venerdì 21 settembre 2012

ILLUSIONI FRUSTRATE

Fernando Botero: Cardinale - 1974
di Francesco Colafemmina

Mi dispiace per l'amico Andrea Carradori che in questi giorni è sconvolto dal cambiamento dell'orario della Santa Messa more antiquo che si celebrerà nella Basilica di San Pietro in occasione del Pellegrinaggio dei "coordinamenti" del Summorum Pontificum. Andrea, inutile dirtelo, ma c'era da aspettarselo. Ed è al contempo inutile prendersela con chi, come me, aveva espresso delle perplessità in linea di principio non tanto sull'iniziativa in sé, ma su tutta questa segretezza, questi modi curiali che si nutrono dell'illusione - ormai di questo si tratta - che le gerarchie romane siano altrettanto devote, zelanti e pure dei fedeli legati alla tradizione.

Il clero, specialmente l'alto clero, ti usa, gongola se lo coccoli, si inebria se gli fai qualche dono, se qualche busta con le offerte tintinna, e poi ti getta come una gillette usata. 

Purtroppo questo accade a chi crede che accarezzando certi prelati o fidandosi dell'ambizione di altri si possa realizzare la santificazione del popolo di Dio attraverso l'antica liturgia ritrovata e rivissuta nella sua autentica spiritualità. E' un errore, un grave errore. Perché la mentalità dominante in certi ambienti è guidata dal senso del potere. Se il potere, se i numeri, sono insufficienti, nonostante le vostre carezze, al momento più opportuno vi lasceranno blaterare di gregoriano, mozzette, manipoli e candelabri e vi abbandoneranno. 

So che oggi la domanda può apparire retorica ma è legittima: che necessità c'era di organizzare questa messa proprio in San Pietro? Che necessità c'era di coltivare l'illusoria speranza che fosse il Papa a celebrarla? Che necessità c'era di mutare l'approccio di Giovani e Tradizione, ossia dei vecchi convegni tradizionali, aperti a tutti, pubblici e dunque partecipati, con questa roba da carbonari? Volevate preservare il tradizionalismo dalle ripicche di certo clero? Ci siete riusciti in pieno: infatti vi hanno spostato la messa alle 3 del pomeriggio, ora romana della pennica...

Morale: il clericalismo non paga. Il curialismo tanto meno. Per vincere le astuzie, le invidie e le palesi cattiverie di certo clero, l'unica arma è la trasparenza. Fare tutto allo scoperto, coinvolgendo tutti e senza verticismi. E soprattutto smettendola di continuare a immaginare un Papa solitario nel suo ufficio, circondato da lugubri aguzzini, e rinfrancato solo dalla presenza dei fedeli tradizionali.  

Noi amiamo la tradizione della Chiesa perché crediamo che la spiritualità del rito antico sia foriera di grazia. Crediamo che la partecipazione silenziosa al Santo Sacrificio aiuti la conversione e possa salvare maggiormente le anime. Insomma, noi crediamo nella Salvezza che il Signore ci dona attraverso l'Eucaristia. Punto.

Perciò di tutte le altre trame di palazzo, dei Cardinali e dei loro vezzi, delle gran dame di corte e delle loro manovre, caro Andrea e cari amici Pellegrini del Summorum Pontificum - sempre per restar romani - non ce ne po' fregà de meno! 

La prossima volta, dunque, - questo il mio cordiale consiglio - statevene alla larga da certi ambienti, non coltivate illusori sogni di gloria, ma pensate solo alla salvezza delle anime (della quale persino al clero importa ormai poco). Il resto non conta.

mercoledì 19 settembre 2012

LA NUOVA PUNTATA DEL DANBROWNISMO ACCADEMICO: IL PAPIRO DELLA "MOGLIE DI GESU'"!


Karen L. King - Hollis Professor of Divinity - Harvard University
di Francesco Colafemmina

Karen L. King, affermata docente ad Harvard, ha svelato appena ieri a Roma l'esito delle sue ricerche su un anonimo papiro che - udite udite - parlerebbe di un Gesù ammogliato. La King è una grande esperta di gnosticismo, ha in passato commentato il vangelo-bufala gnostico di Giuda. Oggi si cimenta in un'impresa fenomenale: ribaltare la visione comune della figura di Gesù, applicando le sue personali  convinzioni all'ermeneutica di un brandello di papiro di provenienza sconosciuta. 

