venerdì 27 luglio 2012

ASINUS ASINUM FRICAT



di Francesco Colafemmina

Non fa scalpore la mostra d' "arte contemporanea" aperta in questi giorni nella romantica cornice del duomo di Bamberga. Abituati a prostituire i luoghi sacri, i nuovi lenoni ecclesiastici del XXI secolo hanno finito per convincere persino i fedeli tedeschi (pochi a dire il vero) che la dimora di Dio può occasionalmente trasformarsi in ricettacolo del ridicolo o del pacchiano. 
Per l'occasione ci ha pensato il Canonico della Cattedrale, padre Norbert Jung a dichiarare: "La Cattedrale non è un museo d'arte contemporanea ma una testimonianza della vita di fede del XXI secolo". Auguri!

Ad ogni modo è evidente che il buon senso oltre che il buon gusto ha ormai da tempo abbandonato certi luoghi. Infatti il criterio con cui cedere un luogo sacro al ludibrio di quattro miserabili artisti contemporanei è sempre il solito: la notorietà di questi ultimi, la loro affermazione. Il che corrisponde, nella maggiorparte dei casi, ad una visione estetica del tutto estranea a quella cattolica, anzi ad essa apertamente ostile.

Prendiamo as esempio Volker März, ispirato autore di pupazzetti di cartapesta. Nel duomo di Bamberga espone una serie di personaggi in groppa ad un mulo, un uomo abatjour sulle spalle di una donna, e vari  pupazzi appesi alle volte di una navata laterale con la testa in fiamme. Evidentemente però l'ipocrita artista e gli altrettanto ipocriti ecclesiastici che hanno acconsentito ad una sua partecipazione alla mostra, si son guardati bene dall'esporre qualche altro pezzo della collezione, come il seguente nel quale una scimmietta...



La verità è che siamo in presenza di due mondi convergenti. Da un lato quello dell'arte contemporanea, fondato sulla fuffa, sul nichilismo estetico e sull'assoluto relativismo artistico, dall'altro quello della Chiesa Cattolica contemporanea, alimentata da uno sconvolgente vuoto spirituale, da innumerevoli balle ideologiche e da un altrettanto assoluto relativismo teologico e liturgico. E analogamente ai due famigerati asini del proverbio latino (analogia corroborata dalla presenza artistica e concreta di alcuni asini in uno storico duomo) queste due realtà continuano a grattarsi a vicenda, nel tentativo di dar sollievo ai propri irrefrenabili pruriti.

Di seguito alcune immagini: 












domenica 22 luglio 2012

SU GALIMBERTI, IL SIMPOSIO E IL MATRIMONIO NELL'ANTICA GRECIA

di Francesco Colafemmina

In questi tempi di confusione morale e di assordante silenzio da parte della Chiesa pur dinanzi ai reiterati tentativi di sovvertire l'ordine sociale promossi da forze sempre più spregiudicate, capita di dover leggere corbellerie autentiche scritte da eminenti filosofi. E' appena accaduto al professor Umberto Galimberti, finito nella trappola dell'ideologismo contemporaneo applicato agli antichi Greci. Oggi ne parla dettagliatamente Antonio Socci su Libero, citando nel suo articolo un mio recente saggio che sarà prossimamente distribuito nelle librerie. Ringraziando infinitamente Socci per l'immeritata menzione del mio volumetto, ma soprattutto per il suo coraggio, mentre sempre più diffuso mi par esser il servile silenzio del clero, colgo l'occasione per rimarcare alcuni dei madornali errori commessi da Galimberti nel tentativo di piegare all'ideologia omosessualista un testo complesso come il Simposio di Platone. 

Leggiamo anzitutto le affermazioni di Galimberti:

"La fiducia nella scienza è sempre da incoraggiare, alla sola condizione di non scambiare per "scientifico" un insieme di pregiudizi di cui, nel caso dell'omosessualità, è stata vittima anche la scienza, così come lo è stata la psicoanalisi, la religione e il diritto, colpevoli tutti di aver affrontato il problema dell'omosessualità esclusivamente sul piano sessuale, trascurando, come scrive Paolo Rigliano, la componente "intellettuale, emotiva, cognitiva e comportamentale" che lega due persone dello stesso sesso. E mentre nelle relazioni eterosessuali queste componenti vengono prese in considerazione e proprio per questo si parla di amore, nel caso delle relazioni omosessuali queste componenti vengono del tutto trascurate, per cui a proposito degli omosessuali, non si parla mai di amore, ma solo di sesso. In questo modo di procedere, con due pesi e due misure, già si annida il pregiudizio negativo nei confronti degli omosessuali. Un pregiudizio che già denunciava Platone nel Simposio (182 d) in questi termini: "Dove fu stabilito che è riprovevole compiacere agli amanti, ciò fu a causa della bassezza dei legislatori, del dispotismo dei governanti, della viltà dei governati". In questo modo Platone lega opportunamente la condanna dell'omosessualità a un problema di democrazia, a cui forse noi, a causa del perdurare dei pregiudizi, non siamo ancora giunti. Ma perché, fatte salve le riprovevoli eccezioni contro le quali Platone rivolge la sua condanna, l'omosessualità sia nella cultura greca sia in quella romana non costituivano un problema? Perché l'omosessualità, termine del tutto assente nella cultura greca e romana, non era intesa soprattutto e innanzitutto come "atto sessuale", ma come "amore tra persone" ben segnalato dal termine impiegato da Platone: "charízesthai erastaîs", che significa "compiacere gli amanti"."

Dal passo citato si evincono alcune lacune specie per quanto concerne la conoscenza della lingua greca. Ma andiamo per gradi.

