giovedì 31 marzo 2011

LA SECOLARIZZAZIONE LITURGICA COME NEGAZIONE DEL CULTO




Ringraziamo don Matteo per averci inviato il suo contributo letto nell'ambito del convegno organizzato presso la Facoltà di Giurisprudenza dell'Università di Bari il 25 marzo scorso in occasione della visita di S.E. il Cardinal Raymond Burke. Dopo esserci disgustati con i video di ieri non possiamo non respirare un po' di aria pura. Non posso però non trattenere il dolore che nasce dalla consapevolezza che ormai la diagnosi della crisi della Chiesa in termini di secolarizzazione è più che chiara: quando e chi opererà per curare al più presto queste piaghe del Corpo Mistico di Cristo? Alcuni medici sono già al lavoro, ma più che isolati e silenziosi palliativi qui servirebbe una cura drastica e radicale! - Francesco


di don Matteo De Meo

Sicuramente la genesi di gran parte del crollo della Liturgia, a cui da decenni stiamo assistendo nella Chiesa, è da rintracciarsi in ciò che Sua Eminenza il Cardinal Raymond Leo Burke ha acutamente evidenziato all’inizio della sua Lectio magistralis: “...un’esasperata attenzione rivolta all’aspetto umano della liturgia...” ovvero la sua secolarizzazione.

Essa si dettaglia in tutti quegli infiniti e variegati tentativi di “adeguamento” tra la fede e il suo linguaggio da una parte e il mondo dall'altra, tra liturgia e mondo. Un mondo, però, che viene sempre più concepito etsi Deus non daretur. E proprio Benedetto XVI ha affermato che “la crisi ecclesiale in cui oggi ci troviamo dipende in gran parte dal culto della liturgia che talvolta viene addirittura concepita etsi Deus non daretur”.

A tal riguardo è oltremodo significativa una riflessione di un noto teologo ortodosso, scritta ben quarant'anni fa: "Negli ultimi anni la secolarizzazione è stata analizzata, descritta e definita in molti modi, ma, per quanto ne sappia, nessuna di queste descrizioni ha sottolineato un punto che ritengo sia essenziale e che rivela in effetti meglio di ogni altra cosa la vera natura della secolarizzazione. La secolarizzazione, a mio avviso, è innanzitutto una negazione del culto. Sottolineo: non una negazione dell’esistenza di Dio, o di un qualche tipo di trascendenza e quindi di ogni sorta di religione. Se il secolarismo in termini teologici è un’eresia, si tratta innanzitutto di un’eresia sull’uomo. È la negazione dell’uomo in quanto essere che adora, in quanto homo adorans: colui per il quale l’adorazione è l’atto fondamentale, che allo stesso tempo “colloca” la sua umanità e la compie. È il rifiuto “decisivo” ontologicamente ed epistemologicamente, delle parole, che “sempre, dovunque e per tutti” sono state la vera “epifania” del rapporto dell’uomo con Dio, con il mondo e con sé stesso.

Questa definizione di secolarizzazione ha certamente bisogno di una precisazione. E ovviamente non può essere accettata da coloro che, assai numerosi, oggi, consapevolmente o inconsapevolmente, riducono il cristianesimo in categorie intellettuali (“credenza futura”) o in categorie etico-sociologiche (“servizio cristiano al mondo”), e che quindi pensano debba essere possibile trovare non solo un qualche tipo di adeguamento, ma anche un’armonia profonda tra la nostra “età secolare”, da un lato e il culto, dall’altro. Se i fautori di ciò che fondamentalmente non è altro che l’accettazione cristiana della secolarizzazione sono nel giusto, allora naturalmente tutto il nostro problema è solo quello di trovare o inventare un culto più accettabile, più “rilevante” per la moderna visione del mondo dell’uomo secolarizzato. E tale è, infatti, la direzione presa oggi dalla stragrande maggioranza dei riformatori liturgici. Quello che cercano è un culto le cui forme e contenuti “riflettano” i bisogni e le aspirazioni dell’uomo secolarizzato, o ancor meglio della secolarizzazione stessa." (Alexander Schmemann, Rendere culto in una età secolarizzata, Relazione letta all’ottava Assemblea Generale di Syndesmos, Boston, USA, 20 luglio 1971).


Un aspetto, quest'ultimo, che ha la sua ricaduta in un vasto raggio dalla ritualità, all’arte e alla architettura sacra.

Basti pensare che la “stessa incapacità dell’uomo di oggi di rapportarsi con il mistero” diventa un criterio per realizzare nuovi spazi liturgici (vedi Chiesa di Piano s. Giovanni Rotondo); o si traduce nel tentativo di entrare in dialogo con una certa cultura definita oggi proteiforme: “...l’architettura contemporanea è fluida, cangiante, proteiforme; così come un liquido si adatta al suo contenitore, essa si conforma alla sensibilità dell’artefice. Tutte le modalità di espressione artistica sono strettamente connesse alla soggettività...”- in questi termini si esprime D. Bagliani, docente al politecnico di Torino (opinione riportata in un articolo “Nuove Chiese, progetti da premio” di L. Servadio, in merito ai tre progetti pilota di nuove chiese vincenti alla quinta edizione del concorso Cei, 2009).

Un edificio può mettere in evidenza il silenzio, un altro un certo connubio fra natura e architettura (bioarchitettura), un altro un certo collegamento tra passato e futuro; oppure può adottare semplicemente forme stravaganti: una gemma di roccia poggiata al suolo, con un ingresso che invita ad un senso di protezione, simbologie ricercate e analogie, ecc.
Allo stesso modo questa "incapacità di rapportarsi col mistero" può tradursi nell'adozione nell’ambito dell’arte sacra di un astrattismo proprio dell’arte contemporanea: l’arte nella sua astrattezza e fluidità tenderebbe pertanto ad esprimere “l’inesprimibilità” del sacro e del mistero: “...anche le parole più astratte del Signore quale, via verità e vita, potrebbero essere rivestite di forma e colore...” (vedi T. Verdon in un suo articolo comparso sull’Osservatore Romano del 12 gennaio 2008).

Sono solo alcuni esempi che ci rivelano un assoggettamento della liturgia, e quindi della stessa arte sacra e religiosa in genere, alla capacità di comprensione attuale. Il risultato è un vago spiritualismo, un simbolismo figurativo confuso e astratto, una liturgia intellettualizzata. A chiunque abbia avuto, sia pure una sola volta, la vera esperienza del culto, tutto questo si rivela subito come un semplice surrogato. Egli sa che il culto secolarista è semplicemente incompatibile con il vero culto. Ed è qui, in questo miserabile fallimento liturgico, i cui risultati terribili stiamo solo cominciando a vedere, che il secolarismo rivela il suo ultimo vuoto religioso e, non esiterò a dirlo, la sua essenza del tutto anti-cristiana.

La società è ormai pervasa da questa mentalità secolarizzata che sembra non risparmiare nemmeno la Chiesa, aggredendo particolarmente l’integrità della Liturgia. Quelli che dovrebbero essere chiaramente definiti e condannati come abusi liturgici diventano sempre più la norma. Si celebra in ogni luogo, in ogni modo, e in ogni forma. É difficile ormai trovare una celebrazione “cattolica”, nel vero senso della parola, “unica e universale”. Non entriamo poi in merito degli edifici e degli spazi liturgici, dove convivono tranquillamente, banalità sciatteria e bruttezza. É difficile definirli “casa” ancor meno “casa di Dio”. Luoghi che consacrati per il culto a Dio possono tranquillamente essere usati per qualsiasi “celebrazione”, o spettacolo, o teatro, o conferenza col risultato di far perdere definitivamente la loro identità di luogo sacro.

Ma non vorrei scadere nella mera polemica fine a se stessa!

Per cui, ripetiamo ancora una volta, la secolarizzazione non è affatto identica all’ateismo, e per quanto paradossale possa sembrare, può essere dimostrato che essa ha sempre avuto un desiderio particolare per l’espressione “liturgica”. Se, tuttavia, la mia definizione è corretta, allora tutta questa ricerca di “adeguamento” perviene ad uno scopo irrimediabilmente morto, se non addirittura senza senso. Quindi la formulazione stessa del nostro tema – “liturgie secolarizzate” – vuol mettere in evidenza, a mio avviso, innanzitutto una contraddizione interna, in termini; una contraddizione che esprime l’impossibilità stessa di una “liturgia secolarizzata”.

