mercoledì 28 settembre 2011

UNA CHIESA A SETTIMANA N.1

Facciata
Chiesa parrocchiale S. Josemarìa Escrivà de Balaguer - Roma (Tre Fontane)

Data di dedicazione: 1995
Progettista: Arch. Santiago Hernandez

Commissionata da Mons. Del Portillo all'architetto Santiago Hernandez con le seguenti richieste: la chiesa doveva essere riconoscibile, funzionale e soprattutto romana, nonché adatta alle svariate funzioni pastorali ivi svolte. L'obbiettivo è stato perciò una presenza architettonica garbata che facesse parte delle tradizioni culturali di Roma, con una forte carica simbolica e nello stesso tempo con caratteristiche estetiche di consuetudine e familiarità per tutti gli abitanti del quartiere che si dovevano inserire nella nuova parrocchia: immagine di ciò che i fedeli, nella loro memoria storica, si aspettano per essere in Comunione con Dio

Consulenza: Arch. Andrea Pacciani

Veduta dall'alto del complesso
Navata centrale
Cappella Feriale
Crocifissione (Pala d'altare)
Organo
Particolare della Torre Campanaria

martedì 27 settembre 2011

IL CARDINAL BAGNASCO INAUGURA IL CICLO PITTORICO DELLA CATTEDRALE DI BOJANO

Da sinistra: don Rocco Di Filippo, Mons. Spina, Rodolfo Papa, Card. Bagnasco, Mons. Bregantini
di Francesco Colafemmina

L'arte sacra, quella vera, nonostante i sabotaggi e le pretese di una certa ideologia estetica dominante, compie in silenzio grandi passi avanti. In pochi hanno parlato di quanto è accaduto a Bojano il 25 settembre scorso, eppure oggi ben altre parole del Cardinal Bagnasco vengono riprese qua e là da siti cattolici e non. Domenica scorsa il Cardinale ha inaugurato infatti il ciclo pittorico della cattedrale di Bojano, realizzato dal maestro Rodolfo Papa. Un'opera di altissimo valore tecnico e spirituale terminata dopo 12 lunghi anni, perché la vera arte ha bisogno di tempo, di amore e soprattutto di fiducia da parte dei committenti. Così è stato per Papa che ha avuto il supporto prima di Monsignor Angelo Spina, divenuto intanto vescovo di Sulmona (dove ha invitato il maestro a realizzare altre magnifiche opere all'interno della cattedrale)  e poi di Monsignor Giancarlo Bregantini.

La cattedrale di Bojano (CB)
Il Cardinal Bagnasco nel suo splendido discorso ha sottolineato un punto fondamentale per chi voglia accostarsi all'arte sacra autentica e attraverso essa trovare ispirazione per la propria fede: l'umiltà e la povertà di spirito sono le chiavi di accesso alla salvezza. Leggiamo insieme in particolare questo passaggio: 
Anche laddove, nella historia salutis, si manifesta la potenza e la gloria tutto accade nell'obbedienza a quel Mistero sempre presente che conduce la creazione e il tempo verso il punto omega di Cristo, quando Dio sarà tutto in tutti. Sì, per vivere dentro questa storia di salvezza qui mirabilmente raffigurata dal Maestro Rodolfo Papa, è necessario essere dei poveri che, consapevoli della propria povertà stendono le mani verso l'alto dove incontriamo la mano salvatrice di Cristo. E' sufficiente aprire le labbra all'invocazione e alla supplica per udire la voce dal cielo che ripete all'uomo pellegrino e spesso smarrito: "non temere, io sono con te!". Oggi, questa nobile cattedrale di Boiano, con quest'opera veramente insigne si completa: qui ogni credente, ogni visitatore attento, troverà questo motivo di fondo che, come un cantus firmus, ispira colori e forme, figure antiche e allusioni odierne, e si propone non solo come motivo ispiratore ma come messaggio e invito: la fede cristiana – possiamo dire – è l'intreccio di due "sì" quello di Dio all'uomo e quello dell'uomo a Dio. Un intreccio che genera una storia di salvezza e quindi sempre una storia d'amore.
Il Giudizio Universale
Peraltro, a mio avviso, il richiamo del presidente della C.E.I. è anche una profonda meditazione sulla natura del vero artista. Soltanto attraverso questa magnifica apertura agli umili e ai poveri di spirito l'artista avvalora la sua opera. Un'opera che non può dunque essere plasmata col linguaggio esclusivo degli intellettuali sterili e narcisi, che non può trasmettere la mera "visione del mondo" dell'individuo in contrapposizione con la natura e la storia, arroccato sulla sua assoluta novità e invaghito della sua stessa capacità demiurgica (ricrea la natura e le forme e in questo suo ricreare inorgoglisce e perde di vista il Creatore). Al contrario l'esempio di Rodolfo è mirabile proprio per l'umiltà che parla a tutti e la sapienza che non è intellettualismo o ermetismo, bensì capacità di fondere, nelle forme e nei colori, teologia, storia dell'arte, caratteri, virtù e valori condivisi da ogni cattolico. Insomma, un'arte comprensibile e saggia perché parla la lingua della fede e non meramente quella del mondo.

La barca della Chiesa - Cattedrale di Sulmona
Significativi poi i commenti, a margine dell'evento, di Monsignor Spina che ha ricordato come il ciclo pittorico di Papa costituisca uno strumento catechetico e pastorale:
"Bisogna comprendere l’importanza nelle chiese delle immagini, che un tempo erano la Bibbia dei poveri. Ad esse dà valenza proprio il fatto che Dio si sia incarnato facendosi uomo. Oggi c’è una povertà legata alla mancanza di un linguaggio evangelico/biblico. Pertanto diventa determinante riportare le scene del Vangelo in pittura, ovviamente con l’arte contemporanea. Concretamente prima di iniziare un nuovo dipinto c’era un “annuncio” con cui si spiegava alla comunità l’opera. Poi essa sarebbe stata benedetta, vivendo anche un momento celebrativo. Il tutto per avvicinarsi sempre più al Mistero di Dio. I dipinti non servivano a riempire degli spazi vuoti, bensì a dare spazio ad una particolare funzione dell’arte: la Fede ispira l’arte, l’arte esprime la Fede... attraverso colori, forme e simboli. Nell’epoca dell’immagine, le immagini pittoriche ritornano con prepotenza ad essere strumento di evangelizzazione e di catechesi."
Volta della Nvata Centrale
Monsignor Bregantini ha invece sottolineato come il ciclo di Papa si iscriva nella tradizione artistica molisana:
"In Molise c’è una tradizione di profonda sensibilità artistica. Molte sono le chiese che contengono importanti e bellissime opere. Poco conosciute e non adeguatamente valorizzate, ma di grande pregio artistico. Non possiamo trascurare che questa è la terra di Amedeo Trivisonno. La sua maestria ha mantenuto vivo il gusto verso le chiese affrescate. C’è quindi una continuità: arte antica-Trivisonno-Rodolfo Papa che è in continuità con esse nella contemporaneità."
Si coglie così un altro elemento a volte sottovalutato o del tutto ignorato dalla maggior parte dei committenti ecclesiastici: le opere d'arte sacra devono manifestare un legame col territorio, con la storia dell'arte che la fede ha fatto fiorire in ogni singolo luogo. Troppo spesso, infatti, vediamo nelle nostre chiese opere che non solo non hanno alcun legame stilistico con le chiese nelle quali vengono realizzate, ma che non possono neppure inserirsi in una tradizione artistica pre-esistente. Si tagliano i legami, mentre la fede vive proprio di legami!

Amedeo Trivisonno (1904-1995) - Ultima Cena - Cattedrale SS. Trinità - Campobasso
Auguri dunque a Rodolfo Papa, e un grazie al Cardinal Bagnasco, ai vescovi che hanno commissionato e seguito la realizzazione del ciclo, e al parroco della Cattedrale, don Rocco De Filippo, che ho avuto peraltro il piacere di conoscere qualche anno fa e di cui ho fortemente apprezzato l'amore per questa splendida opera d'arte e di fede.

Per ammirare altre foto del ciclo pittorico visita l'album di Rodolfo Papa.

lunedì 26 settembre 2011

LA C.E.I. LANCIA "UNA CHIESA AL MESE": CONSIGLI ARCHITETTONICI PER CHI VUOL PERDERE LA FEDE



di Francesco Colafemmina

Solo la scorsa settimana vi avevo informato circa il nuovo concorso C.E.I. dedicato all' "edilizia di culto", termine trés chic che sostituisce quello di "architettura sacra". E infatti quasi a dimostrazione dell'assenza di "sacro" dall'edilizia di culto italica, ecco che la C.E.I. lancia la rubrica online "Una chiesa al mese". Di che si tratta? Semplicemente di una sorta di sfida autoreferenziale e cattedratica alle costanti critiche che la Conferenza Episcopale Italiana continua a ricevere quando si parla di edificazione di nuove chiese. Chiese orribili, chiese garage, chiese dissacranti... Ma, a quanto pare, l'unica risposta alle critiche che l'ufficio guidato da mons. Giuseppe Russo è riuscito a individuare consiste nell'elitarismo accademico: "la rubrica risponde ad una diffusa esigenza di conoscenza non superficiale e non generica dell’architettura sacra contemporanea. Come dire: cerchiamo di comprendere al meglio ciò che costituisce l’oggetto costante del nostro lavoro!".

La prima chiesa della nuova rubrica C.E.I.: San Giuseppe - Monza (aula massonica o auditorium?)

