martedì 31 maggio 2011

DIECI CONSIGLI PER FRONTEGGIARE LA CRISI DELLA CHIESA. CONSIGLIO N.1: RIPRISTINARE I FONDAMENTI



di Francesco Colafemmina

In questi tempi sta diventando sempre più difficile parlare di Chiesa Cattolica, avanzare delle proposte per il rilancio dell'arte e dell'architettura sacra, sensibilizzare i fedeli e il clero al recupero di una spiritualità più autentica ossia specchio della tradizione da cui è scaturita nei secoli e non frutto di speculazioni intellettuali ed ideologiche recenti. E le ragioni di questa difficoltà sono molteplici. Cercherò di riassumerle in pochi chiari concetti:

1. L'indifferenza delle gerarchie: tolti due o tre cardinali altamente sensibili alla tradizione, rispettosi delle indicazioni, meglio delle esortazioni sommesse ma chiare del Santo Padre, il resto del collegio cardinalizio sembra disinteressarsi quasi del tutto a questi aspetti per così dire "formali" del culto cattolico. Al contrario il primario interesse di molti sembra essere legato a una stanca iterazione di ruoli istituzionali: si fanno conferenze, si parla molto di Giovanni Paolo II, si visitano parrocchie, si parla anche a sproposito, si assiste a inaugurazioni, etc. Pochi celebrano apertamente la messa gregoriana, altri sonnecchiano. Altri ancora, con ruoli istituzionali, sembrano non accorgersi che la Chiesa è immersa in una delle crisi più gravi dalla sua fondazione. Questa inazione cardinalizia, sommata alla sordità delle gerarchie vaticane nei riguardi delle indicazioni di Papa Benedetto, agli opportunismi e alle manovre politico-mediatiche, dà l'idea di un gruppo di potere che vive immerso in una realtà parallela. Quando si sveglieranno da questo sonno letargico sarà troppo tardi.

2. La dissoluzione lenta del cattolicesimo nell'azione sociale: possiamo ripetere quanto vogliamo che i valori alla base della nostra società sono cristiani, che i fondamenti della nostra morale sono nel cristianesimo, che le radici culturali della nostra Europa sono cristiane. La realtà però è ben diversa. E' una realtà nella quale la Chiesa è sempre più marginalizzata, costretta ad arretrare e a trasformarsi in patina sottile, in leggero velo con cui coprire la nostra crescente insensibilità religiosa. Le chiese sono sempre più vuote, e anche quando sono piene il pieno non copre il vuoto: vuoto di formazione, di catechesi, di consapevolezza cristiana, vuoto di autentica moralità cattolica etc. Il culto in sè è diventato per molti mera ripetizione di formule, per carità, in lingua volgare, apparentemente comprensibili e segno di partecipazione. Ma pur sempre formule che a stento il 10% dei cattolici praticanti è in grado di spiegare con adeguata fedeltà al catechismo. E in questo contesto di fede apparente, di fede marginale, ossia ancorata solo alla soglia del dolore, della morte, della malattia (si ricorre alla fede laddove il mondo non può fornire sedativi o eccitanti) i sacerdoti annaspano e cercano ogni giorno di inventarsi qualcosa di nuovo: eventi, incontri, rituali partecipativi, convinti che una fede antica, nuda, presa nella sua natura severa e scabra, non persuada più nessuno. E allora si sbizzarriscono e faticano duramente e alle volte sono sul punto di arrendersi. Tutto ciò dipende dalla lenta sostituzione del Cristianesimo col mondo, della spiritualità col materialismo, della fede con la dialettica mondana. E la Chiesa stessa è responsabile di questo repentino passaggio dal soprannaturale al contingente.

3. L'immoralità dei religiosi: convincere dei parrocchiani di un prete gay o pedofilo o drogato che le sue messe, celebrate ipocritamente per anni, fossero valide e che ci si possa ancora fidare della Chiesa credo sia arduo se non impossibile. Ci vuole molta fede da parte loro. E in questo caso non servono i mea culpa da parte della Chiesa, serve azione: basterebbe buttar fuori a pedate da tutti i seminari le legioni di seminaristi omosessuali e apertamente effeminati. Basterebbe censurare tutti quei vescovi che proteggono o hanno protetto questo o quel prete gay, quelli che hanno protetto questo o quel prete pedofilo. Basterebbe defenestrare dal Vaticano i gay conclamati che hanno raggiunto posizioni di riguardo e che all'interno delle mura leonine sono a tutti noti per le loro attenzioni nei confronti dei maschi. Insomma, basterebbe un po' di coerenza. Quella stessa coerenza che viene ampiamente richiesta ai laici, dovrebbero essere i sacerdoti, i Vescovi e i Cardinali a metterla in pratica nella loro azione quotidiana, senza considerarsi nè una casta di eletti, nè i protettori messianici di una organizzazione paramafiosa, ma operando con verità e carità: carità prima di tutto nei confronti dei più deboli ossia dei bambini e dei fedeli, verità poi nei riguardi di se stessi, visto che operano non semplicemente in prima persona, ma nel ruolo di continuatori della fondazione soprannaturale di Cristo.
Ma l'immoralità dei religiosi va ben oltre i confini dello spregiudicato cortile della sessualità, avanza nelle stanze dell'avidità e dei traffici economici, in quella della vanità e della presunzione, della spregiudicatezza e dell'indifferenza.

Alla luce di queste tre criticità l'azione dei laici non asserviti al dogma clericale, non dotati di guinzagli episcopali, non appiattiti sulle posizioni ideologiche di un clero decadente, ma animati da una semplice e accorata consapevolezza dell'attuale crisi della Chiesa, sembra trasformarsi in una sorta di donchisciottesca avventura senza scopo e senza frutto.

