martedì 22 novembre 2011

SECONDA LETTERA APERTA A MONS. CAPRIOLI


Eccellenza Reverendissima, 

Mesi fa le rivolsi dalle pagine del mio sito un umile appello a rivedere le sue decisioni in merito all’adeguamento liturgico della Cattedrale di Reggio. Effettivamente un simile appello rivoltole da un giovane quanto presumibilmente sprovveduto cattolico dev’esserle apparso un superfluo e piuttosto fazioso esercizio di arte retorica. Quindi preferì non rispondermi. Oggi che le (sedicenti) opere d’arte sacra sono installate in Cattedrale, mi consenta di rivolgerle qualche domanda alla quale spero – visto che non mi è dato esigerlo ma quantomeno desiderarlo – lei vorrà rispondere con almeno un pizzico di carità cristiana. 
Anzitutto, cosa crede di aver ottenuto con la collocazione di talmente orripilanti (mio modesto parere) opere d’arte contemporanea in cattedrale che non hanno alcun palese né tantomeno occulto rimando religioso o liturgico? Ritiene di aver dimostrato “apertura” attraverso l’acquisto di tali opere, o di aver conseguito un vasto apprezzamento per la sua “audacia”? Ritiene d’aver illustrato la cattedrale con delle opere di grande valore? Ma in che modo lei pensa d’aver incrementato la fede e la devozione dei fedeli reggiani? In che modo pensa di aver posto le premesse per un incremento delle loro preghiere? Penso, e mi lasci pensarlo, che l’opera primaria di un Vescovo dovrebbe consistere nell’aiutare i fedeli a crescere nella fede e aiutarli, nella preghiera, all’adorazione del Signore, non certo a “crescere” nell’apprezzamento dell’arte contemporanea e nell’esaltazione di qualche noto artista d’avanguardia. 

Vede, Eccellenza, ciò che grazie alla sua volontà è stato perpetrato a Reggio è in fondo un atto di lesa maestà. Sì, di lesa maestà divina. Perché se le opere d’arte sacra preesistenti in cattedrale erano volte ad aiutare i fedeli a contemplare attraverso l’arte il Divin Creatore, le nuove opere di (sedicente) arte sacra esaltano esclusivamente l’umano, afferiscono alla mera sfera dell’ànthropos, e si esauriscono nell’umano. Sono opere materialistiche nelle quali è perverso riconoscere alcun anelito spirituale per non parlare delle loro fallimentari aspirazioni estetiche. Queste opere sono peraltro costate dei denari. Quanti, se è lecito saperlo? Quanto la Diocesi, ossia i fedeli reggiani, ma anche noi semplici contribuenti italiani che riconosciamo alla CEI l’8 per mille (poi impiegato per contribuire al finanziamento degli adeguamenti liturgici), quanto noi tutti abbiamo contribuito – al di là delle nostre volontà individuali – a realizzare lo scempio della Cattedrale? 

Eccellenza, dubito che lei riesca a comprendere il senso dell’abominio che ha permesso di compiere in cattedrale e ne dubito visto che non solo lei ha pensato bene di commissionare delle opere abominevoli per abbruttire la casa del Signore, ma ha persino commesso l’errore imperdonabile di condire lo svelamento di tali opere con danze ai limiti della reverie paganeggiante. Lei, proprio lei, dovrebbe difendere la sacralità della sua cattedrale e invece ne aiuta lo svilimento a palcoscenico teatrale di un posticcio rito druidico... Ci ripenso e non posso che fermamente credere all’inutilità di un mio ulteriore messaggio... Sono infatti certo che non solo non otterrò risposta, ma magari qualche accigliato rimprovero. Dio solo sa però quanto io ami la Chiesa e quanto il cuore mi sanguini allorché vedo dei Pastori intenti a deturpare l’eredità preziosa e devota dell’arte e dell’architettura sacra che abbiamo ricevuto dai nostri padri. Ma non si preoccupi: non la intenerirò con scongiuri e preghiere conclusive. Semplicemente le chiedo con ingenua e disincantata spontaneità, di ammettere i suoi errori, di confessare che quanto intrapreso, su indicazione di Monsignor Santi e di Padre Dall’Asta, si sta trasformando in un boomerang che però colpisce lei e non i valenti consulenti liturgici fautori di cotanto orrore. 
Coreografie in cattedrale...
Le chiedo di ammettere l’inutilità e la dannosità della farsesca danza in cattedrale, dell’insulsa spettacolarizzazione di un fatto umano, troppo umano, come l’introduzione in uno spazio sacro di opere che nulla hanno di sacro... Se poi non vorrà farlo, non mi risponda pure. Continui a vivere nella sua realtà, sordo alle reali necessità dei fedeli che oggi non inseguono un’utopistica modernità estetica e non antepongono la forma svuotata dell’arte sacra alla sua essenziale sostanza, normata dallo stesso catechismo: essere propedeutica all’elevazione spirituale dei fedeli e narrativa della storia sacra. Continui a pensare che il mio e quello di chi la pensa come me sia un semplice “attacco” volto a minare l’unità della Chiesa, a seminare divisione. 