Rendere culto è, per definizione una azione, una realtà di dimensione cosmica, storica ed escatologica; è espressione, in tal modo, non solo di “pietà”, ma di una totalizzante “visione del mondo”. E quei pochi che si sono presi la pena di studiare il culto in generale e il culto cristiano, in particolare, (J. Ries, M. Eliade, per citare solo i più rappresentativi, che furono fra i primi nell’immediato post concilio a suonare il campanello d’allarme di una pericolosa ideologia di desacralizzazione all’interno della Chiesa stessa, e non vennero ascoltati) sarebbero certamente d’accordo che su un livello storico e fenomenologico questa nozione di culto è oggettivamente verificabile.
Il secolarismo, ho detto, è soprattutto una negazione del culto. E, in effetti, se quello che abbiamo detto circa il culto è vero, non è altrettanto vero che il secolarismo consiste nel rifiuto, esplicito o implicito, precisamente di quella concezione dell'uomo e del mondo che proprio il culto ha lo scopo di esprimere e comunicare?


mercoledì 30 marzo 2011

IL DELIRIO DI OLEGGIO: CHI FERMERA' GLI ABUSI LITURGICI?



Non ci sono parole! Guardate questo video: riguarda la parrocchia dei Santi Pietro e Paolo di Oleggio e il parroco don Giuseppe Galliano. Mentre la Chiesa dialoga con atei e non credenti, si consumano sempre più potenti lacerazioni e abusi liturgici. Chi e quando interverrà per correggere con paterno amore gli errori di una mentalità protestante penetrata nel seno della Chiesa?


Se non vi è bastato, andate a guardarvi il video dell' "Effusione dello Spirito Santo" di domenica scorsa... (video rimosso!!!).

Ma volete proprio sapere cosa pensa questo sacerdote carismatico e cosa va predicando ai suoi fedeli? Ebbene, leggete questo estratto della sua omelia, scaricabile dal sito del gruppo carismatico:


"Gesù non è l’Uomo del culto, è l’Uomo della vita. Gesù non battezza, non celebra la Messa, non confessa, non dà l’Unzione degli infermi, non celebra matrimoni o funerali. Gesù non fa tutto quello che costituisce l’apparato liturgico cultuale di ogni religione, anche della nostra. Gesù è l’Uomo della vita, porta il Divino nella vita. Noi, come Chiesa, abbiamo un apparato liturgico: la Messa, le Liturgie varie, alle quali si dà un’importanza esagerata, come se fosse il fine, non il mezzo.
Con questo versetto si vuole evidenziare che le varie liturgie sono un mezzo, per arrivare al fine, che è l’esperienza del Divino. La Messa è una cena con Gesù. Il Sacramento del matrimonio, a parte i due sposi, che celebrano le loro nozze, è un’esperienza di guarigione dell’Amore. Il funerale è un’esperienza di guarigione dalla perdita delle persone care. Significa, quindi, celebrare il Sacramento e le altre Liturgie, per farle passare nella vita."

Soddisfatti?

martedì 29 marzo 2011

IL VICARIO DI CRISTO E LO SPIRITO CRITICO CATTOLICO: COME DISTRICARSI FRA FALCHI E FALSE COLOMBE?


di Francesco Colafemmina

A volte credo che certi presunti tradizionalisti abbiano il cervello montato al contrario, proprio come certi cattolici benpensanti che al fine di spazzar via le idee che non condividono, finiscono per lanciare accuse impensabili alla volta di quelli che non la pensano come loro. Così la Chiesa del caos trionfa su quella cattolica.

L’occasione di questa mia riflessione nasce a seguito dei miei due commenti sul discorso del Santo Padre letto in occasione dell’evento “il Cortile dei Gentili” organizzato a Parigi nei giorni scorsi dal Cardinal Ravasi. Solitamente dinanzi a commenti che riguardano le parole del Pontefice c’è chi esclude aprioristicamente ogni genere di critica e chi invece preferisce sguazzare nell’adulazione. Il punto è che il mondo dell’informazione cattolica sa solo offrire prodotti preconfezionati e agiografici, non sa esercitare uno spirito critico che lungi dall’attaccare o criticare le parole del Papa, cerchi di identificare i potenziali pericoli insiti in logiche talvolta un po’ troppo mondane e strategie che rischiano di diventare fallimentari. Se partiamo dal presupposto che ogni singolo atto o parola di Benedetto XVI sia autentica emanazione della sua volontà finiamo per offrire ai cattolici una idea erronea del funzionamento della macchina vaticana che è molto più complessa e fatta di delicati equilibri. E se è pur vero che il nostro sforzo dev’essere sempre quello di difendere il Santo Padre e difendere la Chiesa, d’altra parte l’esercizio di un minimo di spirito critico non può che aggiungere valore alla “minoranza creativa” cattolica nel nostro Occidente secolarizzato, come l’ha definita lo stesso Benedetto XVI. Chiaramente però un simile spirito critico, non può mai trascendere in arida e ripugnante mancanza di rispetto per il Pontefice né tantomeno in critica assolutizzante, estremistica ed anticristiana del Vicario di Cristo. Altrimenti sia la critica sterile che il l’eccessiva laudatio finirebbero per impedire ai cattolici di esprimere opinioni discutendo pacificamente sugli orizzonti della nostra religione nel secolo XXI.

Nondimeno, nessuno è riuscito in questi giorni ad esprimere la pur minima critica nei riguardi del “Cortile dei Gentili”, l’iniziativa promossa dal Cardinal Ravasi per rilanciare il dialogo con i non credenti. Eppure l’esercizio intellettuale potrebbe rappresentare una risorsa per il Cattolicesimo, nell’intento di ridurre l’omologazione e il pensiero unico, ed aprire molteplici vie interpretative delle ragioni della distanza fra cattolici e non credenti. Invece da un lato gli intellettuali cattolici tacciono o osannano l’iniziativa ravasiana, dall’altro il mondo laicista e non credente sembra cogliere in questo dialogo una opportunità per intervenire in una sorta di “adattamento” della Chiesa alla contemporaneità, un dialogo nel quale entrambi si arricchiscono, ma ciò che non è chiaro è come i cattolici possano arricchire la propria Verità attraverso il confronto con i razionalisti che non riconoscono quella Verità.

Chiaramente se un pinco pallino come il sottoscritto cerca di evidenziare il rischio insito nell’uso da parte del Pontefice del motto massonico per eccellenza (libertà, uguaglianza e fratellanza), onde designare una nuova base di partenza per il dialogo fra Chiesa e Atei o agnostici e proprio mentre si rivolge all'illuminato uditorio parigino, accade che invece di stimolare proficue discussioni si finisce per dar la stura a sentimenti antipapali e a becere offese nei confronti del Pontefice. E’ quello che purtroppo è accaduto in qualche commento del blog, ormai cancellato.

Allora non mi resta che riaffermare a chiare lettere che un certo falso tradizionalismo, che crede di essere autosufficiente rispetto all’autorità petrina, che si ritiene detentore dell’autentica verità della Chiesa, finisce per essere davvero strumento della massoneria, di reiterarne il tentativo di demolire l’autorità della Chiesa e l’amore che in essa dovrebbe regnare, attraverso la costituzione di particolarismi, esibizionismi verbali, e dichiarazioni dogmatiche. Se non si è sotto Pietro e con Pietro si è fuori dalla Chiesa e non basta pronunciarsi cattolici né fregiarsi del titolo di “tradizionalisti” (peraltro a me sgradito, visto che preferisco quello di “gregoriani”, in riferimento alla liturgia di San Gregorio Magno).
Questo tradizionalismo deteriore non fa che costituire una costante arma di ricatto nei confronti di tutti i costruttori di una Chiesa solidamente fondata sulla tradizione, ma viva nel presente e nella contemporaneità.

D’altro canto non posso risparmiare una certa delusione per i falsi amici col vizietto dell’ipocrisia che esercitando una certa qual papolatria o cardinalolatria, finiscono per spegnere il cervello dinanzi a tutte le sollecitazioni intellettuali che la Chiesa ci propone e usano questa forma di “latria” quale discrimine nel giudicare gli altri cattolici. Si può amare il Papa pur non condividendo, ma sempre rispettando, taluni aspetti delle sue riflessioni non magisteriali. Si può amare la Chiesa pur mantenendo una soglia d’attenzione alta nei confronti delle sue espressioni più deteriori di intrinseca trasformazione e criticando, anche aspramente, le forme materiali che Vescovi e Sacerdoti scelgono oggi con i nostri denari per esprimere il sacro. Questo è in fondo amore autentico per la Chiesa. E se qualcuno può avere dubbi sul mio amore per il Pontefice e per la Chiesa allora vuol dire che o non mi conosce oppure esercita il gusto ipocrita del giudizio dall’alto del suo piedistallo un tantino farisaico e, pur vedendo la pagliuzza del mio occhio, non si accorge della trave che ingombra il suo.