Questo però non vuol dire che dobbiamo necessariamente arenarci dinanzi all'evidenza. Piuttosto il nostro impegno dev'essere trasversale e anticonvenzionale: sostenere i buoni sacerdoti e aiutarli ad essere esempio per le comunità cristiane, agevolare la diffusione della spiritualità che promana dalla messa gregoriana, catechizzare chi ci è vicino, indurlo alla riflessione sulle domande ultime dell'uomo e presentargli la risposta cristiana non nel mero contesto della dialettica, ma in quello della mistica, nell'orizzonte altro dell'invisibile. Favorire un superamento delle ideologie criminali sessantottine così diffuse nel clero - anche fra giovani sacerdoti - e nel laicato "attivo e adulto", tutte scaturite dal Marxismo e dall'Hegelismo. Questi compiti sono complessi, ardui, richiedono testimonianza quotidiana, poche parole e molti fatti, molta contemplazione, riflessione, e nessuna crociata ideologica "al contrario". Richiedono soprattutto la nostra coerenza e la coerenza dei sacerdoti legati alla tradizione, perché un nostro, un loro piccolo errore, può sempre mettere in difficoltà il lavoro di tutti. E' un lavoro che parte dal basso, che deve necessariamente ignorare una sorda gerarchia che vive a Nefelococcigia.

Per questa ragione quindi vorrei offrire qualche consiglio ai lettori di Fides et Forma, in quest'opera di rifondazione del Cattolicesimo decadente. Si tratta di 10 piccoli consigli che non hanno particolari pretese, ma che per esperienza personale aiutano moltissimo a crescere nella fede e a ripristinare la perfetta armonia del Cattolicesimo, religione nella quale ogni elemento della nostra esistenza è stretto in un unicum indissolubile.


Consiglio numero 1: Acquistate una copia del Catechismo di San Pio X e leggetela prima in famiglia o personalmente ogni sera, poi donatela al vostro parroco e con gentilezza ma anche fermezza invitatelo a leggerla. Se il parroco vi dice che il Catechismo di San Pio X è antiquato e superato, ricordategli che anche le casule che indossa durante la messa sono state ripescate dal medioevo e buona parte del Novus Ordo si fonda su archeologismi polverosi e antistorici. Chiedetegli di leggerlo senza pregiudizi e senza presunzione: raccontategli piuttosto l'effetto che ha provocato su di voi, e se la vostra testimonianza di fede sarà migliorata allora anche il vostro parroco non potrà non diventare curioso del contenuto di questo potente libretto. I fondamenti chiari, solenni, severi, del Catechismo di San Pio X sono la terra appena arata la cui semina darà certamente buoni frutti.


venerdì 20 maggio 2011

LA STATUA FA SCHIFO MA E' "ARTE CONTEMPORANEA": DICIAMOLO QUINDI SOTTOVOCE!

Giovanni Paolo II modello "orecchio di Dionisio"

di Francesco Colafemmina

In Italia, confessiamolo, siamo molto provinciali. Almeno più provinciali dei nostri cugini francesi che già da un decennio si stanno interrogando sulla vacuità di ciò che si suol definire "arte contemporanea". L'arte contemporanea è un dogma laico inattaccabile. Chi osa criticare il "contemporaneo" è radiato dall'albo degli uomini dotati di senno e lasciato a rantolare in un cantuccio o nel letto del suo presunto rifugio psichiatrico.

Così mi accade di ascoltare da un lato le critiche ufficiali all'opera di Oliviero Rainaldi e di trovarmi, d'altro canto, nel bel mezzo della lettura di un fantastico saggio sull'insignificanza dell' "arte contemporanea" scritto da Jean Philippe Domecq, dal titolo "Misére de l'art". E le reazioni tiepide, opportunistiche, dei vertici del Vaticano sembrano coincidere con quello stereotipo dell'inattaccabilità del contemporaneo tracciato con grande cura da Domecq nel suo saggio.

Nell'arte contemporanea, afferma Domecq, non si può essere nè pro nè contro. Un atteggiamento indifferente verrebbe subito qualificato come una critica e critiche al contemporaneo non se ne possono fare, d'altronde "è proprio dei dogmi, che essi siano profani o sacri, assimilare la critica allo scandalo". E nel caso dell'arte contemporanea parliamo di "una teologia altrettanto allettante di quella da cui Voltaire avrebbe estratto il miele della sua ironia".

Così sull'Osservatore Romano, appare oggi un articolo che è anche un atto di difesa del Cardinal Ravasi e di Francesco Buranelli, coloro che nella Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa hanno dato il placet per l'omino di latta cavo che è stato posizionato davanti alla stazione Termini di Roma: "Quando il bozzetto di quest’opera è stato visto per l’approvazione, presentava una simbologia molto più evidente. Quella che oggi sembra una campana, era infatti un tabarro rosso aperto in modo naturale, come appare in molte suggestive immagini di Giovanni Paolo II."

Praticamente nel bozzetto presentato da Rainaldi il mantello del Papa era rosso, mentre la statua, essendo di bronzo, è "monocroma". Caspita, gran bella differenza "simbolica"! Ma il problema non è costituito dalla "scarsa riconoscibilità" di Giovanni Paolo II in quel testone che tanto ricorda l'uomo della provvidenza?

Giovanni Paolo II alias "l'uomo della provvidenza"

Esercitata così una minima vis critica nei confronti dell'opera rinaldiana, l'Osservatore ci tiene a confermare la sua piena adesione al dogma del contemporaneo: "un merito dell’opera dello scultore Rainaldi è quello di volersi intenzionalmente distaccare dalla classica iconografia papale per calarla nella modernità. La scultura pecca tuttavia di una scarsa riconoscibilità."