Oggi, se proprio la Chiesa intende essere “contemporanea” dovrebbe, a mio parere, pensar meno a seguire le stantie e superate ideologie iconoclaste nutrite di fallace “spirito conciliare” e invece di devastare il suo nobile passato artistico, promuovere un autentico ritorno alla preghiera. E quello attuato a Reggio non è certo il metodo più valido per favorirla semplicemente perché quelle opere d’arte e quegli artisti nascono ed esprimono un universo materiale diametralmente opposto alla spiritualità cattolica. Sappia perciò che nel suo silenzio la domanda essenziale resterà inevasa: questo indegno adeguamento liturgico è stato compiuto per assecondare delle logiche meramente umane o per meglio adorare Cristo? 

Io continuo a credere che le logiche alla base di questo deturpamento della cattedrale siano tutte umane e sarebbe un atto di onestà e trasparenza confessarlo senza necessariamente riferire a Cristo, alla Chiesa o addirittura alla volontà del Papa ciò che nasce (ed è destinato a morire) con l’umana ambizione e la vanesia ostentazione di un malinteso progresso estetico e spirituale, vacuo e fumoso, improduttivo per le anime e indegno dell’amore divino.  

Cordiali - e addolorati - saluti,

Francesco Colafemmina

lunedì 21 novembre 2011

CHIAMATE LA NEURO: A REGGIO QUALCUNO HA BISOGNO DI UN RICOVERO URGENTE!

Pedana d'arte povera con sede in arte povera... peccato che l'arte povera di Kounellis valga milioni!
Le foto dello scempio di Reggio si commentano da sole. Considerate le mie didascalie un semplice ghiribizzo sorto dalla disperazione. Caro Monsignor Caprioli, non spendo altre parole solo per il rispetto che porto alla sua autorità episcopale. Rispetto che, francamente, dopo la visione di queste immagini continua a calare sempre più precipitosamente...

Eccellenza, se proprio voleva un dolmen glielo avrei portato io da Bisceglie!

Cero pasquale azzurro: meno 5, 4, 3, 2, 1... via! E' partito il razzo supersonico, chissà se cadrà in testa al druido Panoramix!

Ma che è sta roba? Sembra un pandoro di marmo tagliato a stella in occasione del Natale!

Sacerdotesse davanti al dolmen Li Scusi di Minervino di Lecce... ah no... è solo l'altare di Reggio...

Rito druidico in cattedrale...

Benedizione del dolmen...

Il dolmen è unto, i celti sono radunati attorno al dolmen, Panoramix (o forse è il Vescovo?) si appresta ad incensarlo!

giovedì 17 novembre 2011

MULINI A VENTO E MONDIALISMO AL POTERE

Honoré Daumier - Don Quijote
di Francesco Colafemmina

Non vi nascondo che in questi giorni una delle ragioni del mio silenzio è stata l'attenzione concentrata sugli inquietanti avvenimenti economico-politici che hanno investito il nostro Paese. A volte mi sembra che le buone battaglie per il ripristino di un'architettura sacra tradizionale e il ritorno dell'antica liturgia siano simili alle eroiche quanto comiche avventure di Don Chisciotte della Mancia contro i giganti/mulini a vento... Una perdita di energie o un nobile passatempo piuttosto... fuori dal tempo. 
Purtroppo, però, leggendo quanto sta accadendo in Italia, non posso non riconoscere che questa battaglia ha sì un che di romantico, ma è anche legata solidamente al destino culturale, religioso, economico, politico di ciascuno di noi. Sì, miei cari lettori, tout se tient! 