Alla fine il mio auspicio è che un dibattito sereno e pacato possa aprirsi in ambito cattolico anche in merito alle forme di interazione della Chiesa con la realtà secolarizzata che ci circonda. E sebbene sia evidente che “il Cortile dei Gentili” è un’espressione contenuta nel discorso alla Curia Romana del dicembre 2009, d’altra parte il Santo Padre se avesse pensato solo a questa forma di dialogo con i non credenti, non avrebbe dato vita al Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, il cui scopo fondamentale dovrebbe essere lo sviluppo di nuove forme di Evangelizzazione proprio nel nostro Occidente secolarizzato. Così se è pur vero che il Papa ha pronunciato il discorso di Parigi con i riferimenti alla Libertà, Uguaglianza e Fratellanza sarà d’altra parte legittimo chiedersi come si possa arginare la secolarizzazione non solo attraverso il dialogo ma anche attraverso l’annuncio dell’Evangelo, chiarendo in ogni momento i fondamentali della nostra fede, senza aver paura di apparire inadeguati o ripetitivi, ma con il coraggio della discussione e del confronto aperto e sincero.

Se però i cattolici dinanzi alle provocazioni intellettuali sanno reagire solo con l’indifferenza o con gli opposti emotivi odio/adulazione, allora forse ci sarebbe da domandarsi se i fedeli abbiano ancora la capacità di ragionare da credenti, senza dover necessariamente appartenere ad una fazione o ad uno schieramento prestabilito, testimoniando insomma apprensione e amore autentico per la Chiesa di cui sono le membra.

*

Ciò detto avviso i lettori che commenti ruvidi o apocalittici, sentenze criptiche o minacce, la benché minima offesa o critica alla persona del Pontefice e il benché minimo seme di zizzania sparso contro altri cattolici non saranno più tollerati su questo blog. Se qualcuno vuole e sa esprimere commenti e riflessioni sensate sarà sempre ben accetto, chi invece non saprà attenersi a queste minime regole sarà invitato a riversare i propri deliri altrove.

domenica 27 marzo 2011

TRIADE RIVOLUZIONARIA E CULTO DELL' "ESSERE SUPREMO"


di Francesco Colafemmina

L'Osservatore Romano si prende la briga di giustificare l'appello del Papa alla "sana laicità" connotato dal motto rivoluzionario libertà, uguaglianza e fratellanza, di cui mi sono occupato ieri. A farlo è lo stesso professor Vian nell'editoriale dell'edizione odierna, usando le seguenti parole:

"Il Papa ha così rinnovato l'invito che nel succedersi dei secoli e sino alla fine dei tempi la Chiesa di Cristo non si è stancata e non si stancherà di rivolgere: di non aver paura di aprire a Dio i cuori e le società. Senza timore di assumere le parole - libertà, uguaglianza, fraternità - che hanno riassunto gli ideali rivoluzionari, tante volte poi brandite con asprezza contro la Chiesa e il cristianesimo, e che pure dal cristianesimo sono nate."

In verità il Papa ha detto qualcosa di più. Ha affermato che "le religioni non devono avere paura di una laicità giusta, di una laicità aperta". Sì, ha detto proprio "le religioni", inquadrando così il suo discorso nell'ambito del multiculturalismo e della multireligiosità.

I valori di "libertà, uguaglianza e fraternità" non sono poi nati dal Cristianesimo, nonostante quanto afferma Vian. Certo l'uomo, per il cristiano, è libero di decidere il suo destino, possiede un'anima libera anche quando è legata ai ceppi della schiavitù materiale, uguale a tutte le altre nonostante le differenze materiali, ed è affratellata in Cristo a tutte le altre anime. Ma questi concetti non sono strettamente cattolici. Sono concetti e basta. Anzi, se vogliamo essere precisi: eleftheria, isotimia e adelfotita sono concetti elaborati già in seno alla grecità antica, ma quando parliamo di concetti astratti ciò che ne determina la bontà o la malvagità è l'architettura morale e spirituale che li sorregge. Si dà per scontato che il Cattolicesimo possegga questa architettura, ma se, per spiegare questi concetti, il Papa ricorre all'architettura morale e politica del laicismo allora potremo o no dubitare della bontà dell'enunciato?

Uguaglianza nei diritti, libertà nei diritti, fratellanza umana fra credenti e non credenti, sono concetti mutuati dal razionalismo illuminista e come tali privi della potenza spirituale e morale del Cattolicesimo. E' un linguaggio mimetico nei riguardi dei non credenti, ma che nulla aggiunge o toglie alla visione illuministico-massonica della sua triade ideologica fondamentale.

Basta rileggere le riflessioni di quel grande teorico dell'anti-illuminismo, l'Abbè Augustin Barruel, contenute nella sue memorabili "Memorie per servire alla storia del Giacobinismo":

"I Giacobini diranno un giorno: Tutti gli uomini sono liberi, tutti gli uomini sono eguali. Da questa libertà ed eguaglianza conchiuderanno che l'uomo deve seguire soltanto il lume della ragione; che ogni religione sottomettendo la ragione a dei misteri, o all'autorità di una rivelazione che parla a nome di Dio, non è che una religione di schiavi; che convien annullarla per ristabilire la libertà e l'eguaglianza dei diritti nel credere o no tutto quello che la ragione di ciascun uomo approva, o disapprova, chiamando il regno di questa libertà ed eguaglianza l'impero della ragione e della filosofia. Sarebbe un errore di fatto credere questa libertà e questa uguaglianza straniere alla guerra di Voltaire contro Cristo. In tutta questa guerra né i capi, né i seguaci ebbero altro oggetto che di stabilire l'impero della loro pretesa filosofia e della pretesa ragione sulla libertà ed eguaglianza applicate alla rivelazione ed a' suoi misteri e opposte continuamente ai diritti di Cristo e della sua Chiesa.
Voltaire detesta la Chiesa e i suoi sacerdoti perché non trova niente di più contrario al diritto eguale di credere tuttociò che ci sembra buono; perché non vede niente di più povero nè di pi§ meschino d'un uomo che ricorra ad un altro per dirigere la sua fede e per sapere ciò che si dee credere (Lett. al duca di Usez del 19 novembre 1760). Ragione, libertà, filosofia sono continuamente in bocca di d'Alembert e di Voltaire, come lo sono parimenti in quella degli odierni Giacobini per rivolgerle contro la religione del Vangelo e contro la rivelazione." (pp.56-58 dell'edizione italiana del Compendio - 1799).

"Alfine il velo si strappa: l'adepto apprende che fino ad allora la verità non gli è stata manifestata che a metà; che questa libertà e questa uguaglianza di cui gli era stato donato il motto al suo ingresso in massoneria, consiste nel non riconoscere alcun superiore sulla terra; a nno vedere in tutti i re e i pontefici che degli uomini uguali agli altri." (p. 308 del volume II dell'edizione di Londra del 1797).

Comunque il Papa non ha detto nulla di nuovo. Il fondo del suo pensiero lo aveva già espresso in numerose occasioni da Cardinale: solo attraverso la fusione fra fede nel Logos e razionalismo illuministico possiamo vivere adeguatamente la modernità.

La novità sta in quest'uso, oserei dire "simbolico" della triade rivoluzionaria in un contesto speciale com'è appunto la parata del Cortile dei Gentili che si svolge a Parigi, cuore della Massoneria laicista, e che vede tra i suoi partecipanti persino l'ex premier socialista Giuliano Amato, l'inventore dei più odiosi prelievi fiscali che l'Italia repubblicana abbia mai conosciuto (ma, si sa, i Cardinali le tasse non hanno bisogno di pagarle...)! E non sarà un caso se il motto rivoluzionario andasse a braccetto con quei folcloristici culti "della Ragione e dell'Essere Supremo" frutto della scristianizzazione e dell'anticattolicesimo post-rivoluzionario. In fondo il "Dio Ignoto" di cui ha parlato il Santo Padre l'altro giorno, per qualcuno potrebbe non essere altro che "l'Essere Supremo" o come lo definisce qualcuno "il G.A.D.U."...

Evviva Robespierre, evviva i Lumi!


venerdì 25 marzo 2011

FESTEGGIAMO LA MADONNA CON L'INNO "AGNI' PARTHENE DESPOINA""






Inno "Agnì Parthéne Déspina"
di
San Nectario di Egina


1. Pura Vergine Signora,
Madre di Dio immacolata,
Ave o Sposa non sposata,
Vergine Madre Regina,
Vello tutto rorido,
Ave o Sposa non sposata.

2. Più alta dei cieli,
più splendida dei raggi del sole,
Ave o Sposa non sposata,
Gioia dei cori virginali,
superiore agli angeli,
Ave o Sposa non sposata.

3. Più luminosa dei cieli,
più pura della luce,
Ave o Sposa non sposata,
di tutte le milizie celesti,
più santa,
Ave o Sposa non sposata.

4. Maria Semprevergine,
Signora di tutto il mondo,
Ave o Sposa non sposata,
Intatta Sposa santa,
Signora Tutta Santa,
Ave o Sposa non sposata.

5. Maria Sposa Regina,
causa della mia gioia,
Ave o Sposa non sposata,
Fanciulla nobile Regina,
Madre Santissima.

6. Più onorata dei Cherubini,
colma di ogni gloria.
Ave o Sposa non sposata,
superiore agli incorporei Serafini,
superiore ai Troni,
Ave o Sposa non sposata.