- Cardinale su sedia con gambe accavallate -
Opera d'arte contemporanea di artista ignoto
(Musei Vaticani, Collezione d'Arte Contemporanea)

Possibile che l'Osservatore non sia in grado di accorgersi che il "calo nella modernità" non tanto dell'iconografia papale, quanto della forma creativa, dell'espressività artistica, coincide novanta volte su cento con una deformazione dell'oggettività? Possibile che l'Osservatore non sia consapevole dell'intrinseco legame fra "arte contemporanea" e introspezione, fra "arte contemporanea" e linguaggio personale dell'artista? Possibile, in sintesi, che l'Osservatore Romano per non scalfire il dogma del "contemporaneo" debba produrre articoli risibili nei quali finisce per accusare un artista di essere incapace di riprodurre le fattezze di Giovanni Paolo II pur apprezzando la sua adesione al "contemporaneo"?

GP II Ladyhawke pronto a spiccare il volo...

Era stato lo stesso Rainaldi a ribadirlo: "non ho voluto realizzare una statua di sapore ottocentesco, ma una scultura di arte contemporanea".

Come spiegarsi quindi l'articolo dell'Osservatore? Ebbene, è evidente che si tratta di una ritrattazione dettata dal consenso unanime dei semplici, degli esclusi dalle élites culturali e artistiche, che hanno affondato la statua nei loro commenti ilari o indignati. Così anche in Vaticano qualcuno ha avuto il timore di poter essere tacciato di cattivo gusto, ed è dovuto correre ai ripari. Mantenendo naturalmente dei distinguo, perché non è opportuno smarcarsi dall'arte contemporanea! L'arte contemporanea fa figo! L'arte contemporanea è un dogma culturale (così contemporaneo da esser nato più di 50 anni fa...). L'arte contemporanea è elitaria (perché non la capisce nessuno), l'arte contemporanea è quasi esoterica (una manna per gli gnostici!): non va condivisa col popolo. Piuttosto è il popolo che va educato alla sua comprensione. Talvolta questo è possibile, altre volte l'evidenza del brutto è così penetrante che non c'è speranza di indottrinare il popolo, quindi tanto vale assecondarne, cum grano salis, e con una certa spocchiosa affettazione, i gusti ormai démodé.

No, non preoccupatevi e non sconfortatevi, state certi che prima o poi una risata seppellirà anche loro!

giovedì 19 maggio 2011

LA STATUA DI GIOVANNI PAOLO II A ROMA: UNA RISATA LA SEPPELLIRA'...


di Francesco Colafemmina

Che l'opera di Oliviero Rainaldi sia una cagata pazzesca lo hanno capito in molti. Peccato che non l'abbiano ancora capito prelati e funzionari del Comune di Roma. L'opera, una delle tante dedicate al Papa "Santo Subito" dal Rainaldi, è tuttavia un dono, sì, un dono al Comune di Roma da parte di una fondazione. Quale? Beh... come si suol dire "a caval donato non si guarda in bocca", figuriamoci dunque ad una fondazione intitolata a Silvana Paolini Angelucci. L'ultimo cognome non vi ricorda forse qualcosa? Mmmm... Spremete le meningi e provate ad andare sul sito della fondazione alla ricerca del nome del Presidente. Quasi impossibile scovarlo, ma alla fine potreste capitare sulla lettera di una parrocchia romana che dalla fondazione ha ricevuto in dono un impianto di riscaldamento e qui salta fuori il nome del presidente: dott. Giampaolo Angelucci.

Ora è tutto chiaro! Il re delle cliniche Giampaolo Angelucci ha donato tramite la fondazione dedicata alla memoria (si presume) di sua madre, una immonda statua di Giovanni Paolo II. Ma come è potuta giungere a Oliviero Rainaldi la commessa di Angelucci?

Uno dei più accesi sostenitori di Rainaldi è il noto Monsignor Vincenzo Paglia (a Terni detto anche Monsignor "Piglia"). D'altronde basta scorrere l'elenco dei premi ricevuti dal Rinaldi per scoprire che buona parte di essi proviene dalla Conferenza Episcopale dell'Umbria...


A Rinaldi, il Vescovo di Terni ha affidato vari lavori nella chiesa di Portoghesi, in quella di San Giovannino e in quella di Santa Maria degli Spiazzi. Paglia si è espresso nel passato in questi termini sull'opera di Rainaldi: "Volentieri mi unisco ai tanti che guardano con attenzione all’impegno artistico di Oliviero. La delicatezza delle forme da lui realizzate nei più svariati materiali è indicativa di una abilità manuale non comune che fa sprigionare dalle sue opere una intensa spiritualità." E ancora: "Le sue caratteristiche artistiche lo rendono particolarmente adatto per una committenza ecclesiastica."

Paglia il missionario con l'ananas in mano...

Complimenti Mons. Paglia, anche lei sarà annoverato nella lista dei grandi esperti ecclesiastici di arte sacra...

Ma veniamo ad Alemanno, o come lo definisce Roberto D'Agostino, Aledanno: "bella e suggestiva: un'opera moderna che come tale stimola e muove la fantasia e ognuno troverà la sua visione giusta dell'opera". Queste le espressioni usate dal Sindaco di Roma.

Alemanno presenta un'opera al Papa: la guarda perplesso, non lo confesserà,
ma non ci ha capito un tubo! Il Papa invece è sotto shock...

Che avesse le idee confuse in merito all'arte religiosa lo si era capito già nel marzo scorso, quando, unito ai Sindaci d'Italia, aveva donato al Santo Padre il magnifico quadro che vedete qui sopra, opera che si intitola "In principio era il Verbo" e che "suggerisce l’incandescente atmosfera della Creazione e con le sue parole dipinte ben si adatta alla destinazione definitiva nella Biblioteca Apostolica Vaticana." Ma pensa!

Ancor più stordito nei giudizi il Cardinal Vallini, il cui gusto estetico è stato anestetizzato dalle celebrazioni eucaristiche kikiane e dalla visione di innumerevoli colate di cemento armato che già il Vicariato si appresta a far scendere sulle periferie romane: "l'autore ha voluto esprimere in maniera originalissima il simbolo della reciproca accoglienza".

