giovedì 27 ottobre 2011

UNA CHIESA A SETTIMANA N.4

Pescara - Cattedrale di San Cetteo
Cattedrale di San Cetteo - Pescara

Data di dedicazione: 1939
Progettista: Arch. Cesare Bazzani
Attribuzione del titolo di Cattedrale: 1977

Dopo il primo turno di chiese italiane del '900 realizzate in continuità con l'architettura sacra tradizionale, ripartiamo dal centro Italia. Opera del celebre architetto Cesare Bazzani (sua la Galleria d'Arte Moderna di Roma e la facciata di Santa Maria degli Angeli ad Assisi), la cattedrale di Pescara sorge sui resti della chiesa di San Cetteo demolita negli anni '20. Principale sponsor dell'edificazione della nuova chiesa fu Gabriele D'Annunzio che per l'appunto ne finanziò cospicuamente la realizzazione. L'edificio in stile neoromanico rielabora stili e temi propri dell'architettura chiesastica locale (un esempio su tutti la Basilica di Santa Maria di Collemaggio a l'Aquila). Gli interni della chiesa sono impreziositi da splendide vetrate artistiche. Il Presbiterio è stato adeguato nel 2007 secondo l'esecranda "nota" della CEI del 1996.
Aggiungo una mia postilla a proposito di questa chiesa: quando si parla di neoromanico è forse fuori luogo scomodare una vera e propria setta anglicana statunitense come hanno recentemente fatto Timothy Verdon e l'Arcidiocesi di Firenze. Ci sono decine di esempi mirabili di architettura neoromanica capaci di unire al nitore della composizione una appropriata decorazione degli interni e il ricorso ad un'arte autenticamente cattolica... E invece in nome di un fallace ecumenicismo, degenerazione dell'ecumenismo, si scomodano imbarazzanti comunità settarie protestanti che già hanno avuto i loro guai giudiziari, al solo scopo di esaltarne la loro chiesa neoromanica pacchiana e kitsch. Vi sono numerosissimi architetti statunitensi cattolici che hanno realizzato negli ultimi anni chiese tradizionali ispirate al neoromanico. Chiese cattoliche e non luoghi di riunione di sette fondate da due donne carismatiche sul finire degli anni '50. 
Come al solito la Chiesa Cattolica e specialmente quella italiana, fa finta di non vedere i preziosi tesori che ha sotto gli occhi e se da un lato stimola un avanzamento spregiudicato verso il modernismo architettonico, dall'altro esalta modelli tradizionali solo se provengono da ambienti non cattolici. E questo è un ulteriore segno di ingrato disprezzo per tutti coloro (architetti e artisti) che fanno tanto per ricucire le amare cesure introdotte dai fautori del fantomatico "Spirito del Concilio". 

Vista dall'alto
Statue della Facciata
Vetrate artistiche
Organo e Rosone 
Navata centrale vista dal Presbiterio
Navata destra
Foto d'epoca della Cattedrale
Altre foto su foto.inabruzzo.it

martedì 25 ottobre 2011

12 MILIONI DI EURO PER UN CONVENTO DI SOLE 7 CLARISSE... FIRMATO RENZO PIANO!

Scopri l'intruso: l'albero o la suora che passa dietro al vetro?
di Francesco Colafemmina

Accade in Francia, ai piedi della chiesa tanto amata dal Cardinal Ravasi e da qualche altro illuminato e strenuo difensore del brutalismo, Notre Dame du Haut, opera dell'esoterico Le Corbusier. Tre anni fa la fondazione Association Notre Dame Du Haut,  proprietaria della chiesa (sic!) di Le Corbusier e del suolo ad essa adiacente, decise di affidare a Renzo Piano un progetto per amplificare la spiritualità del luogo... Certo, data l'esperienza in fatto di spiritualità dell'architetto genovese, i membri dell'Associazione non potevano far scelta migliore! Ma affinché il progetto non restasse una scatola vuota hanno convinto delle suore Clarisse di Besancon a vendere il proprio convento e a trasferirsi nei nuovi spazi firmati Renzo Piano Building Workshop.

La Badessa immobiliarista e il grande esperto di spiritualità cattolica 
Agli inizi erano 12, oggi sono rimaste in 7, pienamente convinte della bellezza e della spiritualità delle  nuove futuristiche celle. "Crediamo - dice la Badessa, suor Brigitte de Sigly, - che sia necessario lavorare sul concreto quando si parla di integrazione e di spiritualità. Noi lavoriamo dentro il generale movimento di apertura della Chiesa, e la Chiesa ci ha chiesto, venendo a Ronchamp, una presenza di preghiera. Noi siamo qui per dar vita alla collina".
Sì, infatti il complesso realizzato da Piano, comprende anche un immancabile centro di preghiera multiconfessionale!

Sala riunioni degli Alcolisti Anonimi
Ora passiamo però alle questioni economiche. Nel 2008 le suore clarisse hanno messo in vendita le loro proprietà immobiliari a Besancon, con l'intento di raggranellare fondi per la costruzione del nuovo "convento". Evidentemente il denaro ricavato non è bastato a finanziare l'opera costata, secondo il sito delle stesse Clarisse, ben 12 Milioni di Euro. Così è stato messo in piedi un comitato di sostegno del progetto nell'aprile del 2009. Chi è il presidente di questo comitato? Naturalmente il Vescovo di Besancon, André Lacrampe!

Le 7 clarisse in visita al cantiere
12 Milioni di Euro divisi per 7 clarisse fanno circa 1,7 milioni di Euro a clarissa... Mica male per una comunità di "povere clarisse", come si dichiarano sul loro sito le abitatrici, a dire il vero piuttosto attempate, del nuovo convento avvenieristico (ma molto anni '70...). Può darsi anche che le Clarisse di per sé siano povere o meglio che vivano con poco, ma certo è scandaloso ed aberrante che pur praticando la povertà codeste figlie di Santa Chiara si siano fatte promotrici di un'inutile e terribilmente orrenda opera architettonica del valore di 12 Milioni di Euro. Il Vaticano che tanto straparla sulla crisi economica, arrivando persino ad ipotizzare la creazione di una Banca Centrale Mondiale (sogno di tutti i fautori del Novus Ordo Saeclorum), potrebbe prestare maggiore attenzione a sprechi così macroscopici. Anche perché la sempre maggiore evidenza di casi analoghi a quello di Ronchamp rischia di fomentare anche nei fedeli più devoti un giusto e sacrosanto disprezzo per l'affarismo clericale, la doppia morale dei Vescovi e l'ossimorica convivenza di povertà (a parole) ed esibita avidità di denaro per realizzare inutili monumenti all'archistar o all'artista del momento.

Sembra un fotogramma del film Arancia Meccanica, in realtà è una cella monastica!
A volte mi vien da pensare che certi vescovi e certi/e religiosi/e siano davvero dei perfetti idioti (considerando il senso greco del termine "idiota=cittadino privato", "colui che pensa a sé e non alla comunità", opposto di "polita=il cittadino pubblico che vive per la comunità")... date le condizioni nelle quali è ridotta la nostra Chiesa forse potrei aver ragione.

