venerdì 30 novembre 2012

SULL'USO DEL MANIPOLO

Paolo VI nel 1965 quando il manipolo non era ancora passato di moda
di Francesco Colafemmina

A proposito di latino, ci terrei a chiarire una questione spesso dibattuta e mai risolta: è consentito l'uso del manipolo nel novus ordo? E' stato mai abolito? La questione è complessa e semplice allo stesso tempo. 
Diciamo in partenza che se la Santa Sede mettesse a disposizione di tutti i testi in latino delle istruzioni (per molti versi nefaste) della Sacra Congregazione dei Riti emanate negli anni '60 a seguito del Concilio, farebbe un grande servizio ai fedeli e ai sacerdoti che non sarebbero costretti a dover spulciare l'Enchiridion Vaticanum. 

Per chi invece ne ha l'opportunità, ebbene, la soluzione al problema è presto detta. Tutto rimonta all'istruzione Tres abhinc annos emanata nel 1967. Al punto n.25 l'istruzione afferma: "manipulus semper omitti potest". Un testo chiaro: "può" essere omesso in tutte le occasioni, non "deve". Il manipolo è così scomparso a partire da questa data e da questo suggerimento privo di senso della Congregazione dei Riti.

Pur essendo infatti numerose le interpretazioni del significato del manipolo, mi soffermerei - visto che siamo in tema di latino - sulla sua derivazione dall'antichità romana. In particolare dalle insegne consolari. Narra Svetonio nella vita di Nerone che il pigro imperatore essendo a pranzo mentre i giochi circensi dovevano partire fece uso di un suo tovagliolo per dare il segnale di partenza della gara. Da quel momento in poi leggenda vuole che i magistrati preposti alle gare circensi dessero sempre il segnale di partenza sventolando un fazzoletto bianco, la mappa circensis appunto. La mappa era sventolata con la destra ma veniva annodata all'avambraccio sinistro. Essa passò così ad insegna consolare specie nel tardo impero, assieme allo scettro, lo scipio. 

Ora, provate a confrontare l'iconografia di taluni dittici consolari tardi - di seguito in foto - e quella dei vescovi in alcuni manoscritti medievali: lo scettro è sostituito dal pastorale, la mappa dal gesto benedicente del Vescovo. Ma non mancano le tracce di un manipolo messo alla mano destra e non alla sinistra. In ogni caso sarebbe interessante indagare questo evidente capovolgimento di significato del manipolo inteso quale insegna consolare. Da segno di avvio di un ludo circense, in cui scorre sangue e crudeltà, a segno di una lotta spirituale, di un conflitto fra il mondo e la Chiesa, secondo quanto afferma San Giovanni Crisostomo nelle sue omelie contro i ludi (ad es. Oratio de circo).

Detto questo non scandalizziamoci quando alcuni sacerdoti reintroducono il manipolo nella celebrazione della Santa Messa secondo il novus ordo. Non solo non è mai stato abolito ma non è neppure un vano orpello: è un simbolo di lotta spirituale che ci ricollega ad un'epoca oscura e lontana, ad una cultura classica in rovina che fu purificata e rinnovata dal Cristianesimo. 







mercoledì 28 novembre 2012

RES VACUAE VACUOS HOMINES ALLICIUNT

Twitta che ti passa!
Il seguente post vuol rispondere in qualche modo all'accusa demenziale del Cardinal Ravasi lanciata dal sito Vatican Insider ai tradizionalisti, accusati di non conoscere il latino e invitati letteralmente a "tornare a studiare il latino". Se invece di cazzeggiare su twitter e andar in giro per convegni col suo costoso carrozzone ("il cortile dei Gentili") il Cardinale si togliesse i prosciutti dagli occhi, si renderebbe forse conto che il latino è ancora studiato attentamente nei seminari tradizionali (FSSP ed FSSPX), che la tradizione ha preservato l'uso e lo studio del gregoriano e che dobbiamo dir grazie alla tradizione se oggi la Messa tridentina è celebrata in tutto il mondo. Sì, il latino è reazionario! E allora?