Ed è da queste convinzioni della King, già autrice di opere discutibili e danbrowniane come "Il Vangelo di Maria Maddalena: Gesù e la prima donna apostolo", che bisogna partire. Vediamo infatti cosa dice la professoressa King in qualche modo off-the-records, nel reportage esclusivo scritto da Ariel Sabar per lo Smithsonian Magazine:

"Come mai solo la letteratura che afferma che [Gesù] era celibe è sopravvissuta? E tutti i testi che mostrano che aveva una relazione intima con la Maddalena o che era sposato non sono sopravvissuti? E' una casualità? O è per via del fatto che il celibato è divenuto un ideale per la Cristianità? [...] Il papiro mette in grande questione l'assunzione secondo cui Gesù non era sposato, che egualmente non ha alcuna evidenza."

E aggiunge:

"Mette in dubbio l'intera affermazione cattolica che il celibato sacerdotale sia basato sul celibato di Gesù. Loro dicono sempre 'questa è la tradizione, questa è la tradizione'. Ora vediamo che questa tradizione alternativa è stata messa sotto silenzio. Ciò che mostra [questo testo] è che ci sono stati dei primi cristiani per i quali le cose non stavano così, che potevano comprendere invero che l'unione sessuale nel matrimonio poteva essere una imitazione della creatività e della generatività di Dio e poteva essere spiritualmente giusta e appropriata".

Ecco chiarito il senso della scoperta. Ecco chiarita l'ideologia che muove certo mondo accademico. La King nel suo studio sul papiro si mostra cauta e nega che la sua volontà sia quella di attestare l'esistenza di un legame maritale fra Gesù e la Maddalena, mentre nel reportage organizzato con lo Smithsonian Magazine (perché organizzare un reportage se ci si predica schivi e riservati?) manifesta i suoi veri obiettivi. Ma veniamo al dunque. Il papiro è scritto in dialetto copto-saidico e risale, secondo la datazione della King, al IV secolo d.C. Di che parla? Impossibile chiarirlo, dato il testo mutilo, ma ecco la traduzione datane dalla King, riga per riga (con tanto di congetture):

1. “no [a] me. Mia madre mi ha dato la vi[ta…” 
2 ] I discepoli dissero a Gesù, “.[ 
3 ] negare.  Maria è degna di
4 ]……” Gesù disse loro, “mia moglie . .[  
5 ]… sarà capace di essere mia discepola . . [ 
6 ] Che i malvagi si corrompano … [ 
7] Per me, io abito con lei per... [ 
8] una immagine [

Va precisato che allo stato attuale il testo è considerato spurio o falso da almeno uno dei tre reviewers nominati dall'Università di Harvard per valutarne l'autenticità. In particolare a colpire è l'uso dell'inchiostro che - guardacaso - è più marcato nei pressi della parola "ta hime" (mia moglie). 


E poi c'è da dire che il papiro proviene da un anonimo collezionista che lo avrebbe acquistato nel 1997 da un altro collezionista che lo acquistò negli anni '60 nella Germania dell'Est. Ce n'è per un bel romanzo...