Foto tratte da Architectural Record

sabato 22 ottobre 2011

PSEUDORESTAURI IN NOME DELL'ADEGUAMENTO LITURGICO - PARTE I

Duomo di Pisa: il nuovo altare sgorbio di Vangi e, dietro, l'antico altare 
E' con grande piacere che oggi pubblico la prima parte dell'inchiesta di Sandro Barbagallo, critico d'arte e giornalista dell'Osservatore Romano (a noi già noto per altre ragioni), apparsa sul Giornale dell'Arte (n.313 - Ottobre 2011). Si tratta di un approfondimento pienamente condivisibile che allarga fortemente il fronte di coloro che con intelligenza e coraggio mettono in discussione l'esecranda prassi di adeguare le chiese costruite prima della riforma liturgica secondo il dettato della "nota pastorale" della CEI del 1996. Sono ormai due anni che dalla tribuna di Fides et Forma metto in evidenza la violenza ideologica insita negli adeguamenti liturgici, oltre all'evidente assenza di buon gusto sia dei committenti che degli esecutori di simili progetti. Mi auguro che all'inchiesta di Barbagallo possano seguire finalmente un po' di fatti, ossia l'auspicata abolizione della nota CEI del 1996 e la sua sostituzione con un documento che tenga conto non solo delle nuove acquisizioni in materia di conservazione dei beni culturali ed architettonici, ma anche della promulgazione del Motu Proprio Summorum Pontificum nel 2007, e dell'ermeneutica della continuità fra pre-Concilio e post-Concilio introdotta da Benedetto XVI. Ringrazio infine la società editrice Allemandi per aver autorizzato la riproduzione di questa inchiesta. (Francesco Colafemmina)

Inchiesta esclusiva: i nuovi interventi nelle chiese storiche

Pseudorestauri in nome dell'adeguamento liturgico

Quanti architetti e "liturgisti" sono informati su ciò che veramente è stato detto dal Concilio Vaticano II? E le soprintendenze conoscono davvero le nuove norme liturgiche? I casi delle Cattedrali di Catania, Alba, Acerra e Firenze. 

Il Gioco dei rimpalli 

Vaticano e CEI sono in disaccordo sulle norme d'adeguamento delle chiese storiche, mentre le soprintendenze devono sottostare al Concordato del 2005

di Sandro Barbagallo

La maggior parte dei documenti prodotti in materia di adeguamenti liturgici dalla fine del Concilio Vaticano II è ricolma di ambiguità e rimandi. La nota pastorale della CEI del 1996, ad esempio, intitola ta "L'adeguamento delle chiese secondo la riforma liturgica" è composta di varie premesse e inutili elucubrazioni. Si addentra nell’argomento pratico a partire dall’art.15, dedicato all’assemblea, che dice: “La disposizione longitudinale dell'assemblea, che è la più diffusa, non richiede necessariamente di essere modificata. Si possono tuttavia ricercare sistemazioni in cui l'assemblea venga disposta attorno all'altare, quando l'articolazione planimetrica e spaziale dell'aula lo consente.” 
L’articolo 15 è un chiaro esempio di ambiguità e contraddittorietà (“non richiede necessariamente di essere modificata” ma “si possono tuttavia ricercare sistemazioni etc.”) e non fa riferimento a nessun documento conciliare o affine che accenni alla “circolarità del popolo di Dio” e sua applicazione pratica (disposizione architettonica). Le radici della forzata trasformazione delle chiese a pianta basilicale in chiese a pianta centrale è forse da ricercarsi nel Canone Romano, dove si usa l’espressione “circumstantes”, alludendo alla circolarità attorno all’altare. Ma poiché l’altare non è mai stato nei secoli al centro delle chiese, né mai i sacerdoti si sono posti dietro di esso, ciò è accaduto solo per alcune basiliche (San Pietro in Vaticano) e per ragioni di ordine pratico. Per quanto riguarda invece le modifiche da apportare al presbiterio, la nota CEI indica tre metodologie: integrazione del nuovo presbiterio con l'esistente (quello nuovo viene inserito nel precedente, integrando elementi dell'uno e dell'altro); sostituzione del presbiterio esistente (di cui si conserva solo lo spazio architettonico che viene occupato con i nuovi elementi: altare, ambone, sede presidenziale); progetto di un nuovo presbiterio separato da quello preesistente (è la soluzione adottata nei casi in cui il presbiterio esistente risulti immodificabile). 

Se si leggono invece i documenti ufficiali prodotti dai dicasteri vaticani, il tono cambia. Per quanto riguarda il tabernacolo, ad esempio, l’esortazione postsinodale  Sacramentum Caritatis del 2007 al n. 69, dice che: “È necessario che il luogo in cui vengono conservate le specie eucaristiche sia facilmente individuabile, grazie anche alla lampada perenne, da chiunque entri in chiesa. A tale fine, occorre tenere conto della disposizione architettonica dell'edificio sacro: nelle chiese in cui non esiste la cappella del Santissimo Sacramento e permane l'altare maggiore con il tabernacolo, è opportuno continuare ad avvalersi di tale struttura per la conservazione ed adorazione dell'Eucaristia, evitando di collocarvi innanzi la sede del celebrante.” 
Infatti anche nell’Istitutio Generalis Missale Romanum, approvato in Vaticano dalla Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, non c’è nessuna imposizione alle modifiche richieste dalla CEI, ma, ad esempio, quando parla della cattedra vescovile, al n.310 afferma: “…la collocazione più adatta è quella rivolta al popolo, al fondo del presbiterio, a meno che non vi si oppongano la struttura dell’edificio e altri elementi, ad esempio la troppa distanza che rendesse difficile la comunicazione tra il sacerdote e i fedeli riuniti, o se il tabernacolo occupa un posto centrale dietro l’altare”. Perché dunque nelle cattedrali finora “adeguate” la cattedra è stata posta fuori dal presbiterio, quando per il tabernacolo c’era un’apposita cappella laterale? 

Anche per quanto riguarda l’altare, la confusione regna sovrana. L’IGMR al n. 299 dice: “L’altare sia costruito staccato dalla parete, per potervi facilmente girare intorno e celebrare rivolti verso il popolo: la qual cosa è conveniente realizzare ovunque sia possibile”. Dunque, non solo non c’è nessuna obbligatorietà, ma questa indicazione è ben collegata alla Sacramentum Caritatis n.69, secondo la quale è bene lasciare il tabernacolo nell’altare maggiore, implicando la permanenza dell’altare maggiore al suo posto nelle chiese costruite prima del Concilio. Contrariamente a tutto ciò, la nota CEI dice: “La conformazione e la collocazione dell'altare devono rendere possibile la celebrazione rivolti al popolo e devono consentire di girarvi intorno e di compiere agevolmente tutti i gesti liturgici ad esso inerenti. Se l'altare esistente soddisfa alle esigenze appena indicate, lo si valorizzi e lo si usi. In caso contrario occorre procedere alla progettazione di un nuovo altare possibilmente fisso.  La forma e le dimensioni del nuovo altare dovranno essere differenti da quelle dell'altare preesistente, evitando riferimenti formali e stilistici basati sulla mera imitazione”. 

Tre cose dunque: deve essere rivolto al popolo; deve essere riprogettato se non soddisfa i requisiti; deve evitare riferimenti formali e stilistici al vecchio. Quest’ultima esortazione è forse servita alla CEI per tacitare le aspre critiche all’altare di Pisa ieri e quello di Reggio Emilia oggi? E come si concilia con quello neobarocco realizzato a Noto da Giuseppe Ducrot e con tutti gli altri dello stesso genere? 

