domenica 22 luglio 2012

SU GALIMBERTI, IL SIMPOSIO E IL MATRIMONIO NELL'ANTICA GRECIA

di Francesco Colafemmina

In questi tempi di confusione morale e di assordante silenzio da parte della Chiesa pur dinanzi ai reiterati tentativi di sovvertire l'ordine sociale promossi da forze sempre più spregiudicate, capita di dover leggere corbellerie autentiche scritte da eminenti filosofi. E' appena accaduto al professor Umberto Galimberti, finito nella trappola dell'ideologismo contemporaneo applicato agli antichi Greci. Oggi ne parla dettagliatamente Antonio Socci su Libero, citando nel suo articolo un mio recente saggio che sarà prossimamente distribuito nelle librerie. Ringraziando infinitamente Socci per l'immeritata menzione del mio volumetto, ma soprattutto per il suo coraggio, mentre sempre più diffuso mi par esser il servile silenzio del clero, colgo l'occasione per rimarcare alcuni dei madornali errori commessi da Galimberti nel tentativo di piegare all'ideologia omosessualista un testo complesso come il Simposio di Platone. 

Leggiamo anzitutto le affermazioni di Galimberti:

"La fiducia nella scienza è sempre da incoraggiare, alla sola condizione di non scambiare per "scientifico" un insieme di pregiudizi di cui, nel caso dell'omosessualità, è stata vittima anche la scienza, così come lo è stata la psicoanalisi, la religione e il diritto, colpevoli tutti di aver affrontato il problema dell'omosessualità esclusivamente sul piano sessuale, trascurando, come scrive Paolo Rigliano, la componente "intellettuale, emotiva, cognitiva e comportamentale" che lega due persone dello stesso sesso. E mentre nelle relazioni eterosessuali queste componenti vengono prese in considerazione e proprio per questo si parla di amore, nel caso delle relazioni omosessuali queste componenti vengono del tutto trascurate, per cui a proposito degli omosessuali, non si parla mai di amore, ma solo di sesso. In questo modo di procedere, con due pesi e due misure, già si annida il pregiudizio negativo nei confronti degli omosessuali. Un pregiudizio che già denunciava Platone nel Simposio (182 d) in questi termini: "Dove fu stabilito che è riprovevole compiacere agli amanti, ciò fu a causa della bassezza dei legislatori, del dispotismo dei governanti, della viltà dei governati". In questo modo Platone lega opportunamente la condanna dell'omosessualità a un problema di democrazia, a cui forse noi, a causa del perdurare dei pregiudizi, non siamo ancora giunti. Ma perché, fatte salve le riprovevoli eccezioni contro le quali Platone rivolge la sua condanna, l'omosessualità sia nella cultura greca sia in quella romana non costituivano un problema? Perché l'omosessualità, termine del tutto assente nella cultura greca e romana, non era intesa soprattutto e innanzitutto come "atto sessuale", ma come "amore tra persone" ben segnalato dal termine impiegato da Platone: "charízesthai erastaîs", che significa "compiacere gli amanti"."

Dal passo citato si evincono alcune lacune specie per quanto concerne la conoscenza della lingua greca. Ma andiamo per gradi.

Nel Simposio anzitutto non parla strettamente Platone, ma Pausania, noto omosessuale (gli antichi ci tramandano fosse l'attivo della coppia)  compagno del tragediografo Agatone, nella di cui casa si svolge il Simposio. Persino i teorici dell'omossesualità istituzionalizzata presso i Greci antichi (Eva Cantarella, Michel Foucault, Kenneth Dover) concordano sul fatto che fosse considerata turpe l’omosessualità fra adulti. Dunque Pausania ed Agatone in quanto coppia di amanti erano quanto di più vergognoso potessero concepire gli ateniesi del IV secolo. In secondo luogo Pausania non parla di “amore” omosessuale ma di “pederastia” ossia un rapporto fra adulti e ragazzi adolescenti (181D: “non amano infatti i ragazzini se non quando questi cominciano ad avere intelletto: e questo momento si avvicina a quello in cui appare la prima barba”. Pausania d'altro canto esalta l’amore (carnale e spirituale) omosessuale nei riguardi dei ragazzini. Parla però esclusivamente di amore fra uomini. Le donne, secondo la tipica misoginia omosessuale, sono considerate esseri inferiori: “Eros che proviene dall’Afrodite urania non partecipa del genere femminile, ma solo di quello maschile” e ancora “donde si volgono solo al genere maschile coloro che sono pervasi da questo genere di attrazione, amando questo genere per natura più forte e più dotato di cervello” (181C). 