Vallini-Alemanno al cinema 5D di Roma... sotto gli occhiali
hanno sempre i prosciutti che gli impediscono di distinguere
uno sgorbio da un'opera d'arte!

Intanto, nonostante le illuminate élites ecclesiastiche, politiche e industriali del nostro Paese siano eccitate dalla visione di quest'opera orrenda, il popolo disapprova. Basta guardare l'esito dei vari sondaggi proposti dai siti di quotidiani online. Naturalmente le élites non possono certo dar retta al giudizio estetico del popolo. Il popolo, la gente semplice non comprende il "valore" di queste cagate perché ha un senso estetico limitato, sottosviluppato, non allenato all'elevazione spirituale verso il surreale, l'aniconico, il deforme...

Sondaggio del Corriere della Sera: risultati alle 12.30 del 19 Maggio

Quando il popolo si ribellerà abbattendo queste opere immonde, protestando apertamente contro l'invasione del brutto e la perversione dell'estetica fondata sull'ordinata rappresentazione del reale?


martedì 17 maggio 2011

"L'INVERNO DELLA CULTURA" DI JEAN CLAIR: L'EROICITA' DI ABRAMO

Orazio Gentileschi - Il Sacrificio di Isacco - 1613


di Francesco Colafemmina

Terminata la lettura de "L'hiver de la culture" se ne ricava un senso di profonda impotenza, ma anche di positiva rabbia, quella rabbia salutare dell'intelletto e dell'anima che si oppongono all'imbecillità di una società degradata e senza direzioni. L'opera affronta numerosi temi: dal futuro del concetto di "museo" (passando per il suo tragico presente), al fallimento dell'arte contemporanea arrotolatasi su se stessa, perpetuamente celebrante un'ideologia priva di contenuti, scatole concettuali prive di opere d'arte, anzi prive della stessa nozione di arte.

Vi avevo già anticipato un forte estratto dedicato alle derive contemporaneistiche della Chiesa Cattolica, sempre più adusa a farsi scivolare addosso il sacrilego culto del deforme e dello scandaloso. Riflessioni che Clair ha rielaborato nella sua prolusione nell'ambito del Cortile dei Gentili a Parigi. Oggi vorrei soffermarmi su un altro punto, attraversando le trame profonde, simboliche e quasi psicanalitiche, della condizione attuale dell'arte.

Clair, ricordando il contrasto che Kierkegaard disegna fra Caino e Abramo, afferma (pp.137-138):

Il sacrificio di Isacco - Sinagoga di Doura-Europos (III sec. d.C.)

"Il sacrificio di Abramo è la base comune delle tre grandi religioni monoteistiche alle quali apparteniamo ancora un po'. Di qui, forse, l'abbondanza e la ricchezza della sua iconografia. La si trova, ed è una stupefacente eccezione nell'aniconismo giudaico, rappresentata negli affreschi della sinagoga di Doura-Europos, come nei mosaici di San Vitale a Ravenna, ma anche nelle molteplici icone bizantine, come nelle innumerevoli miniature persiane nelle quali l'episodio è commentato da versetti in calligrafia corsiva, e così di seguito fino ai capolavori di Rembrandt e Caravaggio. L'arte non si fonda sull'uccisione di Caino, ma sul sacrificio di Abramo.

Mosaico del Sacrificio di Isacco - San Vitale - Ravenna

Pure, il torrente si è prosciugato: l'arte moderna e contemporanea non sembra averlo mai rappresentato, come se il pensiero morale o l'etica moderna si trovassero dinanzi ad un gesto del quale lo 'scandalo' è divenuto poco a poco incomprensibile.

Il Sacrificio di Isacco - Riza-i Abbasi - Manoscritto persiano del XVI secolo

Il passaggio dallo stadio estetico a quello religioso è in effetti un passaggio, così pare oggi, inimmaginabile. La figura centrale delle nostre paure, delle nostre angosce, dei nostri sogni, è ai nostri giorni quella di Edipo, il figlio che uccide il Padre per possedere la Madre.

Caravaggio - Il sacrificio di Isacco - 1603

Ciò che questo omicidio vuol significare è che la trasmissione, la tradizione, l'autorità, secondo il gesto scandaloso e paradossale messo in scena nel sacrificio di Abramo, sono diventate impensabili allo sguardo dell'uomo contemporaneo. Secondo il mito antico di Edipo, conviene respingerle, respingendo per sempre la figura minacciante di una autorità paterna assassina.

Rembrandt - Sacrificio di Isacco - 1635

L'arte moderna si darà da fare, instaurando la tirannia di un novum che non conosce origine alcuna e che, uccidendo il Padre, uccide il patriarca, colui che, secondo l'etimologia, è l'arché, il ponte verso la tradizione che il Padre incarna. L'artista, solo e primo, non suppone di avere genitori. Nato dal nulla e capace di tutto. Caino trionfa su Abramo. Il primo degli assassini è anche il primo degli artisti, nello stesso tempo in cui è il primo fra gli uomini."

Per Clair l'archetipo del Patriarca la cui legge morale può essere solo violata dal comando apparentemente immorale di Dio, costituisce la chiave interpretativa di una estetica calpestata e sostituita nella contemporaneità dalla vera immoralità banale e abietta, per nulla eroica o tragica, di Caino, dell'assassino per eccellenza. Personalmente aggiungerei che sì, Caino è il primo assassino della storia, ma egli è anche il primo invidioso, il primo uomo mosso dall'interesse, il primo uomo che non conosce il timore di Dio e non sa praticare l'adorazione, il gesto gratuito del "rendere grazie". E' in fondo un uomo irreligioso. E tutti questi elementi si concentrano nell'archetipo che costantemente ispira i produttori di arte contemporanea. L'altro paragone essenziale è quello con Edipo, paragone che considero ancor più appropriato, sebbene non vada letto esclusivamente per il parricidio compiuto dal figlio di Laio; Edipo è anche il padre abbandonato, vilipeso, utilitaristicamente avvicinato da Polinice nell'epì Kolonò di Sofocle...