Delineato quindi il continuo gioco di rimpalli delle opposte normative sugli adeguamenti liturgici (quelle del Vaticano contro quelle della CEI),  sorge spontanea una domanda. Fin dove arriva il potere dei Vescovi e dove inizia quello delle Soprintendenze? Abbiamo cercato di rivolgere questa domanda ad alcuni soprintendenti, ma senza nessun risultato. L'unica istituzione che ha risposto è stata la Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa. Abbiamo così saputo che il ruolo delle Soprintendenze è limitato dal Concordato fra Italia e Santa Sede. Forte di questi accordi, nel 2005 la CEI ha siglato un’intesa con lo Stato Italiano. L’articolo 5 dell'intesa recita: “Circa i progetti di adeguamento liturgico da realizzare negli edifici aperti al culto rientranti fra i beni culturali di cui all’art. 2, comma 1, presentati con le modalità previste dai commi precedenti, il soprintendente competente per materia e territorio procede, relativamente alle esigenze di culto, d’accordo con il vescovo diocesano, in conformità alle disposizioni della legislazione statale in materia di tutela. Qualora l’accordo non sia raggiunto a livello locale o regionale e in presenza di rilevanti questioni di principio, si procede ai sensi dell’art. 2, comma 5, ultimo periodo”. 
Il cui testo dichiara: “Gli interventi di conservazione da effettuarsi in edifici aperti al culto rientranti fra i beni culturali di cui al comma 1 sono programmati ed eseguiti, nel rispetto della normativa statale vigente, previo accordo, relativamente alle esigenze di culto, tra gli organi ministeriali e quelli ecclesiastici territorialmente competenti. Qualora l’accordo non sia raggiunto a livello locale o regionale e in presenza di rilevanti questioni di principio, il capo del dipartimento competente per materia, d’intesa con il Presidente della CEI o con un suo delegato, impartisce le direttive idonee a consentire una soluzione adeguata e condivisa”. 

Qual è stata l’ultima volta (o la prima) che il responsabile di una Soprintendenza si è rivolto al presidente della CEI? Quali sono le “rilevanti questioni di principio”, visto che non sono affatto chiarite? Inoltre, stabilito che gli interventi sono motivati da “esigenze di culto”, l’adeguamento liturgico non limita forse il campo d’azione delle Soprintendenze? Da queste considerazioni si desume che il Vescovo diocesano è la massima autorità in questioni di adeguamento liturgico, che la Soprintendenza non può far altro, se in disaccordo col Vescovo, che concordare una risoluzione di compromesso col Presidente della CEI. Ma poiché i Vescovi e la CEI sono la stessa cosa, se lo Stato Italiano ha qualcosa da dire in merito agli adeguamenti liturgici se la deve vedere sempre con la CEI, che può comodamente giustificare interventi inopportuni con la sigla “esigenze di culto”. 

L'altare con ragnatela al neon vista dal presbiterio
La Cattedrale di Alba - (vedi l'articolo di Fides et Forma)

Dedicata a San Lorenzo, la Cattedrale di Alba è il risultato di continui rimaneggiamenti. L’originale costruzione romanica dell’anno Mille è stata trasformata in forme gotico-lombarde sul finire del ‘400. Durante il ‘500 e il ‘600 è stata radicalmente rivista secondo lo stile del tempo, per poi essere nuovamente restituita allo stile gotico da Edoardo Arborio Mella tra il 1867-’72. Dovendo tamponare la fragilità dei muri perimetrali, il Mella li rinforzò così facendo sparire i pilastri polilobati originali e ridipinse le pareti interne a fasce alternate di color ocra e cotto con l'obiettivo di imitare un interno gotico, oggi risultano irrimediabilmente false. Anche tutti gli altari laterali furono realizzati “in serie”, secondo il gusto neogotico. Solo il presbiterio mantiene il progetto originario, con il suo altare barocco in marmi pregiati e il coro ligneo preziosamente intarsiato da Bernardino Fossati nel 1517. Anche le due cappelle barocche del transetto (quella di San Tebaldo conserva uno splendido altare marmoreo del 1515) testimoniano un glorioso passato. In questa situazione di assemblaggio di stili, nel 2008 si è innestato con forza un intervento contemporaneo che, firmato dall’architetto Mauro Rabino, ha “adeguato” la Cattedrale trasformandola a pianta centrale col presbiterio oggi senza alcuna funzione e quasi declassato a quinta di teatro. Per giustificare il posizionamento al centro del transetto del nuovo altare in marmo policromo, dai colori “in tinta” con pareti e colonne, l’architetto ha fatto riferimento al ritrovamento di reperti archeologici risalenti al secolo XI, che presumibilmente appartenevano ad un altare con ciborio di cui però si hanno solo indizi. Entrando in Cattedrale poi si viene catturati da una tela di ragno metallizzata con annessi punti luminosi che nelle intenzioni dell’autore dovrebbe alludere al ciborio non più esistente. 

Immagine (in piccolo) del rendering dell'adeguamento liturgico di Acerra
(ricorderete che quando pubblicai l'immagine l'architetto Marcuccetti minacciò di denunciarmi per aver pubblicato foto già presenti sulla rivista "il Sacro e le sue forme").

La Cattedrale di Acerra  - (vedi l'articolo di Fides et Forma)

Edificata nel X secolo sopra un tempio dedicato ad Ercole, la Cattedrale di Santa Maria Assunta è stata totalmente riedificata tra il 1791 al 1843, per essere successivamente abbattuta e ricostruita nel 1874 a causa di continui lesioni strutturali in forme neoclassiche con decorazioni interne a cornici in stucco.   L’adeguamento liturgico che sta per partire, firmato dell’architetto Andrea Marcuccetti, consiste nello spostare l’altare al centro del transetto (si tratta di una chiesa a croce latina con tre navate) per ottenere (a detta dell’architetto) una maggiore “partecipazione” dei fedeli. Anche questo progetto, come quello di Alba, prevede la realizzazione di uno pseudo-ciborio sospeso. Questo di Acerra è formato da tre enormi cerchi metallici digradanti, che dovrebbero alludere alla Trinità, con all’interno una croce in frammenti di vetro policromo. La locale Soprintendenza, sorvolando sul pulpito marmoreo trasformato in ambone (la cui scala d’accesso è prevista in pietra, acciaio e cristallo), si è limitata a prescrivere di non eliminare la storica Cattedra episcopale, realizzata con frammenti marmorei rinascimentali. La nuova Cattedra si presenterà dunque con un design modernissimo e sarà realizzata a fasce orizzontali di marmo bianco, azzurro, calacatta oro e cristallo. Negli stessi marmi e nella medesima fattura a fasce, saranno realizzati anche altare e battistero. Sia la croce pendente che gli altri elementi non presentano nessun chiaro richiamo iconografico. A spezzare la monotonia delle strisce bianco-azzurre-cristalline di tutti gli oggetti liturgici sono previsti dei curiosi elementi di pasta vitrea rossa e oro, simili a baccelli, dall’architetto presentati come “sigilli” e presenti anche nei quattro pilastri intorno al fonte battesimale, a simboleggiare i quattro evangelisti (sic!). 