Riguardo poi alle legislazioni in materia di pederastia, Pausania distingue quelle permissive, quelle repressive e quella ateniese. Di quella ateniese avverte per ben due volte che non è “facile da comprendere” (ou radion katanoesai) e che è variegata (poikilos). Per descriverla parte dal fatto che è considerato più bello dalla legge amare all’aperto più che di nascosto e soprattutto amare i più valorosi e gli aristocratici. Pausania può dire quel che vuole nel Simposio, sappiamo tuttavia da Eschine (Contro Timarco) che ad Atene era vietato: a. aprire e chiudere le scuole e le palestre quando era buio perché i ragazzi fossero sempre sorvegliati; b. dare col consenso familiare un giovane ad un amante omosessuale per ottenerne in cambio denaro o altri benefici; c. essere apertamente omosessuali praticanti fra adulti. Quando d'altra parte parla di virtù, di incitamento alla virtù attraverso la pederastia, Pausania ripropone un topos tipico di tutti i pederasti antichi e moderni: attraverso questa relazione non si è attratti solo dal corpo, dal desiderio sessuale, dall’impuro accoppiamento volto a procreare – aggiungo io – come lo stesso Veronesi ha affermato recentemente (gli omosessuali vivono un "amore puro" perché non volto alla procreazione!!!), ma si è attratti dalla volontà di migliorare il giovane. Un amore spirituale, dunque, di stampo quasi romantico.

Alla resa dei conti però Pausania parla della sottomissione dei ragazzini agli adulti e ritiene che “non ci sia nulla di cui vergognarsi” se ci si concede in cambio di una crescita nella virtù e nella sapienza... Egli afferma infatti “è bello infatti che i ragazzini si concedano ai loro amanti” (184E). Detto questo veniamo alle cose più essenziali. Galimberti parla di tre questioni sintetizzandole in affermazioni apodittiche: il mancato riconoscimento delle unioni omosessuali è tipico delle tirannidi; gli omosessuali non erano conosciuti con questo nome nell’antichità; gli omosessuali erano considerati degli amanti alla stregua delle coppie eterosessuali. 

Smontiamo dunque le teorie galimbertiane!

L’affermazione secondo la quale la repressione morale dell'omosessualità era appannaggio delle tirannidi è una mera deduzione di Pausania il quale parla nel Simposio di “Ionia” quale luogo in cui la pederastia è riprovata e la paragona ai paesi barbarici. Si tratta ovviamente di una gravissima offesa per gli antichi ateniesi, in quanto gli Ioni erano gli abitanti della zona costiera della attuale Turchia uniti da vincoli di fratellanza e di sangue ai Greci del continente e specie agli abitanti dell'Attica, tanto da aver combattuto questi ultimi in difesa della loro autonomia durante le guerre persiane. Essi erano Greci tanto quanto quelli del continente e delle isole dell’Egeo. Decontestualizzare l’affermazione di Pausania, assolutizzandola e riproponendola quale chiave di lettura delle legislazioni odierne in materia è rischioso oltre che scorretto. Tanto più che Platone sia nelle Leggi sia nella Repubblica parla di uno stato ideale nel quale la pederastia volta alla pratica sessuale e non intesa quale legame meramente affettivo ed educativo ("come quello di un padre e un figlio", ribadisce nella Repubblica) è severamente vietata e bandita. 