Ora, il centro del testo è appunto quell'espressione "mia moglie", in copto saidico "ta hime". "Shime" e "hime" sono usati in questo dialetto per tradurre sia donna che moglie (guné), ma non è questo il punto. Anzitutto va precisato che questo testo rientra necessariamente nella serie infinita di testi gnostici redatti a cavallo fra il II e il IV secolo dopo Cristo. Nella gnosi infatti il legame fra Gesù e Maria Maddalena giustifica l'unione divina fra il Cristo e la Sofia, emanazioni dirette della divinità che si oppone al Demiurgo, ossia al creatore del mondo come noi lo conosciamo. 
E visto che con tutta probabilità questo papiro proviene sempre dallo stesso contesto in cui furono redatti i codici di Nag Hammadi, è interessante notare come la parola "hime" diventi sinonimo della parola "hotre" o "koinonos" che sempre identificano il ruolo della Maddalena quale "convivente" di Gesù nel cosiddetto Vangelo di Filippo. Va però compreso perché - come nota il famoso ricercatore finlandese dei testi di Nag Hammadi, Antti Marjanen - nello pseudo-Vangelo di Filippo la parola "hime" non ricorra mai per definire il rapporto fra Gesù e la Maddalena. Dunque è il Vangelo di Filippo a sbagliarsi su questa relazione o è il papiro anonimo a tradurre malamente (i testi in copto sono traduzioni dal greco) un termine proprio della "teologia" gnostica  (come ad esempio il greco syzygos)?

In ogni caso siamo dinanzi ad una palese mistificazione della storia. Far passare il messaggio che la Chiesa Cattolica - a questa restringe il suo campo di accuse la King - avrebbe manipolato la storia della tradizione dei testi evangelici al fine di imprimere la propria ideologia sessista fondata sul maschilismo e il celibato sacerdotale è oltre che antistorico, palesemente infondato. Perché chi si intenda minimamente di storia della tradizione saprà che nell'antichità era l'autorevolezza delle fonti e la loro antichità a decretare l'accoglimento o meno di un testo. Insomma, non c'era internet dove chiunque può pubblicare una propria versione fantasiosa di un fatto storico e raggiungere potenzialmente lo stesso pubblico di una fonte autentica.

Sappiamo d'altra parte che la gnosi non deriva dal Cristianesimo, ma si è appropriata di alcuni aspetti del Cristianesimo e li ha rielaborati a suo uso e consumo. Purtroppo però questa visione "settaria" della Gnosi non è condivisa dalla professoressa King, che nel suo volume What is Gnosticism? (del cui acquisto mi pentii quattro anni fa solo dopo aver letto le prime pagine), invece di indagare la storia e la dottrina gnostica, si profonde in dotte elucubrazioni metodologiche che lasciano passare questa idea di fondo: la Gnosi in quanto dottrina separata dal Cristianesimo e dall'identità propria non esiste. E' stato piuttosto il Cristianesimo del II e III secolo a mettere ciò che non gli andava a genio nel bidone dei rifiuti chiamato poi Gnosi. 

Questo spiega il clamore che la "scoperta" sta suscitando ovunque nel mondo. Decontestualizzando un pezzo di papiro venuto fuori dalla spazzatura dell'antichità si finisce per operare non certo a favore della ricerca e del progresso degli studi storici, ma si dà solo sfogo alle proprie ideologie anticattoliche, a quell'ansia incontenibile di intaccare attraverso un lacerto di storia la solidità di secoli di tradizione, nella convinzione che la Chiesa Cattolica continui ad essere una sorta di onnipotente e malvagia setta intenta a coprire la verità del Gesù storico. E così anche un eminente accademico scade al livello meschino di un Dan Brown. 

martedì 18 settembre 2012

LA CHIESA E' GIA' NEL NUOVO ORDINE MONDIALE?



Molte persone mentono ripetutamente a se stesse prima che agli altri, ed è disperante aspettarsi che tutti i culti e le tradizioni in guerra fra di loro che confondono la mente della razza umana odierna possano fondersi sotto la realizzazione dell'imperativa natura della condizione umana come ho qui affermato. Una moltitudine non riuscirà mai a realizzarlo. Pochi uomini sono in grado di mutare le loro idee primarie dopo la metà dei trenta. Si fissano su di esse e vanno avanti così non più intelligentemente degli animali guidati dai loro impulsi innati. Morirebbero piuttosto di cambiare questa loro seconda personalità. Ed una delle trappole di queste questioni secondarie dalle quali è più difficile districarsi è quella creata dagli stupidi e persistenti intrighi della Chiesa Cattolica Romana. [...] Tali attività incrociate complicano, ritardano e possono anche sabotare efficacemente ogni sforzo di risolvere il problema di un lucida collettivizzazione degli affari globali, ma non alterano il fatto essenziale: soltanto attraverso una razionalizzazione e una riunione di tutti i movimenti rivoluzionari globali e un trionfo liberale sul dogmatismo della lotta di classe, possiamo sperare di emergere dai rottami del nostro mondo odierno.