Per comprendere appieno le parole di Clair, vale la pena citare un passo illuminante di Kierkegaard sull'eroicità di Abramo:

"Se l'uomo non avesse una coscienza eterna, se al fondo d'ogni cosa ci fosse solo una potenza selvaggia e ribollente che produce ogni cosa, il grande e il futile, nel turbine d'oscure passioni; se il vuoto senza fondo, che nulla può colmare, si nascondesse sotto le cose, che cosa sarebbe la vita, se non disperazione? Se così non fosse, se non ci fosse alcun sacro legame che unisse gli uomini; se le generazioni si rinnovellassero come le fronde dei boschi, spegnendosi l'una dopo l'altra come il canto degli uccelli nelle foreste; se le generazioni attraversassero il mondo come la nave l'oceano, il vento il deserto, atto cieco e sterile; se l'oblio eterno sempre affamato non trovasse potenza alcuna tanto forte da strappargli la preda per la quale è in agguato, che vanità a che desolazione sarebbe la vita! Ma non è così; come ha creato l'uomo e la donna, Dio ha fatto l'eroe, il poeta o l'oratore. Questi nulla può fare di quel che fa l'altro; può soltanto ammirarlo, amarlo e rallegrarsi di lui. (...) Ci furono uomini grandi per la loro energia, per la saggezza, la speranza o l'amore. Ma Abramo fu il più grande di tutti: grande per l'energia, la cui forza è debolezza, grande per la saggezza il cui segreto è la follia, grande per la speranza la cui forza è demenza, grande per l'amore che è odio di se stesso. Fu per fede che Abramo lasciò il paese dei suoi padri e fu straniero in terra promessa. Lasciò una cosa, la sua ragione terreste, e un'altra ne prese: la fede (...). Abramo, venerabile padre! Secondo padre del genere umano! Tu che per primo hai sperimentato e testimoniato di quella prodigiosa passione che sdegna la lotta terribile contro il furore degli elementi e le forze della creazione che è combattere contro Dio..." (da Timore e Tremore, Elogio di Abramo).

Analogamente, potremmo dire, l'artista che non combatte e non sfida gli elementi e le forze del creato, che non gareggia con Dio e non ignora la Sua esistenza, il Suo essere fondamento dell'esistenza, è simile ad Abramo nella sua fede. Una fede che è anzitutto quella nella realtà del creato, nella verità dell'oggettività cui non si sostituisce un falso mondo dello spirito, che nasce e muore nell'individuo accerchiato dal proprio ego.


sabato 14 maggio 2011

IL B'NAI B'RITH BACCHETTA E RINGRAZIA IL PAPA...


di Francesco Colafemmina

Il B'nai B'rith è una potente organizzazione ebraica. Filantropia e umanitarismo sono i suoi fondamenti. Qualcuno la ritiene una vera e propria massoneria ebraica... Certo, stupisce un po' che questi signori vengano ricevuti in Vaticano in udienza privata dal Santo Padre, ma poi, a ben pensarci, non così tanto.

Ci è noto il messaggio in inglese del Papa che ha invocato su di loro la sua benedizione, un messaggio equilibrato e di circostanza. Meno note le rivendicazioni che i b'nai b'rithiani hanno presentato al Papa e la vera e propria agenda che gli hanno dettato. Leggiamo quindi dal comunicato del B'nai B'rith internazionale:

"A Roma, la delegazione ha incontrato Gianfranco Fini, presidente della Camera dei Deputati italiana e ha in programma di incontrare l'ambasciatore Stefano Stefanini, consulente diplomatico del Presidente Napolitano. Il gruppo ha incontrato il Cardinale Peter Turkson, presidente del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace e incontrerà altri prominenti esponenti del vaticano, fra i quali il Segretario di Stato, Cardinal Tarcisio Bertone; il Cardinal Kurt Koch, presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell'Unità fra i Cristiani e la sua Commissione per gli affari religiosi con gli ebrei; e il Cardinal Jean-Louis Tauran, presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso. (...)."

Veniamo al messaggio:

"La delegazione - guidata dal presidente ad interim del B'nai B'rith International, Allan J. Jacobs e dall'Executive Vice President Daniel S. Mariaschin — ha espresso preoccupazione per il riaccendersi di una violenza senza precedenti nel Medio Oriente e per le sfide che si presentano per Ebrei e Cristiani, inclusa la continua crudele prigionia del 24nne Gilad Shalit."

Domanda n.1: come si può paragonare la violenza contro i Cristiani in Medio Oriente alla cattura di Gilad Shalit, a causa della quale Israele scatenò nel giorno di Santo Stefano del 2008 una orribile guerra contro Gaza (operazione piombo fuso)?

Procediamo...

"Sottolineando il programma nucleare illegale dell'Iran e il suo supporto al terrorismo, i leaders del B'nai B'rith hanno riaffermato il ruolo dell'estremismo politico e religioso nella prevenzione della pace nella regione."

Domanda n.2: cosa c'entra l'Iran? E perché mai una nazione dotata di 300 (si stima) testate nucleari dovrebbe preoccuparsi del programma nucleare civile dell'Iran? E soprattutto, perché raccontare questo al Papa?

