sabato 23 luglio 2011

CI RITROVIAMO FRA QUALCHE SETTIMANA...


Cari amici,

in occasione della pausa estiva l'attività del blog sarà sospesa per qualche settimana. Non mi resta che augurare anche a voi di trascorrere delle buone vacanze, qualora abbiate la possibilità di farle, o comunque di dedicare un pur breve periodo di ristoro allo spirito e al corpo. Un caro saluto e a presto!

Francesco Colafemmina

giovedì 21 luglio 2011

IL DISASTRO DI SAN GIOVANNI ROTONDO




I Cappuccini hanno bisogno dei vostri soldi, ma nella pubblicità
dicono che sarebbe addirittura il Signore a volerli!


di Francesco Colafemmina

Per qualche mese ho preferito stendere un velo di silenzio -pietoso- sulla questione San Giovanni Rotondo. Oggi però non posso fare a meno di riaprire questo annoso capitolo, vista la convergenza di opinioni sul disastro compiuto nel Santuario di San Pio da Pietrelcina, dal recente articolo di Marcello Veneziani all'inchiesta del Tg1 della scorsa settimana passando per un documentario certamente fazioso e per certi versi anche squallido distribuito dall'Unità. In quest'ultimo documentario c'è anche una mia intervista, ma probabilmente non l'avrei mai rilasciata se avessi saputo che si trattava di un'operazione volta a mettere in discussione anche la santità di Padre Pio, con la pettegola compiacenza di un vaticanista del calibro di Orazio La Rocca.


La recensione è opera del cappuccino fra Giovanni Spagnolo e testimonia indiscutibilmente la grande attenzione che i religiosi responsabili della decadenza del pellegrinaggio nella terra di San Pio hanno prestato al mio studio sulla chiesa di Piano e sulle maldestre menzogne e le raffinate tecniche di turlupinamento dei fedeli messe in atto negli ultimi anni dagli indegni eredi del frate stigmatizzato. Spagnolo segue l'arte retorica un po' troppo pedissequamente ed è quindi con enfasi ciceroniana che comincia la sua arringa:

"Siamo ormai abituati, per tutto ciò che concerne quello che a pieno titolo potremmo chiamare “il pianeta padre Pio”, a essere inondati da una vera e propria colluvie d’interpretazioni, giudizi, pregiudizi, affermazioni, negazioni, destinati alla fine ad arrestarsi davanti all’incontrastabile e indiscusso, anche se misterioso, fenomeno di santità che il santo cappuccino di Pietrelcina ha rappresentato nella Chiesa e nella società del Novecento, confermando la sua profezia secondo cui avrebbe fatto “più chiasso da morto che da vivo”."

Già qui verrebbe da chiedersi se fra Giovanni sia consapevole della mia fede cattolica e della personale devozione al Santo di Pietrelcina. Capisco infatti che nel tentativo di riproporre un'enfasi degna delle verrine si tenti di insinuare l'idea che le mie tesi siano destinate ad arrestarsi dinanzi ad uno scoglio... ma il mio intento non è certo quello di mettere in discussione la santità di Padre Pio, bensì la rettitudine dei suoi confratelli. E, se permettete, si tratta di un altro paio di maniche! Ma sentiamo come prosegue il nostro Marco Tullio:

"Naturalmente non sfugge alla gogna mediatica tutto ciò che a padre Pio fa riferimento e in modo particolare la grande chiesa, a lui dedicata dopo dieci anni di lavoro il 1° luglio 2004, voluta dai confratelli Cappuccini, progettata dall’insigne maestro-architetto Renzo Piano, e nella cui cripta, tra polemiche infinite, è stato definitivamente traslato il corpo di san Pio, dopo una contestatissima riesumazione ed esposizione alla pietà popolare che neppure la visita pastorale di Benedetto XVI è riuscita a sopire."

L'abile retore cerca subito di far coincidere la "gogna mediatica" riservata all'immagine di Padre Pio con "tutto ciò che a Padre Pio fa riferimento", innescando così una analogia immorale oltre che sacrilega, perché di certo la chiesa di Piano non ha nulla né di metafisico né di santo ed è una mera creazione umana che pur nel suo anelito di mistero non può in alcun modo sfuggire a critiche e condanne, anche severe.
Intanto la recensione si immerge nel volume con grande acume e sembra non voler tralasciare nulla. Fra Spagnolo illustra sommariamente il contenuto dei singoli capitoli, mantenendo freddezza e senza esprimere giudizio. Un'affermazione fa però traballare subito la sua equanimità:


"Volendo dare un giudizio complessivo sulla cripta del nuovo santuario, che ospita il “sarcofago faraonico”, l’Autore si fa portavoce, non autorizzato, del popolo devoto del cappuccino di Pietrelcina: «Semplicemente i fedeli di tutto il mondo devoti a San Pio sanno nel cuore che quella cripta sarebbe stata più adatta ad ospitare la sepoltura di Tuthnkamon o di un Ramsete II, che i resti mortali dell’umile frate stigmatizzato» (p. 144). Osiamo avanzare una qualche riserva sul fatto che i “fedeli di tutto il mondo” condividano l’analisi del Colafemmina, anche perché quello che interessa maggiormente il sentire popolare è la santità di padre Pio, percepita a fior di pelle oltre quelle che possono essere le strutture architettoniche, più o meno artistiche, che racchiudono la sua memoria."