Nel Simposio anzitutto non parla strettamente Platone, ma Pausania, noto omosessuale (gli antichi ci tramandano fosse l'attivo della coppia)  compagno del tragediografo Agatone, nella di cui casa si svolge il Simposio. Persino i teorici dell'omossesualità istituzionalizzata presso i Greci antichi (Eva Cantarella, Michel Foucault, Kenneth Dover) concordano sul fatto che fosse considerata turpe l’omosessualità fra adulti. Dunque Pausania ed Agatone in quanto coppia di amanti erano quanto di più vergognoso potessero concepire gli ateniesi del IV secolo. In secondo luogo Pausania non parla di “amore” omosessuale ma di “pederastia” ossia un rapporto fra adulti e ragazzi adolescenti (181D: “non amano infatti i ragazzini se non quando questi cominciano ad avere intelletto: e questo momento si avvicina a quello in cui appare la prima barba”. Pausania d'altro canto esalta l’amore (carnale e spirituale) omosessuale nei riguardi dei ragazzini. Parla però esclusivamente di amore fra uomini. Le donne, secondo la tipica misoginia omosessuale, sono considerate esseri inferiori: “Eros che proviene dall’Afrodite urania non partecipa del genere femminile, ma solo di quello maschile” e ancora “donde si volgono solo al genere maschile coloro che sono pervasi da questo genere di attrazione, amando questo genere per natura più forte e più dotato di cervello” (181C). 

Riguardo poi alle legislazioni in materia di pederastia, Pausania distingue quelle permissive, quelle repressive e quella ateniese. Di quella ateniese avverte per ben due volte che non è “facile da comprendere” (ou radion katanoesai) e che è variegata (poikilos). Per descriverla parte dal fatto che è considerato più bello dalla legge amare all’aperto più che di nascosto e soprattutto amare i più valorosi e gli aristocratici. Pausania può dire quel che vuole nel Simposio, sappiamo tuttavia da Eschine (Contro Timarco) che ad Atene era vietato: a. aprire e chiudere le scuole e le palestre quando era buio perché i ragazzi fossero sempre sorvegliati; b. dare col consenso familiare un giovane ad un amante omosessuale per ottenerne in cambio denaro o altri benefici; c. essere apertamente omosessuali praticanti fra adulti. Quando d'altra parte parla di virtù, di incitamento alla virtù attraverso la pederastia, Pausania ripropone un topos tipico di tutti i pederasti antichi e moderni: attraverso questa relazione non si è attratti solo dal corpo, dal desiderio sessuale, dall’impuro accoppiamento volto a procreare – aggiungo io – come lo stesso Veronesi ha affermato recentemente (gli omosessuali vivono un "amore puro" perché non volto alla procreazione!!!), ma si è attratti dalla volontà di migliorare il giovane. Un amore spirituale, dunque, di stampo quasi romantico.

Alla resa dei conti però Pausania parla della sottomissione dei ragazzini agli adulti e ritiene che “non ci sia nulla di cui vergognarsi” se ci si concede in cambio di una crescita nella virtù e nella sapienza... Egli afferma infatti “è bello infatti che i ragazzini si concedano ai loro amanti” (184E). Detto questo veniamo alle cose più essenziali. Galimberti parla di tre questioni sintetizzandole in affermazioni apodittiche: il mancato riconoscimento delle unioni omosessuali è tipico delle tirannidi; gli omosessuali non erano conosciuti con questo nome nell’antichità; gli omosessuali erano considerati degli amanti alla stregua delle coppie eterosessuali. 

Smontiamo dunque le teorie galimbertiane!

L’affermazione secondo la quale la repressione morale dell'omosessualità era appannaggio delle tirannidi è una mera deduzione di Pausania il quale parla nel Simposio di “Ionia” quale luogo in cui la pederastia è riprovata e la paragona ai paesi barbarici. Si tratta ovviamente di una gravissima offesa per gli antichi ateniesi, in quanto gli Ioni erano gli abitanti della zona costiera della attuale Turchia uniti da vincoli di fratellanza e di sangue ai Greci del continente e specie agli abitanti dell'Attica, tanto da aver combattuto questi ultimi in difesa della loro autonomia durante le guerre persiane. Essi erano Greci tanto quanto quelli del continente e delle isole dell’Egeo. Decontestualizzare l’affermazione di Pausania, assolutizzandola e riproponendola quale chiave di lettura delle legislazioni odierne in materia è rischioso oltre che scorretto. Tanto più che Platone sia nelle Leggi sia nella Repubblica parla di uno stato ideale nel quale la pederastia volta alla pratica sessuale e non intesa quale legame meramente affettivo ed educativo ("come quello di un padre e un figlio", ribadisce nella Repubblica) è severamente vietata e bandita. 

In secondo luogo non è vero che gli omosessuali non erano riconosciuti con un nome specifico. C'era invece l'appellativo volgare di cinedi (sing. kinaidos) dalla chiara etimologia: “colui che smuove la vergogna”. Per un vasto repertorio omofobico si prega Galimberti di consultare tal Aristofane, poeta comico ateniese, tra i protagonisti del Simposio platonico. Ci troverà parole del genere: “katapygon”, “lakkoproktos”, o ancora “euryproktos” che evito di tradurre per carità cristiana. 

Ma veniamo alla carenze linguistiche di Galimberti. Dire che l'amore pederasta (di questo parla Pausania) non è sessuale, ma riproduce l'affettività propria dell'amore eterosessuale è un falso. Questa affermazione è del tutto erronea perché si basa su una traduzione erronea. Il passo citato da Galimberti è Simposio 182D. Qui c’è scritto “charízesthai erastaîs”, ma cosa vuol dire? 
Pausania non parla degli “amanti” in senso orizzontale, ma parla degli adulti che istituzionalmente amano i ragazzini imberbi. E il verbo charizomai ha un esplicita connotazione sessuale: “concedersi”. La frase del Simposio è dunque la seguente: “Così laddove è stato sancito che è turpe concedersi agli erastes, ciò è da ascriversi alla malvagità delle disposizioni, alla prepotenza dei governanti, e alla viltà dei governati.” La turpitudine che per Galimberti sarebbe invece un bene da preservare è dunque la sottomissione dei giovani adolescenti ad un adulto omosessuale. Complimenti!

