martedì 26 giugno 2012

NOMINE DELIRANTI IN VATICANO: MA IL PAPA DOV'E'?



di Francesco Colafemmina


Oggi è stato nominato Segretario della Congregazione per il Culto Divino un monsignore, tal Arthur Roche, già vescovo di Leeds, nel Regno Unito, che si è distinto in passato per l'ostilità manifestata nei confronti del Motu Proprio Summorum Pontificum. Roche del Summorum Pontificum non capì nulla, nonostante le spiegazioni del Santo Padre, e pensò bene di redigere una letterina per le sue pecorelle capace di attestare tutta la sua incapacità di guardare a quella riforma della riforma voluta da Benedetto XVI che nel ritorno della Messa in latino doveva avere uno dei suoi cardini. 

Nonostante la presenza di tanti validi liturgisti fedeli alla linea del Papa (uno fra i tanti è Mons. Bux), in Vaticano si continuano a nominare prelati mediocri e oscuri. 

Altro discorso vale per Mons. Paglia, il Vescovo di Terni che oggi passa al Pontificio Consiglio per la Famiglia, garantendo un posto al sole alla Comunità di Sant'Egidio. Paglia scalpitava da tempo per un posto in Curia o comunque una sistemazione cardinalizia. Dopo aver sistemato il barbuto Riccardi al governo, ci si è presi la briga di sistemare anche Paglia in Vaticano. 

A ciò aggiungo la notizia - disarmante, ma in qualche modo attesa - che a Mons. Fellay il 13 giugno il Cardinal Levada ha messo in mano un preambolo dottrinale che ritorna alla versione primigenia, quella fondata sull'ambivalenza logica cui accennavo ieri. Va da sé che per Mons. Fellay questo nuovo preambolo non può essere firmato. Degno di nota è il fatto che per il Santo Padre la versione firmata da Fellay ad aprile andava bene. Evidentemente in Vaticano c'è chi ha più potere del Papa, chi emenda i documenti a nome suo, chi fa le nomine sostituendosi a lui...

lunedì 25 giugno 2012

PREAMBOLO DOTTRINALE E LOGICA ARISTOTELICA

"O insensata cura de' mortali / quanto son difettivi silogismi / quei che ti fanno in basso batter l'ali!"
di Francesco Colafemmina

Il preambolo dottrinale rivisto da Mons. Fellay e sottoposto al Papa il 15 aprile scorso e già accettato da Mons. Fellay è stato reso noto giorni addietro dal suo collaboratore, l'abbé Pfluger. Non sappiamo, ad oggi, quali ulteriori emendamenti siano stati effettuati nell'ultima versione consegnata a Fellay il 13 giugno scorso. Leggiamone in particolare questo punto, il più complesso, forse:

"L’entière Tradition de la foi catholique doit être le critère et le guide de compréhension des enseignements du Concile Vatican II, lequel à son tour éclaire certains aspects de la vie et de la doctrine de l’Église, implicitement présents en elle, non encore formulés."

Dunque: "se è la Tradizione intera della fede a costituire criterio e guida per la comprensione del Vaticano II, è anche vero che il Vaticano II chiarisce alcuni aspetti della vita e della dottrina della Chiesa, implicitamente presenti in essa e non ancora formulati."

E' evidente che fin qui ci troviamo dinanzi ad un paradosso, o meglio, ad una palese negazione del principio di non contraddizione. Perché o è la Tradizione a chiarire il Vaticano II o il Vaticano II a chiarire quegli stessi elementi che dovrebbero essere già chiariti dalla Tradizione.

Fortunatamente il preambolo siglato provvisoriamente da Mons. Fellay procede nel senso corretto:  "les affirmations du concile Vatican II et du magistère pontifical postérieur relatives à la relation entre l’Eglise catholique et les confessions chrétiennes non catholiques doivent être comprise à la lumière de la tradition entière et ininterrompue de manière cohérente avec les vérités précédemment enseignées par le magistère de l’Eglise sans accepter aucune interprétation".

Dunque, è vero che il Vaticano II illumina alcuni aspetti della dottrina cattolica, ma essendo il Vaticano II "leggibile" solo attraverso la Tradizione, ne consegue che l'elemento che informa ogni ermeneutica resta sempre la Tradizione. Questo è evidentemente l'emendamento risolutore apportato dalla Fraternità ad un testo complesso e contraddittorio che nella sua versione originale richiamava la visione espressa tempo addietro da Mons. Ocariz sull'interscambiabilità delle ermeneutiche: il Vaticano II alla luce della Tradizione, ma anche la Tradizione alla luce del Vaticano II. 