Così scrive mons. Russo e chiaramente quando parla di "conoscenza" intende semplicemente restringere la capacità di giudizio e di critica sull'architettura sacra degli ultimi '50 ai soli "esperti". E, ca va sans dire, gli unici esperti sono quelli che seguiranno la rubrica della C.E.I. e che pertanto "entrano in relazione con l’architettura sacra e sentono il bisogno di affondarvi lo sguardo in modo più accorto e fondato". L'iniziativa è naturalmente coordinata da un architetto, il torinese Andrea Longhi, già co-autore di un volume su "Architettura Chiesa e società in Italia (1948-78)". Longhi è anche coinvolto nel concorso C.E.I. appena bandito, tanto da aver partecipato non solo ad un dibattito in merito nel luglio scorso (conclusosi con una "visita dialogante" al complesso del Santo Volto di Botta), ma anche al seminario operativo con le diocesi selezionate per i progetti pilota il 15 settembre scorso. Viene quindi spontaneo chiedersi se gli esempi di chiese degli ultimi 50 anni possano essere utilizzati quali "modelli" per le chiese contemporanee.

La seconda chiesa: San Valentino presso il Villaggio Olimpico - Roma (vista dall'altare)

Mons. Russo ci tiene tuttavia a precisare che: "la descrizione e l’analisi delle chiese, ma ancor prima la scelta degli edifici, sono orientate a evidenziare le particolari ragioni e i contesti in cui hanno preso corpo le opere, senza voler in alcun modo indicare modelli architettonici o liturgici cui ispirarsi."

La seconda chiesa: San Valentino presso il Villaggio Olimpico - Roma (vista del presbiterio)

Strano, però, che il curatore di questa rubrica della C.E.I. sia anche uno dei responsabili del concorso dedicato ai nuovi edifici di culto che saranno realizzati in tre diocesi italiane (Nord, Centro, Sud). E strano che la nuova rubrica presenti ogni mese una chiesa del Nord, una del Centro, ed una del Sud Italia, quasi a voler disegnare l'evoluzione dell'architettura chiesastica secondo la suddivisione geografica ancora in uso negli attuali concorsi.

Terza chiesa: San Vincenzo De Paoli - Matera (il Crocifisso espressionista di Quaroni)

D'altra parte ciò che la C.E.I., o meglio, Mons. Russo, sembra dimenticare è per me l'essenziale: queste chiese mostrate nelle schede di "Una chiesa al mese" rappresentano dei reperti di storia dell'architettura o degli esempi positivi di "dimore di Dio"? Sono, in altre parole, meri esercizi di stile e composizione architettonica o validi esempi di come bisognerebbe costruire una chiesa cattolica? E poi: sono luoghi che hanno aiutato la fede a crescere o che hanno testimoniato storicamente un periodo di deficienza della fede e di desacralizzazione? E ancora: attraverso le opere d'arte sacra presenti in quelle chiese i fedeli hanno potuto conoscere il volto di Cristo, il Dio incarnato, raffigurato con amore per il vero? E quante conversioni sono avvenute in quelle chiese? Quanta Grazia ha alitato sul capo dei fedeli raccolti in preghiera in quei luoghi?

San Vincenzo De Paoli - Matera (Degna sala da concerto? Peccato per il Crocifisso inquietante!)

A quanto pare le domande essenziali sono eluse dalla C.E.I. che continua a proporre un modello di architettura sacra passato e passatista, misoneista se per nuovo intendiamo anche il recupero di stili architettonici tradizionali ossia al di là del presente e del passato. E questa architettura viene intesa solo quale ambito di ricerca funzionale, sociale, storica e quasi mai viene messa in relazione con la fede. Ricordiamo: le grandi cattedrali del passato, ma anche le piccole chiese di campagna del XIX secolo nascono dalla fede. Mentre è evidente che gli edifici proposti dalla C.E.I. sono testimonianze di una decadenza della fede se non di un suo totale abbandono. E sono esempi di un'architettura sacra che vuol seguire i movimenti della "ricerca" architettonica, dell'evoluzione tecnica e compositiva e non la stabilità della fede, dello spazio sacro, e del rapporto fra uomo e Creatore, fra adorante e Adorato.

Per questa ragione ho deciso, di comune accordo con alcuni architetti che da anni sono impegnati nel recupero di un'architettura sacra in stretta relazione con la fede, di lanciare una rubrica settimanale dal titolo "Una chiesa a settimana". Una rubrica che non vi mostrerà chiese orribili o deformi con l'intento di erudirvi sull'evoluzione dell'edilizia di culto in Italia, ma chiese belle e nate dalla fede in anni recenti con l'unico obiettivo di offrire alla Chiesa uno stimolo per il risveglio della fede attraverso l'arte e l'architettura sacra.

Concludo riprendendo le parole recentemente pronunciate dal Santo Padre a Friburgo: "La vera crisi della Chiesa nel mondo occidentale è una crisi di fede. Se non arriveremo ad un vero rinnovamento nella fede, tutta la riforma strutturale resterà inefficace."

P.s.: Notaterete che sul sito della rubrica il "banner" realizzato dall'ufficio di Mons. Russo mostra la famosa chiesa di Le Corbusier a Firminy-Vert. Si tratta di una pseudo-chiesa della quale il sottoscritto ha scoperto la matrice "astronomica" connessa al culto mitraico: vedi qui e qui
  

venerdì 23 settembre 2011

ABOLIRE GLI ADEGUAMENTI LITURGICI: GUARDIAMO ALL'ESEMPIO DEL PAPA!


Un nuovo messaggio visivo da inviare alla C.E.I. al fine di abolire le norme per l'adeguamento liturgico contenute nella "nota pastorale" del 1996: il Papa si inginocchia dinanzi all'altare di Pio XI a Castel Gandolfo, in occasione della consegna del Pallio a S.E. il Cardinal Scola (21 settembre 2011). Non conoscevamo questa cappella "non adeguata" da Sua Santità. La aggiungiamo alla lunga lista: Cappella Sistina, Cappella Paolina (rimozione dell'altare ad populum, adozione di un sistema per la duplice celebrazione, ma il Papa ha sempre celebrato ad orientem), Altare della Cattedra (rimozione dell'altare-ferraglia preesistente, collocazione di un nuovo altare mobile barocco). 

Il Papa raccolto in preghiera dinanzi allo stesso altare

Qui di seguito invece tre esempi deprecabili di adeguamento liturgico...

Cattedrale di Padova - Adeguamento liturgico ad opera di Giuliano Vangi (1997-1999)

Cattedrale di Reggio Emilia - Adeguamento liturgico (2009-2011)

Cattedrale di Alba (CN) - Adeguamento liturgico (2007-2009)

giovedì 22 settembre 2011

NUOVO CONCORSO C.E.I.: COME SPERPERARE I NOSTRI SOLDI MENTRE LA CRISI AVANZA

di Francesco Colafemmina

Come al solito la C.E.I. continua a procedere per la sua strada, ignorando completamente non solo le evidenti e reiterate critiche di chi non sopporta le chiese garage che finora è riuscita a proporre, ma anche lo sviluppo di alternative tradizionali all'avanzata di un estro architettonico anarchico ed antiliturgico.
Non possiamo aspettarci nulla di buono pertanto dal prossimo concorso nazionale bandito dalla C.E.I., concorso che prevederà la progettazione di tre nuove chiese: una al nord (Ferrara-Comacchio), una al centro (Tempio-Ampurias) ed una al sud (Cassano allo Jonio). Basta leggere l'intervento del segretario della Conferenza Episcopale Italiana, l'uomo perennemente in clergyman Mons. Mariano Crociata, per accorgersi che il motto della C.E.I. è simile a quello di Buzz Lightyear: "verso l'infinito e oltre!"

Qui di seguito alcuni estratti illuminanti (il sottolineato è mio, il grassetto di Crociata):
"Dai primissimi luoghi di culto realizzati sulle tracce delle sinagoghe ebraiche, molteplici sono state le forme delle chiese e numerose le soluzioni di organizzazione dello spazio sacro adottate dalle comunità cristiane, per celebrare il memoriale della cena del Signore. Pur nella differenziazione diacronica cadenzata dai grandi passaggi ecclesiologici, condensati intorno agli eventi conciliari più significativi, il Cristianesimo non ha mai smesso di cercare forme specifiche per l’edificio di culto.  Dallo stile sinagogale a quello basilicale alle successive ‘nuove’ organizzazioni dello spazio per il culto, dal romanico al gotico al barocco al moderno, in un mirabile ed efficace intreccio di linguaggi, geometrie e schemi celebrativi, la comunità cristiana ha saputo esprimere esempi fulgidi di architettura sacra evidenziando grande sapienza nel progettare e costruire i nuovi edifici e manifestando non di rado spiccata attitudine innovativa. (...) In questa prospettiva si situa sin dal suo avvio l’iniziativa dei progetti pilota, non tanto come laboratorio di ‘modelli’ di chiesa per il nostro tempo, quanto piuttosto come laboratorio di pensiero intorno al tema dello spazio sacro contemporaneo. (...) La forza del concorso sta nella lucida consapevolezza che su un medesimo tema possono originarsi percorsi diversificati, e alla medesima domanda di progetto possono, teoricamente, darsi molteplici risposte di pari interesse ma appartenenti a generi e impostazioni non riconducibili ad unità.   (...) Ogni proposta (...) dovrà sapientemente reinterpretare il tema adottando i linguaggi della contemporaneità."
Mons. Crociata pone la prima pietra di una nuova chiesa...