Così io sarei portavoce non autorizzato dei fedeli di San Pio? Ebbene, nella prossima edizione del mio studio che, mi auguro possa essere pubblicata a breve, padre Spagnolo potrà anche leggere i risultati di un sondaggio da me compiuto su un campione di pellegrini e di abitanti di San Giovanni Rotondo nel periodo fra novembre 2010 e aprile 2011. Dispiacerà al frate scoprire che quasi il 90% dei pellegrini si esprime negativamente a proposito del nuovo santuario faraonico, della cripta priva di inginocchiatoi, del sarcofago argenteo che la gente è costretta a toccare attraverso una sottospecie di fessura che dovrebbe simboleggiare il costato di Cristo. Ma andiamo oltre... Padre Spagnolo, forse infervorato da questa accusa di lesa maestà opinionistica, incappa in un fatale errore. Quello che sembrerebbe essere il punto più convincente della verrina si trasforma in un boomerang rivelatore tuttavia del suo probabile suggeritore: padre Luciano Lotti. Mi riferisco alla storia dell'arazzo di Rauschenberg:

"Peccato che all’Autore sia sfuggito, nonostante i tre anni di frequentazione della chiesa di san Pio per scorgervi le prove della narrazione massonica, il fatto che in realtà Rauschenberg non ha mai realizzato l’arazzo, di cui sopra, che gli era stato commissionato, perché il bozzetto da lui presentato non ha incontrato il plauso della commissione ed é stato provvisoriamente sostituito da una copia di un arazzo, il cui originale si trova in una cappella del castello di Angers, immune dal virus della massoneria."

Peccato che a fra Giovanni sia sfuggito che Rauschenberg quell'arazzo l'abbia davvero realizzato lui con la tecnica del collage e che sebbene talune immagini siano state riprese dalla tapiserie d'Angers, il buon Rauschenberg (il cui bozzetto originale raffigurava un'Apocalisse nucleare!!!) ne abbia selezionato quelle che mostrano un drago a sette teste trionfante e non certo un San Michele vittorioso o un Cristo Giudice. Ma su questo basta rileggere il mio articolo in risposta a Padre Luciano Lotti.


Come conclude fra Spagnolo?

"Volendo tentare una sintesi estrema, pensiamo di dover definire questo volume di Francesco Colafemmina, per molti aspetti inquietanti e che richiede una lettura attenta, un j’accuse lungo, impietoso, a volte monotono e senza appello, che sembra improntato ad una tesi precostituita e cioè quel- la che i Frati Cappuccini di San Giovanni Rotondo, con la complicità di liturgisti ed artisti atei compiacenti, abbiamo voluto rendere un omaggio all’ecumenismo massonico, al paganesimo e, infine, al diavolo. Tesi francamente aberrante, da cui anche gli stessi massoni si sono sentiti in dovere di prendere le distanze, come già avvenuto per il dossier dell’ingegnere Franco Adessa e che – ne siamo certi – non scalfirà minimamente il sentire profondo della “clientela mondiale” nei confronti di padre Pio “sacerdote santo e santificatore” e dei suoi confratelli cappuccini, da sempre sentiti come “i frati del popolo”."

Il Cicerone che aveva enfaticamente introdotto la sua recensione gridando allo scandalo per la "gogna mediatica", il pamphlet "al limite della detrazione", teso ad "inculcare ad arte il sospetto e a seminare inquietudine nella mente dei fedeli" sembra quasi non riuscire a trovare il senso della sua arringa e si trasforma così in un inerte Cicerino senza speranze. Che fare quindi? Molto semplice! Si cerca di accomunare le tesi di Colafemmina a quelle di Adessa e del gruppo di Chiesa Viva. Tesi dalle quali mi sono sempre ampiamente discostato per varie ragioni: ideologiche, contenutistiche, metodologiche. Ma a quanto pare questo non deve essere apparso chiaramente a fra Giovanni e così, nell'estrema scarsità di argomenti, si è deciso a ricorrere al confronto più facile e a portata di mano, ma anche più vistosamente squalificante. Non pago di ciò, aggiunge che il mio volume non "scalfirà minimamente il sentire profondo" dei fedeli. Amen!