Francisci Colafemmina 

Latine loqui paucorum privilegium non est. Latinae linguae studiorum autem fructus ab omnibus capiendi sunt, maxime ab iis qui ad Sanctae Romanae Catholicae Ecclesiae traditionem tuendam propagandamque diligenter intendunt. Heri tamen Cardinalis Ravasi contra hanc opinionem novum argumentum invenit: christifideles traditionem foventes condemnat reprobatque quia - ita ille falsus fraudulentusque fidelium deceptor dixit - 'liturgiam antiquam celebrant sed saepe verborum significatum ignorant'. Scimus Cardinalem Ravasi sententiam istam propter vanagloriam suam et helleborosum vitium horum qui sibi omnem sapientiam reducunt et reliquos de ignorantia accusant pronuntiasse. At iocus hic mihi insanus videtur variis rationibus. Primum quia Cardinalis unitatem non divisionem quaerere proprium est. Deinde quia iuris ecclesiae linguam latinam colendi defensio aliqua malitiosa excusatione fieri non potest, sed patere omnibus debet. Lingua latina uti ius ecclesiae est ac rationem illa huius iuris nullam mundo reddere debet. Sed Cardinalis Ravasi mundum magis quam sanctissimam Christi ecclesiam sequi videtur et mundus novitatis sitim iubet traditionisque defensionem vesanam reputat. Eruditionis autem elegantiam intenebratasque doctrinas curat sicut balsamum atque lomentum orationis. Propter hanc causam Cardinalis Ravasi falsa cum excusatione demonstravit linguam latinam instrumentum traditionis ecclesiae non esse sed potius tamquam quandam exercitationem rationis habenda esse. Hoc modo omni sensu depeauperata, lingua latina mathematicae ac geometriae elementari aequari videtur. 

Quid ergo? Lingua latina substantialis lumen et columen theologiae liturgiaeque est nec ad vacuam formam reduci potest. Hoc enim scimus nos qui traditionem Sanctissimae Christi Ecclesiae colimus. Ergo unum hoc ad iustificationem Cardinalis Ravasi sufficit: quod sicut similium elementorum attractionem ineluctabilis naturae vis imperat, ita res vacuae vacuos homines alliciunt.

Traduzione

Parlar latino non è un privilegio di pochi. I frutti degli studi della lingua latina li possono cogliere, al contrario, tutti, specie coloro che si preoccupano con diligenza di proteggere e propagare la tradizione della Santa Romana Chiesa Cattolica. Ieri tuttavia il Cardinal Ravasi ha escogitato una nuova argomentazione contraria a tale opinione: condanna infatti i fedeli che rinfocolano la tradizione e li schernisce poiché - così si è espresso questo falso ingannatore dei fedeli - "celebrano la liturgia antica ma spesso ignorano il significato delle parole". Sappiamo che il Cardinal Ravasi ha pronunciato una tale frase mosso dalla sua vanagloria e da quel vizio un po' folle proprio di coloro che riducono a se stessi ogni sapienza e accusano gli altri di ignoranza. Ma un simile gioco mi sembra insano per una serie di ragioni. Primo perché dovrebbe esser proprio di un Cardinale ricercare l'unità più che la divisione. E poi perché non si può difendere il diritto della Chiesa di coltivare lo studio del latino con una qualche scusa posticcia, ma al contrario questo deve essere espresso apertamente a tutti. L'uso della lingua latina è un diritto della Chiesa ed essa non ha da render alcuna giustificazione di ciò al mondo. Ma il Cardinal Ravasi sembra seguire più il mondo che la Santissima Chiesa di Cristo e il mondo esige la sete di novità e considera la difesa della tradizione una roba da matti. Al contrario però si prende cura dell'eleganza propria dell'erudizione e delle dottrine più tenebrose quasi fossero un balsamo e un belletto dell'eloquio. Per tale ragione il Cardinal Ravasi con una falsa scusante ha dimostrato che la lingua latina non è da considerarsi uno strumento della tradizione della Chiesa quanto piuttosto un certo qual esercizio della razionalità. In tal modo, privata di ogni significato, la lingua latina sembra venir parificata alla matematica o alla geometria elementare.