"Nelle sue riflessioni a Papa Benedetto, Jacobs ha ringraziato il pontefice per le sue importanti dichiarazioni passate sulla legittimità dello Stato di Israele e sul diritto all'auto-difesa. Jacobs ha anche chiesto al Papa di chiarire che la severa condanna di Israele espressa nel corso dell'Assemblea Speciale per il Medio Oriente nel Sinodo dei Vescovi non riflette l'approccio della Chiesa allo Stato Ebraico (sic!) e che la Chiesa incoraggerà potentemente solo l'equilibrio e l'attenzione nell'affrontare le complessità della regione, mentre dovrà opporsi alle versioni di parte e alle misure che hanno come obbiettivo solo Israele o gli Israeliani. Jacobs ha notato specialmente l'affermazione del pontefice riguardo "la legittima necessità di sicurezza ed auto-difesa" di Israele, e la dichiarazione secondo cui la Santa Sede si unisce "nel ringraziare il Signore che le aspirazioni del popolo Ebraico per una casa nella terra dei suoi padri siano rispettate.""

Notate quindi il tono imperioso, la sgridata che il B'nai B'rith ha rivolto al Papa per le affermazioni del Sinodo dei Vescovi su Israele! Ma andiamo avanti:

"Nelle discussioni con esponenti della Chiesa la delegazione del B'nai B'rith ha notato una serie di punti di controversa nell'impegno fra Cattolici-Ebrei, come la preghiera del Venerdì Santo "per la conversione degli Ebei" nella Messa Tridentina in lingua latina, e il fatto che gli archivi del periodo dell'Olocausto siano ancora chiusi. La delegazione ha anche apprezzato i passi positivi della Chiesa, come la recente riaffermazione del Papa del ripudio della secolare accusa anti-ebraica di "deicidio", e ha preso nota della beatificazione di Papa Giovanni Paolo II, che ha dato priorità all'amicizia con gli Ebrei."

A questo punto cosa dire? Direi che questi incontri al vertice con entità espressione di poteri forti, occulti o manifesti che siano, mi paiono del tutto fuori luogo per il Vicario di Cristo. Purtroppo il Vaticano ha una lunga tradizione di incontri con il B'nai B'rith, tradizione di cui mi sfugge ancora il senso. Specie se ripensiamo alle tante proteste organizzate dal B'nai B'rith contro il Papa e la Chiesa Cattolica per le più disparate ragioni. Ad esempio alla ignominiosa petizione contro la beatificazione di Pio XII lanciata dalla sezione francese del B'nai B'rith... O al giudizio scettico dopo la visita del Papa in Israele...

Eppure questa sussiegosa apertura del Vaticano al B'nai B'rith ha le sue radici nei tempi del Concilio, quando il Cardinal Agostino Bea si dava da fare per redigere il documento "Nostra Aetate", documento che fu redatto grazie all'aiuto, alle pressioni e all'interessamento di Ernst Ludwig Ehrlich, presidente del ramo europeo del B'nai B'rith dal 1961 al 1994!

Ehrlich è stato anche co-presidente della Commissione Svizzera di dialogo ebraico-cristiana, commissione della quale è stato presidente anche l'allora Mons. Kurt Koch, oggi Cardinale e presidente del Pontificio Consiglio per l'Unità dei Cristiani (non a caso incontrato a Roma dalla delegazione del B'nai B'rith). Proprio Koch scriveva nel 2000 che "il giudaismo può esistere senza il cristianesimo, ma quest’ultimo non può in ogni caso vivere senza il giudaismo, come i figli e le figlie non possono vivere senza la loro madre." (Communio, anno 29, marzo/aprile 2000, p.162). Parole forti perché il giudaismo attuale è una cosa, il giudaismo biblico un'altra...

Parole che si riallacciano a quelle di un altro grande esponente del B'nai B'rith, Jules Isaac, altro promotore della Nostra Aetate, che riteneva che Gesù fosse semplicemente un ebreo circonciso che si atteneva alla Thorà e che gli Ebrei non potessero essere responsabili della sua morte e che il suo popolo non lo rinnegò (in propria venit, et sui eum non receperunt!). Isaac incontrò Pio XII e successivamente Giovanni XXIII, da quest'incontro nacque poi la decisione di istituire una commissione per rivedere le posizioni della Chiesa in merito ai rapporti col giudaismo.
D'altronde le stesse parole del Papa, contenute nella seconda parte di Gesù di Nazareth, hanno compiaciuto non poco gli esponenti della massoneria ebraica: "il B'nai B'rith apprezza lo scagionamento degli Ebrei dalla colpa di aver ucciso Cristo". Un apprezzamento che tuttavia si basa sull'interpretazione personale del Papa di un passo scritturale, interpretazione che - per inciso - non è in linea con tutta la tradizione precedente e forza il testo greco del Vangelo di Matteo. Ma lasciamo perdere anche questo aspetto, non si tratta di criticare la Chiesa o gli scritti di Joseph Ratzinger. Molto semplicemente si tratta di mettere in evidenza quella sorta di disagio che si può provare nel vedere il Papa ricevere ad intervalli fissi (nel 2006, nel 2008 e ancor prima con Giovanni Paolo II nel 1984 e nel 1996...) i membri di una organizzazione di laici ebrei che si riuniscono in "logge" e affermano di svolgere attività umanitaria, mentre in realtà si occupano di propaganda politica sionista ed auspicano la creazione di uno "Stato Ebraico" ossia uno stato razziale e confessionale!