Nel giro di una sola settimana, dopo rocamboleschi e ridicoli episodi in Grecia, come da programma in Italia, due nazioni "tradizionali", dalle profonde identità, sono state poste nelle mani della finanza internazionale. Non si tratta di becero complottismo a fumetti, bensì di dati di fatto. Monti e Papadimos sono entrambi esponenti della Trilateral Commission, anzi Monti ne è il presidente della Sezione Europea (altro membro della Trilateral è Enrico Letta). Monti e Papadimos, si sa, sono entrambi legati alla grande banca d'affari globale Goldman Sachs. Il primo né è tuttora advisor, come peraltro il gentiluomo di Sua Santità Gianni Letta, il secondo è stato presidente della Banca Centrale Greca proprio nel periodo in cui si fornivano a Bruxelles bilanci nazionali "truccati" da Goldman Sachs, per far entrare la Grecia nell'Euro. Sono constatazioni, nulla di più. Tuttavia, chiediamoci cosa accomuna questi uomini non eletti dal popolo? 

Li accomuna certamente un impalpabile spregio per il popolo e i meccanismi - positivi o negativi che siano - dei sistemi democratici basati su trasparenza, rappresentanza democratica, difesa degli interessi della comunità rappresentata. Al contrario costoro apprezzano la segretezza o, se preferite, l'esclusività, la cooptazione più che l'elezione democratica, la difesa di interessi globali rispetto a quelli comunitari. E' il piano del mondialismo, quello che sul sito della Trilateral chiamano "interdipendenza". Un piano,  promosso da David Rockefeller & Co., che ambisce alla distruzione degli elementi di identità popolare, nazionale, culturale, religiosa, per fonderli in un'unica realtà globale coordinata e governata da un'élite di cooptati. E' dunque il superamento di quello spettro di democrazia che ci è stato propinato per decenni, mentre in realtà si preparava un progetto differente, quello che oggi si comincia ad attuare. E la crisi economica, l'impoverimento delle società occidentali, la loro oppressione in nome dell'imprevedibilità del mercato è il mezzo attraverso il quale i tecnocrati al servizio delle entità finanziarie e mondialiste, intendono attuare i loro progetti. In fondo, pensano, le risorse energetiche del pianeta sono scarse. Il benessere come lo abbiamo conosciuto, non potrà durare a lungo. E anche il sistema economico liberista è destinato ad avere un arresto, per via dell'esplosione del debito. Quale occasione più ghiotta per ridefinire gli equilibri sociali e politici dell'Occidente? I paesi asiatici non hanno bisogno di lezioni in questo senso. Ormai non hanno anticorpi culturali e democratici, perché mai hanno vissuto di autentica democrazia e i loro popoli sono stati educati ad anteporre il profitto alla cultura e all'identità. Noi occidentali, noi europei siamo invece un ostacolo all'attuazione del progetto. E perciò, dopo le rivoluzioni del nord Africa, ora tocca all'Europa. 

In tutto questo la Chiesa che fa? La Chiesa arranca e cerca qualche posto al sole. Si affida al professor Riccardi, capo carismatico della Comunità di Sant'Egidio, una organizzazione non governativa molto presente nei cablogrammi di wikileaks (cercate su Google inserendo questa stringa: "Sant'Egidio site:http://wikileaks.org/"). E sarebbe interessante leggerli questi cablogrammi, se solo interessassero a qualcuno. Sant'Egidio chiede agli Stati Uniti finanziamenti, poltrone in meeting internazionali, offre informazioni sugli atteggiamenti della Santa Sede. E riceve apprezzamento e stima dagli ambasciatori statunitensi. Ma allora Sant'Egidio cos'è? Probabilmente un altro centro nevralgico di quel "mondialismo" promosso dalla Trilaterale. Perché obiettivo dei mondialisti è l'unificazione delle varie religioni identitarie in un unico calderone ecumenico, fatto di interscambiabilità. Perché la religione dev'essere al servizio dei mondialisti per assicurare un maggiore controllo sociale. La religione è come il Prozac, aiuta a rilassare i nervi... 
La Chiesa, dicevo, il Vaticano, partecipa con slancio nella politica-tecnica, nel governo dei banchieri, degli interessi finanziari. E dimentica del tutto la sua vocazione principale: essere esempio della sequela di Cristo. Lo sapevamo, certo. Ne avevamo dei chiari indizi già da tempo. Ma questa Chiesa mondana e asservita ai poteri forti ci ripugna. Cristo non si rifugiò sotto le toghe romane, ai suoi tempi, ma si lasciò crocifiggere. Ed oggi non so se all'interno della Chiesa, delle gerarchie che segnalano questo o quel professore, questo o quel cattolico adulto o infante, che organizzano meeting politici (vedi il caso di Todi), vi sia più paura che viltà. Paura di essere archiviati dalla storia se non si scende a patti col mondo o viltà nel denunciare i piani sovversivi e ahimè noti da decenni del mondialismo e dei suoi tanti agenti.