Ma Monsignor Clergyman non si ferma qui! Nel cammino verso l'infinito e oltre, non esita persino a citare il Papa, attraverso il discorso del 21 Novembre 2009 rivolto agli artisti:
"Ci conforta in tal senso quanto Benedetto XVI ha detto agli artisti radunati nella Cappella Sistina il 21 novembre 2009, a proposito della loro speciale amicizia con la Chiesa: […] un’amicizia consolidata nel tempo, poiché il Cristianesimo, fin dalle sue origini, ha ben compreso il valore delle arti e ne ha utilizzato sapientemente i multiformi linguaggi per comunicare il suo immutabile messaggio di salvezza. Questa amicizia va continuamente promossa e sostenuta, affinché sia autentica e feconda, adeguata ai tempi e tenga conto delle situazioni e dei cambiamenti sociali e culturali. "
Purtroppo però il Papa nel discorso non si riferiva alla necessità di adattare i linguaggi ai tempi e adeguare l'architettura e l'arte sacra ai cambiamenti sociali e culturali. In realtà i multiformi linguaggi non coincidono con "multiformi estetiche" bensì con le varie forme di espressione dell'arte (scultura, pittura, musica, etc.). E ciò che va adeguato ai tempi e ai cambiamenti sociali non è l'espressione artistica bensì il rapporto fra Chiesa ed arte. In altre parole oggi, in un mondo laicizzato nel quale l'artista insegue spesso il vuoto e si lascia travolgere dalle emozioni negative, la Chiesa deve adattare la sua relazione all'artista contemporaneo invitandolo a guardare al bello e soprattutto al Bello metafisico che è Dio. Il Papa aggiungeva pertanto queste parole, tragicamente dimenticate da Crociata:
"Il momento attuale è purtroppo segnato, oltre che da fenomeni negativi a livello sociale ed economico, anche da un affievolirsi della speranza, da una certa sfiducia nelle relazioni umane, per cui crescono i segni di rassegnazione, di aggressività, di disperazione. Il mondo in cui viviamo, poi, rischia di cambiare il suo volto a causa dell’opera non sempre saggia dell’uomo il quale, anziché coltivarne la bellezza, sfrutta senza coscienza le risorse del pianeta a vantaggio di pochi e non di rado ne sfregia le meraviglie naturali. Che cosa può ridare entusiasmo e fiducia, che cosa può incoraggiare l’animo umano a ritrovare il cammino, ad alzare lo sguardo sull’orizzonte, a sognare una vita degna della sua vocazione se non la bellezza? Voi sapete bene, cari artisti, che l’esperienza del bello, del bello autentico, non effimero né superficiale, non è qualcosa di accessorio o di secondario nella ricerca del senso e della felicità, perché tale esperienza non allontana dalla realtà, ma, al contrario, porta ad un confronto serrato con il vissuto quotidiano, per liberarlo dall’oscurità e trasfigurarlo, per renderlo luminoso, bello. (Benedetto XVI agli artisti - 21 Novembre 2009)"
Ecco il progetto della nuova chiesa in questione (S.Giorgio a Donnalucata - RG)

E invece guardate come Crociata interpreta pro domo sua le parole del Papa (messe sapientemente in grassetto): 
"Ne deriva che ‘innovazione’, nel suo significato più corretto ed utile, è da intendersi non come inevitabile sovvertimento o travalicamento del già dato, ma come ricerca continua di adattamento ai tempi e ai linguaggi contemporanei, per esprimere in modo efficace l’oggetto di rappresentazione, nel nostro caso una forma (quella architettonica) e uno spazio (quello liturgico), che insieme fanno la chiesa-edificio. Su tutto questo la committenza diocesana ha il diritto e il dovere di acquisire un’adeguata conoscenza, maturare una sufficiente autorevolezza ed esercitare una necessaria vigilanza, superando la tentazione della chiusura pregiudiziale alle nuove proposte, come pure quella di una affrettata anticipazione dei risultati."
Staremo a vedere i progetti che le illuminate diocesi prescelte riusciranno a mettere in campo. Siamo certi però che dinanzi ad una tale evidente ipocrisia i risultati non potranno che essere miseri ed assolutamente in linea con le mostruosità realizzate in passato. Spiace peraltro la sfacciataggine con la quale i promotori di un'architettura sacra modernista ed antiliturgica si dilettino nel citare il Santo Padre pur ignorando strenuamente il suo insegnamento. Ne risulta un quadro sempre più desolante, nel quale le parole e le teorie sembrano sopraffatte da meri interessi economici. In un periodo di disarmante crisi economica sarebbe stato molto più opportuno destinare i fondi che saranno utilizzati per l'immondo concorso C.E.I. a ben altre iniziative più volte alla carità che all'esaltazione di obsolete ideologie architettonico-liturgiche degli anni '60...

mercoledì 21 settembre 2011

ECCO A VOI FIDES ET FORMA 2.0


Carissimi,

come avrete potuto notare Fides et Forma si presenta oggi con un nuovo aspetto. Da tempo pensavo ad un restyling del sito e ho valutato varie ipotesi, più o meno dispendiose sia economicamente che relativamente al tempo da dedicarvi. Ho scelto così un soft restyling, senza abbandonare la piattaforma blogger, come consigliatomi dall'amico Luca, e senza modificare l'aspetto del blog, consiglio ricevuto dall'amico Daniele. Altri amici hanno offerto i loro consigli e certamente sono pronto a ricevere anche i vostri.

Ho rinnovato pertanto lo stile dei caratteri, modificato la sidebar, e soprattutto ho aggiunto il funzionale menu appena sotto l'header. L'intento è quello di offrire ai lettori un sito più elegante, sobrio e facile da usare. Più di 500 post in 2 anni e mezzo rischiano infatti di essere dimenticati o persi in un polveroso archivio virtuale. Per questa ragione ho pensato di trasferire gli articoli più significativi nelle pagine dedicate del menu. Lo stesso dicasi per quanto concerne documenti e studi pubblicati nel corso degli anni su Fides et Forma che da oggi in poi saranno più facilmente reperibili. 
Nei prossimi giorni completerò anche la sezione "Artisti" che funzionerà come una vera e propria vetrina per artisti che producono opere d'arte sacra autenticamente cattoliche, secondo i dettami del famoso Appello del 2009. Insomma il blog cambia leggermente volto e si apre a nuove funzionalità che spero ciascuno di voi potrà apprezzare. 

Aggiungo il mio ringraziamento personale all'artista Sergio Favotto per avermi autorizzato all'utilizzo di una foto del suo ritratto di Papa Benedetto che trovate all'inizio della sidebar. L'opera, realizzata in occasione della visita del Papa a Malta nell'aprile 2010 è attualmente ospitata nel Palazzo Presidenziale di La Valletta. A mio parere si tratta di un quadro particolarmente evocativo perché ci mostra un Sommo Pontefice tenace e solenne, la cui arma è la dottrina rappresentata dalla pergamena che stringe nella sua destra. Che Dio protegga sempre il Papa e che la Vergine possa vegliare su questo spazio di confronto e discussione cui tanto tempo ho dedicato e che mi auguro possa continuare a stimolare la rinascita di un'arte e un'architettura sacra più conformi ai desideri di Sua Santità e in linea con la tradizione del Cattolicesimo.

Francesco Colafemmina 

Prima
Dopo


A naso, mi sembra che "Dopo" il carattere sia più leggibile...

lunedì 19 settembre 2011

CONVEGNO SU "ASSISI 3" IL PROSSIMO 1 OTTOBRE A ROMA



E' con grande piacere che vi segnalo il prossimo incontro organizzato a Roma dall'Associazione Culturale "Catholica Spes". Si tratta di un'iniziativa che precede l'incontro di Assisi cui parteciperà Papa Benedetto XVI. Gli organizzatori ricordano alcune domande che il Cardinale Ratizinger poneva all’Académie des Sciences Morales et Politiques a Parigi nel 1997: “Come è possibile l'incontro nella diversità delle religioni e fra i contrasti che proprio oggi assumono spesso forme violente? Che tipo di unità può mai esserci? In quale misura si può almeno tentare di perseguirla?”. A partire da questi quesiti quanto mai attuali l'incontro "vuole approfondire queste domande per evitare il rischio sincretistico e relativistico che incontri di questo tipo possono generare."


Uno degli ultimi incresciosi casi di "relativismo religioso": Mons. Giuseppe Zenti, Vescovo di Verona in visita - a piedi scalzi - alla moschea locale per la fine del Ramadan, non si preoccupa delle anime dei veronesi che si convertono all'Islam e non ha alcuna intenzione di evangelizzare gli islamici, anzi esalta la pratica del Ramadan, citando Gesù Cristo: "non di solo pane vive l'uomo"!

domenica 11 settembre 2011

SE PADRE PIO BENEDICE L'UNITA'!