Ancor più scioccante è che i membri di una associazione internazionale ebraica possano venire in Vaticano a dettar l'agenda a Papa Ratzinger, ad invitarlo a fare dei distinguo rispetto alle conclusioni del Sinodo dei Vescovi, a ringraziarlo per la beatificazione di Giovanni Paolo II (implicita la condanna di quella di Pio XII che probabilmente mai sarà confermata), a ringraziarlo per la sua posizione favorevole all'autodifesa di Israele (a botta di bombe al fosforo...), ma ad invitarlo ancora una volta a riconsiderare la preghiera del venerdì santo (già riformata dal Papa) e l'apertura degli archivi vaticani.
Sarà realpolitik, voglia di ascoltare l'altro, eppure queste riunioni in Vaticano non fanno altro che costituire delle ingerenze negli affari della Chiesa profondamente inadeguate e un tantino offensive.


mercoledì 11 maggio 2011

JEAN CLAIR: CHIESA CATTOLICA E ARTE CONTEMPORANEA NELL' "INVERNO DELLA CULTURA"



di Francesco Colafemmina

In questi giorni sto leggendo il nuovo pamphlet di Jean Clair, Accademico di Francia e Storico dell'arte, intitolato "L'hiver de la culture". Vi offro intanto una significativa citazione (pp.133-134):

"Dei tre monoteismi dei nostri tempi, non c'è, così pare, che la sola comunità cristiana a non scandalizzarsi più di nulla. Se gli ebrei e i musulmani reagiscono sempre più violentemente a l'uso così libero - "liberato" - che noi facciamo delle immagini in occidente, come se l'immagine fosse a nostra completa disposizione e se ne potesse far dire non importa cosa, fino all'immondo, la comunità cristiana, o quel che ne resta, se ne sta al contrario stranamente silenziosa e come impotente.
Temendo d'essere accusata di attentare alla libertà d'espressione, la Chiesa non si azzarda più, contrariamente ai musulmani e agli ebrei, a denunciare il sacrilegio.
Fatto ancor più inatteso, la Chiesa Cattolica è tentata di considerare al contrario queste forme estreme della creazione artistica come testimonianze di un sacro adattato ai nostri tempi, al punto di diventare un agente di questo strano commercio.
Sulla scia del Vaticano II, non è senza sorpresa che si è sentita l'ala più "illuminata" della Chiesa, che mantiene questo clima di mistagogia, dichiararsi affratellata a questi vagabondaggi comportamentali. Volendo vedere in quelle opere le "tracce del Sacro", alimenta ciò che non si può non definire un nuovo traffico di reliquie.
Un tale teologo troverà allora in Joseph Beuys, Boltanski e Cattelan, le promesse di una spiritualità a misura dei nostri tempi. Senza dubbio sembrerà che sia travagliata dal "negativo", nel suo gusto per l'immondizia e nel suo odio del prossimo, afferma questo filosofo cristiano, o che testimoni un nichilismo inquietante. Ma il lavoro del negativo (questo lo ha imparato grazie al materialismo dialettico) non è forse ciò che permette l'avvento della verità?
"L'opera d'arte, come la verità, non può che mostrarsi che mascherandosi (...). L'opera invita a cercare una direzione di verità dall'altro lato di sè, quasi a sua insaputa (...). L'artista sa in ogni tempo che è nella contraffazione, nella dissimulazione, nella negazione, che si mostra il meglio della verità", così scrive un professore di teologia del Collegio dei Bernardins (Jérome Alexandre), le cui parole mi sembrano tuttavia più vicine a quelle che Mefistofele rivolge a Faust che alle parole d'amore degli antichi Padri..."

Domanda: chi ha affermato che la Chiesa Cattolica avrebbe dovuto acquistare negli anni sessanta la "crocifissione" di Beuys? Proprio il Cardinal Ravasi che ha peraltro avuto il merito di invitare Jean Clair nel suo Cortile dei Gentili parigino. Qui di seguito un estratto delle forti ed emblematiche parole (notate in particolare il riferimento alla gnosi) che Jean Clair ha pronunciato in quell'occasione. Il testo completo lo trovate nel link in fondo alla pagina, tradotto a cura del Covile.


"...Superiamo i secoli; superiamo esattamente sedici secoli, per arrivare agli anni 60 della nostra epoca. Si sente di nuovo risuonare un canto d’amore verso la creazione, un’ode che esalta i cinque sensi e la bellezza della creazione: la citerò nella sua lingua originale, l’inglese, perché non oserei, per semplice decenza, leggerla in francese tra le pareti di questo Istituto:

“…Holy! Holy! Holy! Holy! Holy!
The world is holy, the soul is holy, the skin is holy,
The nose is holy, the tongue and cock and hand and ass hole, Holy!
Everything is Holy, everybody, is Holy.
Everywhere is holy
Every day is eternity
Every man’s an angel”.

Si tratta di un estratto da un poema (L’Urlo) di uno degli autori più conosciuti della Beat Generation americana, Allen Ginsberg. Siamo agli inizi del Flower Power, e di una morale edonista che preconizza un pansessualismo integrale, la libera unione, e la sregolatezza sistematica di tutti i sensi, attraverso l’uso illimitato di droghe. Ci suggerisce una sorta di stato adamitico, in cui il sacro sarebbe in ogni luogo, superando i limiti che sino ad allora lo contenevano, in ogni parte, in ogni momento, con la nudità vissuta come cosa santa e che farebbe dell’uomo un angelo.
Io piuttosto ci vedrei la credenza che il male non esiste: un’apocatastasi, come dicono i testi antichi. L’uomo sarebbe per sempre innocente. Ma, a forza di negare il Male, l’angelismo finisce col celebrare gli attributi del Maligno: i peli, gli umori e gli odori forti, in breve tutti gli attributi che ai nostri occhi contraddistinguono le produzioni artistiche dette “d’avanguardia” … I discepoli di Allen Ginsberg conosceranno in effetti la discesa agli Inferi, nella bolgia piena di liquido nero e puzzolente che Dante ha descritto nel suo Inferno.
Questa ode a Priapo, il piccolo dio deforme degli Antichi, scritta da un poeta americano, farebbe sorridere se il suo testo non fosse stato declamato a Notre Dame di Parigi, durante la Quaresima 2008, dal Curatore, al Centro Pompidou, di un’esposizione confusa come approccio intellettuale, ma soprattutto perversa come approccio morale, che è stata chiamata Tracce del sacro.

Il sacro che vi si celebrava era in realtà più vicino a Carpocrate che a Sant’Agostino.