Ultima nota su Sant’Anselmo. Galimberti afferma che fosse un omosessuale. Si rifà -senza citarlo- al volume “Cristianesimo, tolleranza, omosessualità. La Chiesa e gli omosessuali dalle origini al XIV secolo” di John Boswell. Qui Boswell trae spunto da alcune epistole di Sant'Anselmo nelle quali sono contenute parole di grande affetto per un suo discepolo. Eppure nessuno prima d'allora s'era mai sognato di far corrispondere l'amore fra maestro e discepolo ad una liaison omosessuale. Piuttosto Galimberti vada a rileggersi la corrispondenza fra Marco Aurelio e Frontone per avere uno dei modelli oratori di Sant'Anselmo. Giova tuttavia ricordare che Boswell era un attivista gay nonché docente a Yale che tentò di mostrare un’immagine deviata del Cattolicesimo onde rendere accettabile la convivenza di morale cattolica e attitudini gay. Morì di AIDS nel 1994 il giorno della vigilia di Natale. Anche Michel Foucault, teorico del rapporto omosessuale tra eromenos e erastes nell’antica Grecia morì di AIDS nel 1984. Questo basta a dimostrare come il tentativo di rileggere l'antichità alla luce delle istanze di talune corporazioni o lobbies contemporanee sia viziato dall'ideologia e non da una corretta analisi testuale, da una visione globale della società antica. In altre parole gli ideologi omosessuali e i vari sostenitori degli allargamenti dei diritti sono liberi certo di esprimere le loro opinioni e di proporre modelli alternativi di organizzazione sociali, l'importante è che nel far ciò non pervertano il senso della storia e dei testi classici onde circoscrivere alla mera storia del Cristianesimo l'ordine sociale, la famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna, dal quale proveniamo e che tuttora è il cardine della nostra costituzione.

Il matrimonio, in sintesi, non è una creazione del Cristianesimo, così come l'etica sessuale degli antichi non è la stessa del marchese De Sade o di Aldo Busi. E questo - sia detto per inciso - non è un tentativo omofobico di revisionismo, ma una semplice presa d'atto della realtà storica osservata da un punto di vista meno corrotto dalle dinamiche contemporanee. 



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mercoledì 18 luglio 2012

COME MAI COSTORO NON SONO OBBLIGATI A FIRMARE UN PREAMBOLO DOTTRINALE?

Il preambolo dottrinale somiglia sempre più come alle Forche Caudine della FSSPX
Faccio mie le parole dell'abbé de Cacquerai, superiore del distretto francese della FSSPX in merito ai recenti sviluppi delle trattative fra Roma e la FSSPX e i timori di possibili evoluzioni "punitive".  Parole riprese oggi per contrapporle all'intervista a Mons. Fellay pubblicata ieri dal DICI: "Come si può ancor oggi accettare che dei preti, dei vescovi, dei cardinali, e anche in gran numero, possano insegnare delle autentiche eresie, esaltare una morale che non è più cattolica, senza nonostante tutto essere preoccupati? Chi meriterà di essere scomunicato? Coloro che si sforzano di trasmettere ciò che la Chiesa di ogni giorno ha insegnato o coloro che travisano il deposito rivelato?"

Per onestà d'informazione riporto il comunicato di don de Cacquerai, palesemente ignorato da tutti i giornalisti che oggi ne hanno ripreso un testo di almeno un mese fa: "L'agenzia APIC ha utilizzato il mio editoriale su Fideliter n.208 per opporlo all'intervista del 16 Luglio concessa dal Superiore Generale. E' da più di un mese che tale testo è stato redatto, sono quasi tre settimane che è stato ricevuto dai nostri abbonati e, il 9 luglio è stato pubblicato sul sito Tradinews. Questo testo non aveva altro scopo che far seguito all'incontro del 13 giugno fra Mons. Fellay e il Cardinal Levada. Nel corso dell'incontro, infatti, il nostro Superiore Generale aveva espresso all'ex prefetto della CDF la nostra impossibilità di sottometterci alle esigenze dottrinali nuove che ci venivano richieste. Di qui ci si poteva domandare se un tale rifiuto ci avrebbe potuto valere delle nuove sanzioni. Ecco il contesto preciso nel quale è stato scritto questo editoriale. L'interpretazione che viene data dall'agenzia stampa è dunque falsata. La dichiarazione finale del nostro capitolo, che sarà presto pubblicata, offrirà le conclusioni dottrinali che sono state quelle di tutti i membri del capitolo, anche se questo potrà dispiacere a tutti gli opinion makers."

Ad ogni modo come dargli torto? Di seguito alcuni recenti esempi...

Il Cardinal Carlo Maria Martini in compagnia di Ignazio Marino,
medico ed esponente del PD notoriamente favorevole ad eutanasia e matrimoni gay
"Non è male, in luogo di rapporti omosessuali occasionali, che due persone abbiano una certa stabilità e quindi in questo senso lo Stato potrebbe anche favorirli. Non condivido le posizioni di chi, nella Chiesa, se la prende con le unioni civili."

L'Espresso del 23 marzo 2012

Mons. Paolo Urso - Vescovo di Ragusa
"Quando due persone decidono, anche se sono dello stesso sesso, di vivere insieme, è importante che lo Stato riconosca questo stato di fatto. Che va chiamato con un nome diverso dal matrimonio altrimenti non ci intendiamo. Uno Stato laico come il nostro non può ignorare il fenomeno delle convivenze, deve muoversi e definire diritti e doveri per i partner. Poi la valutazione morale spetterà ad altri. La Chiesa fa le sue valutazioni, ma ciò non toglie che deve sempre essere una casa dalle porte aperte, anche per i gay e le lesbiche. Non va confuso il peccato con il peccatore".

Il Quotidiano Nazionale dell'11 Gennaio 2012

Cardinal Rainer Maria Woelki
"Credo che noi dovremmo essere d’accordo e di fatto siamo d’accordo che nel giudizio su una tale relazione o un tale rapporto c’è una grande differenza di giudizio quando le persone si assumono la responsabilità l’uno per l’altro, quando vivono e si relazionano in un rapporto omosessuale durevole, come similmente avviene in un rapporto eterosessuale."