San Pio Mascherato...

Peccato, padre Spagnolo, un vero peccato che i frati cappuccini non abbiano saputo cogliere il senso del mio saggio, non abbiano saputo chiedere perdono ai fedeli per le tante menzogne diffuse negli ultimi anni, per gli inganni e gli intrallazzi privi di trasparenza, non abbiano saputo aprire gli occhi dinanzi all'evidenza diabolica di quel tempio all'arroganza che hanno eretto e nel quale hanno occultato il cadavere di San Pio.

Peccato perché adesso sembra quasi che la profezia di padre Spagnolo si stia avverando, ma al contrario. Diminuiscono infatti a vista d'occhio i pellegrini che si recano a San Giovanni Rotondo. Crescono invece le difficoltà finanziarie dei pur pingui frati cappuccini. E cresce il risentimento nei confronti di uomini di Chiesa che oltre ad aver ingannato tanti ingenui fedeli hanno poderosamente calpestato la memoria di San Pio. Cresce anche la coscienza pubblica di questo vistoso calo della devozione nel luogo in cui Padre Pio ha vissuto più a lungo e nel quale è morto. Mi riferisco, in particolare, al recente articolo di Marcello Veneziani apparso sul Giornale.

D'altronde i fedeli hanno mille ragioni per esprimere la propria delusione e il senso di tradimento da parte degli attuali gestori della memoria del Santo.
Penso solo ad un episodio rivelatore accadutomi di recente. Sarà stato non più di un mese fa. Tornavo in aereo da Milano a Bari, quando vedo salire sul bus navetta che porta all'aeromobile un uomo dal volto noto. Indossava dei pantaloni bianchi, scarpe da ginnastica, giacca blu e polo grigia col colletto rialzato perché così fa più figo. Capelli gelatinati, occhiali con montatura rossa, pizzetto curatissimo. Chi era quest'uomo? Lo conoscevo ma non ne ricordavo il nome... Passa qualche minuto ed ecco che viene a sedersi proprio a un metro da me. Posso così scorgere il Tau che porta all'occhiello. Ho pertanto un'illuminazione: è fra Antonio Belpiede, il portavoce dei Frati Cappuccini di San Giovanni Rotondo. Fatto strano, è vestito come il proprietario di uno yacht a Portofino!

Ho sofferto vedendo un frate cappuccino vestito come uno qualunque, con tanto di braccialetto colorato, leggere un libro di sociologia del sociologo marxista pugliese Franco Cassano, ma questa è purtroppo la realtà dei frati imprenditori cresciuti all'ombra della travisata memoria di San Pio. E se avete dubbi in merito a fra Belpiede, colui che è riuscito a ridurre nelle interviste la quantità di oro della cripta dagli originari 12 kg a 3 banalissimi chili, guardate questa foto sul suo profilo pubblico di facebook: posa sportiva in t-shirt e calzoncini corti. Che dire?

Povero San Pio in mano a questi frati!

mercoledì 20 luglio 2011

ECCO IL NUOVO TABERNACOLO (MADE IN ITALY) DELLA CATTEDRALE DI SIVIGLIA


A proposito di tabernacoli, vi presento con grande emozione la nuova creazione di Maria Teresita Ferrari-Donadei: si tratta di un elaborato tabernacolo recentemente ultimato con incredibile maestria dall'agiografa barese. L'opera è realizzata seguendo le antiche tecniche delle botteghe pittoriche sia per quanto concerne la preparazione dei colori, sia per le complesse procedure di preparazione del legno, doratura, etc. Ciò fa di questo tabernacolo un'opera unica e di altissima qualità. E se in Italia si continua a far ricorso all'arte contemporanea per il sacro (vedi l'esempio recente di Reggio Emilia), in Spagna è stato l'Arcivescovo di Siviglia, Mons. Juan José Asenjo Pelegrina a volerlo quale nuovo tabernacolo dell'antica Cattedrale di Siviglia. Potete inoltre consultare il nuovo sito di Maria Ferrari Donadei a questo indirizzo: www.ferraridonadei.com.







venerdì 15 luglio 2011

IL DILEMMA DEL TABERNACOLO NEGLI ADEGUAMENTI LITURGICI


Gian Lorenzo Bernini - Bozzetto dell'Altare del SS. Sacramento in San Pietro
Museo dell'Ermitage - San Pietroburgo


di Don Matteo De Meo

“...Mi piacerebbe conoscere un suo parere sul n. 20 della Nota Pastorale della CEI – Commissione Episcopale per la Liturgia "L'adeguamento delle chiese secondo la riforma liturgica" del 1996, dove si tratta della custodia eucaristica. Non le nascondo che il testo..., mi ha creato un po' di confusione in quanto mi sembrava di aver recepito indicazioni un po' diverse nei recenti documenti della Chiesa... Nella mia chiesa parrocchiale si paventa lo spostamento del tabernacolo dalla sua posizione centrale ad una cappella laterale per questioni di tipo logistico ossia non c'è abbastanza spazio per il coro (!). ... Si tratta di una piccola chiesa di campagna che può contenere un'assemblea di circa 200 persone, non vi si celebrano funerali o matrimoni in continuazione nè è oggetto di uno straordinario flusso di turisti che ne giustifichi la trasformazione in una sala di tipo protestante convergente sul celebrante e sul retrostante organo....”