7. Ave canto dei Cherubini,
Ave inno degli Angeli,
Ave o Sposa non sposata,
Ave ode dei Serafini,
Gioia degli Arcangeli,
Ave o Sposa non sposata.

8. Ave pace e gioia,
Porto di salvezza,
Ave o Sposa non sposata,
Santa genitrice del Verbo,
Fiore dell'incorruttibilità,
Ave o Sposa non sposata.

9. Ave Paradiso della tenerezza,
e della vita eterna,
Ave o Sposa non sposata,
Ave legno di vita,
Fonte d'immortalità,
Ave o Sposa non sposata.

10. Ti inseguo Signora,
Ti invoco ora,
Ave o Sposa non sposata,
sono intimorito da te, Signora di ogni cosa,
Ricerco la tua grazia,
Ave o Sposa non sposata.

11. Vergine veneranda e immacolata,
Signora Tutta Santa,
Ave o Sposa non sposata,
Intensamente T'invoco,
Tempio benedetto,
Ave o Sposa non sposata.

12 Assistimi, salvami
dal nemico,
Ave o Sposa non sposata,
E mostrami l'eredità
della vita eterna,
Ave o Sposa non sposata.


(trad. a cura di F.Colafemmina)

giovedì 24 marzo 2011

IL CARDINAL BURKE A BARI


Domani alle ore 18.00 presso la Cattedrale di Bari

Santa messa Novus Ordo in lingua latina nell'Annunciazione del Signore

officiata da Sua Eminenza il Cardinal Raymond Leo Burke


I Vescovi di Puglia non s'accorino! La messa non è celebrata nella forma straordinaria solo per ragioni tecniche, ma non mancheranno altre occasioni... Per il programma della visita del Cardinale cliccate qui.


martedì 22 marzo 2011

CHIESA CATTOLICA SULLA GUERRA LIBICA, SE CI SEI, BATTI UN COLPO!



di Francesco Colafemmina

Gheddafi non mi sta simpatico e questo credo sia chiaro ai miei lettori, visto che in ben due occasioni su Fides et Forma ho stigmatizzato le stravaganti divagazioni del Colonnello. Tuttavia questa guerra dichiarata da una Coalizione di (imbecilli) volenterosi alla Libia mi indigna e mi indigna ancor più il silenzio o l'ambiguità della Chiesa. Capisco che il Santo Padre non sia aduso a lanciare moniti toccanti come quelli di Giovanni Paolo II, e che per lui la preghiera sia il più decisivo antidoto alla violenza, ma almeno la diplomazia vaticana ai tempi della guerra in Iraq si adoperò con grande lena per scongiurare una invasione. Probabilmente si trattava di un mix di responsabilità morale e di timore per le conseguenze di un potenziale scontro di civiltà.

Ma oggi perché la Chiesa non grida la necessità di far tacere le armi? Perché non fa di tutto per rilanciare la pace e non quell'insulsa paccottiglia pacifista che è divenuto belletto ipocrita di curie e oratori, ma che raramente riesce a tradursi in concreto impegno? Forse il ricatto mediatico dello scandalo pedofilia ha ridotto il volume della sua voce?

Ascoltavo ieri a Radio 24 Mons. Mogavero parlare con estrema superficialità della situazione libica e affermare, tra l'altro, che "ci possono scappare e ci scapperanno vittime civili" e che comunque l'intervento militare era utile e che lui non si sentiva di condannarlo. Ma io domanderei a Monsignor Mogavero, nel caso in cui arrivassero migliaia di immigrati dalla libia, non libici (perché il problema non erano i libici fino a qualche mese fa, ma tutti gli africani che dalla Libia partono alla volta dell'Italia) se potrà ospitarli a casa sua. Perché è così, la Chiesa parla di accoglienza, di ospitalità, ma d'altro canto sembra ignorare che questa accoglienza indiscriminata e senza argini è insostenibile per l'Italia. E numerosi Vescovi invece di pregare e fare opere di carità parlano a vanvera, perché tanto le parole non costano niente.

Eppure la Libia è uno stato sovrano, nel quale da qualche mese stanno operando i servizi segreti di altre nazioni, intenzionate a indebolire il suo stretto legame con l'Italia e la posizione privilegiata delle imprese italiane (leggi Eni). Sulla scia delle rivoluzioni accadute in Tunisia ed Egitto (a proposito qualcuno ha più sentito parlare di Egitto o Tunisia?), si è pensato - o meglio i media internazionali hanno pensato - che la rivolta sarebbe scoppiata anche in Libia. Evidentemente erano al corrente delle vaste operazioni per finanziare ed attivare la rete di esuli libici ostili a Gheddafi, rete sulle cui tracce erano già da qualche mese attivi i servizi segreti libici. Tanto è vero che ad Agosto del 2010 non solo sono state arrestate spie libiche in Germania, spie che erano sulle tracce della rete di esuli che organizzava qualcosa di grosso, ma la Libia ha espulso una spia Sud Coreana (e la Corea del Sud è nazione sotto il dominio statunitense) accusata di far parte di un largo giro di spionaggio che raccoglieva informazioni strategiche sul Paese nordafricano, chiedendo un risarcimento alla Corea per 1 Miliardo di dollari (cifra esagerata e inusitata). La spia Coreana confessò e fu il governo Coreano a scusarsi pubblicamente con la Libia, ma, va aggiunto, secondo quanto trapelato allora, erano attive varie spie operanti per conto di entità straniere nei paesi del Maghreb...

Immagine tratta dal World Oil Atlas:
quelli in verde sono giacimenti di petrolio.
Sarà un caso che si trovino quasi tutti in Cirenaica?

Così i media da qualche settimana hanno cominciato a chiamare Gheddafi "il rais" (per ricordare il titolo di cui si fregiava anche Saddam Hussein), hanno iniziato a lanciare notizie improbabili (come quella dei caccia che bombardavano la folla a Tripoli e in altre località), hanno iniziato a pensare che la popolazione si fosse ribellata per puro amore della libertà e della democrazia. Ahimé, ci hanno presi in giro! I media sono i più grandi propagatori di falsità. Oggi chiamano già l'esercito regolare libico "miliziani di Gheddafi", e definiscono quest'ultimo "il dittatore". Tutto il complesso mondo semantico e linguistico del giornalismo internazionale è diretto a convincere il popolo di capre che belano nelle praterie democratiche dell'Occidente che questa guerra non è una guerra e che comunque si tratta di una cosa buona e giusta.

E a poco sono valse le voci del Vescovo di Tripoli e di altri italiani che da anni lavorano e vivono in Libia. Gheddafi non è uno stinco di santo, ma questo lo si è sempre saputo, anche quando lo si è fatto venire in Italia a predicare che Cristo non sarebbe morto in croce, ma sarebbe stato sostituito da un sosia! E invece nel giro di un mese si è trasformato in un crudele carnefice del suo popolo. Così, pochi giorni dopo lo scoppio di questa "rivoluzione" è sorto anche una specie di contro-governo dei ribelli, con sede a Bengasi. Questo contro-governo non è dato sapere come e da chi sia stato formato. Non sappiamo da dove provengano i suoi membri, anzi sì, qualcosa la sappiamo. Sappiamo che ci sono ex membri del governo di Gheddafi che oggi alzano la cresta e, chissà, foraggiati da qualche nazione estera, tendono a prendere le redini del potere, piombando nella guerra civile la loro patria. Pensiamo all'ex ministro della Giustizia libico, attuale presidente del "Consiglio di Bengasi", una specie di comitato partigiano per la divisione della Libia in due regioni o per la cacciata di Gheddafi, sto parlando di Mustafa Abdul Jalil. Quest'uomo indubbiamente coraggioso, sulla cui testa pesa ora una taglia, non può essere considerato un povero malcapitato impiegato di Gheddafi. E' stato un uomo dell'establishment libico per anni e ne è fuoriuscito solo il 21 Febbraio, quando sembrava che l'escalation avrebbe indotto Gheddafi alle dimissioni. Così è fuggito a Bengasi per organizzare la rivolta. Ma perché a Bengasi? Sarà forse per le immense riserve petrolifere della Cirenaica che aspettano di essere sfruttate da Total, Chevron, Exxon, BP, ecc. ecc.? E nel frattempo a Bengasi sono approdati decine di consiglieri militari e strategici, commandos Britannici e altri improbabili fomentatori di questa guerra civile. Ma sui commandos britannici ci sarebbe da dire che fu Gordon Brown a garantire a Gheddafi nel 2009 l'addestramento delle truppe speciali libiche ad opera proprio delle SAS britanniche.