E che dunque? La lingua latina è sostanziale luce e pilastro della teologia e della liturgia e non può esser ridotta ad una vacua forma. Questo lo sappiamo bene proprio noi che ci prendiamo cura della tradizione della Chiesa Santissima di Cristo. Ad ogni buon conto basta solo questa considerazione a giustificare il Cardinal Ravasi: ché come l'attrazione degli elementi simili fra loro è comandata da una ineluttabile forza della natura, allo stesso modo le cose vacue paiono attrarre gli uomini vacui. 

lunedì 26 novembre 2012

BEWEB: QUELLI DELLA CEI SI SONO BEWUTI IL CERVELLO?

Una Crocifissione futurista è l'ideale per una CEI che guarda sempre al futuro, pur restando ferma agli anni '60!
di Francesco Colafemmina

L'abbiamo sempre saputo: l'arte e l'architettura sacra secondo la CEI sono l'esito più avanzato del "progresso" stilistico ed estetico contemporaneo. In tal senso vanno osannate solo quelle opere in grado di generare nei fedeli lugubri incubi o indelebili traumi psicologici.

Nel nuovo portale "Beweb" lanciato recentemente dalla CEI è ospitata anche una galleria degli orrori introdotta da questa breve nota:

"Nell'anno della Fede, indetto da Benedetto XVI nel cinquantesimo anniversario dell' apertura del Concilio Ecumenico Vaticano II, è interessante esplorare alcuni esempi dell'arte contemporanea per la liturgia che proprio nel Concilio ha trovato ispirazione. Iconografia, tipologie, materiali e stili si intrecciano in un percorso che vuole solo illustrare la ricchezza di Beweb, dove questa esplorazione può continuare sino alle più recenti produzioni e acquisizioni."
Questo sarebbe un ambone...
Ambone dei Flinstones...
Il Cristo bionico di Vangi
Crocifissione Horror 
Sarebbe interessante, piuttosto, esplorare le ragioni che hanno condotto la CEI ad aprire un portale con un nome demenziale come "Beweb" che starebbe per "Beni ecclesiastici in web". Ma non è questo il punto. La mia domanda è un'altra: chi ha selezionato delle opere così insignificanti e così oggettivamente orrende da inserire in codesta galleria? Chi, dotato di un così funereo e perverso senso estetico, ha potuto selezionare tali opere quali esempi gloriosi dell'arte (?) del post-Concilio? 

Consapevole che le mie domande resteranno inevase dai burocrati progressisti della CEI, passiamo ad un altro aspetto di questo indefinibile portale: il "glossario". Di seguito alcuni esempi del rincitrullimento dei redattori di un simile glossario...


Il famoso "rituale" di Pio V (che per strada ha perso la santità...)

Definizione buona per i Luterani
Anche questa definizione buona per i Luterani
(è in sostanza il contenuto del documento ecumenico di Lima del 1982)
"Another name by which one comes..." Auanasghepsnau!

Sappiate però che i "Termini d'uso del sito" specificano quanto segue:

"Il sito è realizzato con la massima cura ed attenzione; tuttavia Chiesacattolica.it/beweb non assume alcuna responsabilità circa la presenza di errori, l'esattezza e/o il costante aggiornamento delle informazioni e dei dati in esso contenuti. Altresì si riserva il diritto di modificarne i contenuti, i servizi e/o revocare l'accesso alle pagine in qualsiasi momento e senza alcun preavviso."