Mons. Johan Bonny - Vescovo di Antwerp (Belgio)
"Credo nel valore del celibato sacerdotale... Ma amerei comunque ordinare preti degli uomini sposati se ciò fosse possibile."


Cardinal Christoph Schönborn 
"Nelle votazioni per il nuovo consiglio pastorale di Stützenhofen, un piccolo comune a nord di Vienna, il ventisettenne Florian Stangl era stato il più votato dai parrocchiani ma il parroco non aveva voluto ratificare la nomina in quanto convive con un compagno, con il quale ha contratto un’unione civile. L’arcivescovo di Vienna, dopo aver espresso un’iniziale riserva, aveva invitato a pranzo la coppia gay. E dopo l’incontro non ha bloccato la nomina, in quanto «profondamente impressionato dalla fede di Stangl, dalla sua umiltà, e dal modo in cui concepisce il suo servizio». Il giovane in un un’intervista aveva dichiarato: «Io mi sento legato agli insegnamenti della Chiesa, ma la richiesta di vivere in castità mi sembra irrealistica»."


da "La Stampa" del 17 Maggio 2012 articolo di A.Tornielli

mercoledì 11 luglio 2012

I DOLCI TEMPI DEL CONCILIO E LE CHIESE DI GALIZIA


"Caro Ratzinger, le confesso che orinare sul muro del Sant'Uffizio è stato un atto, per così dire, liberatorio!"
di Francesco Colafemmina

Davvero belli, entusiasmanti direi, quegli anni del Concilio, quando Congar si riprendeva dalle sue pisciate contro il muro del Sant'Uffizio e torme di cospiratori silenziosi si affacciavano sulle scene ufficiali del cambiamento. In questi giorni di vuoto, fra un Muller e un Brugués, fra don Bux che si arrampica sugli specchi e il Papa che va a scrivere Gesù di Nazaret parte terza, ci si è concessi sulla stampa una parentesi conciliare. 
L'occasione è stata offerta dalla visita del Pontefice al Centro dei Missionari Verbiti a Nemi. Si è partiti così con la réverie nostalgica e melensa sugli amabili tempi del Concilio, quando Congar scriveva sui suoi diari (fra una critica al culto di Maria e un attacco all Sant'Uffizio "Gestapo"):  "Fortunatamente c’è Ratzinger. È ragionevole, modesto, disinteressato, di buon aiuto".

Per non scivolare anche noi sul piano inclinato della riscrittura della storia partiamo proprio da quel "Centro" dei Verbiti a Nemi e introduciamo l'architetto svizzero Silvio Galizia. Già collaboratore di alcuni esponenti romani del razionalismo, a partire dagli anni '50 comincia ad ottenere commesse essenzialmente per case generalizie di ordini religiosi realizzate grazie alla lottizzazione selvaggia  di alcune aree romane promossa sotto il papato di Pio XII. Nel 1960 inizia a realizzare il Centro e la Cappella dei Verbiti a Nemi: una chiesa a pianta centrale, dotata di quattro nicchie laterali e invasa dalla luce delle vetrate artistiche. 

Silvio Galizia - Chiesa di San Giovanni Battista, Nemi 


Si tratta di una forse casuale citazione del progetto di Giuliana Genta (1958-1960) per la chiesa del Cristo Re a Cagliari. Rielaborato tuttavia sulla scorta di quelle maldestre irruzioni della luce nello spazio sacro già realizzate da Giò Ponti ad esempio nella Cappella del Monastero di Sant'Elia a Sanremo (1958).

Interno della chiesa del Cristo Re - Cagliari (1958)
Giò Ponti - Cappella del Monastero di Sant'Elia a Sanremo (1958) - Foto: Maria Teresa Dondi
Erano gli anni in cui imperversava Mons. Giovanni Fallani, una sorta di precursore del Cardinal Ravasi dotato di minore ambizione enciclopedica, ma nondimeno esiziale per il futuro dell'architettura sacra in Italia. 

Un altro dei "capolavori" di Galizia: cappella del Pontificio Collegio Pio Brasiliano (1963-66)

giovedì 5 luglio 2012

AVANTI UN ALTRO...

Bella tu sei qual sole / bianca più della luna / e le stelle più belle / non son belle al par di te.
di Francesco Colafemmina


Non riesco a dormire al solo pensiero di questa ennesima coincidenza. Solo due giorni fa apprendevo dei giudizi acrobatici del nuovo prefetto della CDF in merito al dogma della verginità perpetua di Maria. Oggi scopro con stupore e amarezza che anche un altro neo-nominato vescovo e futuro cardinale, Mons. Bruguès, Bibliotecario e Archivista di Santa Romana Chiesa, si è occupato in passato della medesima questione. 
Lo ha fatto in una prima occasione specifica, quando in qualità di presidente della Commissione Dottrinale della Conferenza Episcopale Francese, ha commentato un documentario televisivo trasmesso in occasione della Pasqua del 2004. In particolare, in riferimento al suddetto documentario, la nota affermava quanto segue: 

"L’affirmation de l’existence de frères et sœurs de Jésus questionnera la compréhension de l’énoncé dogmatique de la virginité perpétuelle de Marie. La présentation de ces résultats, au-delà de ses effets déstabilisants, invite à un sain travail d’intelligence théologique qui conduira à revisiter la tradition et l’histoire de l’élaboration des dogmes chrétiens pour mieux les entendre et en vivre."


"L'affermazione dell'esistenza di fratelli e sorelle di Gesù renderà problematica la comprensione dell'enunciato dogmatico della verginità perpetua di Maria. La presentazione di questi risultati [all'interno del documentario], al di là dei suoi effetti destabilizzanti, invita ad un sano lavoro di intelligenza teologica che condurrà a rivisitare la tradizione e la storia dell'elaborazione dei dogmi cristiani per meglio intenderli e viverli".