L'intervento della Coalizione guidata da Francia, Usa e Gran Bretagna e la risoluzione che autorizza questo intervento, la 1973 delle Nazioni Unite (un numero che ricorda tanto la data dello shock petrolifero seguito alla guerra dello Yom Kippur), parlano ipocritamente di "salvaguardia dei civili". Eppure la Coalizione degli imbecilli guerrafondai sta salvaguardando un contro governo di ribelli, armati e finanziati per sostituire Gheddafi, ossia l'uomo al quale il nostro Premier solo qualche mese fa baciava la mano manco fosse il Santo Padre.

Dinanzi a questa aberrazione dell'ipocrisia, a questo uso strumentale dei "diritti umani" per accaparrarsi il petrolio e il gas libico, finora venduto a condizioni sfavorevoli per le grandi major dell'Oil & Gas, ma mediamente buone per l'italiana Eni, è vergognoso che la Chiesa non parli. La Chiesa vede l'ipocrisia, non può non vederla. Vede la diffusione di missili e bombe dai costi esorbitanti, vede la rapacità del potere politico delle elites che dominano i nostri Paesi pseudo-democratici, ma non ha la forza o il coraggio di parlare chiaro? Possibile che nessuno, tranne sporadiche voci, abbia il coraggio di dire che questa è una guerra ingiusta, illegale, pretestuosa e soprattutto pericolosa?

Anche in Ruanda c'era una emergenza umanitaria nel 1993 ma l'intero mondo lasciò Hutu e Tutsi a scannarsi per un mese intero e alla fine i morti superavano il milione e mezzo. Ma allora né l'Onu, né la Nato intervennero.

Se neppure la Chiesa crede alla pace, chi ci aiuterà mentre le fosche nubi delle catastrofi naturali, nucleari e della guerra si addensano all'orizzonte della nostra decadente umanità? Ha ragione padre Scalese, non ci resta che pregare! Intanto leggiamo cosa afferma il Vescovo di Tripoli: "E' assolutamente necessaria una pausa di riflessione in Libia dopo tre giorni di bombardamenti. Un vortice di violenza si e' impadronito dei Grandi della terra, serve una tregua che consenta di esplorare ogni possibile strada negoziale. Le bombe non risolvono i problemi. E l'Italia puo' ancora fare un passo indietro, un gesto di riconciliazione. E' ancora in tempo".

DALLA CENTRALE ELETTRICA ALLA CHIESA PARROCCHIALE: LA FOLLIA DELLA CEI NON HA LIMITI!


San Corbiniano all'Infernetto: mai nomen fu più omen!

di Francesco Colafemmina

Il crisma della consacrazione papale ha consacrato alla gloria, domenica scorsa, la chiesa di San Corbiniano all'Infernetto, nella periferia romana. Come potete vedere si tratta di un complesso cervellotico, ricco di angoli acuti e spigoli puntuti, un po' come gli oggetti di design realizzati dal venerabile architetto che l'ha progettata, Umberto Riva.
Come al solito la mia non vuol essere una critica all'architetto che, malgrado la sua incompetenza in materia d'architettura sacra, esercita egregiamente e con successo la sua professione. Credo piuttosto che i veri colpevoli di questa ennesima bruttura siano i committenti, e quindi il Vicariatus Urbis e la CEI.

Ormai i fedeli non possono far altro che assuefarsi al brutto, una assuefazione che nondimeno finisce per tradursi in detrimento per la loro fede, ormai abituata a rafforzarsi in luoghi alieni dalla tradizione della Chiesa cattolica, freddi, spogli, aniconici, privi di riferimenti formali all'appartenenza e all'identità della Chiesa, dunque superflui come dei funghi che spuntino in un praterello innaffiato da poco. E potenzialmente velenosi!

La massima ipocrisia - ormai una vera e propria dote del clero nostrano - sta poi nell'aver cambiato nome, in itinere, a questa parrocchia, onde auspicarne la consacrazione da parte del Santo Padre. La parrocchia era infatti denominata San Guglielmo, almeno fino al 2008. E la parrocchia nasce nel 1999. Nel 2002 viene acquistato il terreno per l'edificazione della nuova chiesa ma, pensate un po', dopo sei anni viene chiesto il cambio di titolo della parrocchia, un cambio motivato certamente dalla volontà di coinvolgere il Santo Padre. Questo cambio, secondo il parroco, fu richiesto "dalla Santa Sede", ma non c'è bisogno d'esser maliziosi per ritenere che sia stato richiesto solo dal Vicariato. D'altronde vi sono stati vantaggi evidenti: un gemellaggio con Monaco di Baviera che ha fruttato un 200.000 euro di offerte (almeno fino al 2009). Per questo alla celebrazione ha partecipato anche il cardinale Arcivescov di Monaco, Marx.

Ma la chiesa com'è? E' brutta, indiscutibilmente brutta. E non si tratta di canoni estetici e raffinate disquisizioni di stile: è evidente anche ai ciechi che quella chiesa è una semplice colata lavica di cemento. Nonostante i leziosi giochi di luci ed ombre, i piani inclinati, le estrose esibizioni di una architettura frammentata e anti-organica, è chiaro che quell'ammasso di cemento tutto può essere fuorché una chiesa. E sorvolo sull'anticattolicesimo del vuoto interno, quell'aspetto a metà fra locale ospedaliero e aeroporto futuristico, ma anche centro commerciale di periferia e impianto da sala da bowling: togliete le sedi dei celebranti, aggiungete qualche luce e mettete le corsie per lanciare le palle sui birilli...

Ricapitolando:

Responsabili? Mons. Ernesto Mandara, vescovo ausiliare di Roma e segretario dell’Opera Romana per la Preservazione della fede e la provvista di nuove chiese presso il vicariato di Roma (ma ci prendono in giro?).

Costo? Non si sa. Sarebbe opportuno, trattandosi di soldi dei fedeli e della CEI, quindi soldi di tutti i cattolici italiani che versano l'8 per mille, che la CEI pubblichi un albo (piuttosto nigro) con l'elenco delle spese per la costruzione di questi edifici insulsi e deprimenti. Specialmente agli abitanti dell'Infernetto la CEI dovrebbe rendere conto dei milioni buttati per costruire questo enorme ammasso di cemento, tenendo conto che in zona non c'è nè un pronto soccorso, nè una caserma dei carabinieri, e non esiste nemmeno una illuminazione pubblica adeguata. E' logico che queste siano carenze dello Stato, ma l'esibizione di grandiosità, attraverso lo sperpero di denari dei cittadini per edificare enormi chiese vuote, non è certo un metodo di testimonianza cristiana, bensì piuttosto una forma di colonizzazione edilizia delle periferie.

Operazioni di Marketing? Si cambia il nome alla parrocchia per invitare poi il Papa a consacrare la nuova chiesa che, essendo orribile, ha bisogno di essere consacrata dal Papa per tappare le bocche ai critici rispondendo previamente: "ma come? l'ha consacrata il Papa!" Il metodo San Giovanni Rotondo funziona sempre!


U.Riva - Centrale termoelettrica di Termoli (copyright Scandurrastudio)

Abilità dell'architetto? Grande! Ma avremmo preferito vedere un'altra centrale termoelettrica come quella di Termoli adattata architettonicamente da Riva, al posto di una chiesa adattata a centrale termoelettrica!

giovedì 17 marzo 2011

PERCHE' - DA CATTOLICO - NON FESTEGGIO L'UNITA' D'ITALIA


di Francesco Colafemmina

Non sono borbonico o neo borbonico, non appartengo a conventicole di insorgenti, non ho sposato l'ideologia neoceltica della Lega Nord e non striscio neppure nelle anticamere degli Episcopi italiani. Sono un uomo del sud, un Appulo, un epigono sbiadito dei miei progenitori che hanno vissuto per secoli nella terra che guarda alla Grecia, che si affaccia sull'Epiro, terra che custodisce una storia troppo complessa e sovrabbondante per poter essere compressa nei sussidi scolastici. E da semplice cittadino del sud, cittadino pugliese, io non festeggio l'unità d'Italia, questa festa ipocrita e ignobile, nata dall'orrenda affezione dei politici agli anniversari.
Vi snocciolo quindi qualche ragione per la quale su questa festa preferisco stendere un velo nero, luttuoso, di tenebra.