Siete avvertiti, dunque, la CEI non si assume alcuna responsabilità circa i propri errori... Noi ce n'eravamo accorti da tempo.

sabato 24 novembre 2012

LA CHIESA E LA MORTE DEL CONSERVATORISMO


di Francesco Colafemmina

Impossibile non collegare i due eventi. Da un lato la costante decadenza di una Chiesa che per fortuna celebra il 50° anniversario del Concilio in sordina, dall'altro la decisiva fine del mondo "conservatore" disgregato in una galassia di interessi e di idee contraddittorie. Il futuro è nelle mani della "sinistra", del progressismo. Rassegniamoci (e cominciamo a prepararci al mondo che verrà).

La ragione di questa débacle delle destre tradizionali - espressione grossolana con la quale si riducono le idee al mercimonio politico quotidiano - è presto detta: l'élite finanziaria, la globalizzazione, il mondo interconnesso, senza barriere, senza identità, senza morale è un mondo anti-tradizionale e dunque anti-conservatore. Vive del "progresso", del continuo superamento della realtà, della continua rottura dei vincoli sociali etici culturali e dunque rigetta ogni conservatorismo. Per i prossimi dieci anni - se il Signore avrà misericordia di noi - possiamo star certi che le attuali sinistre pseudo democratiche saranno al comando ovunque. Ma esse esprimeranno un potere indiretto, perché in fondo il potere resterà nelle mani della finanza globale che utilizza i residui del post-socialismo e del post-comunismo quali utili idioti per la gestione di una società di cerebrolesi, di ignoranti e parassiti che anziché pensare al bene comune si affidano ai diritti individuali, all'ego trionfante e decadente, allo spleen fin de siècle che va elevato ad autentico ideale di sopravvivenza... più che di vita.

Non so quando sia accaduto, ma di certo questa alleanza tutta profana fra élite finanziarie e anti-tradizionalismo politico e sociale è la chiave di volta della rivoluzione che ci attende. Gli architetti sociali al lavoro da decenni hanno in animo la creazione di una società priva di ordine, priva di regole, artificiale e fondata sull'autorità dell'individuo. Apparentemente la si chiama democrazia, nella realtà è il volto spavaldo dell'oligarchia che tuttora tiene le redini del mondo, così certa della propria indefettibile premazia da poter allentare il morso dei sudditi/somari del villaggio globale offrendo loro l'illusione liberatoria dell'anarchia sociale cui si oppone la concreta tirannia politica ed economica da essi imposta al mondo.

Finanza e sinistre, finanza e progresso. Tutto è fuso dall'immoralità del denaro, dall'immoralità del potere. Il Conservatorismo propugna valori identitari e religiosi: è etico. Il suo contrario è il disordine, l'assenza di morale: perché nel disordine e nel caos è più facile dominare, è più facile controllare un'umanità che cazzeggia notte e giorno su facebook, che twitta e naviga e non ha più tempo per riflettere, discutere, argomentare. Addirittura quella sinistra che avrebbe dovuto proteggere i piccoli, il "popolo" dalle usurpazioni dei potenti, che avrebbe dovuto difendere i diritti dei più deboli si è fatta strumento ideologico e onnipervasivo della propaganda di quegli stessi potenti cui deve oggi la propria sopravvivenza: la mercificazione sociale è l'attuale paradigma economico per sconfiggere la crisi. Creare una società di individui consumatori, incapaci di coalizzarsi in "comunità", incapaci di creare "famiglie", incapaci di risparmiare. Individui controllati, anzi guidati nei gusti e nelle scelte economiche. Il tutto al fine di creare una società della provvisorietà, priva di certezze, ma tronfia di presunte libertà.

Ormai l'hegelismo spicciolo è la nuova fede collettiva. Un hegelismo che autorizza un nuovo totalitarismo non più fondato sulla repressione della libertà individuale (il socialismo),  ma al contrario immaginato come un pascolo fiorito in cui ciascuno può far quel che vuole e nell'illusorietà virtuale della propria libertà (guidata dai mezzi di comunicazione e dalla tecnologia) lascia campo libero ai veri tiranni, agli oligarchi immorali che tendono a conservare ed accrescere un potere capillare e per taluni versi illimitato sulle nostre vite.