Nella logica aristotelica dovremmo procedere in questo modo:

Se la Tradizione è l'unico criterio di interpretazione del Vaticano II ne consegue che anche gli aspetti della vita e della dottrina cattolica implicitamente presenti nella Chiesa debbano essere interpretati alla luce della Tradizione. A è criterio interpretativo di B. B chiarisce C. Dunque A è criterio interpretativo di C. 

Nella non logica vaticana pare si proceda invece nel modo seguente:

A è criterio interpretativo di B. B è criterio interpretativo di C. A non è il criterio interpretativo di C. Ma addirittura si può arrivare al paradosso seguente: A è criterio interpretativo di B così come B è criterio interpretativo di A. Perché è evidente che questo è il fondo del messaggio: la Tradizione illumina il Concilio così come il Concilio illumina la Tradizione. Ossia la negazione del principio di non contraddizione. 

Questa pseudo-logica, detta anche logica della complementarietà (il bicchiere può essere rosso ma anche nero) pare sia estremamente calzante alle dinamiche del Concilio stesso. Cosa che non sorprende, infatti, dato l'abbandono pressoché totale del Tomismo nella formazione dei sacerdoti e la sua rapida sostituzione o convivenza con dottrine filosofiche e logiche aliene al Cattolicesimo e fondate sul relativismo e l'ambivalenza logica. Vi traduco a tal proposito un estratto di un bel volume dedicato al rapporto fra Scienza e Cattolicesimo, nel quale si affronta il tema dell'abbandono del tomismo (per inciso, mentre vi scrivo posso udire l'immane caciara dell'oratorio dietro casa dove al ritmo di balli di gruppo e canzoni di Freddy Mercury si forma ed anima la gioventù cattolica del terzo millennio):

"Durante il Vatiano II comunque, una certa ambivalenza che circondava il pensiero Tomista si stabilì nei seminari e presso le altre istituzioni cattoliche di alta formazione. Il decreto del Vaticano II sulla Formazione dei sacerdoti stabilisce infatti: "Basandosi sull'eredità filosofica che è perennemente valida, gli studenti devono anche dialogare con le speculazioni filosofiche contemporanee, specialmente quelle che esercitano speciale influenza nella propria nazione, e con il recente progresso scientifico". Il pluralismo nella filosofia veniva così introdotto molto più esplicitamente di quanto non fosse stato mai adottato. La Scienza, secondo il modo di vedere del Vaticano II, era autonoma rispetto alla filosofia tomista. Il risultato, se combinato al calo nel numero di studenti dei seminari nelle nazioni occidentali dopo il 1970, è un declino nella formazione filosofica in favore della formazione pastorale. A causa della drammatica crescita in proporzione di seminaristi provenienti da culture non occidentali in Africa, Asia, e America Latina, il Tomismo ha perso tremendamente il suo prestigio." (da Catholicism and Science, di Peter M.J. Hess e Paul L. Allen, Greenwood, p.97).

Come si può dunque comprendere la difficoltà nel dialogo con la Fraternità San Pio X sta in una diversa logica di fondo, in una diversa formazione filosofica, in una diversa visione del mondo. Già in quel decreto sulla formazione del clero vediamo apparire in nuce il pensiero vaticano attuale: "va bene l'eredità della tradizione, ma bisogna andare oltre e far convivere l'oltre con il passato". Sostituire l'assoluto col relativo, il vero con l'opinione, o meglio far coesistere verità ed opinione e l'assolutismo col relativismo, costituisce uno di quei misteri fittissimi che avvolgono la storia recente della Chiesa. Lo stesso mistero che domani farebbe convivere nello stesso corpo Focolarini, Neocatecumenali, Rinnovati nello Spirito Santo e FSSPX e FSSP.

Vi confesso che pur auspicando una riconciliazione fra FSSPX e Santa Sede, mi capita spesso di pensare che i sofisti vaticani non meriterebbero tutta questa attenzione. Che la Chiesa è in un'evidente catabasi, che il suo volto ormai non corrisponde più a quello della Tradizione. Solo ieri a messa ho visto  il Corpo di Cristo ospitato in un piatto di terracotta e in un analogo calice il Suo Sangue (secondo l'adagio pauperista anni '70 ancora in voga). Ho sentito nenie prive di alcun retroterra culturale e spirituale e visto consegnare delle magliette colorate a degli animatori di un altro oratorio durante la Santa Messa, manco si trattasse di un sacramento analogo al battesimo da amministrare rigorosamente al cospetto della "comunità". E la chiesa quasi priva di giovani. Quasi tutti sessantenni. E il parroco fare un'omelia che non spiegava il Vangelo e che probabilmente non è stata compresa se non dall'1% dei fedeli - io appartengo al 99% che non ci ha capito un'acca.