Cari amici, oggi, su Libero, Antonio Socci smaschera i furfanti che hanno saputo mistificare l'immagine di San Pio negli orribili mosaici della cripta faraonica in cui riposano le sue spoglie. Non solo infatti è stata realizzata una cripta dove la gente non può neppure inginocchiarsi, ma nel ciclo musivo creato dal gesuita Rupnik si può ammirare persino un mosaico che raffigura padre Pio nell'atto di "benedire uomini e donne di cultura" con in mano l'Unità. Socci ci spiega che il problema non riguarda solo quel mosaico, ma in generale la narrativa sacra ideata da Rupnik, piena di ambiguità ed equilibrismi. Ne risulta un'immagine sfocata del Santo di Pietrelcina, somigliante più a quella di un guru new age o di un santone buddhista... Sarà perché così Padre Pio risulta più accettabile per gnostici e massoni? Vi aggiungo inoltre che osservando attentamente i mosaici del centro Aletti, non ci si può non soffermare su un mosaico iniziale del ciclo nel quale sono riportate delle parole dello stesso Padre Pio: "l'umile argilla diverrà oro finissimo". La metafora spirituale di Padre Pio viene tradotta in trionfo materialistico: il luogo che ospita il suo corpo è ricoperto d'oro. Ma queste parole potrebbero esser lette da qualche malintenzionato anche alla luce del pensiero alchemico... come un accenno alla trasmutazione spirituale dell'uomo. Così non solo potrebbe acquistare un senso la mia teoria della confusione della santità di San Pio con una sorta di "abilità iniziatica" operata dalle forze occulte che hanno favorito l'erezione di quell'osceno santuario, ma acquisterebbero un senso anche gli sciocchi mosaici che raccontano un San Pio "senza pregiudizi" e "pluralista"; e un San Francesco "che offre il messaggio di salvezza anche al suo più grande nemico"... Di quale messaggio e di quale nemico stiamo parlando? - Francesco Colafemmina.



di Antonio Socci

Sono milioni ogni anno i pellegrini che si recano a San Giovanni Rotondo. E negli ultimi tempi si trovano davanti a sorprese che lasciano sconcertati, nel nuovo edificio di Renzo Piano dove è stato portato il corpo di san Pio.
Per esempio i mosaici (che a me non piacciono) realizzati da Marko Rupnik proprio per il sepolcro del Padre. In tutto il ciclo delle raffigurazioni c’è una testata giornalistica italiana che viene mostrata e di conseguenza viene – per così dire – pubblicizzata.
Una sola: “l’Unità”. E’davvero molto sorprendente perché nel mosaico si vede padre Pio che addirittura benedice una tizia che ha in mano appunto “l’organo del Partito comunista italiano”. Il messaggio inequivocabile è quello di una benedizione alla stessa “Unità” e all’appartenenza comunista. O comunque di una sua irrilevanza agli occhi di padre Pio. La didascalia – come vedremo – fornisce proprio questa interpretazione.
Bisogna tenere presente cosa era l’Unità e cosa era il Pci di Togliatti e Stalin ai tempi di padre Pio. Sulle pagine del giornale comunista ovviamente venivano magnificate quelle dittature dell’Est che martirizzavano la Chiesa. E venivano propalate le tipiche menzogne del comunismo internazionale. Quando, nel 1953, morì Stalin, uno dei più sanguinari carnefici della storia umana, l’Unità titolò così, a tutta prima pagina: “Stalin è morto. Gloria eterna all’uomo che più di tutti ha fatto per la liberazione e per il progresso dell’umanità. Onore al grande Stalin!”.
L’editoriale dell’Unità era il testo del Comitato centrale del Partito comunista dell’Unione sovietica. Vi si leggeva: “Il nome immortale di Stalin vivrà per sempre nel cuore del popolo sovietico e dell’umanità amante del progresso. Evviva la grande e invincibile dottrina di Marx, Engels, Lenin e Stalin! Evviva il grande Partito Comunista dell’Unione Sovietica!”.
Poi veniva riportato la servile sviolinata di Togliatti, nel 1949, per il compleanno del feroce tiranno. Padre Pio conosceva bene l’orrore e le stomachevoli menzogne del comunismo che aveva imposto l’ateismo di stato con stragi e regimi di terrore. E’ ben noto che per lui l’adesione al Pci non era un’idea politica da discutere, ma un peccato mortale da confessare davanti a Dio e di cui pentirsi e ravvedersi. Senza se e senza ma. Come ricordava quel comunista di Cerignola che andò a confessarsi dal padre, nel dopoguerra, e quando terminò l’elenco dei suoi peccati si sentì dire: “E quella tessera che tieni qui, non ti dice niente?”.
Lui rispose: “Oh, Padre è per il lavoro”. “E il lavoro te l’hanno dato? Hai tradito il Signore tuo Dio e ti sei messo tra i suoi nemici”, tuonò il padre. Ancora più movimentato fu il caso di un comunista di Prato, l’esplosivo Giovanni Bardazzi che padre Pio nel 1949 cacciò via dal confessionale e che – per ripicca – andò a un’udienza di Pio XII cominciando a strillare che padre Pio l’aveva cacciato. Giovanni Bardazzi divenne poi uno dei figli più ardenti di padre Pio e non solo rinnegò la sua militanza comunista, ma andò a cantarle chiare ai suoi ex compagni e poi per anni e anni, ogni settimana, convogliò tanti di loro, un fiume di persone, a San Giovanni Rotondo.


Si può dire che padre Pio sia stato il più straordinario convertitore di militanti comunisti dell’Italia del dopoguerra, perché aveva capito benissimo quello che fior di intellettuali cattolici e laici non capirono: che cioè non era una faccenda politica, ma che si trattava di essere con Gesù Cristo o contro di lui. E il comunismo era ferocemente contro Cristo. Perciò anche contro l’uomo. Fra le storie di conversione di militanti comunisti, la più sorprendente fu forse quella del medico francese Michel Boyer, un famoso eroe della Resistenza francese.

Una della più commoventi fu quella di Italia Betti, la “pasionaria” dell’Emilia. Durante l’occupazione nazifascista fu membro del CLN di Bologna e la si ricorda, il giorno della liberazione, entrare a Bologna, alla testa delle truppe partigiane, con una bandiera rossa in pugno. Nel dopoguerra, alla guida di una moto, diffondeva nelle campagne il verbo del partito con grande zelo. L’incontro con padre Pio, nel 1949, capovolge la sua vita. Nel dicembre lascia Bologna per andare a vivere a San Giovanni Rotondo suscitando grande clamore tra i compagni che cercarono di dissuaderla. Considerando tutti questi episodi quell’immagine con “l’Unità” al centro risulta del tutto fuorviante.
Ho dunque telefonato a un’importante personalità di San Giovanni Rotondo, che ha voce in capitolo, per capire il motivo di quel mosaico e mi sono sentito rispondere proprio questo: “ma è un’immagine che vuole ricordare le tante conversioni di comunisti avvenute tramite padre Pio, come quella di Italia Betti”.
Sì, ho obiettato, ma in quel mosaico “l’Unità” non giace a terra, come segno di un passato ripudiato e di una conversione, ma sta fra le mani della persona che viene benedetta dal Padre, come una militanza mai abbandonata e legittimata.


Inoltre sotto il mosaico c’è questa incredibile didascalia: “Padre Pio benedice le donne e gli uomini di cultura. Il padre spirituale sa accogliere senza pregiudizi tutti quelli che a lui si rivolgono”. Non si parla di “conversione”. Anzi, si attribuisce al Padre una “mancanza di pregiudizi” per dare ad intendere che a lui il credo marxista e la militanza comunista non facevano alcun problema. Il mio interlocutore è parso sorpreso e ha detto che quella didascalia andrà corretta. Non so se sarà corretta, ma di certo non è un incidente. Riflette tutta una mentalità che è esattamente agli antipodi di quella di padre Pio. Una mentalità per cui è proibito usare sia la parola “comunismo” che la parola “conversione”. Sostituiti da “dialogo” e “senza pregiudizi”.

Lo dimostrano due mosaici lì vicino. Nel primo, a fianco di quello descritto, si vede padre Pio che in bilocazione va a trovare il cardinale Mindszenty carcerato. La didascalia recita: “San Pio porta il pane e il vino al cardinal Mindszenty prigioniero”. Prigioniero di chi? Dell’anonima sequestri? No. Il primate fu incarcerato dal regime comunista ungherese, ma ovviamente lì non c’è scritto. E ben pochi pellegrini lo ricordano. L’altro mosaico è il quadro della vita di san Francesco che vorrebbe essere il corrispettivo dell’immagine di padre Pio con la militante comunista: Francesco che durante la crociata va dal Sultano per convertirlo alla fede cristiana. Convertire non è un verbo “politically correct”. Che san Francesco e padre Pio vivessero letteralmente per salvare anime, quindi per annunciare Cristo a tutti (compresi musulmani, comunisti o massoni) e quindi per convertire tutti a Gesù Cristo, nella mentalità clericale corrente (espressa da Rupnik) sembra assolutamente un tabù. Indicibile.

Infatti nel sito internet del Centro Aletti, di cui è direttore proprio il pittore Rupnik, nella riproduzione dei suoi mosaici, sopra l’immagine di Francesco dal Sultano, si legge questa considerazione: “San Francesco, da uomo libero, non agisce secondo i pregiudizi e affascina persino il sultano con la sua predicazione. E, come dice san Bonaventura, è tornato in Italia triste non perché non abbia convertito il sultano, ma perché questi lo ha persino difeso e Francesco non è potuto diventare martire”. Dove san Bonaventura lo abbia scritto non è dato sapere. In realtà nella “Legenda Maior” di Bonaventura, al capitolo IX, dove si racconta l’episodio, si legge che Francesco chiede al Sultano “con il tuo popolo di convertirti a Cristo” e di “abbandonare la legge di Maometto per la fede di Cristo”. E’ lì per questo e lo ripete al Sultano, pronto a subirne ogni conseguenza. San Francesco, come padre Pio, non era “politically correct”.
E’ noto che a Maglie c’è la discussa statua di Aldo Moro con l’Unità sotto il braccio. Ma che in una chiesa, nel sepolcro di un santo, si rappresenti padre Pio che benedice la militante con l’Unità in mano è decisamente troppo.