Cercherò di esporti non tanto una mia opinione ma la ratio oggettiva dei documenti.

Diciamo subito che la sistemazione del “coro” (se per coro si intende l’attuale gruppo di fedeli che eseguono dei canti per la liturgia) non va fatta sul presbiterio. Esso dovrebbe prevedere o una cantoria, o comunque un luogo a parte, ma non sul presbiterio. Gli antichi stalli del coro sul presbiterio hanno ben altra origine ed erano, si in funzione della liturgia, ma riservati ai chierici, canonici, comunità monastiche. Per un approfondimento storico artistico e liturgico di tale questione:(cf. G. Valentini-G. Baronia, in Domus ecclesiae-L’edificio sacro cristiano-Morfologia- funzione-espressione, Cas ed. Prof. Riccardo Patron Bologna.). Perfino le stesse norme di adeguamento in questione prevedono la sistemazione dei cantori non sul presbiterio (n. 21). Pertanto non può essere una motivazione per spostare il tabernacolo dall’area centrale. Ma veniamo alla vexata quaestio del posizionamento del tabernacolo!

Dopo il lungo, e alquanto complesso, dibattito post conciliare, la Commissione Episcopale per la Liturgia, nelle Norme del 96, in merito alla nuova sistemazione degli spazi liturgici- nel caso la disposizione del tabernacolo- perviene alla soluzione contenuta nel n. 20 del documento CEI.
Si “consiglia vivamente” di separare l’elemento del tabernacolo non solo dall’altare su cui si celebra ma dalla stessa area presbiterale e dal segno in sè di un altare, collocandolo possibilmente “in un luogo a parte”. Una decisione dettata dalla preoccupazione che la presenza del tabernacolo in una posizione centrale della chiesa (nell’area presbiterale) possa causare una certa distrazione dei fedeli dalla centralità dell’altare, e quindi dalla stessa celebrazione eucaristica. Tale soluzione viene ritenuta come la più adatta a seguito di una progressiva riflessione- iniziata subito dopo il Concilio- “a motivo del segno”(cf. Eucharisticum Mysterium, n. 55)1. L’obbiettivo, infatti, fu quello di evidenziare maggiormente la celebrazione eucaristica come il momento dell’accadere della presenza di Cristo e il tabernacolo come il segno dove questa presenza, permanendo, è adorata. Questo avrebbe dovuto favorire una maggiore consapevolezza sulle diverse “forme” della presenza di Cristo nell’ eucaristia e alla sua Chiesa (cf. Eucharisticum Mysterium, nn. 9 e 55), un culto maggiore verso il Santissimo Sacramento presente nel tabernacolo e una maggiore centralità dello stesso altare, offuscato -come si legge nel succitato n. 20- dalla “monumentalità” dei tabernacoli,diciamo “tridentini”.


Recentemente, però, il Pontefice ha risollevato la preoccupazione di una esatta e chiara relazione fra la S. Messa e l’adorazione del Santissimo Sacramento a seguito di una certa confusione che continua a diffondersi dopo il Vaticano II. Nella Esortazione post sinodale Sacramentum Caritatis il Pontefice ribadisce l’importanza della relazione intrinseca tra celebrazione dell’eucaristia e adorazione (cfr n. 66), citando l’insegnamento di Sant’Agostino: «Nemo autem illam carnem manducat, nisi prius adoraverit; peccemus non adorando» (Enarrationes in Psalmos, 98, 9: CCL 39, 1385). Infatti nella XI Assemblea Generale ordinaria del Sinodo, svoltasi nell’Ottobre del 2005, i padri sinodali non avevano mancato di manifestare preoccupazione per una certa confusione ingeneratasi, dopo il Concilio Vaticano II, circa la relazione tra Messa e adorazione del Santissimo Sacramento (cfr Sacramentum caritatis, n. 66):

«Ho accolto volentieri la proposta che la Plenaria si occupasse del tema dell’adorazione eucaristica, nella fiducia che una rinnovata riflessione collegiale su tale prassi potesse contribuire a mettere in chiaro i mezzi liturgici e pastorali con cui la Chiesa dei nostri tempi può promuovere la fede nella presenza reale del Signore nella Santa Eucaristia e assicurare alla celebrazione della Santa Messa tutta la dimensione dell’adorazione. ...”.