In secondo luogo non è vero che gli omosessuali non erano riconosciuti con un nome specifico. C'era invece l'appellativo volgare di cinedi (sing. kinaidos) dalla chiara etimologia: “colui che smuove la vergogna”. Per un vasto repertorio omofobico si prega Galimberti di consultare tal Aristofane, poeta comico ateniese, tra i protagonisti del Simposio platonico. Ci troverà parole del genere: “katapygon”, “lakkoproktos”, o ancora “euryproktos” che evito di tradurre per carità cristiana. 

Ma veniamo alla carenze linguistiche di Galimberti. Dire che l'amore pederasta (di questo parla Pausania) non è sessuale, ma riproduce l'affettività propria dell'amore eterosessuale è un falso. Questa affermazione è del tutto erronea perché si basa su una traduzione erronea. Il passo citato da Galimberti è Simposio 182D. Qui c’è scritto “charízesthai erastaîs”, ma cosa vuol dire? 
Pausania non parla degli “amanti” in senso orizzontale, ma parla degli adulti che istituzionalmente amano i ragazzini imberbi. E il verbo charizomai ha un esplicita connotazione sessuale: “concedersi”. La frase del Simposio è dunque la seguente: “Così laddove è stato sancito che è turpe concedersi agli erastes, ciò è da ascriversi alla malvagità delle disposizioni, alla prepotenza dei governanti, e alla viltà dei governati.” La turpitudine che per Galimberti sarebbe invece un bene da preservare è dunque la sottomissione dei giovani adolescenti ad un adulto omosessuale. Complimenti!

Ultima nota su Sant’Anselmo. Galimberti afferma che fosse un omosessuale. Si rifà -senza citarlo- al volume “Cristianesimo, tolleranza, omosessualità. La Chiesa e gli omosessuali dalle origini al XIV secolo” di John Boswell. Qui Boswell trae spunto da alcune epistole di Sant'Anselmo nelle quali sono contenute parole di grande affetto per un suo discepolo. Eppure nessuno prima d'allora s'era mai sognato di far corrispondere l'amore fra maestro e discepolo ad una liaison omosessuale. Piuttosto Galimberti vada a rileggersi la corrispondenza fra Marco Aurelio e Frontone per avere uno dei modelli oratori di Sant'Anselmo. Giova tuttavia ricordare che Boswell era un attivista gay nonché docente a Yale che tentò di mostrare un’immagine deviata del Cattolicesimo onde rendere accettabile la convivenza di morale cattolica e attitudini gay. Morì di AIDS nel 1994 il giorno della vigilia di Natale. Anche Michel Foucault, teorico del rapporto omosessuale tra eromenos e erastes nell’antica Grecia morì di AIDS nel 1984. Questo basta a dimostrare come il tentativo di rileggere l'antichità alla luce delle istanze di talune corporazioni o lobbies contemporanee sia viziato dall'ideologia e non da una corretta analisi testuale, da una visione globale della società antica. In altre parole gli ideologi omosessuali e i vari sostenitori degli allargamenti dei diritti sono liberi certo di esprimere le loro opinioni e di proporre modelli alternativi di organizzazione sociali, l'importante è che nel far ciò non pervertano il senso della storia e dei testi classici onde circoscrivere alla mera storia del Cristianesimo l'ordine sociale, la famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna, dal quale proveniamo e che tuttora è il cardine della nostra costituzione.

Il matrimonio, in sintesi, non è una creazione del Cristianesimo, così come l'etica sessuale degli antichi non è la stessa del marchese De Sade o di Aldo Busi. E questo - sia detto per inciso - non è un tentativo omofobico di revisionismo, ma una semplice presa d'atto della realtà storica osservata da un punto di vista meno corrotto dalle dinamiche contemporanee. 



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11 commenti:

Anonimo ha detto...

C'è qualche discussione invece al riguardo della morale pre-matrimoniale nelle intenzioni legislative di Costantino e Giustiniano, come alcune lettere di Papa Callisto, Papa Leone Magno e qualche decreto del concilio di Toledo del 400, riguardo IL CONCUBINATO.