Interno del duomo di Firenze
La Cattedrale di Firenze   

L’Opera del Duomo di Firenze ha recentemente bandito un concorso per la realizzazione del nuovo ambone nella Cattedrale di Santa Maria del Fiore, chiamando gli architetti Mario Botta, Enrico Savelli e Paolo Zermani, insieme a agli artisti Mimmo Paladino, Massimo Lippi e Filippo Rossi. I progetti sono stati presentati lo scorso maggio a una commissione formata dal Cardinale Bibliotecario Raffaele Farina, Gabriella Belli, Pio Baldi, Maurizio Calvesi e i vertici dell’Opera del Duomo.   Ritenuti non sufficientemente inseriti nell'insieme del presbiterio, alcuni di loro sono stati scartati, mentre ad altri (i più noti del gruppo) è stato chiesto un “ripensamento”. L’insieme del presbiterio e le soluzioni esaminate propongono tutte materiali diversi, dal bronzo al plexiglass, mentre altare e  cattedra attuali sono di marmo bianco. Dato che qualunque intervento potrebbe risultare invasivo e non idoneo, perché non pensare a un ripristino dell'antica cattedra di Sant’Antonino (ricca di significati storici) e del vecchio altare? Forse una ricostruzione filologica del vecchio presbiterio, tenendo conto delle attuali esigenze liturgiche, sarebbe il migliore intervento "moderno" e più adatto a un luogo così ricco di passato. Anche per Firenze, come sta accadendo a Reggio Emilia, nascerà una diatriba tra “tradizionalisti” e “innovatori”.

Copyright - Il Giornale dell'Arte n.313 - Ottobre 2011 - pagine 4 e 20

mercoledì 19 ottobre 2011

CONCERTO ORGANISTICO A MONOPOLI

PROGRAMMA

G.FRESCOBALDI (1583-1643) dai “Fiori musicali”1635: -Toccata avanti la Messa della Madonna -Canzon dopo la Pistola -Toccata per la Levatione

D.BUXTEHUDE (1637-1707) - Fuga in do maggiore

J.S.BACH (1685-1750) - Concerto italiano BWV 971


W.A.MOZART (1756-1791) - Andante KV 616

G.VALERJ (1760-1822) - Sonata VI - Sonata VII

F.J. HAYDN (1732-1809) - Allegro ma non troppo - Andante - Presto

Francesco Bongiorno è nato a Fasano (Brindisi). Ha studiato Organo e Composizione Organistica e Pianoforte presso il Conservatorio di Musica “N. Piccinni” di Bari, diplomandosi con il massimo dei voti e la lode. Nel biennio 1994-95 si è perfezionato presso l’Accademia di Musica Italiana per Organo” di Pistoia con il maestro Klemens Schnorr conseguendo un attestato di qualifica di Interprete di musica barocca tedesca rilasciato dalla Regione Toscana. Successivamente negli anni 1996-98 ha frequentato la Universität für Musik und darstellende Kunst di Vienna nella classe del maestro Michael Radulescu.
Ha vinto diversi concorsi organistici: primo premio della categoria A al concorso nazionale di Noale (Venezia) nel 1991; secondo premio al concorso nazionale di Viterbo nel 1997; secondo premio al concorso internazionale di Pasian di Prato (Udine).
Si esibisce regolarmente in rassegne organistiche tra le più rinomate d’Italia, Austria, Danimarca, Francia, Germania, Polonia, Svezia, Svizzera e Slovacchia riscuotendo ovunque ampi consensi di critica e pubblico. Ha tenuto concerti in qualità di solista con l’Orchestra della Provincia di Bari diretta dal M° M. Quaremba (Concerti di G.F. Handel), con il “Collegium Musicum” diretto dal M° R. Marrone (Concerto n.2 di J.G. Rheinberger) e come solista e direttore con l’Apulia Concert Ensemble” (Concerti di J.S. Bach).
Notevoli sono i riconoscimenti che critici come E. Girardi, M. Matyscak, J. Temsch gli riservano commentando le sue esecuzioni di pagine bachiane (di cui ha eseguito l’intera opera organistica in un ciclo di tredici concerti), di gran parte delle composizioni di Max Reger e del repertorio romantico in genere.
Francesco Bongiorno ha registrato diversi CD per le etichette Euromeeting, Polifemo e per la “Bottega Discantica” la terza parte della Clavier-Übung di J.S. Bach dal vivo.
Già presidente dell’Associazione Organistica Pugliese”, dall’anno 2000 è ideatore e direttore artistico del Festival Organistico Internazionale di Selva di Fasano. È docente di Organo e Composizione Organistica presso il Conservatorio “E.R. Duni” di Matera e docente in corsi e master di perfezionamento presso conservatori (Pesaro) e accademie (Accademia Musicale Mediterranea).

sabato 15 ottobre 2011

UNA CHIESA A SETTIMANA N.3

San Paolo alla Rotonda - Reggio Calabria
Santuario di San Paolo alla Rotonda - Reggio Calabria

Progettista: sconosciuto
Anno di dedicazione: 1931
Anno di erezione a santuario diocesano: 2001

La chiesa di San Paolo alla Rotonda merita una menzione nella nostra rubrica settimanale perché costituisce un mirabile esempio di continuità artistica nel corso degli anni. Progettata in stile neoromanico, dopo la sua edificazione e consacrazione, nel 1931, si avviò sul finire degli anni '50 la realizzazione della decorazione interna, grazie all'interessamento del parroco, Mons. Salvatore Gangemi. Ammiccando ai mirabili esempi d'arte musiva siciliana, e alle tracce di arte bizantina nella stessa terra calabrese, si decise di dar vita ad un complesso ciclo di mosaici ultimato solo nel 1995. I mosaici coprono praticamente tutti gli interni della chiesa, estendendosi per più di 500 metri quadri. Sono opera della Scuola Beato Angelico di Milano e dell'arte di Nunzio Bava, considerato il più famoso pittore verista del XX secolo, di Mauro Strati e di altri artisti. All'interno del Santuario sono inoltre presenti 70 statue in bronzo di pregevole fattura. Notevoli gli angeli che adornano il tabernacolo, opera del celebrato scultore calabrese Pasquale Panetta. Sempre del Panetta è la balaustra bronzea. Di Tommaso Gismondi, scultore caro a Giovanni Paolo II, è il portale centrale in bronzo. 
Quando ho sentito per telefono il parroco di San Paolo alla Rotonda, Monsignor Giacomo D'Anna, mi ha detto candidamente: "ma la nostra non è una chiesa antica...", quasi a volersi smarcare dall'attribuzione di meriti all'arte e all'architettura del Santuario. In realtà la sua è una chiesa che, potremmo dire, trasuda fede e preghiera, ed è infatti grazie al suo impegno che è stata eretta a Santuario Diocesano il 21 maggio del 2001 da Mons. Vittorio Mondello. Rimarchevole l'esperienza artistica vissuta in questa chiesa: non si chiamano artisti da ogni dove, col puro intento di mortificare l'arte in nome della mondanità (vedi l'esempio di padre Dall'Asta reale committente degli scempi artistici della cattedrale dell'altra Reggio, quella dell'Emilia). In questo caso la Chiesa diventa committente oculata di un'arte che vive nel territorio, e fa appello ai grandi artisti locali, artisti devoti e fieri della loro "località", per sviluppare opere in grado di  trasmettere sacralità e devozione. Non sono ancora riuscito a recuperare il nome dell'architetto che ha progettato questa splendida chiesa del sud, posta ai limiti del centro storico di Reggio Calabria, e questo è forse un segno evidentissimo di come la bellezza di una chiesa non discenda dalla fama dell'archistar che l'ha progettata, né tantomeno da quella di grandi artisti contemporanei lodati dal mondo, ma dall'umile lavoro di tanti fedeli nella vigna del Signore.