E allora vedete che tout se tient! Non è una facile e semplificata lettura della realtà, un consolatorio sogno complottista, ma una lettura dei mutamenti in atto fondata sulla sintesi e non sull'analisi dialettica, tipico metodo ermeneutico del giornalismo e dell'opinionismo contemporaneo. Vedrete che in pochi mesi la nostra situazione economica muterà, a breve l'Italia chiederà l'intervento del Fondo Monetario Internazionale, perderemo la nostra sovranità definitivamente, e vi saranno misure "lacrime e sangue", giustificate dall'imprevedibilità dei mercati (sarebbe la replica di quanto hanno ordito in Grecia e stanno attuando in Portogallo). E nessuno alzerà un dito per fermare i mercati, per porre argini alla dipendenza del destino di una nazione dalle determinazioni di investitori che ricercano il loro interesse e non certo l'interesse di noi cittadini. Non vi sarà nessuno statista capace di costringere l'Europa a stabilire criteri di controllo per sottrarre l'Italia al regno incontrastato dell'interesse. E non una voce cattolica si alzerà a contrastare la progressiva oligarchizzazione globale. Tutto è stato già programmato e a noi non resta che pregare, sì, pregare, ma almeno - estrema consolazione - in una bella chiesa!

mercoledì 16 novembre 2011

UNA CHIESA A SETTIMANA N.5

Chiesa dei Santi Eusebio e Maccabei - Garbagnate (MI)
Chiesa parrocchiale "sub umbra Petri" dei SS. Eusebio e Maccabei - Garbagnate Milanese

Data di dedicazione: 8 giugno 1940
Progettista: Ing. (?) Aresi
Aggregazione alla Basilica di San Pietro: 5 settembre 1959

Quella di Garbagnate è un'altra memoria dell'impegno profuso dal Beato Cardinal Schuster nell'edilizia sacra della diocesi ambrosiana. Le forme ricalcano il modello basilicale, reintepretato con un singolare slancio verticale che risente (ad es. nelle arcate e nelle lesene della facciata) dell'esperienza razionalista italiana del ventennio. L'interno è in stile neoromanico. Notevole la distanza fra la bellezza armoniosa e solenne dell'altare non certo antico, ma degli anni '40 e la patetica mezzaluna di pietra che oggi lo sostituisce, frutto di un recente adeguamento liturgico. 

Vista dall'alto
La chiesa dopo l'edificazione del campanile (1957)
Interno
Navata centrale
L'altare com'era...
L'altare com'è oggi, dopo il meschino adeguamento liturgico!
L'altare (sic!) visto da vicino... impressioneeee!!!
Ulteriori informazioni, anche riguardo alle preziose opere d'arte custodite nella chiesa, sul sito www.chiesedigarbagnate.com 

P.s.: a causa di vari impegni personali la rubrica è slittata di una settimana. Recupererò nei prossimi giorni... Intanto preghiamo per questa nostra Italia nelle mani dei banchieri, dei massoni e dei cattolici dialoganti. Solo quando - a breve e per volontà di chi ci governa - finiranno i soldi, la CEI si renderà conto di quanto denaro è stato sprecato fra adeguamenti liturgici, nuove orride chiese ed evangeliari fumettistici... 

giovedì 10 novembre 2011

MA QUALE DEMONE! GIOTTO SI E' SOLO DIVERTITO...

Il fantomatico demone giottesco...
di Francesco Colafemmina

Fioccano le interpretazioni più disparate del volto appena scoperto nell'affresco della morte di San Francesco ad Assisi. Chissà per quale ragione, ma il volto ai margini della nube al centro dell'affresco è stato ricondotto ad un'iconografia diabolica... Strano, visto che Giotto quando ha rappresentato un demone gli ha dato un aspetto per nulla umano alle spalle di Giuda, nella Cappella degli Scrovegni.

Il Tradimento di Giuda - Cappella degli Scrovegni - Il demone non ha volto umano...
Così ho pensato che quello di Giotto fosse un semplice divertissement pittorico, una mera espressione illusionistica. Disegnando le nuvole, negli sbuffi bianchi deve aver intravisto il profilo di un vecchio e così  lo ha voluto rimarcare disegnandogli la linea degli occhi e delle labbra. Che di un vecchio si tratti lo si comprende confrontando, come ho fatto nella foto qui sotto, l'immagine dell'allegoria della Prudenza, sempre nel ciclo assisiate, con quella del demone. Il mento sporgente e il naso adunco sono espressioni non certo del demoniaco, bensì della vecchiaia.