Sarebbe interessante approfondire sia in termini di morale pratica derivante dalla dottrina sia per prevenire certi possibili attacchi attuali.

saluti, daouda

Francesco Colafemmina ha detto...

Il concubinato era indubbiamente presente sia in Grecia che a Roma. Con la diffusione della religione cristiana nel periodo di confusione etica tipico del tardo impero ci troviamo dinanzi ad una situazione complessa tanto che la Chiesa non può che prendere atto della diffusione del fenomeno.

Lo farà anche S. Agostino (PL 39 Sermones, 288) dicendo:

"Et hoc rogo, fratres charissimi, et admoneo Charitatem vestram, ut quicumque uxores accepturi sunt, virginitatem usque ad nuptias servent: quia quomodo nullus est qui sponsam violatam velit accipere, sic nullus se debet ante nuptias adulterina commixtione corrumpere. Sed, quod peius est, plures sunt qui sibi concubinas adhibent, antequam uxores accipiant: et quia grandis multitudo est, excommunicare omnes non potest episcopus, sed cum gemitu et suspiriis multis tolerat et exspectat, si forte pius et misericors Dominus det illis fructuosam poenitentiam per quam possint ad indulgentiam pervenire. Et quia hoc malum in consuetudinem est missum, ut putetur non esse peccatum: ecce coram Deo et Angelis eius profiteor, quod sive ante uxorem, sive post uxorem, quicumque sibi concubinam adhibuerit, adulterium committit; et ex hoc peius adulterium, quia cum nulla ratione liceat publice, hoc sine ulla verecundia quasi ex lege committat."

Rachele Nofrini ha detto...

...E la legge naturale ben prima del cristianesimo è stata il fondamento della riflessione morale, in modo speciale nell’antica Grecia.

Un formidabile saggio di Francesco Colafemmina, “Il matrimonio nella Grecia classica” vuole dimostrare tutto questo con ricchezza di citazioni (sorprendenti) e brillante scrittura.

Il libro di Colafemmina (a cui devo tante preziose indicazioni) intende ribaltare “le mistificazioni contemporanee” e ricostruisce “un’etica matrimoniale condivisa fra ellenismo e cristianesimo”. Una lettura preziosa in questi tempi di confusione e di ideologia. Una lettura da consigliare a tutti i nostri spensierati politici.

Antonio Socci

Da “Libero”, 22 luglio 2012
http://www.antoniosocci.com

Andrea ha detto...

Le "dinamiche contemporanee", caro Francesco, come sai molto bene, sono tipicamente sataniche, cioè sono dei partiti presi accomunati da un inesausto disprezzo per la realtà. "Tutto ciò che esiste, merita di morire".

Il "Verbo" attuale è: "Chi è una mente superiore non può che essere omosessuale" (in particolare nella forma maschio adulto in rapporto al maschio efebico). Il "Bell'Amore" (espressione usata dal beato G.Paolo II) non può che essere quello.
Gli altri, ça va sans dire, sono "volgari".

C'è qualcuno che parla da secoli di "Era Volgare", riferendosi al tempo Post Christum Natum e al dono della Salvezza anche ai "lontani" (popoli non israelitici).

P.S. Mi scuso per essere "sparito" per diversi giorni: ho avuto qualche complicazione

minstrel ha detto...

Grande post che dimostra (di nuovo) a chi è in mano una parte di cultura in Italia.
Grazie.

Andrea ha detto...

Una parte della cultura - una parte schiacciante dell'ambiente universitario - la pressoché totalità della stampa (radiotelevisione compresa), caro Minstrel.

Oggi, come mi sembra evidente, anche "L'Osservatore Romano" ulula nel branco.