1. La storia

La storia la fanno i vincitori, così ripete l'adagio. Ma da sempre inebetiti dall'adagio sembriamo non trarne mai le conseguenze logiche: la storia raccontata dal vincitore è falsa e puzza d'inganno. Così è stato anche per la storia di questa Unità d'Italia. Non riconoscerlo sarebbe da sciocchi. Il Sud fu invaso da una banda di manigoldi, armati dalla massoneria britannica, e si arrese dinanzi alla corruzione del regno Sabaudo (si veda l'esempio di Liborio Romano). Poi sopraggiunse l'esercito nordico che sradicò le sacche di resistenza inventando il brigantaggio, o meglio ampliando la fenomenologia di quest'ultimo e identificando come briganti donne, bambini, vecchi, e uomini nobili e coraggiosi che nell'esercito di Sua Maestà vedevano solo l'invasore sgradito e arrogante, con gli occhi iniettati di sangue e le mani rapaci di denaro. E lo stato unitario fu completato dalle razzie ai danni della Chiesa Cattolica, fu il primo fenomeno di anticattolicesimo in Italia, una vera e propria rivoluzione che decentrò la fede dai luoghi abitati, che sostituì conventi ed episcopi con Municipi e scuole elementari. E fu in queste scuole che cominciò ad essere inculcata al neo costituito popolo la "storia" dell'epopea risorgimentale. Storia falsa, ipocrita, ideologica, para-religiosa. Storia che confondeva la voglia di libertà delle regioni del nord occupate dallo straniero austriaco, con la voglia d'unità di una nazione divisa da secoli.
Oggi non possiamo essere nostalgici, non possiamo dire "ma se fosse andata diversamente", "se i Savoia avessero perso"... Non ha senso. Ma ha senso, fuori dalla retorica del XIX secolo e fuori dalle ipocrisie del XX secolo, guardarsi in faccia e dirsi la verità. Fu storia di guerra, di sangue, di violenza, di ruberie e di sguaiate bestialità. Ecco perché l'unità va rifondata, va letta in un altro modo, va ricreata nel presente, se proprio vogliamo fare i conti col passato.

2. La Chiesa

La Chiesa allineata al potere e sempre pronta ad elemosinare elargizioni, visibilità, scambi di interesse. Questa Chiesa così sbiadita, dove le tonache e le mozzette non si distinguono dai doppiopetti e dalle cravatte dei nostri ancor più sbiaditi politici, non poteva non festeggiare i 150 anni dall'unità d'Italia. Non poteva non partecipare alla spartizione di fondi messi a disposizione dal Governo per celebrare il nulla, per celebrare quei giorni che furono per essa i più penosi, giorni del più florido anticlericalismo, giorni mazziniani e luciferini. E' anche l'atteggiamento immemore e rapace di questa Chiesa ipocrita e revisionista che m'induce ancor più a non festeggiare questa festa orrenda, carica di menzogne, e oscurantista, capace di coprire innumerevoli verità.

3. La cultura perduta

Secoli di patrimonio culturale regionale e tradizionale attendono ancora d'esser riscoperti specie in questo nostro Sud che dell'Italia unita è sempre stato l'appendice e la riserva operaia. Questo Sud umiliato costantemente dai suoi politici fanfaroni e tronfi, dai suoi complessi d'inferiorità generati dall'imposizione di una lingua non sua, di istituzioni che non gli erano proprie, di un'arretratezza industriale, logistica, culturale, che fu voluta e costruita negli anni dai potenti vincitori della guerra d'unificazione. E questa cultura del sud, fatta di tanti piccoli tasselli avrebbe potuto comporre un mirabile mosaico nell'unità, ma è stata invece oppressa, negata, calpestata, in nome dell'eletta e sopraffina cultura del vincitore che creò la scuola e la leva obbligatoria. Leva dalle cui viscere sarebbero emersi centinaia di migliaia di cadaveri cinquant'anni dopo la sospirata unità, mentre dalle viscere del Sud esondava la massa di emigranti sospinti via dalla loro terra da un tragico destino. E' per la cultura omessa e sottomessa, per quella cultura che ho dovuto scoprire nella sua ricchezza e freschezza senza alcun ausilio scolastico, che ho dovuto dissotterrare dal cimitero nel quale i "padri fondatori" l'avevan sepolta, è per la vigoria del dialetto meridionale, delle nostre tradizioni contadine, della nostra arte, della grandiosa semplicità del nostro popolo, è anche per questa ragione che non festeggio l'unità d'Italia.

4. La memoria dei vinti

La galoppante ipocrisia italiota, questa virtù dei deboli che sembra appartenere al popolo nato dalle alchimie di una cricca di massoni e finanzieri, trionfa sommamente nella negletta memoria dei vinti. Ci si sofferma per un istante su quelle vittime, quei martiri a dire il vero, come fossero uno scomodo ostacolo alla festa, alla celebrazione, al clima di suburra che sembra accompagnare da decenni le tipiche pagliacciate governative nostrane. Si passa sui cadaveri che hanno fatto questa storia e talvolta si ha il coraggio belluino di negarli quei morti, di numerarli nella parte avversa. E invece no, fino a quando questa nazione non avrà il coraggio di contare ed onorare quei morti che lottarono per difendere la loro identità regionale, la loro fede cattolica romana, il loro re, la loro terra, dall'aggressore sabaudo, dai socialisti garibaldini, dai lanzichenecchi del nord, non si potrà commemorare alcun anniversario. Sarà solo anniversario dell'ipocrisia e dell'interesse. E sarà forse solo un caso se lo stigma del vinto è il suo nobile onore, un onore che non viene mai a patti col denaro né tantomeno col potere, ma vive della sua indiscussa nobiltà.



martedì 15 marzo 2011

ESCATOLOGIA RAZIONALISTA E DIVINA MISERICORDIA

Miniatura dall'Apocalisse di Bamberga - XI secolo

di Francesco Colafemmina

Sono numerosi gli uomini di Chiesa che non credono più alla natura oggettiva, storica, reale della Parusia, del ritorno del Signore nel giorno del Giudizio. O forse si tratta di uomini che, nonostante vi credano ancora, non trovano la forza per affermare ciò che di "spiacevole" e "duro" è contenuto nell'annuncio di Cristo e preferiscono avvolgerlo nella patina del razionalismo per annientarne la durezza e scioglierla in vacuo irenismo.
E' questo un dato disperante che priva così i cattolici del riferimento finale nell'arco della storia cristiana. Se l'anno zero è quello in cui Cristo è venuto nel mondo, l'anno in cui si compiranno i tempi sarà quello in cui Egli ritornerà come Giudice. E da nessuna parte è scritto che questo ritorno sarà qualcosa di soggettivo, uno stato della coscienza che deve aspirare all'incontro con Cristo, né tantomeno qualcosa di simbolico, una evocazione della salvezza sospirata dall'uomo.

Il cuore dell'annuncio escatologico di Cristo è espresso con la massima chiarezza nel capitolo 24 del Vangelo di Matteo. Rileggiamolo con calma:

"Mentre Gesù, uscito dal tempio, se ne andava, gli si avvicinarono i suoi discepoli per fargli osservare le costruzioni del tempio. Gesù disse loro: "Vedete tutte queste cose? In verità vi dico, non resterà qui pietra su pietra che non venga diroccata".
Sedutosi poi sul monte degli Ulivi, i suoi discepoli gli si avvicinarono e, in disparte, gli dissero: "Dicci quando accadranno queste cose, e quale sarà il segno della tua venuta e della fine del mondo".
Gesù rispose: "Guardate che nessuno vi inganni; molti verranno nel mio nome, dicendo: Io sono il Cristo, e trarranno molti in inganno. Sentirete poi parlare di guerre e di rumori di guerre. Guardate di non allarmarvi; è necessario che tutto questo avvenga, ma non è ancora la fine. Si solleverà popolo contro popolo e regno contro regno; vi saranno carestie e terremoti in vari luoghi; ma tutto questo è solo l'inizio dei dolori. Allora vi consegneranno ai supplizi e vi uccideranno, e sarete odiati da tutti i popoli a causa del mio nome. Molti ne resteranno scandalizzati, ed essi si tradiranno e odieranno a vicenda. Sorgeranno molti falsi profeti e inganneranno molti; per il dilagare dell'iniquità, l'amore di molti si raffredderà. Ma chi persevererà sino alla fine, sarà salvato. Frattanto questo vangelo del regno sarà annunziato in tutto il mondo, perché ne sia resa testimonianza a tutte le genti; e allora verrà la fine.

Quando dunque vedrete l'abominio della desolazione, di cui parlò il profeta Daniele, stare nel luogo santo - chi legge comprenda -, allora quelli che sono in Giudea fuggano ai monti, chi si trova sulla terrazza non scenda a prendere la roba di casa, e chi si trova nel campo non torni indietro a prendersi il mantello. Guai alle donne incinte e a quelle che allatteranno in quei giorni. Pregate perché la vostra fuga non accada d'inverno o di sabato.
Poiché vi sarà allora una tribolazione grande, quale mai avvenne dall'inizio del mondo fino a ora, né mai più ci sarà. E se quei giorni non fossero abbreviati, nessun vivente si salverebbe; ma a causa degli eletti quei giorni saranno abbreviati. Allora se qualcuno vi dirà: Ecco, il Cristo è qui, o: È là, non ci credete. Sorgeranno infatti falsi cristi e falsi profeti e faranno grandi portenti e miracoli, così da indurre in errore, se possibile, anche gli eletti. Ecco, io ve l'ho predetto.
Se dunque vi diranno: Ecco, è nel deserto, non ci andate; o: È in casa, non ci credete. Come la folgore viene da oriente e brilla fino a occidente, così sarà la venuta del Figlio dell'uomo. Dovunque sarà il cadavere, ivi si raduneranno gli avvoltoi.