Il volto nella nube è quello di un vecchio: basta confrontare i profili della "vecchia" Prudenza e del vecchio nella nube
Giotto: Allegoria della prudenza - Ciclo francescano ad Assisi - Chiesa inferiore
Quanto poi alla capacità di Giotto d'inserire illusionistiche immagini fra le nubi, un altro esempio lo possiamo trovare nell'estasi di San Francesco, dove, in basso, fra le nubi scorgiamo un profilo che ricalca quello dei confratelli del Santo con lo sguardo volto all'insù. Non mi risulta che nessuno abbia mai scorto questo volto nell'affresco, ma mi auguro che quando giungeranno conferme a questa indicazione, qualcuno non voglia identificarlo con quello di un altro presunto e nebuloso demone!

Un'altro effetto illusionistico giottesco: tra le nubi dell'estasi di S. Francesco appare un volto con lo sguardo rivolto all'insù.

martedì 8 novembre 2011

RELATIVISMO ESTETICO TRA VENEZIA E MILANO

Venezia, Palazzo Patriarcale
di Francesco Colafemmina

Nell'osservare le immagini del nuovo Evangeliario ambrosiano qualcuno ha esclamato con tono patetico: "povero Cardinal Scola, costretto ad approvare quest'opera orrenda!". Pertanto, prima di giungere a troppo affrettate conclusioni vorrei sottoporvi le immagini di un'opera questa volta promossa esclusivamente dal Cardinal Angelo Scola, quando era ancora Patriarca di Venezia. Se da un lato è evidente che il progetto dell'Evangeliario non poteva non essere approvato anche dal nuovo arcivescovo di Milano, dall'altro permangono a mio avviso certe riserve sui dubbi gusti artistici del Cardinal Scola e sulle sue teorie estetiche che sarebbero state innovative forse solo un secolo fa.

Cappella del Palazzo Patriarcale di Venezia
L'opera alla quale mi riferisco è in realtà piuttosto articolata, nonostante la sua miseria formale. Si tratta infatti dell'antica sala del Trono del Palazzo Patriarcale di Venezia, trasformata in "aggiornata" cappella privata del Patriarca nel 2006. La monografia dedicata al restauro del Palazzo Patriarcale illustra nel dettaglio ragioni e linee guida della sua realizzazione: "Le scelte sottese all'attuale organizzazione spaziale della Cappella si conformano ad un disegno di unità, che ha innanzitutto il fine di renderla luogo della Comunione Eucaristica celebrata nel cuore del palazzo, ma anche uno spazio di raccoglimento e di silenzio, dove poter ricercare unità e semplicità durante l'impegno della propria attività nel centro della città; infine un sito che, pur nella sua modernità, si integri con il resto del palazzo rispettando la sua storia." E aggiunge: "Nell'ideare le forme dell'arredo liturgico si è partiti dal presupposto che la storia di Venezia è specialmente marcata da una vocazione per l'unità tra la Chiesa d'Oriente e quella d'Occidente."(p.115).

Vi chiederete a questo punto dove sia l'integrazione fra la storia del palazzo e la moderna cappella, o il rapporto fra Oriente e Occidente... Ebbene, eccovi accontentati: "La pietra dell'altare è un travertino rosso di Persia, rosso della terra di Oriente, rosso di Venezia, rosso del sangue, rosso dello Spirito"...  O ancora: l'altare è composto da due blocchi "il blocco di destra e quello di sinistra evocano simbolicamente le realtà delle Chiese d'Oriente e d'Occidente riunite dalla tavola del sacrificio eucaristico che portano insieme"(p.115).

Cappella del Palazzo Patriarcale a Venezia: Crocifisso e Altare
Rapsodie interpretative prive di una logica intrinseca ma prone al relativismo estetico tipico del "contemporaneo". E ciò si avverte con maggiore prepotenza quando nella suddetta monografia si arriva a parlare del Crocifisso, ossia di quel moncherino senza volto stranamente affine ad un Cristo di Mimmo Paladino (estetica ambrosiana e veneziana qui coincidono): "il Crocifisso, nel mostrare la tensione tra due grandi forze verticali separate da un vuoto, esprime la nostra difficoltà ovvero la nostra incapacità di percepire esistenzialmente allo stesso tempo la natura umana e la natura divina di Cristo" (p.115). Chiaramente quel moncherino - opera, per inciso, della scultrice, vicina a CL, Marie Michèle Poncet - lo si potrebbe interpretare in decine di modi diversi... 

