giustificazione contemporanea della pianta centrale non potrà mai prescindere da una profonda critica dell'idea stessa che la pianta centrale ha assunto per la Chiesa Cattolica a partire dagli inizi del XX secolo. E fino a quando la pianta centrale non sarà subordinata a quella a croce latina, ogni riflessione storica sarà falsa e fuorviante. Ma ciò dipende probabilmente solo dall'onestà intellettuale di chi produce tali riflessioni storiche.
Conclusioni
L'articolo di Sandro Magister sta provocando numerose reazioni positive, ma anche una fondamentale confusione nel mondo cattolico. Sembra infatti che sia in atto una battaglia per ritornare a costruire belle chiese e che i condottieri impavidi che guidano la schiera dei "buoni" contro i "cattivi della CEI", siano i fedelissimi del gruppo della Pontificia Commissione. Purtroppo la strategia è un'altra. E credo di averla già ben spiegata. D'altronde Paolo Portoghesi non ha realizzato mai chiese con pianta a croce latina, ma dopo aver edificato la
moschea di Roma, si è sbizzarrito con piante a forma stellata,
come quella della chiesa di Valenza e di
Calcata. E il Cardinal Ravasi
non ha certo in animo di promuovere chiese dalle forme tradizionali, ma, ricorrendo alla ambiguità tipica della dialettica hegeliana, ha intenzione di proporre una nuova edilizia sacra ambiziosa e internazionale, del tutto contemporanea, facendola apparire come la ricetta migliore per un rilancio del sacro e delle sue forme. Per questo lancia una campagna mediatica il cui obiettivo è il recupero di un ruolo di premazia e supervisione per la Pontificia Commissione e il suo stuolo di architetti e artisti legati al mecenatismo ravasiano. Naturalmente la pressione esercitata su don Giuseppe Russo e sul Servizio Nazionale per l'Edilizia di Culto è notevole, ma è anche ridicola.
Perché sia Russo che Ravasi hanno una impostazione storicistica ed hegeliana nel maneggiare l'arte e l'architettura sacra. Entrambi apprezzano l'arte rivoluzionaria contemporanea, e l'architettura estrosa e sperimentale. Entrambi operano senza accettare critiche o consigli, ma in piena autonomia.
Allora cosa sperano di ottenere i membri del gruppo della Pontificia Commissione? Probabilmente una fetta di appalti, qualche commessa importante, uno spazio nel processo decisionale. E intendono farlo sfruttando la delusione diffusa dei fedeli nei riguardi dell'edilizia di culto promossa dalla CEI. Chiaramente è un lusso che possono ampiamente permettersi, non avendo sinora proposto nessun progetto! Che lo facciano! Che ci mostrino finalmente cosa vogliono realizzare, invece di imbarcarsi in una faida che ha più il sapore della farsa! Ahimé sappiamo già quali sono le loro proposte (come quelle di Calatrava e di Botta, solo per far due nomi cari a Ravasi), le loro idee così innovative da essere già vecchie, così elevate da essere spesso guidate da meri interessi materiali, così paludate da essere inutili centoni di luoghi comuni e d'interpretazioni arbitrarie della storia dell'architettura ad uso e consumo dei loro personalistici fini.