Vista dall'alto
Navata centrale
Interno: ingresso
Altare con Tabernacolo
Portale centrale con mosaici di Nunzio Bava
Mosaico esterno della Facciata Nord, opera di Mario Strati
Altre informazioni sul sito del Santuario.

martedì 11 ottobre 2011

SE LA RUSSIA DA' IL BUON ESEMPIO


Il Patriarca Kirill davanti alla nuova Cattedrale
di Francesco Colafemmina

Su segnalazione dell'amico Sergio, vi mostro il video della consacrazione della più grande chiesa ortodossa dell'estremo oriente russo, la cattedrale della Santissima Trinità di Magadan, in Siberia. Si tratta di un luogo estremamente simbolico dato che Magadan è prossima alla regione della Kolyma, tristemente nota per essere ambientazione delle enormi atrocità concentrazionarie perpetrate dal regime comunista. La Kolyma regione di gulag e martiri, eternata dai famosi Racconti della Kolyma di Varlam Salamov. Perciò il Primate di Russia, Kirill ha detto nel corso della sua omelia: "quante vite umane, mezzi, risorse, sono stati sprecati invano! Ed ora siamo terrificati dal vedere che ci mancano le cose più necessarie: buone strade, macchine di alta qualità, case durevoli. Dove sono questi innumerevoli beni e risorse? Sono spariti. Perché? Perché abbiamo costruito la vita della nostra nazione, la nostra società e il nostro stato senza Dio e in opposizione a Dio". Ha poi ricordato come oggi vi sia un rigurgito di ateismo: "Noi rispondiamo a tutti costoro: venite a Kolyma e vedrete cosa significa costruire una vita senza Dio e, sopratutto, sulle ossa di coloro che confessarono la propria fede in Dio."

Interno della Cattedrale
La cattedrale presenta inoltre delle pregevolissime ticografie ed una maestosa iconostasi che contribuiscono a dare un pieno senso del sacro e a ripristinare nella conoscenza della storia sacra l'appartenenza dei fedeli alla loro Chiesa. Come sarebbe bello se i tanti parolai dell'ecumenismo cattolico deponessero la loro arte retorica e la smettessero d'organizzar convegni ed eventi, decisi a seguire il modello concreto di bellezza e coerenza offerto dalla Chiesa Ortodossa Russa!

Altre foto qui.




sabato 8 ottobre 2011

MOGAVERO: IL VESCOVO CHE CRITICA IL PAPA MA VESTE ARMANI


Rendering della nuova chiesa matrice di Pantelleria
di Francesco Colafemmina

Mons. Mogavero, noto indossatore di paramenti liturgici haute couture realizzati da Giorgio Armani, non si distingue soltanto per essere una fashion victim, ma anche per le sue sconvenienti critiche al Santo Padre in merito al ritorno alla messa in latino e alla remissione delle scomuniche ai Vescovi della FSSPX. D'altra parte c'era da aspettarselo. Mogavero indossò la casula con temi marini disegnata per lui appositamente da Armani in occasione dell'inaugurazione del sagrato (da quando si inaugurano i sagrati?) della nuova chiesa madre di Pantelleria.

Mons. Mogavero indossa Armani
Plastico della nuova chiesa
La chiesa di Del Debbio demolita
E qui ci sarebbe da discutere un po'. Perché la vecchia chiesa madre di Pantelleria non era certo un modello di bellezza, ma rappresentava un pregevole esempio di architettura razionalista, essendo opera di Enrico Del Debbio, famoso progettista del Foro Mussolini (Foro Italico), del Palazzo della Farnesina, della Facoltà di Architettura "Valle Giulia" a Roma. Certo, non si tratta di una chiesa costruita nel ventennio, bensì verso la fine degli anni '40, ma si trattava pur sempre di una importante testimonianza architettonica.
Ebbene, ora quella chiesa non c'è più. E' stata demolita nel 2002 e sostituita da un'enorme scatola di cemento armato. Il progetto va avanti da anni, ma Monsignor "fashion victim", vescovo di Mazara dal 2007, non vede l'ora di inaugurare la nuova chiesa. Solo ieri, però, qualche vandalo ha asportato una specie di maschera di bronzo dal portale della nuova chiesa-scatola cementizia, realizzato di Ernesto Lamagna con sculture ispirate al Satiro danzante (sic!). Non è il primo sfregio al nuovo edificio, preso di mira da esecutori di atti vandalici. C'é chi li definisce "gesti inqualificabili", ma si potrebbe anche pensare ad una sorta di giustificata reazione dei panteschi all'imposizione di questo nuovo abominio architettonico nel centro della loro cittadina? Chissà! Mogavero ha affermato: "Che si tratti di una bravata o di un furto, resta un gesto che condanniamo con fermezza". Certo, ma, analogamente la nuova chiesa scatolone dovremmo definirla una bravata o un furto (alle tasche dei fedeli)? E non dovremmo quindi condannarla con altrettanta fermezza?

Anche perché forse in nome dell'accoglienza tanto rivendicata da Mogavero (che peraltro riteneva giusto l'intervento militare della Nato in Libia) la nuova chiesa ha un aspetto per certi versi simile a quello di una moschea. Ma c'è da dire che gli islamici in fatto di moschee non difettano certo di buon gusto, dunque stenterebbero a scambiare lo scatolone di cemento armato di Pantelleria per un loro luogo di culto. E' tuttavia un fatto degno di approfondimento che opposizione a Benedetto XVI, ostilità all'antica liturgia, vanità ed esaltazione del brutto vanno di pari passo. Sarà un caso?

Il Portale di Lamagna, in basso la maschera sparita

giovedì 6 ottobre 2011

UNA CHIESA A SETTIMANA N.2


Basilica dei Santi Martiri Nereo e Achilleo - Milano

Progettista: Arch. Giovanni Maria Maggi
Dedicazione: 6 dicembre 1940
Ottenimento del titolo di Basilica Romana Minore: 17 gennaio 1990

Nata per volontà del Cardinal Schuster, fa parte del progetto di edificazione di nuove chiese nei quartieri periferici di Milano avviato dal Cardinale nel 1937 in occasione dei 400 anni dalla nascita di San Carlo Borromeo. La chiesa, costruita nell'attuale zona Città Studi, fu concepita come una antica basilica romana, prova ne è il portico antistante. Inoltre fu edificato e affrescato dal pittore Pietro Fornari uno splendido battistero adiacente al corpo della chiesa. Dedicata ai Santi Martiri Nereo e Achilleo per volontà di Papa Pio XI (in onore del suo santo patrono) che contribuì finanziariamente alla sua realizzazione, è stata proclamata basilica minore dal Beato Giovanni Paolo II nel 1990. Il ciborio del presbiterio è frutto di un rimaneggiamento postconciliare (1964-65) che volle riprodurre quello della basilica omonima di Roma. L'opera è un significativo esempio dell'impegno per l'evangelizzazione urbanistica delle periferie intrapresa dal Beato Schuster. 
Il Card. Schuster consacra l'altare - 1940
L'area intorno alla chiesa nel 1940
Vista dall'alto
Facciata
Abside
Navata centrale - sullo sfondo il ciborio
Altare del Santo Curato d'Ars
Altare del Sacro Cuore di Gesù
Interno del Battistero
Cupola del Battistero 
Foto: sito della parrocchia dei Santi Martiri Nereo e Achilleo 

lunedì 3 ottobre 2011

CARO DON PARISI, LA INVITO AD UN PUBBLICO CONFRONTO!