Copyright Libero 11 Settembre 2011

mercoledì 7 settembre 2011

IL CLERICALISMO E LA DEVASTAZIONE DELLE DEVOZIONI POPOLARI: IL CASO DI ACQUAVIVA DELLE FONTI




A devozione di Maria SS. di Costantinopoli

di Francesco Colafemmina

Ricordo ancora quel giorno di settembre. Il paese era, come al solito, alle prese con i preparativi della festa e nonostante le reiterate mutazioni, le violente manomissioni operate ai danni della devozione tradizionale, la speranza era ancora viva. La casa di don Gaetano Lenoci era umile ma piena di libri, immagini votive, specie nel suo studio. In un angolo era quasi nascosta una grande pergamena in latino con la nomina a Monsignore, ma ad Acquaviva tutti continuavano a chiamarlo don Gaetano.

"Vedi, i Vescovi passano. Quando sarà mandato via l'attuale, ne verrà un altro e ripristinerà le cose com'erano..." Ma il tempo non gli ha dato ancora ragione.
Mi mostrò così centinaia di lettere di protesta, accorati appelli, vere e proprie preghiere rivolte a Monsignor Mario Paciello, che lo stesso don Gaetano aveva provato a portare personalmente a Sua Eccellenza. Il Vescovo era però altrove... in Canada, per la Giornata Mondiale della Gioventù. Anzi, qualcuno aggiunse, quelle lettere non le avrebbe mai prese in considerazione. E così fu. "Io le lettere le conservo qui, un giorno forse serviranno" concludeva battagliero don Gaetano, mentre si inerpicava sulle vette della storia cercando di spiegarmi i problemi del verticismo gerarchico con quella frattura fra Stato e Chiesa che risaliva ai tempi di Pio IX.

Sconsolato, io che allora mi sentivo ribollire il sangue nelle vene per quell'insano autoritarismo che in meno di due anni aveva infranto le più venerande tradizioni del mio paese, accompagnai don Gaetano in cattedrale. E fu lì, in macchina, mentre contemplavo quel novantenne perennemente in talare, alto non più di un metro e sessanta, che gli dissi: "Oggi purtroppo i preti non seguono più le tradizioni, dicono che si tratta solo di apparenza, di forma, e se è per questo alle forme non ci badano proprio, non mettono mai la talare..."
E lui: "Figlio mio, sono solo ignoranti. Perché forma in latino che vuol dire? Vuol dire bellezza... Ecco, la forma è bellezza..."

Quelle sue parole me le sono sempre portate nel cuore e sono peraltro all'origine del titolo di questo blog: fides et forma. Un titolo che non è, come qualcuno forse crede, sintesi di un programma o di un eccentrico desiderio di tradizionalismo estetizzante e aristocratico, bensì sinonimo della più viva devozione della mia terra, quella devozione popolare e semplice che è anche alimento della mia fede. E quelle parole, a più di un anno dalla sua morte, le sento ancora vive e vere.

Così, camminando fra le strade del paese in festa, quest'anno come tutti i primi martedì di settembre, mi ha pervaso una disarmante tristezza. Constatare che l'autoritarismo di un Vescovo assieme alla compiacente collaborazione di qualche sacerdote, sono riusciti a sprofondare nell'indifferenza una devozione antichissima e a trasformare una grande festa religiosa in una volgare sagra di paese mi ha fatto davvero male. E' come se umiliando le antiche devozioni popolari, avessero voluto uccidere quel lembo di stupore dinanzi al Sacro che è tipico della nostra infanzia, dei nostri giorni più belli. Forse a molti di voi non interesserà questa storia, ma voglio narrarvela lo stesso, perché è specchio di una decadenza del sacro ad opera degli stessi Vescovi di cui prendiamo coscienza ogni giorno nella nostra Italia, come in giro per il mondo.

La devozione a Maria Santissima di Costantinopoli ha radici antichissime nel territorio pugliese. Acquaviva delle Fonti ne è certamente il fulcro. Fu qui che arrivò un'icona miracolosa dell'Odighitria agli inizi del XVI secolo, a seguito di progressive migrazioni di comunità ortodosse provenienti dall'altra sponda dell'Adriatico, in fuga dall'espansione ottomana. L'icona che oggi si venera ancora ad Acquaviva, di fattura rinascimentale, divenne da subito il centro della devozione degli Acquavivesi, unendosi al co-patrono della città, Sant'Eustachio. Alla Madonna si dedicarono due momenti dell'anno: il primo martedì di marzo e il primo martedì di settembre. Quella di marzo era la festa originaria, quella che commemorava la liberazione del paese dalla peste nel '600 e nel corso della quale l'allora Università di Acquaviva cominciò a versare fisicamente un donativo in monete d'argento al Capitolo "in cornu epistulae". Ma non solo: "fin dall'anno 1656, allorché il travagliato regno tutto da crudelissimo pestilenziale malore, la città preservata in mezzo alla comune strage, si obbligò, precedente parlamento, giusta il solito radunato, con solenne atto, astenersi dall'uso delle carni e dei latticini nel giorno della festività".

Astinenza dunque, ma anche tanto fervore religioso, espresso attraverso gesti, suoni, preghiere:

"Vedesi allora la chiesa tutta festivamente apparata e su del maggiore altare eretta un'alta architettata machina, carica d'una immensità di ceri; su della quale si colloca copia della sacra effigie; il di cui originale mai si muove dal suo altare se non se in qualche urgente bisogno, e gravissimo e pressante pericolo della città, siccome radissime volte si è veduto. (...) Ed è cotanto il concorso del popolo, e delle circostanti popolazioni, che quella maggior chiesa tutto che spaziosa, e ben lunga; e tutto che la gente è stipata e rimirasi; pure non è capace a dar luogo a tutti: vedendosi l'atrio e la spaziosa sottoposta piazza piena d'infinita gente, che concorre a fare oblazioni, e di ceri, e di danajo, per le grazie ricevute, o in soddisfacimento dei voti formati."

Così scriveva nelle sue Brievi Memorie su l'antica, miracolosa immagine di Maria SS. di Costantinopoli, V.P. Rubini nel 1779. Questa tradizione è rimasta nel corso degli anni, ma presto è scomparsa la "macchina d'altare" in cima alla quale si collocava una copia dell'icona. Sono diminuiti visibilmente i "mille e mille" ceri e il concorso di popolo. La festa è rimasta una breve parentesi nella routine quotidiana.

L'altra festa, quella settembrina, ha invece conquistato negli anni il ruolo di momento centrale della devozione, "la fèsta granne", che blocca il paese per quattro giorni in ricordo dell'incoronazione della miracolosa icona della Vergine, ad opera di Papa Pio VI, nell'anno 1781. Si trattava almeno fino all'epoca della riforma liturgica e dell'impazzimento della Chiesa, di una festa prettamente religiosa e popolare al tempo stesso. Era previsto un triduo solenne che culminava la domenica in varie Messe Solenni accompagnate dai "musicanti della Regia Cappella Palatina". E la musica sacra costituiva un elemento fondamentale dei festeggiamenti, giacché il paese poteva vantare una tradizione invidiabile di compositori. Il lunedì si rendevano omaggi all'effigie della Vergine, posta sempre in cima ad una macchina d'altare e la giornata si concludeva con il solenne Vespro. Giunto il martedì l'icona veniva esposta alla pubblica venerazione, e portata processionalmente dalla cripta della Cattedrale al presbiterio, dove era posta sotto un pregiato tosello. Seguivano quindi le processioni.

La prima, mattutina, seguiva la Messa Solenne delle 10.00: la statua della Madonna veniva portata fra le strade del paese, accompagnata da numerose bande musicali, e da fedeli a piedi nudi muniti di grandi ceri. La seconda, invece, alla sera: una processione a cavallo, con i due Canonici Palatini in testa e vari chierici con torce accese. Agli inizi dell'ottocento data, poi, la tradizione del lancio della grande mongolfiera in cartapesta che avviene a mezzanotte. Seguono i fuochi d'artificio o meglio la "gara pirotecnica".

Questa la festa, fino agli anni quaranta. Poi qualcosa cominciò a cambiare... Scomparvero lentamente le grandi orchestre che accompagnavano la musica sacra, le macchine d'altare, svanì un po' di pompa e subentrò lentamente il gusto del folklore. Negli anni '80 ci si inventò una posticcia rievocazione storica con tanto di sbandieratori, che tuttora si tiene la domenica che precede il primo martedì di settembre. Ma ricordo ancora con commozione la festa immutata nella sostanza, ancora viva nelle emozioni, fino alla mia adolescenza.

Il martedì era meraviglioso svegliarsi con il suono dell'ottavino nelle orecchie e ancora ebbri di sonno, scoprire che la Bassa Musica di Mola stava attraversando le vie del paese con tanto di tamburi piatti e grancassa. Annunciava la festa, assieme allo sparo mattutino di qualche fuoco. E' festa e il cielo azzurro è solcato da qualche tenue nuvola che il vento spazza via prima o poi. Ci si veste bene per la festa, si deve pregare la Madonna con dignità. Alle dieci la Santa Messa e poi, al termine della messa, ecco due grandi bande salire sul sagrato. Ricordo ancora oggi il brivido che mi percorreva la pelle quando si cominciava a vedere la statua della Madonna col Bambino che avanzava col suo dolce dondolio fra i leoni che proteggono il portale della cattedrale, con i suoi abiti ricamati in oro e argento dalle monache di clausura di Bitonto. E lì la banda era pronta a suonare la marcia del Mosè di Rossini e ancora la famosa marcia "Squinzano"... il brivido si trasformava in lacrime di commozione o, come riferisce un manifesto del 1843 in "lagrime di amore, e riconoscenza di un devoto popolo".