(Herbert George Wells, New World Order, 1940)

di Francesco Colafemmina

Disperate dei Vescovi, disperate della CEI? A meno che non vi sia un qualche cataclisma in grado di smuovere le coscienze, è inutile attendersi un cambio di rotta. Lo vediamo ormai da mesi: la Chiesa tace sulla crisi, tace sulla disperazione dei giovani senza lavoro, degli imprenditori tormentati da uno Stato invadente, tace sulla democrazia spazzata via con un colpo di spugna in Italia e in altre nazioni europee, tace sui progressi del grande fratello globale che ormai intercetta ogni angolo delle nostre vite e legge attraverso l'imperativo decadente ma superpotente del mercato persino i nostri desideri e li guida. Tace sul controllo dei nostri consumi, tace sul controllo dei nostri costumi, sull'imperante dominio dell'immoralità propagata in nome della libertà (da cosa?). 

Il Santo Padre al contrario, continua ad incontrare periodicamente il premier italiano non eletto, Monti, e recentemente ha anche affermato che le presunte "primavere arabe" sarebbero "una cosa positiva", pur ponendo l'accento sulla necessità della tolleranza (Come se le "primavere arabe" fossero realmente tali, realmente movimenti spontanei di popoli avidi di libertà e non macchinazioni violente del potere globale che vuole estendere i propri tentacoli su di esse.).

Il Cardinal Bagnasco in una recente intervista a Tempi, oltre ad aver ribadito la "buona volontà" del governo Monti, ha aggiunto che "non pagare le tasse è peccato". Peccato però che il decreto attuativo dell'IMU sulle attività promiscue della Chiesa Cattolica in Italia non sia stato ancora presentato. Morale: la Chiesa non paga l'IMU, ma se ne sta in silenzio in cambio di questa esenzione. 

Nessuno si è stracciato le vesti quando Bersani ha affermato che nel programma elettorale della sinistra italiana ci saranno i matrimoni omosessuali. Tutti tacciono... E anche nei riguardi delle estreme (in tutti i sensi) dichiarazioni del defunto Cardinal Martini se non si fossero levate le voci di Socci, Agnoli e Giordano, ci saremmo dovuti accontentare di un'intervista del Corriere a Ruini, intento peraltro a promuovere il suo nuovo libro "Intervista su Dio". 

Il vero insegnamento da trarne è che la Chiesa, a dispetto di ogni potenziale accusa di complottismo, sta diventando sempre più organica a quel progetto di "nuovo ordine mondiale" che negli ultimi mesi ha subito una imprevista accelerazione. Organica ideologicamente e organica concretamente. Da forza di opposizione alle logiche del potere fine a se stesso, dell'asservimento dell'uomo all'uomo, della disuguaglianza quale unico criterio di organizzazione della società, la Chiesa finisce silenziosamente per rendersi complice fattiva di questo progetto. 

Gli uomini, asserviti alle logiche di un'oligarchia finanziaria, vivono la fine della democrazia nell'Occidente e l'avvento di un nuovo governo dei pochi, cooptati e non eletti, selezionati non perché "migliori", ma in quanto sostenitori di un comune progetto di governance globale del mondo contemporaneo. Su questa conversione epocale dell'Occidente, ben più critica dell' '89, la Chiesa non ha nulla da dire. Guarda il suo ombelico, vivacchia ormai consapevole d'essere in crisi, e continua a bearsi di folle oceaniche radunate sotto un palco papale, mentre le chiese si svuotano. 