di Francesco Colafemmina

Don Antonio Parisi risponde a Vatican Insider in merito alle mie critiche alla pagliacciata di ieri sera: 

"Sono i soliti esaltati, non c’è stata nessuna commistione religiosa: si è trattato di una rappresentazione culturale, per di più avvenuta fuori dal culto. La danzatrice ha davvero spiegato ogni gesto, tant’è che la gente, dopo l’esibizione, è venuta a ringraziare per le emozioni ricevute. Insomma - conclude il sacerdote - è stato un momento di attenzione alle altre culture, un momento di grande spiritualità vissuto con estrema profondità che ha sicuramente spinto le persone a riflettere, a discutere…"

Caro don Parisi,

non ho il piacere di conoscerla ma la invito ad un confronto pubblico in merito all'evento organizzato ieri sera in Cattedrale. Lei mi definisce esaltato (senza neanche aver letto il mio articolo), io continuo a ritenere che quella di ieri sia stata una volgare, inopportuna pagliacciata che non ha alcun legame con l'esaltazione delle nostre chiese baresi, e che non ha il compito di trasmettere alcun "gesto di attenzione verso le altre culture". 

1. Se la Curia avesse voluto organizzare un "evento" per dimostrare attenzione verso le altre culture avrebbe invitato dei danzatori indiani che fanno danza sacra induista, non una danzatrice milanese che - per carità - sarà anche brava, ma mischia la danza indiana alla Bibbia e ad altre divagazioni parareligiose che al massimo sono espressione di una certa confusione mentale, più che di rispetto ed esaltazione di un'altra cultura presa nella sua integrità e nella sua dignità. E li avrebbe invitati ad esibirsi in un altro luogo, non certo in Cattedrale. Lei che è il rettore di una chiesa adibita a concerti come la Vallisa, perché non ha pensato di organizzare l'evento lì? 

2. Perché mai è stato organizzato un evento del genere in un luogo sacro come la nostra cattedrale? Qual è il legame fra esibizioni artistiche e la dimora di Dio? Cosa c'entrano la danza indiana, il Mahatma Gandhi, il sitar e i tabla con il luogo del culto cattolico? E cosa c'entra l'estrazione di una macchina, una lotteria con la casa di Dio? Non c'è bisogno di essere esaltati per riconoscere che i mercanti sono entrati - forse da un pezzo - nel tempio. 

3. Mi spieghi come sia possibile indicare nel libretto distribuito dalla diocesi che i gesti compiuti dalla danzatrice per indicare la Vergine Maria siano gli stessi che in India si usano per indicare "divinità femminili". Cos'è forse questo? Un nuovo modo per venerare la Madonna? 

4. La danza liturgica indiana non ha alcun legame con la liturgia cattolica e credo sia estremamente pericoloso far esibire dinanzi all'altare una ballerina che afferma di compiere questo genere di danze liturgiche mescolando ciò che ha appreso a Madras con il Vangelo. Oltretutto è stato osceno vedere la Cattedrale inondata di musica indiana sparata a tutto volume dalle casse acustiche. La chiesa è un luogo sacro, non certo un auditorium, questo lei che è prete dovrebbe saperlo fin troppo bene, o sbaglio? 

Ciò detto, la prego di riconsiderare le sue avventate parole. Quando si tratta di discutere su questioni ideologiche, su questioni estetiche, si può essere d'accordo o meno, ma in questo caso stiamo parlando del rispetto che i cristiani devono mostrare per le dimore di Dio e in primo luogo dell'esempio che in tal senso dovrebbero dare gli stessi sacerdoti. Se le nostre chiese si trasformano in vili palcoscenici come potrete sperare di avere rispetto dai fedeli, come potrete parlare ancora di sacro quando voi, sì voi sacerdoti, diventate i primi dissacratori del tempio del Signore? 

Attendo intanto una sua risposta ai miei rilievi, più articolata e appropriata al suo status sacerdotale. Sarò forse un esaltato, ma che la diocesi barese abbia offerto al mondo un esempio patetico delle condizioni in cui versa credo sia ormai sotto gli occhi di tutti.

domenica 2 ottobre 2011

DANZE INDIANE IN CATTEDRALE A BARI: I CATTIVI VIGNAIOLI FANNO APPASSIRE LA FEDE!

di Francesco Colafemmina

Quando vai a messa, dopo aver sentito il sacerdote versare fiumi di parole sulla vite e i tralci, sullo Spirito Santo che dovrebbe respirare in noi, su noi che dovremmo lasciarci potare da Cristo come la vite, etc. etc. etc., dopo aver sentito tutto ciò con grande spirito di sopportazione per la propagazione costante di insulse verbosità, non ti aspetti di dover vedere in pochi minuti la cattedrale trasformata nel teatro di danze indiane, eseguite in occasione dell'anniversario della nascita del Mahatma Gandhi, il "Gandhi Jayanthi"! Questo mi è accaduto questa sera in Cattedrale, a Bari, e ho deciso pertanto di filmare lo "spettacolo" per voi...

Caspita, che coerenza! Su quello stesso presbiterio dal quale il sacerdote tuonava in merito alla necessità per il cristiano di assumersi le proprie responsabilità comunitarie, ecco che una coreografa italiana esperta di danze indiane, balla e si agita al ritmo del sitar! C'è chi ha il coraggio di affermare che queste danze sono intimamente legate alla preghiera e la stessa danzatrice lo spiega mostrando il significato dei gesti che compie con le mani. Sì, lo spiega molto bene, e infatti sul libretto distribuito dalla Diocesi troviamo anche le seguenti indicazioni: "per rappresentare la Madre del Redentore si usa lo stesso gesto che gli indù usano per indicare una divinità femminile." Perbacco! Povera Santa Vergine, parificata alle divinità indù proprio nel tempio che custodisce una sua venerata icona! Che tristezza...

I sacerdoti che hanno organizzato questa pagliacciata davanti all'altare, il Vescovo di Bari che l'ha autorizzata, dovrebbero piuttosto rileggere con maggiore attenzione il Vangelo di oggi: "Ideo dico vobis, quia auferetur a vobis regnum Dei et dabitur genti facienti fructus eius". Come si può pensare di far fruttificare il regno di Dio introducendo simili iniziative nella casa di Dio?