Non pago di questa uscita ambigua, Mons. Bruguès in una nota sempre del 2004, pubblicata per riaffermare i dogmi mariani, specifica quanto segue:


"Les dogmes de la virginité perpétuelle de Marie, de sa conception immaculée et de son assomption troublent certains encore, qui y devinent l'affleurement de réactions archaïques devant l'énigme de la sexualité, de la mort et du mal. Là encore : que de telles nostalgies existent ne prive pas les affirmations de foi de leur vérité. Au contraire : il convient, et à ce travail les théologiens s'attellent et doivent s'atteler toujours, de relier ces affirmations à l'ensemble du dogme chrétien, notamment à l'affirmation de la bonté et de la sacramentalité du mariage, à la résurrection du Christ Jésus et à la nôtre, âme et corps, à celle du péché en son origine et en ses effets et du salut procuré par la mort par amour du Fils fait homme."


"I dogmi della verginità perpetua di Maria, della sua immacolata concezione e della sua assunzione turbano ancora alcuni, che vi indovinano l'affiorare delle arcaiche reazioni all'enigma della sessualità, della morte e del male. Lì ancora: il fatto che esistano tali nostalgie non priva affatto le affermazioni di fede della loro verità. Al contrario: conviene, e in questo lavoro i teologi si sforzano e devono sempre sforzarsi, ricollegare tali affermazioni all'insieme del dogma cristiano, precisamente all'affermazione della bontà e della sacramentalità del matrimonio, alla resurrezione di Cristo Gesù e alla nostra, anima e corpo, a quella del peccato nella sua origine e nei suoi effetti e della salvezza procurata dalla morte per amore del Figlio fattosi uomo".


Scopriamo così che:


1. I dogmi mariani sono un residuo di arcaiche reazioni all'enigma della sessualità, della morte e del male.


2. Per meglio intendere tali dogmi serve un lavoro di intelligenza teologica. Dunque i dogmi sono intrinsecamente in evoluzione.


Ma Bruguès non è nuovo a speculazioni sull'arcaicità dei dogmi e soprattutto sull'enigma della sessualità, come lo chiama lui. Sul n.102 di Communio scriveva - era il 1988 - quanto segue:

"Esegeti ed etnologi sono concordi nell'affermare che il termine purezza appartiene al comportamento religioso primitivo. [...] Nella misura in cui l'odierna mentalità cristiana ha fatto propria la convinzione secondo la quale l'incarnazione del Verbo avrebbe abolito definitivamente ogni distinzione tra il sacro e il profano, parlare di purezza significherebbe resuscitare categorie arcaiche e non considerare la grande originalità del cristianesimo. Pertanto, il prete avrebbe avuto ragione ad insorgere contro una 'sciocchezza', cioè la rievocazione di una mentalità primitiva e precristiana. [...] I 'peccati contro la purezza' non avevano finito per denotare unicamente i 'peccati  contro la carne'? Di conseguenza, a partire dal XIX secolo e fino a una data recente che si potrebbe situare alle soglie degli anni '60, la ricerca, talora ossessionante, della purezza sessuale ha caratterizzato la mentalità cristiana [...]. Le scienze umanistiche, infine, sono in parte responsabili del discredito in cui è caduta la nozione di 'purezza'. La loro metodologia, 'di tipo poliziesco o inquisitoriale, afferma Michel Serres, si fonda sul sospetto: spia, pedina, sonda le sfere più intime dell'uomo'. Essa offre della sessualità umana una visione meno semplice di quella forse prevalente in epoche anteriori. Ora sappiamo che la sessualità, compresa quella del bambino, è una realtà molteplice, alla quale il criterio di 'purezza' sarebbe totalmente estraneo in quanto denota principalmente 'la qualità di una cosa omogenea' (Littré). Si dirà che l'infanzia non è l'innocenza, che la psicoanalisi ha distrutto le nostre ultime illusioni sulla purezza o la naturalezza dell'età, che il giovane non ha bisogno di crescere per imparare l'arte del sotterfugio, della finzione e del calcolo. E' vero, cosa può significare purezza a undici o dodici anni?" (pp.85-86).



Porcate inqualificabili e vomitevoli specie se provenienti da un futuro cardinale! Non ci sono parole. Le lascio così a San Pio X che nella Pascendi anticipava tutto con straordinaria chiarezza e lucidità:

"In quel sentimento, dicono, di cui sovente si è parlato, appunto perché egli è sentimento e non cognizione, Dio si presenta bensì all'uomo, ma in maniera così confusa che nulla o a malapena si distingue dal soggetto credente. Fa dunque d'uopo che sopra quel sentimento si getti un qualche raggio di luce, sì che Dio ne venga fuori per intero e pongasi in contrapposto col soggetto. Ora, è questo il compito dell'intelletto; di cui è proprio il pensare ed analizzare, e per mezzo del quale l'uomo prima traduce in rappresentazioni mentali i fenomeni di vita che sorgono in lui, e poi li significa con verbali espressioni. Di qui il detto volgare dei modernisti, che l'uomo religioso deve pensare la sua fede. L'intelletto adunque, sopravvenendo al sentimento, su di esso si ripiega e vi fa intorno un lavorio somigliante a quello di un pittore che illumina e ravviva il disegno di un quadro svanito per la vecchiaia. Il paragone è di uno dei maestri del modernismo. Doppio poi è l'operar della mente in siffatto negozio; dapprima, con un atto nativo e spontaneo, esprimendo la sua nozione con una proposizione semplice e volgare; indi, con riflessione e più intima penetrazione, o, come dicano, lavorando il suo pensiero, rende ciò che ha pensato con proposizioni secondarie, derivate bensì dalla prima, ma più affinate e distinte. Le quali proposizioni, ove poi ottengano la sanzione del magistero supremo della Chiesa, costituiranno appunto il dogma. Con ciò, nella dottrina dei modernisti, ci troviamo giunti ad uno dei capi di maggior rilievo, all'origine cioè e alla natura stessa del dogma. Imperocché l'origine del dogma la ripongon essi in quelle primitive formole semplici; le quali, sotto un certo aspetto, devono ritenersi come essenziali alla fede, giacché la rivelazione, perché sia veramente tale, richiede la chiara apparizione di Dio nella coscienza. Il dogma stesso poi, secondo che paiono dire, è costituito propriamente dalle formole secondarie. A conoscere però bene la natura del dogma, è uopo ricercare anzi qual relazione passi fra le formole religiose ed il sentimento religioso. Nel che non troverà punto difficoltà, chi tenga fermo, che il fine di cotali formole altro non è, se non di dar modo al credente di rendersi ragione della propria fede. Per la qual cosa stanno esse formole come di mezzo fra il credente e la fede di lui; per rapporto alla fede, sono espressioni inadeguate del suo oggetto e sono dai modernisti chiamate simboli; per rapporto al credente, si riducono a meri istrumenti. Non è lecito pertanto in niun modo sostenere che esse esprimano una verità assoluta: essendoché, come simboli, sono semplici immagini di verità, e perciò da doversi adattare al sentimento religioso in ordine all'uomo; come istrumenti, sono veicoli di verità, e perciò da acconciarsi a lor volta all'uomo in ordine al sentimento religioso. E poiché questo sentimento, siccome quello che ha per obbietto l'assoluto, porge infiniti aspetti, dei quali oggi l'uno domani l'altro può apparire; e similmente colui che crede può passare per altre ed altre condizioni, ne segue che le formole altresì che noi chiamiamo dogmi devono sottostare ad uguali vicende ed essere perciò variabili. Così si ha aperto il varco alla intima evoluzione dei dogmi. Infinito cumulo di sofismi che abbatte e distrugge ogni religione!"

Perdonate la seguente postilla, ma se il Papa invece di perder tempo a scrivere bigliettini di rinnovata stima al Cardinal Bertone si informasse di più sulla solidità dottrinale dei Vescovi che nomina, forse farebbe penar meno la Santa Vergine che, è opportuno ricordarlo, a Suor Lucia disse, apparendo col cuore trafitto di spine il 10 dicembre 1925:

"Guarda, figlia mia, il mio Cuore circondato di spine che gli uomini ingrati infliggono continuamente con bestemmie e ingratitudini. Consolami almeno tu e fa sapere questo: A tutti quelli che per cinque mesi, al primo sabato, si confessano, riceveranno la santa Comunione, reciteranno il Rosario e mi faranno compagnia per quindici minuti meditando i Misteri, con l’intenzione di offrirmi riparazioni, prometto di assisterli nell’ora della morte con tutte le grazie necessarie alla salvezza.


Più che per la nostra salvezza, in questi tempi bui cerchiamo di esaudire la Madonna per la salvezza dell'umanità e la redenzione della Chiesa.

mercoledì 4 luglio 2012

MULLER, IL CASO KRAMER E IL SENSO DELLA VISIONE DI FATIMA

Il neo-Prefetto della CDF in tuta da jogging...
di Francesco Colafemmina


Purtroppo la notizia non è ancora apparsa sui quotidiani italiani. Anzi ne ha parlato il Messaggero en passant, senza riportare tuttavia l'informazione in maniera completa, ma dando l'impressione di un attacco esterno al nuovo Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede.

Ebbene, per completezza, la riporto qui di seguito. E' una storia di pochi anni fa, ma non per questo meno grave. 

Nel maggio del 1999 un ex meccanico divenuto sacerdote, padre Peter Kramer della diocesi di Ratisbona, abusò di due bambini. L'allora vescovo di Ratisbona rimosse Kramer dai suoi doveri parrocchiali, ma non si ritenne opportuno aprire un procedimento a suo carico (né canonico, né penale). Nel novembre dello stesso anno la Diocesi, Kramer e i genitori degli abusati concordarono di non dare pubblicità al crimine e Kramer versò ai genitori dei bambini 5.000 marchi tedeschi per i "danni" subiti.

Agli inizi del 2000 il padre dei bambini ebbe un collasso e fu mandato in clinica. Qui raccontò ad un paziente di quanto era accaduto. E il paziente della clinica lo raccontò alla Polizia. Kramer fu arrestato e condannato. Ma la condanna fu lieve: tre anni di libertà con la condizionale di sottoporsi a trattamento psicoterapeutico e non avere più contatti con bambini. Nel 2001 Kramer fu nominato cappellano di una casa di riposo nella città di Sunching. Intanto nel 2002 la Conferenza Episcopale Tedesca rese note delle Linee Guida sulla questione pedofilia che includevano la seguente norma: "Chierici che sono stati giudicati colpevoli di abuso di minori, dopo la sentenza, non verranno più inseriti nuovamente in un'area che li porti a contatto con bambini e minori."

Nel 2002 Gherhard Muller diventa vescovo di Ratisbona. Nel 2003 finisce il periodo di prova di Kramer. Ne vien fuori una relazione del suo terapista che lo dichiara perfettamente "guarito" e lo considera idoneo al reintegro in parrocchia. Il 24 febbraio 2004 il legale diocesano chiamò telefonicamente il giudice che aveva condannato Kramer per chiedergli un parere sul suo reintegro in parrocchia. Su questo punto le fonti sono discordanti: secondo il giudice nella telefonata fu specificata la condizione di non rimetterlo a contatto con bambini; secondo il legale diocesano non vi fu da parte del giudice menzione di una simile condizione. 

Il 24 settembre 2004, intanto, il Vescovo Muller nomina Kramer parroco di Riekhofen. Solo tre anni dopo il padre dei bimbi abusati da Kramer nel 1999 si accorge che Kramer è tornato ad essere parroco. Troppo tardi: un bambino di Riekhofen confesserà di essere stato abusato per ben 22 volte da Kramer dal 2004 al 2006. Kramer verrà arrestato e processato. Nel 2008 è stato condannato a 3 anni di prigione. 