Potrebbe essere stato soltanto un incidente incongruo nel cammino di una Chiesa in difficoltà che, desiderando di condividere la modernità, finisce col scendere a patti coi suoi nemici. La difficoltà appare chiara vedendo che questo nuovo Padre della Chiesa che canta le gioie di una genitalità ferma allo stadio anale – come quella dei bambini che espongono il loro sesso e il loro culo – diventa consigliere di un’antenna culturale della Chiesa a Parigi, affiancato da un teologo e da un altro che si è autoproclamato conservatore dei musei di Francia, per farvi arrivare opere decisamente ben lontane, mi sembra, da quelle che celebrava Sant’Agostino.

Ci sono nella storia della Chiesa episodi singolari come, nel XII e XIII secolo, la stupefacente moda dei Goliardi, chierici itineranti che scrivevano poesie erotiche e canzoni da taverna parecchio oscene, e che si dedicavano a fare parodie burlesche di messe e sacramenti della Chiesa. Ma i goliardi agivano così per criticare una Chiesa di cui denunciavano gli errori. Nulla di tutto ciò negli artisti d’avanguardia, che non hanno rapporti con la Chiesa, e neanche voglia di burlarsene. Il movimento dei goliardi era legato a un’epoca di grande religiosità e di grande misticismo, non a una manifestazione di indifferenza.

Potrebbero essere solo le singolari deviazioni di qualche bello spirito, se la proliferazione di queste incursioni estetiche nelle chiese di Francia, e la comunanza della loro natura, esibizionista e spesso coprolalica, non inducesse a interrogarci sulla relazione che il cattolicesimo intrattiene oggi con la nozione di Bellezza:

Mi limiterò a pochi esempi:
- In una piccola chiesa della Vandea nel 2001, accanto alla cassa di un santo guaritore per il quale si viene da lontano in pellegrinaggio, si installa un’altra cassa colma di antibiotici.
- Più recentemente, nel battistero di una grande chiesa a Parigi si installa un’immensa macchina che fa colare liquido plastificante, lo sperma di Dio, su enormi certificati di battesimo, venduti sul posto a 1500 euro l’uno.
- A Gap, il vescovo presenta un’opera di un artista d’avanguardia, Peter Fryer, che rappresenta Cristo nudo con le braccia distese, legato su una sedia elettrica, come una Deposizione dalla Croce.
- Nel 2009, in una piccola chiesa di Finistère, una spogliarellista, Corinne Duval, nell’ambito di un happening di danza contemporanea, sovvenzionata dal Ministero della Cultura, termina danzando nuda sull’altare.

La lista ha continuato ad allungarsi. Nel ruolo del Gentile che qui mi viene assegnato, mentre rabbrividisco dal freddo sul sagrato e mi è vietato entrare nel santuario, non posso certo erigermi a guardiano del Tempio. Come storico dell’arte, devo tuttavia tentare di comprendere il significato di queste manifestazioni culturali che ormai pretendono di accompagnare il culto divino, e leggere gli scritti che pretendono di giustificarle.

Alla fine di queste letture, in cui la cultura dell’immondo e dello scandalo pretende di giungere a illuminare il culto tradizionale, ero più costernato che spaventato. Mi è sembrato che la loro filosofia sia basata su un odio della bellezza, un gusto per l’informe, per la lordura, per la sostanza corrotta e che cola, sull’attrazione verso la sofferenza fisica, un insieme di caratteri che essa sembra proporre alla riflessione dei fedeli solo per nutrire un altro odio, questa volta l’odio del cristianesimo, che anima un pensatore che si pretende nietzschiano, agli occhi del quale il Vangelo non sarebbe altro che dolorismo, afflizione, macerazione, sofferenza e accidia, tutto quello che in nostro confratello R. Rémond ha denunciato tempo fa nel suo libro sul nuovo anticristianesimo.

Infatti quel che vedo rinascere e svilupparsi in questi culti libertini così simili a quelli che praticano certe sette gnostiche del secondo secolo mi sembra effettivamente una nuova gnosi, secondo la quale la creatura è innocente, il mondo è malvagio e il cosmo imperfetto.

Non sono un teologo, ma come storico delle forme, sono colpito, in queste opere culturali dette “d’avanguardia” che oggi pretendono di far entrare nelle chiese la gioia della sofferenza e del male – mentre un tempo il culto tradizionale le combatteva con la sua liturgia –, dalla presenza ossessiva degli umori del corpo, privilegiando lo sperma, il sangue, il sudore, o il marciume, il pus nella frequente evocazione dell’aids. Naturalmente anche l’urina che, a proposito del Piss Christ dell’artista Andres Serrano, “imprescindibile star del mondo dell’arte e del mercato” secondo M. Brownstone, viene proclamata “portatrice di luce” in un’omelia del Padre allora incaricato di iniziare il clero francese ai misteri dell’arte contemporanea.

Si tratta in questi casi di un’imitatio perversa della liturgia cattolica? In effetti la religione cattolica intrattiene con gli umori del corpo legami che altre religioni non hanno. Il sudario di Cristo, il sudarium, è un oggetto particolarmente venerato. Io stesso ne ho esposto una riproduzione fedele in formato naturale, per il centenario della Biennale di Venezia nel 1995. Le autorità ecclesiastiche allora mi avevano domandato di precisare esattamente in quale contesto questa immagine sacra sarebbe stata esposta, al fine di evitare un sacrilegio. Le avevo rassicurate. Perché non dimostrano altrettanta precauzione quando si tratta di esporre operecontemporanee nelle chiese?

sabato 7 maggio 2011

QUALCHE FOTO DEL MATRIMONIO (IN FORMA STRAORDINARIA)...



Cari amici, sollecitato dalle vostre richieste vi offro qualche foto del matrimonio e della Messa Solenne del 29 Aprile scorso. Le foto sono realizzate dal fotografo Ivano Losito, alla sua prima messa in forma straordinaria! Grazie ancora dei vostri preziosi auguri e delle benedizioni. Un caro abbraccio.

Francesco e Michela