E così le chiacchiere di certi preti se le porta il vento, mentre in Cattedrale va in scena un'ulteriore intrusione mondana... Seguita, peraltro, da una lotteria per l'estrazione di una Fiat Panda! Il tutto per chiudere in bellezza la manifestazione "Notti Sacre".... Che manica di patetici pagliacci!

sabato 1 ottobre 2011

SUL TABERNACOLO NELLA STORIA (OLTRE LE MISTIFICAZIONI IDEOLOGICHE)

Altare del SS. Sacramento - G.L. Bernini - Basilica di San Pietro 
di Francesco Colafemmina

Sul blog del liturgista p. Matias Augé è apparso qualche giorno fa un brano del volume recentemente edito da Cantagalli e curato da Mons. Ambrogio Malacarne e Raffaella Baldessari dal titolo "Gli spazi liturgici della celebrazione rituale". Ahimé, con grande tristezza, devo riscontrare - pur non avendo letto il libro per intero - che l'estratto denota non solo la persistenza di una fervida ideologia post-conciliare, ma soprattutto spaventose lacune in materia di storia dell'arte.

Per comodità vi riporto alcuni giudizi della Baldessari in merito - lo avrete già capito - all'altare col tabernacolo e al "superamento" del Barocco:

"Di fronte alla negazione della presenza reale post-missam, la Chiesa contrappone la presenza reale dell’eucaristia, esaltandone in forma monumentale il tabernacolo e stravolgendo il significato dell’altare che da mensa sacrificale e da tavola conviviale diventa supporto del tabernacolo e della sua cornice, con un apparto scenico vistoso e per un certo verso teatrale. Unica eccezione in questo senso erano le chiese collegiate e le cattedrali, dove il tabernacolo non veniva conservato sull’altare maggiore. San Carlo Borromeo, a Milano, in duomo, ve lo pose ugualmente, dando così origine a imitazioni in altri luoghi."

Anzitutto mi domando quando mai l'altare abbia avuto il significato di "tavola conviviale" nelle epoche precedenti il concilio tridentino (al massimo di "sacra mensa"), ma soprattutto viene da chiedersi come si possa affermare che gli altari del XVI e XVII secolo "stravolgano" il senso dell'altare, diventando "supporto del tabernacolo e della sua cornice" riducendo il tutto "ad un apparato scenico vistoso e teatrale". In secondo luogo mi chiedo come si possa affermare che San Carlo abbia originato la presenza del tabernacolo nell'altare maggiore, quando questa prassi è pre-esistente al concilio di Trento e quello concesso alle Cattedrali era un semplice "privilegio" motivato dalla necessità di evitare che durante le affollate messe pontificali il tabernacolo potesse esser messo in ombra dalla ritualità liturgica. Ma andiamo avanti...

"Oltre alla trasformazione dell’altare si verificò anche quella dell’aula. Le navate laterali scomparvero e vennero sostituite dalle cappelle laterali riempite di altari."

Qui si rasenta il ridicolo. Ma il rifiuto del barocco è infine giustificato dalla studiosa con le seguenti parole: "Con sguardo retrospettivo e sintetico possiamo affermare che nel Seicento e nel Settecento si assiste ad un affermarsi della pietà devozionale che diventò l’elemento suggeritore anche delle strutture architettoniche, per cui si avranno chiese per tutte le devozioni. Un modo forse, anche questo, per arginare l’influsso del Protestantesimo. Tutto ciò che colpisce il sentimento può essere un mezzo di difesa".

Che una simile visione del barocco sia influenzata da mere considerazioni ideologiche è evidente sia dalla storia della Chiesa che dalla storia dell'arte. E fa specie che ancora oggi vi siano studiosi che nel parlare del rapporto fra liturgia e suoi spazi siano indotti dal proprio "credo" ideologico a compiere simili grossolani errori. Ma è d'altra parte vero che l'introduzione dei tabernacoli fissi sull'altare è legata ad una vulgata che andrebbe smentita una volta per tutte. Si dice, infatti, che prima del XVI secolo il tabernacolo non era connesso all'altare e che il primo ad introdurre questa innovazione fu il Vescovo di Verona Matteo Ghiberti (1524-1543), la cui influenza amicale su San Carlo indusse quest'ultimo ad imitarlo e a sostenere la diffusione del tabernacolo integrato all'altare quale modello univoco del mondo cattolico.

Esempi di pissidi o colombe eucaristiche pendenti
Questa vulgata è comoda ed istruttiva, ma non corrisponde al reale progresso degli eventi. Per secoli l'eucaristia non consumata durante la messa veniva conservata nei pastoforia, ossia in sagrestia. Contemporaneamente, però, la custodia eucaristica in moltissime chiese trova la propria collocazione nelle famose colombe o pissidi pendenti dal ciborio che sormonta l'altare.
Lo attestano non solo alcuni manufatti superstiti, ma anche accenni documentali, come quello trasmessoci da Regino di Prum, e riferito ad un canone di un Concilio di Tours del IX secolo: "(oblatio) semperque sit super altare obseratum propter mures et nefarios homines, et de tertio in tertium diem semper mutetur." Generalmente viene poi imputato al vescovo di Parigi Eudes de Sully, l'aver imposto la conservazione del Santissimo sull'altare nell'anno 1198: "summa revercntia et honor maximus sacris altaribus exhlbeatur et maxime ubi sacrosanctum Corpus Domini reservatur et missa celebratur." E ancora: "in pulchriori parte altaris cum summa diligentia et honestate sub clave sacrosanctum Corpus Domini custodiatur."
Colomba eucaristica - Francia - inizi XIII secolo - Metropolitan Museum NY
Codice Bodleiano Rawlinson A417, f.37v - Manoscritto francese del XV secolo
Notare  in alto la pisside sospesa e avvolta in un conopeo serico
E così ritroviamo già nel XIII secolo esempi di tabernacolo da altare che potevano esser chiusi a chiave, come quello di Cherves che presenta una iconografia eucaristica già pienamente sviluppata e coerente con gli sviluppi successivi (ultima cena, crocifissione, deposizione, etc.). Il cambiamento più significativo avverrà sempre in questa epoca, grazie al Concilio Laterano IV che nel 1215 oltre a proclamare il dogma della Transustanziazione sancì la necessità di riporre l'eucaristia in armadi chiusi a chiave, onde evitare profanazioni che l'esibizione  delle colombe e pissidi eucaristiche poteva in un certo senso provocare (Can.20): "Statuimus ut in cunctis ecclesiis chrisma et eucharistia sub fideli custodia clavibus adhibitis conserventur: ne possit ad ilia temeraria manus extendi ad aliqua horribilia vel nefaria exercenda."

Tabernacolo di Cherves - Francia XIII secolo - Metropolitan Museum NY
Tabernacolo di Lichtenthal - Germania 1320 ca.
A partire dal secolo XIII scompaiono quindi le colombe eucaristiche e appaiono grandi torri eucaristiche o tabernacoli mobili da altare e numerosissimi armadi eucaristici, il più delle volte ricavati in nicchie adiacenti al presbiterio. A questo processo dobbiamo affiancare lo sviluppo di altari sempre più monumentali. Se, infatti, fino al XII-XIII secolo sono gli affreschi e i mosaici a raccontare la storia sacra ai fedeli (perché mai le chiese romaniche sono state bianche e spoglie come qualche criminale restauratore ha inteso dimostrare!), con l'avvento del gotico e la verticalizzazione dello spazio sacro, si pensò di sfruttare l'altare quale centro e culmine di ogni catechesi. E non solo si svilupparono dossali e predelle, ma pian piano le pale d'altare e i polittici riempirono questo spazio, spesso velato da cortine (abitudine già in uso in tempi antichissimi laddove esistevano i cibori). L'altare divenne dunque monumentale. E ne possediamo esempi mirabili dei secoli XIII e XIV come i polittici di Duccio di Buonisnegna (la sua Maestà per il duomo di Siena misura 4 metri per 2!) o quelli dello stesso Giotto (pensiamo al Polittico Stefaneschi destinato all'altare maggiore di San Pietro a Roma - 1320).