In questa realtà come potrà inserirsi la Fraternità è un vero mistero. Nondimeno in un contesto globalmente mediocre o scadente, dove la cultura fondata sullo studio dei Padri, sulla conoscenza del latino e del greco, del tomismo e della scolastica è totalmente assente, la Fraternità costituisce una ricchezza unica che finora si è preservata anche grazie alla consapevolezza di rappresentare altro dalla Chiesa degradata del post-Concilio. Ora che invece si appresta a diventarne parte, come potrà esprimere il proprio dissenso e costruire una civiltà cattolica sulle rovine barbariche degli ultimi 50 anni? Non possiamo che affidarci alla benigna volontà del Signore.

martedì 19 giugno 2012

1883-2012: IN CURIA E' CAMBIATO BEN POCO

C. M. Curci SJ - 1809-1891
Leggendo la surreale intervista di Famiglia (poco o punto) Cristiana al Cardinal Bertone, mi sono ritornate in mente le parole di un sacerdote ribelle di più di un secolo fa, don Carlo Maria Curci, gesuita, fondatore de "La Civiltà Cattolica". Il Curci aveva le sue idee, parzialmente condivisibili, ma non è questo il punto. E' invece interessante la descrizione che egli fa nel 1883 - regnante Leone XIII - della condizione materiale e in qualche modo psicologica della Curia Romana, nonché del potere del Segretario di Stato. Se l'intervista a Bertone vi ha fatto sorridere per l'evidente esercizio della menzogna e il ribaltamento ostinato della realtà documentale, le parole del Curci potrebbero forse farvi sgorgare una lacrima per la triste condizione della Chiesa e di tutte quelle anime che a causa della discutibile moralità del clero, si allontanano da Cristo. Buona lettura!

di Carlo Maria Curci, SJ

Correggimento di abusi e rilevamento da bassezze, sommo bisogno odierno della Chiesa Cattolica

1. Dalle cose fin qui discorse non è difficile intendere quale debba essere sempre stato, e sia tuttora, il giudizio del Vaticano, intorno alla condizione attuale, più o meno prospera, della Chiesa a lui contemporanea. Avendo esso per un lato, da forse cinque secoli, raccolte in pugno al Pontefice romano tutte le fila del sacro reggimento, massime in Italia, con un centralismo ignoto a tutta l'antichità cristiana, né guari conforme alle Costituzioni e Tradizioni apostoliche, e professando, per l'altro, di tenere il Pontefice stesso per infallibile, e poco meno che impeccabile, in quanto dice, fa e dispone nell'esercizio del suo ministero, ne segue che la condizione sempre fiorente della Chiesa, dovea noverarsi tra le verità cristiane, delle quali un Cattolico non può mai, senza scapito della sua Fede, dubitare. Certo con tutte le ripugnanze, che colà si mostrano di saperne e con tutti gli artifizii, che gl'interessati adoprano non indarno per coprirne, molti disordini vi debbono essere conosciuti. Questi nondimeno si guardano come casi speciali, e si risponde col vecchio frasario delle inevitabili imperfezioni umane, che vi furono e vi saranno sempre, e che in altri tempi si ebbero più frequenti e più gravi, che nel nostro. (...) Noi certo crediamo che la Chiesa non potrà mai, per intimo corrompimento, finire; ma lo crediamo, perché lo vogliamo credere a dispetto di tutte le apparenze, che talora sembrano dirci il contrario. Il fatto nondimeno non potrà essere sicuro prima della fine del mondo. (...).