e continua richiamando l’esortazione Sacramentum Caritatis:

“...Ho sottolineato questo aspetto nell’Esortazione apostolica Sacramentum Caritatis, in cui raccoglievo i frutti dell’XI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo, svoltasi nell’ottobre del 2005... I Padri sinodali non avevano mancato di manifestare preoccupazione per una certa confusione ingeneratasi, dopo il Concilio Vaticano II, circa la relazione tra Messa e adorazione del Santissimo Sacramento (Sacramentum caritatis, n.66). In questo, trovava eco quanto il mio Predecessore, Papa Giovanni Paolo II, aveva già espresso circa le devianze che hanno talvolta inquinato il rinnovamento liturgico post-conciliare, rivelando “una comprensione assai riduttiva del mistero eucaristico (Ecclesia de Eucaristia,n.10)».

Detto ciò, diamo uno sguardo ai documenti!



mercoledì 13 luglio 2011

ECCO L'ARCHITETTURA SACRA CHE PIACE IN VATICANO: STIAMO FRESCHI!


di Francesco Colafemmina

Fino a qualche mese fa potevamo contare sulla lenta ma efficace azione di "rinnovamento liturgico" promossa dal Santo Padre. Oggi, con l'eccezione del movimento di riscoperta del rito antico che è per certi versi ormai inarrestabile sebbene sempre minoritario, non possiamo non riscontrare che i gesti e le parole di Benedetto XVI sembrano essere diventati lettera morta proprio fra coloro che dovrebbero aiutarlo a governare la Chiesa. Inutile addentrarsi nella delicata analisi di responsabilità e carenze di autorità, si finirebbe per perdere di vista il centro della questione che resta sempre la stessa: perché l'incentivo al recupero di una continuità senza cesure col passato viene ignorato o addirittura pesantemente contrastato da coloro che dovrebbero considerarsi fedeli collaboratori di Sua Santità?

La risposta a mio parere va cercata nell'ormai scontato intreccio fra valori mondani (essenzialmente denaro, visibilità e potere) e gerarchie ecclesiastiche. Per carità, non sto scoprendo nulla di nuovo, si tratta piuttosto di un copione trito e ritrito con la differenza che se nel passato, diciamo pure fra cinquecento e seicento, questi valori mondani erano interpretati da individui che non ambivano a manipolare la fede ma restavano in qualche modo soddisfatti dell'esibizione del sè, oggi ci troviamo dinanzi a tentativi reiterati di vivere quei dis-valori mondani in una dimensione di devastante manipolazione della fede e delle sue espressioni esteriori. Così se un tempo si cercava di perpetuare il proprio nome in un impeto narcisistico attraverso l'edificazione di chiese, cappelle e palazzi che portavano impresso il segno del bello e del magnifico, oggi siamo costretti ad affrontare il tentativo di eternare questo narcisismo nel brutto, nell'ideologicamente "progressivo", nella negazione dei canoni che il passato ci ha trasmesso, insomma in un superamento epocale della bellezza e dell'armonia.

Prendiamo il caso della mostra organizzata in Vaticano in onore di Papa Benedetto. La mia opinione globale sull'evento la conoscete già, ma ciò di cui vorrei parlarvi oggi è l'architettura chiesastica che quella mostra promuove. Gli architetti invitati sono stati pochi ma significativi: Mario Botta, Santiago Calatrava, Oscar Nyemeier, Renzo Piano e Paolo Portoghesi. Cominciamo da quest'ultimo.

Portoghesi giunge alla mostra intitolata "Splendore della verità, bellezza della carità" con un progetto di chiesa a pianta centrale dedicata a San Benedetto e da posizionarsi oniricamente nella campagna romana. A prima vista il progetto sembrerebbe emergere dal solatio pianeta Naboo, sede della regina Padme Amidala, una delle protagoniste della saga di Star Wars. Ma pian piano ci si rende conto che il progetto di Portoghesi è una sorta di contaminatio fra la sua moschea di Roma, la chiesa della Sacra Famiglia a Fratte e la chiesa-moulinex di Calcata. Della moschea possiede la volta stellata, della chiesa di Fratte le pareti concave in cemento armato, di quella di Calcata il rivestimento in pietra locale che cerca di emulare lo stile "mattoncino" di Botta. Ciò detto, la chiesa Lego di Portoghesi, con tutti quei rilievi tipici dei giocattoli danesi, presenta in più delle curiose torri campanarie sormontate da patetiche coroncine in stile Gesù Bambino di Praga... L'architetto ha avviato una campagna di promozione del progetto a mezzo stampa, attraverso interviste e articoli nei quali ha tentato di illustrare le caratteristiche del suo progetto, lanciandolo come una vera e propria alternativa alla tipologia architettonica promossa dalla CEI in Italia, dando impulso al programma di una polemica organizzata a tavolino qualche mese fa.