Giotto - Polittico Stefaneschi - 1320 - Pinacoteca Vaticana
Ma non solo: sugli altari cominciano ad apparire statue, come nel caso della Cappella degli Scrovegni con la Madonna con Bambino e due angeli di Giovanni Pisano. E fino al XV secolo avremo una crescita portentosa di questi altari monumentali, anche nelle dimensioni.
Giovanni Boccati - Polittico Belfortese - 1468
Pensiamo al polittico belfortese di Giovanni Boccati (1468 - 3,20 di larghezza per 5 di altezza) o al polittico di Hans Schnatterpeck conservato nella chiesa di Maria Assunta a Lana di sotto in Tirolo (finito nel 1511 - 7 metri di larghezza per 14 di altezza!). O ancora ai grandi retablos spagnoli scolpiti da Damian Forment (splendido e maestoso quello della Basilica del Pilar) e a quello di Gil de Siloé nella Cartuja de Miraflores a Burgos (1489-93).

Altare di Schnatterpeck - 1511 - Chiesa Parrocchiale di Lana di Sotto (BZ)
Gil de Siloé - Retablo Mayor della Cartuja de Miraflores - 1493
Stessa evoluzione cominciava ad avere il luogo della custodia eucaristica: dapprima una pisside, poi un tabernacolo (tempietto), poi una torre, e ancora una "casa del sacramento" secondo l'uso tedesco ed inglese, o un armadio murato riccamente decorato.
Torre eucaristica dell'abbazia cistercense di Sénanque - XIII sec.
Sakramenhaus - St. Lorenz - Norimberga (1493-96)
Altare/Tabernacolo del Sacramento - Matteo e Vincenzo Civitali - Pieve di Lammari (LU) - Inizi '500
Visto però che per secoli la custodia eucaristica era stata posta in prossimità o sopra l'altare, fu una conseguenza logica della progressiva monumentalizzazione dell'altare il porvi al centro il tabernacolo che, paradossalmente, in molti casi in epoca barocca divenne più piccolo di quanto non fosse stato durante il periodo gotico. Certo, questo processo fu motivato anche dalla volontà di rimettere l'accento sulla presenza reale di Cristo, ma fu un fenomeno spontaneo e naturale, non la conseguenza della teorizzazione di pochi. D'altronde basta guardare la diffusione di temi eucaristici nella produzione artistica a cavallo fra XV e XVI secolo (un esempio su tutti la Messa di San Gregorio Magno),  indipendentemente dall'emergere della riforma protestante (Lutero affigge le sue tesi nel 1517). Ed è interessante notare lo sforzo degli  artisti nel riprodurre altari di foggia antica, privi cioè di grandi pale, con modesti dossali e predelle, al fine di rievocare l'architettura delle chiese ai tempi di San Gregorio. Questo tema prelude inoltre allo spostamento del tabernacolo sull'altare, giacché la visione di San Gregorio è quella di un Cristo che emerge dal sepolcro con i segni della passione e questo sepolcro gli appare proprio sull'altare. Così si edificheranno in seguito tabernacoli fissi sull'altare in grado di rievocare il sepolcro di Cristo, in continuità con la florida simbologia tardomedievale che spesso identificava la torre eucaristica o la nicchia nella quale si conservava l'eucaristia con il sepolcro (v. sopra l'altare del Civitali) o sovrapponeva architettonicamente la custodia eucaristica al "Santo Sepolcro". Infatti già nel IX secolo il vescovo carolingio Amalario di Metz spiegava: "Per particulam oblatae immissae in calicem ostenditur Christi corpus, quod jam resurrexit a mortuis; per comestam a sacerdote vel a populo, ambulans adhuc super terram, per relictam in altari, jacens in sepulcris." (De Ecclesiasticis Officiis, III, 35).
Robert Campin - La Messa di S. Gregorio - 1440 Bruxelles
Hyeronymus Bosch - Trittico dell'Adorazione dei Magi - 1495 - Museo del Prado (sono visibili le cortine laterali)
Jean Poyer - Libro delle Ore di Enrico VIII - Ca. 1500
Hans Baldung Grien - 1511 - The Cleveland Museum of Art (notare le cortine laterali)
Monumenti eucaristici da altare erano peraltro già stati realizzati nella seconda metà del XV secolo, come è il caso del Tabernacolo del Vecchietta per l'altare maggiore dell'Ospedale di Santa Maria della Scala a Siena, poi collocato agli inizi del '500 sull'altare maggiore del Duomo.

Tabernacolo del Vecchietta - Siena - 1467-72
Così, dopo aver ricostruito i passaggi progressivi della storia del posizionamento della custodia eucaristica e della monumentalizzazione degli altari, possiamo comprendere che quei contorcimenti alla ricerca di un passato onirico, tipici dei riformatori liturgici del '900 sono meri prodotti di un'ideologia che in ogni modo ha cercato di cancellare il Concilio Tridentino e la tradizione che lo precedette in nome di un "ritorno alle origini" sommamente falso e antistorico.
Che ancora oggi si possano diffondere errori storici in nome dell'ideologia iconoclasta che ha sorretto i novatores liturgici degli anni '20-'30 prima e del postconcilio poi, credo sia attribuirsi alla forte reazione alla messa in discussione da parte di sempre più cattolici di quella falsa dogmatica liturgica che ha letteralmente massacrato le nostre chiese negli ultimi sessant'anni.

Abbazia di San Giovanni in Fiore in Calabria: com'era prima dei restauri del 1989
L'Abbazia "scuoiata" per eliminare le "incrostazioni barocche" nel 1989
Come nel famoso romanzo di Orwell, 1984, c'erano addetti alla "riscrittura della storia", così nel corso dell'ultimo secolo molti liturgisti e storici dell'arte si sono dati alla riscrittura della storia della liturgia, del culto eucaristico e dell'arte che da sempre ha accompagnato tali espressioni di fede. Nel nome di questa falsa storia innumerevoli chiese sono state deturpate e private di quegli "eccessi teatrali" bollati come residui di un esecrando stile barocco. Ignoravano costoro che la Chiesa è in perenne cammino verso il ritorno di Cristo e non si raggomitola su se stessa. Non ha senso buttare al macero secoli di pianete e dalmatiche per recuperare casule medievali. Come non ha senso giustificare la costruzione di altarini spogli e staccati dalle pareti in nome di un recupero di prassi liturgiche paleocristiane. Non si possono saltare a piè pari più di sette secoli di storia in nome di un archeologismo fittizio. Ma ahimè questo è stato fatto negli ultimi decenni. Sta dunque a noi, eredi dei disastri dell'ideologia postconciliare, cominciare a recuperare qualche brandello di verità storica e artistica, affrontando il glorioso passato della Chiesa con maggiore onestà intellettuale e senza gli spessi veli di un'ideologia ormai al tramonto.