E infatti così la pensa il Cardinal Scola che, presentando il 17 ottobre scorso il nuovo Evangeliario Ambrosiano, ha sintetizzato la sua visione estetica usando le seguenti parole:

"L’opera d’arte sta lì davanti a te, ti parla, non ha bisogno di un linguaggio ulteriore perché è simultaneamente forma e splendore, species e lumen. Quindi è un fenomeno originario che va colto in se stesso e quindi di per sé non ha bisogno di interpretazione. Ha bisogno che il lumen, la luce, ne colga tutto lo splendore, lasciando parlare la forma. Questo fatto delimita molto il potere dei critici perché l’opera d’arte parlando essa stessa è aperta a qualunque interpretazione. (...) Questa è la vera forza del carattere simbolico dell’arte, che dobbiamo riapprendere ad apprezzare abbandonando un certo razionalismo anche nel contemplare un’opera d’arte. L’arte contemporanea ha una forza liberante perché ti sposta continuamente, ti porta in alto e queste illustrazioni hanno proprio questo compito”. E ancora: "L’arte, se è così – e lo è più che mai l’arte contemporanea – ha una forza di liberazione, una forza liberante straordinaria perché ti chiama dentro di sé."

Mentre scrivo questo articolo guardo di sfuggita le immagini di un pregevole documentario d'annata sull'alluvione che colpì Firenze nel 1966. Scorrono i fotogrammi in bianco e nero che raccontano la ribellione della natura alla forza eternante dell'arte e ripenso al senso degli sforzi che si compirono allora per salvare e riportare al loro antico splendore opere sfregiate dal fango, usurpate dall'acqua... Che sforzo inutile se oggi proprio la Chiesa, antica custode e promotrice dell'arte, archivia incessantemente il bello, quello assoluto ed inequivocabile, per sostituirlo con un bello relativo, intellettualoide ma irrazionale, anticorporeo e assetato di deformità. E quale credibilità possono avere ancora quegli uomini di Chiesa che da un lato condannano il relativismo etico ossia la libertà assoluta di interpretare e vivere la morale, mentre dall'altro osannano il relativismo estetico fondato sul dogma dell'arte cosiddetta "contemporanea"?

sabato 5 novembre 2011

IL MONDO IN TECHNICOLOR DI MONS. PADOVANO... DOVE IL LATINO E' UNA LINGUA "STRANIERA"!


di Francesco Colafemmina

"Don Nicola, forse nella sua stanzetta a Roma, in Vaticano, non arriva luce... lei vede il mondo in grigio-nero (sic!), ma il mondo è a colori!  ...Venga qui a Monopoli a prendere un po' di sole, venga a fare un po' di elioterapia..."

Così ha esordito ieri sera l'elegante e raffinato vescovo della diocesi di Monopoli-Conversano, Monsignor Domenico Padovano, il suo commento/omelia al termine della presentazione del libro di don Nicola Bux "Come andare a messa e non perdere la fede". Ha poi proseguito manifestando tutta la sua contrarietà alle ricette di Sua Santità Benedetto XVI: "la diagnosi è corretta ma la terapia è sbagliata". Il libro di Bux, infatti, parte dalle riflessioni di Benedetto XVI sulla crisi del sacro quale autentica causa dell'anomia liturgica e quindi esemplifica una lunga serie di potenziali interventi per ripristinare il connubio fra liturgia e sacralità. Uno di questi interventi è costituito dalla rivalutazione della messa pre-conciliare, ma non è questo il centro della riflessione, non è l'esito ultimo della "terapia" di Benedetto XVI. E stupisce che un Vescovo pur di entrare in polemica con chi non ha la sua stessa visione della Chiesa "peace & love", sia disposto ad ignorare l'insegnamento liturgico di Benedetto XVI e a ridurre il tutto al conflitto fra conciliaristi amici del popolo indotto, e passatisti, "nostalgici" elitari col loro latinorum e soprattutto nemici del Concilio Vaticano II.
Monsignor Padovano in sintesi ha accusato don Bux di proporre la messa in latino come unica soluzione agli abusi liturgici. Un falso, visto che don Bux stesso ha ribadito che la forma straordinaria è una facoltà, è una possibilità, ma non è certo la forma ordinaria della celebrazione liturgica. Mons. Padovano ha d'altronde negato (ripetendo più volte "lo nego, lo nego") che l'interazione fra forma straordinaria e forma ordinaria sia stata proposta da Ratzinger al fine di ridare sacralità al rito nuovo e arrivare in un futuro ad un unico rito romano. 
Si è poi speso in una toccante filippica contro la lingua latina, giungendo ad affermare che "col mio papà ci parlo in italiano, anzi in dialetto"... Che il Monsignore stia pensando ad una proposta di traduzione dei libri liturgici in dialetto monopolitano o conversanese? Chiaramente da buon istrione Sua Eccellenza ha pensato di portare dalla sua parte il popolo, facendo leva su argomenti letteralmente demagogici come appunto quello della più agile comprensione della lingua italiana rispetto al latino "lingua straniera" (sic!). Sì, avete capito bene, il latino è "una lingua straniera"! Parola di Vescovo.
Ha poi ulteriormente confortato il pubblico affermando che nella sua diocesi "grazie a Dio non ci sono lefebvriani"... come a dire "da noi non c'è necessità di celebrare la messa di San Pio V"...
Povero Padovano, gli toccherebbe davvero conoscerli codesti lefebvriani che con grande cura pastorale ringrazia Dio di non avere in diocesi! Quanta ricchezza della fede scoprirebbe nelle comunità legate alla Fraternità San Pio X! E quanta carità che magari scarseggia proprio nelle diocesi più illuminate e conciliariste!