Il punto è che sebbene si tratti di una chiesa con il tabernacolo in posizione centrale - fatto meritevole di un indiscusso apprezzamento - , un certo slancio verticale e qualche nota barocca, quella di Portoghesi è una costruzione cervellotica e spenta, una giustapposizione di spunti compositivi accumulati nel corso di una gloriosa carriera e in questo caso adattati maldestramente al pensiero di Papa Benedetto. Sì, Ratzinger ha sempre propugnato l'orientamento astronomico delle chiese e ha difeso la posizione centrale del tabernacolo, ma non ha proposto di sospendere dall'alto un crocifisso da contemplare durante la consacrazione, bensì ha suggerito di porre un crocifisso sull'altare perché è impensabile eliminarlo per non rovinare la visuale fra fedele e sacerdote. Più in generale credo sia fallimentare il tentativo di inglobare il sacro in forme architettoniche sincretiche a cavallo fra modernità e passato, ove il passato sia costituito dalla riconoscibilità di alcune figure geometriche euclidee e il moderno dalla sinuosa indifferenza di bizzarri pannelli in cemento armato che nessun legame storico, architettonico ed estetico possono rivendicare nel territorio dell'agro romano.
Ancora una volta la sterilità di una "terza via" per l'architettura sacra nasce dal suo senso antistorico, dal gusto del singolare, dal riversamento nello spazio dell'autonoma e indipendente "creazione dello spirito" dell'architetto.

Non stupisce peraltro che mentre Portoghesi professa sui giornali la sua aderenza ai precetti ratzingeriani in tema di liturgia e architettura, proponga al contempo la realizzazione di una moschea a Milano, nel nome della pacifica convivenza fra le religioni e aggiungendo esilaranti commenti come quello su un "Maometto estremamente tollerante".

Il progetto di Portoghesi meritava dunque qualche commento, pochi, al contrario, ne meritano gli altri progetti realizzati o in fase di realizzazione, esposti nell'ambito della mostra vaticana.

Mario Botta ha portato in dono al Papa alcuni bozzetti della sua chiesa di Evry (quella che già ribattezzai "chiesa-supermercato Coop").


Renzo Piano ha donato alcune foto della chiesa massonica di San Giovanni Rotondo, sulla quale ho già detto quello che avevo da dire...


Santiago Calatrava ha invece proposto dei bozzetti del suo completamento della chiesa episcopaliana di St. John the Divine a New York, che intende ultimare con una bioserra ed una foresta sul tetto (nella foto: il completamento è costituito da quella specie di ragnatela in cemento all'altezza del transetto dell'ottocentesca cattedrale in stile gotico).



Ma la palma del progetto più fantasioso va all'ultracentenario vate del progressismo architettonico, Oscar Nyemeier, che ha presentato la sua cattedrale-astronave sormontata da una specie di alabarda stilizzata, che sarà eretta a Belo Horizonte, in Brasile.


Nonostante l'estate sia sempre più afosa e il caldo ci assedi senza sosta, a guardare questi progetti, talmente apprezzati in Vaticano da essere esibiti in onore di Sua Santità, viene solo da eslcamare: stiamo freschi! Il destino dell'architettura sacra sembra essere segnato, al di là di sporadici sprazzi di luce, non certo da quell'ermeneutica della continuità caldeggiata da Benedetto XVI, bensì da una perversa continuità della rottura che rimonta senza affanno agli obbrobri degli anni '50 e '60...

martedì 5 luglio 2011

MOSTRA IN VATICANO: DALL'ESTETICA CRISTIANA ALLO SPIRITUALISMO DEL "TOTALMENTE ALTRO"



di Francesco Colafemmina

Leggevo stamane una serie di articoli sulla mostra inaugurata ieri dal Papa in Vaticano. Mostra di doni artistici e affini realizzati in occasione del sessantesimo dell'ordinazione sacerdotale del Papa. Tralasciando i toni trionfalistici di qualche comare del web in uterina fibrillazione ogni qual volta il Papa parla, ride, abbraccia questo o quello, si soffia il naso, guarda la televisione o perde la papalina per un'improvvisa raffica di vento, o le ridicole note di colore giornalistiche volte a ricreare un ambiente di familiare comunione attorno al focolare di Sua Santità, veniamo a qualche riflessione un po' meno di circostanza.