Mi piacerebbe sentir parlare un Vescovo o un Cardinale di massoneria, di mondialismo, delle dinamiche occulte che governano quel che resta delle nostre Nazioni. Ma, Mons. Negri a parte, nessuno parla di massoneria. Come il gran maestro Monti, i Vescovi italici sembrano ripetere al microfono di Lilli Gruber: "non sappiamo neanche cosa sia la Massoneria". E dormono nella candida quiete dei bambini, paghi del loro potere provvisorio. Si destano poi soltanto quando c'è da adeguare liturgicamente una chiesa, quando c'è da demolire qualche devozione popolare, da riorganizzare qualche processione, da costruire qualche nuovo tempio dalle forme palesemente orrende. Non parliamo poi di tutto il mondo dei religiosi che con la loro fede e la loro preghiera dovrebbe supportare la struttura spirituale della Chiesa. Fatte le dovute eccezioni, i più cazzeggiano. Come una suora spagnola che passa il tempo a tweettare... Oggi, leggendo la news su Vaticaninsider.it le ho scritto che forse farebbe meglio a pregare invece di perder tempo su tweeter a citare Hemingway e la suffragetta socialista Helen Keller. Sapete cosa mi ha risposto? Prima "faccio quello che mi dice il cuore" (elegante alternativa a "faccio i cazzi miei") e poi al mio rammentarle l'esigenza di religiosi che preghino invece di twettare: "non sono monaca e non ho bisogno dei tuoi umili consigli" (salvo poi cancellare i miei tweet dalla sua pagina con 8.000 followers). Questi sono i religiosi del futuro!

Tutti agevolano così il programma mondialista il cui obiettivo primario è quello di sradicare le identità, nella convinzione che esse siano all'origine di guerre e divisioni. E sradicare la spiritualità autentica e non pneumatica, volatile, fatta di buone intenzioni, di frasette rubate qua e là, di "pensieri". E così pian piano cade lo schermo fra religione e religione e obliterato ogni ricordo di quella mentalità pre-rivoluzionaria considerata ormai "passato" (mentre in realtà è sempre attuale nel Vangelo), si allarga la divisione fra un prima e un poi, d'accordo con Wells che riteneva ormai impossibile la persistenza di mentalità tradizionali nell'imminente "nuovo ordine mondiale". 

sabato 15 settembre 2012

IL BRUTTO NELL'ARTE SACRA: PURA ESPRESSIONE DEL DEMONIO

Pablo Picasso: Crocifissione - 1930
"Il catechismo insegna che il demonio è l'autore di tutto il male esistente. Ma non specifica che è l'autore di tutto ciò che è brutto, volgare o noioso. Nondimeno il catechismo insiste sulla necessità di lottare con tutte le proprie forze contro il demonio e le sue suggestioni.

Emil Nolde: Crocifissione - 1912
Io penso, in effetti, che combattere il brutto in tutti i suoi ambiti e cercare di sostituirlo con la bellezza coincide con l'opporsi all'opera del demonio e lavorare per il regno di Dio. Ma sono certo che questo sforzo diventi una crociata, quando si tratta di scacciare la bruttezza dall'arte religiosa. 

Marc Chagall: Crocifissione bianca - 1938
Perché in questo ambito, tutto ciò che aiuta a smascherare l'odio del demonio per tutto ciò che riguarda la religione, diventa un dovere per un cristiano convinto. [...] 

Edward Munch: Madonna - 1894
Lamennais, d'altra parte, afferma: 'E' dunque evidente che si attribuisce a Satana ciò che è dovuto a Cristo, allorquando si dipingono Gesù e la Vergine con immagini immonde; si fa così, in ogni caso, il suo gioco; si pratica, in qualche maniera, un atto di magia nera, rendendo omaggio al maledetto, quando, scambiando i ruoli, si trasformano in effigi infernali le immagini divine.'"

Georges Rouault: Testa di Cristo - 1908
Testo tratto da: Alexandre Cingria - La Décadence de l'Art Sacré - Paris, Ed. 1930

giovedì 13 settembre 2012

IL SAGGIO DI MONS. ESTIVILL: CIASCUNO NE FACCIA DONO AL PROPRIO VESCOVO!


di Francesco Colafemmina

"Qual è stato il risultato del Concilio per quanto riguarda l'arte religiosa e sacra? E' stato recepito nel modo giusto l'insegnamento conciliare su questa materia? Che cosa, nella ricezione del Concilio, ha dato buoni frutti; cosa ha causato confusione oppure ha prodotto risultati insufficienti o addirittura errati? Che cosa resta ancora da fare per riprendere l'orientamento del Concilio sull'arte nella Chiesa secondo la cosiddetta ermeneutica della riforma nella continuità?"