Scoppiava un applauso nella grande piazza gremita, una grande emozione faceva sentir viva la presenza della mano carezzevole della nostra Celeste Mamma su di noi. E la processione ricca di fiori bianchi, con le bimbe che avevano fatto la prima comunione tutte vestite di bianco, con i carabinieri in uniforme da parata, i sacerdoti in talare e il Vescovo benedicente. E la processione si snodava per le vie anguste e fresche della città vecchia, adorne di immacolate tovaglie, di coperte damascate, e lì lanci di petali di rose accompagnavano il passaggio della Vergine e preghiere, preghiere, preghiere.


Era la festa, sì, una festa fatta di preghiera e devozione. Ma di colpo tutto questo finì. O meglio fu turbato da mutamenti, tagli, correzioni. E tutto ad opera di un Vescovo e di alcuni sacerdoti. Si cominciò nel 2002, dopo la riapertura al culto della Cattedrale, rimasta chiusa per quasi dieci anni. In quell'occasione si decise di esporre costantemente in una cappella laterale della Cattedrale la statua della Vergine che per secoli era esposta solo in occasione delle feste di marzo e settembre; abolire la processione del martedì mattina, la più solenne e vissuta; portare in processione a sera la miracolosa icona della Vergine, restaurata e privata delle Corone, con l'intero suo altare rimovibile d'argento di scuola napoletana del '700, nonostante non vi fosse alcuna calamità ad assediare il pese. Pian piano le processioni furono private dell'accompagnamento delle bande e sostituite da raglianti megafoni, sostenuti da diaconi permanenti in sciatte casule medievali bianche, dai quali un sacerdote recitava qualche preghiera. E tutte le antiche confraternite del paese furono private delle loro tradizionali divise con saio e mozzetta. L'organizzazione della stessa festa fu sottratta al laicato, sempre più anziano e recalcitrante e posta saldamente nelle mani del parroco della Cattedrale, d'accordo col Vescovo, che poi nel 2005 si dedicherà a stilare uno "Statuto unico dei Comitati Feste", decidendo pertanto struttura, competenze, e regolamenti interni di associazioni laicali che per lustri si erano occupati di raccogliere fondi per organizzare feste patronali ricche di devozione e bellezza. Così nel tempo le bande sono scomparse, i fuochi d'artificio si sono ridotti, e le ragioni di una festa del cuore e dell'amore per Maria hanno lasciato il posto alle ragioni dell'interesse o del mero svago. La festa è stata banalizzata anche attraverso le insulse peregrinazioni della statua della Vergine già settimane prima, da una parrocchia all'altra. Una banalizzazione motivata da ragioni "pastorali" che in realtà celano un evidente desiderio di manipolare la perfetta armonia delle devozioni antiche...

Oggi i risultati sono sotto gli occhi di tutti. I fondi raccolti per la festa sono sempre più esigui. I fedeli dapprima speranzosi, hanno del tutto perso fiducia nel clero e così fanno a gara nel donare meno. Si sentono traditi da quel clero che avrebbe dovuto preservare antiche e venerabili tradizioni e che invece si è dato da fare per distruggerle, parandosi dietro gli slogan del "rinunciare al folklore" (lasciando in piedi una inutile rievocazione storica piena di contraddizioni) e dell' "abolire gli orpelli di una festa pagana" (e così quest'anno per la prima volta al posto delle numerose bande musicali che fanno parte della storia di Acquaviva, sono apparse band di dubbia bravura che cantavano cover dei Beatles... e il paese è stato trasformato nel teatro di una rozza, volgare sagra). L'ideologia pretesca che non saprei se definire progressista o clericale ha prodotto un calo della devozione e una intellettualizzazione dell'evento festoso che parrebbe essere irreversibile.

Questo processo di autoritaria rimozione, di vilipendio ostinato, delle devozioni tradizionali non è limitato al caso di Acquaviva delle Fonti. Innumerevoli tradizioni, devozioni, feste, processioni, emozioni rituali che ravvivano la nostra fede, sono in pericolo e i loro nemici sono non la secolarizzazione, non il relativismo, non la multiculturalità. Bensì il clericalismo della gerarchia, l'intellettualismo dei sacerdoti, l'incapacità della Chiesa di penetrare nel tesoro prezioso, delicato e autentico delle devozioni popolari.

Quest'anno la Madonna di Costantinopoli con quel suo dolce sorriso silente si è sentita ancora una volta trascurata e nuove generazioni di bambini non hanno potuto provare quelle medesime sensazioni che hanno dipinto la mia fede decenni or sono con i colori della festa, dell'attesa, della devozione. I suoni delle bande non hanno lasciato nei cuori la gratuità di una musica provvisoria e sincera, che nasce per la festa, s'innalza al cielo e muore in attesa di ritornare il prossimo anno a scaldarti il cuore. E nonostante i tentativi di ripristinare qualche processione, tutto ormai ha cambiato volto perché anche le tradizioni dei nostri padri, che credevamo incrollabili testimonianze di eterna preghiera, sono state prese a picconate, si sono trasformate in macerie per via dell'orgoglio di un clero che procede sull'orlo della collera di Dio. Che peccato! Che grande sbaglio! Che la Madonna possa aiutare questi uomini di Chiesa a comprendere i propri grossolani errori e a rimediarvi prima che sia troppo tardi.


sabato 3 settembre 2011

ANTONIO SOCCI SUL TRAGICO OCCULTAMENTO DEI TABERNACOLI


Tabernacolo di Star Treck del Santuario di Fatima

Cari amici, qui sopra vedete una foto della cosiddetta "Cappella del SS. Sacramento" del nuovo - diabolico - santuario di Fatima (Chiesa della SS. Trinità). La cappella si trova nel sotterraneo del santuario. All'interno dell'enorme chiesa consacrata dal Card. Bertone, non esiste il tabernacolo. Quello della cappella sotterranea non è un tabernacolo ma un abominio geometrico che sembra realizzato più per una divinità massonica che per Cristo... E' uno dei tanti esempi di dislocazione perversa del Tabernacolo in angoli inaccessibili delle nostre chiese.

A tal riguardo qui di seguito potete leggere lo splendido e tragico articolo di Antonio Socci apparso oggi su Libero. Una voce autorevole si leva contro il vezzo di anteporre i contenuti della "nota pastorale" della CEI del 1996 sull'adeguamento liturgico all'esempio pratico e magisteriale di Papa Benedetto XVI (Sacramentum Caritatis del 2007). Speriamo che i Vescovi italiani e qualche competente dicastero vaticano (Congregazione per il Culto Divino) sappiano raccogliere l'appello al ripristino della centralità del Tabernacolo nelle nostre chiese. Un ripristino che non può essere emotivo o temporaneo, ma che andrebbe sancito nero su bianco in documenti e decreti ben più solidi di una vaga "nota pastorale" assurta a legge federale dei Vescovi italiani. Buona lettura!

Francesco Colafemmina



di Antonio Socci

Un giorno, conversando con amici, Ratzinger (ancora cardinale) se ne uscì con una battuta: “Per me una conferma della divinità della fede viene dal fatto che sopravvive a qualche milione di omelie ogni domenica”.
Se ne sentono infatti di tutti i colori. Non c’è solo il prete che – è notizia di ieri – in una basilica della Brianza diffonde una preghiera islamica in cui si inneggia ad Allah. Ci sono quelli che consigliano la lettura di Mancuso o Augias… E si trovano “installazioni” di arte contemporanea nelle cattedrali che fanno accapponare la pelle. D’altra parte pure i cardinali di Milano hanno dato sfogo alla “creatività”. Leggo dal sito di Sandro Magister: “Nel 2005, l’11 maggio, per introdurre un ciclo dedicato al libro di Giobbe è stato chiamato a parlare in Duomo il professor Massimo Cacciari: oltre che sindaco di Venezia, filosofo ‘non credente’ come altri che in anni precedenti avevano preso parte a incontri promossi dal cardinale Martini col titolo, appunto, di ‘Cattedra dei non credenti’. Cacciari ha tessuto l’elogio del vivere senza fede e senza certezze”. Insomma nelle chiese si può trovare di tutto. Tranne la centralità di Gesù Cristo.

Infatti – nella disattenzione generale – i vescovi italiani hanno estromesso dalle chiese (o almeno vistosamente allontanato dall’altare centrale e accantonato in qualche angolo) proprio Colui che ne sarebbe il legittimo “proprietario”, cioè il Figlio di Dio, presente nel Santissimo Sacramento.

Non sembri una banale battuta. Al Congresso eucaristico nazionale che si sta aprendo ad Ancona dovrebbero considerare gli effetti devastanti prodotti dall’incredibile documento della Commissione Episcopale per la liturgia del 1996 che è il vademecum in base al quale sono state progettate le nuove chiese italiane e i relativi tabernacoli, o sono state “ripensate” le chiese più antiche.