Ed è dall'articolo di Sandro Barbagallo sull'Osservatore che vorrei partire per riflettere su questo evento. Il critico d'arte fa notare in apertura del suo pezzo che: "qualcuno ha equivocato sulle intenzioni di questa mostra, che mai ha voluto essere di arte sacra o religiosa, ma semplicemente una rassegna di artisti disposti ad accogliere nel proprio lavoro il senso di una spiritualità, troppo spesso ignorata dall’arte contemporanea."

Dunque il titolo "Splendore della verità, bellezza della carità" alluderebbe alla ricerca di "una spiritualità" del tutto avulsa dal sacro? Strano! In realtà avevamo inteso che verità e carità fossero Cristo stesso e che la ricerca artistica promossa da questo evento dovesse mirare a riscoprire la bellezza di Dio a partire dalla verità e dalla carità che in Cristo coincidono - come ha ricordato ieri il Papa.
Evidentemente, però, Barbagallo dev'esser stato deviato un po' da quella tendenza a rendere ambiguo ciò che se fosse chiaro richiederebbe troppe spiegazioni e un po' dalle esoteriche elucubrazioni di Monsignor Bruno Forte sul Sole 24 Ore di domenica scorsa.

Toccanti davvero le elucubrazioni del teologo Forte dal pensiero un po' debole, toccanti perché sono un tentativo di superamento del ravasismo attraverso un umbratile filosofeggiamento che entusiasma per contorsione e delude quanto a sostanza. Cosa afferma Forte in riferimento alla mostra in Vaticano?

Ebbene, anzitutto si prende la briga di chiamare Dio con nomi che fanno riflettere: "Totalmente Altro", "infinito", ma soprattutto "il Tutto" (lo definisce così per ben 7 volte nel suo articolo). In sintesi, Forte sostiene che l'arte dovrebbe riallacciare il dialogo con la fede perché il "bello" sarebbe "frammento del Tutto". E che questo dialogo si svolge in due modi: attraverso la ricerca del bello nella forma o attraverso la sua incursione nello splendore. In sintesi: lo studio della forma ("riproduzione della corrispondenza di rapporti") sarebbe un metodo per attingere all'armonia del Tutto. Lo splendore invece sarebbe un "movimento che sorge dall'alto o dal profondo, e schiude una finestra verso l'illimitato".

Stranamente però l'arte contemporanea non vive né di splendore né tantomeno di forma. Ma questo a Monsignor Forte non sembra interessare. Probabilmente perché la sua idea del Tutto sembra stranamente sposarsi con la dimensione "spiritualistica" cui fa riferimento l'Osservatore e che indubbiamente anima l'intuizione ravasiana del "dialogo" col mondo dell'arte. Tra l'altro è inquietante che Bruno Forte ci tenga ad identificare Dio con il "Totalmente Altro" proprio mentre risuonano ancora le parole del Papa nell'omelia di Pentecoste: "Dio perciò non è il totalmente Altro, innominabile e oscuro. Dio si rivela, ha un volto, Dio è ragione, Dio è volontà, Dio è amore, Dio è bellezza."

Ad ogni modo, per comprenderne appieno il senso delle elucubrazioni del Forte mi servirò di una citazione, un po' come amano fare il Monsignore e il Cardinale: "uno è lo scopo diretto: elevare l'Uomo, il singolo, colui che vuole elevarsi, farlo pensare, meditare, comprendere che Egli è un messaggero del Supremo, che del Tutto è un'infinitesima parte e che queste parti, nel Tutto, sono legate da un solo cemento: Amore". Questa emblematica citazione proviene dalle riflessioni di uno studioso massone, Umberto Gorel Porciatti, e sintetizzano lo scopo finale della spiritualità massonica. Il frammento si ricongiunge col Tutto, il microcosmo incontra il macrocosmo, l'armonia della foglia è naturalisticamente armonia dell'intero cosmo. Così, riallacciandoci al discorso di Forte, all'artista basta riprodurre l'armonia formale della natura per attingere l'Infinito.

Tutto ciò è in aperto contrasto con l'estetica cattolica. La riproduzione di corrispondenze e relazioni matematiche così come l'esaltazione informale di uno spirito che viene "dal profondo o dall'alto" porrebbero l'artista solo e sempre in una dimensione terrena e mondana. L'uomo non ha così orizzonte che se stesso o la natura. E' dentro di sè che coltiva lo "spirito", secondo il dettame hegeliano, ed è nella sua capacità di cogliere le corrispondenze matematiche del reale che cattura il divino.
Al contrario, l'estetica cattolica ci parla sì di armonia di Dio, di perfezione e simmetria, ma questi attributi che connotano anche la creazione divina non sono sua rivelazione nella natura, bensì traccia della sua bellezza. Dio dunque non si è rivelato nella creazione e il creato non coincide con Dio. Nè tantomeno si può affermare che lo stesso procedimento di osmosi fra microcosmo e macrocosmo, fra frammento e Tutto, si può applicare al rapporto fra Cristo e Dio Padre o fra l'umanità e la divinità dello stesso Cristo.