3. Per tal modo quel pregiudizio od inganno < intende "il sistema dell'onnipotenza papale">, che sia, il quale è il massimo abuso della Chiesa Cattolica, perché nato fatto per legittimarli tutti, insinuato e quasi imposto al popolo cristiano, ed elevato alla dignità di sistema, costituisce quella macchina o mole, che domina ed opprime col proprio peso quanti si avvengono a darvi dentro, fossero pure persone d'intenzioni rettissime e di capacità non vulgari. Si pensi se possano mantenervi anche un alito tenuissimo d'indipendenza i freschi elementi, onde il Vaticano si viene a mano a mano rifornendo di nuove cerne, quando si conosca la maniera, onde quelle vi sono reclutate e vengono educate ai futuri loro uffizii. Guardati da lungi con l'idea della proverbiale sapienza Romana, vi si sogliono immaginare uomini, che, formati a pietà soda ed a severi studii, acquistarono perizia degli uomini e delle cose nella lunga pratica degli affari. De' somiglianti già riconobbi dianzi che ve ne capita qualcuno in via di rara, ed oggi troppo rara, eccezione; ma il grosso dei Cardinali residenti in Curia coi Prelati di carriera, nelle cui mani son posti i sommi affari e la somma degli affari della Chiesa, furono pretini che il Segretario di Sato pro tempore, tira comunemente, dalla sua provincia natia, a far fortuna in Roma. < Per il solo Bertone abbiamo una cospicua lista che limiterò ad alcuni nomi: Calcagno, Bertello, Versaldi, Amato (Cardinali), Sodi, Toso, Palombella, De Gregorio (Prelati di carriera). Ci sarebbe poi la mole di laici evidentemente non ancora associata al potere del SdS prima del Concilio (Simeon, Profiti, Crupi)>. (...). Ma questi, colle idee grette e coi miserabili studii, che poterno portare da un meschino Seminario di più meschina diocesi, entrati in Vaticano, dove non si respira, che onnipotenza ed infallibilità papale, e dove tutto è apostolico, perfino le mule e le cucine, restano soggiogati, come da un incubo, da quel sistema; ed intesi unicamente a far carriera, capiscono presto che, a vantaggiarvisi, le capacità valgono poco e meno i meriti, tutto dipendendo dalla zelante professione di quel sistema, sostenuta da potenti protezioni ed amicizie. Quella prima è faccenda di tutti; ma per trovar queste seconde conviene spendere gran parte della vita in corteggiamenti di vario genere, pei quali appena si richiede altro, che omeri flessibili ed un volto pronto ad atteggiarsi ad un sorriso, misto di ammirazione e compiacenza, ad ogni sciocchezza, che esca dal labbro del corteggiato. (...) Dopo alquanti anni di un tale tirocinio, si può tenere per fermo che si è smarrita ogni abitudine, se pure se ne aveva, e forse ogni attitudine a concepire un pensiero, che non sia ordinato a proprio vantaggio; tanto che la salute delle anime, la vita spirituale dei popoli, la Chiesa stessa e lo stesso Cristo vi restano affatto estranei, o vi entrano solo in quanto possono servire a quei vantaggi. 
Che se il Prelato compiute un paio di Nunziature, necessarie per molti a preparare i gravi dispendii della esaltazione al Cardinalato , giunge a quel termine delle lunghe sue aspirazioni (ciò, che vi è di più sù, non dovrebbe cominciare, per chi comincia, che sotto il Cappello), è moralmente impossibile ch'ei cangi la lunga abitudine a giudicare, non secondo l'intrinseca ragione delle cose, ma secondo estrinseci aggiunti. Più impossibile ancora sarà (se tra gl'impossibili sono gradi comparativi) che, preposto ad affari, di cui non ha, non che perizia, ma né tampoco l'idea, voglia applicarsi ad acquistarla già molto innanzi negli anni: quegli anni che ha vagheggiati, come termine di riposo, alla sua stentata carriera. Quand'anche vi avesse perizia, è ben difficile che voglia turbare quegli anni di sospirata ed onorata quiescenza col tenerli in grande esercizio. Procedendo così si potrà trovare, per un modo di esempio, preposto alla Concgregazione dei Vescovi e Regolari, e vuol dire all'Episcopato ed al doppio clero regolare e secolare di tutta la Cattolicità, un Cardinale diacono, il quale non ha mai in vita sua saputo un iota di ciò, che sia governare una diocesi, fare da Vicario Generale, reggere una parrocchia, e di vita claustrale saprà quanto so io dell'analoga istituzione tra i Bramani < Pensiamo a tal proposito ad una figura come quella del Cardinal Re!>. Con un tale uomo parlare di abusi e decadenze sarà un fastidio; darà qualche monco e svogliato provvedimento, per mezzo di un Segretario che fa tutto e non risponde di nulla; ma il solo nominargli una Riforma radicale, che recida i primi e rilevi le seconde, sarebbe provocarne il riso o gettarlo nello sgomento, secondo che lo credesse detto per burla o sul serio. Dall'altra parte, colla presunta eccellenza di quanto si fa coll'autorità pontificia, è opera sprecata parlare di storture da raddrizzarsi, di buone usanze difettive da migliorarsi o di nuove da introdursi. 