In queste incalzanti domande si condensa il senso del saggio di Mons. Daniel Estivill, docente di Iconografia e Iconologia presso la Pontificia Università Gregoriana. Un volume agile che andrebbe - in linea di principio - donato a tutti i Vescovi italiani. Mons. Estivill - un religioso che è anche artista - parte da una non troppo velata critica alle ermeneutiche passate dell'evento conciliare. Sulla scia del famoso discorso alla Curia Romana del 2005, nel quale Benedetto XVI introdusse il concetto di "ermeneutica della continuità" e senza risparmiare riferimenti alle opere di Mons. Brunero Gherardini e di padre Serafino Lanzetta, il saggio cerca di ricostruire il rapporto fra arti sacre e Concilio nella sua autentica dimensione, ossia nella logica della continuità.

Il volume si occupa esclusivamente delle arti sacre, evitando programmaticamente ogni riferimento all'architettura. E' pertanto a partire dalle arti che comincia l'opera di ricongiungimento della tradizione al dettato Conciliare. Anzitutto nella relazione fra arti e liturgia definita nella Sacrosantum Concilium. Due i punti essenziali: il paragrafo 122 e quelli dal 123 al 126. Nel primo è fondamentale notare come la Chiesa sia presentata quale "arbitra" delle arti: "vengono inoltre stabiliti quattro criteri per giudicare le medesime: la fede, la pietà, le norme religiosamente tramandate e l'uso sacro". Nel prosieguo della Costituzione Conciliare emerge la controversa questione degli "stili artistici nell'arte e nella Chiesa". Padre Estivill ci tiene però a puntualizzare: "questi testi vanno letti alla luce della storia della Chiesa latina, dove tradizionalmente è stata riconosciuta la libertà degli artisti." Inoltre: "nel paragrafo 123, insieme alla 'libertà d'espressione' riconosciuta all'arte contemporanea nella Chiesa, viene stabilita una condizione, per così dire, apparentemente restrittiva, che specifica e qualifica il concetto di libertà. Infatti, è significativa la frase condizionante: 'purché l'arte serva con la dovuta riverenza e il dovuto onore alle esigenze degli edifici sacri e dei sacri riti'."

Particolare della "Deposizione" di Adam Kisleghi Nagy in copertina - 2002
Non si può tuttavia non ammettere che i successivi paragrafi della Sacrosantum Concilium si siano prestati a spiacevoli fraintendimenti. E' il caso di quello in cui si accenna alla "sobrietà", causa involontaria per Estivill dell'iconoclastia seguita al Vaticano II: "Forse, la frase 'tuttavia le immagini sacre si espongano in numero moderato e nell'ordine dovuto, per non destare meraviglia nel popolo cristiano e per non indulgere ad una devozione non del tutto retta' è stata usata per giustificare una specie di 'persecuzione iconoclasta', che con inaudita prepotenza si è abbattuta su tante opere e luoghi di culto, non senza destare sorpresa e qualche disgusto da parte di un significativo settore del Popolo di Dio."

Il tono di Mons. Estivill è estremamente pacato (forse troppo) ma almeno il suo saggio costituisce una delle prime voci fuori dal coro in ambito ecclesiastico sulla decadenza dell'arte sacra nel post-concilio. In un mondo dominato dalle pseudo-estetiche di Kiko Arguello, dagli onnipresenti mosaici pseudo-orientali di Rupnik (che hanno ormai sostituito l'oleografia di cui parlava Paolo VI nel suo discorso agli artisti, configurandosi come epigoni della paccottiglia devozionale di fine ottocento), in un mondo ideologizzato dalle vanità di un padre Dall'Asta o di un Cardinal Ravasi, leggere il puntuale saggio di Mons. Estivill è come respirare aria pura su una vetta alpina.