Chissà se Padovano avrà parlato al Papa, durante la sua visita ad limina,
della proposta di celebrare la messa in dialetto Monopolitano?
Dopo aver dato così stura alla sua contrarietà, dopo aver esercitato la sua arte oratoria, Padovano ha cercato di recuperare consensi rievocando la "sonnolenza" delle liturgie in latino (forse dimentico della sonnolenza che egli stesso riesce a indurre nei fedeli durante le sue omelie), ma non riuscendoci, come una navigata maschera teatrale, è uscito di scena appena il pubblico ha applaudito una pacata risposta di don Bux, e si è sottratto alle numerose domande dei presenti, salutando con un cenno della mano inanellata...
Che tristezza! E, permettetemi di aggiungerlo, quanta ignoranza! Quanta grossolana rozzezza! Ieri ricordavo quando, da piccolo, la mia anziana zia mi portava in cattedrale, durante la festa patronale, mi additava il vescovo e mi chiedeva di baciargli l'anello. Io, bambino, avevo un po' paura di quest'uomo in talare che trasmetteva bontà e severa solennità, pur essendo minuto nel corpo... e mi vergognavo di baciargli l'anello... Quando però ne ricevetti una carezza, capii che in lui vi era il riflesso di Gesù... E' in questa bontà solenne, questa saggezza non decaduta in aneddotica seduzione delle masse, è nell'obbedienza al Pontefice, che si radica il ministero episcopale, e in questi tempi bui per la Chiesa, è vero, non sarà certo né il latino a salvarci né tantomeno l'illusoria conoscenza del rito vernacolare, ma quanto meno l'amore per Cristo e la sua Chiesa, amore che passa per l'obbedienza al Pontefice e al magistero della Chiesa.
Perciò, caro Monsignor Padovano, prima di fare altre brutte figure come quella di ieri sera, le converrebbe ripassare il pensiero di Joseph Ratzinger e comprendere quei messaggi che a lei in qualità di Vescovo il Papa ha inviato, invece di perdere tempo in inutili, stantii, vecchi, superati, programmi pastorali decennali, roba che neanche nella Russia sovietica...