Non si capisce quale sia lo statuto teologico di cui gode una Commissione della Cei (a mio avviso nessuno). Ma la cosa singolare è questa: che nell’ambiente ecclesiastico – a partire da seminari e facoltà teologiche – trovi legioni di teologi pronti (senza alcuna ragione seria) a mettere in discussione i Vangeli (nella loro attendibilità storica) e le parole del Papa, ma se si tratta di testi partoriti dalle loro sapienti meningi, e firmati da qualche commissione episcopale, ti dicono che quelli devono essere considerati sacri e intoccabili.

Dunque in quel testo del 1996, fra le altre cose discutibili, si “consiglia vivamente” di collocare il tabernacolo non solo lontano dall’altare su cui si celebra, ma pure dalla cosiddetta area presbiterale. Relegandolo “in un luogo a parte”. Le motivazioni – come sempre – sono apparentemente “devote”. Si dice infatti che il tabernacolo potrebbe distrarre dalla celebrazione eucaristica.
Motivazione ridicola e – nella sua enfasi sull’evento celebrativo a discapito della presenza nel tabernacolo – anche pericolosamente somigliante alle tesi di Lutero.

L’effetto inaudito di queste norme è il seguente: nelle chiese si assiste da qualche anno a un accantonamento progressivo del tabernacolo, cioè del luogo più importante della chiesa, quello in cui è presente il Signore. Prima lo si è collocato in un posto defilato (una colonna o un altare laterale), quindi in una cappella, parzialmente visibile. Alla fine probabilmente sarà del tutto estromesso dalle chiese. Come risulta essere nell’incredibile edificio di San Giovanni Rotondo in cui è stato portato il corpo di san Pio. L’edificio, progettato da Renzo Piano, non ha inginocchiatoi e la figura centrale e incombente è l’enorme e spaventoso drago rosso dell’apocalisse rappresentato trionfante nell’immensa vetrata: ebbene il tabernacolo lì non c’è.

Tabernacolo/Totem di San Giovanni Rotondo

Non so a chi sia venuto in mente questo progressivo occultamento dei tabernacoli nelle chiese (che avrebbe fatto inorridire padre Pio). Esso non corrisponde affatto all’insegnamento del Concilio Vaticano II, visto che l’istruzione post-conciliare “Inter Oecumenici” del 1964 affermava che il luogo ordinario del tabernacolo deve essere l’altare maggiore.
E non piace nemmeno al Papa come si vede nell’Esortazione post sinodale “Sacramentum Caritatis” dove egli sottolinea il legame strettissimo che deve esserci fra celebrazione eucaristica e adorazione. Sottolineatura emersa dall’XI Sinodo dei Vescovi dell’ottobre 2005 che ha richiesto la centralità ed eminenza del tabernacolo.

Basterà per tornare sulla retta via? Nient’affatto. Come dimostra il comportamento – a volte di aperta contestazione al Papa – tenuto da certi vescovi quando il suo famoso “Motu proprio” ha restaurato la libertà di celebrare anche con l’antico messale. Purtroppo le idee sbagliate dei liturgisti “creativi” continueranno a prevalere sul papa, sul Concilio e sul Sinodo (forse faranno strada anche altre balordaggini come la “prima comunione” a 13 anni). Fa da corollario a questa estromissione di Gesù eucaristico dalle chiese, la stupefacente pratica del biglietto di ingresso istituito perfino per alcune Cattedrali. Degradate così a musei.
La protestantizzazione o la museizzazione delle chiese è un fenomeno dagli effetti spaventosi per la Chiesa Cattolica. Si dovrebbero prendere subito provvedimenti.

Per capire cosa era – e cosa dovrebbe essere – una chiesa cattolica voglio ricordare la storia di due persone significative. La prima è Edith Stein, una donna straordinaria, filosofa agnostica, di famiglia ebrea, che divenne cattolica, si fece suora carmelitana ed è morta nel lager nazista di Auschwitz. E’ stata proclamata santa da Giovanni Paolo II nel 1998 e nell’anno successivo compatrona d’Europa. La Stein ha raccontato che un primo episodio che la portò verso la conversione accadde nel 1917 quando lei, giovinetta, vide una popolana, con la cesta della spesa, entrare nel Duomo di Francoforte e fermarsi per una preghiera: “Ciò fu per me qualcosa di completamente nuovo. Nelle sinagoghe e nelle chiese protestanti, che ho frequentato, i credenti si recano alle funzioni. Qui però entrò una persona nella chiesa deserta, come se si recasse ad un intimo colloquio. Non ho mai potuto dimenticare l’accaduto”.

Lì infatti c’era Gesù eucaristico. Un altro caso riguarda il famoso intellettuale francese André Frossard. Era il figlio del segretario del Partito comunista francese. Era ateo, aveva vent’anni e quel giorno aveva un appuntamento con una ragazza. L’amico con cui stava camminando, essendo cattolico, gli chiese di aspettarlo qualche istante mentre entrava in una chiesa. Dopo alcuni minuti Frossard decise di andare a chiamarlo perché aveva fretta di incontrare “la nuova fiamma”. Lo scrittore sottolinea che lui non aveva proprio nessuno dei tormenti religiosi che hanno tanti altri. Per loro, giovani comunisti, la religione era un vecchio rottame della storia e Dio un problema “risolto in senso negativo da due o tre secoli”.


Cappella eucaristica della chiesa di Montmartre (San Giovanni di Montmartre): il tabernacolo è un cubo di metallo nell'angolo estremo della sala. Tutte le sedie sono rivolte all'altare/scrivania di quart'ordine, così da offrire le terga al Santissimo.


Eppure quando entrò in quella chiesa era in corso un’adorazione eucaristica e, racconta, “è allora che è accaduto l’imprevedibile”. Dice: “il ragazzo che ero allora non ha dimenticato lo stupore che si impadronì di lui quando, dal fondo di quella cappella, priva di particolare bellezza, vide sorgere all’improvviso davanti a sé un mondo, un altro mondo di splendore insopportabile, di densità pazzesca, la cui luce rivelava e nascondeva a un tempo la presenza di Dio, di quel Dio, di cui, un istante prima, avrebbe giurato che mai era esistito se non nell’immaginazione degli uomini; nello stesso tempo era sommerso da un’onda, da cui dilagavano insieme gioia e dolcezza, un flutto la cui potenza spezzava il cuore e di cui mai ha perso il ricordo”.

La sua vita ne fu capovolta. “Insisto. Fu un’esperienza oggettiva, fu quasi un esperimento di fisica”, ha scritto. Frossard è diventato il più celebre giornalista cattolico. In una chiesa di oggi non avrebbe incontrato il Verbo fatto carne, ma le chiacchiere di carta.

Copyright Libero - 3 settembre 2011


venerdì 2 settembre 2011

UN CONCERTO DAVVERO "BENEDETTO"!



di Francesco Colafemmina

Il concerto del 31 Agosto offerto dal Cardinal Domenico Bartolucci a Sua Santità è stato davvero meraviglioso. Chi vi ha potuto assistere mi ha detto che lo porterà nel cuore come un evento di grande, estrema bellezza. Ringrazio Simone Baiocchi per avermi inviato il bellissimo messaggio di saluto rivolto dal Cardinal Maestro al Santo Padre. Eccone di seguito il testo ufficiale:

"Beatisssimo Padre,

Sono qui a ringraziare Vostra Santità per tutto quello che ha fatto e sta facendo per ridare nobiltà e splendore alla Santa Liturgia della Messa per quanto riguarda la musica che voglia veramente essere consona al Sacramento del Sacrificio Eucaristico.
Come non ricordare il cantico "et, hymno dicto, exierunt in montem olivarum" che Gesù cantò nell'Ultima Cena insieme agli Apostoli nel Cenacolo, dopo la prima Messa? Certo: quell'antico bellissimo Inno non poté non accrescere una santa profonda commozione interiore in quegli straordinari cantori!

E' la stessa cosa oggi?

Ecco: Beatissimo Padre, io sono qui a ringraziare Vostra Santità per il forte richiamo all'uso della musica nelle celebrazioni odierne nella Santa Messa.

Io sono certo che l'avere chiamato un musicista a far parte del Collegio Cardinalizio ha voluto essere un richiamo all'uso della musica sacra nella Santa Liturgia!

Il concerto di oggi è soprattutto l'esecuzione del mio lavoro "Babptisma" sul testo preciso dell'antico rito del Battesimo.

Mi piace ricordare che proprio questo breve lavoro definito "Poemetto sacro" fu commissionato a me dal collegio dei professori dell'Istituto Pontificio di Musica Sacra ed eseguito nell'Aula Magna dell'Istituto stesso. Mi piace ricordare anche che, dopo l'esecuzione, nello stesso anno fui nominato Maestro di Cappella alla Basilica di Santa Maria Maggior, l'anno dopo fui nominato professore di composizione polifonica nello stesso Istituto, nell'anno appresso vice-Maestro con Perosi alla Cappella Sistina e, alla morte del Maestro nel 1956 nominato da Papa Pacelli Pio XII "Maestro Direttore Perpetuo". Poi i tempi purtroppo cambiarono.
Oggi si nota con soddisfazione un vero e proprio risveglio da parte di tanti giovani che vogliono rivivere la bellezza della Messa in latino e il maggior frutto spirituale che ne deriva! Ciò è un grande, grandissimo conforto e ci dà a sperare in un futuro liturgico quale Vostra Santità certamente desidera. Ne ringraziamo il Signore che vorrà aiutare tutti coloro che si stanno impegnando per una serietà della musica sacra.

Confido fermamente che con l'aiuto di Dio ci sarà il vero ritorno alla bimillenaria tradizione della musica sacra."