In questa situazione, maturata e progettata negli scorsi decenni, la Chiesa dovrebbe misurare tutto il suo fallimento in quest'anno che celebra il 50mo anniversario dell'apertura del Concilio. Non è solo una questione interna: la crisi del sacerdozio, gli errori dottrinali, gli abusi liturgici. Credo si tratti di una fondamentale quanto drammatica crisi educativa e di autorità. Perché le famiglie formate dal Cattolicesimo negli ultimi 50 anni sono famiglie che hanno abiurato il Cattolicesimo, che hanno formato figli che non riconoscono l'ordine e l'autorità, ma al massimo l'anarchia sociale. E la stessa leadership politica e sociale alimentata e benedetta dalla Chiesa non è stata all'altezza di arginare le pretese di una rivoluzione culturale e morale iniziata già nel dopoguerra. La Chiesa del Peace & Love degli ultimi 20 anni è stata il preludio alla totale confusione del cuore e della mente di innumerevoli giovani. Questa Chiesa che ha rinunciato al proprio ruolo formativo fondato sull'autorità morale, sull'ordine e la tradizione è coautrice del fallimento attuale.

E d'altra parte se sui quotidiani italici si continua ad affermare la totale "comunione di intenti" fra autorità Vaticane e Governo Monti non possiamo che considerarla una conferma delle precedenti osservazioni. Sposare la Massoneria al potere invece di denunciarne gli abusi e il folle disegno totalitario (di questo in sintesi parliamo: la creazione di uno Stato Moloch analogo a quello di Orwell con la sola differenza che il mondo virtuale e tecnologizzato è il Prozac della società contemporanea e l'utile via di fuga da una realtà ancora troppo sostenibile) equivale a stringere un patto con Satana. C'è chi ancora non se n'è accorto, chi pensa che il futuro possa essere diverso dalle previsioni più catastrofiche. Il futuro è invece alle porte. Diverrà presto realtà e il Cattolicesimo tornerà in pochi anni nelle catacombe. Non è pessimismo, è una realistica previsione. Ma il realismo, a quanto pare, manca a gran parte della Chiesa che forse preferisce autoconsolarsi con stantie pastorali giovanili, con l'assemblearismo diocesano e con i megaraduni. Solo, il Papa combatte, e il suo ultimo lavoro su Gesù è testimonianza di questa sana battaglia. Diceva il mio caro professore di letteratura cristiana antica: "dobbiamo fare quel che fecero nel medioevo: conservare la semente." E' quello che fa il Papa, mentre imbecilli del calibro di Vito Mancuso lo deridono e tentano - invano - di minarne l'autorevolezza. Un ulteriore patetico segno dei tempi...

mercoledì 7 novembre 2012

DUE PAROLE SULL'INTERVISTA A SGARBI DI VATICANINSIDER.IT

Qual è il vero Sgarbi? Quello dello specchio o quello di spalle?
di Francesco Colafemmina

Per tutti gli entusiasti sgarbiani o sgarbofili. L'intervista pubblicata ieri da Vaticaninsider.it è senza dubbio un passo avanti, ma mi preme spegnere le illusioni di coloro che nelle parole di Sgarbi intravvedono una speranza per il futuro dell'architettura e dell'arte sacra in Italia.

Si tratta in primo luogo di una occulta recensione di un recente volume di Sgarbi edito da Cantagalli e sul quale non ho volutamente indugiato ("L'ombra del divino nell'arte contemporanea"). Perché anzitutto è un'accozzaglia di temi e suggestioni. Si va dall'esaltazione con tanto di fotografie dell'o r e e e n d o reliquiario con l'ampolla di sangue di Giovanni Paolo II fatto realizzare dal Cardinal Dziwidz al meritorio e ineccepibile restauro della cattedrale di Noto. Il Cardinale in questione racconta peraltro le ultime ore di vita di Giovanni Paolo II in questo libro (non chiedetemi cosa c'entri questo con l'arte sacra). Ci sono poi contributi di Mons. Crociata e interviste ad artisti che fanno arte sacra.