Muller avrebbe dovuto evitare di mettere Kramer a diretto contatto con dei bambini. Avrebbe dovuto applicare le linee guida della Conferenza Episcopale Tedesca. Ma non lo fece. Per lui "Cristo perdonò i più accaniti peccatori, perché non avrei dovuto perdonare Kramer?"

Un ulteriore cono d'ombra viene così proiettato sulla figura di Gherhard Mueller. Sarà anche uno stimato teologo ed un caro amico del Santo Padre, ma basteranno questi due dati a chiudere non uno ma entrambi gli occhi sulla sua a dir poco discutibile gestione del caso Kramer, nonché sulle teorie anch'esse discutibili in merito alla Verginità di Maria etc.?

Purtroppo, cari lettori, è finita l'epoca dei cattolici con i paraocchi, dei bigotti pronti a perdonare tutto. E d'altra parte è questo uno degli effetti positivi di quel Concilio Vaticano II che compie 50 anni. Criticabile per molti versi, ma non certo per l'ampio spazio che ha inteso offrire al supporto del laicato, non solo quale "maggiordomo" del Clero, ma anche come forza critica e rinnovatrice della Chiesa. E invece troppo spesso i laici vengono visti quale massa al servizio di un clero autoreferenziale e sempre immune da accuse o errori. Lo si è visto con il caso Vatileaks (una Chiesa chiusa a riccio nella difesa castale dei propri errori e delle proprie manifeste impurità), lo si vede ancora oggi quando si osa criticare questo o quel Vescovo di fresca nomina dati alla mano.  Tutto viene interpretato come un atto d'accusa al Pontefice, un tentativo di scalfire l'infallibilità persino delle sue nomine. E invece, pur partendo da posizioni conservatrici, non capisco perché dovremmo tacere, accettare tutto supinamente, senza neppure aver la libertà di chiedere ragione di talune scelte, rifugiandoci nel sempre confortevole abbraccio del "così ha voluto lo Spirito Santo". Quando impareremo a scindere le decisioni umane dall'intervento di Dio? Perché o dobbiamo ricondurre tutto al volere divino (anche le atrocità che scaturiscono dall'uomo) e dunque rinunciare al libero arbitrio, oppure siamo costretti a guardare al corso della Chiesa con schizofrenica dicotomia. 

A tal riguardo mi sembra opportuno citare un passo del famoso commento teologico al (presunto) terzo segreto di Fatima, opera di Joseph Ratzinger. Diceva Ratzinger nel 2000, riferendosi a quelle immagini formidabili che ancora preannunciano il possibile esito dell'ira divina:

"L'angelo con la spada di fuoco a sinistra della Madre di Dio ricorda analoghe immagini dell'Apocalisse. Esso rappresenta la minaccia del giudizio, che incombe sul mondo. La prospettiva che il mondo potrebbe essere incenerito in un mare di fiamme, oggi non appare assolutamente più come pura fantasia: l'uomo stesso ha preparato con le sue invenzioni la spada di fuoco. La visione mostra poi la forza che si contrappone al potere della distruzione — lo splendore della Madre di Dio, e, proveniente in un certo modo da questo, l'appello alla penitenza. In tal modo viene sottolineata l'importanza della libertà dell'uomo: il futuro non è affatto determinato in modo immutabile, e l'immagine, che i bambini videro, non è affatto un film anticipato del futuro, del quale nulla potrebbe più essere cambiato. Tutta quanta la visione avviene in realtà solo per richiamare sullo scenario la libertà e per volgerla in una direzione positiva. Il senso della visione non è quindi quello di mostrare un film sul futuro irrimediabilmente fissato. Il suo senso è esattamente il contrario, quello di mobilitare le forze del cambiamento in bene."

E' evidente, noi laici, noi comuni mortali, abbiamo certamente meno armi del Papa per volgere in bene il futuro. Eppure siamo consapevoli che l'accesso all'informazione è spesso per noi più facile di quanto non lo sia per il Pontefice. Continuare a fare come le scimmiette (non vedo, non sento, non parlo) non credo possa aiutare anche noi laici a mobilitare le forze del cambiamento in bene. Quella visione di Fatima mi appare infatti sempre più un vicino presagio che una sospesa ipotesi sul futuro.

Fonte per il caso Kramer è lo studio dello scrittore cattolico Leon J. Podles, consultabile qui.

lunedì 2 luglio 2012

ROME EST DANS L'APOSTASIE...

Il Vescovo Muller alla guida della Congregazione per la Dottrina della Fede. Ma chi gli ha dato la patente?
di Francesco Colafemmina

Il Santo Padre nomina Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede il Vescovo di Ratisbona Gherhard Müller. Grazie al blog Rorate Caeli possiamo ricostruire alcuni importanti aspetti del suo pensiero. Ma più del pensiero valgono le azioni, perciò ammirate gli adeguamenti liturgici compiuti dal futuro guardiano della Dottrina cattolica: 

Esercizi di vandalismo post-conciliare: come ti deturpo la chiesa barocca. Il Vescovo Muller consacra il nuovo "altare" nella chiesa di St. Jakob ad Hanbach (novembre 2010)
Qui una veduta d'insieme dell'obbrobrio
Chiesa St. Magdalena, Ottobrun: altro residuo barocco devastato (novembre 2008)
La chiesa di cui sopra: di qui ammiriamo meglio l' "armonia" fra altare-sgorbio e residui barocchi
Nuovo altare della "chiesa papale" di Pentling (2006)
Nuovo altare della chiesa di St. Thomas ad Adlkofen (gennaio 2012)
Nuova (pseudo)chiesa di St. Franziskus a Regensburg (consacrata da Muller nel maggio 2004)
Altro orrore di altare. Chiesa di San Pietro e Paolo a Deggendorf (aprile 2012)
Ecco di seguito le strabilianti avventure teologico-dottrinali del nuovo capo dell'ex Sant'Uffizio (o tempora, o mores!).