Subito dopo la tribolazione di quei giorni,
il sole si oscurerà, la luna non darà più la sua luce,
gli astri cadranno dal cielo
e le potenze dei cieli saranno sconvolte.

Allora comparirà nel cielo il segno del Figlio dell'uomo e allora si batteranno il petto tutte le tribù della terra, e vedranno il Figlio dell'uomo venire sopra le nubi del cielo con grande potenza e gloria. Egli manderà i suoi angeli con una grande tromba e raduneranno tutti i suoi eletti dai quattro venti, da un estremo all'altro dei cieli.
Dal fico poi imparate la parabola: quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l'estate è vicina. Così anche voi, quando vedrete tutte queste cose, sappiate che Egli è proprio alle porte. In verità vi dico: non passerà questa generazione prima che tutto questo accada. Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno.
Quanto a quel giorno e a quell'ora, però, nessuno lo sa, neanche gli angeli del cielo e neppure il Figlio, ma solo il Padre.
Come fu ai giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell'uomo. Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e marito, fino a quando Noè entrò nell'arca, e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e inghiottì tutti, così sarà anche alla venuta del Figlio dell'uomo. Allora due uomini saranno nel campo: uno sarà preso e l'altro lasciato. Due donne macineranno alla mola: una sarà presa e l'altra lasciata.
Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Questo considerate: se il padrone di casa sapesse in quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi state pronti, perché nell'ora che non immaginate, il Figlio dell'uomo verrà.
Qual è dunque il servo fidato e prudente che il padrone ha preposto ai suoi domestici con l'incarico di dar loro il cibo al tempo dovuto? Beato quel servo che il padrone al suo ritorno troverà ad agire così! In verità vi dico: gli affiderà l'amministrazione di tutti i suoi beni. Ma se questo servo malvagio dicesse in cuor suo: Il mio padrone tarda a venire, e cominciasse a percuotere i suoi compagni e a bere e a mangiare con gli ubriaconi, arriverà il padrone quando il servo non se l'aspetta e nell'ora che non sa, lo punirà con rigore e gli infliggerà la sorte che gli ipocriti si meritano: e là sarà pianto e stridore di denti."

Queste parole le ricordino tutti coloro che con i mezzi potenti della comunicazione e per mezzo della loro autorità, propagano il razionalismo ermeneutico e scindono l'oggettività dalla soggettività e innalzano questa a norma ermeneutica di ogni brano evangelico e dissolvono infine la forza dell'interazione di Cristo con la storia umana, la forza del Suo dare origine e termine alla storia umana, in una mera tensione spirituale. Così l'escatologia finisce per diventare tensione costante a Cristo nell'hic et nunc, in quanto mera dimensione soggettiva e a-storica del fedele. Il che non può certo mancare, perché tendere a Cristo è il vero fine della nostra esistenza. Ma non è questo il cuore dell'annuncio escatologico. Non è il fine ultimo, il termine, della storia che avverrà un giorno, giorno nel quale sarà instaurato il regno di Dio. E' solo un irenismo razionalista che allontana l'uomo dalla consapevolezza della pienezza dei tempi e della coppa dell'ira di Dio.

Matteo 25, 31-33:

"Quando il Figlio dell'uomo verrà nella sua gloria con tutti i santi angeli, allora si siederà sul trono della sua gloria. E tutte le genti saranno radunate davanti a lui; ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri. E metterà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra."

Vorrei, a questo punto, con un pensiero al Giappone, ricordare le parole di Gesù a Santa Maria Faustina Kowalska (p.848 del Diario - Secondo Quaderno):

"Scrivi queste parole, figlia Mia, parla al mondo della Mia Misericordia. Che conosca tutta l'umanità la Mia insondabile Misericordia. Questo è un segno per gli ultimi tempi, dopo i quali arriverà il giorno della giustizia. Fintanto che c'è tempo ricorrano alla sorgente della Mia Misericordia, approfittino del Sangue e Acqua che scaturisce per loro."

Commenta Santa Faustina: "O anime umane, dove troverete riparo nel giorno dell'ira di Dio? Accorrete ora alla sorgente della Misericordia di Dio."

Affidiamoci dunque alla misericordia di Dio!

giovedì 10 marzo 2011

CRONACHE DALLA CHIESA CA...OTICA STATUNITENSE - III Parte


Mario Botta - San Francisco MOMA

di Francesco Colafemmina

A San Francisco, dopo essere andato a Messa dai Domenicani (St. Dominic Church), sono passato a vedere il SF Moma realizzato da Mario Botta. Prima di svelarvi l'impressione che mi ha fatto l'edificio dell'architetto svizzero, mi soffermerò sulla santa Messa.

A parte applausi e canzonette che, per carità, dalla provincia pugliese fino alla west coast trovano sempre ampia diffusione nelle liturgie cattoliche, ciò che mi ha sommamente sorpreso è stato vedere, al momento della comunione, il presbiterio rigurgitare di ministri straordinari della comunione, almeno una decina, armati di calici e pissidi. In sostanza sono loro a distribuire il Corpo di Cristo, ma anche il Sangue, essendo consuetudine di quella diocesi amministrare la comunione sotto entrambe le specie. Sarà, ma questo sa fin troppo di protestante... E lo dico nonostante l'IGMR varato da Giovanni Paolo II consenta agli ordinari del luogo di stabilire se è il caso di amministrare la comunione in questo modo...

Dietro la colonna un ministro (stra)ordinario della comunione con il calice in mano!

D'altronde di cosa stupirsi? In questa chiesa alle 17.30 si celebra persino una "contemporary mass" ossia una messa "aggiornata" con batteria e chitarre, e ammirevoli canti... affatto in linea con la tradizione della Chiesa cattolica, ma perfettamente intonata con le pseudo-liturgie evangeliche...

Come dicevo, però, dopo la Messa, ho voluto dare uno sguardo al Moma di San Francisco, mirabile opera dell'architetto Mario Botta. Ma cosa ci ho trovato? Molto semplicemente una replica combinata di tante altre opere di Botta: assemblaggi geometrici che somigliano ai lego, anzi no, ai duplo ossia quei lego per bambini più piccoli fatti di grossi mattoncini tozzi e ingombranti che da piccolo mi facevano disperare perché non ci potevi costruire un bel niente...

Cattedrale di Evry

Cantina Petra

Chiesa di Seriate

Chiesa alpina - Mogno

Ebbene, Botta, è attualmente impegnato in un altro obbrobrioso progetto a Sambuceto (in provincia di Chieti). Ne avevo già parlato in questo post.

Renders progettuali della chiesa di San Rocco a Sambuceto





Oggi siamo vicini alla posa della prima pietra, ma guardate che grande creatività promana da questa specie di cubo sghembo che par conficcato nel terreno dalla mano di un bambino ribelle cui è mancata una cura di schiaffi paterni. La colpa non è del povero Botta che ricicla le sue forme ora cubiche ora cilindriche attraverso decine di composizioni diverse, la colpa è e resta della Chiesa Ca...otica, della Conferenza Episcopale Italiana e del Vescovo Bruno Forte. Ma chi ha omesso di correggere i Vescovi promotori di questi scempi architettonici è la Santa Sede, sono i dicasteri Vaticani che avrebbero dovuto vegliare già da molti anni sullo sviluppo di una nuova architettura chiesastica, evitando di produrre Vescovi e architetti che costellano il nostro territorio di opere architettoniche indecenti, comportandosi al pari di quel bimbetto capriccioso descritto da Dino Buzzati nel suo racconto "il Tiranno".


E dire che per costruire delle degne chiese cattoliche basta poco. Basterebbe, ad esempio, seguire il modello della chiesa di Santo Stefano Protomartire a Sacramento (in California). E' stato qui infatti che il mio viaggio statunitense è sembrato assumere un significato inatteso. Dopo aver postato la prima parte delle mie cronache, un po' stomacato anche dalla cattedrale di Sacramento, con tanto di fontana-battistero in azione (così mentre ci si raccoglie in preghiera lo sciacquio dell'acqua ti ricorda di essere in un centro commerciale), il caro lettore Bedwere mi ha consigliato di recarmi dalla Fraternità San Pietro proprio a Sacramento.


Due ore dopo aver letto il suo commento ero proprio lì, a seguire la messa gregoriana. Chiesa piccola, ma ordinata, apparentemente semplice, ma ben decorata, con una trentina di fedeli devotissimi e molte donne velate. Terminata la Messa ho voluto salutare il giovane sacerdote, Padre Matt McNeely. Radiante per aver conosciuto un italiano che si è voluto recare fino alle propaggini della città per la Messa della F.S.S.P., padre Matt mi ha rivelato che la sua chiesa era in realtà una chiesa luterana, trasformata in chiesa cattolica. Ecco perché dall'esterno sembrava troppo squadrata... ma non c'è che dire! All'interno ha tutto l'aspetto di un'autentica chiesa cattolica: complimenti a padre Matt e ai suoi numerosi parrocchiani (quasi 1000)!


sabato 5 marzo 2011

CRONACHE DALLA CHIESA CA...OTICA STATUNITENSE - II Parte



di Francesco Colafemmina

Appena entrato nella Cattedrale di San Francisco un brivido mi è corso sulla schiena... La chiesa è orrenda da fuori, ma tremenda dentro...