Reliquiario con ampolla di sangue prelevata da don Stanislao mentre Giovanni Paolo II era in fin di vita
Non basta. Ciò che più mi preme ribadire è come non bisogna intendere la critica di Sgarbi come una consonanza con le idee ad esempio espresse dal sottoscritto in questo blog. Non vi è una volontà di recuperare il sacro attraverso la tradizione. Sgarbi lo comprende, sente che questa è l'esigenza, ma arriva a conclusioni a mio parere insostenibili. La prima in ambito architettonico: l'apprezzamento per Mario Botta (ribadito nell'ultima intervista). La seconda in ambito artistico: la rivalutazione di Vangi, che recentemente ha sfigurato il duomo di Arezzo e contro il quale Sgarbi aveva ingaggiato una lotta furibonda all'epoca dell'adeguamento liturgico della cattedrale di Pisa. 

Ultima chiesa di Mario Botta: le Tavole della Legge o... - più prosaicamente - lo slittone!
Portare Botta e Vangi ad esempi di come dovrebbe essere l'architettura e l'arte sacra mi pare una mistificazione. 

Ancora più inquietante il passaggio sull'astrattismo nell'intervista a Galeazzi: "Ovviamente il ruolo della bellezza non è patrimonio esclusivo dell’arte figurativa ma insita anche nell’astratto (dove esprime «l’idea assoluta di un Dio che è dentro di noi»), però bisogna riconsiderare la figura dell’artista in relazione al divino". Queste sono idee alla Couturier dell'ultima ora, rivalutazioni dell'astratto in ragione della sua capacità di esprimere l'assoluto, ovvero concetti totalmente estranei al cattolicesimo in primo luogo perché l'astratto è negazione formale e sostanziale dell'incarnazione.

In ultimo mi preme aggiungere un episodio personale, ma che non vedo perché tacere. Circa due anni fa proposi a Cantagalli un volume incentrato sulla rivalutazione dell'arte sacra attraverso la riscoperta di tanti artisti che fanno arte sacra tradizionale. Il volume sarebbe stato composto da interviste ad artisti e a liturgisti. Il progetto fu bocciato a motivo della crisi economica. Dopo un anno, a gennaio 2012, ecco emergere il libro di Sgarbi concepito più o meno allo stesso modo, ma privo, a mio parere, di una visione organica.


FAMIGLIA CRISTIANA E LO "SBARCO" DEI TRADIZIONALISTI IN SAN PIETRO


di Francesco Colafemmina

Gli sbarchi li fanno i clandestini a Lampedusa. E dev'esser tornata in mente questa immagine alla zelante redattrice di Famiglia (ex) Cristiana, Annachiara Valle. I clandestini tradizionalisti che invece di provenire dalla Libia o dalla Tunisia, vengono dalla Francia, dagli Stati Uniti o dall'Italia sono degli straccioni che tuttalpiù possono essere accolti con un pizzico di misericordia, ma fondamentalmente andrebbero rimpatriati. 

Dopo una scialba cronaca della "sfilata" di questi tradizionalisti (in occasione del pellegrinaggio romano della tradizione conclusosi con la messa in forma straordinaria celebrata dal Cardinal Canizares) , evidentemente sbarcati dal Tevere, forse nell'ex porto di Ripetta o di Ripa Grande, la Valle aggiunge: "Qualche perplessità l’ha sollevata sia la locandina di invito al pellegrinaggio e alla messa, con in primo piano Benedetto XVI che bacia l’altare, sia il momento della convocazione."