Tratto da "Il Vaticano regio: tarlo superstite della Chiesa Cattolica" di Carlo Maria Curci - Firenze, 1883, Capo VII, pp.274-275 e pp.278-280.

giovedì 7 giugno 2012

CRISTO NEL SACRAMENTO ABITA LA SUA CASA!

Altare del Duomo di Milano - prima degli adeguamenti...
"Una interpretazione unilaterale del Concilio Vaticano II ha penalizzato questa dimensione, restringendo in pratica l’Eucaristia al momento celebrativo. In effetti, è stato molto importante riconoscere la centralità della celebrazione, in cui il Signore convoca il suo popolo, lo raduna intorno alla duplice mensa della Parola e del Pane di vita, lo nutre e lo unisce a Sé nell’offerta del Sacrificio. Questa valorizzazione dell’assemblea liturgica, in cui il Signore opera e realizza il suo mistero di comunione, rimane ovviamente valida, ma essa va ricollocata nel giusto equilibrio. In effetti – come spesso avviene – per sottolineare un aspetto si finisce per sacrificarne un altro. In questo caso, l’accentuazione posta sulla celebrazione dell’Eucaristia è andata a scapito dell’adorazione, come atto di fede e di preghiera rivolto al Signore Gesù, realmente presente nel Sacramento dell’altare. Questo sbilanciamento ha avuto ripercussioni anche sulla vita spirituale dei fedeli. Infatti, concentrando tutto il rapporto con Gesù Eucaristia nel solo momento della Santa Messa, si rischia di svuotare della sua presenza il resto del tempo e dello spazio esistenziale. E così si percepisce meno il senso della presenza costante di Gesù in mezzo a noi e con noi, una presenza concreta, vicina, tra le nostre case, come «Cuore pulsante» della città, del paese, del territorio con le sue varie espressioni e attività. Il Sacramento della Carità di Cristo deve permeare tutta la vita quotidiana. In realtà, è sbagliato contrapporre la celebrazione e l’adorazione, come se fossero in concorrenza l’una con l’altra. E’ proprio il contrario: il culto del Santissimo Sacramento costituisce come l’«ambiente» spirituale entro il quale la comunità può celebrare bene e in verità l’Eucaristia. Solo se è preceduta, accompagnata e seguita da questo atteggiamento interiore di fede e di adorazione, l’azione liturgica può esprimere il suo pieno significato e valore. L’incontro con Gesù nella Santa Messa si attua veramente e pienamente quando la comunità è in grado di riconoscere che Egli, nel Sacramento, abita la sua casa, ci attende, ci invita alla sua mensa, e poi, dopo che l’assemblea si è sciolta, rimane con noi, con la sua presenza discreta e silenziosa, e ci accompagna con la sua intercessione, continuando a raccogliere i nostri sacrifici spirituali e ad offrirli al Padre."
M. Botta: Chiesa del Volto Santo - Torino
(Dall'Omelia di Benedetto XVI per la Santa Messa del Corpus Domini, Roma, 7 Giugno 2012)

domenica 3 giugno 2012

BURKE SCRISSE A BERTONE SULL'APPROVAZIONE FARLOCCA DELLE LITURGIE NEOCATECUMENALI


di Francesco Colafemmina

Dalla lettera riservata inviata il 12 Gennaio 2012 dal Card. Raymond Leo Burke al Segretario di Stato Card. Tarcisio Bertone, pubblicata oggi da La Repubblica:

"Non posso, come Cardinale e membro della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, non esprimere a Vostra Eminenza la meraviglia che l'invito (alla celebrazione del Papa prevista sei giorni più tardi, "in occasione dell'approvazione della liturgia del Cammino Neocatecumenale" ndr) mi ha causato. Non ricordo di aver sentito di una consultazione a riguardo dell'approvazione di una liturgia propria di questo movimento ecclesiale. Ho ricevuto, negli ultimi giorni, da varie persone, anche da uno stimato Vescovo statunitense, espressioni di preoccupazione riguardo ad una tale approvazione papale, della quale essi avevano già saputo. Tale notizia era per me una pura diceria o speculazione. Adesso ho scoperto che essi avevano ragione. (...) Come fedele conoscitore dell'insegnamento del Santo Padre sulla riforma liturgica che è fondamentale per la nuova evangelizzazione, ritengo che l'approvazione di tali innovazioni liturgiche, anche dopo la correzione delle medesime da parte del Prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei sacramenti, non sembra coerente con il magistero liturgico del Papa".