"Al quesito se la Santa Sede «riammetterà l’antico rito ovunque e senza restrizioni», come lei desidera e ha udito mormorare, non si può rispondere semplicemente o fornire conferma senza qualche fatica. È ancora troppo grande l’avversione di molti cattolici, insinuata in essi per molti anni, contro la liturgia tradizionale che con sdegno chiamano «preconciliare». E si dovrebbe fare i conti con la considerevole resistenza da parte di molti vescovi contro una riammissione generale."
J. Ratzinger, Opera Omnia, Vol. XI, Teologia della Liturgia, "Ulteriori Prospettive - Il problema dei Riti romani nel Rito romano", pp.755-756:
"Personalmente, io sono stato fin dall'inizio per la libertà di continuare ad usare l'antico messale, per un motivo molto semplice; si cominciava già allora a parlare di una rottura con la Chiesa pre-conciliare e della formazione di modelli diversi di Chiese: una Chiesa pre-conciliare superata e una nuova Chiesa conciliare. Del resto, è questo ora lo slogan dei lefebvriani, affermare che vi sono due Chiese, con la grande rottura che è visibile, per loro, nell'esistenza di due messali, che sarebbero in disaccordo tra loro. A me sembra essenziale e fondamentale riconoscere che i due messali sono messali della Chiesa, e di quella Chiesa che rimane sempre la stessa. La prefazione del Messale di Paolo VI dice esplicitamente che è un messale della stessa ed identica Chiesa, che si inserisce nella sua continuità. E per sottolineare che non vi è alcuna rottura essenziale, che la continuità e l'identità della Chiesa esistono,  mi sembra indispensabile mantenere la possibilità di celebrare secondo L'antico messale come segno dell'identità permanente della Chiesa. E' questa per me la ragione fondamentale: quella che fino al '69 era la liturgia della Chiesa, la cosa più sacra per tutti noi, non può diventare dopo il '69 - con un positivismo incredibile - la cosa più inaccettabile. Se vogliamo essere credibili, per usare questo slogan della modernità, è assolutamente necessario riconoscere che quanto era fondamentale prima del '69, rimane tale anche dopo: è la stessa identica sacralità, la stessa identica liturgia. Osservando gli sviluppi dell'applicazione del nuovo messale, ho trovato ben presto una seconda ragione, di cui ha parlato anche il Prof. Spaemann: l'antico messale è il punto di riferimento, un criterio: un semaforo, ha detto lui. Mi sembra per tutti molto importante che con la sua presenza - segno dell'identità fondamentale dei due messali, anche se essi sono espressioni rituali differenti - questo messale della Chiesa dia un criterio di riferimento e diventi un rifugio per fedeli che, nella loro parrocchia, non trovano più una liturgia celebrata realmente secondo i testi autorizzati della Chiesa."
Lettera ai Vescovi di tutto il mondo sul motu proprio Summorum Pontificum (2007):
"Molte persone, che accettavano chiaramente il carattere vincolante del Concilio Vaticano II e che erano fedeli al Papa e ai Vescovi, desideravano tuttavia anche ritrovare la forma, a loro cara, della sacra Liturgia; questo avvenne anzitutto perché in molti luoghi non si celebrava in modo fedele alle prescrizioni del nuovo Messale, ma esso addirittura veniva inteso come un’autorizzazione o perfino come un obbligo alla creatività, la quale portò spesso a deformazioni della Liturgia al limite del sopportabile. Parlo per esperienza, perché ho vissuto anch’io quel periodo con tutte le sue attese e confusioni. E ho visto quanto profondamente siano state ferite, dalle deformazioni arbitrarie della Liturgia, persone che erano totalmente radicate nella fede della Chiesa. (...) Del resto le due forme dell’uso del Rito Romano possono arricchirsi a vicenda: nel Messale antico potranno e dovranno essere inseriti nuovi santi e alcuni dei nuovi prefazi. La Commissione “Ecclesia Dei” in contatto con i diversi enti dedicati all’ “usus antiquior” studierà le possibilità pratiche. Nella celebrazione della Messa secondo il Messale di Paolo VI potrà manifestarsi, in maniera più forte di quanto non lo è spesso finora, quella sacralità che attrae molti all’antico uso. La garanzia più sicura che il Messale di Paolo VI possa unire le comunità parrocchiali e venga da loro amato consiste nel celebrare con grande riverenza in conformità alle prescrizioni; ciò rende visibile la ricchezza spirituale e la profondità teologica di questo Messale."

martedì 1 novembre 2011

IMMAGINI DEL NUOVO EVANGELIARIO AMBROSIANO

Opera di Nicola De Maria 
Un ringraziamento da parte di Fides et Forma all'impegno iconoclasta e dissacratore del gesuita Andrea Dall'Asta, direttore della Galleria San Fedele a Milano e della Raccolta Lercaro a Bologna, promotore dell'adeguamento liturgico della cattedrale di Reggio Emilia, ideologo di adeguamenti liturgici e incursioni del deforme nel sacro.  Qui un mio vecchio articolo sull'iniziativa ambrosiana. (F.C.)

Opera di Nicola De Maria - Titolo ignoto
Opera di Nicola Samorì - Natività della B.V. Maria
Nicola Samorì: Venerdì di Passione...
Ettore Spalletti: Esaltazione della Croce (sic!)
Opera di Ettore Spalletti - Suggerisco un titolo: "Lo Squalo"
Opera di Mimmo Paladino - Titolo ipotetico: "Abbronzatissimo?"
Opera di Nicola Villa: Dedicazione della Basilica Lateranense (sic!)

Immagini tratte dal sito dell'Evangeliario Ambrosiano