Aggiungo che le rarissime voci diverse (che non coltivano lo pseudo-valore della "diversità", ma che si trovano a essere visibilmente estranee al branco) vengono strangolate: vedi "La Bussola Quotidiana"

Anonimo ha detto...

complimenti a Francesco per l'articolo. E a proposito di "Bussola quotidiana" è significativo che ha chiuso i battenti dopo poche settimane aver pubblicato l'articolo su Enzo Bianchi.
Rita

Domics ha detto...

vorrei citare quello che scrive il professor Hoffmann di Oxford circa certe tattiche propagandistiche:

"Be prepared for much talk about “the glory that was Greece,” but do not expect to hear the truth that the consorts of these ancestral “boy-lovers” were slave children, or that their masters were the elite of a phallic hierarchy as misogynist as any that has ever existed..."

http://richardhoffman.org/2011/09/19/an-op-ed-piece-on-curley-familynambla-lawsuit/


Perfino Michel Foucault dovette ammettere:
"For a Greek nobleman to make love to a passive male slave was natural, since the slave was by nature an inferior; but when two Greek men of the same social class made love it was a real problem because neither felt he should humble himself before the other. "

Francesco Colafemmina ha detto...

Aggiungerei il commento di Félix Buffière, autore di un poderoso saggio sulla pederastia nell'antica Grecia:

"L'homosexualité, apparemment, n'était guère mieux vue qu'aujourd'hui: c'était s'abaisser au niveau de la femme, renoncer à sa supériorité de male. Mais la pédérastie? Ce n'était pas la meme chose. Mais on était loin de l'accepter sans réticence, dans le peuple surtout. Et ce serait une grande exagération de prétendre que la Grèce était une sorte d'Eden pour amateurs d'enfants, comme le revent, dans les Oiseaux, deux personnages d'Aristophane." (p.23 di Eros Adolescent, Les Belles Lettres, 1980).

simone77 ha detto...

Dott. Colafemmina, buonasera e complimenti per il suo blog, che ho scoperto da poco tempo e seguo sempre con interesse. Visto che lei è un esperto del tema, le chiedo cosa pensa di questo articolo,http://www.johnsanidopoulos.com/2012/01/bible-and-gay-marriage-question.html, che ho letto su uno dei blog da lei segnalati. Mi colpisce in particolare questo passaggio: "It is important to bear in mind also that semi-official marriages between men and between women were well known in the Greco-Roman world (even the rabbis were aware of such things, as also Church Fathers). The notion that adult-committed homosexual relationships first originated in the modern era is historically indefensible. Consequently, it cannot be used as a “new knowledge” argument for dismissing the biblical witness. Even Louis Crompton, an historian and self-avowed “gay” man, has drawn the proper conclusion from this historical data in his highly acclaimed book, Homosexuality and Civilization (Harvard University Press, 2003)". Ho capito male o l'autore intende dire che esisteva una qualche forma di matrimonio (ovviamente diverso da quello eterosessuale) tra due uomini o tra due donne nel mondo classico, e che ciò era noto anche ai rabbini del tempo nonché ai primi Padri della Chiesa?

Francesco Colafemmina ha detto...

Caro Stefano,

non è chiaro a cosa alluda Sanidopulos. In sostanza il suo articolo è una confutazione a volte dettagliata a volte invece molto imprecisa delle teorie di un presunto esperto dell'omosessualità nella Bibbia, teorie guardacaso pubblicate dall'Huffington Post, quotidiano particolarmente radical chic.

Di "matrimoni" omosessuali intesi come contratti matrimoniali fra uomini o fra donne non vi è assolutamente alcuna testimonianza nell'antichità. L'unico caso simile, in realtà una forma di parodia del matrimonio, è quello dell'imperatore Eliogabalo, giovane e piuttosto dissoluto, raccontato nell'Historia Augusta. "Nubsit et coit cum illo ita, ut et pronubam ]haberet clamaretque “Concide Magire“, et eo quidem tempore quo Zoticus aegrotabat."

Poco tempo dopo queste "nozze" nelle quali Eliogabalo figurava come la donna, l'imperatore fu ucciso assieme ai vari suoi amanti dalle guardie pretoriane che lo assassinarono in una latrina. Il suo corpo fu poi gettato nel Tevere. Evidentemente questo genere di "dissolutezze" non doveva essere proprio "accettato" o "normale" neppure in epoca tarda.