La logica è naturalmente diversa da quella invalsa oggidì, anche da quella cui abitualmente indulge il sottoscritto: non esprimere giudizi sulla produzione artistica nel post-Concilio, ma fermarsi ad una analisi oggettiva dei testi conciliari. D'altra parte è però innegabile che molti testi conciliari non sono stati travisati a causa di contingenti turbamenti ideologici di chi li leggeva dagli anni '70 in poi. Credo piuttosto che essi siano stati travisati perché intrinsecamente ambigui, ossia scritti con l'intento di aprirsi al mondo, con l'intento di parlare la stessa lingua del mondo che è relativa e ambivalente. 

Prendiamo ad esempio Gaudium et Spes 62: "Bisogna perciò impegnarsi affinché gli artisti si sentano compresi dalla Chiesa nella loro attività e, godendo di un'ordinata libertà, stabiliscano più facili rapporti con la comunità cristiana. Siano riconosciute dalla Chiesa le nuove tendenze artistiche adatte ai nostri tempi secondo l'indole delle diverse nazioni e regioni. Siano ammesse negli edifici del culto, quando, con modi d'espressione adatti e conformi alle esigenze liturgiche, innalzano lo spirito a Dio". Sì, è vero, come afferma Estivill, che il riferimento ad una "ordinata libertà" pone già un limite all'azione anarchica dell'artista. Ma dobbiamo anche confessare che questo testo ha mutato radicalmente la prospettiva della Chiesa Cattolica: non è più infatti l'artista a dover comprendere, studiare, vivere la fede, ma è la Chiesa a dover comprendere l'artista. Il che implica che l'artista è portatore di una verità, di un messaggio cui la Chiesa talvolta può piegarsi, anzi cui la Chiesa deve piegarsi nell'ottica della comprensione e di "più facili rapporti". Inoltre più avanti la mentalità devastante del modernismo si concretizza nell'accenno alle "nuove tendenze artistiche adatte ai nostri tempi". Le tendenze da riconoscere non sono dunque più o non soltanto quelle "adatte" alle esigenze della Chiesa, bensì adatte "ai nostri tempi", implicando quindi una superiorità del contingente rispetto all'immutabile verità del Vangelo.
D'altra parte, proprio al termine di questo paragrafo v'è una piccola noticina che rimanda al discorso inaugurale del Concilio, pronunciato da Giovanni XXIII. E il presunto "Papa buono" non affermò in quell'occasione che: "Quanto al tempo presente, la Sposa di Cristo preferisce usare la medicina della misericordia invece di imbracciare le armi del rigore; pensa che si debba andare incontro alle necessità odierne, esponendo più chiaramente il valore del suo insegnamento piuttosto che condannando."

Fu proprio questo approccio al "tempo presente", quest'ansia di modernizzazione, questo continuo impulso all'esaltazione dell'hic et nunc a causare il disprezzo per il rigore e il tracimare d'un avido desiderio d'unirsi al mondo nell'orgiastico abbandono della propria identità.

Certo, se proseguissimo in questa lettura del Concilio come elemento di "rottura" con la tradizione estetica precedente della Chiesa finiremmo per far crollare l'intero edificio. Perché se la menzogna e l'ambiguità si sono insinuate nella Chiesa, se esse hanno guidato negli anni recenti l'azione di tanti consacrati e di tanti Pastori, si potrebbe finire col mettere in discussione tutto, anche la propria fede. Più facile a mio parere intraprendere la strada di Mons. Gherardini, del professor De Mattei: il Concilio fu pastorale. E la pastoralità del Concilio ci consente di accettare talune ambiguità come frutto di una pastorale erronea o meramente illusoria. Quella, purtroppo ancora attiva ai nostri giorni, che crede di avvicinare gli uomini a Cristo, allontanando la Chiesa dalla sua tradizione, dal suo rigore, dalla sua dottrina.