Sulla Perpetua Verginità della Beata Vergine Maria: 

Nel suo lavoro da 900 pagine "Katholische Dogmatik. Für Studium und Praxis der Theologie" (Freiburg. 5th Edition, 2003), Müller nega il dogma della Perpetua Verginità della Vergine Maria sostenendo che la dottrina "non riguarda tanto specifiche proprietà fisiologiche del processo naturale della nascita (come il fatto che il canale del parto non si sia aperto, che l'imene non sia stato rotto, o l'assenza di doglie), ma con l'influenza guaritrice e salvatrice della grazia del Salvatore sulla natura umana." 

Sulla Presenza Reale del Corpo, Sangue, Anima e Divinità di Nostro Signore nelle specie eucaristiche transustanziate: 

 Nel 2002, il Vescovo Müller pubblica il libro "Die Messe - Quelle des christlichen Lebens" (St. Ulrich Verlag, Augsburg). In questo volume parla del Sacramento dell'Altare e lancia un'avvertenza contro l'uso dei termini "corpo e sangue" in tale contesto. Questi termini causerebbero "incomprensioni", "quando la carne e il sangue sono considerati quali componenti fisiche e biologiche del Gesù umano. Non è neppure semplicemente il corpo trasfigurato del Signore risorto ad essere designato con tali espressioni." Continua: "In realtà, il corpo e il sangue di Cristo non indicano componenti materiali della persona umana di Gesù nel corso della sua vita o della sua corporeità trasfigurata. Qui, corpo e sangue significano la presenza di Cristo nei segni del medium costituito da pane e vino". La Santa Comunione trasmette secondo Muller: "una comunione con Gesù Cristo, mediata dal mangiare e bere il pane e il vino. Persino nella mera sfera personale dell'uomo, qualcosa come una lettera può rappresentare l'amicizia fra le persone e cioè mostrare e incorporare la simpatia del mittente per il destinatario". Pane e vino così diventano solo "simboli della sua presenza salvifica". 

Così invece Monsignor Müller spiega il "cambiamento di essenza" nelle offerte eucaristiche: 

"La definizione essenziale di pane e vino dev'essere concepita in un senso antropologico. L'essenza naturale di queste offerte come il frutto della terra e del lavoro della mani umane, come l'unità dei prodotti naturali e culturali, consiste nel chiarire il nutrimento e il sostenimento dell'uomo e la comunione della gente nel segno di un pasto comune (...). Questa naturale essenza di pane e vino è fatta per consistere esclusivamente nel mostrare e realizzare la comunione salvifica con Dio". 

Sul Protestantesimo e l'unicità e salvifica universalità di Nostro Signore Gesù Cristo, come richiamato nella Dichiarazione Dominus Iesus, Mons. Müller si è espresso come segue l'11 Ottobre 2011 durante un discorso in onore di Johannes Friedrich, "vescovo" regionale della "Chiesa Evangelico Luterana" bavarese: 

 "Il Battesimo è il segno fondamentale che ci unisce sacramentalmente in Cristo, e che ci presenta come una Chiesa dinanzi al mondo. Perciò, noi come Cattolici e Cristiani Evangelici siamo già uniti persino in ciò che chiamiamo la Chiesa visibile. Parlando in senso stretto, non ci sono varie Chiese una affianco all'altra - queste sono piuttosto divisioni e separazioni all'interno di un unico popolo e della casa di Dio."

"PIEGATEVI IN GINOCCHIO QUANDO ADORATE IL SIGNORE". LE PAROLE (AL VENTO) DEL SANTO PADRE


Dalla Catechesi del Santo Padre di mercoledì 27 giugno 2012:

"L’inno della Lettera ai Filippesi ci offre qui due indicazioni importanti per la nostra preghiera. La prima è l’invocazione «Signore» rivolta a Gesù Cristo, seduto alla destra del Padre: è Lui l’unico Signore della nostra vita, in mezzo ai tanti «dominatori» che la vogliono indirizzare e guidare. Per questo, è necessario avere una scala di valori in cui il primato spetta a Dio, per affermare con san Paolo: «ritengo che tutto sia una perdita a motivo della sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore» (Fil 3,8). L’incontro con il Risorto gli ha fatto comprendere che è Lui l’unico tesoro per il quale vale la pena spendere la propria esistenza. 
La seconda indicazione è la prostrazione, il «piegarsi di ogni ginocchio» nella terra e nei cieli, che richiama un’espressione del Profeta Isaia, dove indica l’adorazione che tutte le creature devono a Dio (cfr 45,23). La genuflessione davanti al Santissimo Sacramento o il mettersi in ginocchio nella preghiera esprimono proprio l’atteggiamento di adorazione di fronte a Dio, anche con il corpo. Da qui l’importanza di compiere questo gesto non per abitudine e in fretta, ma con profonda consapevolezza. Quando ci inginocchiamo davanti al Signore noi confessiamo la nostra fede in Lui, riconosciamo che è Lui l’unico Signore della nostra vita."


Di seguito alcuni esempi di zelo episcopale in aperto contrasto con le affermazioni del Santo Padre:

Chiesa della SS. Trinità - Santuario di Fatima - Dedicata dal Card. Bertone nel 2007
Cappella del Centro Pastorale Diocesano di Leeds (in basso la cappella del Santissimo): qui l'esito dell'ammodernamento voluto dall'attuale segretario del Culto Divino, Mons. Roche
Chiesa kikiana
Duomo di Reggio Emilia: grazie a Mons. Caprioli al posto dei banchi sono recentemente apparse delle sedie
Cripta della nuova chiesa di San Giovanni Rotondo: fu Mons. Crispino Valenziano a bandire gli inginocchiatoi 
Chiesa di Santa Maria Maggiore a Trento: dopo la riapertura niente banchi con inginocchiatoi per volere di Mons. Bressan
Chiesa di San Francesco di Sales a Roma, dedicata dal Cardinal Ruini  nel 2005 (solo uno dei tanti esempi di orrende chiese romane costruite dal '90 ad oggi)