L'altare è sormontato da una sottospecie di ciborio fatto di una pioggia di asticelle trasparenti a mo' di quei capelli d'angelo che un tempo si usavano per addobbare gli alberi di Natale. In realtà dovrebbero rappresentare "una pioggia che dal cielo scende sull'altare".


E che dire del Tabernacolo? Nell'angolo sinistro del fondo della chiesa si staglia una sorta di mausoleo marmoreo, all'interno del quale si apre una teca con due pannelli dorati laterali e uno strano dipinto al centro. Sui pannelli laterali sono raffigurate sagome di monaci senza volto, mentre il dipinto centrale raffigura un'astratta clessidra di luce dagli psichedelici colori... Lì, badate bene, si custodisce il Corpo di Cristo! Ad ogni modo il dipinto è opera di una certa Kathleen Kligore e, stando alla guida della cattedrale, "l'opera echeggia i colori delle finestre di vetro colorato e le forme che dominano la cattedrale" (sic!). I pannelli di legno rivestito di bronzo sono invece opera di tal Peter Traphagen: "una interpretazione moderna di antichi simboli cattolici" (sic!).

Il bello è che appena a sinistra del Tabernacolo si apre una grande vetrata trasparente che dà sull'esterno della chiesa e, francamente vi confesso, che essendo insopportabile quell'ambiente cupo e senz'anima, non si può far altro che guardare all'esterno, per cercare in un briciolo di natura la bellezza del creato e dell'opera di Dio...



E quale meraviglia nello scorgere, a poca distanza da questa chiesa orrenda un'altra chiesa, dalle forme tradizionali, più piccola, ma certamente degna d'esser chiamata casa del Signore! Peccato si tratti della chiesa Episcopaliana... ma ciononostante resta sempre più bella di quella nella quale mi trovo, così, penso, anche i Cattolici riescono a superare i Protestanti, sono più "aggiornati" di loro, almeno architettonicamente parlando...

Ma anche a proposito di scultura, non si può certo dire che quelle presenti nella cattedrale di San Francisco siano sculture "tradizionali". Basta guardare le immagini dell'improbabile via crucis, tutte all'insegna di un espressionismo lacerante e talvolta insensato, come nel caso di questa immagine di Cristo crocifisso, su una croce a forma di T messa di traverso.


E che dire di questa Crocifissione, al lato destro del portale d'ingresso, con un Cristo dal volto e dallo sguardo a dir poco mefistofelico? Si tratta di un'opera dello scultore Mario Rudelli, attivo peraltro anche in alcune chiese italiane.


Ed eccoci infine giunti alla grande vetrata che si staglia sul portale d'ingresso e che, vista dall'interno dà l'impressione di essere una sorta di apoteosi dell'uomo. Cristo non ha nulla di divino nell'immagine della vetrata, sia osservata dall'esterno che dall'interno. E' un semplice uomo adorato da tanti altri uomini... La croce non c'è, i simboli della Sua divinità sono scomparsi... Viene qui pienamente realizzato quell'antropocentrismo tipico delle chiese contemporanee e dell'intero modus vivendi del cattolico adulto che ama Cristo ma non ama l'adorazione sottomessa di Dio, pretende di comunicare col divino "da pari a pari".


Proprio in prossimità dell'uscita, mentre ormai sono pronto a dirigermi verso la chiesa dei Domenicani ecco una sorpresa scioccante:


Se comprendete l'inglese potete quindi capire il mio stupore: questa sottospecie di Cattedrale costa la bellezza di 5.500 dollari al dì! Costi di manutenzione, spese di illuminazione e via dicendo, ammonterebbero a quasi 4.000 euro. Al che mi pongo 3 domande:

1. Come fanno a spendere tutti questi soldi quotidianamente?
2. Dove li trovano tutti questi soldi? E soprattutto a cosa li sottraggono (penso semplicemente a quante opere di carità vengono trascurate per servire questo monumento all'orrido e all'uomo)?
3. Perché, soprattutto, hanno costruito una schifezza simile, che sarà costata svariati milioni di dollari e continua a costare una cifra pazzesca ancora oggi (parliamo di circa 1,4 Milioni di Euro all'anno!!!)?

Ebbene, per rispondere bisogna partire dalla 3a domanda e dalla storia dell'edificazione di questa cattedrale. Correva il fatidico anno 1962, quando, la notte del 7 settembre, i Vigili del Fuoco di San Francisco furono chiamati a spegnere l'incendio scoppiato nella Cattedrale neogotica edificata nel 1891 (a dire il vero un po' eclettica, come quella cattolica di Westminster a Londra).


L'incendio fu presto domato, ma l'opportunità di costruire una nuova chiesa doveva essere troppo presente alla mente di Mons. Thomas McGucken (nominato Arcivescovo della città da meno di 6 mesi) per non sfruttare la ghiotta occasione. Così l'Arcivescovo fece demolire la cattedrale semidistrutta dall'incendio... Semidistrutta ma ancora intatta nella sua struttura esterna, come è possibile vedere da questa foto dell'epoca che sono riuscito a recuperare (la foto è per la precisione del 16 settembre 1962):


Così, l'ideologia vaticanosecondista, già troppo presente alla mente dell'Arcivescovo e della "società civile" fece in modo che progetti "tradizionali" fossero scartati in anticipo. E nel giugno del 1963 il San Francisco Chronicle scrisse: "la Cattedrale deve e può essere un grande edificio in ogni senso di grandezza, solo se la chiesa e la città insieme faranno il loro meglio nello sfruttare questa tremenda opportunità... la Cattedrale deve appartenere al suo popolo e al suo luogo, ma anche al mondo. Deve esprimere l'unicità di varie cose, come anche il loro ineffabile mistero." Frasi vuote, ma tipiche della retorica ideologica dei novatores... Il progetto fu dunque affidato all'architetto Pietro Belluschi, della Scuola di Architettura del Massachussetts Institute of Technology. All'opera collaborerà anche l'architetto Luigi Nervi, impegnato in quegli anni alla realizzazione della famosa (e orribile - opinione personale) Aula Paolo VI...

Non sarà dunque un caso se la guida al pellegrino della Cattedrale si apre con queste parole: "Santa Maria non somiglia ad una chiesa tradizionale, perché incorpora il messaggio del Concilio Vaticano II: piena e attiva partecipazione del laicato nel vivere la propria fede; liturgie celebrate nella lingua vernacola; il prete rivolto alla congregazione; e la congregazione esercitante ruoli attivi nelle celebrazioni liturgiche. Questi aspetti infatti rappresentano il recupero delle più antiche tradizioni del Culto Cattolico. Perciò la cattedrale ricombina forme tradizionali in maniera contemporanea."

Eccovi sfornato il pensiero dominante dell'ideologia vaticanosecondista in fatto di architettura chiesastica e liturgia. Visto che recentemente anche il Cardinal Canizares ci ha fatto sapere che anche la "riforma della riforma" (messa definitivamente in soffitta dopo il polverone mediatico degli pedofili usato come una sorta di arma ricattatoria rivolta a Benedetto XVI per fargli cambiare rotta...) significherebbe il recupero di una piena aderenza al dettato conciliare in fatto di liturgia, non possiamo non dare ragione ai lungimiranti distruttori della tradizione cattolica che da Roma a San Francisco hanno costellato l'ecumene cattolico di abomini architettonici ributtanti per la maggiorparte dei fedeli, ma ingoiati a forza di ideologia e lavaggi del cervello operati dal clero...


Ciò detto, dopo aver contemplato la lapide che rammenta la visita (e te pareva!) di Giovanni Paolo II in questa cattedrale nel 1987, esco per sempre da questo luogo nel quale non rimetterò mai più piede. Il sole del mattino brilla sul sagrato desolato ed io riprendo a respirare a pieni polmoni sotto il cielo azzurro e terso. Qualche fedele (due o tre in ordine sparso) s'incammina verso la chiesa e forse pensa: "ma questo è scemo? Noi entriamo e lui esce?". Non importa, proseguo e m'inerpico su per la collina, alla ricerca della chiesa di San Domenico e penso, in fondo, alla stupidità degli uomini che hanno realizzato una casa del Signore così orrenda... quanto denaro, quanto cemento, quante energie sprecate... E mi viene in mente il famoso aforisma di Bertrand Russel: "cos'è l'infinito? Pensa all'umana stupidità!".

Fine seconda parte