Forse il Papa non dovrebbe baciare l'altare? Mi sfugge la perplessità della Valle. Evidentemente ciò che alla redattrice di Famiglia (ex) Cristiana non va giù è che il Papa possa inchinarsi dinanzi all'altare, più che disporvi sopra pane e vino per una cena conviviale. Ma non è chiaro se la Valle, già redattrice di "Vino nuovo" abbia svuotato la botte prima di scrivere il pezzo.

Aggiunge poi: "Il momento scelto, a pochi giorni dalla conclusione del Sinodo dei vescovi e dall’apertura dell’Anno della fede, sembra aver voluto enfatizzare il ritorno indietro piuttosto che l’apertura verso il mondo contemporaneo."

Ma che palle sto "mondo contemporaneo", questa continua smania per l' "apertura". Se la Chiesa si aprisse al mondo contemporaneo allora dovrebbe accettare tutto ciò che il mondo contemporaneo propone: aborto, contraccezione, matrimoni fra coppie dello stesso sesso, eutanasia, etc. etc. La Chiesa per grazia di Dio non è aperta al mondo contemporaneo!

L'ultima stoccata - in cauda venenum - è riservata sempre ai lazzari tradizionalisti, questa volta accorpati d'ufficio ai veri clandestini, non a quelli recenti delle Primavere Arabe, ma a quelli di sempre, i marocchini o gli albanesi del Vlora, ossia i membri della Fraternità San Pio X: "«Si tratta solo di sottolineare la lealtà dei tradizionalisti al Papa», dicono i partecipanti. (...) Lealtà che però deve ancora essere provata visto lo stallo dei negoziati tra Vaticano e Fraternità sacerdotale San Pio X."

Insomma, sappiatelo, a Famiglia (ex) Cristiana gli unici clandestini che vanno bene sono quelli di fede islamica, per i cattolici tradizionalisti non resta che un appello al Pontificio Consiglio dei Migranti.

lunedì 5 novembre 2012

LA CROCE (?) DI PALADINO IN SANTA CROCE: FRA ALCHIMIA E IDIOZIE CLERICALI

Piazza Santa Croce - i passanti si arrampicano sulla pseudo-croce di Paladino
di Francesco Colafemmina

La strana alleanza fra il Cardinal Betori e Mimmo Paladino è indubbiamente un fenomeno da indagare. Fenomeno d'altra parte non nuovo di cooperazione e reciproca affratellante benedizione fra uomini di Chiesa e produttori di arte contemporanea, categoria a sé della mercificazione artistica dei nostri tempi. 
L'ultimo esperimento, dopo quello - bocciato grazie al Cardinal Farina - dell'ambone in Santa Maria del Fiore, è la grande croce - dicasi croce - deposta dal Paladino nella piazza di Santa Croce a Firenze (a un costo non meglio precisato ma di certo ingente).

Per l'occasione sentite cosa ha affermato l'Arcivescovo di Firenze, intervenendo all'inaugurazione dell'installazione: "la Croce ridà orientamento anche alla vita delle persone, che non si ritrovano in uno spazio qualsiasi, ma in un luogo connotato da una precisa identità, come lo vollero i nostri padri quando lo crearono come spazio della predicazione della Parola, la parola della Croce".  Per poi aggiungere che tale orientamento "conduce a un approdo preciso, una basilica francescana che è al tempo stesso il pantheon dei grandi del nostro popolo, credenti e non". Sì, avete capito bene: un "Pantheon"!

Secondo progetto di Paladino per l'ambone di Santa Maria del Fiore
(notare i soliti simboli ricorrenti nel portale di San Giovanni Rotondo)
Primo progetto di Paladino per l'ambone di Santa Maria del Fiore
(notare la conchiglia massonica, il simbolo del Bagatto, il ramoscello d'acacia, etc.)
Astenendoci da savonaroliane prediche sulla bruttezza dell'arte contemporanea che allontana da Dio e dalla preghiera, idolatrando gli artisti e le loro forme nuove, create nella consapevolezza d'esser demiurgi antagonisti del Creatore, mi soffermerò su alcuni dati concreti.