Della vicenda ne parlai qui. Sappiamo bene che a seguito di segnalazioni dirette al Santo Padre, questi ha specificato a gennaio che con la cerimonia fastosa in aula Paolo VI non venivano approvate le liturgie, ma solo i riti di passaggio. Correzione in extremis. E ha successivamente ordinato una inchiesta sulla canonicità dei riti neocatecumenali alla Congregazione per la Dottrina della Fede. La lettera di Burke al Segretario di Stato è causata tuttavia da quella faciloneria, da quel pressappochismo dominante nella gestione degli affari quotidiani della Santa Sede, spesso di interesse fondamentale per tutto il mondo cattolico e per il futuro della Chiesa, tanto da far passare il messaggio erroneo di una approvazione definitiva della "liturgia" del Cammino, invece che di altri rituali para-liturgici. E denota non solo il senso di responsabilità del Cardinale Burke ma l'evidente contrasto fra "i collaboratori" del Papa e il magistero di quest'ultimo.
Allunghiamo dunque la lista degli sgambetti: mancata proclamazione del Santo Curato d'Ars a patrono di tutti i sacerdoti del mondo, nomina di Mons. Palombella alla Sistina, blocco - in ben 2 occasioni - di norme attuative della riforma della riforma, scavalcamento del Card. Grocholewski per la nomina del nuovo preside del PIMS, carta bianca ai Neocatecumenali (ricordiamo l'episodio dell'incontro a Roma dei Vescovi Giapponesi ostili al Cammino e la promozione del Sostituto sponsor kikiano a Prefetto di Propaganda Fide...).
Non so chi possa continuare ad amare il Papa, ad entusiasmarsi per il suo magistero e contemporaneamente a difendere chi nel corso degli anni ha fatto di tutto per deviare il corso degli eventi dalla strada individuata dal Pontefice. Che il Papa riponga fiducia - almeno verbalmente - nei suoi collaboratori è un altro paio di maniche, probabilmente teme che dalla loro rimozione possa procedere una reazione a catena incontrollabile, ma una presa di coscienza da parte di tutti i cattolici devoti non farebbe certo male. Intanto continuo sempre più a credere che i "Corvi" stiano operando con grande sagacia!

sabato 2 giugno 2012

A SAN SIRO ACCOLGONO IL PAPA CON LA BANDIERA DELL'ORGOGLIO OMOSESSUALE!

Il cervello degli organizzatori ha preso il largo... di sicuro non con Pietro!
di Francesco Colafemmina

Sembra quasi fatto apposta. Anzi, forse è proprio fatto apposta. A San Siro nell'ambito del VII incontro mondiale delle famiglie il Papa viene accolto da un'enorme bandiera che ricalca quella dell'orgoglio omosessuale. L'idea - balorda - nasce dalla volontà di dare un colore ad ogni "zona pastorale" di Milano. Così abbiamo le seguenti zone:


1. Zona pastorale di Milano: ROSSO
2. Zona pastorale di Varese: LILLA
3. Zona pastorale di Lecco: ARANCIONE
4. Zona pastorale di Rho: AZZURRO
5. Zona pastorale di Monza: BLU
6. Zona pastorale di Melegnano: VERDE
7. Zona pastorale di Sesto San Giovanni: GIALLO

Vediamo i colori originari della bandiera dell'orgoglio omosessuale (rainbow flag) così come creata nel 1978 da Gilbert Baker:

Rosso - Arancione - Giallo - Verde - Azzurro - Blu - Lilla

Ci sono proprio tutti! E sono anche messi in ordine (se non fosse per il lilla che è in cima invece che al fondo). La bandiera cosiddetta della Pace, altro simbolo borderline introdotto in Italia dai partiti di sinistra a ridosso della guerra in Iraq e diventata presto scettro dei vari don Zanottelli, don Gallo, don Ciotti, ha invece i colori posti in ordine inverso.

La bandiera della Pace: i colori sono invertiti rispetto a quella gay
Evidentemente qualcuno avrà voluto irridere le famiglie formate da un uomo e da una donna esibendo trionfante dinanzi al Santo Padre, il simbolo osceno di chi considera la famiglia una mera ideologia da superare... Complimenti!

La rainbow flag con il suo creatore Gilbert Baker