Agostino De Romanis: Gli artisti guidati da Pio XII verso la Chiesa "docente" - Collezione Mons. Francia - 1989
Nonostante i legittimi dubbi, dunque, sulle reali intenzioni del Concilio, "La Chiesa e l'arte secondo il Concilio Ecumenico Vaticano II - Note per un'ermeneutica della riforma nella continuità" si rivela un ottimo strumento di ricerca più che di "polemica", di "studio" sul rapporto fra arte e Chiesa normato o semplicemente accennato dal Concilio. Uno strumento indispensabile per ricostruire un'arte autenticamente cattolica che voglia guardare al futuro ispirandosi al passato e alla luce del magistero. Uno strumento, ripeto, che ogni cattolico di buona volontà dovrebbe regalare al proprio Vescovo, se vogliamo scongiurare altri casi Arezzo o Parma...

sabato 8 settembre 2012

DAL 19 AL 21 OTTOBRE CONVEGNO DI STUDI CATTOLICI A RIMINI

Un poco noto volume datato 1968 che affronta già il Vaticano II quale rivoluzione all'interno della Chiesa

Convegno di Studi Cattolici
 Rimini 
19 - 21 ottobre 2012 

 Concilio Vaticano II: Tradizione o Rivoluzione? 
 Alle radici della crisi nella Chiesa 


Alessandro Fiore
Un albero si giudica dai frutti
Le conseguenze del Concilio 

Francesco Colafemmina
"Il nostro è tempo di Rivoluzione"
Arte e architettura sacra: Il Concilio della Rottura 

Don Pierpaolo Petrucci, Superiore del Distretto della Fraternità San Pio X in Italia
  Il Concilio Vaticano II e la salvezza delle anime. La morte dello Spirito missionario 

Matteo D’Amico
  Il sacro Concilio esorta tutti a dimenticare il Passato 
“Nostra Aetate” e la nuova teologia del rapporto fra Chiesa Cattolica ed Ebraismo 

Alessandro Gnocchi
 Dal Linguaggio della Rivoluzione alla Rivoluzione del Linguaggio
Cosa il Vaticano II ha detto di nuovo e cosa ha taciuto di antico 

Don Mauro Tranquillo
Il rinnegamento della Tradizione Romana: Nuovi Riti per una nuova Chiesa


venerdì 7 settembre 2012

IL CONVENTO DI SAINT-JACQUES A PARIGI (1969)

Facciata del Convento di Saint Jacques a Parigi (1968-69)
di Francesco Colafemmina

In questa ideale e breve storia del movimento della "nuova" arte e architettura sacra non poteva mancare il Convento di Saint Jacques, a Parigi. Nella precedente puntata abbiamo visto come l'azione ideologica dei novatores si fosse concretizzata in una chiesa di Digione che incarnava quella tensione verso la rottura col passato, tipica del circolo intellettuale aggregatosi attorno a L'Art Sacré

Quel circolo intellettuale perde smalto a partire dagli anni '60, mentre la rivista è sotto la direzione di P. Maurice Cocagnac. Questi sarà promotore della costruzione di un nuovo convento domenicano situato nel 13 arrondissement di Parigi. Sono gli anni nei quali si mette in opera proprio in quel quartiere di Parigi una grandiosa operazione urbanistica fondata sulle teorie dell'abitare di Le Corbusier: il progetto Italie 13. I risultati del progetto urbanistico saranno orribili. Il brutalismo applicato ad una città considerata fra le più belle del mondo indurrà il presidente Valérie Giscard d'Estaing a bloccare l'intero progetto nel 1974. I danni erano comunque irreparabili.

Maurice Cocagnac - copertina di un vinile del 1964: Il ballo dei resuscitati (sic!)
Nel 1968, mentre procede Italie 13, il Padre Cocagnac affida all'architetto della chiesa di Santa Bernadette a Digione, Joseph Belmont, la progettazione di un convento perfettamente integrato nelle logiche del brutalismo: il Convento di Saint Jacuqes. 

Di seguito alcune foto del Convento che si commentano da sé. Oggi fra i suoi ospiti c'è l'artista e frate Dino Quartana, in Italia sponsorizzato da CL. Sotto una sua celebre opera.

La chiesa del convento: sala proto-neocatecumenale?
L'altare visto dall'alto
Vetrata del Convento 
Dino Quartana: Salto alla corda - 1982