Lucio Dalla con il coccodrillo di Paladino - Firenze, maggio 2008
Mimmo Paladino è un appassionato di alchimia. Non chiedetemi perché, ma lo è. Tanto che nel 2008 realizzò per Lucio Dalla un coccodrillo in maiolica argentata esposto dal cantante in occasione del suo concerto  fiorentino in onore di Benvenuto Cellini. In quell'occasione Dalla rivelò di averlo ricevuto da Paladino con questa spiegazione: il coccodrillo era il simbolo degli alchimisti e Cellini fu uno dei più grandi alchimisti della sua epoca. 

In numerosi dipinti di Paladino, come in molte sue installazioni ritornano simboli alchemici, magici, esoterici: il simbolo dell'infinito, la mano aperta, il tavolino a tre gambe, la testa dell'agnello, stelle a varie punte, figure geometriche simboliche come il triangolo con la punta verso il basso o verso l'alto, numeri, ramoscelli di acacia, cappelli frigi,  etc. etc.


Di questa sua vena alchemica Paladino non ha mai fatto mistero. Già nel 1986 in occasione della Biennale di Venezia ebbe a scrivere: "Come non essere sensibile in questo caso al linguaggio alchemico, vecchio come il mondo, mi sembra, poiché attinge alla fonte della vita stessa, e trasporta nel suo corso la bellezza e il meraviglioso. Per quanto riguarda i miei quadri, gli incontri con l'Alchimia, se sono fortuiti, non sono meno nutriti di questa stessa sostanza che è sepolta nel più profondo di noi stessi e che si esprime per mezzo del linguaggio analogico nel mio lavoro." (Arte e alchimia: XLII Esposizione internazionale d'arte, la Biennale di Venezia, 1986, p.275).


Coerente con questa sua logica, Paladino ha dapprima istoriato i portali alchemici del tempio massonico di San Giovanni Rotondo dedicato a San Pio, ha successivamente adornato il nuovo Evangeliario Ambrosiano voluto da Sua Eminenza il Cardinal Tettamanzi e ha finora invano cercato di mettere un piede nel Duomo di Firenze, per approdare infine alla prova apparentemente bigotta o spiritual-chic della grande croce adagiata nella piazza di Santa Croce.

En passant: il nuovo altare e ambone di Santa Croce a Firenze. Realizzato nel 2012 sembra un'opera degli anni '60.
Per molti uomini di Chiesa gli anni '60 sono l'unico passato, l'unico presente e l'unico futuro. 
Ora il punto non è se Paladino sia più o meno degno di fare arte sacra o di esprimere una vaga spiritualità cattolica. Il punto è che non si può coniugare l'alchimia e il simbolismo esoterico con il Cattolicesimo e non si può d'altra parte in nome di un vago buonismo parrocchiale ignorare l'ampia casistica simbolica esposta costantemente dal Paladino. Compito dei Pastori è difendere e guidare il proprio gregge, non esporlo al ludibrio del relativismo estetico, simbolico e spirituale, non manipolare la bellezza ricevuta dai propri antenati e sfigurarla nell'elogio compiaciuto del brutto e del deforme. Ancora una volta dunque è il clero e solo il clero la radice consapevole e colpevole della decadenza, meglio del sovvertimento delle arti sacre. Sovvertimento che esita in una trasformazione non meramente estetica e formale dell'arte ma oggettiva, cogente, giacché l'arte per il Cattolicesimo è manifestazione e insegnamento della fede. E se la fede è insegnata dagli indotti, attraverso le allusioni simboliche e lo spiritualismo pneumatico ed esoterico di taluni artisti, essa fede sarà già altro da sé. Questo tuttavia i Pastori stentano a comprenderlo, obnubilati come sono dal mondo e dai suoi allettamenti. Così si perdono in verbose stronzate e non si accorgono che la Croce è per i Cristiani oggetto di adorazione non accozzaglia di pietre da scarabocchiare o addirittura da calpestare.