Queste le parole, forti, del Cardinale (che ha anche dedicato al Santo Padre un Benedictus composto in suo onore). Naturalmente, ascoltandole e ammirando le energie del porporato, mi viene spontaneo rammentare un desiderio che accomuna molti fedeli: che la Chiesa si esprima intorno al ripristino della bellezza della musica liturgica con nuova fermezza e chiarezza, al fine di superare decenni di incertezza, pressappochismo, confusione, e in ultima analisi decadenza della liturgia anche attraverso il profondo abbruttimento della musica sacra. Che il Signore doni forza al Sommo Pontefice e luce ai suoi collaboratori affinché attraverso atti magisteriali, concreti e inequivocabili, si possa ristabilire la tradizione musicale della Chiesa nella celebrazione della Santa Messa.

Vorrei poi fare i miei complimenti pubblici al caro Simone Baiocchi che ha diretto il concerto con la sua solita bravura e con meticolosa attenzione per i particolari. So quanto siano dure le sue prove, visto che ho avuto l'onore di vederlo all'opera nel mio matrimonio. Ed è bello, lasciatemelo dire, è bello che al di là delle età, delle competenze, delle sensibilità, tutti noi ci si senta uniti da questa musica sublime del Cardinal Bartolucci, uniti al cospetto della Maestà divina, prostrati dinanzi alla grandezza del Signore che attraverso l'arte ci offre - come lo stesso Santo Padre ha ripetuto mercoledì scorso - un passaggio per intravvedere il Suo splendore e la sua bontà.

Mettetevi comodi, dunque, e gustate questo concerto davvero "benedetto"!


giovedì 1 settembre 2011

CATECHESI DEL PAPA: LUCI ED OMBRE (DI GHOST WRITERS BEN NOTI)


di Francesco Colafemmina

Splendida catechesi del Papa ieri a Castel Gandolfo (e splendido concerto dell'amico Simone Baiocchi in onore del Papa). Benedetto XVI ha parlato di chiese gotiche e romaniche, riproponendo dei modelli ancora validi per il Cattolicesimo, ma allo stesso tempo il discorso per certi versi entusiasmante, mancava di una chiara definizione di cosa sia l'arte e in particolare l'arte sacra. Il Santo Padre ci dona tanto ogni giorno, credo non sia segno di ingratitudine meravigliarsi dell'assenza di maggiore concretezza nelle sue parole.

Ad esempio l'idea che l'arte sia "sete in infinito" non è propria della tradizione estetica cattolica, ma più di una visione romantica dell'arte, tipo Sturm und drang, per intenderci: arte e sentimentalismo convergono verso l'abbattimento delle barriere del sensibile verso un assoluto che è prettamente interiore. Nel cuore dell'uomo c'è l'assoluto... Anche perché Dio occorrerebbe chiamarlo per nome, senza rifugiarsi nei termini ambigui e d'apertura verso il mondo laico come appunto: infinito, assoluto e via cantando.

Fortunatamente il Santo Padre, sembrerebbe aver aggiunto di suo pugno un brano di particolare importanza. Questo:

"Ma ci sono espressioni artistiche che sono vere strade verso Dio, la Bellezza suprema, anzi sono un aiuto a crescere nel rapporto con Lui, nella preghiera. Si tratta delle opere che nascono dalla fede e che esprimono la fede."

Il Papa ha poi proseguito raccontando di un concerto di Leonard Bernstein che si tenne a Monaco anni fa. Ne porta ancor oggi impresso il ricordo. In particolare quello di una splendida esecuzione di una cantata di Bach. Ebbene, grazie ad un fan di Bernstein, André Bessler di Brema, che si è preso la briga di contattare il famoso Bach-Chor di Monaco di Baviera, sappiamo quale fu il programma di quel concerto:

"I contacted the Bach-Choir of Munich for you and got a nice response from an old lady by the name Ingrid Buecher who sung with this choir for 44 years. She memorized this concert - which she took part of - very well and sent me a copy of the program. At the beginning the Bach-Choir of Munich sung the choral "Wenn ich einmal soll scheiden" (St. Matthew Passion, BWV 244), followed by the Brandenburg Concerto No. 3 in G major (BWV 1048), performed by the Bach-Orchestra of Munich. The Bach-Choir finished the first part of the concert with the cantata No. 140 "Wachet auf, ruft uns die Stimme" (BWV 140) and sung the Magnificat in D major (BWV 243) in second part."

Sappiamo così che la cantata cui si riferisce il Papa è con tutta probabilità la 140, la famosissima "Wachet auf", nonostante il Papa la identifichi con "l'ultimo brano". Purtroppo Bernstein non ha mai registrato cantate di Bach. Ma ve la ripropongo in un'ottima interpretazione qui sotto.



Intanto veniamo alle note dolenti del discorso del Papa, scritto parzialmente dal Cardinal Ravasi o dalla sua segreteria. Cosa me lo fa pensare? Beh... due evidenti citazioni strettamente ravasiane: quella di Chagall sulla Bibbia e quella di Claudel. Rileggiamo il Papa e poi di seguito una serie di citazioni di Ravasi che da anni non fa che ripetere come un disco rotto le stesse usurate citazioni.

Nella catechesi c'è scritto:

"Rimane profondamente vero quanto ha scritto un grande artista, Marc Chagall, che i pittori per secoli hanno intinto il loro pennello in quell’alfabeto colorato che è la Bibbia. Quante volte allora le espressioni artistiche possono essere occasioni per ricordarci di Dio, per aiutare la nostra preghiera o anche la conversione del cuore! Paul Claudel, famoso poeta, drammaturgo e diplomatico francese, nella Basilica di Notre Dame a Parigi, nel 1886, proprio ascoltando il canto del Magnificat durante la Messa di Natale, avvertì la presenza di Dio. Non era entrato in chiesa per motivi di fede, era entrato proprio per cercare argomenti contro i cristiani, e invece la grazia di Dio operò nel suo cuore."

Ed ecco cosa ripete Ravasi ormai da anni:


Il pittore ebreo Marc Chagall diceva: «Per me, come per tutti i pittori dell'Occidente, la Bibbia è stata l'alfabeto colorato in cui ho intinto i miei pennelli».

Avvenire, 6 Gennaio 2001

"È il giorno di Natale del 1886. Un giovane diciottenne, agnostico e indifferente, varca la soglia della cattedrale di Notre-Dame a Parigi. È l’ora del Vespro, una luce debole illumina le vetrate e le volte gotiche percorse dal canto purissimo della liturgia. Il coro intona il «Magnificat» e per quel giovane le parole del cantico di Maria trasformano la sua esistenza. Molti avranno riconosciuto il protagonista di questa vicenda, il poeta Paul Claudel, il futuro cantore della fede cristiana."


Il pittore Marc Chagall era convinto che per secoli i pittori hanno intinto il loro pennello in quell'alfabeto colorato della speranza" che sono le Sacre Scritture, tant'è vero che senza la loro conoscenza è impossibile decifrare l'iconografia dell'arte europea.


Scrive Chagall: "Per secoli i pittori hanno intinto il loro pennello nell’alfabeto colorato della speranza che è la Bibbia"


"i pittori, diceva Chagall, trovano nella Bibbia un alfabeto della speranza in cui intingere il pennello."


Aveva ragione il pittore Chagall, quando dichiarava che «per secoli i pittori hanno intinto il loro pennello in quell’alfabeto colorato di immagini che è la Bibbia».


Perché, come diceva Chagall, "le pagine bibliche sono l’alfabeto colorato in cui per secoli i pittori hanno intinto il loro pennello"


Ed è stato Chagall a dire una volta che la pittura è un pennello intinto in un alfabeto colorato. Quell'alfabeto è la Bibbia


Ma pensiamo anche alla cultura "laica", che deve ritornare a leggere e comprendere quei testi perché essi sono «l’alfabeto colorato in cui per secoli i pittori (ma non solo) hanno intinto il loro pennello», per usare una famosa frase di Chagall.


Per usare le parole di un artista che ha testimoniato sempre questo incontro tra estetica e fede, Marc Chagall, «i pittori per secoli hanno intinto il loro pennello in quell'alfabeto colorato che era la Bibbia». Essa è stata, infatti, l'atlante iconografico per eccellenza, l'«immenso vocabolario» della cultura, come la definiva il poeta francese Paul Claudel.


Claudel vedeva nella Bibbia un "grande lessico" e Chagall ne parlava come di "un alfabeto tinto nella speranza nella quale gli artisti di tutti i tempi hanno intinto i loro pennelli".


"Come diceva Chagall, i pittori per secoli hanno intinto il loro pennello in quell’alfabeto colorato iconografico che è la Bibbia."


Per usare le parole di un artista che ha testimoniato sempre questo incontro tra estetica e fede, Marc Chagall, "i pittori per secoli hanno intinto il loro pennello in quell'alfabeto colorato che era la Bibbia". Essa è stata, infatti, l'atlante iconografico per eccellenza, l'"immenso vocabolario" della cultura, come la definiva il poeta francese Paul Claudel.


Non per nulla uno degli ultimi artisti che hanno intinto quasi sistematicamente il pennello in quell’alfabeto colorato della fede che è la Bibbia (per usare una sua fastosa locuzione), cioè Marc Chagall, confessava di non aver mai letto le Scritture Sacre, ma di averle "sognate" in una sorta di contemplazione epifanica.

Domanda conclusiva: perché il pensiero del Santo Padre non possiamo riceverlo integralmente senza addendum e manipolazioni della Pontificia Commissione per i Beni Culturali? Oremus pro Pontifice nostro Benedicto...