Dice Forte: "Questa estasi del divino è al tempo stesso l'appello più alto che si possa concepire all'estasi dal mondo, a quel trasgredire verso il mistero che è il rapimento della bellezza che salva, reso possibile appunto dall'"abbreviarsi" del Verbo nella carne."

Lasciando stare il linguaggio contorto ed estremo di Monsignor Forte ("estasi del divino" o "trasgressione verso il mistero" o ancora "estasi dal mondo"), proviamo a domandarci cosa voglia dire questa frase. Il divino uscirebbe fuori di sè per andare ad insinuarsi nel piccolo corpo umano di Cristo e ciò costituirebbe un appello ad uscire fuori dai limiti del mondo per avvicinarsi a Dio, salire i gradini del mistero facendosi rapire dalla bellezza che salva. Evidentemente Forte cade nelle trappole della terminologia massonica: così come Cristo si fa infinitamente piccolo, l'uomo può farsi infinitamente grande, può uscire dai limiti della materialità ed elevarsi spiritualmente nella contemplazione del bello.

Il linguaggio è sottile, il pensiero corre su un piano inclinato. Chiunque potrebbe dire che Forte continua ad esprimersi da cattolico (l'anima si in-dia attraverso la bellezza e fuoriesce dai suoi stretti limiti), ma è d'altronde innegabile che questo pensiero sia intriso di ambiguità e manchi per così dire di un baricentro. Un'arte che voglia davvero elevare l'anima a Dio deve sì ripercorrere la simmetria e la perfezione delle forme, deve aggiungere splendore, ossia pienezza e luce alle forme, ma non può pensare di costituire così facendo una sorta di epitome del divino. Questo perché l'arte non è pura mistica. Se così fosse potrei, contemplando un taglio di Fontana - come spesso ripete il Cardinal Ravasi -, intravvedere uno squarcio verso l'infinito. Al contrario l'arte cattolica è razionale ed è narrativa, in sintesi è morale. Un'arte che non sia morale e che individui la sua "moralità" semplicemente nel tentativo di ricerca di un principio metafisico, di una alterità, è un'arte falsa e anticattolica perché rinuncia al Logos e supera nell'indifferenza l'ethos. E' un'arte che non insegue Cristo, ma si sostituisce a Cristo.

In tutto questo la dinamica della salvezza non è più così chiara, si perde per le vie di una religione secolare e laica, dove la salvezza può essere quella dalle miserie del mondo e dalla limitatezza fisica dell'uomo (Forte parla del superamento delle ideologie, di "un domani più bello e più degno dell'uomo che è in noi" ed echeggia l'anticristo di Solovev). E così ritorniamo alla Massoneria, al paradigma del potere spirituale quale riscatto dell'impotenza materiale dell'uomo. Peccato però che questo spiritualismo sia in aperto conflitto con il cattolicesimo: il peccato e la redenzione, la conversione e la fede appaiono parole prive di senso, svuotate e riempite da nuovi significati, alienate.

Allo stesso modo questa confusione, questa ambiguità fondamentale, pervade l'intera iniziativa ravasiana e finisce per riversarsi sul messaggio stesso del Pontefice che, promuovendo la generosa iniziativa, sembra avallarne i limiti evidenti ed i volatili messaggi che ne promanano. La Santa Sede ancora una volta rinuncia a spiegarci cosa dovremmo intendere per arte sacra, quale sarebbe l'estetica cattolica, come e se si dovrebbero selezionare degli artisti cattolici per fare arte sacra. Rinuncia soprattutto a chiarire se l'arte contemporanea sia o meno in conflitto con i principi estetici del cristianesimo. E quanto più la risposta par essere positiva, tanto più cresce la contraddittorietà ed è l'ambiguità dei messaggi, dei principi e dei valori a farla da padrona. Confusione su confusione si diffonde sempre più fra i cattolici, mentre la kermesse vaticana viene applaudita e confortata dai media.

Ma se in Vaticano il Cardinal Ravasi impegnato a rincorrere il modello di Monsignor Fallani sotto Paolo VI, e lo stesso Sommo Pontefice, malgrado le strumentalizzazioni di cui è vittima, non ritengono opportuno chiarire cosa sia un'arte non dico sacra, ossia per uso liturgico, o religiosa, bensì meramente cattolica, chi lo dirà ai fedeli? Chi scioglierà dubbi e confusioni? Insomma non basta parlar di "Verità e Carità" quando poi si espongono opere prive di senso, di forma e di verità. Altrimenti si finisce solo per confondere ancor di più lo scenario caotico ed entropico dell'arte contemporanea e della sua relazione travagliata con la Chiesa.